POESIE IN DIALETTO NAPOLETANO di Annamaria De Pietro  Si vuo’ ‘o ciardino (Book, 2005 pp. 70 € 9) con una Nota esplicativa dell’autrice e un Commento di Giorgio Linguaglossa

A Rovato, nel castello Quistini, un giardino botanico di diecimila metri quadrati ospita Una collezione con oltre 1.500 varietà di rose

A Rovato, nel castello Quistini, un giardino botanico di diecimila metri quadrati ospita Una collezione con oltre 1.500 varietà di rose

Annamaria De Pietro è nata a Napoli, dove ha vissuto fino all’adolescenza, da padre napoletano e madre lombarda. Vive da tempo a Milano. Ha cominciato a scrivere non occasionalmente, ma sempre, in età matura. La sua prima pubblicazione in versi risale al 1997: Il nodo nell’inventario (Dominioni Editore, Como 1997). Sono seguiti Dubbi a Flora (Edizioni La Copia, Siena 2000), La madrevite (Manni, Lecce 2000), Venti fusioni a cera persa (Manni, Lecce 2002). Nel 2005 pubblica un libro in napoletano, Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, 2005), col quale paga il suo tributo alla città d’origine, poco amata, mai più visitata. Nell’ottobre del 2012 esce Magdeburgo in Ratisbona (Milanocosa Edizioni, Milano, 2012). Ultima pubblicazione Rettangoli in cerca di un pi greco. Il Primo Libro delle Quartine (Marco Saya Edizioni, Milano 2015).

Commento di Giorgio Linguaglossa

Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, 2005)

 È il più bel libro di poesia in dialetto che io abbia mai letto. E lo dico con piena consapevolezza, un autentico gioiello di poesia. Un hortus conclusus. Un luogo magico. Un luogo di endecasillabi sonori. Un «giardino» incantato. Il regno delle «rose». Rose che parlano, che cantano, che mormorano, che si innamorano, che interloquiscono con il «vento», che risponde; che interloquiscono anche con la luna e le stelle, che a loro volta interloquiscono con la rosa, insieme alla strega, che parlano con la pioggia, con l’inverno e con l’estate, con il «vecchio armato di cesoie» e con le melagrane, con i carbonai, con le ragazzine, le colombelle, con i «soldati davanti al generale», con il rosmarino, i lillà, i ciclamini, il sedano, la lavanda, le teste d’aglio, le margherite, i tulipani e le viole, e poi anche con l’insalata, con il prezzemolo, con la ruta e la maggiorana e la mimosa, con le fave, i lupini, i glicini. Un tourbillon di colori e profumi, di emozioni semantiche e iconiche espresso in una lingua delle fate scritta per gli elfi e le ninfe dei boschi, per le sirene del mare, una lingua felice, direi, appena al di qua dell’inautenticità del mondo, meravigliosamente sonora come un pianoforte a coda, dolce e festosa, ariosa e fragile come può esserlo un atto di magia, irripetibile nella sua inimitabile forma eventica.

Nel mezzo delle parole si fermò la parola. / Aveva passato una nottata di febbre, / la rosa, di sete e cenere, e lo diceva / a una bella famiglia di belle viole / che proprio allora dal sonno scendeva. (…) / Non sapevano le viole, non sapeva / la rosa che, né perché, quella nuova / febbre. Tu lo sai, bella figliola? / Se non lo sai te lo dico io: giorno entrava, / ché dal fogliame stava uscendo il sole – / e sarà questa l’ultima parola / fino a che il vetro corto non la trova.

annamaria de pietro copertinaNota di Annamaria De Pietro Il giardino – il mondo – il libro

Il 23 giugno 2004 è arrivato, non so come e perché, ‘O suonno. Mai prima la mia metà napoletana – la nascita, quindici anni di vita, mio padre – era diventata parola e rima. La metà tenuta fuori gioco; la lingua mai parlata, sempre ascoltata da lontano come una lingua d’altri, una lingua straniera, oggetto di curiosità (filologia) da una specola distante. Lingua di decisione, non di deriva; di cultura, non di natura. Fu l’italiano la lingua–filastrocca di metro smagliante, in bocca lombarda – mia madre.

Ma il 23 giugno, in obbedienza alla mal compresa idraulica delle cisterne, è arrivato ‘O suonno, e poi a cascata, in meno di due mesi, tutto il giardino. Detto in quella lingua di decisione, di cultura, povera per scarsezza di parole, mai arricchita da una continuità d’uso. E tale ho voluto che fosse, ho rifiutato il dizionario. Questo era il blocco, intero e stagno fuori della continuità del tempo.

Quella lingua di decisione ha voluto, straniera, essere naturalizzata entro una regolata, non spontanea pratica d’uso, e con testarda oltranza ha voluto voce per voce essere un giardino di rose; io ne ho accettato la volontà e il passo, e passo dopo passo ho voluto, con quella voce non mia che diventava formulandosi mia, ribadire un giardino di rose e cose, un giardino talmente fitto e concluso in se stesso da escludere per volontà sua, mia, ogni altra possibile cosa. E così, scrivendosi per decisione, il giardino si è rivelato il mondo, coltura orizzontale fonda alla sua proiezione verticale verso l’alto: il cielo degli astri, le infaticabili idrometeore, le vie del vento. E mi si è rivelato che non c’è mondo oltre il giardino – oltre al giardino. Che non c’è muro. Cosa potrebbe esserci oltre il muro? Regate sul fiume Oceano? un parcheggio? un luna park? Il muro è giardino, l’aria oltre il muro è giardino, il pensiero dell’aria oltre il muro è giardino.

L’esistenza del giardino è accertata dalle cose che lo abitano, e dai loro nomi. Ogni passo di rilevazione – ogni titolo – è il nome di una cosa (persona–cosa) preceduto dall’articolo: una schedatura; fa eccezione Maccarìa, che è uno stato intero del mondo – non si lascia mettere il sale sulla coda da un articolo.

E – così ho deciso – l’unico criterio onesto di schedatura del giardino–mondo, intricato, radicato, fiorente, discusso da pioggia e vento e luce e buio, indomabile, è l’ordine alfabetico dei titoli–cose–personae. Il giardino–mondo appare, non tenta giustificazioni, non si corregge, non si commenta nel tempo. Ma, luogo di se stesso, vuole – e così io voglio che sia – collocarsi dentro una forma di luogo. E allora il blocco delle comparse in ordine alfabetico si colloca fra due valve, queste sì decise per ordine e giustificate per senso: in apertura il testo triplice L’indiscreto – ‘A mascaturaLa serratura e il testo ‘O suonno; in chiusura il testo ‘A sunagliera e il testo duplice ‘A chiave. Parlamiento d’ ‘o ciardeniereLa chiave. Detto del giardiniere.

La forma del giardino–mondo è la forma di un libro: la serie, contemporanea a sé in un blocco coeso di titoli ordinati secondo le lettere, sta chiusa fra le quattro pagine di copertina, pagine di statuto diverso, pagine funzionali. E a ciascuno dei due limiti esterni, sinistro e destro, sta un testo in italiano, la lingua di natura, quella che garantisce ammaestra e regola. L’astuccio.

annamaria de pietro

annamaria de pietro

Dentro, alle cose–personae del giardino–mondo piace parlare, l’una all’altra. Piace, spiace. Entro il magistero pungente a forza viva della grammatica – il disegno geometrico a grammatura che all’infrascata concerta chi? Non il giardiniere, io credo. Il giardiniere non è un abitante del giardino; non è che un detto. Chi? Forse un rischioso passo d’incrocio fra il vento cui tu non fermi luogo e il furibondo rosso? Tutto sta dentro.

Ma ora dico: se il giardino è il mondo, la vita; e se il giardino è la forma del libro – se ne dovrà concludere che il libro è il mondo, la vita? No, ora dico: come tutte le leggi che regolano il metodo logico della relazione quotata per passi di asseverante intelligenza, anche la proprietà transitiva non vale in questa decisa, non decisa, e speciosa salita all’indietro fluida e intransitiva da libro a vita che è la cerca persa, il furto a perdere della scrittura.

Il giardino e il mondo, ciascuno in sé giardino e mondo, si vanno a trovare talvolta, fra loro parlando. E parlando possono assomigliarsi, di fronte, a fronte, nella foglia dello specchio infedele che si chiama libro. Nelle sue foglie, se nome fedele è il verde?

O suonno

Pe ccopp’a sta fenesta vanno ‘e rrose.
Una nun vire. Ma a qqua’ parte è gghiuta?
– straccianno ‘a parte a pparte ‘o velo ‘e sposa
cu ‘e spine stesse d’ ‘a fronna ca saluta.

Maggio fernesce ‘e juorne, e ss’arreposa
a ffianco ê ggrare ca saglieno ‘a sagliuta
pe qquant’è llonga chell’attussecosa
scalinata, longa n’anno, e pperduta.

Spezza cu ‘e riente està ‘e spighe siccate,
spanne chiuvenno vierno ‘e panne ‘nfuse,
‘o mese curto nun ghienche ‘a mesata –

se rorme maggio, e vvuie nunn ‘o scetate,
mise, cu ‘e zuóccule. Forse, porta ‘nchiusa
‘o suonno ‘e maggio ‘a rosa – chella, o n’ata.

IL SONNO [IL SOGNO]. Tutt’attorno a quella finestra vanno le rose. / Una non vedi. Ma da che parte è andata? / – strappando da parte a parte il velo di sposa / con le spine stesse della fronda che saluta.
Maggio esaurisce i giorni, e si riposa / accanto alla scala che sale la salita / per quanto è lunga quella velenosa / scalinata, lunga un anno, e perduta.
Spezza coi denti estate le spighe seccate, / stende piovendo verno i panni bagnati, / il mese corto non completa il mese [non paga tutto il mensile] –
si dorme maggio, e voi non lo svegliate, / mesi, con gli zoccoli. Forse, porta chiusa [in sé] / il sonno [il sogno] di maggio la rosa – quella, o un’altra.

* * *

‘A lastra

Ricette ‘a rosa: – Nun me lassà sola, –
ô viento – pecché assai me fa paura. –
– Te fa paura? Chi, bbella figlióla? –
– ‘A luna, forse, quann’ ‘a notte scura,
ca va taglianno tutta ll’erba nova
e ppo’ ‘a scamazza cunnulianno ‘a sòla,
e a gghiuorno filo d’erba nun se trova.
‘E stelle, forse, ch’ ‘e ffrutte ammature
pognono cu ccient’aghe ‘e fierro e dd’oro
e int’ê scorze vacante fanno ll’ove.
Po’, â matina, me pare, jèsceno afora
nùreche ‘e sierpe – ma nunn è ssicuro.
‘O cielo, forse, ca ‘nzerra ‘a caióla
tutt’attuorn’a ll’aucielle cantature,
sbattenno a ssanghe ‘e scelle ‘nfacc’ê mure,
e scella e scella a vvolo curto vola
ca s’ha perduta ‘a chiave e ‘a mascatura.
‘A notte, forse, ch’è nnera figura.
Senz’ ‘e se fà capì move e nun move
‘e spiecchie ‘e ll’uocchie, e ‘a vocca a ddiente e mmole,
e ‘e mmane ‘e friddo pe ddint’ê llenzóle.
‘O viento, forse, ca mme straccia ‘o core
quanno passanno strilla e nnun se cura,
mariuolo, viento, ‘e m’arrubbà ll’addore
d’ ‘e ffronne meie, e i’ nun tengo ati pparole. –
– Io so’ ‘o viento, e pporto e sperdo ‘a notte nera,
e ‘a luna, e ‘e stelle, e ‘o cielo; io ‘e llumere
primm’appiccio e ppo’ stuto, ‘a legge, ‘a prova
d’ ‘o munno ca se fuje senza rummore.
Io te so’ ffrate e ttu mme si’ ssora,
io te so’ ppate e ttu mme si’ ccrïatura,
io te so’ sposo e ttu mme si’ mmugliera –
mariuole tutt’ ‘e dduie, vetriuolo e ffreva
ca s’arrobba ‘o ciardino, e ‘nchiova e schiova
chesta lastra ‘e bbucìe – ch’ê vvote chiove,
ê vvote pare ca sta ascenno ‘o sole. –

LA LASTRA. Disse la rosa: – Non lasciarmi sola, – / al vento – perché assai mi fa paura. – / – Ti fa paura? Chi, bella figliola? – / – La luna, forse, quando la notte imbruna, / che va tagliando tutta l’erba nuova / e poi la schiaccia dondolando la suola, / e a giorno filo d’erba non si trova. / Le stelle, forse, che la frutta matura / pungono con cento aghi di ferro e d’oro / e nelle bucce vuote fanno le uova. / Poi, alla mattina, mi pare, escono fuori / nodi di serpi – ma non è sicuro. / Il cielo, forse, che serra la gabbia / tutt’attorno agli uccelli canterini, / sbattendo a sangue le ali contro i muri, / e ala e ala a volo corto vola / ché si è perduta la chiave e la serratura. / La notte, forse, che è nera figura. / Senza farsi sorprendere muove e non muove / gli specchi degli occhi, e la bocca a denti e molari, / e le mani di freddo dentro le lenzuola. / Il vento, forse, che mi straccia il cuore / quando passando urla e non si cura, / ladro, vento, di rubarmi il profumo / dei miei petali, e io non ho altre parole. – / – Io sono il vento, e porto e sperdo la notte nera, / e la luna, e le stelle, e il cielo; io le lumiere / prima accendo e poi spengo, la legge, la prova / del mondo che si fugge senza rumore. / Io ti sono fratello e tu mi sei sorella, / io ti sono padre e tu mi sei figlia, / io ti sono sposo e tu mi sei moglie – / ladri tutti e due, vetriolo e febbre / che ruba il giardino, e inchioda e schioda / questa lastra di bugie – ché a volte piove, / a volte pare che stia uscendo il sole. –

* * *

‘A mùseca

Steva rint’ô ciardino na rosa a cciente fronne.
‘O viento a ffronna a ffronna ‘a vulette tuccà,
e ccu ccinquanta vocche ‘a rosa ll’arrisponne:
sient’ ‘o viento sunà, sient’ ‘a rosa cantà.

Tantu chiano sunavano e ccantavano, e ll’està
tantu chiano tremmava ‘a funtana a onna a onna,
c’ ’a rosa e ‘o viento e ll’acqua, senz’ ‘e se nn’addunà,
chiano s’arrevutàjeno rint’ô lietto d’ ‘o suonno.

Senza rummore ‘o sole ascette p’ ‘o canciello
d’ ‘o muro d’ ‘o ciardino, comme sta zitta e vva
p’ ‘e cancielle ‘e campagna na fila ‘e pecurelle.

E ppo’ s’apprisentàjeno ‘a luna e ttutt’ ‘e stelle,
ma cu ‘e llumère vasce, e ccantavano ‘a nonna.
Ll’aucielle s’addurmètteno sunnanno sott’â scella.

LA MUSICA. Stava dentro il giardino una rosa centifolia. / Il vento a petalo a petalo la volle toccare, / e con cinquanta bocche la rosa gli risponde: / senti il vento suonare, senti la rosa cantare.
Tanto piano suonavano e cantavano, e l’estate / tanto piano tremava la fontana a onda a onda, / che la rosa e il vento e l’acqua, senza accorgersene, / piano si rivoltarono dentro il letto del sonno.
Senza rumore il sole uscì per il cancello / del muro del giardino, come sta zitta e va / attraverso i cancelli di campagna una fila di pecorelle.
E poi si presentarono la luna e tutte le stelle, / ma con le luci basse, e cantavano la ninnananna. / Gli uccelli si addormentarono sognando sotto l’ala.
annamaria de pietro 2010 febb

annamaria de pietro 2010 febb

‘A notte

‘O cielo se fujeva a onne e a onne
perdenno nu specchietto a ogne ffuntana,
acqua int’a n’acqua sempe cchiù lluntana.
‘A notte fuie na rosa senza fronne.

LA NOTTE. Il cielo si fuggiva a onde e a onde / perdendo uno specchietto a ogni fontana, / acqua in un’acqua sempre più lontana. / La notte fu una rosa senza petali.

* * *

A strega

Chiove e cchiove e cchiuvenno chiove, e mmanco
‘e na cràstula ‘e specchio ll’aria è asciutta,
chiove pe ttutt’ ‘o ciardino e ppe ttutta
ll’aria scomma nu sciummo friddo e gghianco.

Chiove pe ccoppa e ppe ssotto e ppe ffianco,
pe stuorto e ppe dderitto, chiove bbrutto,
comme si ‘o cielo se chiagnesse a llutto
e nnun sapesse d’addo’ chiove ‘o chianto.

Chiove int’ê ffrasche e ê ffronne ‘o viento, ‘o schianto
‘e na trubbéa c’have stracciato e rrutto
ll’albere ‘e vele ‘e na varca vacante.

Na rosa streppata d’ ‘o viento na chianta
‘e rosa chiagne, e cchiove, e cchiagne, e allucca
comm’a na strega c’ha perduto ‘o guanto.

LA STREGA. Piove e piove e piovendo piove, e neanche / di una scheggia di specchio l’aria è asciutta, / piove per tutto il giardino e per tutta / l’aria schiuma un fiume freddo e bianco.
Piove per sopra e per sotto e per fianco, / per storto e per diritto, piove brutto, / come se il cielo si piangesse a lutto / e non sapesse da dove piova il pianto.
Piove nelle frasche e nelle fronde il vento, lo schianto / di una bufera che ha stracciato e rotto / gli alberi di vele di una barca vuota.
Una rosa strappata dal vento una pianta / di rosa piange, e piove, e piange, e urla / come una strega che ha perduto il guanto.

* * *

‘E ccarte

Fronne ‘e parole screvette ‘a rosa ingrese
rint’ô ciardino pe ll’uocchie d’ ‘e rrose
primmavera e staggione, ‘e tenta ‘e rosa
p’ ‘a tenta ‘e russo d’ ‘e rrose d’ ‘o paese,
e ccheste a cchella – ‘o ciardino è ccurtese.
Ma rint’ê ccarte nun stevano cose,
sulo nu filo ca nun conta e ccóse,
nu cirro ‘e gnostia a rriccio ca nun pesa.
Stracciava ‘o viento ‘e ccarte a mmese a mmese,
‘a filigrana stracciava ‘a mimosa,
scardava ‘a trezza ‘a figura annascosa
‘e nu ciardino zingaro e ffurese.
Venette vierno, ca se pava ‘e spese.
Tutt’ ‘e ccarte pe vvierno so’ pprezziose,
e ttutt’ ‘e mmette int’â canesta ‘nfosa
a una manèra, strelline e tturnese –
e cc’ ‘a stessa valanza tutt’ ‘e ppesa,
e ddint’â stessa cascia tutt’ ‘e pposa.
Stateve zitte, è vvierno, bbelli rrose,
ca zittu zitto ‘e notte scenne ‘a scesa.

LE CARTE. Petali di parole scrisse la rosa inglese / nel giardino per gli occhi delle rose / primavera ed estate, di tinta di rosa / per la tinta di rosso delle rose del paese, / e queste a quella – il giardino è cortese. / Ma nelle carte non stavano cose, / soltanto un filo che non conta e cuce, / un cirro d’inchiostro a riccio che non pesa. / Strappava il vento le carte a mese a mese, / la filigrana strappava la mimosa, / scioglieva la treccia la figura nascosta / di un giardino zingaro e forese. / Venne verno, che recupera le spese. / Tutte le carte per verno sono preziose, / e tutte le mette nella cesta bagnata / allo stesso modo, sterline e tornesi – / e con la stessa bilancia tutte le pesa, / e nella stessa cassa tutte le posa. / State zitte, è verno, belle rose, / che in silenzio di notte scende la discesa.

* * *

‘E ffronne

‘O tiempo se sfrunnàie: vierno veneva.
E ppassanno sfrunnava cu ddoie mane
‘e rrose, e sse purtava int’ô lluntano
ll’ogne d’ ‘o rrusso pe ddà sanghe â neve.

LE FRONDE. Il tempo si sfrondò: verno veniva. / E passando sfrondava con due mani / le rose, e si portava nel lontano / le unghie del rosso per dar sangue alla neve.

* * *

‘E guante

– I’ vurrìa veré ‘a neve. Aggio saputo
ch’è ttutto nu ciardino ‘e rose janche
strette strette p’ ‘o friddo e ssenza fronne, –
ricette ‘a rosa – e a ttaglie nun se leva. –

– I’ vurrìa veré ‘a rosa. – s’arrisponne
‘a neve. – È nneve rossa, è nu velluto
russo tagliato a ffronne, e spaso a vvranche,
aggio saputo, e abbrucia comm’â freva. –

A ll’una e a ll’ata autunno steva a ffianco
‘mmiez’a nu viento ‘e fronne ‘e vite a onne,
e ll’uno e ll’atu guanto ‘eva perduto.
Ll’ammore è ‘a rosa, ll’ammore è ‘a neve.

I GUANTI. – Io vorrei vedere la neve. Ho saputo / che è tutto un giardino di rose bianche / strette strette per il freddo e senza petali, – / disse la rosa – e a tagli non si leva. –
– Io vorrei vedere la rosa. – si risponde / la neve. – È neve rossa, è un velluto / rosso tagliato a petali, e sparso a manciate, / ho saputo, e brucia come la febbre. –
All’una e all’altra autunno stava al fianco / in mezzo a un vento di foglie di vite a onde, / e l’uno e l’altro guanto aveva perduto. / L’amore è la rosa, l’amore è la neve.

Annamaria de Pietro CoverO cappiello

Teneva nu cappiello a ppenne ‘e starna
ch’ ‘eva acciso cu ‘e pprete aret’ô muro,
ma nun pe ss’arrustì cu ‘e llegne ‘e ccarne,
sulo pecché teneva ‘o core scuro
e lle piaceva ‘a morte.

‘A starna ll’ ’eva jettata fredda e ccrura
rint’a na cava ‘e prete, ll’ogne a rriccio,
‘o vrito ‘e ll’uocchie na mana ‘e pittura,
‘a cora secca nu muzzone ‘e miccio,
‘e scelle troppo corte.

‘E ppenne ll’ ‘eva mise pe ccrapiccio
attuorn’a nu cappiello ‘e lana vecchia,
ca mo’ lle pare ca vola e ss’appiccia
si ‘a copp’â spalla p’ ‘a smerza se specchia
a gguardature storte.

E ‘a vo’ int’ô specchio p’ ‘a deretta â recchia
na rosa a ccinche fronne c’ ‘a furesta
e mmaggio a ll’ombra ggià smerza e apparecchia
si corre ampress’ampressa e nnun s’arresta
‘mmiez’ê spiecchie d’ ‘e pporte.

Na rosa viva comm’a na tempesta
‘ncopp’a stu mare sicco ‘e fronne ‘e lana
e spìngule, na campanella ‘e festa
rossa comm’a na vocca ‘e melagrana
ca sona a ggrana forte –

e vvo’ c’ ‘o rrusso sona ‘o rrusso e ssana
stu cappelluccio ‘e cennere. Ma ‘a rosa
è ll’ombra ‘e maggio, ‘a furesta è lluntana,
nisciunu specchio ‘a rosa e ‘a morte sposa.
Nun smerza ‘e spiecchie ‘a sciorte.

IL CAPPELLO. Aveva un cappello a penne di starna / che aveva ucciso con le pietre dietro il muro, / ma non per arrostirsi con la legna le carni, / solo perché aveva il cuore scuro / e gli piaceva la morte.
La starna l’aveva gettata fredda e cruda / dentro a una cava di pietre, le unghie a riccio, / il vetro degli occhi una mano di pittura, / la coda secca un mozzicone di stoppa, / le ali troppo corte.
Le penne le aveva messe per capriccio / attorno ad un cappello di lana vecchia, / che ora gli pare che voli e si accenda / se da sopra alla spalla a rovescio si specchia / a sguardi storti.
E la vuole nello specchio per dritto all’orecchia / una rosa a cinque petali che la foresta / e maggio all’ombra già rovescia e apparecchia / se corre in fretta in fretta e non si arresta / in mezzo agli specchi delle porte.
Una rosa viva come una tempesta / sopra quel mare secco di foglie di lana / e spilli, una campanella di festa / rossa come una bocca di melagrana / che suona a grana forte –
e vuole che il rosso suoni il rosso e sani / quel cappelluccio di cenere. Ma la rosa / è l’ombra di maggio, la foresta è lontana, / nessuno specchio la rosa e la morte sposa. / Non rovescia gli specchi la sorte.

* * *

‘O fummo

Vène pe vvierno a strisce d’aria ‘o fummo
rint’ô ciardino ca fuie ‘a casa d’ ‘a rosa –
maggio fujette fin’â casa d’ ‘a morte
pe na via longa fatta ‘e fummo e dd’aria
larga ‘e feneste aperte a ll’aria ‘e vierno,
e pp’ ‘e ffeneste spia ‘o ciardino maggio.

A ll’ata parte ‘e ll’aria guarda maggio
‘o ciardino p’ ‘a cennere d’ ‘o fummo
c’ ‘a nu fuoco ‘e gravune spanne vierno.
Rint’ê ggravune na semmente ‘e rosa
chianu chiano schiuppanno appiccia ll’aria,
fa ‘o viento c’ ‘o ventaglio ‘e penne ‘a morte.

Ma nun s’ ‘e scarfa d’ ‘o ffriddo d’ ‘a morte
ll’osse ‘e lignamme niro e ssicco maggio,
ca passa ‘o viento pe sta casa d’aria,
nu viento apierto chino ‘e fronne e ‘e fummo
c’a ffreva lenta coce ‘e ffronne ‘e rosa
‘nterr’ô ciardino apierto ô viento ‘e vierno.

Guarda ‘o fummo ca vola zitto vierno,
move e nun move ‘o fummo zitta ‘a morte,
aràpe e cchiure ll’uocchie zitta ‘a rosa
‘e vrace, e gguarda ‘o rrusso zitto maggio.
Pe ttutta ll’aria more e nnasce ‘o fummo
e ttrase e gghiesce p’ ‘e ffeneste d’aria.

Sta ‘e casa ‘o fummo int’a stu specchio d’aria
c’a strisce ‘e viento specchia ‘a faccia ‘e vierno
vicin’ô ffuoco guardanno zitto ‘o fummo
comm’a nu viecchio ca se penza ‘a morte,
guardanno rint’ô specchio ‘a faccia ‘e maggio
ca rint’ô specchio ‘e vrace guarda ‘a rosa.

Pe ‘mmiez’â cennere e â vrace guarda ‘a rosa
‘a faccia ‘e vierno ê llastre roppie ‘e ll’aria,
e â lastra smerza vére ‘a faccia ‘e maggio
c’â bbucìa ‘e ll’aria pare ‘o figlio ‘e vierno –
crïatura e vviento int’â casa d’ ‘a morte,
‘a morte ca se fuje persa c’ ‘o fummo.

È ccosa ‘e fummo ‘o nùreco ‘e vierno –
cu ‘e ddete ‘a morte ‘o sbroglia a strisce d’aria –
striscia pe striscia maggio ‘ntrezza ‘a rosa.

IL FUMO. Viene per verno a striscie d’aria il fumo / dentro il giardino che fu la casa della rosa – / maggio fuggì fino alla casa della morte / per una via lunga fatta di fumo e d’aria / larga di finestre aperte all’aria di verno, / e alle finestre spia il giardino maggio.
All’altra parte dell’aria guarda maggio / il giardino attraverso la cenere del fumo / che da un fuoco di carboni sparge verno. / Dentro i carboni una semente di rosa / piano piano sbocciando accende l’aria, / fa il vento col ventaglio di penne la morte.
Ma non se le riscalda dal freddo della morte / le ossa di legno nero e secco maggio, / ché passa il vento per quella casa d’aria, / un vento aperto pieno di foglie e di fumo / che a febbre lenta cuoce i petali di rosa / dentro il giardino aperto al vento di verno.
Guarda il fumo che vola zitto verno, /muove e non muove il fumo zitta la morte, / apre e chiude gli occhi zitta la rosa / di brace, e guarda il rosso zitto maggio. / Per tutta l’aria muore e nasce il fumo / ed entra ed esce per le finestre d’aria.
Abita il fumo in quello specchio d’aria / che a strisce di vento specchia il volto di verno / accanto al fuoco guardando [che guarda] zitto il fumo / come un vecchio che si pensa la morte, / guardando [che guarda] nello specchio il volto di maggio / che nello specchio di brace guarda la rosa.
Fra la cenere e la brace guarda la rosa / il volto di verno ai vetri doppi dell’aria, / e al vetro rovescio vede il volto di maggio / che alla bugia dell’aria sembra il figlio di verno – / bambino e vento nella casa della morte, / la morte che si fugge persa col fumo.
Non è che fumo il nodo di verno – / con le dita la morte lo scioglie a strisce d’aria – / striscia per striscia maggio intreccia la rosa.

* * *

‘A sunagliera

Si vuo’ ‘o ciardino tècchet’ ‘o ciardino,
si nunn ‘o vuo’ i’ nun tengo ati ccose
‘a quanno ll’aria d’ ‘e ssemmente ‘e rosa
sbacantàie tutt’ ‘o cuoppo a vvolo chino.

Criscette senza legge e ssenza fine
pe ttutte parte aro’ ll’uocchio se posa
na villa, na furesta, na scugliosa
onna d’èvera ‘e mare a na marina.

E ppe ttutto stu vverde sta annascosa
na sunagliera ‘e rose e spine fine
ca strilla forte ‘o rrusso, e qquaccheccosa.

I’ mo’ nun saccio ‘mmiez’ê rrose e ê spine
truvà na via ca sbroglia sta ‘ntricosa
felicità. M’ ‘o ‘mpare tu ‘o ciardino?

LA SONAGLIERA. Se vuoi il giardino eccoti il giardino, / se non lo vuoi io non ho altro / da quando l’aria delle sementi di rosa / svuotò tutto il cartoccio a volo pieno.
Crebbe senza legge e senza fine / da ogni parte ove l’occhio si posa / un parco, una foresta, una scogliosa / onda di alghe a una marina.
E per tutto quel verde sta nascosta / una sonagliera di rose e spine fine / che urla forte il rosso, e qualche cosa.
Io ora non so fra le rose e le spine / trovare una via che sbrogli questa indiscreta / felicità. Me lo insegni tu il giardino?
  1. D. P.
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20 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Poesie in dialetto, Poesie in dialetto napoletano

20 risposte a “POESIE IN DIALETTO NAPOLETANO di Annamaria De Pietro  Si vuo’ ‘o ciardino (Book, 2005 pp. 70 € 9) con una Nota esplicativa dell’autrice e un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. Poesia altissima e lieve; se fosse musica, sarebbe Mozart, Anna Ventura

  2. Condivido il commento di Anna Ventura, poetessa di acutissima sensibilità. Devo dire che non ho mai amato la poesia in dialetto napoletano, non amo in generale la poesia in dialetto che si è fatta nella seconda metà del Novecento e che si continua tuttora a fare, la considero una pratica ergonomica, decorativa, nel migliore dei casi, come nella poesia di Assunta Finiguerra, una pratica che confina con la pratica folklorica. Insomma, ho sempre guardato con sospetto la poesia in dialetto che si è fatta in Italia nel secondo Novecento; a questo proposito militano ragioni profonde che attengono al mio rapporto con la storia d’Italia e con la storia dell’Italia del Sud, con l’assenza di una borghesia sudista di tipo europeo, con l’esistenza del latifondo, della mafia, di una piccola borghesia inadeguata a stabilire rapporti con lo stato nazionale… di qui la debolezza perenne dello stato nazionale e la debolezza perenne della poesia del Sud… Stavo dicendo quindi che non ho mai amato la poesia del Sud in dialetto e che guardo con sospetto tutto ciò che viene scritto in forma di poesia in un dialetto del Sud. Sono quindi un giudice ingiusto, probabilmente, lo so e me ne scuso. Però questo libro di Annamaria De Pietro mi ha sorpreso e spiazzato, mi sono subito trovato davanti un libro assolutamente singolare, nato chissà come in una Lingua come dimenticata, una Lingua nobile parlata da una bassa plebe ad un tempo. Non sono un filologo ma sono rimasto colpito dalla naturalezza di questa scrittura in perfetti e sonori endecasillabi, lingua che può essere parlata anche da un plebeo come da un attante di nobile casata.
    Innanzitutto il titolo “Si vuo’ ‘o ciardino”, assolutamente intraducibile in italiano dacché “Se vuoi il giardino” in italiano suona banale alquanto e pedestre, ma che nella Lingua del regno borbonico suona invece perfettamente aulica e ironica… quel “ciardino” che si dà a chi lo vuole, quel “ciardino” che si concede soltanto a chi lo ama. Metafora sublime della poesia. La “rosa” come metafora della poesia e metafora della vita, e della Bellezza. Un libro sulla Bellezza, dunque, che va difesa, a tutti i costi, dal freddo e dall’inverno e dalle cesoie del giardiniere…

  3. Annamaria De Pietro

    Caro Giorgio,
    le rose del ciardino e tutti i loro passanti interlocutori, persi fermamente all’aria, al tempo di trovamenti e addii, ti ringraziano come più non si potrebbe delle tue esageratissime parole.
    Ma del resto (ponte empatico fra lettura e scrittura) esageratissimo fu il modo in cui la musa scervellata mi dettò in una lingua non mia, di giorno e di notte, tirandomi per le orecchie, distraendomi da ogni altra cosa, e in fretta, come se soltanto un tempo breve potesse contenere un’infrazione alla regola, – mi dettò questi testi, che l’uno dopo l’altro, senza premeditazione mia, vollero costruire un libro, compattamente volagri.
    L’infrazione alla regola ,quella che generò la fretta della musa, fu la lingua, la lingua napoletana che, in parte e da lontano mia, mai parlata, sempre guardata a distanza, volle la sua rivincita, e dettò il passo con la falcata della sua forma visiva, sonora, e al passo della sua forma m’impose, con blanda e dolcissima e urgente e aguzza persuasione, le cose da nominare e i loro aggettivi, e i nessi grammaticali e sintattici che di una lingua sono il corpus che avviene.
    Le cose da nominare (i cosiddetti “contenuti”), entro l’apparato-rete della composizione: mai, scrivendo in italiano, introduco diminutivi, e men che meno vezzeggiativi; mai parlo di bambini (pavento la leziosità del tema), evito slanci passionali a cuore aperto. Qui, in questo libro-lingua straniera, tutto questo abbonda, al punto che nel comporre il libro più volte, ma stancamente e per onor di firma, “me ne pentii”. Ma così doveva essere, e concessi alla tenera musa forestiera il “visto si stampi”. Perché di quelle strane presenze “dolci” io non sapevo il perché, ma ho accettato, passivamente, il fatto, il diritto, che un perché ci fosse, chissà dove e quando, chissa di chi. Non tutto si sa di quello che si scrive; è faticoso, è riposante.
    Si badi bene, le cose da nominare non furono gli arredi del color locale, una napoletanità ammiccante fatta di mare barchette finestrelle di Marechiaro e affini. tutto questo mi è insopportabile. Credo che questo mio ciardino possa essere collocato in una qualunque parte del mondo il cui clima consenta tali fioriture (e quanta neve, anche, devono passare le mie rose); ma è comunque un mondo autocentrato, totalizzante, un mondo che non esiste che in questo libro, nella sua forma e struttura, che non è che questo libro; un “hortus conclusus”, come tu, Giorgio, dici.
    Una questione di lingua: questo, nella scrittura del libro, e soprattutto nell’infinito lavoro di correzione morfologica, mi ha interessato e sedotto, parossisticamente, alla ricerca di una grafia del napoletano che il più possibile (al prezzo, lo so, di una difficoltà concreta nella lettura) restituisse la pronuncia. La scrittura è serva della pronuncia, ma fa fatica ad ammetterlo, surciliosamente presuntuosa pretende di avere ruolo primo fondante e indiscutibile; non diamole ascolto, è un trucco. Quindi, in parte aiutata da una grammatica napoletana, in parte tradendola, ho cercato di rendere il passo del verso, la sua grammatura, la sua pregnanza ponderale. Un esempio: la grammatica, al seguito della pronuncia, impone il raddoppiamento della consonante iniziale laddove al termine della parola che precede si sia dileguata una consonante; e quindi in un segmento come “e mmo’” (e adesso) essendosi dileguata la ti la emme iniziale raddoppia. Ma se in un luogo specifico quel raddoppiamento rischiava di aggiungere al peso del verso un grammo un più, un grammo di troppo, ho disobbedito alla grammatica, e non ho raddoppiato l’iniziale. Ho scritto ascoltando.
    Il lessico, lo so, è povero. Ho rifiutato l’aiuto di un vocabolario, perché volevo strettamente utilizzare quel poco che, da un lontano e limitato ascolto, ricordavo; con l’aggiunta di arrivi successivi, ma letterari soprattutto (vedi ad esempio De Filippo). Come quando si prepara una focaccia con gli avanzi che si trovano in frigo ho voluto utilizzare quello che avevo per costruire, per dire quel mondo chiuso che prendeva, che si dava il nome di ciardino.
    Il titolo. E’ vero, Giorgio, che la traduzione “Se vuoi il giardino” è piatta. Il segmento apre il penultimo testo, “‘A sunagliera”, che sfida a prenderlo o no questo ciardino che è l’unica cosa che ho da dare, sfida ammonendo che il ciardino-mondo è l’unica cosa che abbiamo, e che quindi dobbiamo tenerlo bene, e scambiarcelo, e insegnarcelo a vicenda, perché non vada distrutto. Un nonnulla di ecologia.
    Ma tu, Giorgio, ammonisci che il ciardino può essere metafora della poesia, concedendosi soltanto a chi lo ama. che la rosa segnalibro (il segnalibro lo aggiungo io) può essere metafora della poesia, e della vita, e della Bellezza.
    E così sia, “se nome fedele è il verde”.

    Ad Anna Ventura un grazie particolare in consonanza.

    • Valerio Gaio Pedini

      Mi complimento con Annamaria De Pietro, che in queste composizioni in dialetto mostra una padronanza ed una magia superiore addirittura alle altre sue composizioni ottime in endecasillabi. La poesia dialettale perde con Annamaria la sua a volte provincialità e scontatezza tematica e diviene un’opera universale di una fantasia pregna di significato e di una felice freschezza. Le immagini,i fotogrammi, la musicalità sono tutti ottimi.

  4. cara Annamaria,
    Una volta credevo che si dovesse scrivere poesia soltanto quando si attingesse da una lingua morta, adesso mi posso correggere, si può scrivere poesia anche da una Lingua straniera. Soltanto in quest’ultimo caso la Musa si concede. È davvero un bel mistero. Mi chiedo: perché la Musa richiede questo? Perché la Musa richiede una lingua straniera? Perché, se ha a disposizione la lingua viva che parliamo nella vita quotidiana e nei mass-media? Quale è il nesso che unisce la poesia alla sua lingua non riconoscibile? E perché la poesia si sceglie una lingua (leggi linguaggio) lontana e inavvertita?
    Ovviamente, questi sono problemi che soltanto un filosofo di estetica potrebbe affrontare, io non ne sono in grado, anche se qualche idea ce l’ho.
    Credo che bisogna lavorare molto per estraniarsi dalla propria Lingua. Questo è la prima regola.
    Guardare la Lingua dall’esterno. Questo è il secondo precetto.
    Il terzo precetto è: lasciate ogni speranza voi ch’entrate.
    Il quarto: addestratevi ad essere un puro ricevitore della Phoné.
    Il quinto precetto. Dimenticatevi di essere stati in vita,
    Il sesto è: accogliete la lingua straniera che vi si dà.

  5. antonio sagredo

    Pubblicamente lo dico e, come si dice invano, provo fortissima invidia verso i Poeti capaci di scrivere in dialetto! Rancorosa invidia e gelosia che provano il mio amore per i dialetti! E per questi ineludibili Poeti!
    Non ho parole che mi conducano al patibolo del mio macerarmi… mi mancano… sono assenti… mi sento provato tanto da non poter urlare (parafrasando) come un grande filosofo ateista salentino non atterrito dal rogo: “andiamo a morire da Poeti!” – è quella perla vernacola e scaramazza che mi manca e mi assenta! – la stessa perla che un giorno il divino Carmelo Bene provato dal Male si lamentava – mi disse – che mancava a tante sue meravigliose perle! Ebbene riuscì in tempo a scrivere quel “ ‘ l mal’ de’ fiori” che è un monumento a diversi dialetti… e tale è il monumento che ci dona Annamaria De Pietro, un monumento che i napoletani sensibili devono erigerLe! – e un grano superbo che si aggiunge a quel rosario di gioie e dolori che la napoletanità ha prodotto e donato all’universale!
    Dunque, sono mancante e assente dalla Poesia in dialetto e sento vergogna somma: punto nerastro nella mia presunzione effimera! La Poetessa – e Linguaglossa è coraggioso ad affermarlo – ci dà uno schiaffo di migliaia di rose sonore… rose che mi hanno inseguito e perseguito durante tutta la mia esistenza… non mi hanno mai lasciato in pace, mi hanno tormentato… il dialetto scorre fra rosari, fra i vicoli, e la sua rosa a formare il suo dialetto… rosa!
    Le rose come i seni femminili, come canta Ramon Gomez de la Serna!

    Annamaria De Pietro è un Vesuvio di rose! Rose di lava vesuviana!
    Lingue di lava di rose! Rose che vincono tutte le battaglie…
    Dialetto rossolavico di rose rosse e invernali e… non so che dire… altro…
    Rose dei crocicchi, dei trivi, rose sfogliate e invogliate, rose… su tutto!
    E quella rosa d’inverno come mi ricorda le mie Rose conquistate!
    Rose di Praga fra la neve imminente… rose di Keplero e di pietra!
    La Poetessa accosta spesso la rosa alla neve e all’inverno:

    “Ll’ammore è ‘a rosa, ll’ammore è ‘a neve” >>> e mi fa ricordare anche i miei accostamenti:
    “Cavaliere, tu ascolti un eco:
    “Silenzio è antica neve, o forse di rugiada – direbbe la rosa – mai soltanto
    è un ombra.”
    Ed io ti dico:
    “Sui bastioni ci vuole il cuore!”
    ———————————————————
    “Na rosa viva comm’a na tempesta/ ‘ncopp’a stu mare” ….
    e un altro accostamento…
    (è che, Annamaria, ci siamo rincorsi…)… e leggi qui sotto:
    —————————————————–
    Ricordi d’ossa – e là nel patio, Antonio, hai lasciato il midollo dei tuoi occhi a una fontana di calce,
    e s’attorsero radici d’orbite in risacche in fuga dai marosi, come se il molo il sale divorasse dei venti
    una rosa – australe in quelle terre dove il grido era più semplice di un muggito, e non sapevi scegliere
    tra la Via dei Macelli e quella dei Patiboli – ancelle di tortura!
    ———————————————————
    E adesso siamo avviluppati… dalle Tue rose! –
    Antonio

  6. antonio sagredo

    Ma vorrei spezzare un lancia anche a favore di Ennio Abate, che scrive con maestria in (un) dialetto nostalgico e infantile, le sue ossessioni, i suoi ricordi… malattie della memoria mai tenuta in ombra! Terraferma in tanti scuotimenti continentali… oggi…. da sempre… è così.
    a. s.

  7. caro Antonio Sagredo,

    devo prendere le distanze dalla tua valutazione, le poesie in dialetto campano di Ennio Abate, pur se di pregevole fattura, restano poesie di impianto realistico, nulla a che vedere con l’opera di Annamaria De Pietro che, a mio avviso, resta un unicum nel panorama nazionale. Uno dei grandi limiti della poesia neo-dialettale del secondo Novecento è stato proprio questo: quello di aver pensato la poesia in dialetto esclusivamente su una matrice realistica e meramente semantica.

  8. gabriele fratini

    Bellissime poesie, che prendono il meglio della tradizione napoletana ma ne trascendono l’insistenza sul sentimentale che ha reso celebre la città. Un saluto.

  9. antonio sagredo

    Caro Giorgio,
    non ho voluto fare affatto una distinzione (che certo esiste e ne conosco le differenze) fra la De Pietro e Abate; ho soltanto voluto informare che anche il secondo scrive in dialetto; so benissinìmo che la De Pietro è altra (alta!) faccenda e metto questo in luce col mio intervento, e che mai avrei sognato di scrivere egualmente per Abate… di questi ho spezzato la lancia soltanto per informare….. nulla di più! Le distanze che vuoi prendere da me sono distanze effimere e non hanno ragione di essere poi che non hanno senso… insomma non comprendo quali distanze (adimensionali? o altre?) vuoi prendere… se mai sono distante io… da me stesso!

  10. Durante questo critico scorcio d’estate è un sollievo leggere poesie così fresche.

  11. Ambra Simeone

    Avrei preferito di gran lunga sentirle leggere ad alta voce, le poesie dialettali rendo molto di più quando le si recitano!

  12. antonio sagredo

    silenzio è cantare ad alta voce…

  13. Giuseppina Di Leo

    Intreccio mirabile di rose e cose, di fantasia, di lingua e memoria, una memoria antica come quelle rose antiche che forse non esistono più.
    Proseguendo sulla suggestione emozionale della cara Anna Ventura, se fosse una canzone la colonna sonora di questo chiaro affresco di Annamaria De Pietro sarebbe “Era de maggio”, nella interpretazione di Roberto Murolo.

    Ne riporto li link:

  14. Annamaria De Pietro

    Ancora grazie ai nuovi venuti.
    Ad Anna Ventura e a Giuseppina Di Leo dico che sia Mozart che Era de maggio nella squisita interpretazione di Murolo mi sembrano ottimamente trovati.
    È vero, Ambra, che leggere da sé e silenziosamente un testo in dialetto, con tutti quegli accenti circonflessi e gli altri attrezzi grafici, è un esercizio faticoso, e non solo per chi non conosce bene quel dialetto, e che la lettura ad alta voce arriva più immediatamente a chi ascolta. Ma nel mio caso purtroppo la pronuncia è molto carente, non avendo io mai parlato quella lingua. Magari Lina Sastri? La quale tuttavia per me è forse un po’ troppo de core. D’altra parte l’esecuzione di uno spartito da parte di un esecutore è sempre qualcosa di più e di diverso rispetto all’interna esecuzione dell’autore, perché, non diversamente da quella dell’autore, è un’interpretazione, una traduzione, una traditora, accreditata tuttavia all’ufficio dei sensi e dei significati. Il suono è volagro, e non si lascia mettere il sale sulla coda, se non cum grano salis.

  15. Annamaria De Pietro

    Caro Giorgio,
    rispondo al tuo scritto sulla lingua straniera come lingua della musa.

    In che senso la musa detta alla poesia una lingua straniera? E in che senso, e perché, la musa conosce tale lingua? In quale Oxford institute l’ha imparata? O la conosceva già di suo – prima – altrove? (ma quando, ma dove?) Chi è la musa, o che cosa è? Quando arriva con la sua carpet-bag di Mary Poppins? O c’era già, confusa fra le fate madrine attorno al lettino in pizzi e gale del futuro poeta?
    Perché, e in quali termini, e per quali qualità e quantità la nominata musa è tanto schizzinosa verso la lingua non straniera, quella parlata dal poeta quando parla con sua moglie o col fruttivendolo, o col rettore dell’ateneo, o col prete al confessionale? Che sia un tantino agorofobica? Sì, credo di sì. E perché, e secondo quali modalità e protocolli d’aria e fumo, pone, ma non una volta per tutte(è per questo che è una persona, o cosa, di crucciosissimo governo), la distanza fra la sua lingua, che abbiamo definito straniera, e la lingua del paese, o della città tentacolare? Ha forse da dire, dettare allo scriba con le orecchie ben sturate, ipotesi certissime, certezze del forse che sì forse che no che non debbano essere ascoltate, e ancor più capite, da troppa gente? E questa troppa gente cosa ha mai fatto di male per essere esclusa dalla poetica full immersion? E cosa ha mai fatto di bene (o si confida in alto loco che possa farlo in futuro) il pregiatissimo poeta, lo scriba attento, un po’ chinato di lato, per avere il diritto di pronunciare su quello che è soltanto da un’altra parte, forse, se lo pronuncia, se ne è pronunciato? Dovremo farne una questione di etica, di democrazia, di politica?. No.
    Ma forse appartengono a una regione straniera, dove si parla una lingua straniera (dove uno solo parla quella lingua straniera, perché è una regione con un solo abitante) non solo e non tanto le cose che vengono pronunciate, quanto e di più la loro pronuncia, il sound, l’inflessione che modella sulla linea mossa del suo nastro sonoro la forma, il contenuto, il significato, il senso, l’appartenenza a un ben concertato spartito, delle cose che vengono pronunciate? Sarà dunque ancora più diabolica, perché più sottile, fino all’impalpabilità, la schizzinosità della musa? Il suo canone, il suo luogo vitale sarà dunque spostato di lato, un gioco di nuances, un veder doppio un’immagine sonante che altrimenti, se vista una, tracciata da un unico ininterrotto tratto di penna, sarebbe del tutto chiara, comprensibile da tutti, non straniera? Ma si può dunque e forse pensare che un enunciato pronunciato in un certo modo sia coincidente quanto al significato e al senso con un enunciato pronunciato in un modo diverso? Credo di no. Credo che lo spostamento proprio del linguaggio della musa, il remo spezzato nell’acqua per rifrazione, sia una diplopia costituzionale, e inguaribile.

    Dal versante dello scriba. In che senso, lungo quali forze e vettori, si pone il suo rapporto con la musa? Rapporto esclusivo, coppia chiusa e salda, coppia minima (a cavallo di una vocale, una consonante, un raddoppiamento messo o tolto)? Deve costui fare qualcosa per meritarsi il privilegio? C’è una componente, minoritaria, maggioritaria, paritetica, di volontà, fino al volontarismo, nel suo abbracciare la croce? Cosa ci mette di suo, come afferma sé stesso e il suo esserci da qualche parte, da una parte, a fronte della convocazione sulla via di Damasco (che, sappiamo, è città che non esiste, se non come barriera al limite di un viaggio)? Come, a partire dai suoi attrezzi spettanti, dalla sua lingua comune, dal suo linguaggio socialmente garantito, darà voce ai detti forestieri della musa, non tradendo né sé stesso né lei?
    Qui si scatena la querelle fra le poetiche, i canoni, le scuole, le bande di epigoni in armi. Ma forse quel che conta, quel che accade, è che il poeta osi una procedura di naturalizzazione nei due sensi fra la lingua comune e la lingua straniera pronunciata dalla musa? Che con arrischiata alchimia, ardui dosaggi, e mai fissati una volta per tutte, misuri e mescoli, dai due linguaggi, grammatiche, sintassi, reticenze, apostrofi oltranzose, regole, deroghe, suoni, silenzi? E che tutto questo amalgama profondamente ami? Che ascolti, sé stesso e l’aria che gira intorno, gonfia di frange muse piccole? Che ascolti, e non dimentichi, e che da entrambi i luoghi trattenga, per farne altra cosa, le escare, gli esiti cicatriziali, le sante guarigioni, i riti, i miti? Che tutto conceda a lei, la nominata, e solo così tutto conceda a sé, tutti premiando? Ma da solo, sulla soglia dell’uscio, alla mezzeria esatta di un dizionario, e di un dizionario etimologico, e di un dizionario dei sinonimi e contrari, e di un umile glossario di tutto quello che sta nelle ante e nei cassetti di una cucina?

    Consegno alla tua pazienza, caro Giorgio, una mitragliata di domande. Di risposte siamo sprovviste al momento, io e la musa.

  16. cara Annamaria De Pietro

    ti rispondo, o meglio, tenterò di risponderti.

    La Lingua, ci ha detto Heidegger, è come un mare, noi siamo sempre circondati dalla Lingua, la Lingua parla e noi parliamo, parliamo sempre, anche quando siamo in solitudine. Ma questo che significa? Significa semplicemente che l’uomo è un ente parlante, non può non parlare, anche quando sta muto, in realtà egli parla, parla con sé medesimo. L’uomo è quindi un ente parlante. Fin qui tutto bene. Ma che cosa accade quando questo ente parlante, questo ente che è un non-niente che oscilla tra l’essere e il nulla, comincia a parlare veramente? Cioè quando inizia a porre Domande alla Lingua?. Ecco, in questo preciso istante, nell’istante in cui l’ente parlante (e pensante) rivolge una Domanda alla Lingua, qui, proprio in questo istante, sorge il Logos. Il Logos sorge soltanto se l’ente parlante ha predisposto e rivolto alla Lingua una Domanda. Senza Domanda la Lingua resta nella sua sconfinata confusione dove tutto è analogo o dissimile, dove non ci sono direzioni, dove non c’è profondità né altezza ma tutto è come un fluido che avvolge l’ente parlante come una gigantesca placenta che è la semiosfera.

    Ma dirò di più, l’ente parlante è parlante soltanto quando rivolge domande alla Lingua. Ma cosa sono le domande?, sono quelle espressioni che tutti gli uomini di un dato tempo si pongono in modo inconscio o semi conscio ma senza sapere articolarle in modo conscio e consapevole. Ecco dunque che interviene l’arte a risolvere questo problema, l’arte è quella particolare attività che rivolge domande alla propria Lingua. In questo momento e solo in questo momento sorge, dicevamo, il Logos.

    È probabile però che i contemporanei, gli altri enti parlanti, presi dalla confusione, non riconoscano il Logos di un artista o di un poeta. È possibile, anzi, ciò avviene molto di frequente. resta il fatto che nessun fatto linguistico può essere invocato a-priori. La poesia, il romanzo, la pittura, la scultura etc. sono le risposte che gli artisti danno alle proprie domande, è una sorta di monologo polifonico o dialogo polifonico tra gli enti parlanti. Ma dialogo lo si ha soltanto quando il poeta o il romanziere rivolge alla Lingua QUELLA domanda e non altra. Allora, non resta altro da fare che andare alla ricerca di quella domanda, la quale ci condurrà alla risposta, risposta ovviamente problematologica, che non risolve affatto la domanda ma che la riposiziona su un piano più alto o su un altro piano. Le risposte dell’arte non sono mai apocritiche (cioè non sopprimono le domande) ma sono per eccellenza problematologiche, cioè fanno sorgere, nel tempo, altre domande… E qui ci si accorge che il cammino verso il linguaggio non avrà mai fine, almeno fino a quando esisterà quella Lingua… ma molto spesso le domande traslocheranno da una Lingua ad un’altra, e il processo si riapre verso l’infinita traduzione delle lingue e delle domande…

  17. antonio sagredo

    Beh, passiamo al dialetto della Crtiptologia, per favore!

  18. Una volta un interlocutore particolarmente ottuso, su un blog dove ogni tanto scrivevo, pensando di mettermi in difficoltà, mi chiese: “caro Giorgio, dicci tu qual è la domanda fondamentale”… E’ ovvio che a una tale domanda non c’è risposta possibile e plausibile.
    E appunto questa è la risposta: il Silenzio.

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