TRE POESIE di Emilio Villa (1914-2003) “Nottata di guerra”, “Il bersagliere svegliato morto”, “Ormai” da “Ormai” (1947) con un Commento di Pino Corrias a cura di Giorgio Linguaglossa

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«E che siamo rimasti senza ordine e senza rivoluzione, / magnanimi e caduchi, e sembra bello / aver sbagliato in molti, in tutti» (E.V.).

Emilio Villa nasce ad Affori (Milano) nel 1914 e muore il 14 gennaio 2003. Villa scrive anche in italiano, lingua che però non ha mai amato perché a suo parere lingua di schiavitù d’una Ytaglya pomposamente accademica. Ha preferito scrivere nel dialetto milanese, ma soprattutto in un latino di proprio estrosissimo conio, con saporose deviazioni in greco antico, provenzale e inserti semitici, per approdare infine ad un francese sui generis che farà stordire i nativi di quella madrelingua. La contorsione alla quale sottopone l’idioma, ne deforma l’uso corrente, pur non scendendo mai a velleitarie stravaganze, bensì scavando all’interno del linguaggio ove crea sperimentali inedite situazioni.
Con Villa si concretizza l’evento d’una poesia che è abbozzo filologico ed opera d’ermeneuta in un impasto magmatico ed enigmatico (Tagliaferri in Parole silenziose, Opera Poetica I citata).
Tale non è ancora il caso della raccolta Oramai del 1947, scritta in italiano con ricorsi al gergale e al dialettale e in toni crepuscolari cui allude il titolo della raccolta, di perdita irrecuperabile, toni che tenderanno in seguito ad elevarsi in accenti sempre più accesi ove quell’oramai si tradurrà in nostalgia per una perduta innocenza edenica.

emilio villa cop

In questa visione del mondo la storia è rifiutata: Anche all’osteria crediamo di essere all’osteria, e invece siamo tutti quanti nella storia, buon Pascarella. Invece la storia è uno sbaglio continuo, che non si ferma e non si stanca mai di sbagliare, di rifare, di rivedere, di ricredersi, di affermare oggi per rimangiarsi tutto domani (recensione a Stalin, zar di tutte le Russie di E. Lyons, su L’Italia che scrive, dicembre 1941).
Al rifiuto della storia si ricollega la critica del rapporto tra cose e parole: chi che aspetta di sentire le parole? / o voi / aspettare di sentir le cose tra le cose? Ogni si aspetta / di udire le cose e le parole? Ma chi cosa / e parole che dice, dove sono (Si, ma lentamente, 1954), e Villa opterà definitivamente di parlare parole e non più cose.
Ma di cose si parlerà ancora in La tenzone, finta forma provenzale di scambio alternato di strofe, composta in un impasto di dialetti lombardo e romanesco e parole inventate, un’invettiva contro l’Ytaglya del dopoguerra.
Negli anni cinquanta Villa si impegna a fondere le esperienze di glottologo, filologo, traduttore e poeta per crearsi una propria lingua che Tagliaferri descrive quale espressione personalissima della vocazione neoalessandrina della nostra epoca (in Parole silenziose, cit.), tesa alla coesistenza di esperienze provenienti da culture disparate e soprattutto nella direzione d’un passato remotissimo, verso il mistero delle origini del linguaggio, ben oltre il sincretismo tra ellenismo ed ebraismo?, tanto da chiedersi se un cromlech non fosse più intenso e spasmodico del Partenone o del colonnato berniniano (da Ciò che è primitivo in Arti visive, maggio 1953).

Emilio Villa

Emilio Villa

In quest’alveo confluisce l’esperienza biennale (1950-52) in Brasile, ove la cultura letteraria, specie da parte del gruppo di poeti concreti Noigandres, prendeva a modello Pound, Joyce e Cummings.
Tra le tecniche che acquisisce c’è il collage di frammenti di situazioni liriche, mezzo che risale al découpage poétique di Blaise Cendrars e che avrà enorme fortuna presso Apollinaire, Pound, Eliot, Gide, per non parlare degli esperimenti dada e del recente cut up anglo-americano di Brion Gysin e William Burroughs.
Accanto al collage, compare una singolare variante della glossolalia, che è quel parlare strano già menzionato da San Paolo in una lettera ai Corinzi, una forma presente in certe situazioni di esaltazione mistica presso molte comunità religiose. La glossolalia villana scaturisce dal fermento d’una materia linguistica densa di bisticci fonici, di congetture etimologiche, di accostamenti inaspettati ove il suono genera il senso rischiando ognora il nonsenso. E Villa è sempre disponibile a svincolare l’eufonia dal significato: certi passaggi sono del tutto oscuri pur se qualcosa si percepisce di fosforescente come tra fantomatiche presenze abissali. Ecco la voce d’una Sibilla: Sibilla spuria sibillina discissa per os /  sibilla umbra sedumbrans ad umbris  umbrarumque mysticantia sibilla sexus (in Sibilla Burri) oppure Sibilla labialis, alis labi queas, limine clam / sigillata, sillaba labyrinthia, labilis labi lilium (in Sibilla labia, 1980-84).
Si crea così una zona ove regna il massimo grado di ambiguità semantica in un divenire senza fine. Va da sé che la glossolalia villana è l’apoteosi del multilinguismo filologico, nelle lingue semitiche i giochi etimologici sono frequenti, nonché del neologismo elevato a metodo del comporre: il poeta agisce sulla fisicità della parola, nel sottosuolo delle sedimentazioni linguistiche.
Per fare un esempio, preso dalla raccolta Verboracula (su rivista Tau/ma, 1981) il nome Artemis vien fatto nascere da sequenze foniche sumere e accadiche. Ecco il testo:

leges sumerice arade.me.dim.a
ara, seu akkadice namru h.e.splendescens
splendit splendita splenduit
aut itu, h.e.exiens (luna) in coelo
ovvero
leggi in sumero arade me dim sa
ara? ossia in accadico namru cioè splendescens
splendit spendida splenduit
oppure itu cioè exiens (luna) in coelo

ove ara sumero e  namru accadico significano splendere e me sumero significa il potere divino.
Tali esiti corrispondono al diverso atteggiamento che nel ventesimo secolo lo scrittore ha assunto nei confronti del linguaggio, pensato non tanto quale veicolo di significati, quanto puro materiale da analizzare in un continuo processo di associazioni e dissociazioni che parte dalla Parole in Libertà futuriste e dal linguaggio transmentale zaum? di Velemir Chlebnikov, Aleksej Krucenych e Iliazd, per sfociare nel totale disimpegno dal senso che è proprio del dada. In alcuni autori il pensiero pare svilupparsi dal suono, si tende a pensare con l’orecchio piuttosto che con la testa: suono simile vuol dire significato simile già scriveva Igor G. Terent’ev nel 1919 (in 17 attrezzi senza valore, Tiflis), e in realtà in ogni poeta c’è un aspetto transrazionale.

Emilio Villa

Emilio Villa

In Linguistica (da E ma dopo, 1950) Villa scriveva: Non c’è più origini. Né si può sapere se. / se furono le origini e nemmeno, ciò ch’è conseguente con quel senso di perdita assoluta già adombrato in Oramai. Ma la ricerca d’una lingua edenica non l’abbandonerà mai e l’apparenta a Chlebnikov, anch’egli poeta filologo che scava nelle parole e le ricostituisce con inediti impasti di radici, suffissi e prefissi: l’esperimento linguistico si fa atto estetico. Pure affine alla scissione congiunzione verbale di Villa è la fonoscrittura di Chlebnikov, cioè ricerca di intime fusioni di sonorità simpatetiche e scisse dai significati. Così in Villa il processo di accumulazione tramite l’uso di suffissi e prefissi in un processo di nominazione che è tutto un andirivieni di richiami etimologici.
Centrale, nell’universo poetico di Villa, è il ruolo della Sibilla, vox clamantis in tenebris verborum, che impersona la fondamentale ambiguità del linguaggio tramite la figura dell’enigma, che già per Aristotele è l’antenato della metafora. L’enigma è una messa in crisi della facoltà comunicativa: se la parola è dono divino, ecco che l’enigma è posto dal dio all’uomo in un cortocircuito semantico.
Per comprendere meglio l’idea villana del rapporto tra il divino e l’umano, giova rifarsi agli estratti dell’incompiuto saggio L’arte dell’uomo primordiale, stesi verso il 1965, ove il sacrificio, il sacrum facere, l’uccisione della vittima, è considerato atto nutritivo divinizzante ma al contempo immanente, senza trascendenza: il Nutriente-Nutritivo-Assoluto è pura sostanza e insieme simbolo. L’atto di violenza è positivamente naturale e il segno-incisione-ferita è simbolo di trasfusione di energie vitali. Con la nascita della pittura, dell’arte cosiddetta preistorica, il segno, come espressione del simbolo, tende a sostituire il rito sacrificale. Nell’arte contemporanea Villa vede l’atto del taglio in Fontana, nella cucitura dei sacchi in Burri, nel dripping di Pollock, un ritorno ai segni-simboli primordiali, dai quali l’uomo storico e tecnologico s’è fatalmente allontanato (A. Tagliaferri, in Su E. Villa, il Verri n. 7-8, novembre 1998).

emilio villa guerra

A sua volta l’impossibilità di attingere all’ineffabilità d’un linguaggio primigenio comporta l’accettazione che la poesia non è purezza, ma un compromesso che rispecchia la condizione umana di perdita del divino, dell’infanzia, forse dell’animalità infantile e quindi di caduta, forse d’un peccato originale, d’una colpa oggettiva e di cacciata dal paradiso terrestre, di forzata discesa dagli spazi aerei della selva ancestrale. Se è compromesso, la poesia dovrà accettare la degradazione della lingua, l’informale materico, e in questo senso la poesia di Villa corrisponde agli esisti dell’espressionismo astratto d’un Pollock, d’un Gorky o all’informale tragico d’un Burri: un lessico informale dunque della langue nulle, degré zéro (in L’homme qui descend quelque. Roman métamytique, Magma, Roma, 1974): uno spazio nel quale la frase si dissolve e non sarà più recuperabile che a tratti, rischiando ad ogni passo di precipitare nel vuoto del nonsenso, nel trou del nulla o del caos primigenio? e Trou s’intitolano quattro poemi che si richiamano ai buchi di Fontana, coevi alla serie delle Sibyllae.
Nell’orizzonte poetico di Villa permane un valore astorico, assoluto, quel deus absconditus che è al contempo l’effimero e l’eterno, l’inizio e la fine, l’uroburos.
Se il dada Schwitters crea i Merz con materiali di scarto, dal canto suo Villa schizza con gesto tragicamente derisorio, sul blanc immacolato della pagina, potenza originaria inanis et vacua? ma già Mallarmé aveva scritto che la destruction fut ma Béatrice? un melting pot lessicale che mescola e rimescola serie di bisticci paradossali, una continua deformazione ? contaminazione dei termini, l?uso indifferente di diverse lingue e crea un idioma onnicomprensivo, inarticolato, totale, polisegnico, farcito d’accidenti ortografici e i parole-baule arboraranea (albero-ragno), obnubiubilanti deo (annuvolato-giubilante dio), nuxnox (noce-notte)? e parole scisse? m’ori (un) tur (nascono-muoiono), nomina (nomi-presagi), babelica e ierofantica ricerca dei fondamenti delle cose-parole, spersi nella dedalea Ragnatela di sussurranti millenni?.

 (Commento di Pino Corrias, la Repubblica, 07/01/2005)

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Emilio Villa dormiva per terra avvolto in fogli di giornale. Traduceva dall’assiro. Si pettinava, a metà cena, con un pettinino azzurro. Sputava nel minestrone prima di mangiarlo. Era amato dalle contesse. Cucinava trippe. Campava vendendosi un Consagra o un brano ritradotto del Qohelet. Fondava numeri zero. E dal molto che fece, scivolò dentro al “caldo rumore dei tempi vuoti”.

Vertiginosa fu la sua avventura, per il suo pieno di parole, segni, sguardo, sistematicamente svuotati fino al silenzio della malattia, e al nulla degli addii, e alla (scampata) distruzione delle sue carte. Lui che pure camminò dentro al secondo Novecento italiano, poeta di ermetica purezza, saggista di strabiliante erudizione, cacciatore di artisti, profeta di tutte le avanguardie tra gli atelier di Brera, a Milano, e le soffitte di Piazza del Popolo, a Roma, amico di Duchamp, Breton, Matta, esegeta di Alberto Burri, Lucio Fontana, Piero Manzoni, traduttore della Bibbia e dell’Odissea, viaggiatore senza spiccioli, notturno, eccessivo, innamorato di donne innamorate, che visse tra migliaia di foglietti, cancellandosi.

La sua fama ha avuto parecchie ridondanze, ma sempre in memorie aleatorie, in carte di artisti introvabili, in testimonianze d’occasione, in ricordi quasi del tutto cancellati. Mai un racconto sistematico, salvo qualche pagina che gli dedicò Giampiero Mughini. Mai la trama fitta del suo passaggio.

emilio villa copertina di ExSe ne incarica adesso Aldo Tagliaferri, che gli è stato amico e allievo per una quarantina d’anni, con Il clandestino (“Vita e opere di Emilio Villa”, DeriveApprodi, pagg. 207, euro 14), biografia accurata e persino troppo lineare, cominciando dallo specchio del titolo, lui davvero clandestino per indole, stile, carattere, raccontandoci il filo e i nodi della sua vita, ma poi scordandosi di restituirci l’avventurosa matassa che fu.
Avventura che comincia nel 1914, nebbia di Affori e sterpaglia milanese, padre in eclisse definitiva, madre portinaia, infanzia solitaria e poetica fin dalla profezia capovolta del maestro elementare: «Tu non sarai mai buono a far stare in piedi una frase».

Villa frequenta per un paio di anni il liceo Parini, poi il seminario. Parla correntemente il milanese e il latino. Parla il francese, il tedesco e l’inglese. Studia il greco antico, l’ebraico, il fenicio, il caldeo, segue i corsi di assirologia al Pontificio Istituto Biblico. Ammira D’Annunzio con “tutto il suo carico di gloria e di tristezza”. Legge Nietzsche, ma scivola dentro alla tonante depressione di Cioran con la sua “disgrazia di essere nato”. Studia Leonardo, annota la più bella tra le sue lezioni, quella che dice: «Ogni cosa in natura si fa per la sua linea più breve». Ma naturalmente lui dispera di imboccarla e viaggia al contrario.

Gli rotola addosso la guerra. Diserta, finisce in un campo di prigionia in Olanda, muore di fame, torna in Italia arruolato a forza, scappa, si fa (per l’appunto) clandestino a Milano dove «acquisisce uno stile di vita che gli diventa presto congeniale: compare, se ne va, d’improvviso ricompare dopo assenze anche lunghe e sempre fa perdere le proprie tracce».

Anita Ekberg in Chiamami Buana (Call Me Bwana) di Douglas Gordon, 1962.

Anita Ekberg in Chiamami Buana (Call Me Bwana) di Douglas Gordon, 1962.

A Milano incontra Lucio Fontana. Lo colloca ai vertici della sua idea di arte, con Rothko e Pollock, il vuoto e il pieno della vita che lo attraggono e lo consumano. Viaggia in Brasile, vive svendendo tele e disegni di Perilli, Turcato, Dorazio. Torna, scopre Mimmo Rotella, scrive di Nuvolo, Cagli, Capogrossi. Disintegra il realismo socialista. Quando si trasferisce a Roma vede i sacchi di Burri e li illumina con il suo inchiostro: «Intendevamo i sacchi e le muffe quali parvenze di una stratificazione del mondo affiorato, o come si direbbe “conscio” (…) Erano i materiali più prossimi e analoghi alla suscettibilità e incertezza del deserto mondano, della assurdità totale e incoerenza della storia: i materiali sorpresi nella crisi del compianto».

Abita in case precarie, soffitte, atelier prestati, e qualche volta dorme sulle panchine. Si occupa di tutto, dal teatro ebraico, alla pop art, dal greco antico, alla poesia dei Novissimi. Quando Roberto Bazlen, consulente di Einaudi, lo incontra in via Margutta a Roma, anno 1954, resta affascinato dalla sua erudizione eccentrica e inattuale. Legge i brani che Villa sta traducendo dalla Bibbia. Gli offre il primo (e unico) contratto per continuare a tradurla e consentirgli di campare lungo i perigliosi Anni Cinquanta.

È, secondo testimonianze, “incredibilmente colto, disordinato e sporco”. È piccolo, tozzo, ma con voce che incanta. Ha le tasche piene di poesie, brani tradotti, appunti, illuminazioni. I fogli finiscono dentro a scatole e valigie. Le valigie viaggiano di casa in casa.

Dopo la Bibbia traduce l’Odissea per l’editore Guanda. Scopre i Finnegans Wake di Joyce e dimentica Carlo Emilio Gadda. Ai bordi delle sue disordinate traiettorie nasce tutta la nuova arte italiana che archivia metafisica e realismo, reinventa il pop, asseconda l’astratto, approfondisce il concettuale. Villa è profeta e comparsa di quasi ogni inaugurazione che conti. Scrive presentazioni, cataloghi, ammira Mario Schifano, Lo Savio, Fabio Mauri. Tra i giovani predilige Piero Manzoni, “giovane discendente di Duchamp”, con i suoi batuffoli di cotone, la sua merda d’artista inscatolata, i suoi bianchi poetici. Manzoni un giorno di aprile 1961, lo firma come “opera d’arte vivente”. Villa lo ringrazia in milanese, “brau te me piaset”.

anna magnani

anna magnani

Nanni Balestrini che all’epoca dirige la Feltrinelli e pure lo ammira come poeta («grande abbastanza da affiancarsi a Montale») gli pubblica Attributi dell’arte odierna 1947/1967 che rimarrà la sua unica raccolta non clandestina di scritti, anche se oggi introvabile.

Cancellandosi e disperdendosi, Villa accresce lo stupore degli altri e la propria solitudine. «Uomo esule – scrive Tagliaferri – di un mondo cattivo del quale non bisogna essere mai partecipi». Uomo senza alcun rispetto né interesse per le cose che abbandona appena lo ingombrano, come un armadio con le ante dipinte da Nuvolo, come una Prinz mai usata, come una scultura di Lo Savio, come una intera cassa di manoscritti. «Persino la Pietà di Michelangelo presa a martellate lo lasciò del tutto indifferente».

La sua vitalità (cibo, scrittura, incanto per il teatro di Carmelo Bene) viaggia verso un orizzonte perfettamente nero. Non c’è sapere trasmissibile. Non ci sono parole per spiegare. Non c’è soluzione all’enigma. Non c’è uscita dal labirinto. Scrive: «Guardavo, scrutavo l’orecchio di mia madre, quello di mio fratello? e sempre la stessa cosa: vedevo il labirinto, il canale che portava a un punto buio, e in fondo deve esserci l’abisso, un abisso grande come il pozzo in campagna, come certi strapiombi del sogno (…) Quella era forse la primissima idea del labirinto di cui l’uomo è al tempo medesimo architetto e prigioniero, ideatore e vittima». Poi venne l’ictus che gli tolse per sempre la parola, anno 1986, e la paralisi…

Totò

Totò

da Oramai (1936-1945; edizione 1947)

da Emilio Villa “L’opera poetica” L’Orma, Roma, 2014 pp. 770 € 45
Nottata di guerra

La notte che c’era il nubifragio, molte mamme
addormentate nella piena con la lingua secca,
io cominciavo a immaginarmi la ragazza
che adagio se la sfoglia, e dice: «ce l’ho lunga,
rara, rosa, bella» e trema come una foglia:

e l’erbe parvero sanguinare sotto la forbice dei lampi,
e noi non per niente dovevamo pensare alla salsa
inglese, alla trota moribonda con gli occhi nel sugo
delle vetrine tra le foglie di senna, con il prezzo
al minuto sul banco marmoreo, e alla stadera: allora,

primizia colore di pelle di pollastro, filamentosa,
una figliola in bianco poggiava le sue tette stagne
sul cristallo delle bacheche, e con il mignolo
piluccava l’uvetta nel mollo del panettone:

era la notte che c’era il nubifragio, e molte
ruote di lontano perdevano i tubolari nella palta,
e una zona di ragne baluginanti per l’aria alta,
orme sovrane e incerti passi sull’immobile
insonnia che divide i morti di qua dai vivi di qua.

.
Il bersagliere svegliato morto

C’è chi sogna in sogno i guadi degli specchi, e chi nel sogno,
e c’ chi mangia in sogno radi
minestroni d’avena o di tritello con i ceci secchi, e mela

gelata:

però non sapevi dire le cose che so dire io, c’è differenza
seria, e facile
forse non ti sembra il dire le cose di valore
sull’argomento di un soldato morto, anche

davanti a un gregge di colonnelli repubblicani
in adunata: eppure parli;

parli, e c’è chi misura il terreno e chi il creato,
chi governa la patria desolata dei fenomeni,
senza o durante il buio: rode

allora umiltà la tua umiltà, e requie
la tua requie:

è larga come il sacco a bottino la tua voglia
paesana di morire in tanti, a mille e mille
e non più mille, in grande abbondanza:

e si sa mai, si sa: la branda
carica, la mattina del 15/6
di giugno, si sa mai: o è scoppiata
una bomba a mano in sogno, e il cuore
non ha tenuto: oppure hai sognato una fame
così viva, così generosa, così
per tutti, da morire tu da solo, uno
per tutti noi che dormivamo vicini alla tua branda,
rattrappiti, come zampe di gallina
nel gelo:

sveglia, Remo, salta su,
c’è la stufa da inviare, la vita
della vita incomincia dopo la sveglia;
e ricomincia dopo il contrappello, quella tromba; e

“durare” te lo dissi in fondo alla palta in postazione
“e durare è un’usura, un sopruso”, le parole
di un intellettuale sono profonde…

ma chi in questi giorni, a queste aree crepa
è un fesso, è un mascalzone, un traditore:

e tu lì smorto come una patta lavata,
e guardavi fiorire di coralli e miche e colla
i fili delle vergini sulle travi del plafone;
la saliva era il sapore, nel cielo del palato,
dell’ultima mattina di tua vita, tremolava
come l’acqua specchiandosi sul cielo degli archi

nei pomeriggi che c’è il sole: nessuna femmina
potrà mai scrivere di essere stata tua moglie,
adesso che i tuoi testicoli uno direbbe che sono

il collo del tacchino assassinato fuori del campo:
e penserebbe cosa strana di trovare
il bottoncino madreperla delle mutande

cucito con il refe nero: e tu non puoi continuare
a vedere i tuoi occhi fiorire nel gelo, i tuoi occhi
non vedono più il tuo sguardo scintillare come la mica

negli oblò dei tendoni le sere verso il tardi:
e l’aria del tuo cranio ora rimonta la rugiada
teutonica, il cranio è un uovo spaccato nottetempo
contro le cripte della sigfrido:

e così solo tu mi sembri la medesima
tua dècade, il tuo

stesso nemico senza fine, e poca
lealtà; mentre le facciate lunghe di Milano
sorridono malinconiche chilometri e chilometri

di nebbia al di là delle alpi: il merlo
è volato sul cotogno: e c’è chi sogna
il sogno; e la trasferta?

Senti dalla finestra una voce rovinata:
E il terzo battaglione
è il figlio della vacca?
la truppa è stanca morta
un mazzo che ti spacca!

Marcel Duchamp

Marcel Duchamp

Ormai

Un giorno la giovinezza, con circospezione
abbandona arbitrariamente i capolinea. Ecco.
E io ricordo le finestre che s’accendono al pianterreno
sul vialone, e somigliano così profondamente ai radi
ragionamenti che faremo sul punto di morire,
in articulo, con l’ombra degli amici, a fior di mente.

Invero
non so più se viva tra le secche
ancora il suo tepido serpire, adesso,
in province gelate, come una romanza
fine e perenne sul filo della schiena, ma davvero
so che nelle lacrime lombarde, ove credemmo
di mieterci a vicenda, vagabondi baleni
dissipavano i veli nuziale alle riviere.

Ed era un nome d’alta Italia, a ripensare bene,
era un nome questa raffica, che non osi
più inseguire? E la felicità dell’occidente
si salva in occidente?

Disabitate ormai le alzaie, e disperando
ormai del nostro sentimento (e la nebbia
ormai mietuta che ci stringe a mezza vita),
disabitate le alzaie e disperando ormai,
se la patria fosse una cittadinanza unica, reale,
andrebbe ricordata in un risucchio, a capofitto
per le celesti aiuole, la parte più dimessa
del nostro pensare lontanamente: andrebbe
ricordato uno spesso passaggio di brumisti
e di taxi, quel che tossisce sul margine caduco
del Naviglio, o libero tra le pioppe luccicanti
che i diti dl vento tamburellano lassù, il brivido
dell’ultimo brum, in una corsa matta, che ci porta
via tutti i fanali e il nostro cuore salutando.

39 commenti

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39 risposte a “TRE POESIE di Emilio Villa (1914-2003) “Nottata di guerra”, “Il bersagliere svegliato morto”, “Ormai” da “Ormai” (1947) con un Commento di Pino Corrias a cura di Giorgio Linguaglossa

  1. antonio sagredo

    Sono curioso di leggere quanto e come scriveranno i partecipanti a questo blog su Villa… sono curiosissimo – molti diranno che lo conoscono senza aver letto mai nulla!… per molti una scoperta / e se avvertiti /: sconvolgente!
    Lo incontrai più volte dopo che Ripellino (che stimava moltissimo Il Villa) me lo segnalò nell’autunno del 1970 – ricordo indelebilmente un incontro-lampo a casa di Carmelo Bene.
    mi riservo l’ultimo intervento per il miglior Poeta del ‘900 italiano! e che non teme affatto i grandi europei per la varietà in specie dei suoi interessi sempre di profonda e alta qualità!
    E avanti con le sciocchezze o con la serietà d’intenti!
    a. s.
    —————————————————————-
    è una lama d’assenza che ci unisce
    (Emilio Villa)
    —–
    Consegna alla Sibylla il tuo oracolo non scritto,
    fa che l’Enigma resti inattuale e inappagato,
    procedi inesistente lungo la demarcazione orale
    perché dell’Uno non resti il Tutto, ma un Responso.

    E se di frenesia s’è nutrito il Labirinto avido
    dopo il pasto di specchi e d’onniscienze, immacolata
    è la rivolta d’un oggetto che nega alla bianca pagina
    d’essere simile alla sua distruzione inascoltata.

    Il mio Testamento fu ed è un Dedalo dove Pizie e Arpie
    reclamano dagli Ordini la mia dissipazione, e il Canto
    d’una parola che crocefissa manca un fine non spiegato
    o assenta il Fondamento che la genera e la nega sussistente.

    antonio sagredo
    Vermicino, 07-10/03/2005

    • Caro Sagredo, noi partiamo svantaggiati: Tu l’Emilio l’hai conosciuto e di persona quando io avevo 6 anni. La mia prima poesia risale a quando ne avevo 9 (sei un albero/ con le radici sopra/con le radici sotto), notevole per un bimbo di terza elementare e senza TV all’epoca.
      Di Villa ho leggiucchiato in gioventù ma, ad essere sincero sincero, l’ho conosciuto bene dopo che il prefatore di Thalia accostò la mia poesia alla sua, immeritatamente aggiungo, anche se l’ambiguità semantica forse è un punto d’incontro.
      Allora non ho potuto non indagare a fondo.
      Tralascio analisi sulla poesia di Villa. Ho apprezzato molto le notizie fornite da Giorgio a riguardo, tanto che anche io come Villa ho buttato un hard disk (sono moderno) pieno zeppo di testi. E qual è il gesto valido? Il suo, provocatorio, delle pietre nel Tevere riportato nella sua biografia, oppure il mio, atto di ribellione con me stesso?
      Chi volesse essere ironico avrebbe molto da speculare…

      Ammiro di Villa la sua posizione irriguardosa rispetto all’entourage, l’uso del dialetto, la creazione stessa di una lingua neolatina. Il clandestino del Novecento, come ebbe a definirlo Tagliaferri.
      Se dovessi pensare a un suo referente in pittura penserei a Burri.
      Ma non ritengo la sua anti-poesia. L’anti-poesia non esiste (mi dispiace per Ivan) come non esiste l’anti-pittura, l’anti-scultura, l’anti-cinema o l’anti-canto (fischiare è anti-canto?).
      Esistono invece gli ANTIpodi, gli ANTIpatici.

      Ringrazio Almerighi che qualche mese fa mi ha inviato un e-book di Villa che ho letto con grande, grande piacere.
      Come vedi, Sagredo, almeno 4 o 5 di questo blog, grazie a Flavio, sono preparati in materia :-)))

      Saluti e salute

    • Sagrè, ma era EMILIO o CLAUDIO quello che incontrasti nel ’70?

  2. Emilio Villa
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2015/03/21/tre-poesie-di-emilio-villa-1914-2003-nottata-di-guerra-il-bersagliere-svegliato-morto-ormai-da-ormai-1947-con-un-commento-di-pino-corrias-a-cura-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-6358
    Si tratta del più grande esempio di ribellismo italiano del Novecento. Villa non amava le cose italiane da lui chiamate «italiarde». Si sa, l’Italia è stata la patria di ribellismi e di municipalismi, di anarchismo, di individualismi, di particulari e di personalismi… in tal senso la poesia e la persona di Emilio Villa rispecchiano bene questo carattere tutto italiano (nel bene e nel male) con la sua dose massiccia di irriducibilismo a nessuna etichetta o categoria o partito o chiesa o confraternita… mitica fu la performance di Emilio Villa quando pubblicò alcune poesie scrivendole su dei sassi che poi gettò nel Tevere, compiendo così un atto di omicidio, un rito sacro, un rito sciamanico, una performance, un atto di esibizionismo e di narcisismo (le interpretazioni possono essere le più varie). Certo, l’atto di distruzione disseminazione dei propri testi è un atto vandalico e sacro al contempo, un atto di pubblicizzazione estrema dell’egolatria e del proprio narcisismo di cui Emilio Villa soffriva in dosi altissime, la stessa sua idiosincrasia per l’Italia e tutto ciò che fosse targato Italia, era un atto di irriducibile ribellismo e di anarchismo intellettuale, di qui la sua repulsione verso ogni ipotesi di confezionare la propria poesia per la divulgazione e per l’entratura nei meccanismi editoriali e istituzionali, tantomeno per essere letta da un pubblico da lui negletto e negato. Villa tutto voleva tranne che influire in qualsiasi modo sulla poesia del suo tempo, la sua è stata una strategia della disparizione e della disseminazione, una strategia dell’autofagia e di automitologia nell’ambito di una consapevolezza vivissima della inutilità dell’opera d’arte e, in particolare della poesia.
    Questo è stato il suo intento e la sua strategia, e fu ripagato con la stessa moneta dalle istituzioni. Montale non lo aveva certo in simpatia, e neanche Pasolini… gli altri poeti influenti del Novecento hanno fatto di tutto per tenersi alla larga da questo fenomeno tutto terragno e coelicolo, da questo anticorpo estraneo alla tradizione italiana che voleva intransigentemente apporre la propria firma sotto il protocollo della disparizione della poesia italiana del novecento da lui rigettata e certo non amata.
    Che si può dire della poesia di Emilio Villa? Il discorso sulla sua poesia sarebbe lungo e tortuoso ma può anche essere breve: non ha influito per nulla sulla poesia italiana del Novecento, la sua poesia è cresciuta su di un ramo periferico della poesia italiana, non è diventata mai adulta, non si è mai arrischiata a confrontarsi con la poesia italiana (istituzionale)… ed è stata colpita dal destino avverso del disconoscimento e dell’incomprensione. Che del resto era proprio l’intento di Villa quello di non essere riconosciuto da nessuna fazione intellettuale e di essere semmai, in un futuro più o meno prossimo, depositato nella teca di un qualche Museo degli Estranei (idea ottima che penso si debba erigere prima o poi in Italia).
    Il mio pensiero è che Emilio Villa abbia volontariamente gettato alle ortiche la possibilità di diventare un poeta vivo e rappresentativo del Novecento. E questo suo desiderio è stato generosamente esaudito da tutti (soprattutto dai suoi ultronei cultori di oggi).

    falsa, la bandiera di tutti: i nostri più prossimi parenti
    sono la stolta, stolta

    patria oramai e l’aria densa, queste faccende occulte:
    pignate che levano il bollore in tutta Italia e l’umido
    che semina un ovale color alito, un flusso basso,
    e penso a Montale che fa il verso alla ghiandaia,
    alla bellezza oscura, al sasso irato, con uno strido
    ma forse troppo corneo, o più puro lamento.

    da Ormai “A una mezz’alba”

  3. Valerio Gaio Pedini

    Antonio, tu le mie parole le conosci. Quindi mi astengo da argomentazioni critiche che pongo nei miei saggi. I restanti devono solo rubare dall’acume e dalla passione della personalità più importante e interessante del NOVECENTO (non Italiano, pe rispetto di Villa stesso).

  4. Sventurato paese che non ti accorgi mai dei tuoi figli migliori, ma coccoli e nutri al meglio la peggior feccia.

  5. Oltre al suo talento personalissimo mi colpisce la sua biografia : un ego che è la cattiva coscienza di un sacco di gente , invero …

  6. Non conoscevo Villa, né sapevo della sua esistenza. C’è una cosa però che non mi è molto chiara nelle notizie biografiche. Da quanto si legge, Villa conduceva una vita che potrebbe far pensare a quella di un filosofo cinico. Nessun interesse o attaccamento alle cose materiali, il totale disinteresse per il suo tempo e il suo paese, quando non anche il disprezzo, la poca cura di sé, il rifuggire da ogni situazione e legame stabile. Ma, allo stesso tempo, una cultura vastissima e bizzarra, la curiosità coltivata liberamente al di fuori di ogni studio accademico, per lingue e culture ormai estranee alla società contemporanea e frequentate solo da eruditi. Lo si direbbe un uomo in perenne fuga dal mondo, dal presente, da sé stesso. Un disadattato, un maledetto che ha fatto della sua vita, come Peter Schlemihl, un eterno vagare.
    Però – e qui starebbe la contraddizione – da quanto si legge frequentava moltissimo il mondo degli artisti e non certo sconosciuti, al punto da averne molti per amici, da cui era evidentemente amato, dato che gli regalavano le loro opere che poi lui buttava via. Ma anche le contesse pare lo amassero. E quegli artisti e quelle contesse erano alacri frequentatori di salotti letterari e non. Ma allora Villa non li evitava del tutto? Non mi è chiaro.
    Non era un ignoto, tutt’altro, nemmeno nel mondo delle lettere. Che poi sia stato respinto nell’ombra in favore di poeti più facili e istituzionalizzati, non è strano per le nostre patrie lettere.
    Forse, al di là della meraviglia che i suoi testi sinceramente suscitano, soprattutto quei pochi citati nella nota più che quelli postati – ci sono degli aspetti di rilevanza clinica nella sua vita, che si trovano più di frequente soprattutto fra i pittori e i musicisti, più che fra gli scrittori e i poeti.
    In Italia ne abbiamo pochi esempi, fra i poeti intendo. Anzi, come lui non me ne viene in mente nessuno. Li si dovrebbe cercare fra i Maudits o la Beat generation. Sì, in effetti aveva ragione a non riconoscersi come italiano, dato che il carattere nazionale, a differenza di quanto si dice, è gregario, anti individualista se non per quanto riguarda l’interesse personale, codino e reazionario.
    Villa, in effetti, era l’opposto di tutto questo. Mi ricorda soprattutto il sublime Schwitters, che costruì nel corso della sua vita la monumentale Merzbau, un enorme monumento fatto di rifiuti, residui, oggetti trovati, d’ogni sorta e provenienza, oggetti sopravvissuti a sé stessi e galleggianti nel vuoto della memoria. Proprio come i foglietti e gli appunti svolazzanti di Villa, quasi unico monumento della sua esistenza.

    P.S. Finnegans Wake significa “La veglia funebre di Finnegan” (l’apostrofo del genitivo sassone è volutamente omesso da Joyce), dunque non è “i Finnegans Wake” ma “la Finnegans Wake”.

  7. Ivan Pozzoni

    Villa e Bukowski. Bellissimi, entrambi. Chapeau!

  8. https://lombradelleparole.wordpress.com/2015/03/21/tre-poesie-di-emilio-villa-1914-2003-nottata-di-guerra-il-bersagliere-svegliato-morto-ormai-da-ormai-1947-con-un-commento-di-pino-corrias-a-cura-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-6386
    Scrive molto acutamente Aldo Tagliaferri in ordine alla poetica di Emilio Villa alcune considerazioni sulla «glossolalia» come fenomeno di cui ci parla San Paolo in una lettera ai Corinzi. Ebbene, che la matrice filosofica di un tale concetto sia di origine mistica e religiosa, mi pare non ci sia dubbio alcuno. Emilio Villa cade nell’irrazionalismo, fa poesia a partire da una posizione di poetica alquanto discutibile sotto il profilo filosofico, dire che si tratta di una ingenuità e incongruenza filosofica, è il meno che si possa dire. Intendo dire che la «glossolalia» non fa parte delle categorie estetiche e/o filosofiche, è una mera aspirazione religiosa affinché il «fedele» accolga l’«evento» divino sotto qualsivoglia lingua o pseudo lingua o pre-lingua esso si presenti. Paradossalmente, questa concezione della poesia come «glossolalia» è una ipotesi di lavoro arbitraria e fuorviante che porterà fuori strada la ricerca poetica di Villa, ed è paradossale che una tale impostazione categoriale presente nella sua poesia troverà (e trova) dei punti di contatto con l’ideologia dello sperimentalismo più spinto che ha imperversato nel secondo Novecento italiano (ed ha tuttora i suoi fedeli adepti). Sono le forze numinose che parlano attraverso il linguaggio poetico (per il tramite di una concezione misterica e teologica del significante), sono le forze misteriche della «Sibilla». Insomma, siamo alla paccottiglia filosofica di matrice villiana. E, sia detto una volta per tutte: il «multilinguismo filologico» di Villa è un concetto dilettantesco che non poggia su alcun fondamento linguistico della linguistica e/o filosofico. Leggiamo:

    «Accanto al collage, compare una singolare variante della glossolalia, che è quel parlare strano già menzionato da San Paolo in una lettera ai Corinzi, una forma presente in certe situazioni di esaltazione mistica presso molte comunità religiose. La glossolalia villana scaturisce dal fermento d’una materia linguistica densa di bisticci fonici, di congetture etimologiche, di accostamenti inaspettati ove il suono genera il senso rischiando ognora il nonsenso. E Villa è sempre disponibile a svincolare l’eufonia dal significato: certi passaggi sono del tutto oscuri pur se qualcosa si percepisce di fosforescente come tra fantomatiche presenze abissali. Ecco la voce d’una Sibilla:

    Sibilla spuria sibillina discissa per os / sibilla umbra sedumbrans ad umbris umbrarumque mysticantia sibilla sexus (in Sibilla Burri) oppure Sibilla labialis, alis labi queas, limine clam / sigillata, sillaba labyrinthia, labilis labi lilium (in Sibilla labia, 1980-84).

    Si crea così una zona ove regna il massimo grado di ambiguità semantica in un divenire senza fine. Va da sé che la glossolalia villana è l’apoteosi del multilinguismo filologico, nelle lingue semitiche i giochi etimologici sono frequenti, nonché del neologismo elevato a metodo del comporre: il poeta agisce sulla fisicità della parola, nel sottosuolo delle sedimentazioni linguistiche».

    • Ivan Pozzoni

      Penso che Il bersagliere svegliato morto sia un esempio sublime di anti-«poesia» (nella mia accezione di anti-«poesia»). Per il resto, convengo con Giorgio: non appena Villa oltrepassa la «soglia», si inoltra tra i monti, nella regione de oi barbaroi, dell’ira di Achille, si smarrisce, con esiti distruttivi e sibillini. Perciò ho accomunato Villa e Bukowski (che, nella metodologia della «forma-poesia» non hanno niente in comune e hanno moltissimo da condividere nella metodologia della «bio-poesia» o della «biografia-poesia»). Non vedo l’ora di avere in mano il volume del Tagliaferri che, su Villa, ha lo stesso valore dell’ottimo volume di Howard Sounes su Bukowski. Bukowski, a differenza di Villa, riuscì a restare sulla «soglia», a vivere la «situazione-limite», con anticipo spaventoso sulla storia, e a farne «bio-grafia».

  9. gabriele fratini

    In generale mi sembra un autore troppo esaltato dagli abituali frequentatori di questo blog e troppo dimenticato dal resto del mondo.
    Chiudo il breve commentino cerchiobottista aggiungendo “testicoli” al mio personale antivocabolario lirico.
    Un saluto.

  10. In queste poesie trovo la disobbedienza coerente narrata nella sua biografia, e avverto la presenza di elementi utili che ci riguardano. Pare che Villa giochi d’anticipo, in questi versi:
    … e disperando ormai,
    se la patria fosse una cittadinanza unica, reale,
    andrebbe ricordata in un risucchio, a capofitto
    per le celesti aiuole, la parte più dimessa
    del nostro pensare lontanamente
    (…) andrebbe
    ricordato (…) il brivido
    dell’ultimo brum, in una corsa matta, che ci porta
    via tutti i fanali e il nostro cuore salutando.
    A me pare che questo “risucchio” – ah i poeti! – valga più di post-modernità e post-quasivoglia d’altro. Ma se è pratica contraria e rigetto del divenire, allora quella sua glossolalia (che non ho letto) forse lo pone al confine nel passaggio formale dello sperimentalismo; nel senso che non ne avrebbe la paternità in quanto il suo anticipo difetta nella mira. Quindi un caso isolato… si fa per dire perché la storia dell’arte ne è piena, e spesso si tratta di figure che ci sono rimaste nel cuore. Per chi gioca d’anticipo è sempre questione di tempo: queste poesie sono dense di realtà inalterata, e pare a me che Villa guardi molto alla forma come a volerla disfare per inseguire nuove prospettive; che la storia del suo periodo non ha confermato, e forse lui già lo sapeva se è vero che molte poesie le ha, come dice Linguaglossa, suicidate.

  11. antonio sagredo

    Bisogna essere grati da decenni a Tagliaferri e per ultimo a Cecilia B. Minciacchi (edito da Edizione L’Orma – in ottobre 2014 – L’OPERA POETICA del Villa si intende non completa,- come lo si fa a completare?! se non leggendolo privatamente—ma è possibile? No!)… grati ancora allo Studio Varroni (in Roma, via Saturnia, 35) – Villadrome – che dal 9 ottobre al novembre 2014 ha esposto materiali originali del Poeta e pubblicato per l’occasione da “Eos Libri d’Artista” un catalogo illustrato in 151 copie! Avete perso tantissimo, che >

    > “certo verrà una qualunque /primavera a cancellare il tuo nome, inverno”
    —-
    Era notorio che il Villa avesse presente i russi, specie Velemir Chlebnikov (che aveva in mente di realizzare un Sistema periodicio della Parola – sulla falsariga del Sistema periodico degli elementi chimici-, attingendo al lontanissimo passato – proprio lui il padre dei futuristi russi! – il futurismo quanto è arcaico!) e Aleksej Eliseevič Kručënych e tant’altri poeti e artisti russi – ( apprende le tecniche dello zaum ( linguaggio trasmentale) e della lingua stellare… e tant’altro che la lingua (qui, la russa) ha subito e imposto – tramite linguaggi diversissimi con varianti/invarianti tratti dall’arcaico slavo; da par suo Villa incassa e squassa le lingue del medio oriente! – traduce ri-traduce i testi antichi: agisce da folletto – razionalissimo – sulle lingue!), e agisce nello stesso tempo sulla/nella/per/dentro e fuori le lingue tutte che possiede ecc. …[riconferma quanto già risaputo Pino Corrias]. Un tipo come lui non poteva non percorrere i binari degli “irregolari” che regolano la storia con la Sybilla!). I grandi “irregolari” – poeti, scrittori, artisti del secolo XX° – occidentali e non – gli rendono omaggio… omaggio ed elogio all’ultimo cronologico della loro classe! —– sul blog: intervento imbecille del solito Fratini: minuscolo nanetto che s’arrampica sull’alluce di Villa senza accorgersene che è tutto un Tibet! – Francesca incappa invece in una contraddizione che non c’è… questo perché dovrebbe leggere e sapere tutto di Villa che non sa ancora e che le occorreranno anni di studio!) – Riprendo… con Balestrini per cui Villa è «grande abbastanza da affiancarsi a Montale»- : non solo non l’affianca !!!ma non può competere il Villa per difetto ed eccesso di conoscenze estreme!!!…che non s’accorge nemmeno della sua esistenza, cioè di questo poeta-doganiere tra l’altro sopravvalutato… — e balestra che non centra (nemmeno affianca il centro!) se non l’errore tragico a cui soggiacciono critici e poeti-critici: non capiscono nulla! (Majakovskij e le schiere dei Poeti delle leggende giovani!)—– Povero Carmelo Bene che si dispera per la scomparsa di Villa (dov’è finito, dov’è andato?) da casa sua e dalla sua vita quotidiana … il solo a cui appioppò – nella sua Autobiografia – la parola genio al suo farsi/disfarsi tra /nelle/con i linguaggi e lingue, ripeto… il Poeta frequentò per certo periodo l’immortale e irregolare enfant prodige non solo teatrale, poi – gli -scomparve di botto! Sottrasse al Carmelo il privilegio del sottrarsi per primo dedicandogli la celeberrima “Letania”—– Nel blog sono proposte poesie comprensibili: non si poteva fare né di più né di meno. Giorgio Linguaglossa non lo ama più di tanto: ognuno ha i suoi amori, talvolta senza possederli! Da parte mia questo modesto dono alla figura “villana”…, pardon “villiana”! :
    da : SERENDIPITY

    Gli ossi, la casa e il doganiere non hanno senso per me
    e pure le altre corti, ignare, che ci circondano gementi.
    Coraggio, entriamo gioiosi, nati ieri, nella Villa accesa.
    Le mie Legioni hanno bisogno di scongiuri: che auguri, ZanZan!
    Contro tutti difendo la celeste AMO dai compagni
    e dalle capre, dai falchi, con eurovigore!
    Dalla Boemia invocai: A cha Kandicha!
    Bendir, Bendir siamo giunti a Tarab! A Toledo!
    Gioia del sama’: palme… lagrime… arrabbìche!
    O notte salentina! O folle Carmelo!
    Ya lîl!… ya lîl!
    La bestia senese divorai sul Ponte delle Legioni,
    sotto i rossi lampioni m’inseguiva il famelico Campana,
    mi… mi tallonavano le sue visioni levantine.
    Imbianchini, insanguinate i candelabri, le croci, le moschee!
    Nelle vostre piazze versate cisterne di occhi, artigli di tigri!
    Come arlecchini i tre profeti insozzate
    di succo di mirtillo!
    Dissacrateli!
    Distruggete i loro inferni e i loro paradisi!
    La terra?
    Purificatela!
    L’anima?
    Hanno mutato in eresia!
    Nutrivo di radici immaginarie le brughiere,
    i miei occhi infanti, di pietra!, sono esplosi,
    esplosi i vessilli su torri saracene!
    Io, 12 enne: Padre mio, quando ritorna Oriente?
    La luna sembra una moneta di rame…
    lalla illali… lalla…
    mi girano intorno statue colonne bifore…
    djinns! djinns! djinns!
    Era nerastra la torre moresca, dai merletti
    gettava il silenzio nello strazio, come un affondo di stiletti…
    lilah! lilah!
    dagli arazzi liquefatti ai campanili ammutoliti
    le umide lancette spente… alle cinque della sera.
    Finzioni,
    abbiate pietà!
    aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah,
    ho paura!… ho paura!… se svanisce la stranezza antica dei profeti!
    il loro – incanto!
    Tracciavano sui cuori eretici verità ambulanti:
    meridiane informi… tangenti di progresso… ellissi innominabili…
    deff… duff… deff…
    I ponti divorati dagli arcobaleni, i suicidi dai marosi.
    Sciagurati attori, dietro le quinte, misuravano i loro gesti
    su tavolette d’argilla col suono di creta delle destinazioni:
    percussioni di scritture dette e non comprese.
    taratîn… taratîn… taratîn…
    Offerte della rivelazione: sciocchezze!
    Rivelazioni dell’offerta: sciocchezze!
    Via il Coro:
    al-B-usc… usc… al-B-bee… b-bee… al-B-lai… b-lai… al-A-azar…!
    ———————

    Antonio Sagredo
    Vermicino, 24-27 novembre — 1 dicembre 2003

  12. gabriele fratini

    Gentile (?) Sagredo, non le rispondo perché rispetto le persone anziane. Solo per questo.

  13. Giuseppina Di Leo

    Una poesia lontana quanto più è possibile dai buoni sentimenti, anzi feroce. Una scoperta.

  14. antonio sagredo

    Caro Fratini, non ho scritto che Lei è un imbecille, ho scritto che quello che ha scritto è un commento imbecille. Deve sapere che m’aspettavo da Lei questa reazione, ma non ha analizzato come doveva analizzare. Intanto persone intelligenti scrivono cose imbecilli (e non vedo perché non debba essere così), questo non vuol dire che lo siano, come le cose che scrivono! Come al contrario persone davvero imbecilli ( e non è il Suo caso) scrivono cose intelligenti (e non vedo perché non debba essere così). Questo è chiaro, e va bene per tutti i partecipanti al blog., che prima o dopo devono aspettarsi da me similari risposte.Poi sono anziano soltanto anagraficamente, il resto è giovanissimo, cominciando dalla mente e spero fino a 95 anni! Ecco, se Lei avesse compreso questo non avrebbe scritto “non le rispondo perché rispetto le persone anziane”. Ma poi che mi sento giovanissimo, Lei mi ha mancato di rispetto, non alla persona anagrafica intendo, ma quel che è peggio… al mio spirito!
    A. S.

    • Valerio Gaio Pedini

      Ma Fratini, lei,simpaticone, non deve rispetto ad alcuno, come d’altronde Antonio non lo deve a lei (poiché pare proprio vero che oltre a commenti imbecilli poco sa scrivere e recepire degli scritti altrui, ed ergo non ha l’umiltà di piegarsi alla poesia e agli autori, quindi è un autore mediocre, e lo si capisce!)Ma Antonio è tutt’altro che vecchio. Spesso è più giovane di me, e ho detto tutto. Ave Antonio, Ave Fratini (per restare in tema di preghiera) e ave tutti noi!

      • gabriele fratini

        Dai volgari Pedini e Sagredo mi aspetto di tutto ma te Pozzoni sei una delusione. Saluti.

        • Valerio Gaio Pedini

          Il moralismo è immorale. Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate.

        • Ivan Pozzoni

          In realtà continuavo la cantilena di Pedini: “Ave Antonio, Ave Fratini (per restare in tema di preghiera) e ave tutti noi”. E io continuavo…AVE te (ave a te) che hai rotto il carro schiacciandoci i coyotes. Nel far west, capita.

  15. paolo giacosa

    gentile Signor Ivan Pozzoni, Vi prego di essere meno volgare possibilmente, si può offendere l’avversario più efficacemnete con parole moderate, ma esaurienti e precise. Lo stesso Villa non era tenero con chi osava competere con lui, ma sempre con garbo anche se mostrava non curanza per le espressioni proprie e altrui. Lei p.e. ha sempre espressioni colorite (colori sfocati spesso) e spesso fuori luogo, per cui La imploro di non usare se non limitatamente parole che trascendono il buon costume, e poi Lei mette sempre davanti i suoi e altrui attributi in primo piano: non è decente per uno come lei che è così alto e profondo coi Suoi studi di gran livello: non si lasci andare così facilmente. Grazie.
    Paolo Giacosa

  16. Personalmente non mi sono mai visto nel solco di Emilio Villa e altri meno interessanti di lui. Tuttavia una curiosità l’avevo, quindi, nel 1978, la mia rivista Chelsea, dedicò le 235 pagine del N.37 ai seguenti sette autori: Emilio Villa, Mario Diacono. Martino Oberto, Nanni Cagnone, Rubina Giorgi, Alfredo Di Legge, Raffaele Perrotta. Autori proposti con una introduzzione di Luigi Ballerini. Subito dopo la pubblicazione, eccetto per il poco che conosco di Emilio Villa, la mia curiosità passò ad altro. Le avanguardiette italiane della seconda metà del Novecento per me furono aride, isolate, locali, e senza strascico. . .

  17. Nel precedente commento ho dimenticato il Bukowskidi Ivan Pozzoni. A parte che durante gli anni 1960¬–1970–1980, il Bukowski non ebbe fortuna con la rivista Chelsea: fu sempre rifiutato. Inoltre non mi andava la sua personalità di baruffone, che gli servì per farsi notare. A Ivan, se apprezza quella che passa per anti-poesia, suggerisco invece il cileno Nicanor Parra (apparso su Chelsea 1973, and nella stessa annata, la sua nuova anti–poesia, Emergency Poems (New Directions).

    • Ivan Pozzoni

      Alfredo, hai conosciuto il baruffone Bukowski? Devi raccontarmene… Mi informerò, certamente, sul cileno Nicanor Parra, anche se, come spiego nel thread a me dedicato da Giorgio, la mia anti-«poesia», chorastica, è qualcosa di abbastanza originale, nell’estetica di fine millennio e di inizio nuovo millennio. Per ora ho trovato scarse tracce dell’applicazione dei concetti di «soglia» o di «situazione-limite», di liminalità, introdotte da Von Gennep e Turner (antropologia), da Jaspers (filosofia) e da Binswanger (psichiatria) alla «poesia». però, magari sono io il famoso Asino di Galantara, e sono semplicemente disinformato. Chiedo, qui, a Giorgio, che è una miniera di informazioni.

      • Ivan, per il concetto di liminalità, (soglia, momento liminale) in poesia, concetto di cui mi sono occupata per i miei studi sulle tradizioni funebri irlandesi e proprio anche basandomi sugli studi di Van Gennep, Turner, ma anche Ernesto De Martino, puoi vedere il mio “Congedi – Viatico in undici stazioni”, che nasce esattamente da questo e che proprio questo ha a oggetto. Parte di quei testi Giorgio li ha pubblicati nella sua recente antologia di poeti del Sud.

        • Ivan Pozzoni

          Oltre all’atto concreto del verso, hai sviluppato una teoria estetica su tali suggestioni? Mi interesserebbe averne visione. Ti ringrazio!

          • In verità quando scrivo non mi pongo affatto il problema di una teoria estetica. Per quanto mi riguarda, nell’atto di scrivere, soprattutto poesia, le teorie a priori andrebbero bandite. Le trovo limitanti e antipoetiche.
            Ma Congedi è nato in modo naturale dopo una immersione di vari anni nello studio delle antiche lamentazioni funebri irlandesi, di cui parlo in questo che è un mio contributo per un convegno su Elèmire Zolla e nel quale ho esposto la mia lettura di uno spazio-tempo molto speciale. Forse puoi trovarci qualcosa.
            https://emiliashop.wordpress.com/2013/01/06/spazio-e-tempo-umano-e-sovraumano-nella-tradizione-della-lamentazione-funebre-irlandese-francesca-diano/

            P.S. Su questa linea non ho scritto solo Congedi

            • Ivan Pozzoni

              Pure io trovo anti-«poetico» il tentativo di accompagnare il concretizzarsi del verso (poiesis) al definirlo esteticamente (theoria) ai fini di costruire una weltanschauung morale coerente (praxis). La praxis anti-«poetica» è un incessante rapporto feedback tra poiesis anti-«poetica» e theoria anti-«poetica». 🙂 Per questo cerco di accompagnare, in forma feedback, poiesis anti-«poetica» e theoria anti-«poetica». Per “costruire” una coerente praxis anti-«poetica». Nella filosofia contemporanea è come se Jaspers incontrasse la Scuola di Francoforte. 🙂

  18. Ma lo trovi anche sul mio blog, qui
    https://emiliashop.wordpress.com/2012/01/17/congedi-viatico-in-undici-stazioni-francesca-diano/
    e Giorgio ne aveva pubblicato un estratto qui su L’Ombra esattamente un anno fa.

  19. Ambra Simeone

    Cara Francesca,

    penso che una teoria estetica o quanto meno sociale un autore debba averla, forse mi sbaglio, ma è tanto per capire cosa stia facendo e da quale parte vada. Nessuna legge limitante ma un obbiettivo. Ma forse non era questo che intendevi quando dici che non hai una teoria estetica!

    • Cara Ambra, quello a cui fai cenno mi pare più una visione del mondo, che una teoria estetica, un proprio modo di intendere il mondo e di cercare un senso alle cose, agli eventi e a noi stessi. Quello l’obiettivo. Una visione del mondo, che si modifica e diviene via via più complessa col tempo. E ovviamente sì che così è anche per me. Altrimenti che si scrive a fare?
      Quando ho detto che non ho una mia teoria estetica mi riferivo a quei manifesti di avanguardie, a quei movimenti, letterari o artistici un po’ costruiti, le cui teorie finiscono per essere più interessanti della loro messa in pratica.
      Forse posso dedurre a posteriori, da quanto ho fatto, dei principi estetici che in effetti rintraccio come leit motiv

      • Ambra Simeone

        Ma Francesca come si fa ad avere una visione del mondo e non una poetica quando scrivi poesia? Una cosa è dire che non ti senti legata a nessuna corrente estetica una cosa è dire che non ne hai una! Solo questo volevo comprendere…

        un saluto
        Ambra

        • Cara Ambra, credo di averti già risposto sopra. Per quanto mi riguarda lascio ai teorici stilare teorie. La molla che mi spinge a scrivere, poesia o prosa, è una sola: la fame di capire e di dare forma all’apparente informe dell’esperienza. E lo faccio con gli strumenti e i mezzi che ho affinato e seguito ad affinare ancora oggi.

          • Ambra Simeone

            Cara Francesca,

            Bene, allora vedi che anche te hai una teoria su cosa fare e cosa no? La famosa molla come hai ben detto, poi c’è chi ne fa un manifesto e chi no! Questione di scelta!

            Un abbraccio

  20. antonio sagredo

    Ci si è allontanmati da Villa , come spesso succede in questo blog… allontanarsi dall’oggetto di studio e far trionfare il proprio soggetto. Ribadisco la mia ammirazione per Villa che data da più di 40 anni, e sono contro che ne dice senza averlo mai letto: costume della critica italiana dopo che son scomparsi i grandi critici. Oggi assisto a una “miserabilia”: cosa che m’aspettavo del resto. Leggere Villa presuppone una cultura vasta alta e profonda: egli non fu corifeo d’ “avanguardiette”, invece scoprì grandi talenti nel campo delle arti e delle lettere! Continuo? : non ne vale la pena!

  21. Ivan Pozzoni

    Presa visione di Emilio Villa (chiaramente, come sostiene con molto acume Sagredo, ciò che di Villa è edito, cioè il meno). Apprezzata la «biografia-poesia». Confermo che trovo interessante il momento dell'”Oramai”. Poi, con la conversione duchampiana ed artaudiana, non appena Villa oltrepassa la «soglia», si inoltra tra i monti, nella regione de oi barbaroi, dell’ira di Achille, confermo: si smarrisce, con esiti distruttivi e sibillini. L’esito heideggeriano, nullificante, della fase “afasica” finale, accompagnato curiosamente dall’afasia biografica (ictus), rende Villa meno interessante mano mano avanzi con l’età. Rimane importante, in lui, il disinteresse anarchico verso il mercato e il “valore” economico dell’arte, in un momento in cui tutta l’arte si trasforma in happening. Con Villa assistiamo ad un cammino strano: dall’anti-«poesia» dell'”Oramai” alla non-«poesia» o a-«poesia» d’esito artaudiano ed heideggeriano (duchampiano in arte). Penso che tale involuzione (involuzione, a mia mera opinione) sia dovuta al riferimento a teorie estetiche deleterie e nichiliste (Heidegger e Artaud): chi si sostiene su Heidegger, esteticamente, ho notato che – come lo stesso Heidegger, si annienta.

  22. Heidegger e i nichilisti russi ne hanno fatti di danni . L’avesse mai letti il nostro Villa !!

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