Archivi del giorno: 9 marzo 2015

UNA POESIA di Letizia Leone “capitolo didascalico sulle foreste” SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Appunto dell’Autrice

Herbert List

Herbert List

Cari interlocutori,
In Italia si assiste da tempo ad una grande confusione. Ad esempio, mi meraviglia che il ministro della cultura italiano Dario Franceschini abbia dichiarato, nel silenzio generale, il suo favore acché nei libri di testo della scuola italiana vengano ammessi come poesie anche i testi di cantautori e di canzoni famose sulla base della presunzione che anche i testi delle canzoni siano testi poetici a tutti gli effetti e con l’argomentazione che comunque le giovani generazioni riconoscono quei testi come testi letterari, anzi, come i soli testi poetici.
Affermazione scandalosa non solo in sé ma per l’implicito giudizio di disvalore che accompagna oggi i testi poetici prodotti negli ultimi 50 anni. Quei testi non sono più riconosciuti quali depositari di una cultura, anzi, sono respinti ai mittenti, cioè ai loro autori.
Mi meraviglia soprattutto che da parte dei cosiddetti “poeti” non sia stata sollevata una sola frase di stigmatizzazione per questa affermazione del ministro, non un solo critico letterario statutario o intellettuale riconosciuto abbia fatto presente al ministro la goffaggine della sua affermazione. Il tutto è stato passato sotto silenzio.
Mi meraviglia la non-meraviglia della cosiddetta comunità letteraria la quale ha sommessamente sollevato le spalle.
Mi meraviglia ad esempio il silenzio che da oltre 50 anni ha circondato l’opera di un poeta non allineato come Alfredo De Palchi, quel medesimo silenzio che ha accompagnato la improvvida esternazione del ministro Franceschini.
Mi meraviglia la non-meraviglia. 

(Giorgio Linguaglossa)

 L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Letizia Leone ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce (2000); L’ora minerale (2003), (seconda edizione 2004); Carte sanitarie (2008); La disgrazia elementare (2011). Presente in numerose le antologie; Geografie Poetiche, ac. di W. Mauro, Giulio Perrone Editore, Roma, 2005; Sorridimi Ancora, (dodici storie di femminilità violate) Giulio Perrone Editore, Roma, 2007. Da quest’ultima raccolta è stato messo in scena “Le Invisibili” (regia Emanuela Giordano) Teatro Valle, Roma, 2009. Tiene un “Liceo di poesia” presso l’editore Giulio Perrone di Roma.

letizia leone

letizia leone

Appunto di Letizia Leone

Un luogo utopico? È la  Foresta ormai…

Tra gli appunti del Leopardi  spicca  un progetto mai realizzato  di  Poema in forma didascalica sulle selve e le foreste, sebbene nelle intenzioni del poeta si configurasse come opera  densa di informazioni mitologiche, storiche e scientifiche.

Questi appunti poetici sul paesaggio fragile nascono dall’urgenza di un’ispirazione che prende le mosse dallo stesso sentimento “sincronico” di inquietudine per la perdita delle antiche foreste, ormai definitivamente dissodate nella loro inviolata immensità.

Come i pezzi di un puzzle si raccolgono i reperti di un mondo sacro e generoso, che troppo tardi abbiamo capito essere parte del nostro corpo più vanitoso, quando ormai  sedotti dall’istinto proditorio, non  restava altro alla nostra schiatta che iniziare a catalogare simboli e  virtù vegetali su lavagne di cemento: “…la infinita materia poetica che le foreste e le selve somministrano, toccare le antiche ninfe driadi amadriadi napee, le molte superstizioni degli antichi intorno alle selve, gli alberi consacrati agli dei, gli uomini mutati in piante, le querce fatidiche, le selve sacre… i timori panici degli antichi riguardo alle foreste, i fauni i satiri i silvani i centauri i tanti mostri de’ quali le popolavano…”. (Leopardi)

letizia leone museo archeologico  di Anzio

letizia leone museo archeologico di Anzio

Quando l’armata napoleonica durante  l’invasione di Russia si smarrì per tre giorni in una folta foresta…

*

Un pensiero
all’immensa Selva Ercinia.

Certe querce
nate in uno con il mondo
organismi quasi immortali
erano argani
dello sradicamento
con le radici toro e i forti rami
macchine enormi delle ombre
dalle virtù spiritiche. Si aggiunga il freddo.
Di regioni germaniche.

L’armata impaurita esita
-e il timore è benedizione-
davanti al portale degli alti fusti

Selve oracolari
impraticabili
con alberi che sono visioni fiammeggianti

una Foresta
disossata nei fianchi
del Cerro e del Rovere
i brividi delle sue matasse robuste
sono nel tempo, linee del lutto
iniziando adesso
le crude magie di distruzione
quasi fossero i pezzi di coralline resine
a minacciare,
effervescenze incontrollabili di cuori strani.
……………………………………………………………

Ancora a un passo dalle cattedrali
Adamo cuoce noci
nei blocchetti di fuoco
e si inchina alla Foresta , al suo accesso,
immensa e infittita di spiriti.

Ancora un passo e si squarcia ogni radice
con gli aratri pesanti.
Il novilunio agricolo nel febbraio d’erbe
mozza cippi e ciglia:
tre giorni interi per ritagliare un crollo
sgombrare le giostre di foglie da ogni superstizione,
il lavoro sporco degli eserciti
la croce porta una lama
vicino alla testa di cristo, si potessero
inchiodarne le spine e farne mazze!
È una guerra dei pidocchi
su suoli argillosi di vegetazioni vergini.

Questi gli eventi che occorsero di distruzione
in Anno domini.

*

Non per sola reverenza o timore
al cospetto dei Sicomori imponenti
i pilastri d’immortalità
ma per
terrore
arretrarono le legioni napoleoniche,
per panico sacro di un rumore
(impercettibile magari)
innanzi al portale delle Querce teutoniche
tra isole di rami
e l’umido freddo ombrello
che riparava fino a trecento uomini a cavallo

ora e là
prendevano il largo fantasmi silvestri
o demoni dilaniati, furono uomini
squartati per lavare col sangue fumante
la spina dorsale di alberi
divini. Corteccia rossa e acida scintillava al sole

in trasparenza beveva
e non era bastato spaccare un toro
sacrificarne il calore
e tenersi capre e puledri la notte per riscaldarsi

ne avevano usato anche il midollo.

Perché quello era legno speciale
carnivoro (si sarebbe detto)
e non colonna d’acqua e luce
nascoste.

Le truppe disobbedirono.

Rotte le righe
galopparono indietro.

*

La foresta è dimora dei morti
– si sussurrava tra i soldati ubriachi-
infinita di mani e braccia smembrate
che adesso crescono rami
e corrono corpi cupi
intagliati nelle vibrazioni del muschio.
Nessuno osava allora togliersi dal fuoco.
Allontanarsi dagli altri.

Il passaparola:
domattina bisogna sprofondare
nell’immenso Averno
abbarbicati ai nostri cavalli
incatenarsi ai passi. Lenti.

Dopo una notte nelle gole del vino
la fila di guerrieri procede piano
sono uomini e tremano
queste belve da stupro.
Si son detti:
la foresta va forzata come femmina maligna
ma intorno niente è immobile
dalle cime degli alberi ai raggi d’oro
che sfondano il tetto gigantesco
dei nidi
pipistrelli implorano tutti insieme
che stridore è questo?
Urla l’ultimo della fila e va dappresso
cavalcando confuso
quei fili di sole -ho visto!- erano capelli
di donna-fuoco!
Si scompiglia il plotone.

Qualcosa di acquattato spia gli intrusi.

……………………………………………………..

Indifeso un mercenario
è sceso da cavallo
nudo si riprende la forza della terra
ulula all’atlante verde del pianeta
il suo è il richiamo fallico
delle cacce. Agita
gli esseri lunari in agguato.

Gli altri lo inseguono.

.
(Pubblicato in Registro di Poesia del Premio Edizioni D’If – Napoli 2010-’11)

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