Archivi del giorno: 13 marzo 2015

POESIE di Fosca Massucco da “Per distratta sottrazione”, e “L’occhio e il mirino” (2013) SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con una riflessione di Annalisa Ciampalini

topologia costruzione del volto

topologia costruzione del volto

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ- che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Fosca Massucco foto di Roberto Oliva

Fosca Massucco foto di Roberto Oliva

Fosca Massucco (Cuneo, 1972), vive su una collina del Monferrato astigiano. Laureata in Fisica e specializzata in Acustica, oggi è sound engineer e sviluppa progetti di musica jazz e poesia in un personale studio di registrazione. Ha pubblicato L’occhio e il mirino (L’Arcolaio, 2013). Per distratta sottrazione (Raffaelli, 2015) è la sua seconda raccolta.

topologia figure nello spazio

topologia figure nello spazio

Annalisa Ciampalini
La potenza dell’immaginazione, la forma mentale e la creazione del “non luogo”

Nell’ambito della matematica, la teoria dei limiti è uno dei principali risultati del diciannovesimo secolo. L’idea di potersi avvicinare sempre più a un’entità ben definita e non toccarla mai è espressa in modo talmente esauriente e ineccepibile nel linguaggio della teoria dei limiti che, quando una persona la conosce bene e la utilizza, può esserne profondamente condizionata. Cose simili si possono affermare riguardo a certe teorie della fisica. Parlo di queste materie proprio perché sono oggetto del mio studio e del mio lavoro, pertanto ne avverto personalmente l’impronta che lasciano nel mio modo di pensare. Ma credo che altrettanto si possa dire per ambiti differenti del sapere o del lavoro umano. O per l’arte stessa.

La mente, con la sua forma acquisita, è incline a costruire luoghi immaginari che sebbene chiedano di essere fatti di mistero, allo stesso tempo non vogliono tradire in modo grossolano il mondo della logica e delle leggi fisiche vigenti. Non vogliono tradirlo perché sanno che in definitiva la segnaletica stradale, l’atmosfera, gli oggetti che cadono, le partenze degli aerei sono manifestazioni condivise universalmente. Imbrogliare il mondo in cui accade tutto questo non è possibile. Sarebbero loro, i mondi e luoghi immaginari, a perdere di forza, a non essere presi sul serio. Non vogliono essere i prodotti di un’immaginazione troppo lassa in cui tutto è lasciato al caso. Ecco il perché di luoghi immaginari piccoli come atomi, la cui esistenza non disturba l’assetto del mondo reale, o di luoghi in cui regnano leggi fisiche del tutto alterate ma aventi vita brevissima: anche in questo caso, chi non lo desidera, non può trovarsi casualmente in questi spazi. La conoscenza dei luoghi infinitesimi bisogna volerla e sapersi muovere per ottenerla.

Io sono tra coloro che via via si imbatte in questi luoghi inesistenti, costruiti da me o da altri. Non solo, il tema del luogo e del “non luogo” sollecita, insieme a pochi altri, la mia ispirazione. Questo non mi sorprende, in quanto per me, essere in una stanza piuttosto che in un’altra condiziona alquanto la mia capacità di concentrazione e l’umore. La vista di un paesaggio con determinate caratteristiche dà un contributo molto importante alla direzione del mio pensiero, l’aspetto di una città e il tipo di vita che un abitante vi conduce sono fortemente correlate nella mia mente e tale corrispondenza costituisce un’importante fonte di ispirazione.

Ho parlato di stanze, paesaggi, città e pertanto di luoghi. Spazi che si vedono, si percorrono, si osservano. Oppure si ricordano. I luoghi visitati, ammirati e così via, vengono sì ricordati, ma in modo molteplice e dinamico. Credo che l’atto del ricordo non vada ad attingere sempre dalla stessa materia fissa e ce la riproponga, mi sembra più plausibile l’idea per cui ogni volta che ricordiamo una situazione o un luogo si attivino connessioni diverse.

Quello che può accadere è che il ricordo in generale, e in particolare quello associato a luoghi significativi, segua un percorso per cui, alla fine, essi diventano del tutto assoggettati alla mente, discostandosi sempre di più dalla loro vera natura. Scrivendo, mi sono resa conto di quanto un luogo, scena di un avvenimento destinato a diventare cruciale, assuma poi caratteristiche che vanno oltre l’idea di uno spazio geografico reale.

Il luogo diventa così simbolo, fortemente associato a sensazioni che lì abbiamo vissuto. Diventa un’entità spogliata di certe peculiarità: non hanno più importanza i punti di riferimento, la pendenza di una strada, o la tortuosità di alcune curve. Magari tutto confluisce in due o tre punti focali: il riflesso del sole sugli olivi, la forma perfetta della pieve. E la memoria proietta tutto in prossimità degli olivi e della pieve, anche se nella realtà, forse, neanche possono essere visti contemporaneamente. E’ quello che io chiamo luogo-simbolo e che corrisponde, nella mente, a un evento importante vissuto in quei paraggi, ad una persona significativa incontrata lì, ad altre mille evenienze collegate in qualche modo a quel punto geografico.

Ma possiamo andare oltre. La mente può prendere a operare in modo da ravvicinare i luoghi, da cancellare gli spazi che non trova abbastanza significativi al fine di elaborare un ricordo esaltante di avvenimenti fondamentali. In pratica la mente, mentre ricorda, rende i luoghi più compatti fino a farne un’astrazione. A forza di ripetere questa procedura i luoghi da concreti diventano astratti e poi qualcosa di sempre più lontano dall’esistente.

Anche per arrivare al concetto di numero la mente ha dovuto operare un’astrazione. Sette pecore, otto pecore, nove montoni sono diventati i numeri sette, otto, nove. Poi, pur non avendo senso pensare a “meno sette pecore” sono stati introdotti i numeri “meno sette”, “meno otto” e così via. Sono stati inventati per utilità, per trovare una risposta corretta e sintetica a certe questioni inizialmente pratiche. In un secondo momento sono state formulate teorie basate su fondamenti astratti. E sempre per utilità, credo, sebbene la motivazione sia differente, la mente può mettersi a lavorare per creare luoghi inesistenti in cui avvengono incontri irrealizzabili, e attribuire a questi mondi tutta la consistenza del concreto. In questo modo l’assenza di alcune persone, la mancanza di un amore, la non esistenza di una gioia diventano più sopportabili. La mente non può creare mondi né persone reali, non è in grado di far rivivere un amore o sensazioni perdute, ma può essere così attiva nei processi di immaginazione da illuderci di arrivare sempre più vicini a quello che ci manca.
Il limite è l’essenza della felicità e, proprio come in matematica, non verrà raggiunto. Ma l’immaginazione è potente, non onnipotente ma molto potente e mentre compiamo un passo infinitesimo per avvicinarci alla nostra gioia, sappiamo che immediatamente dopo ci sarà un altro microscopico avanzamento verso la nostra meta. Alla fine, per qualche istante di grazia, ci è consentito di essere concentrati sul fatto che ci avviciniamo a qualcosa e dimentichiamo di ricordare a noi stessi che mai sarà raggiunto.

Quando scriviamo la mente è molto attiva e i processi descritti sopra possono spingersi all’estremo, soprattutto se col tempo abbiamo acquisito una certa forma mentale. Ecco che alla fine di questo percorso cerebrale e emotivo può essere più emozionante osservare una cartina geografica dettagliata in cui sono riportati i luoghi di un amore travolgente e impossibile, e poi immaginare, piuttosto che prendere l’auto e percorrere da soli quelle lunghe strade che oramai non hanno più niente da dirci. In questo caso il luogo concreto può al massimo farci perdere tempo, l’immaginazione regalare qualcosa alla nostra mente.

Detto questo, è proprio grazie all’immaginazione e alla varietà delle menti umane che i “non luoghi” assumono molteplici forme. Può essere emotivamente appagante inoltrarsi in questi “non territori” e nello stesso tempo una forma mirabile di conoscenza dell’animo umano. Non è un’esperienza non condivisibile. Al contrario, i “non luoghi” di un’esistenza possono essere usufruiti anche da coloro che non ne hanno ideato l’impalcatura. Questo a patto che la parola, grazie alla quale è possibile addentrarsi in essi, non sia sempre criptica da sbarrare l’accesso alle visite altrui.

*

da Per distratta sottrazione (Raffaelli, 2015 – in corso di stampa)

Non c’è differenza con il carro bestiame –
ritorno inanime dal mattatoio,
lo scivolo lieve sull’anello cittadino.
L’aria si sperde tra le camere del cassone
con la compiutezza ineluttabile
del vuoto – smarrisce gli odori nel cammino,
non oscilla al fiato di condensa.

Sono il giusto, ripetevi, getto in mare
cavallo e cavaliere – con bracci d’equilibrio
ondeggio intonando l’eterofono
e accordo l’assoluta inconsistenza.
Per te sono il sentiero –
spazio tra via e banchina,
il compiuto accomodamento
del vilucchio alla tua terra.

D’improvviso domandavi: “Com’è il vuoto
visto da dentro?

*

Il vuoto è quanto rimane quando si è tolto
tutto quello che si poteva togliere
J. C. Maxwell (1831-1879)

Ancora pensi all’universo capovolto,
dove traspare solo vuoto tra i cipressi
e la cinta delle mura? Il nulla
è immagine di sé e il vuoto
non è vuoto, vacilla in solitudine.

Prendi un filare di tralicci,
bazzecola regale quell’effetto corona,
la tensione sfrigola e sconfitto
è il favonio da ponente – il vuoto
è immoto, piantato senza inizio.

Al camposanto il cantiere tra i cipressi
e i tralicci è ala vergine di quiete,
vibra le trivelle, scuote l’aria.
Anche nelle bare il vuoto
è più denso delle ossa.

*
Dèstati Deborah e intona un canto
davanti al Dio d’Israele
davanti al numero –
passeggia sui gusci croccanti
delle chiocciole, lascia piovere
gli onischi acciambellati”.

Al mattino stemperarono i monti
e c’eri tu, repentina
come il miracolo di qualcun altro.
Si spuntarono le cime,
disfatti gli orridi e le gole,
tacquero i colori dei fiori.
La densità seccò cruda
come l’infiorescenza che scopre il frutto
in una stagione maldestra.

Dèstati Deborah e intona un canto
davanti al Dio d’Israele
davanti al numero –
copri la viscosità delle nostre vite
pulsanti come emicranie,
difendici dalla stagione,
dai buchi e le finestre”.

(NOTA – Il numero di Deborah deve la sua denominazione al Libro dei Giudici – Cantico di Deborah (5:5) in cui si legge “Si stemperarono i monti davanti al Signore | Signore del Sinai | davanti al Signore | Dio d’Israele”: parafrasando tale espressione si suppone che, avendo a disposizione un tempo sufficientemente lungo, si possa osservare le montagne fluide e mobili. Nel 1964 lo scienziato M. Reiner introduce una grandezza adimensionale chiamata numero di Deborah che definisce il rapporto tra il tempo caratteristico di un materiale e il tempo caratteristico di osservazione, stabilendo che a numeri di Deborah elevati corrisponde un comportamento di tipo solido e a numeri bassi di tipo liquido.)

*

Da L’occhio e il mirino (L’Arcolaio, 2013)

Entrée gratuite pour tous –
Toute l’année, visites à 10 heures,
à 14 heures et à 15h30 heures précises”
Musée Alexandra David–Néel – Digne–les–Bains

Ogni vita ha dimore dello spirito –
la mia dimora è a Digne–les–Bains,
quando arriva agosto e l’onda viola.
M’illude come un Tibet
in miniatura, uscendo dalla tenda
zuppa di nubifragio. Un accrocco d’alpi,
l’albeggiare bizzarro – il silenzio spaesato
che fu di Yongden. Ci sono luoghi in cui
è dio pellegrino a trovare me.

*

Cabina C al chilometro 1+105,
quasi Porta Nuova.

Accanto al treno notte
senza più motrice
fiorisce un pruno soave.

La beatitudine mette radici
in luoghi inattesi.

*

Così sale un arcobaleno in quota –
l’occhio è un mirino, a fissarlo non lo scorge –
inchiodato al cielo tra gola e vetta
come a immortalar se stesso.

Così sono io, l’occhio e il mirino –
il volo del gipeto che trafigge l’iride –
ospito domande immense nelle vene
senza arrestare lo schiocco.

Nulla è sublime più che attraversare il mondo
lasciandolo immutato.

*

Annalisa Ciampalini

Annalisa Ciampalini

Annalisa Ciampalini nasce a Firenze, 15 giugno 1968 si laurea in Matematica presso l’Università degli studi di Pisa e svolge attività di docenza di matematica in un Istituto Tecnico di Empoli.  Nel 2008 ho pubblicato la raccolta di poesie L’istante Si Dilata (Ibiskos Editrice Risolo). Nel 2014 pubblica la raccolta di poesie L’assenza (Giuliano Ladolfi editore) e-mail agnabiba@libero.it

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