Archivi del giorno: 27 marzo 2015

TRE POESIE di Salvatore Martino da “Cinquant’anni di poesia (1962-2013)” – Dimenticata stazione delle ombre, La visita, Quello che accade prima dell’alba con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

 Salvatore Martino è nato a Cammarata, nel cuore più segreto della Sicilia, a mezza strada tra Palermo e Agrigento, il 16 gennaio del 1940. Attore e regista, vive in campagna nei pressi di Roma.

Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra (1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009), La metamorfosi del buio (2012). Nel 2015 esce l’opera completa del poeta in Cinquant’anni di poesia (1962-2013).

È direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura Belmondo. Dal 2002 al 2010  ha tenuto un laboratorio di scrittura  creativa poetica presso l’Università Roma Tre, e nel 2008 un Master presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

schimdtt, volti

schimdtt, volti

Commento di Giorgio Linguaglossa

Scrivevo a proposito del libro di Salvatore Martino Libro della Cancellazione Roma, Le Torri, 2004:

Il poeta siciliano Salvatore Martino, nato ad Agrigento nel 1940, fa parte di quella generazione di poeti che intorno agli anni Novanta ha percorso la strada di una ristrutturazione del discorso poetico. Per Martino, poeta eminentemente e modernamente lirico, la strada da seguire era quasi obbligata: la sliricizzazione della poesia e il tono understatement, il piano basso del linguaggio, con abbandono del terreno eminentemente novecentesco delle pratiche di «ironizzazione» del reale e di «supponenza» dell’io.

Con il senno del poi, possiamo guardare agli anni Novanta come un percorso ad ostacoli nel quale era già stata tracciata la direzione da seguire: una poesia «dopo l’età della lirica»: da alcuni ipotizzata come una sorta di generica poesia narrativa, da altri invece preconizzata come una ripresa dei modelli poetici novecenteschi rivisitati e opportunamente ristrutturati.

SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

Clausura e restrizione, esperienza del limite e della soglia e conseguente angoscia di non poter attraversare la soglia della propria contemporaneità. È la problematica centrale attorno alla quale ruota la poesia di Salvatore Martino. Quello che si intende genericamente per poesia «moderna» è una sorta di «cancellazione», una sorta di tabula rasa che l’ultimissima poesia sembra volerci comunicare, in un contesto di eterna «belligeranza» (vedi la poesia «E lotteranno sempre l’angelo-dèmone e il bambino») e di ripiegamenti al privato, ad un privato depurato di ogni narcisismo cronachistico. Quanto a Salvatore Martino potremmo, fra tutti, citare l’esempio dei tre autoritratti («Autoritratto a punta secca», «Autoritratto su carta pergamena», «Autoritratto in sanguigna sopra carta di riso»), dove la ricerca ruota attorno alla condizione del soggetto che scrive il proprio autoritratto. È ancora possibile il ritratto? E l’autoritratto? È ancora possibile stabilire il binomio: ritratto-verità? È ancora possibile intendere lo spazio poetico come il luogo della verità? E, infine, l’ultima domanda: È ancora possibile lo spazio poetico? Ecco, il libro di Salvatore Martino tenta una risposta a tutte queste istanze. E già averlo tentato è motivo di grande considerazione. Innanzitutto il «viaggio», turisticamente attrezzato, politicamente computerizzato e stilisticamente standardizzato che oggi va di moda.

Salvatore Martino cinquantanni-di-poesia-1962-2013Perché sia chiaro che per Salvatore Martino chi parla di «viaggio» o è un laudatores tempore acti o è un furbo o un baro, un prestigiatore, un falsario che tenta di spacciare la moneta falsa del «viaggio» per quella vera con il ritratto, o meglio, l’autoritratto del poeta in effigie. La strada che Martino percorre è l’esoterismo, a metà tra il triviale e il sublime, che è la replica, in negativo, di «Oswald’s Restaurant» di Cattafi («la vermiglia rete che ci tiene») in una suite così ricca di cromatismi quale è Partenza da Greenwich, per non parlare di certo Cendrars, con le sue trasvolate oceaniche in altri continenti. Leggasi la poesia «Quella ragazza-dèa del Guatemala» ecco un colore che chiude, pur con la sua controllatissima tinteggiatura: «Ricordo una ragazza creola / nel bananeto presso Quiriguà / rideva imprecava si esibiva / contro una ciurma oscena d’individui / Non ho mai visto una bellezza uguale / perduta in un totale smarrimento». Mi sembra degno di nota che la serie intitolata «Dobbiamo imparare ad amare le nostre tenebre / anch’esse hanno bisogno dell’amore», consacrata più delle altre al dilatato sapore dell’avventura nel mondo fuori di casa, venga a culminare nella stanza di «Mi ricordo una notte in Amazzonia», àmbito circoscritto di per sé, cella senza confini, tempio della fantasia, continente della libertà fissato in una «sospensione temporale». Il tema del viaggio, paradigmatico e diaristico insieme, vi potrà far posto alla descrizione d’una temperie spirituale, ma più volentieri il perimetro formale sarà quello d’un luogo all’aperto, distante dalla stanza dove si svolge l’autoritratto del poeta. Fino alla sezione finale del libro, che così suona: «Alla radice al pozzo che risuona / alla dolce risacca torneremo / limpidamente oscuri d’ogni traccia», dove la borgesiana esibizione metaforica risulta ben orchestrata in contrappunto con una metessi metonimica. È la sezione forse più alta e concentrata del libro, il luogo dove si assembrano e si consumano tutte le linee di forza del libro. Esemplare è la poesia intitolata «Il messaggio dell’imperatore» dove il re dei re, il morente Dario sussurra disteso sul campo di battaglia, ad un soldato superstite, le parole che dovrà riferire all’orecchio del vincitore Alessandro il macedone. Forse, il senso ultimo della poesia di Salvatore Martino è questo: comunicare all’orecchio del lettore l’ultimo messaggio di una civiltà morente. L’ingresso nel Tramonto. Il libro della Cancellazione.

Ernst-Ludwig-Kirchner

Ernst-Ludwig-Kirchner

da Salvatore Martino da “Cinquant’anni di poesia (1962-2013)” Roma, Edizioni Progetto Cultura 2014 pp. 1008 € 25

 Dimenticata stazione delle ombre

La stazione sembrava abbandonata
al primo scivolare dei miei passi
ma la notte era tiepida d’estate
incatenava l’ansia e la paura
Non ricordo perché
mi trovavo in quel posto
se aspettavo qualcuno
o dovevo imbarcarmi
verso quale città non indovino

Sul marciapiede opposto
un uomo seguitava
in un andirivieni fastidioso
come di un carcerato nella sua cella

E non c’erano annunci di ritardi
e io dovevo prendere quel treno
e non dilazionare questo viaggio

D’un tratto l’uomo
fermò il suo andirivieni maniacale
guardandomi negli occhi
pronunciò con disprezzo il mio cognome

– Lei ha sbagliato orario
il suo treno arriverà più tardi
su questo mio binario
venga si fidi delle mie parole
e non abbia timore
la sua destinazione la conosco –

In preda ad una angoscia inesplicabile
scesi rapidamente
ma le scale non finivano mai
e quando mi sembrò
d’aver raggiunto il marciapiede
dove quell’uomo mi aspettava
ma i gradini seguitavano a crescere
come le cellule in tumulto
di una formazione cancerosa
Alla fine lo vidi
al fondo della scalinata
l’ambiguo sorriso sulla faccia
-Ecco! Sappia che questa
è la fine del suo viaggio
di sopra il treno sta fischiando
e al suo posto c’è un altro passeggero
che certamente le somiglia
e come lei
ha sognato il proprio viaggio
senza confine e meta
perch’ è lo stesso attendere o viaggiare
il treno esiste soltanto nel sogno
che entrambi avete già sognato
in un luogo senza ore e tormenti
in un domani che forse non vedrete
e il rifiuto di essere se stessi
è la più grande disperazione-

Quando tentai di colpirlo
era svanito
e compresi che io ero nel sogno
che l’altro stava sognando
e che lui apparteneva al sogno
che io sognavo
che la stazione e il sogno
concludevano entrambi
un tempo senza fine

da La metamorfosi del buio (2006-2012)

salvatore martino

salvatore martino

Quello che accade prima dell’alba

Non molto lontano da qui
uccisero mio padre
era un aprile senza alcun segno
della primavera
L’avevano sorpreso
mentre saliva le scale esterne
credo di travertino
che portavano al suo ufficio
forse io compivo tredici anni
si girò come per salutarmi
per dirmi ci vediamo più tardi
magari per andare allo stadio

Qualcuno fece fuoco
non compresi da dove
vidi la macchia rossa dilatarsi
dall’addome ai polmoni
e un rantolo prolungato si fissò sulla bocca
Io tentavo di gridare d’invocare aiuto
ma le labbra restavano serrate
in una sorta di disgusto doloroso
Cercai allora maldestramente
di girarlo sul fianco
per fargli volar via l’anima e il cuore
ma era troppo pesante
per i muscoli acerbi di un adolescente

Allora cominciai a carezzarlo
soffocando un sentimento di paura
dapprima sulla fronte
poi la mano discese sopra gli occhi
e con dolcezza
gli composi le palpebre e la bocca
adesso non ricordo se anche lo baciai

Poi d’improvviso comparve
non m’accorsi da dove
a sirene spiegate l’ambulanza
e senza che mi rendessi conto
il suo corpo non c’era più

Una mano che mi parve affettuosa
mi batteva la spalla
e mi parlava in una lingua
che afferravo appena
Di scatto mi girai un poliziotto
due braccia robuste mi stringevano
quasi in una morsa
-Non avere paura
nessuno ti farà del male
sei ancora minorenne
avrai un regolare processo
il carcere per te non sarà duro –

Parole confuse mi ronzavano alla testa
carcere minorile affidamento
parricida custodia
chissà che tragedia poverino
avvisare la madre
cosa diranno le sorelle?
una casa distrutta
ma perché lo avrà fatto?

Dunque ero io il colpevole
Io l’avevo ucciso
Gli avevo rubato la pistola
Forzando il cassetto della sua scrivania

Guardavo la folla il poliziotto
la macchina giù che mi aspettava
e non potevo piangere
annichilato dall’orrore
guardavo i gradini dove sostava il sangue
e il buco nel suo corpo s’ingrandiva
s’ingrandiva
fino a diventare
la stanza dove l’avevo ucciso
ed era insostenibile il suo sguardo
i suoi occhi grigi erano
diventati un monumento equestre
e il cavallo lanciato contro la mia faccia
e la sua cinghia di cuoio mi colpiva
mi colpiva
sui fianchi sul culo sulla schiena
Mi nascosi dapprima nell’armadio
poi sotto il che mi sembrò l’unica via d’uscita
ma lui mi minacciava
-Tanto uscirai da lì
Sono paziente aspetto
Ti coglierò per fame –

E dopo sulle scale esterne del suo ufficio
non intesi più nulla
soltanto un dolore insopportabile
fatto di fisico e di angoscia
un desiderio feroce di sparire
di cancellare ogni traccia
non solo del delitto
ma di ogni mia volontà
e finalmente cominciai a piangere
senza rumore
quasi con dolcezza
come se ogni grumo si sciogliesse

Era quell’alba di un disperato aprile
non un segno di primavera all’orizzonte
allontanai la faccia dai cuscini
fissai lo sguardo sulla mia finestra
e ritrovai le cose familiari
l’armadio il cassettone
la scrivania contro il muro
l’attaccapanni con i miei vestiti
Così da sveglio mi girai supino
sopra il mare che era la mia stanza
e ricordai
perfettamente ricordai

Era morto mio padre
un dicembre ormai solo memoria
disteso quietamente nel suo letto
mia madre e le sorelle lo vegliavano
ed io ero lontano
quando mi raggiunse la notizia
e riuscii a baciarlo soltanto
era già freddo
soltanto sulla fronte

Salvatore Martino

Salvatore Martino

La visita

Hanno aperto il cancello
senza rumore
qualcuno è salito
scivolando le scale
la porta spalancata
io fermo nel letto
tra incubo e delirio

non so dove suonavano le tre

A mezz’aria nel vuoto
nel buio introvabile della stanza
mi colpì quasi verde una luce
fluttuavano due occhi
se anche uno senza pupille e cavo

Poi come un fiato senza voce
il vento li ha dissolti
salirono altri occhi
gialli e rotondi come di felino
a fissare il mio capo
abbandonato al bianco

E questo tempo mi sembrò infinito

L’uomo era tornato
sussurrando al mio orecchio
parole inesistenti
ha strisciato al mio letto
soffiando sulla faccia

Il Compagno paventato da sempre?
L’Ospite o il nemico l’assassino?
L’Altro che dorme
nel fondo nel groviglio dei pensieri?
Senza lasciare traccia
anch’egli risucchiato dal vuoto

Un incubo soltanto un lurido vaneggiare
una lipotimia della ragione?
Ritorneranno a visitarmi questi occhi?
Si siederanno a bordo letto
come angeli a veglia della casa
aspettando un rantolo un singhiozzo
o forse come un branco di avvoltoi?

Si fermerà il metronomo del cuore
e nell’alba sterminata
quella notte in cui ciascuno fu tutti
e l’angoscia invadeva le finestre
come un segreto fiume
sarà nel ricordo
oscura e luminosa e senza fine

da La metamorfosi del buio (2006-2012)

29 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea, poesia italiana del novecento