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Paolo Valesio, LA POESIA ATEOLOGICA di EMILIO VILLA

 

Foto Omino pop

Keith Haring, Image [L’illusione è la realtà che si guarda allo specchio (g.l.)]

 [Paolo Valesio nasce nel 1939 a Bologna. É Giuseppe Ungaretti Professor Emeritus in Italian Literature all’Università di Columbia a New York e presidente del “Centro Studi Sara Valesio” a Bologna. Oltre a libri di critica letteraria e di critica narrativa, a numerosi saggi in riviste e volume collettivi, e a vari articoli in periodici, ha pubblicato: Prose in poesia, 1979, La rosa verde, 1987, Dialogo del falco e dell’avvoltoio, 1987, Le isole del lago, 1990, La campagna dell’Ottantasette, 1990, Analogia del mondo, 1992, Nightchant, 1995, Sonetos profanos y sacros, 1996, Avventure dell’Uomo e del Figlio, 1996, Anniversari, 1999, Piazza delle preghiere massacrate, 1999, Dardi 2000, Every Afternoon Can Make the World Stand Still /Ogni meriggio può arrestare il mondo, 2002, Volano in cento, 2002, Il cuore del girasole, 2006, Il volto quasi umano, 2009 e La mezzanotte di Spoleto, 2013. È autore di due romanzi: L’ospedale di Manhattan, 1978, e Il regno doloroso, 1983; di racconti: S’incontrano gli amanti, 1993; di una novella, Tradimenti, 1994, e di un poema drammatico, Figlio dell’Uomo a Corcovado, rappresentato a San Miniato nel 1993 e a Salerno nel 1997]

Prefazione al volume Emilio Villa, la scrittura della Sibilla, a c. di Daniele Poletti, Viareggio, Edizioni Cinquemarzo / dia∙foria, 2017, pp. 13-25

foto by drawing of Ileana Hunter

L’utopia della poesia (un’utopia di tipo ermetico o alchemico) è quella di un linguaggio autosufficiente [Paolo Valesio]

 L’utopia della poesia (un’utopia di tipo ermetico o alchemico) è quella di un linguaggio autosufficiente; l’utopia della critica di poesia d’altro canto è doppia: c’è quella razionalista che mira all’esplicazione, e quella (chiamiamola alchemica) che invece ricerca una sorta di mimesi dell’autosufficienza poetica. Entrambe queste utopie critiche sono necessarie; e del resto i loro confini si rivelano a volte porosi. Per esempio: vi sono autori in cui “scrittura” è sinonimo di “struttura”, e altri in cui scrittura significa profusione, diffusione, diffrazione. (Emilio Villa appartiene chiaramente a questa seconda categoria.) I critici letterari sembrerebbero schierati dalla parte della scrittura strutturata; ma non è sempre così.

  In effetti, entrambe le “utopie” critiche sono rappresentate in questa raccolta di acuti saggi, la quale rende opportunamente più accessibile quello che era nato come “e-book”; aggiungendovi, per l’attenta cura di Daniele Poletti, oltre a uno “Pseudo-introibo” (di Fabrizio Biondi), due nuovi saggi, un’ intervista frastagliata (con Francesco Villa) e una singolare appendice; il tutto integrato da una minima ma molto utile antologia poetica. (Il discorso critico non può sussistere senza la voce della poesia.)

  Il filo conduttore della poesia di Villa (filo su cui sarà inevitabile ritornare) affiora fin dallo “Pseudo-introibo”, secondo cui il poeta “abita consapevolmente la caduta gnostica dal pleroma”. Dopo di che, il tono di Aldo Tagliaferri (benemerito degli studi villiani, e autore di saggi fondamentali sul poeta) è più distaccato e di tipo universitario; come lo è anche il tono dell’altra benemerita studiosa villiana (vedi nota 1), Cecilia Bello Minciacchi, che qui presenta una miniatura di critica stilistica su un componimento latino di Villa. E questo tono continua nel saggio di Gian Paolo Renello, che sviluppa metodicamente un esame comparativo dei “verba sacra” di Villa; e anche nel saggio di Ugo Fracassa, che si sofferma su concetti come “luogo” e “senso e/o impulso” nell’opera villiana. Uno stile, insomma, filologico-universitario – non voglio dire “accademico” perché questo termine (che in inglese è innocente) ha acquisito in italiano, come sappiamo, una connotazione negativa. E invece questi saggi, di alto livello come gli altri nel libro, evitano la pedanteria.

  Ma il volume provvede anche una benvenuta varietà, pertinente a quella critica di cui dicevo all’inizio, parlando di alchimia e di mimesi  termini che preferirei al vecchio attributo di “militante”. E’ Carlo Alberto Sitta, con un brevissimo scritto ripreso da sue pagine precedenti, che provvede quest’altro approccio: «La critica non si scompone, per essa ogni irregolare è un alveo saldato agli argini. Non c’è gesto deviato che valga a spezzare l’erudizione, chi la nega la usa, chi la pratica ne fa scempio». Del resto – e a proposito dei confini porosi fra i vari modi di avvicinamento critico –  la riflessione di tipo filosofico piuttosto che filologico può servire, fino a un certo punto, da ponte fra i vari metodi, come nel saggio di Ugo Barbaglia sul «ritorno labirintico». E un ponte di tipo filosofico è anche quello lanciato da Enzo Campi, all’insegna di una categoria tipicamente villiana come quella del “Chaos”, e con importanti riferimenti a esperienze teatrali. (Vi è infatti una profonda parentela fra la poesia e il teatro –  parentela offuscata dall’infelice espressione ‘teatro di prosa’. )

 

Foto keith Haring polipo

Keith Haring, Image, polipo

Si torna poi alla filologia con il saggio di Chiara Portesine sulla “armonia dinamica”. L’autrice giustamente richiama una certa vicinanza fra il discorso villiano e la neoavanguardia; e allora, la polemica del poeta contro questa avanguardia, che l’autrice stessa poi nota? Non mi pare che sia una contraddizione, anche se il Villa critico e teorico pare tutt’altro che preoccupato (e va bene anche così) dalle contraddizioni .

  Ma la divergenza Villa / neo (post)avanguardia dovrebbe esser vista al suo livello appropriato, che non è quello linguistico. Infatti i procedimenti espressivi considerati (dalla Portesine e da altri nel libro, e anche da Dominic Siracusa nella sua introduzione al volume delle poesie tradotte in inglese, per cui vedi più avanti) come tipicamente villiani appartengono in realtà alla tradizione modernistica dell’avanguardia –  compresa l’eredità, indispensabile ma ancora non adeguatamente riconosciuta, del futurismo in generale e di F. T. Marinetti in particolare. Al di là comunque di ogni polemica, la differenza villiana va ricercata nella contestualizzazione culturale; diciamo pure, ancora una volta, che è una differenza di tipo filosofico, o più precisamente ancora ( è la coraggiosa “inattualità” di Villa) di tipo teo-filosofico.

  Avevo auspicato che fosse possibile “andare al di là di ogni polemica” –  e invece… Ma andiamo con ordine, come si diceva nei romanzi d’una volta. Una delle più deprimenti testimonianze che illustrano il persistere di una certa tendenza accademica alla parafrasi eulogistica piuttosto che alla vera e propria critica, mi si presentò quando udii la seguente domanda, rivolta da un collega a un altro suo collega che aveva appena finito di presentare una relazione in un convegno pirandelliano negli Stati Uniti, vari anni or sono: “Ma perché ti occupi di Pirandello, se non ti piace?” (specifico che il sottoscritto non era, né quel relatore né quell’obiettore –  donde la mia posizione per così dire oggettiva.)

 Parrebbe un’ovvietà, che ogni convegno o libro collettivo o simili (si tratti di critici letterari o di, per esempio, uomini politici) sia fondato sull’idea di un confronto critico fra valutazioni e posizioni diverse. E invece questa ovvietà – come tante altre –  è tutt’altro che ovvia. In effetti, la difficoltà di trovare un‘autentica divergenza di posizioni tra i critici letterari che si occupano di un dato autore –  la difficoltà di trovare dentro il coro almeno un critico o una critica a cui quell’autore “non piace” (uso quest’espressione semplicistica come abbreviazione approssimativa)  –  è solo uno dei tanti indizi (ma non è il minore) dello statuto ancora precario del costume democratico in Italia, al di là dei superficiali effetti di democrazia (penso all’ effet de réel di cui parlava Barthes) creati dall’ideologia, che comunque in Italia è generalmente a senso unico. Senza entrare nel merito dei singoli ideologhemi, mi limito a osservare che ogni posizione ideologica (compresa quella, molto diffusa in Italia, che consiste nel bollare come “ideologiche” le posizioni contrarie all’ideologia dominante nell’intellighenzia e fra i politici) è allotria rispetto a Villa, nemico dell’ideologia –  come appare anche in un efficace neologismo di tipo joyciano «stupore idolologico» –  e come forse traspare anche in una simile parola composta, «eidololatria» .

  Tutto ciò porta al saggio in appendice di Fausto Curi –  che è ancora il teorico più acuminato fra i molti eccellenti studiosi nel Dipartimento di Filologia Classica e Letteratura Italiana dell’università di Bologna (suo pari era Guido Guglielmi, ora scomparso). Va riconosciuto al curatore Poletti il merito di avere accolto questo saggio drasticamente anti-villiano in un volume dedicato all’opera di Villa. Non si tratta di mosse più o meno diplomatiche: quella che è in gioco è la possibilità (come detto) di consolidare lo spirito democratico nella critica letteraria italiana. E a Curi dev’essere riconosciuto il merito, innanzitutto, di contribuire a smitizzare la tradizione secondo cui Villa sarebbe stato un isolato. (D’altra parte, un senso di isolamento può contribuire a spiegare l’impazienza alquanto sprezzante spesso affettata da Emilio Villa – e che pare condivisa anche da alcuni dei suoi critici –  verso la cultura italiana contemporanea, letteraria e non; atteggiamento però che veramente non convince: la cultura poetica, e non solo, del Novecento italiano è una delle più alte a livello internazionale  –  e ciò va chiarito, contro il provincialismo di ogni disfattismo suppostamente anti-provinciale.) In secondo luogo, Curi ha il merito di aver scritto un saggio nel pieno senso del termine, cioè un testo composto con un tono autenticamente personale. (Per il resto, il saggio comincia con una lucida analisi delle poetiche francesi alla giuntura fra Ottocento e Novecento, e poi si tuffa in un virulento pamphlet ideologico dal quale non sono assenti parole un po’ grevi.) Ma a questo punto tento semplicemente, senza presumere di offrire una sintesi finale, di allargare lo sguardo oltre ai questionamenti di avanguardia e non-avanguardia. Continua a leggere

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Patrizia Vicinelli (1943-1991) QUATTRO POESIE – Tra sperimentazione e modernizzazione con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa – La poesia di Patrizia Vicinelli vista dall’ epoca della retroguardia permanente e del permanente conformismo

 

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https://youtu.be/APsP6lmeJhQ

Patrizia Vicinelli nasce nel 1943 a Bologna dove muore il 9 gennaio 1991. Negli anni Sessanta collabora con Aldo Braibanti ed Emilio Villa; entra a far parte del Gruppo 63 al convegno di La Spezia del 1966. Collabora a riviste come  «Ex»,  «Quindici», «Che fare», «Marcatré»   e «Alfabeta».  La sua poesia  visiva (parzialmente  raccolta  in à, a. A,  Lerici 1967) è stata esposta in tutto il mondo, da Milano a New Work, da Tokyo a Venezia e San Francisco; la sua poesia fonetica e sonora si può ascoltare  in varie registrazioni.  Come attrice partecipa anche a diversi film d’avanguardia, di artisti come Alberto Grifi e Gianni Castagnoli.    I suoi  ultimi  libri sono Apotheosys of  schizoid woman  (Tau/ma 1979) e il poemetto Non sempre ricordano (Ælia Læia 1986). Una precedente antologia di Opere, a cura di  Renato Pedio,  era uscita  presso Scheiwiller nel  1994. Tutta la  sua produzione  è raccolta in Non sempre ricordano. Poesia Prosa Performance, a cura di Cecilia Bello Minciacchi, con un saggio di Niva Lorenzini e con un’antologia multimediale a cura di Daniela Rossi (Firenze, Casa Editrice Le Lettere, 2009).

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Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Se dovessi scegliere una parola per definire la situazione delle arti e della poesia di oggidì sarei tentato di adottare questa fraseologia: EPOCA DELLA RETROGUARDIA PERMANENTE E DEL PERMANENTE CONFORMISMO.

La poesia di Patrizia Vicinelli si è nutrita della tradizione della neoavanguardia e del successivo sperimentalismo. Nella sua idea di poesia c’è, ben visibile, il concetto dello sconfinamento dei generi, del pastiche linguistico e stilistico, l’allergia all’elegia, alla mera testualità lirica, alla poesia da camera, alla poesia bertolucciana degli anni Settanta e Ottanta. Un anticonformismo linguistico e stilistico che negli anni Settanta si risolverà in una nuova forma di conformismo. Le sue prime poesie «fonetiche» sono accompagnate da performance vocali. Conformemente alla moda letteraria degli anni Settanta, vocalità e testualità si imparentano in un mix di poesia visiva e sonora, in un permanente gesto di rottura degli schemi poetici acquisiti, di destabilizzazione del linguaggio poetico istituzionalizzato; la Vicinelli persegue una poesia che si situa nel segno grafico, nella illusoria convinzione in una liberalizzazione della poesia dagli schemi culturali della tradizione lirica, finendo così per privilegiare una «mistica» all’incontrario, un misticismo della anti-phoné che irrompe con suoni disarticolati e cacofonici in uno spazio verbo-visivo.

È una variante dello sperimentalismo quello presente nella  poesia della Vicinelli: brandelli di reperti residuali, appunti, cartoline, pezzi di parlato, a comporre collages di marca surreale, diari, tazebao, sintagmi di manifesti, prestiti dal linguaggio pubblicitario. Datità sensoriali e oniriche, ready made e versificazione tradizionale formano un composto stilistico a volte fabbrile e giocoso, un magma incandescente di sintagmi deprivati di senso e con l’intenzione di una deviazione del senso e dal senso; c’è la convinzione di un certo uso presuntivo della voce dell’inconscio che vuole aprirsi una via attraverso le stratificazioni linguistiche della letterarietà. Insomma, c’è tutto ciò che negli anni Settanta una certa cultura credeva che fosse la «poesia».

Tutto ciò oggi sembra davvero così lontano, tuttavia, e anche così vicino alla invasione stratigrafica della prosa aritmica che la maggioranza ritiene oggi essere «poesia». È inevitabile che ciò che si ritiene anticonformistico si risolva in un nuovo modo di conformismo. Così come noi oggi ci nutriamo di parole d’ordine che tutti danno per scontato:  delle idee del vissuto, del quotidiano, della topologia etc. dando per scontato che la «poesia» debba essere un manufatto composto di questi elementi, anche la poesia della Vicinelli è piena delle idee di ciò che una certa cultura degli anni neosperimentali identificava con il concetto di «poesia».

Quando crolla una certa cultura, con essa crolla anche l’arte che quella cultura aveva prodotto. La poesia della Vicinelli oggi ci appare datata in quegli anni magmatici, anni di rinnovamento e di virulenta messa in discussione delle idee di «poesia» che un esangue post-ermetismo continuava a diffondere.

https://youtu.be/o9FlTsggPqs

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Poesie di Patrizia Vicinelli

Da un altro punto furono viste le stagioni
fino lì sconosciute
solo allora poté sedersi ad ammirare
il senso dell’alternanza.
Dalla sua radice gassosa ne muta
la base visibile
e lo cimenta la traiettoria
di notte e giorno la luce,
il cielo.
È fusa la donna alla sua ombra
eppure trema al fuoco dell’inizio
così se li sposta i suoi passi
Iside all’orizzonte mèta
ora essa fugge la sua lontananza.
Perché non cola l’attesa profumata
ossia fermarsi
la sua ansia volta avrà la fine
di profilo porre cosa la tiene unita
quella che stacca la radice, un alito.
Batte allora sul ferro la materia di sé
e lo plasma ogni angolo continuo
della vista
una distanza del suo centro esatta
la definisce.
I piani diversi del linguaggio
ne è avvolto
così genera le forme della sua ricerca
egli ha imparato come lasciarsi solcare
ad essere cinto dalle tracce.
Con un colpo d’occhio sentiva
la presenza simultanea di tutto ciò
che nella terra cresce
e questa coscienza della situazione attuale
lo aiutava come una disciplina.
Ciò che non è compiuto spinge
il modo del procedere,
mèta, mèta, arsi e riarsi,
durante la costa dei millenni.
Incessante se lo vide rinascere e morire
il mondo fino a dove
non ci fu più tempo né abbastanza luce
per seguitare i paradossi demoniaci
sbalzato come dura pietra molle ora
nelle acque del fiume,
si agitava dentro pezzi di realtà dissimili.
Nel mentre cantano nel petto i volti
dei suoi sogni
muta al mattino in albe anche dorate,
quale certezza venga da mondi paralleli, attriti
posti sopra o sotto, vincolanti.
Scivolando lungamente sul fianco
della piramide atavica
lo blocca quando vuole come esercizio
e intanto la miseria dell’uomo
va consumata dentro di sé, nell’arca
del suo spazio interiore
intendeva infrangere ciò che da inadeguato
si ricompone ad ogni istante.
L’attrazione dinamica del fare mancò
a quel punto
e alla fine della danza più lunga,
l’abbandono e il silenzio
della grandiosa solitudine
lo rendeva eterno,
come collocato su di un punto raso
della terra, sotto le stelle.
Non era più chiamato in battaglia
da tanto tempo.
Il mio inizio è forse il solo inizio,
disse l’uomo assetato, e si sedette
a guardare l’evidenza del suo destino.
Il cavaliere che guarda la luna,
non cerca e non aspetta niente.
Beveva quel soffice vino d’agosto
e teneva la porta aperta
sulla laguna afosa della fine d’agosto,
musica in viole di quel tempo, vino di Graal.
Si chiedeva se non fosse una sua fantasia
mentre risa fendevano l’aria,
di giovani donne ubriache.
Arrossisce il suo silenzio il vino
e gli dà corpo
col respiro batte il ritmo della mente
nell’aria intatta
ora a cerchio lo sguardo, la perdita
lo svela,
un parallelepipedo di una battaglia navale
del settecento,
esatto d’ombre fatte di sfumature.
In settembre oltre la luce così bassa
e radente c’è nebbia
e l’odore di funghi porcini annusati
a lungo, come nelle cene d’inverno
dentro le buste di plastica.
La configurazione del male così conosciuta
era allora impalpabile, sembrava
non ci fosse traccia.
Intanto la luna al primo giorno calante
porge la notte in adagio,
la struttura tutto sommato
è tonda ora, poi cambierà.
Già pensa che il santo Graal è troppo
lontano, e il bicchiere si sta offuscando
di rosso, – qualsiasi cosa signore, ma spingimi
avanti – nuovamente il bicchiere brilla rosso
e la luna fra gli alberi cade con la certa nebbia
fino ai pini e alle acacie, ma non i grilli, non
i ragni, le libellule fino a ieri poi.
Non c’è arrivo non c’è sosta non
c’è partenza, ma il succedersi senza tregua.
Questo sì, che ad ogni livello ne succeda
un altro, per generazione spontanea
l’aveva saputo dalla ruota che girava
mentre i mondi finivano, a volte.

.
(Tratto da Opere, all’insegna del pesce d’oro, 1994)

il-gruppo-63-a-palermo

Il Gruppo 63 a Palermo

.
Il tempo di Saturno

Ancora poco e dal tempio dove sussurrano le idee esse si sveleranno quando la brezza darà inizio al loro manifestarsi. Proserpina la si incontra allora, e rende grazia alla sua regina e si inginocchia, al sogno del suo nome ha posto la fine.
Così dalla fonte, se li poteva vedere
i convitati nella loro allegria e scintillano le coppe, un’alba come di gravida lunga, ma tutti hanno fiducia.
E’ molto alta la vista da quel punto
anelli di grattacieli sotto nella caduta dell’aria
essi festeggiano il ritrovarsi, hanno raggiunto l’uscita della stanza di piombo.
Nella fontana dentro si bagnano gli esseri non un attimo di strada la dimenticano
è il momento di rallegrarsi, ciascuno ha attraversato quelle acque.
Sempre ha scelto l’altra via ora si trova
a una distanza irreparabile e segue convinto il proprio disagio. E’ alla collina di fronte che vorrebbe arrivare, ma la montagna
davanti a lui gli serra la gola.
Cigni neri e nuvole promettono nera acqua dell’antico senso e resti sulla terra
le cui forme ancora si riconoscono,
errando con la mente nel fosforo schiuma a picco sotto di sé
gli viene da illuminare la sua lampada
ma rimbalza sulla roccia il veliero senza scampo, i morti quelli sbattono uno contro l’altro
nelle onde.
Aver sbagliato di poco la direzione, egli pensa con la vertigine, dall’alto della vetta
non vedrò ancora le tue praterie e forse
la mia fiamma verrà mangiata dalle ali dei corvi
se tu non intervieni angelo, sarò piombato nell’abisso.
Sebbene, guarda la notte esplosa, essa ha
frange chiare e si possono distinguere i contorni delle vie le figure geometriche delle stelle fisse
emanano bagliori, dona certezza.
E la pioggia non finirà come la radice
la trovi mangiata ma tagliando fino al cuore, lo ottieni il suo centro
che resta ardente sotto la discesa dell’acqua. Ossa secche neanche il mantello servono
a quel corpo, la gloria giunge dopo la sconfitta aver paura di vivere molto più di morire.
Entra il possibile passato nella proiezione del presente, egli può scegliere
come entrare da un’altra porta, si avvolge nel suo scudo atavico, ancora una volta osa
col rischio della fine camminare sull’orlo. La pietra, quella in cui è ricordato
il passaggio, tiene nella sua forma le onde che riverberò la luce durante mille giorni
potrebbe forse sostenerlo nella sua impresa,
o l’eroe da sempre funambolo cercatore con le lacrime sulla fronte e dentro gli occhi
e cedere cedere come montagna crollata
sotto i piedi briciole briciole la tentazione dell’aria.
E’ un uccello vivente che lo viene a cercare se fosse di metallo darebbe un segno
neanche nel deserto si perderebbe egli è sostenuto
porta con sé il suo drago e la colomba.
Ma la sua forza assomiglia a quella di un titano attorno a lui si sveglia l’odore dolce
come quello di ciò che sta cercando
l’asta lo spinge avanti, serve da pertica
da ponte dona la direzione e vince nella lotta. Egli si volta e trova luce egli si volta e trova
luce. Si abitua come a una condizione
può volare e navigare dall’acqua avvolto. Dal profondo di sé egli si è raggiunto
mai avrebbe immaginato fosse così semplice e così terribile come essi da bambini
nella disperante solitudine conscia della natura e dover rinunciare egli deve poter crescere qui
alla fragilità alla forza interna di ognuno, la menzogna.
La tenerezza gli renderà incandescente
il cuore e la sua spada è d’acciaio vedeva svolgersi il sole al tramonto
sebbene meditasse grandi rivincite avendo vinto la notte.
Dunque il sole era di fuoco in ogni luogo
e risplendeva per sempre nella sua continuità. Nemmeno un attimo ci fu margine d’errore
ma lodi nella meccanica di nuove geometrie
esse formulavano la quiete di altri sistemi. Un profondo silenzio, il totale silenzio
della coscienza uscita dal gorgo
quella di chi è entrato in una spiaggia sicura. Meditava quella notte il tempo
e la sfuggevole inesattezza delle coordinate
che i naviganti donano, misere tracce su intuizioni incerte, seppe poi
del camminare unico, per ognuno il suo creativo.

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alighiero-boetti 1940-1994-dama-1968

Eros e Thanatos, il canto

Lei ci tentò, lei ci tentò
con lo sforzo delle sue supreme forze essa tentò il ricordo dei sogni
ma ammaliava di più quel nero conosciuto
dentro, dentro, ancora lo squarcio non sembrava consistente.
Quando fu lucida i disse siamo appena stati accolti, eppure l’assoluta certezza
di quelli che sono salvi sembra un baratro, perché abbandonare il mondo
sangue e grumi di miseria e spettri analisi di sfere cadono a quel punto,
eppure guardavamo illustri gli archi delle stelle e si diceva ciò è reale.
In ginocchio, frantumando le zolle
– è verso un dirupo – quale strada fra tutte quelle uguali e maestose
e non c’è il magnifico giardino
e fiori no, ci sbagliammo,
dovevamo cogliere la strada più a nord, quella impraticabile.
Non si arrivò, la vittoria ci aveva raggiunto
galoppando
e senza tregua si arresero la testa in basso
l’antico valore sembrò sospeso
in un miraggio.
Così il tempo accorcia e annulla le distanze
e pretende la composizione del prossimo volto compiuto, dovevano mettersi a fuoco,
così con gli occhi piedi di pianto si alzarono allora,
e con la mente divinando sotto la volta stellata stabilirono il corretto cammino.
Ancora il segno
sulla fronte dell’abisso tu, ma,
il calore delle spire del drago l’avvolse e la rapì l’incendio del deserto quando
il furioso amante colse la sua anima nell’incanto della sua resa affranta,
così lo seppe lento e lungo per vederlo
il nemico, incontrarti dunque,
e cornici di immagini splendettero di oro. In quel momento l’eco si sciolse,
un sussulto il giorno che si perde
davanti allo specchio l’enigma fu percepito nella sua pura fuga di misura,
un cristallo appiattito, si era congiunta solo allora furono intatti i momenti del suo corso primo, e ogni frazione riconduceva al senso. Parlaci insieme Giano, pigliati la bella
Pandora, legato nel dubbio lo seppe
di tradire sempre la promessa, nell’oscuro verde della montagna notturna nascosto introvabile nel maestoso ventre, come
e quanto a lungo lo attese, col desiderio attorcigliato in corona nella sua mente. Nel progetto finale bruciano i suoi resti non conta abbastanza il già avuto, rosse
bacche nell’inverno sporgono, e uccelli
col petto rosso, anche un semaforo, un fanale, un cuore di metallo fu rosso, cresce
nel sonno il dentro col fuori fondendosi,
come lo regge un desiderio incandescente, che è l’orgoglio del suo andare?
Sabbia, e tutto ciò che profuma di morte, la sua memoria schiantata in mille esercizi
immensi oceani e colori chiari facevano limpida l’aria e trasparente oltre lei, infrangere quello che è già dettato
non lo puoi tanto a lungo, mia dama, né
lo puoi fuggire di più, mio cavaliere.
Tutte le pietre dalla radice sono macchiate
di sangue, e noi fummo immediatamente soli in quell’alba
dirti come fosse la sua pelle di cellule ancora da violare
ce l’eravamo ottenuta d’azzardo, all’improvviso ci raggiunse quella luce da mattino d’agosto
e la luna era appena calata
se ne vedeva una falce nel cielo,
noi nascemmo col sole a picco su scogli verdi e muschi e piante di altri luoghi e stagioni
cosa cercavi, ci dicemmo fra il vento
e l’altezza della vista su quel quarto di mondo, non era qualcosa per sé,
non quella intensa cosa della giovinezza, che ognuno aveva dato senza temere,
non quella per cui si muore, no, quello che era di tutti ci riguardava
noi e gli altri, come una stella così grande, una stella i cui raggi infiniti, eccetera.
L’aveva srotolato il tempo, si guardava le miniature dei suoi giorni, ed era
un riso e un pianto e una beatitudine. Lo sforzo del desiderio inarrestabile
lo porta, osare fino dove nessuno ha mai osato credere, sommando sommando,
essi modesti tolsero, fulgidamente
certi che i nostri sogni in parte dimenticati ora fossero veri.
C’era da cantare, e comunque vibrava
all’infinito la voce della gloria, perché un uomo si era trovato
in connessione con l’infinito ancora una volta.

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Attraversare il fiume

Come un’altalena, come un arcobaleno, il penetrare in alto e in basso, colorato, a croce lui
ripete l’andamento. Interiorizzato l’abisso
è una struttura dell’essere, egli si strazia nell’immerso come nella sua pratica, il solito.
Prendere in mano la sorte del suo destino e integrarlo
e diventare l’agognato essere dei sogni, a picco la luna sulla mente
non smette di influenzare. Morbi
scattanti angustiano, ed è una morsa di ferro ma il principio non è dimenticato,
neppure la lotta, neppure la resa, neppure
l’incessantemente corso
di questo fluire di questa vita di questo cosmo, a paragone.
Nella chiusura e nell’apertura, si schierano i miopi
cercatori, s’immergono nei pozzi oscuri e scattano come risucchiati verso le stelle, dopo
una stanchezza che pareva già morte.
Sempre il tempo per ognuno ha finito di scorrere, quando giunge la luce
non somigliò a nessun sentimento
o a quelle forme conosciute
di cui si ammantava piuttosto un’istantanea mentre un cavallo s’era fermato sotto la luna.
Disse che anche la poesia andava detta
in un altro modo, perché servisse ad altre schiere, e perché diventasse movimento attivo
senza ritorno, ogni volta che il desiderio avesse preso una forma e il dominio. Immerso in un’oscurità da utero, seppe
che era una scelta e non più una condizione e
se ne stette rincattucciato senza temere,
come un bambino sempre più goloso, ma di senso. Vide le nuvole cadere precipitando
in quell’universo finalmente statico, guarda
per ore tutto ciò che vuole, inventando schemi come un mago con la sua bacchetta.
Deve dormire, nel sonno crea il suo paradiso, lo fornisce di dettagli e consistenza,
ricorda che era come tessere,
fare tutt’uno del destino con la vita.
Ebbe buoni maestri, nel campo dello spirito. Tutto l’assillo e il procrastinare furono dovuti
a una sorta di concupiscenza, sempre quella,
e nominarla passione, dove il corpo può immergersi fa il suo tremendo mestiere il corpo arricchisce
la mente nel suo modo possibile e migliore. L’infermità accumulata nei centesimi del tempo di attendere sembrò irreversibile
e solo dopo l’invincibile rinuncia
se lo permise di godere scavalcando così i suoi resti riemergenti allora in nuova energia.
Quella calma è una struttura interiore, da lì
fu possibile dettare ordini alla mente e rinforzare i sigilli della propria unità.
Così la forza forma la sua melodia come di un uomo che ha finito di sperare
e che ha iniziato a dominare, poiché la sua anima ha visitato gli opposti.
Le creature così vaganti da impazzite, quasi mai raggiungono la riva, quasi mai infrangono lo specchio,
raramente congiungono a sé la propria sorte, perché non si danno pace, oppure non si fermano. Intanto Orfeo conduce al di là dei sassi
la sua fede rovente e si chiede perché,
questa paura smisurata ancora una volta abbandona il mondo tu se lo accetti quel lago immenso
della solitudine, la condizione, la condizione.
Querce immobili in quei momenti fremono senza vento batte il loro alito su altre menti in consonanza.
Mai diviene certo cosa risulti,
la grande ansa del desiderio abbattuta la diga dell’immenso fiume abbattuta,
luogo in cui queste parole sono proprio inutili, tenendosi dritto Orfeo in compagnia della sua ritrovata anima, cellula per cellula eretto
un androgino pieno d’orrore e di risentimento,
si lasciò percorrere al di là della sua storia avendo raggiunto la superficie del pozzo, ma sì, sotto quella calma sotto le stelle in alto,
pace disse sperava, e un’aria improvvisa di sera tranquilla.
Tremanti quelli come lui ancora dentro quei loro corpi a lungo vissuti, essi piangenti si cacciano
la stella famosa in fronte, come lui proseguirono
piano, finalmente senza più temere.
Sì il timbro dell’inutile veniva da ridere sommessamente a tutte quelle rincorse sul bello
e quanto si trovò colmo di esso come un pastore
dicendo come è passato e come è mio, la coincidenza dell’essere, e quanto si trovò colmo del senso,
mentre se ne andava in un lontano fermo e rinunciando alle sue speranze.
Essa stava lì nel centro cuore bollente aurora, da non fermarla, ecco il rischio inevitabile,
il cammino già dato.
Così da lontano vedeva la sponda, anche tutto quello che c’era nel mezzo.

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TRE POESIE di Emilio Villa (1914-2003) “Nottata di guerra”, “Il bersagliere svegliato morto”, “Ormai” da “Ormai” (1947) con un Commento di Pino Corrias a cura di Giorgio Linguaglossa

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«E che siamo rimasti senza ordine e senza rivoluzione, / magnanimi e caduchi, e sembra bello / aver sbagliato in molti, in tutti» (E.V.).

Emilio Villa nasce ad Affori (Milano) nel 1914 e muore il 14 gennaio 2003. Villa scrive anche in italiano, lingua che però non ha mai amato perché a suo parere lingua di schiavitù d’una Ytaglya pomposamente accademica. Ha preferito scrivere nel dialetto milanese, ma soprattutto in un latino di proprio estrosissimo conio, con saporose deviazioni in greco antico, provenzale e inserti semitici, per approdare infine ad un francese sui generis che farà stordire i nativi di quella madrelingua. La contorsione alla quale sottopone l’idioma, ne deforma l’uso corrente, pur non scendendo mai a velleitarie stravaganze, bensì scavando all’interno del linguaggio ove crea sperimentali inedite situazioni.
Con Villa si concretizza l’evento d’una poesia che è abbozzo filologico ed opera d’ermeneuta in un impasto magmatico ed enigmatico (Tagliaferri in Parole silenziose, Opera Poetica I citata).
Tale non è ancora il caso della raccolta Oramai del 1947, scritta in italiano con ricorsi al gergale e al dialettale e in toni crepuscolari cui allude il titolo della raccolta, di perdita irrecuperabile, toni che tenderanno in seguito ad elevarsi in accenti sempre più accesi ove quell’oramai si tradurrà in nostalgia per una perduta innocenza edenica.

emilio villa cop

In questa visione del mondo la storia è rifiutata: Anche all’osteria crediamo di essere all’osteria, e invece siamo tutti quanti nella storia, buon Pascarella. Invece la storia è uno sbaglio continuo, che non si ferma e non si stanca mai di sbagliare, di rifare, di rivedere, di ricredersi, di affermare oggi per rimangiarsi tutto domani (recensione a Stalin, zar di tutte le Russie di E. Lyons, su L’Italia che scrive, dicembre 1941).
Al rifiuto della storia si ricollega la critica del rapporto tra cose e parole: chi che aspetta di sentire le parole? / o voi / aspettare di sentir le cose tra le cose? Ogni si aspetta / di udire le cose e le parole? Ma chi cosa / e parole che dice, dove sono (Si, ma lentamente, 1954), e Villa opterà definitivamente di parlare parole e non più cose.
Ma di cose si parlerà ancora in La tenzone, finta forma provenzale di scambio alternato di strofe, composta in un impasto di dialetti lombardo e romanesco e parole inventate, un’invettiva contro l’Ytaglya del dopoguerra.
Negli anni cinquanta Villa si impegna a fondere le esperienze di glottologo, filologo, traduttore e poeta per crearsi una propria lingua che Tagliaferri descrive quale espressione personalissima della vocazione neoalessandrina della nostra epoca (in Parole silenziose, cit.), tesa alla coesistenza di esperienze provenienti da culture disparate e soprattutto nella direzione d’un passato remotissimo, verso il mistero delle origini del linguaggio, ben oltre il sincretismo tra ellenismo ed ebraismo?, tanto da chiedersi se un cromlech non fosse più intenso e spasmodico del Partenone o del colonnato berniniano (da Ciò che è primitivo in Arti visive, maggio 1953).

Emilio Villa

Emilio Villa

In quest’alveo confluisce l’esperienza biennale (1950-52) in Brasile, ove la cultura letteraria, specie da parte del gruppo di poeti concreti Noigandres, prendeva a modello Pound, Joyce e Cummings.
Tra le tecniche che acquisisce c’è il collage di frammenti di situazioni liriche, mezzo che risale al découpage poétique di Blaise Cendrars e che avrà enorme fortuna presso Apollinaire, Pound, Eliot, Gide, per non parlare degli esperimenti dada e del recente cut up anglo-americano di Brion Gysin e William Burroughs.
Accanto al collage, compare una singolare variante della glossolalia, che è quel parlare strano già menzionato da San Paolo in una lettera ai Corinzi, una forma presente in certe situazioni di esaltazione mistica presso molte comunità religiose. La glossolalia villana scaturisce dal fermento d’una materia linguistica densa di bisticci fonici, di congetture etimologiche, di accostamenti inaspettati ove il suono genera il senso rischiando ognora il nonsenso. E Villa è sempre disponibile a svincolare l’eufonia dal significato: certi passaggi sono del tutto oscuri pur se qualcosa si percepisce di fosforescente come tra fantomatiche presenze abissali. Ecco la voce d’una Sibilla: Sibilla spuria sibillina discissa per os /  sibilla umbra sedumbrans ad umbris  umbrarumque mysticantia sibilla sexus (in Sibilla Burri) oppure Sibilla labialis, alis labi queas, limine clam / sigillata, sillaba labyrinthia, labilis labi lilium (in Sibilla labia, 1980-84).
Si crea così una zona ove regna il massimo grado di ambiguità semantica in un divenire senza fine. Va da sé che la glossolalia villana è l’apoteosi del multilinguismo filologico, nelle lingue semitiche i giochi etimologici sono frequenti, nonché del neologismo elevato a metodo del comporre: il poeta agisce sulla fisicità della parola, nel sottosuolo delle sedimentazioni linguistiche.
Per fare un esempio, preso dalla raccolta Verboracula (su rivista Tau/ma, 1981) il nome Artemis vien fatto nascere da sequenze foniche sumere e accadiche. Ecco il testo:

leges sumerice arade.me.dim.a
ara, seu akkadice namru h.e.splendescens
splendit splendita splenduit
aut itu, h.e.exiens (luna) in coelo
ovvero
leggi in sumero arade me dim sa
ara? ossia in accadico namru cioè splendescens
splendit spendida splenduit
oppure itu cioè exiens (luna) in coelo

ove ara sumero e  namru accadico significano splendere e me sumero significa il potere divino.
Tali esiti corrispondono al diverso atteggiamento che nel ventesimo secolo lo scrittore ha assunto nei confronti del linguaggio, pensato non tanto quale veicolo di significati, quanto puro materiale da analizzare in un continuo processo di associazioni e dissociazioni che parte dalla Parole in Libertà futuriste e dal linguaggio transmentale zaum? di Velemir Chlebnikov, Aleksej Krucenych e Iliazd, per sfociare nel totale disimpegno dal senso che è proprio del dada. In alcuni autori il pensiero pare svilupparsi dal suono, si tende a pensare con l’orecchio piuttosto che con la testa: suono simile vuol dire significato simile già scriveva Igor G. Terent’ev nel 1919 (in 17 attrezzi senza valore, Tiflis), e in realtà in ogni poeta c’è un aspetto transrazionale.

Emilio Villa

Emilio Villa

In Linguistica (da E ma dopo, 1950) Villa scriveva: Non c’è più origini. Né si può sapere se. / se furono le origini e nemmeno, ciò ch’è conseguente con quel senso di perdita assoluta già adombrato in Oramai. Ma la ricerca d’una lingua edenica non l’abbandonerà mai e l’apparenta a Chlebnikov, anch’egli poeta filologo che scava nelle parole e le ricostituisce con inediti impasti di radici, suffissi e prefissi: l’esperimento linguistico si fa atto estetico. Pure affine alla scissione congiunzione verbale di Villa è la fonoscrittura di Chlebnikov, cioè ricerca di intime fusioni di sonorità simpatetiche e scisse dai significati. Così in Villa il processo di accumulazione tramite l’uso di suffissi e prefissi in un processo di nominazione che è tutto un andirivieni di richiami etimologici.
Centrale, nell’universo poetico di Villa, è il ruolo della Sibilla, vox clamantis in tenebris verborum, che impersona la fondamentale ambiguità del linguaggio tramite la figura dell’enigma, che già per Aristotele è l’antenato della metafora. L’enigma è una messa in crisi della facoltà comunicativa: se la parola è dono divino, ecco che l’enigma è posto dal dio all’uomo in un cortocircuito semantico.
Per comprendere meglio l’idea villana del rapporto tra il divino e l’umano, giova rifarsi agli estratti dell’incompiuto saggio L’arte dell’uomo primordiale, stesi verso il 1965, ove il sacrificio, il sacrum facere, l’uccisione della vittima, è considerato atto nutritivo divinizzante ma al contempo immanente, senza trascendenza: il Nutriente-Nutritivo-Assoluto è pura sostanza e insieme simbolo. L’atto di violenza è positivamente naturale e il segno-incisione-ferita è simbolo di trasfusione di energie vitali. Con la nascita della pittura, dell’arte cosiddetta preistorica, il segno, come espressione del simbolo, tende a sostituire il rito sacrificale. Nell’arte contemporanea Villa vede l’atto del taglio in Fontana, nella cucitura dei sacchi in Burri, nel dripping di Pollock, un ritorno ai segni-simboli primordiali, dai quali l’uomo storico e tecnologico s’è fatalmente allontanato (A. Tagliaferri, in Su E. Villa, il Verri n. 7-8, novembre 1998).

emilio villa guerra

A sua volta l’impossibilità di attingere all’ineffabilità d’un linguaggio primigenio comporta l’accettazione che la poesia non è purezza, ma un compromesso che rispecchia la condizione umana di perdita del divino, dell’infanzia, forse dell’animalità infantile e quindi di caduta, forse d’un peccato originale, d’una colpa oggettiva e di cacciata dal paradiso terrestre, di forzata discesa dagli spazi aerei della selva ancestrale. Se è compromesso, la poesia dovrà accettare la degradazione della lingua, l’informale materico, e in questo senso la poesia di Villa corrisponde agli esisti dell’espressionismo astratto d’un Pollock, d’un Gorky o all’informale tragico d’un Burri: un lessico informale dunque della langue nulle, degré zéro (in L’homme qui descend quelque. Roman métamytique, Magma, Roma, 1974): uno spazio nel quale la frase si dissolve e non sarà più recuperabile che a tratti, rischiando ad ogni passo di precipitare nel vuoto del nonsenso, nel trou del nulla o del caos primigenio? e Trou s’intitolano quattro poemi che si richiamano ai buchi di Fontana, coevi alla serie delle Sibyllae.
Nell’orizzonte poetico di Villa permane un valore astorico, assoluto, quel deus absconditus che è al contempo l’effimero e l’eterno, l’inizio e la fine, l’uroburos.
Se il dada Schwitters crea i Merz con materiali di scarto, dal canto suo Villa schizza con gesto tragicamente derisorio, sul blanc immacolato della pagina, potenza originaria inanis et vacua? ma già Mallarmé aveva scritto che la destruction fut ma Béatrice? un melting pot lessicale che mescola e rimescola serie di bisticci paradossali, una continua deformazione ? contaminazione dei termini, l?uso indifferente di diverse lingue e crea un idioma onnicomprensivo, inarticolato, totale, polisegnico, farcito d’accidenti ortografici e i parole-baule arboraranea (albero-ragno), obnubiubilanti deo (annuvolato-giubilante dio), nuxnox (noce-notte)? e parole scisse? m’ori (un) tur (nascono-muoiono), nomina (nomi-presagi), babelica e ierofantica ricerca dei fondamenti delle cose-parole, spersi nella dedalea Ragnatela di sussurranti millenni?.

 (Commento di Pino Corrias, la Repubblica, 07/01/2005)

emilio villa 4

Emilio Villa dormiva per terra avvolto in fogli di giornale. Traduceva dall’assiro. Si pettinava, a metà cena, con un pettinino azzurro. Sputava nel minestrone prima di mangiarlo. Era amato dalle contesse. Cucinava trippe. Campava vendendosi un Consagra o un brano ritradotto del Qohelet. Fondava numeri zero. E dal molto che fece, scivolò dentro al “caldo rumore dei tempi vuoti”.

Vertiginosa fu la sua avventura, per il suo pieno di parole, segni, sguardo, sistematicamente svuotati fino al silenzio della malattia, e al nulla degli addii, e alla (scampata) distruzione delle sue carte. Lui che pure camminò dentro al secondo Novecento italiano, poeta di ermetica purezza, saggista di strabiliante erudizione, cacciatore di artisti, profeta di tutte le avanguardie tra gli atelier di Brera, a Milano, e le soffitte di Piazza del Popolo, a Roma, amico di Duchamp, Breton, Matta, esegeta di Alberto Burri, Lucio Fontana, Piero Manzoni, traduttore della Bibbia e dell’Odissea, viaggiatore senza spiccioli, notturno, eccessivo, innamorato di donne innamorate, che visse tra migliaia di foglietti, cancellandosi.

La sua fama ha avuto parecchie ridondanze, ma sempre in memorie aleatorie, in carte di artisti introvabili, in testimonianze d’occasione, in ricordi quasi del tutto cancellati. Mai un racconto sistematico, salvo qualche pagina che gli dedicò Giampiero Mughini. Mai la trama fitta del suo passaggio.

emilio villa copertina di ExSe ne incarica adesso Aldo Tagliaferri, che gli è stato amico e allievo per una quarantina d’anni, con Il clandestino (“Vita e opere di Emilio Villa”, DeriveApprodi, pagg. 207, euro 14), biografia accurata e persino troppo lineare, cominciando dallo specchio del titolo, lui davvero clandestino per indole, stile, carattere, raccontandoci il filo e i nodi della sua vita, ma poi scordandosi di restituirci l’avventurosa matassa che fu.
Avventura che comincia nel 1914, nebbia di Affori e sterpaglia milanese, padre in eclisse definitiva, madre portinaia, infanzia solitaria e poetica fin dalla profezia capovolta del maestro elementare: «Tu non sarai mai buono a far stare in piedi una frase».

Villa frequenta per un paio di anni il liceo Parini, poi il seminario. Parla correntemente il milanese e il latino. Parla il francese, il tedesco e l’inglese. Studia il greco antico, l’ebraico, il fenicio, il caldeo, segue i corsi di assirologia al Pontificio Istituto Biblico. Ammira D’Annunzio con “tutto il suo carico di gloria e di tristezza”. Legge Nietzsche, ma scivola dentro alla tonante depressione di Cioran con la sua “disgrazia di essere nato”. Studia Leonardo, annota la più bella tra le sue lezioni, quella che dice: «Ogni cosa in natura si fa per la sua linea più breve». Ma naturalmente lui dispera di imboccarla e viaggia al contrario.

Gli rotola addosso la guerra. Diserta, finisce in un campo di prigionia in Olanda, muore di fame, torna in Italia arruolato a forza, scappa, si fa (per l’appunto) clandestino a Milano dove «acquisisce uno stile di vita che gli diventa presto congeniale: compare, se ne va, d’improvviso ricompare dopo assenze anche lunghe e sempre fa perdere le proprie tracce».

Anita Ekberg in Chiamami Buana (Call Me Bwana) di Douglas Gordon, 1962.

Anita Ekberg in Chiamami Buana (Call Me Bwana) di Douglas Gordon, 1962.

A Milano incontra Lucio Fontana. Lo colloca ai vertici della sua idea di arte, con Rothko e Pollock, il vuoto e il pieno della vita che lo attraggono e lo consumano. Viaggia in Brasile, vive svendendo tele e disegni di Perilli, Turcato, Dorazio. Torna, scopre Mimmo Rotella, scrive di Nuvolo, Cagli, Capogrossi. Disintegra il realismo socialista. Quando si trasferisce a Roma vede i sacchi di Burri e li illumina con il suo inchiostro: «Intendevamo i sacchi e le muffe quali parvenze di una stratificazione del mondo affiorato, o come si direbbe “conscio” (…) Erano i materiali più prossimi e analoghi alla suscettibilità e incertezza del deserto mondano, della assurdità totale e incoerenza della storia: i materiali sorpresi nella crisi del compianto».

Abita in case precarie, soffitte, atelier prestati, e qualche volta dorme sulle panchine. Si occupa di tutto, dal teatro ebraico, alla pop art, dal greco antico, alla poesia dei Novissimi. Quando Roberto Bazlen, consulente di Einaudi, lo incontra in via Margutta a Roma, anno 1954, resta affascinato dalla sua erudizione eccentrica e inattuale. Legge i brani che Villa sta traducendo dalla Bibbia. Gli offre il primo (e unico) contratto per continuare a tradurla e consentirgli di campare lungo i perigliosi Anni Cinquanta.

È, secondo testimonianze, “incredibilmente colto, disordinato e sporco”. È piccolo, tozzo, ma con voce che incanta. Ha le tasche piene di poesie, brani tradotti, appunti, illuminazioni. I fogli finiscono dentro a scatole e valigie. Le valigie viaggiano di casa in casa.

Dopo la Bibbia traduce l’Odissea per l’editore Guanda. Scopre i Finnegans Wake di Joyce e dimentica Carlo Emilio Gadda. Ai bordi delle sue disordinate traiettorie nasce tutta la nuova arte italiana che archivia metafisica e realismo, reinventa il pop, asseconda l’astratto, approfondisce il concettuale. Villa è profeta e comparsa di quasi ogni inaugurazione che conti. Scrive presentazioni, cataloghi, ammira Mario Schifano, Lo Savio, Fabio Mauri. Tra i giovani predilige Piero Manzoni, “giovane discendente di Duchamp”, con i suoi batuffoli di cotone, la sua merda d’artista inscatolata, i suoi bianchi poetici. Manzoni un giorno di aprile 1961, lo firma come “opera d’arte vivente”. Villa lo ringrazia in milanese, “brau te me piaset”.

anna magnani

anna magnani

Nanni Balestrini che all’epoca dirige la Feltrinelli e pure lo ammira come poeta («grande abbastanza da affiancarsi a Montale») gli pubblica Attributi dell’arte odierna 1947/1967 che rimarrà la sua unica raccolta non clandestina di scritti, anche se oggi introvabile.

Cancellandosi e disperdendosi, Villa accresce lo stupore degli altri e la propria solitudine. «Uomo esule – scrive Tagliaferri – di un mondo cattivo del quale non bisogna essere mai partecipi». Uomo senza alcun rispetto né interesse per le cose che abbandona appena lo ingombrano, come un armadio con le ante dipinte da Nuvolo, come una Prinz mai usata, come una scultura di Lo Savio, come una intera cassa di manoscritti. «Persino la Pietà di Michelangelo presa a martellate lo lasciò del tutto indifferente».

La sua vitalità (cibo, scrittura, incanto per il teatro di Carmelo Bene) viaggia verso un orizzonte perfettamente nero. Non c’è sapere trasmissibile. Non ci sono parole per spiegare. Non c’è soluzione all’enigma. Non c’è uscita dal labirinto. Scrive: «Guardavo, scrutavo l’orecchio di mia madre, quello di mio fratello? e sempre la stessa cosa: vedevo il labirinto, il canale che portava a un punto buio, e in fondo deve esserci l’abisso, un abisso grande come il pozzo in campagna, come certi strapiombi del sogno (…) Quella era forse la primissima idea del labirinto di cui l’uomo è al tempo medesimo architetto e prigioniero, ideatore e vittima». Poi venne l’ictus che gli tolse per sempre la parola, anno 1986, e la paralisi…

Totò

Totò

da Oramai (1936-1945; edizione 1947)

da Emilio Villa “L’opera poetica” L’Orma, Roma, 2014 pp. 770 € 45
Nottata di guerra

La notte che c’era il nubifragio, molte mamme
addormentate nella piena con la lingua secca,
io cominciavo a immaginarmi la ragazza
che adagio se la sfoglia, e dice: «ce l’ho lunga,
rara, rosa, bella» e trema come una foglia:

e l’erbe parvero sanguinare sotto la forbice dei lampi,
e noi non per niente dovevamo pensare alla salsa
inglese, alla trota moribonda con gli occhi nel sugo
delle vetrine tra le foglie di senna, con il prezzo
al minuto sul banco marmoreo, e alla stadera: allora,

primizia colore di pelle di pollastro, filamentosa,
una figliola in bianco poggiava le sue tette stagne
sul cristallo delle bacheche, e con il mignolo
piluccava l’uvetta nel mollo del panettone:

era la notte che c’era il nubifragio, e molte
ruote di lontano perdevano i tubolari nella palta,
e una zona di ragne baluginanti per l’aria alta,
orme sovrane e incerti passi sull’immobile
insonnia che divide i morti di qua dai vivi di qua.

.
Il bersagliere svegliato morto

C’è chi sogna in sogno i guadi degli specchi, e chi nel sogno,
e c’ chi mangia in sogno radi
minestroni d’avena o di tritello con i ceci secchi, e mela

gelata:

però non sapevi dire le cose che so dire io, c’è differenza
seria, e facile
forse non ti sembra il dire le cose di valore
sull’argomento di un soldato morto, anche

davanti a un gregge di colonnelli repubblicani
in adunata: eppure parli;

parli, e c’è chi misura il terreno e chi il creato,
chi governa la patria desolata dei fenomeni,
senza o durante il buio: rode

allora umiltà la tua umiltà, e requie
la tua requie:

è larga come il sacco a bottino la tua voglia
paesana di morire in tanti, a mille e mille
e non più mille, in grande abbondanza:

e si sa mai, si sa: la branda
carica, la mattina del 15/6
di giugno, si sa mai: o è scoppiata
una bomba a mano in sogno, e il cuore
non ha tenuto: oppure hai sognato una fame
così viva, così generosa, così
per tutti, da morire tu da solo, uno
per tutti noi che dormivamo vicini alla tua branda,
rattrappiti, come zampe di gallina
nel gelo:

sveglia, Remo, salta su,
c’è la stufa da inviare, la vita
della vita incomincia dopo la sveglia;
e ricomincia dopo il contrappello, quella tromba; e

“durare” te lo dissi in fondo alla palta in postazione
“e durare è un’usura, un sopruso”, le parole
di un intellettuale sono profonde…

ma chi in questi giorni, a queste aree crepa
è un fesso, è un mascalzone, un traditore:

e tu lì smorto come una patta lavata,
e guardavi fiorire di coralli e miche e colla
i fili delle vergini sulle travi del plafone;
la saliva era il sapore, nel cielo del palato,
dell’ultima mattina di tua vita, tremolava
come l’acqua specchiandosi sul cielo degli archi

nei pomeriggi che c’è il sole: nessuna femmina
potrà mai scrivere di essere stata tua moglie,
adesso che i tuoi testicoli uno direbbe che sono

il collo del tacchino assassinato fuori del campo:
e penserebbe cosa strana di trovare
il bottoncino madreperla delle mutande

cucito con il refe nero: e tu non puoi continuare
a vedere i tuoi occhi fiorire nel gelo, i tuoi occhi
non vedono più il tuo sguardo scintillare come la mica

negli oblò dei tendoni le sere verso il tardi:
e l’aria del tuo cranio ora rimonta la rugiada
teutonica, il cranio è un uovo spaccato nottetempo
contro le cripte della sigfrido:

e così solo tu mi sembri la medesima
tua dècade, il tuo

stesso nemico senza fine, e poca
lealtà; mentre le facciate lunghe di Milano
sorridono malinconiche chilometri e chilometri

di nebbia al di là delle alpi: il merlo
è volato sul cotogno: e c’è chi sogna
il sogno; e la trasferta?

Senti dalla finestra una voce rovinata:
E il terzo battaglione
è il figlio della vacca?
la truppa è stanca morta
un mazzo che ti spacca!

Marcel Duchamp

Marcel Duchamp

Ormai

Un giorno la giovinezza, con circospezione
abbandona arbitrariamente i capolinea. Ecco.
E io ricordo le finestre che s’accendono al pianterreno
sul vialone, e somigliano così profondamente ai radi
ragionamenti che faremo sul punto di morire,
in articulo, con l’ombra degli amici, a fior di mente.

Invero
non so più se viva tra le secche
ancora il suo tepido serpire, adesso,
in province gelate, come una romanza
fine e perenne sul filo della schiena, ma davvero
so che nelle lacrime lombarde, ove credemmo
di mieterci a vicenda, vagabondi baleni
dissipavano i veli nuziale alle riviere.

Ed era un nome d’alta Italia, a ripensare bene,
era un nome questa raffica, che non osi
più inseguire? E la felicità dell’occidente
si salva in occidente?

Disabitate ormai le alzaie, e disperando
ormai del nostro sentimento (e la nebbia
ormai mietuta che ci stringe a mezza vita),
disabitate le alzaie e disperando ormai,
se la patria fosse una cittadinanza unica, reale,
andrebbe ricordata in un risucchio, a capofitto
per le celesti aiuole, la parte più dimessa
del nostro pensare lontanamente: andrebbe
ricordato uno spesso passaggio di brumisti
e di taxi, quel che tossisce sul margine caduco
del Naviglio, o libero tra le pioppe luccicanti
che i diti dl vento tamburellano lassù, il brivido
dell’ultimo brum, in una corsa matta, che ci porta
via tutti i fanali e il nostro cuore salutando.

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