Archivi del giorno: 20 marzo 2015

POESIE INEDITE di Silvana Baroni “Attorno, dentro e fuori l’utopia” SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

Stefano Di Stasio

Stefano Di Stasio

  L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Stefano Di Stasio

Stefano Di Stasio

 Silvana Baroni Vive a Roma. Ha scritto testi teatrali: Le infinite metà del mondo, L’amore è una scatola di biscotti rappresentati entrambi al teatro XX° Secolo a Roma, Liti d’amore con Neruda” ai teatri: La catapulta e  Agorà di Roma.In poesia ha pubblicato: nel ‘92  Tra l’Io e il Sé c’è di mezzo il me– aforismi e grafica- Il Ventaglio; nel ’94  Stagioni Il Ventaglio; nel ‘98 Nodi di rete Fermenti; nel 2001 Ultimamente Fermenti; nel 2002 Il tallone d’Achille di una donna Fermenti; nel ’97 Acquerugiola-acquatinta – haiku e grafica – Dell’oleandro;  nel 2005  Alambicchi – 14 racconti – Manni; nel 2006, Nel circo delle stanze – poesia – Fermenti; nel 2007  Neppure i fossili – aforismi, grafica e pittura – Quasar; nel ’11 Il bianco, il nero, il grigio– aforismi – Joker; nel ’12 Perdersi per mano– poesia – Tracce; nel ’13 Criptomagrittazioni – Onyxeditrice; nel 2013 ParalleleBipedi – aforismi- La città del sole. www. htts://silvanabatroni.it

Silvana Baroni

Silvana Baroni

Attorno, dentro e fuori l’utopia

Un tratto di matita
ed ecco fatto l’orizzonte!
Mi affido al gioco delle dita
ho una perla tra le valve
e l’universo da dimostrare.
Disegno la terra sottosopra
l’immolato azzurro per sempre
mi sgancio dal consueto cammino
dal presente di creta, dal tempo che sarà.
Il mare si accuccia attorno all’isola
sotto la riga che ho tracciato
e dall’intarsio dei segni salgono
pergamene di luce nel cielo fiero
a guardare me che lo guardo.
Ma certo! Chi ha la vista
non sa che farsene
del miracolo della matita.

*

Cane di resina lo scheletro del tempo
quando colmi di nociva gravità
vanno in buca i giorni nel bigio
sbadiglio di un gioco a bigliardo
e non c’è gola che desideri, mente
a speranza, solo parole da inghiottire
pillole d’un antibiotico progetto.
Eppure tra battelli e casematte
basta poco che s’alza il sipario
e si torna ai sogni inguaribili
sulle tracce dell’antica serpe
con frutti nel cesto di campagna
rincorrendo amore, forse.

*

Questa storia del credere o sperare
ha colori malmessi, passi rapidi per strada
e in campagna solo casette bricolage.
Sul viscido punto l’anima scivola
e il bosco è refrattario, il corbezzolo
non dà frutti, ha smesso di sorprendermi
s’è fatto approssimativo. Così
i pensieri inutili da pensare, che poi
sono gli stessi che più mi danno pensiero.

*

Si vedeva appena
forse non era o fuori dai radar
in orizzonte d’acqua scura.
Fu un suono crudo dietro l’altro
poi un sibilo. Tacemmo
nel far posto a una macchia.
Da quella notte do acqua all’acqua
e penso che forse il mare ha sete
del gesto umano, quello d’innaffiare.

*

Ore da lontano vanno ritraendosi
il sole cala in orecchini di morto corallo
da un cielo dimentico.
Guardo ai piani scale illuminate
fiamme in scandaglio nella sera
nessuna meraviglia ma vetri sfocati
e briciole d’eterno che s’agghindano.
E il fato, fusoliera verso, premuta
di soppiatto in avanti da una riserva
d’occhi sul finire dei nostri perché,
è il sogno trascorso senza più grilli
birilli nella crepa della sera
riflesso d’un testimone smemorato
in libero passatempo a vedere
quel che si guarda dagli occhi.
E può darsi sia diverso il destino
tale e quale o fuori posto, in posa
ingombro già del dopo, del mai
appena smesso, dell’ovunque altrove,
speranza sognata, giunta in ritardo
dove già non siamo, sogno che non ha
più tempo da perdere né altro spazio
da guadagnare. Mare serrato
attorno all’isola per sempre.

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