QUATTRO POESIE INEDITE di Ivan Pozzoni Carmina non dant damen, Mortacci!, Frammenti ossei, Hotel Acapulco con un Appunto di Ivan Pozzoni e un Commento di Giorgio Linguaglossa

Le Trou Noir, lithographie et dessin (1992) de Jean-Pierre Luminet

Le Trou Noir, lithographie et dessin (1992) de Jean-Pierre Luminet

(Invitiamo tutti i lettori ad inviare alla email di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com per la pubblicazione sul blog poesie edite o inedite sul tema proposto)

 L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Ετοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco ο(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976; si è laureato in diritto con una tesi sul filosofo ferrarese Mario Calderoni. Ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2014 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Androgini, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen e Scarti di magazzino con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni; tra 2009 e 2014 ha curato le antologie poetiche Retroguardie (Limina Mentis), Demokratika, (Limina Mentis), Tutti tranne te! (Limina Mentis), Frammenti ossei (Limina Mentis), Labyrinthi [I], [II], [III], [IV] (Limina Mentis), Generazione ai margini, NeoN-Avanguardie, Comunità nomadi e Metrici moti (deComporre); nel 2010 ha curato la raccolta interattiva Triumvirati (Limina Mentis). Tra 2008 e 2014 ha curato i volumi: Grecità marginale e nascita della cultura occidentale (Limina Mentis), Cent’anni di Giovanni Vailati (Limina Mentis), I Milesii (Limina Mentis), Voci dall’Ottocento I, II e III (Limina Mentis), Benedetto Croce (Limina Mentis), Voci dal Novecento I, II, III, IV e V (Limina Mentis), Voci di filosofi italiani del Novecento (IF Press), La fortuna della Schola Pythagorica (Limina Mentis), Pragmata (IF Press), Le varietà dei Pragmatismi (Limina Mentis), Elementi eleatici (Limina Mentis), Pragmatismi (Limina Mentis), Frammenti di filosofia contemporanea I e II (Limina Mentis), Frammenti di cultura del Novecento (Gilgamesh), Lineamenti post-moderni di storia della filosofia contemporanea (IF Press), Schegge di filosofia moderna I IIIIIIVV VI (deComporre); tra 2009 e 2014 sono usciti i suoi: Il pragmatismo analitico italiano di Mario Calderoni (IF Press), L’ontologia civica di Eraclito d’Efeso (Limina Mentis), Grecità marginale e suggestioni etico/giuridiche: i Presocratici (IF Press) e Libertà in frammenti. La svolta di Benedetto Croce in Etica e Politica (deComporre). È con-direttore de Il Guastatore – Quaderni «neon»-avanguardisti; è direttore esecutivo della rivista internazionale Información Filosófica; è direttore delle collane Esprit (Limina Mentis), Nidaba (Gilgamesh Edizioni) e Fuzzy (deComporre Edizioni).

 

foto Diane Arbus

foto Diane Arbus

Mi scrive Ivan Pozzoni:

 nel lontano 2012, quando mi scopristi, scrivesti: «Ennio Abate pone il problema della continuità / discontinuità? Penso che Pozzoni non si ponga nemmeno questo problema; il problema della tradizione e dell’antitradizione? Pozzoni non se lo pone nemmeno. Vuole fare il guastatore, va con le cesoie per spezzare il filo spinato che il Novecento ha posto a difesa dei fortilizi della Tradizione e del Canone, tutte parole grosse che designano un significato preciso: i rapporti di potere che sotto stanno e sottendono i rapporti di produzione tra le istituzioni stilistiche maggioritarie. Pozzoni, a mio avviso, fa bene a buttare tutto all’aria e a carte quarantotto»”.

 In data 20 marzo 2015 alla mia notazione secondo la quale Ivan Pozzoni  era ancora in mezzo al guado tra la Anti-poesia e la Poesia, così ribadiva l’interessato:

“Finalmente hai compreso il significato di «chorastico», che caratterizza la mia attuale scrittura, cioè «tu stai ancora a mezzo del guato: tra Poesia e Anti poesia», che descriverei con un bellissimo termine rubato a fini terapeutici da Binswanger a Jaspers e da Jaspers a Von Gennep e Turner: «liminalità» [«lo stato o la qualità di ambiguità che esiste nella fase centrale di determinati eventi o rituali (come un rito di passaggio o di una rivoluzione a livello di società), durante il quale l’individuo o gruppo partecipante non detiene più il suo status pre-rituale, ma non ha ancora raggiunto lo status terrà quando il rituale è stato completato»]. La cora (chora) è, nelle colonie elleniche antiche, la situazione liminale tra polis e oi barbaroi, la «situazione-limite» jaspersiana, tra città e monti, tra civiltà e barbarie, tra ragione ed emozione, tra forma e a-forma. I miei versi chorastici, liminali, stanno «ancora a mezzo del guato (o del guano): tra Poesia e Anti poesia», come noi tutti stiamo, con la crisi («situazione-limite») del moderno, nel Trado moderno, cioè, storicamente, sulla «soglia» tra due evi, tra due società, tra due categorie di weltanschaungeen. Qui il tuo concetto di «forma-poesia», che ti chiederò sul blog di espletare meglio, rischia di cader di senso, essendo un concetto del moderno.

 Quando muoio, fatemi diventare il nuovo Lucini [Gian Pietro 1867-1914] della «forma-poesia»: adesso non lo sono, non lo sarò: Lucini stava nella civitas, nella polis, con uno status definito (senza accorgersi, ne discutevamo via email molto, che ogni status attualmente si è «liquefatto»). Io resto sulla «soglia», non in attesa di entrare o di uscire, vivo sulla «soglia», conscio che, nella mia vita, il momento della transizione, della «situazione-limite», saranno i momenti cardine. La mia è una «poesia» della «soglia», cioè una anti-«poesia» (non in senso bachtiniano, di rovesciamento). Io sto «ancora a mezzo del guato: tra Poesia e A-poesia», perché se la tua anti-«poesia» è annullamento, annichilimento, della «forma-poesia», dobbiamo chiamarla col suo nome, cioè a-«poesia», come l’a-moralità è l’annichilimento della moralità (e l’anti-moralità, o immoralità, è una devianza, una marginalizzazione, una liminanza). La mia anti-«poesia», che non è a-«poesia», è devianza, marginalizzazione, liminanza (che non è mai carnevalizzazione, in quando consolidamento della carnevalizzazione). Affiliamo i coltelli dell’analisi!”

Ferdinando Scianna foto

Ferdinando Scianna foto

Commento di Giorgio Linguaglossa

 La sapienza tattica di Ivan Pozzoni fa uso della parola-segno, della parola-mezzo in conseguenza della presa d’atto del tramonto della Parola giudicante o della Parola simbolica per approdare ad una Parola Anti-parola, una parola conflittuale figlia del processo democratico del decadimento e della confusione di tutte le lingue e di tutti i linguaggi, nell’abisso della intermediazione di tutti i linguaggi degradati a linguaggi veicolo, linguaggi da trasporto, nastri trasportatori di linguaggi merce e di linguaggi oggetti. Questa mediatezza della lingua (prodotto dalla civiltà dei segni), l’impossibilità di comunicare immediatamente il «concreto», è l’abisso dell’astrazione, per Benjamin terza conseguenza del «peccato originale linguistico». Questo uso degli elementi astratti della lingua nella «poesia» di Pozzoni si converte nella pirotecnica virulenza derivata dall’abbandono del «nome» e della sua capacità denominante. Di qui per Pozzoni l’asservimento della lingua nella «ciarla», cui segue l’asservimento delle cose alla lingua dei segni secondari, terziari, quaternari etcetera (con buona pace della forma-poesia), fenomeno questo attiguo alla infinita intermediazione dei linguaggi dei segni: la disseminazione del linguaggio dei segni in una entropia dei linguaggi non più denominanti. Il «segno» non è più impronta divina del «Nome», ma impronta di un altro «segno» in fuga perpetua, trasformazione del comunicabile in comunicabile, cancellazione del comunicabile, cancellazione dell’oggetto, cancellazione della cancellazione in un moto vorticoso e perpetuo, carnevalizzazione della cancellazione in un moto entropico perpetuo.

Carmina non dant damen

La storia di una moneta non interessa a nessuno
due facce mai tanto ardite da vedersi in faccia:
su un lato impressa l’effigie d’una regina,
austera, drappeggiata di sete e assetata di drappi,
sull’altra l’immagine di un menestrello, vestito d’un manto di terra,
circonfuso dall’aurea tristezza dei canti di guerra.

L’incanto d’amore si trasforma in moneta
due mani, sistemata con cura e artigiana,
si stringon le mani, e due visi, due occhi meteci
si sporgono dai rilievi del rame,
tenendosi vivi, abbracciati, sospesi nel vuoto,
l’uno a osservare l’amenità di un reame
dove corrono liberi i fiumi, sorridono i fiori,
rivestito di boschi e di frutti in eterno,
l’altra a guardare l’inferno.

La mia arte è impotente
a lanciare incantesimi tanto influenti
da tener senza tempo sospesi nel vuoto due volti,
mescolando in fucina i due mondi
in un unico mondo in cui menestrello
e austera regina si armonizzino a fondo.

Menestrello, continua a cantare
il tuo inutile canto col cuore spezzato,
in attesa che frammenti di lacrime
si rimettano in circolo
nel sangue d’un amore smezzato.

.
Mortacci!

Passando in auto fuor dal cimitero,
città nella città,
affitti bassi da scarso acquisto,
ci siamo accorti come non tutti i cari estinti
abbiano compreso d’esser morti.

Urla, lacrime e sussurri,
col mite borbottio dei men buzzurri,
rincorrono voli di farfalle,
simili alla monotonia costante
dello scolorir d’un vecchio scialle.

C’è il vecchio maresciallo dei carabinieri
che, non ancor abituato agli stranieri,
chiede a gran voce, sull’extracomunitario,
duri divieti di cippo funerario.

C’è la fanciulla, spirata adolescente,
che passa la giornata a non far niente,
tappezzando a foto di giornale
i muri della sua stele tombale.

C’è il maniaco, fresco di cassa,
che, non ancor arresosi alla fossa,
vaga narrando a tutti di com’è bella
l’orrenda vista della sua cappella.

C’è la ninfomane in tuta da tennis
presa a saziarsi di rigor mortis
cercando di sfruttare, con disinvoltura,
i vantaggi propri della sepoltura.

Perché – mi dite- è inverosimile che vivano i defunti,
in barba ai beccamorti,
se voi che v’ostinate a dichiararvi vivi,
vivete come foste morti?

Not Vidal Snowballs

Not Vidal Snowballs

Frammenti ossei

La scala a chiocciola, librata in mezzo ad una scia di monumenti funebri di superficie,
conduce nel cuore delle terre nere – a Occidente, direbbe il saggio Ptahhotep-
conduce all’archivio storico d’una intera città
sommersa da centinaia d’anni di corone funebri,
lento incedere di corteo, benedizioni bagnate di dolori attoniti.

Come un archivio di ministero,
debitamente incasellati: i morti.

Morti, d’ogni età, d’ogni secolo, morti stoccati in nicchie d’un metro
in corridoi senza tempo, a due dimensioni,
città nella città, città sotto città, un carosello di fiori sbiaditi
coccarde nere fine ottocento, ritratti velati di nebbia,
conditi da un’atmosfera di noia mortale,
nome dopo nome viso dopo viso
muti racconti ammantati dal sudario dell’oblio.

Vorrei (e mi ritrovo a scrivere «vorrei» in un testo dopo troppo tempo),
essere burocrate da casellario
dando un minuto di voce a ciascun concessionario:
al bimbo morto, a un anno, nel ‘43
condannato a vestire in eterno da bebè;
a un magistrato, baffi all’Umberto, costretto a vivere la morte,
di fianco all’umile, magari ladro, scafato tecnico da cassaforte;
ad una contegnosa docente di Liceo, deceduta nel ‘19,
che mai arrivò a spiegare ai suoi mille e mille alunni
come mai morirono di ferite o campi di concentramento
in un ventennio speso a risiedere in un reggimento.

Fuggito dal remoto avvenire risalendo di corsa la scala
i monumenti funebri di superficie ci richiamano all’oggi, all’istante,
o a un futuro meno distante.

Hotel Acapulco

Le mie mani, scarne, han continuato a batter testi,
trasformando in carta ogni voce di morto
che non abbia lasciato testamento,
dimenticando di curare
ciò che tutti definiscono il normale affare
d’ogni essere umano: ufficio, casa, famiglia,
l’ideale, insomma, di una vita regolare.

Abbandonata, nel lontano 2026, ogni difesa
d’un contratto a tempo indeterminato,
etichettato come squilibrato,
mi son rinchiuso nel centro di Milano,
Hotel Acapulco, albergo scalcinato,
chiamando a raccolta i sogni degli emarginati,
esaurendo i risparmi di una vita
nella pigione, in riviste e pasti risicati.

Quando i carabinieri faranno irruzione
nella stanza scrostata dell’Hotel Acapulco
e troveranno un altro morto senza testamento,
chi racconterà la storia, ordinaria,
d’un vecchio vissuto controvento?

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66 commenti

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66 risposte a “QUATTRO POESIE INEDITE di Ivan Pozzoni Carmina non dant damen, Mortacci!, Frammenti ossei, Hotel Acapulco con un Appunto di Ivan Pozzoni e un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. Credo che la poesia che vive oggi, non si possa definire poesia per eccellenza. Tutti scrivono prose, trattando argomenti che di poetico non hanno neppure l’ombra. Mi chiedo dove sia andato a chiudersi il senso aulico
    il più alto della letteratura, se oggi raggiriamo versi che non sono e giochiamo con parole per stupire.

    • La letteratura così come viene intesa, è ridotta a un repertorio di farfalle rinchiuse in teche e ben fissate con un ago. Colori bellissimi di cose inanimate e morte. Un po’ come Van Gogh con i preraffaelliti, solo un insano di mente poteva rovescaire il piatto di una pittura piatta e ridotta a mera imitazione. Pozzoni, come altri che ho conosciuto su queste pagine, reagisce in versi all’ambiente che lo circonda, è matto come un gatto e con la sua anti poesia prova a dire qualcosa, a svecchiare un organismo in necrosi. Il resto è aulica partita doppia.

  2. paolo giacosa

    Il talento ” aulico” di Ivan Pozzoni è indiscutibile. Il talento lirico ( o genio come volete) di Antonio Sagredo è indiscutibile. Il talento strafottente, più che arrogante di Gaio Valerio Pedini è indiscutibile. Gentile patrizia, non ha che da scegliere tra poesia alta e profonda o tra poesia profondamete alta o ancora altamente profonda. L1importante è l’ “incontrologia” non solo degli autori, ma anche dei generi, che tra l’altro si elidono fra di loro. Non so cosa intende Lei ” il senso aulico il più alto della letteratura”!, ma “di versi che non sono” ce ne sono, eccome! Il 90% !!! – e d’altra parte “giocare con le parole per stupire” è una arte poetica che pochissimi sono capaci di fare: non so cosa ha letto Lei del secolo trascorso e ancora non “passato”, ma certosono in formalina parecchi poeti celebrati, nopn certo cerebrati!

  3. gabriele fratini

    La prima poesia è molto bella e credo che dovresti coltivare maggiormente il genere fiabesco, l’incanto, il nostalgico ecc. che ti si addice anche più dell’ironico secondo me. E’ tra le cose migliori che hai scritto, delle non poche che ho letto.
    Altrettanto non posso dire del secondo testo, già con un titolo improprio (non c’è niente di peggio delle espressioni romane citate dai lombardi, è un altro spirito, un’altra dimensione, due mondi diversi). La poesia mi sembra un tributo forzato a Villon e Masters (e nel tuo caso anche De Andrè).
    Un saluto.

    • Ivan Pozzoni

      Caro Gabriele, la «militanza» contro il marketing-system dell’attuale sistema-«arte», la guerrilla metrica, la faccio con le fiabe?! 🙂 No: il secondo testo non è un omaggio a Masters e De Andrè, è un omaggio a li mortacci (nostri). Omaggio a Masters e De Andrè è il testo fatto uscire su Gradiva:

      BALLATA DEGLI INESISTENTI

      Potrei tentare di narrarvi
      al suono della mia tastiera
      come Baasima morì di lebbra
      senza mai raggiunger la frontiera,
      o come l’armeno Méroujan
      sotto uno sventolio di mezzelune
      sentì svanire l’aria dai suoi occhi
      buttati via in una fossa comune;
      Charlee, che travasata a Brisbane
      in cerca di un mondo migliore,
      concluse il viaggio
      dentro le fauci di un alligatore,
      o Aurélio, chiamato Bruna
      che dopo otto mesi d’ospedale
      morì di aidiesse contratto
      a battere su una tangenziale.

      Nessuno si ricorderà di Yehoudith,
      delle sue labbra rosse carminio,
      finite a bere veleni tossici
      in un campo di sterminio,
      o di Eerikki, dalla barba rossa, che,
      sconfitto dalla smania di navigare,
      dorme, raschiato dalle orche,
      sui fondi d’un qualche mare;
      la testa di Sandrine, duchessa
      di Borgogna, udì rumor di festa
      cadendo dalla lama d’una ghigliottina
      in una cesta,
      e Daisuke, moderno samurai,
      del motore d’un aereo contava i giri
      trasumanando un gesto da kamikaze
      in harakiri.

      Potrei starvi a raccontare
      nell’afa d’una notte d’estate
      come Iris ed Anthia, bimbe spartane
      dacché deformi furono abbandonate,
      o come Deendayal schiattò di stenti
      imputabile dell’unico reato
      di vivere una vita da intoccabile
      senza mai essersi ribellato;
      Ituha, ragazza indiana,
      che, minacciata da un coltello,
      finì a danzare con Manitou
      nelle anticamere di un bordello,
      e Luther, nato nel Lancashire,
      che, liberato dal mestiere d’accattone,
      fu messo a morire da sua maestà britannica
      nelle miniere di carbone.

      Chi si ricorderà di Itzayana,
      e della sua famiglia massacrata
      in un villaggio ai margini del Messico
      dall’esercito di Carranza in ritirata,
      e chi di Idris, africano ribelle,
      tramortito dallo shock e dalle ustioni
      mentre, indomito al dominio coloniale,
      cercava di rubare un camion di munizioni;
      Shahdi, volò alta nel cielo
      sulle aste della verde rivoluzione,
      atterrando a Teheran, le ali dilaniate
      da un colpo di cannone,
      e Tikhomir, muratore ceceno,
      che rovinò tra i volti indifferenti
      a terra dal tetto del Mausoleo
      di Lenin, senza commenti.

      Questi miei oggetti di racconto
      fratti a frammenti di inesistenza
      trasmettano suoni distanti
      di resistenza.

      C’è il tempo dell’ironisme, e il tempo del «“dare voce” ai morti, ai dimenticati, ai diseredati dell’umanità e della storia», con obiettivi e strategie a volte diversi, a volte simili. Sto concretizzando una nuova raccolta diacronica, Quaderni anti-«poetici» – Frammenti chorastici 2006 – 2013 (in elaborazione) ai fini di dare una chorastical explanation alla mia estetica da Underground, del 2007, a Scarti di magazzino, 2013. Se vai sul mio utente facebook (https://www.facebook.com/ivan.pozzoni), troverai la definizione della mia strategia estetica fino al 2010. Perché, nel mio caso, scrivere in versi, o in canoni accademici (saggi), o in satira (racconti), sottende sempre una strategia di «militanza» contro il marketing-system dell’attuale sistema-«arte».Difficilmente, dal 2007, mi lascio vincere dall’«emozione», in una scrittura intesa come «azione sociale». I.

      • gabriele fratini

        Questa ballata è bella, ma il marketing system non si può sconfiggere, ma anche se si potesse non vedo perché si dovrebbe. Senza di esso non potrei ad esempio leggere la Crestomanzia di Leopardi (Einaudi) che allieta molti miei momenti, né quei noir d’autore che per me sono un ottimo passatempo, tutti pubblicati dal mercato, insieme alla maggior parte dei poeti del passato. Un saluto.

        • gabriele fratini

          err.corr. : Crestomazia

          • Ivan Pozzoni

            Se questi capolavori sono arrivati fino al 2015 significa che, fino ad ora, sono stati trasmessi lo stesso, senza bisogno di un marketing system, che nel settecento/ottocento/metà Novecento non mi risulta esistesse. L’editoria è nata prima del 2015. 🙂

            • gabriele fratini

              Sì ma pochi li leggevano. Non tutti avevano la biblioteca del conte Monaldo. E poi oltre i classici oggi c’è molta più scelta. Inclusa la scelta di leggere e pubblicare caxxate 😉

  4. Pozzoni for president. Personalmente, trovo la sua poesia-che può apparire semplice, ma che non lo è per niente- piena di spunti di riflessione.

    • Ivan Pozzoni

      Mariano, ti ringrazio: sai che ti seguo, ti dys-educo, e cerco di incanalarti sulla strada dell’insuccesso artistico. Per me, voi giovani siete tutto.

  5. gino rago

    Leggendo Pozzoni, riesumo in parte il Filippo La Porta di ” Roma è una bugia”: una costante oscillazione fra disincanto ruvido e stupore, fra indolenza e cruda ironia su ogni pretesa di grandezza poetica altrui…Questi versi pozzoniani stanno alla poesia come la Bocca della Verità sta a Roma.

  6. Lucia Gaddo Zanovello

    Quel geniaccio di Ivan Pozzoni colpisce sempre, nel senso che sa mandare a segno ciò che tiene a dire; talora spiega a taluno cose che non sa di se stesso o degli altri, in questo caso parlando di morti, della continuità con tutti loro, che siano effigiati sulle monete, sulle lapidi nei cimiteri o che siano apparentemente in vita.
    Parla dei morti morti, dei morti che per nostra fortuna continuano a parlare, dei morti viventi, arrivando a visualizzare perfino se stesso, quando sarà, come uno, dei non molti, vissuto “controvento” (secondo me anche controfuoco).
    Usa ‘cibarsi’ di studiosi ad ampio raggio e citare pure una per una le portate di cui si è servito, come ogni buongustaio che si rispetti.
    Ogni tanto, ma non molto, prende le parole e le fa saltare come pop corn sulla padella, in una festa di ambiguità inedite e divertenti, provocandomi sane e liberatorie risate, meglio che a zelig.
    Ugualmente capace di assestare pugni sul naso a chi lo fa inc…E di adorabili tenerezze per Ambra… E ama i gatti…
    Mi piacciono lo ‘studium’ e la franchezza di questo umanissimo guastatore

    • Ivan Pozzoni

      Lucia, tu, dolcissimamente, mi sputtani. Bellissimo commento, che resta nel cuore (e, nelle righe iniziali, tranne il “geniaccio”, ci becchi al 100%). Con altri novecentonovantotto garibaldini come te, marceremmo, fonderemmo la democrazia estetica, e sconfiggeremmo il marketing-system dell’attuale sistema-«arte». Che ne dici, Lucia, li troviamo? 🙂

      • Lucia Gaddo Zanovello

        Grazie Ivan, felice di averci preso…
        E grazie per il galvanizzante invito, una democrazia estetica sarebbe in grado di cambiare il mondo davvero, però trovarne altri novecentonovantotto…
        Sono ottimista di natura, ma non fino a questo punto, purtroppo…
        Tuttavia continuo a credere che siano i perseveranti visionari ad essere i veri rivoluzionari

  7. paolo giacosa

    Ivan Pozzoni più dolce dello zucchero! Forse è un miele… sdolcinato… versi che fanno piangere la parola… verso puoi scorrere e il pianto è grande!

  8. chiara moimas

    E’ la poesia che gioca con le parole per dire cose che non sono un gioco

  9. Giuseppina Di Leo

    Le mie mani, scarne, han continuato a batter testi,
    trasformando in carta ogni voce di morto
    che non abbia lasciato testamento,
    dimenticando di curare
    ciò che tutti definiscono il normale affare
    d’ogni essere umano: ufficio, casa, famiglia,
    l’ideale, insomma, di una vita regolare.

    Basterebbe di per sé l’inizio di Hotel Acapulco per chiederti minimo minimo l’amicizia, Ivan :-))

    E c’è da dire che in questi inediti non ci manca proprio niente dello sfasciume sociale: in questa enorme giostra, la ruota panoramica della vita ha un peso specifico di non poco conto, ed è reale la scaltrezza con la quale ci auto-assolviamo dalle nostre responsabilità, insensibili come siamo, al punto da sembrare morti:

    Perché – mi dite- è inverosimile che vivano i defunti,
    in barba ai beccamorti,
    se voi che v’ostinate a dichiararvi vivi,
    vivete come foste morti?
    (Mortacci!)

    … e chiama questa “non-poesia”!

    • Ivan Pozzoni

      No, carissima amica, la continuerò a chiamare anti-«poesia», nel senso specificato dalla mia net-epistola a Giorgio in apertura del thread.
      “Io resto sulla «soglia», non in attesa di entrare o di uscire, vivo sulla «soglia», conscio che, nella mia vita, il momento della transizione, della «situazione-limite», saranno i momenti cardine. La mia è una «poesia» della «soglia», cioè una anti-«poesia» (non in senso bachtiniano, di rovesciamento)”. Raramente ho definito la mia scrittura in versi non-«poesia»: c’è una differenza abissale, nella mia weltanschauung, tra i concetti di anti-«poesia» e di non-«poesia». La non-«poesia» è ciò che Giorgio chiama anti-«poesia»; l’anti-«poesia» è ciò che Giorgio chiama «forma-poesia». La mia definizione ha connotazione «militante»; la definizione di Giorgio ha connotazione «neutrale». La mia anti-«poesia», chorasti9ca, non ha niente a che vedere con la carnevalizzazione dell’anti-«poesia» definita da Giorgio. Non è carnevale, non è ribaltamento: è «soglia», «situazione-limite» jasperisana (Binswanger applicò con enorme successo tale definizione alla categoria della «follia»).

  10. Ambra Simeone

    Penso che una delle caratteristiche più importanti nella poesia di Ivan Pozzoni sia nella capacità di saper esporre con una sola frase e persino con una sola parola più concetti contemporaneamente.
    Sotto ogni parola ci sono significati, contenuti e richiami a soggetti, personaggi e luoghi a volte esterni alla stessa poesia! I livelli di interpretazione diventano molteplici, cosi che all’occhio del lettore può diventare difficile comprenderli tutti!

    Ottima poesia, ottima poetica, ottima teorica!

    • Ivan Pozzoni

      Questa mia attitudine multi-tasking, multi-level, o della «molteplice metafora» – come sai- mi si rimprovera. Tu che hai assistito all’explanation di un’anti-«poesia» molto complessa, complessissima, su tre livelli di interpretazione, come Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, con incipit

      L’austriaco, di vera stirpe ariana, è molto severo, non si incanta,
      achtung kaputt kameraden, pretende massima flessibilità
      in modo da rimettere l’Europa intera a quota Novanta,
      bombarda le borse di Milano assolutamente gratis,
      meglio di quanto fecero Radetzky o Bava Beccaris,

      sei rimasta a bocca aperta nell’entrare nei tre nuclei interpretativi, dell’uomo della strada (ironia), dei riferimenti storici mussoliniani/hitleriani, dei riferimenti attuali merkeliani. Perché, di norma, ci si ferma a sorridere sul nucleo iniziale, destinato all’uomo della strada, che si “sganascia” a vedere la denuncia dell’austriaco che flette l’Europa a novanta; l’artista/critico accede al secondo livello, con l’identificazione tra Mussolini/Hitler (famosa «quota Novanta») e l’austriaco odierno; l’intelle(a)ttuale entra nel terzo, con l’identificazione Radetzky / Bava Beccaris nell’alleanza Renzi / Merkel. Cinque versi, dunque, denunciano: a] l’Europa è flessa a Novanta dall’austriaco; b] non c’è differenza tra l’austriaco e la tedesca; c] la connivenza italiana è vergognosa (Bava Beccaris). Tre livelli che fanno ridere, riflettere e incazzare. La fregatura è che, come in Mortacci!, il 90% dei lettori (a differenza di ciò che hanno fatto Lucia e Giuseppina) si ferma al level one, “sbellicandosi” e “sbellicandomi” (cioè s-bellicandomi). La mia anti-«poesia» è multi-level.

  11. Che dirti ancora, caro amico? Ha tutta la mia stima.
    GP

    • Ivan Pozzoni

      Ricambio: iniziamo ad essere come in certi blog di signorinetti, tutti compunti, tutti eleganti, spiegazioni pacate. Forza, Giuseppe, tira fuori un «cretino», un’invettiva, Flavio, una querela. Qualche bestemmia. Ambra, un rutto? Sagredo, almeno lei, mi insulti, la scongiuro. Per lo meno, uno, almeno, che mi denunzi di truffa e cialtronismo. Dove sono finiti, tutti? Mi sa che mi state trasformando in un «poeta» d’apparati, costretto a scrivere «carte d’apparati». Giorgina, rimproverami, almeno tu!

      • gabriele fratini

        (Allora ho da ditte questo:)
        Pozzoni detto er monzese
        e lassa sta er romanesco,
        e sii bono, e sii cortese,
        che me pari Celentano
        quanno che fa er Rugantino… 🙂

        • Ambra Simeone

          Caro Gabriele,

          perche mai togliere il gusto a un lombardo di usare il romanesco. Meglio alla lettura che all’ascolto. Ma il romanesco è patrimonio nazionale come tutti gli altri dialetti. E poi se viene usato forse un motivo ci sar,à che non faccia parte anche questo di un livello interpretativo? 🙂

          • gabriele fratini

            Patrimoni locali… 🙂 Non amo i dialetti, neanche il mio

            • Valerio Gaio Pedini

              io non amo l’italiano. Lingua di democratici idioti servi di una repubblica che dal popolo si a pulire le scarpe per poi pigliarlo a calci in culo. L’italiano lasciatelo a chi mette crocette sulle schede elettorali, pozzoni ci rifilava fette di mortadella.

            • Ambra Simeone

              patrimoni nazionali, ormai ognuno di noi sa qualche parola del dialetto di quasi ogni regione! non dirmi che non sai neppure una parola di emiliano o barese o fiorentino o milanese su su 🙂

              • gabriele fratini

                Sì le conosco ma non parlo altri dialetti che il mio (poco anche il mio) perché non ne conosco lo spirito. Ti ripeto i milanesi che usano il romanesco sbagliano tutto, Il Rugantino di Celentano è il peggior Rugantino di sempre, poi se non vuoi credermi liberissima. Ciao

                • gabriele fratini

                  Nel caso specifico Ambra, mortacci non c’entra niente con i morti qui lo usdiamo come intercalare, tipo minchia o maremma.

                  • Ivan Pozzoni

                    A Fratì, Mortacci è un film diretto da Sergio Citti (http://it.wikipedia.org/wiki/Mortacci). Guardati la trama…

                    • gabriele fratini

                      che tristezza…

                    • Ivan Pozzoni

                      Ricordo che il film, che considero un discreto film, nacque da un’intuizione di Pasolini. «Il film si conclude con l’arrivo del mattino e con una folla di persone che, davanti al cancello del cimitero chiuso, attendono l’apertura da parte del custode Domenico e protestano per il suo ritardo, a quel punto i morti in modo beffardo lanciano verso di loro dei fiori, considerandoli di fatto i veri morti, legati a cose terrene che non hanno nessuna importanza». Poi, se uno, in un testo sa cogliere esclusivamente i riferimenti a Pascoli e Carducci, continui a fare serenamente «poesia». 🙂

                  • Ivan Pozzoni

                    Se avessi voluto intitolare la mia anti-«poesia» con il noto intercalare romanesco, avrei usato, correttamente, “mortacci tua o li mortacci tua o ‘tacci tua”, come da dizionario romanesco. Mortacci! e basta, non è un intercalare romanesco, o è usato raramente.

                    • gabriele fratini

                      E’ proprio questo il problema, voler conoscere la lingua der popolo usando un dizionario… così sbaglieresti tutto. Se permetti conoscerò meglio io il significato di un termine che vivo quotidianamente da 30 anni che tu che lo leggi su un dizionario. Sei presuntuoso, lascia perde… 😉
                      Mortacci è un intercalare; mortacci tua può valere insulto, stupore, complimento…

                  • Ambra Simeone

                    MA Gabriele nel caso specifico Il Mortacci usato è una presa in giro e lo dico elegantemente, nulla di più! 🙂

                    • Ambra Simeone

                      e poi Gabriele io sono di Gaeta tra Roma e Napoli so bene come si usa, ma qui non c’entra l’uso ti ripeto è ironia!

                    • gabriele fratini

                      Ambra neoborbonica… 🙂
                      Va bene da parte mia chiudo qui questa baruffa non chiozzotta. Ciao.

        • Valerio Gaio Pedini

          gli italiani devono parlare inglese, ma non lo sono sanno parlare. Il dialetto non è territorialità, è una dimensione linguistica. Potrei viverla solo per due settimane e impararla.

        • Ivan Pozzoni

          Pozzoni er bergamasco
          e lassa sta er romanesco
          che voi scennete da li monti
          e noi salimo su li colli
          ne ha da passà, d’acqua, sotto li ponti
          prima che chi sale scapicolli.

          [così è meglio]

      • the Pope declared Ivan Pozzoni is God: ah ah ah sei entrato nell’establishement! Renzi vuol darti l’interim ai lavori pubblici, ormai fai parte del sistema 🙂

      • Gentile Ivan,
        ti prego di lasciarmi fuori da questa “bagarre”.
        Una piccola curiosità. Ho visto un link che conduce a FB in uno dei tuoi numerosi commenti. Clicco e che trovo? Un pollice fasciato!
        E io dovrei intervenire?
        Giorgina

      • Gentile Ivan,
        ti prego di lasciarmi fuori da questa “bagarre”.
        Una piccola curiosità. Ho visto un link che conduce a FB in uno dei tuoi numerosi commenti. Clicco e che trovo? Un pollice fasciato!
        E io dovrei intervenire?
        Giorgina

        • Ivan Pozzoni

          Giorgina, dici qui: (https://www.facebook.com/ivan.pozzoni)? Io se ci clicco sopra vado sulla mia pagina facebook. Qualcuno mi dice dove va a finire il link? Non vorrei che facebook combini uno dei suoi soliti casini… Giorgina, tu sei iscritta a facebook?

          • Gentile Ivan
            ii pare che avrei citato il link verso FB e il pollice fasciato se non fossi iscritta (da almeno quattro anni) al “libro delle facce”?
            Sveglia!!!
            Giorgina

            • Ivan Pozzoni

              Che ne so io se sei iscritta a facebook o meno? Allora significa che mi hai bloccato come utente, dato che io non ho bloccato te. Semplicissima spiegazione 🙂

              • Penso proprio che mi abbia bloccata tu perché mi sono informata presso FB sul significato di quel pollice fasciato. Basta che tu controlli l’elenco delle persone che hai bloccato tu. Nel mio elenco tu non ci sei. Buona serata!
                Giorgina

                • Ivan Pozzoni

                  Giorgina,
                  io ho un elenco di 7.000 individui bloccati. Ho un caratteraccio, e mi “scazzo” immediatamente dei discorsi su facebook, che non amo, dove ogni “sciocco” dice la sua “scemenza” e commenta a muzzo i fatti miei. Ho controllato nell’elenco, facendo un “trova”. Tu non ci sei. Perché mai dovrei bloccarti su facebook? Questo è un mistero facebookiano [tra l’altro, in tutta sincerità, non credevo nemmeno che avessi facebook]. Peccato: vorrà dire che, se ti interesseranno, sarai la prima a ricevere in omaggio i miei Quaderni anti-«poetici» – Frammenti chorastici 2006 – 2013, se e non appena usciranno. Non è un momento finanziario di grande fortuna, attualmente. Ivan

  12. Malgrado il tema della morte si presti a indagini metafisiche, le più disparate, secondo me Ivan Pozzoni non tenta di oltrepassare la soglia e si mantiene al di qua, nelle vicende della “città nella città”. Nella poesia “Carmina non dant damen” lo dichiara apertamente:

    La mia arte è impotente
    a lanciare incantesimi tanto influenti
    da tener senza tempo sospesi nel vuoto due volti,
    mescolando in fucina i due mondi
    in un unico mondo in cui menestrello
    e austera regina si armonizzino a fondo.

    fatta la premessa non so se sia il caso di scomodare la ritualità celtica, oppure come farei io dicendo del Libro tibetano dei morti, perché la soglia non viene esplorata ma solo osservata, anche se non è poco.
    Di fatto, Ivan, di fronte alla morte, o per meglio dire al luogo dei morti, si pone in avanposto terreno e a me sembra prevalga la sua attenzione al sociale. Ma in questo non manca di coerenza, infatti stilisticamente non si perde in gradevolezze estetiche, il tono ammiccante ha un che di popolaresco, quasi un’eredità dialettale, dove prevale la franchezza, e in qualche modo la ricerca di parole sagge. Siamo un gradino al di sotto di ‘A livella, del grande Antonio De Curtis – Totò. Di nuovo non ci vedo molto, tranne la libertà espressiva e formale che dimostra la sua voglia di evadere più che di ricomporsi. Se questa è la via, darà sicuramente i suoi frutti, che saranno aspri ma sicuramente salutari.

    • Ivan Pozzoni

      Carissimo, effettivamente, ciò che doveva riuscire come una mini-silloge sulla dìs-topia (cioè il contrario dell’utopia richiesto da Giorgio, un’anti-«utopia»), appare un discorso metafisico sulla morte. La realtà è diversa: dìs-topia, cioè «la descrizione di una immaginaria società o comunità altamente indesiderabile o spaventosa» (Oxford English Dictionary) è:

      Perché – mi dite- è inverosimile che vivano i defunti,
      in barba ai beccamorti,
      se voi che v’ostinate a dichiararvi vivi,
      vivete come foste morti?

      o

      Fuggito dal remoto avvenire risalendo di corsa la scala
      i monumenti funebri di superficie ci richiamano all’oggi, all’istante,
      o a un futuro meno distante.

      La «soglia» non è il varco metafisico/escatologico tra vita e morte, è la «situazione-limite» tra vivi morti (civitas) e morti vivi (oi barbaroi). Da ciò, segue corretto il tuo ragionamento: “Di fatto, Ivan, di fronte alla morte, o per meglio dire al luogo dei morti, si pone in avanposto terreno e a me sembra prevalga la sua attenzione al sociale”. La «immaginaria società o comunità altamente indesiderabile o spaventosa» è la nostra, dominata da un super-capitalismo nomade, inafferrabile, che, col miraggio di una vita trendy, localizza l’essere umano, angosciato e nevrotico, nello spazio anti-comunitario del marketing system, del centro commerciale.

  13. Ivan, entro in discussione per dirti che rifiuto di complimentarti, e per consigliarti che non devi mai rispondere ai vari commenti: filosofare, spiegare etc. la tua poetica non ti migliora o peggiora ai commentatori, i quali, come te, alcuni arzigogolano dichiarando ciascuno pensieri diversi. Non vi incotrerete mai.
    Qui succede quello che mi capitò a qualeche lettura: ascoltare poeti che prima di leggerla spiegavano ciascuna poesia. . . irritato, in quel momento me ne andavo.

    • Ivan Pozzoni

      Però, fortunatamente, con me non avrai mai difficoltà di sorta: come Ambra sa bene, io rifiuto categoricamente di leggere i miei versi.

  14. Ivan Pozzoni

    Carissimo Alfredo, accetto volentieri i non-complimenti 🙂 Io sono fatto così: essendo filosofo, spiego. Per me è fisiologico. Se mi fanno una domanda: spiego, rispondo, dialogo. Se non rispondessi, ne avrei male psico/fisico. Perciò non sarò mai un grande «poeta», con mia e vostra somma fortuna. Preferisco i miei due ulteriori ambiti: storiografo della filosofia e storico: lì non ho imbarazzi: spiego, racconto, chiarisco, analizzo, raffronto senza ritegno, sbizzarrendomi. un abbraccio I.

  15. antonio sagredo

    Pozzoni ovvero una poesia che distorce e deforma l’autore stesso: questo non so se corrisponde alla sua realtà; o al contrario

  16. Caro Ivan, complimenti muti te ne ho inviati privatamente, senza farti domande o cos’altro. In genere, ho vergogna di farli a voce alta. Da tempo avevo capito come funzioni, ma ugualmente, come te psicologicamente un forzato, ho dovuto dire (potevo anche stare zitto) quel poco di simpatico
    che mi è venuto in mente. Semplice osservazione priva di offese. Ciao

    • Ivan Pozzoni

      Caro Alfredo, tra noi non c’è offesa, l’offesa non esiste. TU sai, e lo sai, la STIMA che Ivan Pozzoni nutre nei tuoi confronti. Lo sai, senza ritegno. Sai benissimo che avrei voluto essere al tuo fianco, a combattere, con Chelsea: ero un bambino, o un ragazzino. Tu sai che non smetterò mai di combattere, e che, nei momenti difficili, sentirò il tuo sostegno, ti sentirò al mio fianco, anche tra trent’anni. Tu lo sai. Perché, a volte, i combattenti si comprendono, reciprocamente, si “sentono”, senza nemmeno essersi mai visti. Te la dedico:

      SOLO LA MORTE POTRÀ FAR TACERE IL MIO CANTO

      Solo la morte potrà far tacere il mio canto
      o una reiterata disoccupazione,
      un crollo definitivo della borsa di Milano,
      l’inizio o la fine di un amore,
      un mutuo e un affitto da versare.

      Solo la morte potrà far tacere il mio canto,
      o due anni in cassa integrazione,
      un immutabile destino ergastolano,
      l’incedere aggressivo di un tumore,
      l’istinto a non cercar di non crollare.

      Solo la morte potrà far tacere il mio canto
      o fantasie di beatificazione,
      i moniti di un critico nostrano,
      i cicli d’un disturbo dell’umore,
      l’idea di non dovermi mai fermare.

      La morte farà tacere il mio canto
      insieme ad un miliardo d’altre cose,
      non sono uomo da soccombere al millanto
      di scrivere in funzione d’altrui chiose,
      né mai sarò costretto a vender all’incanto
      il mio diritto a non cantare in overdose.

      un abbraccio
      Ivan

  17. antonio sagredo

    La Notte che mi sfidava come il flauto di Marsia
    coronava di spazi strani i punti cardinali
    e la fronte di Antonio che crollava coi suoi natali –
    ma le sue pagine sono eterne, ben oltre la sua fine.

  18. Grazie Ivan, soprattutto per la seconda stanza. Il mio omaggio a te è di stampare la email con “Solo la morte potrà far tacere il mio canto”,
    e quello brevissimo di Antonio sicuro che “le sue pagine sono eterne. . .”.
    Evviva, ragazzi!.

  19. antonio sagredo

    Carissimo e abbracciatissimo Alfredo, Tu sei sempre benvolo con me! Ma Ivan Pozzoni se insiste su questa linea notevole rischierà di divenire un classico! Io sono già per taluni in un museo!

  20. Ivan Pozzoni

    Ringrazio Antonio Sagredo, e accetto, con molta ironia, la sua condanna a farmi diventare un “classico”. Antonio – che sa benissimo che lo stimo- mi mette ai remi: nella “classis”, a differenza che nella “legio”, si schiattava al ritmo sinistro del tamburo. Antonio, caro, Antonio io sono stato, sono e resterò sempre un “infra classem”. 🙂

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