Antonio Riccardi, Poesie da Tormenti della cattività, Garzanti, 2018, pp. 156, € 18 – con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Foto Saul Steinberg 1961-1962

Saul Steinberg 1961-1962

Antonio Riccardi è nato a Parma nel 1962 e vive a Milano, a Sesto San Giovanni, è direttore editoriale della SEM. Ha raccolto il suo lavoro poetico nel volume Il profitto domestico (Mondadori, 1996), al quale sono seguiti, un secondo libro di versi, Gli impianti del dovere e della guerra (Garzanti, 2004) e un terzo, Tormenti della cattività (Garzanti, 2018). Collabora a diverse riviste e giornali e fa parte del comitato di redazione di “Nuovi Argomenti” e di “Letture”. Ha curato il volume di saggi Per la poesia tra Novecento e nuovo Millennio (San Paolo) e le edizioni, negli Oscar Mondadori, del Candelaio e della Cenere delle ceneri di Giordano Bruno.

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Penso che la poesia di Antonio Riccardi, dal libro di esordio, Il profitto domestico (1996) fino a quest’ultimo, sia una ricerca al fondo di quella cosa che io amo chiamare la «metafora silenziosa», una ricerca che perlustra il fondale di quel mare interiore che comunemente chiamiamo «memoria». Che cos’è la «memoria»? Possiamo dire che è quella sorta di «spazializzazione» (spazio interno della mente) che è un connotato più primitivo della coscienza, lo spazio dove avvengono i paraferendi di tutte le metafore, lo spazio mentale che l’uomo adotta come suo proprio habitat, perché sia chiaro che l’uomo abita il proprio habitat mentale nel quale è ricompresa la coscienza e, in particolare, la coscienza linguistica e, perché no, anche l’inconscio linguistico e l’inconscio pre-linguistico… La poesia di livello abita sempre entro la cornice di questa sorta di «spazio mentale» dove il linguaggio acquista una particolare «risonanza interiore», non mi riferisco qui soltanto alla risonanza semantica in quanto questa è una particolare forma, quella linguistica, in cui si dà il fenomeno della risonanza, qui parlo di «risonanza interiore», che è un’altra cosa.

La «risonanza interiore» che intendo può aver luogo soltanto in uno «spazio mentale» abitato dalla memoria, che non è soltanto lo spazio linguistico tipico della coscienza quanto uno «spazio-non-spazio», «un interno-che-non-è-interno», un «interno che non è in nessun luogo». La ricerca del poeta parmense ha il suo luogo di elezione a «Cattabiano», e precisamente tra le pareti del podere dei suoi nonni e genitori, è lì che ha luogo la ricerca della memoria familiare della sua poesia.
In questi ultimi anni, anche sollecitato dalle discussioni che avvengono su queste colonne, penso sempre più profondamente che la poesia abiti questo «spazio mentale», questo «spazio interno», quello è il suo habitat naturale. E così il discorso poetico si pone a cavallo tra lo spazio mentale interno e quello esterno, tra ciò che era una volta il pensiero prima del linguaggio e il pensiero del linguaggio…

Foto Saul Steinberg Masquerade, 1959-1961

Saul Steinberg, Masquerada, 1959

In realtà, noi parlando e ascoltando non facciamo altro che «inventare» uno spazio mentale dentro la nostra mente e nella mente dei nostri interlocutori, noi costruiamo sempre, in continuazione, il nostro e altrui spazio mentale, è una attività di tutti i giorni, che ci riguarda tutti, è un pensiero, questo, intuitivo che, se ci pensiamo un attimo, non possiamo metterlo in dubbio…
La poesia è la ri-costruzione di questo «spazio mentale», frutto della memoria e del mondo quadri dimensionale nel quale siamo immersi fin dalla nascita. La poesia lavora filogeneticamente per l’ampliamento di questo «spazio mentale», quindi è utilissima, anzi, è una attività indispensabile per la sopravvivenza dell’homo sapiens.

indice, invece…
cattività e cedevolezza
la seconda non meno della prima
aspra, tormentosa.

Uno, un matrimonio in due quadri
dovendo per virtù e desiderando
la felicità secondo principio.

Due, tre fagiani, le rane e uno stormo di corvi
per la proprietà transitiva delle bestie
a memoria del podere di Cattabiano.

Tre, per dire il retablo degli amori
se tra le nicchie una sola diavolina
dà fuoco al teatro dei ricordi.

Quattro, al lavoro o in guerra sempre
una dell’altro filigrana e veleno
ancora per virtù purificando a morte.

Cinque, con l’esercizio della fine
sul piano del cenotafio se il nome
è un racconto in miniatura.

E infine, l’enigma dietro il deposto
tra la folla disperata del compianto
perché rosso amasse tanto
un semplice primate.

 

L’oblio della memoria

Il recupero della memoria di cui la poesia di questi ultimi anni è protagonista indiscussa, ha radici senz’altro in una crisi di sistema della nostra recente storia nazionale; ho già parlato dell’oblio della memoria che data dal 1972, anno di pubblicazione della poesia Lettera a Telemaco di Iosif Brodskij; in particolare, la crisi del sistema Italia di cui assistiamo alla recita sul palco della politica in questi ultimi anni, una narrativa per certi aspetti comico-drammatica, tutto ciò, penso, ha avuto delle conseguenze anche nel mondo della poesia. I recentissimi libri di Letizia Leone, Viola norimberga (2018), di Mario Gabriele, In viaggio con Godot (2017), Donatella Costantina Giancaspero, Ma da un presagio d’ali (2015) e il mio Il tedio di Dio (2018), sono alcuni tra i tanti esempi di un pensiero poetante che segna un ritorno alla ri-costruzione problematica della memoria, di una identità personale e collettiva. Questo è un compito che la poesia non può delegare ad altre forme d’arte e che deve far proprio.

L’atto poetico da cui prende le mosse la poesia di Antonio Riccardi è un atto che pone esso stesso i limiti entro i quali dovrà accadere la narratizzazione dell’io analogale, nient’altro che un “Disturbo nello speculare”, come recita il sotto titolo della prima sezione del libro. Ma l’io analogale è nient’altro che l’io della memoria che ripercorre l’itinerario analogico colto in alcuni istanti strategici.

Considera cosa vedi e cosa vorresti
misurarne la distanza
sulla tua carta millimetrata:
il minor danno, il beneficio certo
le solite cose temperate

La visualizzazione fa parte integrante dello «speculare»: l’io vede se stesso muoversi in una «distanza» su una «carta millimetrata»; è esattamente questa la costruzione di un «io analogale» che il secondo «io» vede muoversi in uno spazio mentale. La coscienza dell’io poetico non è un deposito, un magazzino, una cosa o una funzione di qualcosa d’altro, ma è uno «spazio» analogale interno alla mente, una superficie «speculare» che possiamo ragguagliare alla funzione dello specchio che riflette il reale ma che soltanto mediante l’atto di narrativizzazione dell’io poetico può prendere forma e presenza. Tutto ciò che c’è nello specchio è un nulla, lo specchio riflette il nulla.

Questa consapevolezza muove la poesia di Riccardi, il che è qualcosa di diverso dal realismo poetico che si è fatto nel novecento. Ecco che nello «speculare» si situa un «disturbo», qualcosa accade ma come per analogia a qualcos’altro che sta in un altro luogo, in un’altra dimensione; la dizione poetica opera attraverso la ri-costruzione di uno spazio analogale, «speculare», cioè capovolto, nel quale opera e agisce un «io» analogale che è in grado di osservare se stesso e lo spazio e il tempo, analogamente a quanto accade all’io che si muove nelle quattro dimensioni, ciò che consente all’io «speculare» di prendere le misure dell’io reale e di muoversi in contiguità ad esso.

Ovviamente, si tratta di un qualcosa di analogale. Nella poesia più evoluta che si fa in occidente, c’è un io analogale che agisce in luogo dell’io posizionato nel mondo e quest’io opera mediante la narrativizzazione, cioè un raccontare che riproduce le azioni dell’io nel mondo reale. La poesia costituisce l’interno di una cornice analogale dove viene agita la narrativizzazione. La poesia e il romanzo sono le forme d’arte che più hanno contribuito a questa opera di narrativizzazione filogenetica della civiltà borghese degli ultimi due secoli, sono il luogo in cui si riproduce e si rinnova continuamente il racconto dell’io reale.

È questa, penso, la caratteristica della scrittura poetica di Antonio Riccardi, il suo è un neoverismo non mimetico del reale ma analogale del reale, prende l’abbrivio e si sviluppa da un presupposto: il tempo spazializzato e lo spazio temporalizzato nell’io analogale «speculare» che riacciuffa cose e spezzoni dalla memoria; il viaggio dell’io è il viaggio in un mondo che riproduce il mondo reale come il computer riproduce il mondo tridimensionale sul monitor bidimensionale.
La poesia di Riccardi «attualizza» lo spazio e il tempo proprio come noi attualizziamo l’immagine tridimensionale vedendola sullo schermo di un pc; la narrativizzazione è incentrata per lo più sulla terza persona o sulla prima persona plurale, in modo impersonale… si tratta di un io analogale che costruisce e svolge la «sua» realtà.

Il sostrato metaforico del pensiero poetico di Riccardi espresso prevalentemente nella terza persona o nella prima plurale, richiede nel lettore un atto di intellezione molto complesso; la poesia seleziona necessariamente alcuni particolari, alcuni frammenti della cineteca mnemonica perché il reale nel suo vero significato ci sfugge continuamente. La poesia è già metafora del reale e non ha bisogno di alcuna altra forma di metaforizzazione del reale, sembra suggerirci Riccardi, può procedere tranquillamente alla narrativizzazione di tutto ciò che è accaduto e accade alla luce del riflettore della memoria dell’io.
Il corpo, o meglio, le singole parti del corpo svolgono un ruolo centrale nella messa in azione della memoria, ad esempio, centrale è il ruolo della «mano nel discorso»; infatti, il titolo della seconda sezione recita: “Lo strano e notevole ruolo della mano nel discorso”.

da Tormenti della cattività
Primo tormento – Scene da un matrimonio

Considera chi siamo e cosa no.
Cosa non più, diresti tu
correggendomi sottovoce
e cosa volevamo diventare.
Speculari, pronosticavi.

Adesso però considera lo strano
e notevole ruolo della mano
nel discorso. Sei sempre e solo tu
a mimare cronofasi e ferite
nella nostra cronologia.

*

In un giorno di luce equatoriale
nel cimitero di Cattabiano
ho visto tre giovani fagiani
cercare tra le tombe.

erano giorno e mese della morte
di mio padre Pier Giovanni
la stessa luce e il caldo di allora
ma in un’altra vita, con più fatica

e già nel più futuro.

Il libro è la mappa di una ricerca quasi scientifica condotta con un linguaggio dichiarativo da «naturalista». Esemplare nella sezione il “Secondo tormento”, una sotto sezione, titolata “Le rane”, si legge: «Osservazioni di un naturalista sulla classe degli animali anfibi nel podere della famiglia R.». Se vogliamo, il ritorno alla poesia-racconto di cui ci sono in giro numerose testimonianze, segna l’approssimarsi di una crisi sempre più acuta della società italiana; il bisogno di raccontare e raccontarsi è qualcosa di molto diverso dal bisogno del racconto dell’estroversione dell’io della poesia del minimalismo dagli anni settanta ai giorni nostri.

Con Andrea Emo non si può non riconoscere che solo il «passato… è l’unica sede dell’assoluto… (ché) il passato e la memoria sono il regno di Dio… e (solo) nel passato si manifesta l’assoluto che siamo».1
L’unico assoluto di cui possiamo disporre è la memoria, in essa viene ad evidenza la struttura aporetica della verità originaria, essendo essa verità il suo stesso auto negarsi nel positivo significare di ogni determinazione.
Però, però c’è la forma del pensiero poetante: il pensiero mitopoietico, la narrativizzazione della memoria.
In questa «forma di pensiero poetante» noi possiamo stare, contemporaneamente, qui e là, nel tempo e fuori del tempo, nello spazio e fuori dello spazio. Il nocciolo della «nuova ontologia estetica» è questo, penso, in consonanza con il pensiero espresso dalla filosofia recente, da Vincenzo Vitiello nelle due domande postate in una intervista riproposta qualche tempo fa. Con Massimo Donà ripetiamo che la «libertà» mette a soqquadro il Logos, la «libertà» infrange la «necessità» (Ananke).
Allora, sarà chiaro quanto andiamo dicendo e facendo: che la poesia deve ritornare ad essere MITO; si badi non racconto mitopoietico o applicazione e uso strumentale della mitologia, ma «mito», cioè narrativizzazione di momenti esemplari dell’esistenza, racconto delle esperienze che significano. Innalzare a «mito» il racconto del «reale», un po’ quello che ha fatto Kafka nei suoi romanzi e racconti, quello che ha fatto Mandel’štam nelle sue poesie della maturità, quello che fa la poesia svedese di oggi, ad esempio, tre nomi per tutti: Werner Aspenström, Tomas Traströmer, Kjell Espmark, o nella poesia dei poeti cechi Michal Ajvaz e Petr Kral.

1 A. Emo, Quaderni di metafisica, Bompiani, 1972 Q. 348

 

Istruiva i bambini di casa
alla legge del regno intermedio
tra le piante e gli animali.
neutro tra due, pensava.

La prova è nel podere, diceva
nella forma di certe foglie
nella vita opaca degli uomini
e delle loro bestie migliori.

*

Quanto a noi, Monetina
anche noi siamo nel regno
neutro, a metà strada, anfibi

e tu, per la mia consolazione
mi dici che ogni eroe è anfibio
in debolezza o sfinimento

e che ognuno si abitua presto
ai pericoli o all’intimità.

Nessun eroe, mi consoli
si salva scegliendo il paradiso.

Ed ecco la prima poesia della terza sezione.

.
Abbraccio o caccia?

La figura inscritta nel loro abbraccio
non è la stessa a vederla dai due lati

ma nella parte dolce del loro mondo
loro siamo io e te, sottovento

se all’amore da una ferma falsa
torniamo alla ferma come i cani.

.

Araldica diva

All’ombra della diva bianchissima
ridotta a ciclope e incatenata
come una di una stirpe felice
nel golfo di Palm Canyon Drive

lei che ormai non si cura
del calcio e dei turisti senza decoro,
la gonna contesa tra vento e mani,
il perfetto décolleté a otto metri da terra
e il corpo che flette nel futuro
scintillando sul blu di smalto

ho ricordato una tua fantasia
ancipite, fatata
e poi una dopo l’altra incatenate
le fragili cose da sapere di te.

*

ecco,
per esempio e non per poca vita

il tuo sognare un futuro nascosto
nelle figure a base numerale due
per dirne una tra le altre, invisibile
o la paura di una verità araldica
– figura muliebre al tuffo in campo blu
e rosso il capo – che suona indovina:

any girl can be beautiful and new.

.

Monopolista

«C’è sempre il sole a Palm Springs»
hai detto telefonando dalle stelle
«non si scappa». non scappo, ho detto
non scappo…

eppure lo sai che raccolgo medaglie
memorabilia, bottoni, conchiglie
e altre cianfrusaglie luccicanti.

Monopolista, avrebbe detto Miss Moore.
Per quel poco o tanto di ardore
dico io, invece. Ma tu, tu cosa dici?

Mi dici che le ragazze migliori
in fondo sono sempre complicate
inadatte ai monopolisti

e loro inadatti a custodire
– come te, sento che pensi –
la felicità di una ragazza.

.

Time & Life

Ti aspettavi di vivere in un’altra vita?
Come se l’abitudine non fosse stare
se non tra i debiti e le gemme…

non fosse così o se con me tu fossi
davvero cattiva
non avresti detto, compatendomi
«non sei fatto per le cose leggere».

*

Dal “Quarto tormento”

Come se la morte per noi non fosse.
Né per loro o per le loro cose, come
se il tempo medio di specie
fosse per tutti quello vegetale.

Passati già passati tornano al presente
ancora in tinello come allora.
Le tovagliette sul tavolo Dinette
le lampade a bolla accese per la sera.

A guardarli da fuori, domestici
li vedi staccati dal fondo della scena
come nel binocolo view-master.

.

1930

Alla prima foliazione del podere
dopo la morte invernale di Antonio
Riccardi, solo la siepe di bosso

alla fine del giardino, confine
sul dirupo tra casa e coltivo,
era rimasta forte e splendente.

.

da “Ultimo tormento”
ex voto. Visione all’alba del padre che vede il padre con i suoi in posa per la foto di famiglia nel 1905

Oscuramente so
che il posto dove sei sepolto
è il posto dove sei sospeso

morto tra i vivi, me compreso,
e i morti della nostra stirpe
che prima di noi sono giù morti.

*

Oscuramente so
che il posto dove sei adesso
è qui, nella mia camera da letto

a picco sul Prato di sotto
e sulla valle dove i nostri morti
erano vivi prima di noi

*

Oscuramente qui
in poltrona sul fondo della stanza
siedi come sedevi da vivo

quando non c’era dove andare
né altro che aspettare da lei
il segnale stabilito per la cena.

*

Ora oscuramente
sento che il tuo corpo non è solo
quello che tra i vivi dicevi corpo

ma come tra i morti si dice stare
sospeso tra infimus e futurus,
qui nella camera dove sei morto.

*

Ora oscuramente
mi parli dall’ombra della poltrona
le mani in mano, le braccia sui braccioli

hai la voce trasparente
di quando mi sorvegliavi
nei morsi delle convulsioni.

Annunci

44 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, critica della poesia, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

44 risposte a “Antonio Riccardi, Poesie da Tormenti della cattività, Garzanti, 2018, pp. 156, € 18 – con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

  1. È di stamane la notizia che a New York a una vendita d’arte all’asta un quadro fatto da un algoritmo è stato venduto per $ 400.000. (quattrocentomila)

  2. Ogni poeta si può avvalere di un quadro diverso di memoria. Sulla memoria influiscono gli studi, le letture ed il vissuto. Ognuno è stato segnato da qualcosa che il passato ha riempito i vuoti della memoria. Può essere storia, mitologia, i viaggi, la meditazione, un brano classico, un opera d’arte. La memoria scritta è come gli appunti di vita, per paura di dimenticare e sconvolgere la vita annotiamo sempre attimi che potrebbero scomparire.

    Dovrò scavare tra le poesie già scritte per portare qualche proprio esempio.

    Per quanto riguarda Il tedio di Dio di Giorgio Linguaglossa, e In viaggio con Godot di Mario M. Gabriele che ho avuto il piacere di leggere durante il ricovero ospedaliero sono rimasta affascinata dalla ricchezza di elementi della memoria introdotti in questi due libri.
    Qualcuno mi disse una volta leggendo alcune delle mie poesie scritte a questo modo, che si dovrebbe munire di un dizionario esplicativo storico o mitologico perché diventa difficile da seguire un simile testo.
    Però, io ho immaginato allo stesso tempo come spesso capita, un po’ a tutti onorevoli poeti, che Giorgio e Mario hanno scritto sotto impatto di emozioni nate in congiunture accennate nella prima parte del commento.
    Un libro che contiene elementi di riferimento storici o mitologici, non può essere letto da qualsiasi persona che non ha mai studiato o letto un libro in vita sua. Quindi sono più che convinta che esserci un’edizione limitata ci renderebbe ancora più preziosi, seppur di orientamento di Nuova ontologia estetica. Nella profondità della memoria sono molte cose degne di non essere dimenticate. Se le scrive un letterato o la donna del pianerottolo di casa penso che praticamente non importa, e non distorce il significato della pregevole poesia. Sotto una corteccia che presenta della screpolature puoi sempre trovare legno di alta qualità.

    PS: Spero di avere il piacere di leggere Letizia e Donatella.
    Lidia Popa

    • mariomgabriele@libero.it

      gentile Lidia Popa,
      non si può lasciare inosservato il suo commento, così profondo su l’uso del linguaggio poetico mio e di Linguaglossa, ma anche di chi non ha citato. Ecco dunque il valore di questa Rivista che pone all’attenzione del lettore un nuovo spirito di osservazione estetica maturato dopo anni di fedeltà alla poesia. Grazie.

  3. mariomgabriele

    Un giorno ho chiesto a uno psichiatra, amico di vecchia data, se l’uomo è in grado di vivere senza la memoria. E’ possibile, mi disse, solo se è una sua libera scelta o se è un paziente affetto da Alzheimer. Il ricordo può essere positivo, se gli elementi che lo determinano si correlano al piacere della vita, o negativo se i dati ad esso correlati, sono dolorosi e incancellabili e quindi di sradicamento dall’archivio della memoria.”Il cervello, scrive Sergio della Sala su Micromega n7 -2010 – pag. 37 ha una doppia funzione, anche secondo Umberto Veronesi, che si lascia attrarre dall’idea del cervello double face.
    Nota è la sua intuizione nell’affermare che “siamo largamente imperfetti con le nostre debolezze e le nostre difficoltà, con un cervello che ha un emisfero cognitivo, razionale, logico, matematico, e l’altro emisfero che elabora sentimenti, emozioni, fantasie”.
    Su questi indirizzi operativi il cervello conserva o abbandona la memoria secondo il rapporto che essa ci propone.
    Ma c’è anche un altro punto di vista: quello di Edoardo Boncinelli, che in fatto di funzionalità della mente e del suo operare con la memoria ne spiega la ragione osservando che “la mente è tutto ciò che accade nella nostra testa. C’è anche una periferia che noi chiamiamo cuore, perché molte delle nostre emozioni le sentiamo nei vasi che passano vicino al cuore”. Da qui l’accettazione o il rifiuto di ciò che domina la nostra vita con il ricordo.
    Scrive Barbara Spinelli su Il Corriere della sera che Il Novecento è stato il secolo ammalato di amnesia: Non a caso, Claudio Magris citando il libro della Spinelli: Il sonno della memoria, rileva che” tutto il tema del volume ruota intorno al sonno della ragione e sottolinea il valore razionale, oggettivo e non elegiaco-sentimentale della memoria. Come il sonno della ragione, anche quello della memoria può generare mostri”

  4. Trascrivo un commento di Annalisa Arci all’ultimo libro di Maurizio Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017 –

    «Secondo i postmoderni il pensiero forte o metafisico non è più in grado di fornire fondamenti e principi assoluti del conoscere. Dal momento che l’uomo deve abituarsi a vivere senza certezze e solo con opinioni, la sfida che il pensiero debole vuole lanciare è sul piano della ragione o, meglio, sul piano dell’idea di ragione, per sostenere una concezione della stessa che sia in grado di farsi carico della contraddizione dell’esistente e di incontrare l’essere come ombra, traccia, ricordo, un essere consumato indebolito e proprio per questo degno di attenzione. I referenti essenziali sono Nietzsche, Heidegger, Gadamer, Deridda, Ricoeur, Foucault e i decostruzionisti francesi. Il punto saliente di questo modo di fare filosofia consiste nella critica di ogni tecnica e prodotto scientifico e di ogni forma di filosofia che non attinga ad una dimensione originaria a cui la scienza non può avere accesso, di fronte alla quale le scienze naturali rivelano la loro impotenza.

    Pensiero debole ed ermeneutica sono le due declinazioni del postmoderno più note in Italia e che hanno suscitato reazioni da parte di Pietro Rossi (Le città filosofiche. Per una geografia della cultura filosofica italiana nel Novecento, Il Mulino, 2004), Carlo Augusto Viano (Và pensiero. Il carattere della filosofia italiana contemporanea, Einaudi, 1985) ed Enrico Berti (Le vie della ragione, Il Mulino, 1987). Reazioni convincenti, con cui concordo.

    In Postverità e altri enigmi si parte proprio da qui. Da una domanda sui tratti che qualificano e definiscono l’epoca contemporanea ma anche (implicitamente) sul modo in cui nel dibattito contemporaneo si intendono la ragione, la verità e la filosofia stessa.

    Nella prima dissertazione Ferraris dimostra che il postmoderno è l’antefatto della postverità, in quanto quest’ultima non è altro che la diffusione del postmoderno al di là delle mura universitarie. La postverità non è un fenomeno marginale, ma aiuta a “cogliere l’essenza della nostra epoca, proprio come il capitalismo costituì l’essenza dell’Ottocento e del primo Novecento e i media sono stati l’essenza del Novecento maturo”. Esaltare il falso, l’irragionevole e la volontà di potenza equivale a parlare alla pancia della gente, veicolando al tempo stesso una convinzione molto più pericolosa: la verità è solo un’antica metafora e ciascuno di noi ha la sua verità che diffonde e difende a colpi di mouse.
    Nella seconda dissertazione troviamo il passaggio dal capitale alla documentalità, ossia il medium tecnico che rende possibile la postverità. Con un sempre maggiore senso di onnipotenza da parte delle masse, assistiamo al tramonto della stagione del capitale (le merci sono sostituite dai documenti e il lavoro salariato da una quantità spropositata di lavoro gratis sul web). All’era del sostentamento segue l’era del riconoscimento, in cui uno vale uno e di cui i selfie sono la più evidente espressione.
    L’ultima dissertazione propone un rimedio alla postverità. Il rimedio poggia sul riconoscimento dell’insufficienza delle teorie della verità ermeneutiche (che Ferraris chiama ipoverità) e analitiche (che chiama iperverità). La verità non è più una relazione a due posti, tra ontologia ed epistemologia, ma a tre posti. Esiste anche la tecnologia. È attraverso la tecnologia che facciamo la verità. Ferraris conclude che ci sono fatti proprio perché ci sono interpretazioni e che per “fare la verità” bisogna ricorrere ai fatti.»

    Io penso che proprio il concetto di de-materializzazione impiegato da Ferraris ci può aiutare a comprendere il valore irrefutabile della memoria per l’azione umana e per la stessa ontologia della condizione umana. La memoria è quella «cosa» per eccellenza de-materializzata che ha il suo luogo nella mente, ma non in una zona localizzata della mente ma, a quanto pare, in un luogo-senza-luogo-della-mente, in un non-luogo. La condizione umana semplicemente non potrebbe esistere senza la memoria, altrimenti saremmo ridotti a un algoritmo, l’uomo sarebbe un robot.
    Ecco perché la memoria assume un ruolo così importante nella poesia di livello di questi ultimi decenni e nella «nuova ontologia estetica», o «nuova fenomenologia estetica», come piace dire a Petr Kral. Non sarebbe stato possibile la costruzione della tecnologia senza l’ausilio della memoria, se l’uomo non avesse potuto contare su questa straordinaria risorsa filogenetica.

    Nei tempi attuali quando la memoria viene minacciata da torme di barbari (vedi il trionfo della Trump Truth e della Salvini-Di Maio Truth che si configura come solidarietà di una massa, di webeti, contro le macchinazioni della élite dei “poteri forti”) in arrivo, è bene che la poesia e l’arte ritornino a creare sulle fondamenta della memoria individuale e collettiva.

    http://www.filosofia.rai.it/speciale/la-memoria/345/13936/default.aspx

    [ “Questa conoscenza, o re, renderà gli egizi più sapienti e più capaci di ricordare, poiché con essa è stato trovato il farmaco della memoria e della sapienza.”

    Platone, Fedro

    A cosa serve la memoria? A ricordare, certo, ma più profondamente, serve a pensare, a riflettere, a conoscere. Su questi temi si concentra la prima puntata di “Zettel. Filosofia in movimento”.
    Maurizio Ferraris evidenzia come le nuove tecnologie ci abbiamo fornito archivi e strumenti sempre più potenti, e sempre più facili da utilizzare, tramite cui conservare la memoria. Platone, nel Fedro, criticò la scrittura proprio perché stimolava la memoria esteriore a discapito della memoria interiore. Ma già in lui si affacciò l’idea della mente come tabula scriptoria, un concetto che arrivò fino a Locke e poi a Freud.

    Nella sua rubrica, Paolo Virno si interroga sulla possibilità di ricordarsi del presente e, partendo da questa osservazione apparentemente contraddittoria, affronta il tema del deja vu, inteso come un pervertimento del ricordo del presente. La memoria assume un ruolo fondamentale, riprende Ferraris, perché abbiamo l’impressione che perdendone anche un solo pezzo potremmo perdere parte della nostra identità. Mario De caro, però, non è d’accordo in proposito e porta i suoi controesempi. Seguono gli esperimenti mentali di Maurizio Ferraris, che chiariscono l’importanza che nella vita quotidiana diamo alla memoria.

    Dalla Columbia University di New York Achille Varzi, compie un excursus all’interno della storia del pensiero occidentale sul tema della memoria, offrendo il controcanto della tradizione analitica. Il discorso poi passa a Mario De Caro che affronta all’interno dell’aula diversi aspetti del problema – il troppo ricordare o il falso ricordo – per poi tornare a Maurzio Ferraris e alla sua risposta alla domanda: a cosa serve la memoria? ]

  5. Le parole destano l’inconscio, su questo non vi è dubbio. Danno modo alla coscienza profonda di esprimersi con altrettante parole, anziché con le immagini sfigurate dei sogni. Quando le parole chiamano, altre parole dovranno rispondere; in eco diversa perché si sta compiendo, con la poesia, uno scavo veritativo: l’inconscio è verità, la ragione cosciente no. E tuttavia le parole hanno il limite di essere scatti fotografici, o riprese di breve durata assoggettate a un solo punto di vista. Ecco perché la frammentazione, la molteplicità dei punti di osservazione che ruotano intorno all’oggetto. Il che fa supporre che l’inconscio sia vita multidimensionale, o di diversa dimensione rispetto al conscio. Il nulla che ci appare è dato da sostanze tra loro incompatibili; due dimensioni non possono comunicare con una terza, una quarta o più, se non parzialmente. Le parole vanno gettate, ok soppesate, ma poi gettate nella caverna dell’inconscio di modo che ne derivi l’eco – di un fiore che non c’entra, di una nave sul tavolo in cucina…
    Le prime parole, il primo verso, sono sassi che buttiamo su ferite che sembrano rimarginate. Gioie e dolori. Se gettassimo farfalle, altre farfalle apparirebbero. La natura a specchio dell’inconscio è piena di risorse, visive e linguistiche.
    Oscuramente:
    Antonio Riccardi agisce con più poesie-ricordi sullo stesso tema, da punti di vista che offrono pensieri e ricordi diversi. Nella Nuova ontologia estetica si tenta invece l’emersione in un diverso spazio temporale, appunto multidimensionale, dove tutto coesiste. Donatella Costantina Giancaspero, ad esempio, nelle poesie che ho letto chiarisce nell’adesso i suoi ricordi; ne emerge il non detto, ma nelle vicende anche anche il rumore dei passi; dettagli trascurabili, che non sarebbero propri dei ricordi che (ci)raccontiamo. Ma dice bene Giorgio Linguaglossa, queste sono proprietà esclusive della letteratura.

    Io, tra una cosa moderna e l’altra, dipingo ritratti; dico sempre che col ritratto ci puoi parlare per sempre, finché vivi. Con la fotografia, no; perché lì eravate in montagna, lì era il bisnonno a cavallo… la fotografia conserva i ricordi, il ritratto rende possibile il dialogo ininterrotto. Abita l’assenza, la rende costantemente viva. Ma le poesie riescono a fermare le zone d’ombra, momenti del tempo interiore.

  6. gino rago

    Gino Rago
    Antonio Riccardi fra tempo e spazio premoderni e quadridimensionalismo poetico.

    Da Il profitto domestico del 1996 a Gli impianti del dovere e della guerra del 2004 fino a questi Tormenti della cattività del 2018 cui Giorgio Linguaglossa indirizza efficacemente la sua ermeneutica mi pare che a ben guardare Antonio Riccardi, con una sua coesione interiore e una fedeltà tematico-stilistica di rara sobrietà linguistica , si cimenti ancora nelle sue meditazioni liriche intorno a un mondo circoscritto che nella sua mitologia personale il poeta avverte come totale, attraversando la memoria.
    Ma la memoria non ha senso compiuto se non interpella l’idea di tempo, la percezione dello spazio e il come il poeta si colloca nel tempo e nello spazio.
    Il tempo e lo spazio con i quali si misura questa recente poesia di Antonio Riccardi sono tempo e spazio premoderni. Ma in che senso premoderni? Detto in estrema sintesi Antonio Riccardi adotta il tempo ancora scandito dai ritmi delle stagioni e della vita, con tutti i riti a tali ritmi collegati, e adotta lo spazio come luogo antropologico di identità forte e di comunità coesa.
    In questo tempo e in questo spazio-luogo antropologico giocano un ruolo decisivo ancora la mano e la memoria. Perché ho detto ancora la mano e la memoria? Perché, ciascuno con il proprio linguaggio poetico e con il proprio vissuto, anche nella esperienza poetica di Edmond Jabès, com’è oggi in Antonio Riccardi, furono individuati sia da Donatella Bisutti, sia da Giorgio Linguaglossa la mano e la memoria come nuclei poetici centrali del loro fare poesia. Quindi la memoria è scrittura, possiamo dire anche nel caso di Antonio Riccardi che tornando a Cattabiano, nel 1930, in un tempo e in un luogo precisi, il cimitero, alla lunghezza, all’altezza, alla profondità, Riccardi aggiunge la memoria. Dunque, approda alla poesia quadridimensionale, quella cui si riferisce in punto preciso sull’io poetante la nota critica di Giorgio Linguaglossa (“[…] un «io» analogale che è in grado di osservare se stesso e lo spazio e il tempo, analogamente a quanto accade all’io che si muove nelle quattro dimensioni, ciò che consente all’io «speculare» di prendere le misure dell’io reale e di muoversi in contiguità ad esso[…]”
    Esemplari sono questi 6 versi di Antonio Riccardi

    1930

    Alla prima foliazione del podere
    dopo la morte invernale di Antonio
    Riccardi, solo la siepe di bosso

    alla fine del giardino, confine
    sul dirupo tra casa e coltivo,
    era rimasta forte e splendente.

    GR

  7. gino rago

    […] Ma perché e in che senso nel caso di Antonio Riccardi mi sono soffermato sulla idea di spazio premoderno come luogo antropologico, intendendo con ciò in un crsto senso integrare l’ermeneutica di Giorgio Linguaglossa? Perché per luogo antropologico viene inteso quello spazio non geometrico ma il luogo della identità, della relazione e ciò che più conta
    della memoria. La fisicità diciamo così di un luogo antropologico si condensa nella geometricità di 3 semplicissime forme spaziali: la linea, la intersezione e il centro, vale a dire a il passare o al transitare, all’incontrarsi, al sostare, con la possibilità di creare patrimoni comuni, relazioni simboliche, identità individuali.
    Il contrario del luogo antropologico è il Non-luogo (aeroporti, banche, catene di alberghi, stazioni di servizio, ipermercati…), gli stessi dappertutto…
    Va da sé che al luogo antropologico così inteso si collega il tempo, il tempo, il tempo premoderno o naturale.
    Anche dunque nel caso di Antonio Riccardi possiamo affermare: ‘dimmi che uso fai del tempo/spazio e ti dirò che poesia puoi fare…”
    GR

  8. donatellacostantina

    “Solo i ricordi, la ricostruzione del passato, la rielaborazione della memoria hanno il potere di farci andare avanti e di darci la forza per creare delle nuove ipotesi, delle nuove utopie. Il futuro esiste solo come rielaborazione del passato, mentre il presente non è che una forma di transizione”.

    Giuseppe Sinopoli (1946 – 2001)

    Souvenirs à la mémoire, sette brevi composizioni per due soprani (coloratura), controtenore e orchestra (1974). Dedicato a Harry Halbreich.
    Prima esecuzione: Royan, 24 marzo 1975 – Festival di Royan, London Sinfonietta. Direttore, Giuseppe Sinopoli.

    “Lasciamo da parte materie e spontaneismi decerebrati; un rito funerario all’IO, viene assunto come utopica indagine per uno stile rivolto indietro, nel tempo personale, fino a ridiventare, specularmente, allucinazione per una memoria che non ha più nulla da ricordare”.

    *
    Berlino, 20 Aprile 2001: Giuseppe Sinopoli muore sul podio della Deutsche Oper, a 54 anni, stroncato da un infarto, mentre dirige il Terzo atto dell’Aida di Giuseppe Verdi.
    Nato a Venezia il 2 novembre 1946, Sinopoli si avvicina alla musica all’età di 12 anni. Dopo gli studi classici, frequenta la Facoltà di Medicina e Chirurgia presso l’Università di Padova. Nel 1972, si laurea in Antropologia Criminale con una tesi dal titolo Devianza e momenti criminali nella mediazione fenomenologica dell’opera d’arte. Studia musica dapprima come autodidatta, poi al Conservatorio di Venezia. Conosce Bruno Maderna: “grazie a Lui ho acquisito la conoscenza di un patrimonio culturale fondamentale che spazia dagli antichi fiamminghi alle diverse scuole veneziane”. Studia Composizione a Darmstadt con G. Ligeti e K. Stockhausen, e successivamente a Siena con Franco Donatoni. Ed è proprio come compositore che ottiene i primi successi: la sua opera più celebre, Lou Salomè, verrà rappresentata per la prima volta nel 1981 alla Bavarian State Opera di Monaco di Baviera.
    Nel 1980 debutta come direttore d’orchestra con la Deutsch Oper di Berlino, dirigendovi il Machbeth di Verdi. Nel 1983 succede a Riccardo Muti nella direzione della New Philarmonia di Londra. Da questo momento in poi, gli incarichi si moltiplicano (S. Cecilia di Roma, Wiener Philharmoniker, Covent Garden, Metropolitan, New York Philharmonic, Berliner Philharmoniker), fino a ottenere, nel 1985, la direzione del Tannhäuser di Wagner al Festival di Bayreuth. Il suo debutto a La Scala avviene nel 1994, con l’Elektra di Richard Strauss. Dal 1990 Sinopoli è il principale direttore della Deutsch Oper di Berlino e, dal 1992, della Staatskappelle di Dresda.
    Più volte negli anni seguenti, dirige l’Orchestra Giovanile Italiana della Scuola di Musica di Fiesole, testimoniando così il proprio impegno didattico e una particolare attenzione all’aspetto sociale del fare musica, dimostrato anche dall’affetto verso l’Orchestra Sinfonica National Juvenil e Infantil De Venezuela.
    Nel 1998 gli viene conferita l’onorificenza Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica Italiana, massimo riconoscimento per i suoi meriti in campo musicale.
    La sua poliedricità e la sua straordinaria capacità analitica lo avevano avvicinato allo studio dell’archeologia, proprio pochi anni prima della prematura scomparsa. Il 23 aprile 2001, il giorno in cui poi si svolsero i funerali, era stata fissata, alla Sapienza di Roma, la discussione della sua tesi di laurea (relatore il professor Paolo Matthiae): Aspetti figurativi, rituali e simbolici di alcune tipologie architettoniche tra Siria, Palestina e Mesopotamia nel secondo e primo millennio avanti Cristo.
    La laurea gli fu conferita ad memoriam nel 2002 e, tre anni dopo, la casa editrice Felici pubblicò la tesi col titolo Il re e il palazzo. Studi sull’architettura del Vicino Oriente: il bit-hilani.
    Nello stesso anno, videro la luce due sue raccolte di scritti su Wagner: Wagner o la musica degli affetti (FrancoAngeli editore) e Wagner a Roma, edito in seguito con il titolo Il mio Wagner dalla Marsilio, la stessa casa editrice che, nel 2016, ha pubblicato I racconti dell’isola, scritti da Sinopoli durante i suoi soggiorni nell’isola di Lipari. Sebbene nato a Venezia, egli si sentiva fortemente legato a questi luoghi: “considero come autentica terra natale la parte orientale della Sicilia, che ancora oggi misteriosi legami uniscono con l’originaria cultura degli antichi greci”.

  9. La memoria, il tempo, lo spazio e l’oblio della memoria
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/10/27/antonio-riccardi-poesie-da-tormenti-della-cattivita-garzanti-2018-pp-156-e-18-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-39154
    Caro Gino Rago,
    tu sollevi qui una questione gigantesca: il ruolo e la funzione che il tempo e lo spazio hanno nella fondazione della «memoria», e come questa memoria fitta di tempo e di spazio entri nella forma-poesia. Hai toccato un punto cruciale della nuova poesia, chiamiamola «nuova fenomenologia estetica» come dice Petr Kral o «nuova ontologia estetica», come diciamo noi, la cosa non cambia granché.

    E qui entriamo in una materia incandescente: la «cattività della memoria» ed i suoi «tormenti». Io, ad esempio, mi sento libero da qualsiasi «tormento» della «memoria». Negli ultimi due giorni sono stato tormentato dalla mancanza di un ricordo, non ricordavo il nome di un mio carissimo amico morto di cancro 20 anni fa; ieri ho telefonato ad un amico comune che me lo ha detto. Incredibile, qualcuno aveva cancellato dalla mia memoria quel nome, proprio il nome di un carissimo amico. Perché? Perché proprio lui e non altri? In realtà in questi ultimi anni sono stato letteralmente soverchiato dalla dimenticanza della memoria, tendo a non ricordare nulla, o meglio, c’è qualcuno nella mia mente che mi sottrae furtivamente i ricordi dalla memoria, e così sono costantemente impegnato a ricostruire con la volontà quel po’ di memoria che mi resta… no, no, tranquilli non è l’Alzheimer, è l’oblio della memoria che mi ossessiona, ho questa malattia, penso che vivo in un tempo che fabbrica su scala industriale questa malattia. E il bello è che gli altri uomini non se ne accorgono, o fingono di non accorgersene. La mia poesia di questi ultimi dieci anni è governata da questa categoria, o malattia, dall’oblio della memoria, non posso farci niente per arrestare questo sisma 9 della scala Mercalli.

    Come tu ben dici: «Dimmi che uso fai del tempo e dello spazio e ti dirò che poesia scrivi». È profondamente vera questa massima. La Musa è figlia di Mnemosine, questo i greci ce l’hanno insegnato… senza memoria si scrive sull’acqua, quelle che si scrivono oggi sono poesie scritte sull’acqua, non basta mettere in fila delle parole per fare poesia; se la poesia non contiene la memoria, è aria fritta, parole in libertà.

    Nella poesia di Riccardi la memoria c’è ma come un fondale sul quale si stagliano gli eventi della memoria. Ma la memoria è ancora integra! Almeno, io la percepisco come integra, ancora non colpita dalla febbre dell’oblio della memoria. Ho citato non a caso la poesia di Brodskij Lettera a Telemaco del 1972, perché lì c’è l’albeggiare di questa terribile sindrome che ha invaso silenziosamente il mondo moderno e gli uomini del nostro tempo. Sono passati davvero molti anni e la malattia si è aggravata. Così, io ogni giorno sono costretto a recuperare i miei ricordi, a passarli in rassegna, uno ad uno, per non perderli. La mia poesia non è altro che la registrazione in parole sulla carta di questa costante perdita di tracce. Anche il primo libro Uccelli (1992), a rileggerlo oggi, reca vistose tracce di questo esantema della memoria che si disfa lentamente, poi sempre più velocemente…

    Dicevo che la poesia di Riccardi ha questa caratteristica, che lui in mente ha, chiara e potente, la visione ricordo del podere di famiglia di Cattabiano. Da questa chiarezza memoriale ne deriva che la sua poesia posata è su uno zoccolo unidirezionale, ancora governata, anche se in penombra, dall’io legiferante… io purtroppo ho perduto per sempre la chiarezza denotativa dell’io legiferante, e quindi la mia poesia recherà le tracce di questa perdita. Ad esempio, nella nuova ontologia estetica (o nuova fenomenologia estetica) il tempo e lo spazio, questi Fattori T ed S entrano vigorosamente nella forma-poesia distruggendone la «forma», la struttura lineare che governa il tempo e lo spazio; ecco la ragione dei «frammenti» che invadono la nostra poesia (nostra dei poeti della nuova ontologia o fenomenologia estetica).

    In fin dei conti, un poeta è un prodotto di potentissime forze storiche, anche le forme sono il prodotto di potenti forze estetiche; non c’è niente da fare contro questa soverchiante forza nientificante che ha prodotto la crivellazione della forma-poesia. Chi leggesse la poesia di Mario Gabriele, la tua o quella di Donatella Costantina Giancaspero, di Steven Grieco Rathgeb e di altri non potrebbe non rendersene conto. È un fenomeno ineluttabile che sarebbe da insani tentare di rigettare, anzi, proprio accogliendo e rielaborando queste forze telluriche la poesia si può rinnovare dall’interno, dalle sue profonde ragioni ontologiche e fenomenologiche…

  10. un tempo, quale tempo,
    se la figurazione sfugge
    se oltre la siepe un confine spinge
    se nella mano
    un vortice appare di consolanti nubi
    che non dovrai schiarire
    che non dovrai riscrivere
    mai.
    (un cielo sereno,
    profondamente sereno e sgombro di nuvole.
    Un antefatto.
    Inquietante.)

    grazie ombra.

  11. Non conosco la donna che cammina.
    Neanche gli altri spinti solo da un invisibile risacca.

    Sono tutti qui. Al mercato rionale dei vestiti incrociati. Una folla vagante. Fedra raccoglie quello
    che trova nel pantano. In un minuto qualunque.

    L’autunno sale alle bocche spogliate
    anche quest’anno. A dispetto dei sospiri più fitti. Sound di
    onde a digiuno. Un déjà-vu palpitante. Nero crostaceo del freddo.

    Appendix .
    (Lacera et misera bestia non orare pro nobis .Tuos utero feroce. In abbundantia disordinem ordinatus pescis )

  12. gino rago

    Gino Rago,
    A proposito del Quadridimensionalismo – Brano tratto da Giorgio Linguaglossa, Critica della ragione sufficiente. Verso una nuova ontologia estetica – Progetto Cultura, 2018, pp. 512, € 21.00, pp. 74/75

    Esemplare appare [in Critica della Ragione Sufficiente. Verso una nuova ontologia estetica] il botta e risposta fra Giorgio Linguaglossa e Maurizio Ferraris “Sul Qadridimensionalismo”, secondo l’osservatore proustiano de «La Recherche».
    Ci soffermiamo su questo tema perché ( Pagine 74/75 ) Giorgio Linguaglossa dà la parola a Maurizio Ferraris (da ‘Emergenza’, Einaudi, Torino, 2016, pag.127).

    Sostiene Maurizio Ferraris:

    «[…] Nella prospettiva proustiana, la domanda ontologica «che cosa c’è per noi, in quanto osservatori interni allo spaziotempo?» si ha una risposta tridimensionalista soltanto se ci si limita ad osservare con la percezione;
    la risposta risulta invece quadridimensionalista se si osserva anche con la memoria.
    Ecco perché Proust sostiene che la vera vita sia la letteratura: perché è la vita registrata,fissata in un documento e resa quadridimensionale…[…] A ben vedere, però, la quadridimensionalità fa parte di individui comuni che rientrano nella nostra esperienza più ordinaria…»

    Risponde Giorgio Linguaglossa:

    «Per rispondere a Maurizio Ferraris, il problema che si pone a noi oggi, a distanza di cento anni da ‘ La Recherche ‘ è questo: ma noi sappiamo che esso [il segno] esiste come «traccia» di un qualcosa che non le preesiste, di un passato che non è mai stato presente e che non può essere rievocato. Vale a dire che non possiamo ripetere l’operazione di Proust, la quadridimensionalità si deve vestire di nuovi modi di
    rappresentazione […]»

    Dal botta e risposta fra Maurizio Ferraris e Giorgio Linguaglossa in
    Critica della ragione sufficiente. Verso una nuova ontologia estetica – Progetto Cultura, 2018, pp. 512, € 21.00, pp. 74/75, ho tratto alcuni versi,valorosamente tradotti in francese, in inglese e in spagnolo da
    Edith Dzieduszycka, da Adeodato Piazza Nicolai e da Francesca Lo Bue che ringrazio tantissimo, versi già compresi nella Sez. 1 del mio libro di prossima pubblicazione.

    Gino Rago
    Versi da alcune meditazioni sul Quadridimensionalismo

    1) Su La Quarta Dimensione

    “La madeleine*. Il selciato sconnesso.
    Il tintinnio di una posata.
    Le chiavi di casa perdute in un prato.
    Diventano in noi la resurrezione del passato?
    Fanno riapparire il tempo nello spazio?
    […]
    Il passato si ripete nella materia grazie alla memoria.
    Il tempo perduto esce dalla profondità delle quattro dimensioni.
    Perché l’uomo è spaziotempo.
    Perché al profondo, nel lungo e nel largo
    soltanto l’uomo lega ciò che è stato.
    Il tempo perduto. Il tempo passato.

    Gli infiniti punti dello spazio e gli infiniti istanti del tempo
    possono vibrare insieme solo nella Memoria.
    E il presente è la scheggia di tempo che ricorda il passato.

    La morte qui non c’entra. […]”

    *la Madeleine è il dolcetto di Marcel Proust

    2) Sur la quadri-dimension

    La madeleine *. Les pavés disjoints.
    Le tintement d’un couvert.
    Les clefs de la maison égarées dans un pré.

    Deviennent-ils en nous la résurrection du passé?
    Font-ils réapparaitre le temps dans l’espace?
    […]
    Le passé se renouvelle dans la matière grâce à la mémoire.

    Le temps perdu sort de la profondeur des quatre dimensions.

    Parce que l’homme est espace-temps.
    Parce que tout au fond, en long et en large
    l’homme seulement unit ce qui a été.

    Le temps perdu. Le temps passé.

    Les infinis points de l’espace et les infinis instants du temps
    peuvent vibrer ensemble seulement dans la Mémoire.
    Et le présent est l’éclat du temps qui se souvient du passé.

    La mort n’a rien à voir ici. […]

    *La madeleine est le gâteau de Marcel Proust

    (Traduzione in francese di Edith Dzieduszycka)

    3) A poem by Gino Rago

    Meditations about “on Quadridimensionalismo”

    “The madeleine*. The pavement disjointed.
    The Jangles of cutlery.
    House keys lost in a lawn.
    Do they become the resurrection of the past?
    making time reappear in space?
    […]
    Thanks to memory the past repeats itself inside matter
    If time lost comes back again
    from the quadri-dimensional depth.
    Because man itself is spacetime.
    Because to the depth, length and width
    only man can bind what has been.

    Lost time. Time passed.
    The infinite points of space and the infinite moments of time
    can only vibrate together in memory.
    And the present is a fragment of time recalling the past.

    Death has nothing to do with this. […]”

    © 2018 English re-translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem Meditazioni intorno a “Sul quadridimensionalismo” by Gino Rago. All Rights Reserved,

    4) Sobre el cuadridimensionalismo

    “La madeleine*. El asfalto desparejo.
    El tintinar de un cubierto.
    Las llaves de la casa perdidas en un prado.
    ¿Son para nosotros la resurrección del pasado?
    ¿Hacen reaparecer el tiempo en el espacio?
    […]
    El pasado se repite en la materia gracias a la memoria.
    El tiempo perdido sale de la profundidas de las cuatro dimensiones.
    Porque el hombre es espacio tiempo.
    Porque en el profundo, a lo largo y a lo ancho
    solamente el hombre une lo que ha sido.
    El tiempo perdido. El tiempo pasado.

    Los infinitos puntos del espacio y los infinitos instantes del tiempo
    pueden vibrar juntos solamente en la Memoria.
    Y el presente es un esqueje de tiempo que recuerda el pasado.

    La muerte nada tiene que ver aquí […]”

    (Traduzione in lingua spagnola di Francesca Lo Bue)
    **** **** **** **** ****
    GR

  13. gino rago

    Tornando brevemente di nuovo ad Antonio Riccardi e al suo recente libro poetico, l’interpretazione dei versi riccardiani in senso quadridimensionalista e non tridimensionalista è stata affidata alla constatazione che Riccardi immerso come tutti nel flusso spazio-tempo non si è affidato alla percezione, ma alla memoria. Più precisamente direi alla razionalizzazione della memoria. Per questo ha evitato il rischio di cadere nella elegia. Sarebbe invece facilmente caduto nel tono elegiaco se non razionalizzando la memoria si fosse fermato alla percezione.

  14. gino rago

    Gino Rago-Giorgio Linguaglossa
    Antonio Riccardi fra tempo e spazio premoderni, quadridimensionalismo poetico, la memoria, il tempo T, lo spazio S, l’oblio della memoria

    Da Il profitto domestico del 1996 a Gli impianti del dovere e della guerra del 2004 fino a questi Tormenti della cattività del 2018 cui Giorgio Linguaglossa indirizza efficacemente la sua ermeneutica mi pare che a ben guardare Antonio Riccardi, con una sua coesione interiore e una fedeltà tematico-stilistica di rara sobrietà linguistica , si cimenti ancora nelle sue meditazioni liriche intorno a un mondo circoscritto che nella sua mitologia personale il poeta avverte come totale, attraversando la memoria.
    Ma la memoria non ha senso compiuto se non interpella l’idea di tempo, la percezione dello spazio e il come il poeta si colloca nel tempo e nello spazio.
    Il tempo e lo spazio con i quali si misura questa recente poesia di Antonio Riccardi sono tempo e spazio premoderni. Ma in che senso premoderni? Detto in estrema sintesi Antonio Riccardi adotta il tempo ancora scandito dai ritmi delle stagioni e della vita, con tutti i riti a tali ritmi collegati, e adotta lo spazio come luogo antropologico di identità forte e di comunità coesa.
    In questo tempo e in questo spazio-luogo-antropologico giocano un ruolo decisivo ancora la mano e la memoria. Perché ho detto ancora la mano e la memoria? Perché, ciascuno con il proprio linguaggio poetico e con il proprio vissuto, anche nella esperienza poetica di Edmond Jabès, com’è oggi in questa di Antonio Riccardi, furono individuati, sia da Donatella Bisutti, sia da Giorgio Linguaglossa, la mano e la memoria come nuclei poetici centrali del loro fare poesia. Quindi la memoria è scrittura, possiamo dire anche nel caso di Antonio Riccardi che tornando a Cattabiano, nel 1930, in un tempo e in un luogo precisi, il cimitero, alla lunghezza, all’altezza, alla profondità, Riccardi aggiunge la memoria. Dunque, approda alla poesia quadridimensionale, quella cui si riferisce in un punto preciso sull’io poetante la nota critica di Giorgio Linguaglossa (“[…] un «io» analogale che è in grado di osservare se stesso e lo spazio e il tempo, analogamente a quanto accade all’io che si muove nelle quattro dimensioni, ciò che consente all’io «speculare» di prendere le misure dell’io reale e di muoversi in contiguità ad esso[…]”
    Esemplari sono questi 6 versi di Antonio Riccardi
    1930
    Alla prima foliazione del podere
    dopo la morte invernale di Antonio
    Riccardi, solo la siepe di bosso
    alla fine del giardino, confine
    sul dirupo tra casa e coltivo,
    era rimasta forte e splendente.
    […]
    Ma perché, e in che, senso nel caso di Antonio Riccardi mi sono soffermato sulla idea di spazio premoderno come luogo antropologico, intendendo con ciò in un certo senso integrare l’ermeneutica di Giorgio Linguaglossa?
    Perché per luogo antropologico viene inteso quello spazio non geometrico ma il luogo della identità, della relazione e, ciò che più conta,
    della memoria. La fisicità diciamo così di un luogo antropologico si condensa nella geometricità di 3 semplicissime forme spaziali: la linea, la intersezione e il centro, vale a dire al passare o al transitare, all’incontrarsi, al sostare, con la possibilità di creare patrimoni comuni, relazioni simboliche, identità individuali.
    Il contrario del luogo antropologico è il Non-luogo , aeroporti, banche, catene di alberghi, stazioni di servizio, ipermercati…, gli stessi dappertutto…
    Va da sé che al luogo antropologico così inteso si collega il tempo, il tempo premoderno o naturale.
    Anche dunque nel caso di Antonio Riccardi possiamo affermare: ‘dimmi che uso fai del tempo/spazio e ti dirò che poesia puoi fare…”
    […]
    Giogio Linguaglossa
    La memoria, il tempo, lo spazio e l’oblio della memoria

    Caro Gino Rago,

    tu sollevi qui una questione gigantesca: il ruolo e la funzione che il tempo e lo spazio hanno nella fondazione della «memoria», e come questa memoria fitta di tempo e di spazio entri nella forma-poesia. Hai toccato un punto cruciale della nuova poesia, chiamiamola «nuova fenomenologia estetica» come dice Petr Kral o «nuova ontologia estetica», come diciamo noi, la cosa non cambia granché.
    E qui entriamo in una materia incandescente: la «cattività della memoria» ed i suoi «tormenti». Io, ad esempio, mi sento libero da qualsiasi «tormento» della «memoria». Negli ultimi due giorni sono stato tormentato dalla mancanza di un ricordo, non ricordavo il nome di un mio carissimo amico morto di cancro 20 anni fa; ieri ho telefonato ad un amico comune che me lo ha detto. Incredibile, qualcuno aveva cancellato dalla mia memoria quel nome, proprio il nome di un carissimo amico. Perché? Perché proprio lui e non altri? In realtà in questi ultimi anni sono stato letteralmente soverchiato dalla dimenticanza della memoria, tendo a non ricordare nulla, o meglio, c’è qualcuno nella mia mente che mi sottrae furtivamente i ricordi dalla memoria, e così sono costantemente impegnato a ricostruire con la volontà quel po’ di memoria che mi resta… no, no, tranquilli non è l’Alzheimer, è l’oblio della memoria che mi ossessiona, ho questa malattia, penso che vivo in un tempo che fabbrica su scala industriale questa malattia. E il bello è che gli altri uomini non se ne accorgono, o fingono di non accorgersene. La mia poesia di questi ultimi dieci anni è governata da questa categoria, o malattia, dall’oblio della memoria, non posso farci niente per arrestare questo sisma 9 della scala Mercalli.
    Come tu ben dici: «Dimmi che uso fai del tempo e dello spazio e ti dirò che poesia scrivi». È profondamente vera questa massima. La Musa è figlia di Mnemosine, questo i greci ce l’hanno insegnato… senza memoria si scrive sull’acqua, quelle che si scrivono oggi sono poesie scritte sull’acqua, non basta mettere in fila delle parole per fare poesia; se la poesia non contiene la memoria, è aria fritta, parole in libertà.
    Nella poesia di Riccardi la memoria c’è ma come un fondale sul quale si stagliano gli eventi della memoria. Ma la memoria è ancora integra! Almeno, io la percepisco come integra, ancora non colpita dalla febbre dell’oblio della memoria. Ho citato non a caso la poesia di Brodskij Lettera a Telemaco del 1972, perché lì c’è l’albeggiare di questa terribile sindrome che ha invaso silenziosamente il mondo moderno e gli uomini del nostro tempo. Sono passati davvero molti anni e la malattia si è aggravata. Così, io ogni giorno sono costretto a recuperare i miei ricordi, a passarli in rassegna, uno ad uno, per non perderli. La mia poesia non è altro che la registrazione in parole sulla carta di questa costante perdita di tracce. Anche il primo libro Uccelli (1992), a rileggerlo oggi, reca vistose tracce di questo esantema della memoria che si disfa lentamente, poi sempre più velocemente…
    Dicevo che la poesia di Riccardi ha questa caratteristica, che lui in mente ha, chiara e potente, la visione ricordo del podere di famiglia di Cattabiano. Da questa chiarezza memoriale ne deriva che la sua poesia posata è su uno zoccolo unidirezionale, ancora governata, anche se in penombra, dall’io legiferante… io purtroppo ho perduto per sempre la chiarezza denotativa dell’io legiferante, e quindi la mia poesia recherà le tracce di questa perdita. Ad esempio, nella nuova ontologia estetica (o nuova fenomenologia estetica) il tempo e lo spazio, questi Fattori T ed S entrano vigorosamente nella forma-poesia distruggendone la «forma», la struttura lineare che governa il tempo e lo spazio; ecco la ragione dei «frammenti» che invadono la nostra poesia (nostra dei poeti della nuova ontologia o fenomenologia estetica).
    In fin dei conti, un poeta è un prodotto di potentissime forze storiche, anche le forme sono il prodotto di potenti forze estetiche; non c’è niente da fare contro questa soverchiante forza nientificante che ha prodotto la crivellazione della forma-poesia. Chi leggesse la poesia di Mario Gabriele, la tua o quella di Donatella Costantina Giancaspero, di Steven Grieco Rathgeb e di altri non potrebbe non rendersene conto. È un fenomeno ineluttabile che sarebbe da insani tentare di rigettare, anzi, proprio accogliendo e rielaborando queste forze telluriche la poesia si può rinnovare dall’interno, dalle sue profonde ragioni ontologiche e fenomenologiche…
    […]
    Gino Rago
    Caro Giorgio Linguaglossa,

    A proposito del Quadridimensionalismo tento di risponderti avvalendomi del
    brano tratto dal tuo saggio psicofilosofico Critica della ragione sufficiente. Verso una nuova ontologia estetica – Progetto Cultura, 2018, pp. 512, € 21.00, pp. 74/75

    Esemplare appare [in Critica della Ragione Sufficiente. Verso una nuova ontologia estetica] il botta e risposta fra Giorgio Linguaglossa e Maurizio Ferraris “Sul Qadridimensionalismo”, secondo l’osservatore proustiano de «La Recherche».

    Ci soffermiamo su questo tema perché ( Pagine 74/75 ) Giorgio Linguaglossa dà la parola a Maurizio Ferraris (da ‘Emergenza’, Einaudi, Torino, 2016, pag.127).
    Sostiene Maurizio Ferraris:

    «[…] Nella prospettiva proustiana, la domanda ontologica «che cosa c’è per noi, in quanto osservatori interni allo spaziotempo?» si ha una risposta tridimensionalista soltanto se ci si limita ad osservare con la percezione;
    la risposta risulta invece quadridimensionalista se si osserva anche con la memoria.
    Ecco perché Proust sostiene che la vera vita sia la letteratura: perché è la vita registrata,fissata in un documento e resa quadridimensionale…[…] A ben vedere, però, la quadridimensionalità fa parte di individui comuni che rientrano nella nostra esperienza più ordinaria…»

    Risponde Giorgio Linguaglossa:

    «Per rispondere a Maurizio Ferraris, il problema che si pone a noi oggi, a distanza di cento anni da ‘ La Recherche ‘ è questo: ma noi sappiamo che esso [il segno] esiste come «traccia» di un qualcosa che non le preesiste, di un passato che non è mai stato presente e che non può essere rievocato. Vale a dire che non possiamo ripetere l’operazione di Proust, la quadridimensionalità si deve vestire di nuovi modi di
    rappresentazione […]»
    […]
    Tornando brevemente di nuovo ad Antonio Riccardi e al suo recente libro poetico, l’interpretazione dei versi riccardiani in senso quadridimensionalista e non tridimensionalista è stata affidata alla constatazione che Riccardi immerso come tutti nel flusso spazio-tempo non si è affidato alla percezione, ma alla memoria. Più precisamente direi alla razionalizzazione della memoria. Per questo ha evitato il rischio di cadere nella elegia. Sarebbe invece facilmente caduto nel tono elegiaco se non razionalizzando la memoria si fosse fermato alla percezione.

    Gino Rago

  15. Comunque poeta elegante, Antonio Riccardi. In certo modo classico novecentesco; a me fa pensare a Montale, quella sua abilità nell’ordito della versificazione, e per il tu; Riccardi con la scelta di vocaboli stranieri come a darsi un tono; e tutto ha senso, per quanto le geometrie esistenziali non mancano di originalità, per cui la visuale è terza – di un fantasma che ogni tanto s’invera nell’io.
    Massimo rispetto da parte mia, anche se non sono tanto amico della seriosità, per quanto snella possa essere, che sta a un passo dall’elegia; ma riesce a starsene fuori. Intelligente, curioso, a tratti freddo, scientifico. Gli ingredienti che piacciono a me ci sono tutti. Quindi ringrazio e faccio i miei complimenti.

  16. La memoria ci costituisce e non solo fisicamente. Anche dai nostri sogni restituisce passato, senza malinconia. Là c’è una chiave che dà modo di accedere alle diverse dimensioni del tempo. Anche la visione poetica (siepe, foliazione, splendore – in Riccardi) si trova a un passo dal sogno.

  17. Riguardo al quadro prodotto da un algoritmo e venduto a quel prezzo, direi che la confusione è totale, ma qualcuno ha le idee chiare. Non lasciamogli troppo spazio, allora.

    • Per quella cifra l’acquirente avrà preteso la cancellazione del file, altrimenti se ne possono fare copie in quantità. Anni fa facevo anch’io arte digitale, fine anni 90; a quei tempi nessuno era disposto a spendere per una stampa, a spendere molto voglio dire. Ho dovuto distruggere un file per mille euro. Sono operazioni commerciali, nulla che abbia a vedere con la pittura tradizionale. Tra l’altro gli autori non si dichiarano artisti.

  18. … mi scrive Paola Renzetti:

    Caro Giorgio,

    ho letto il tuo libro e devo dire che sono tanti e tali i contenuti da te affrontati, che la mia rimanente vita non basterebbe ad esaurirne anche in parte, la conoscenza (questo penso accada per chiunque – c’è sempre qualcosa a cui non si accede). Diverso è per la presa di coscienza di come fare poesia non sia cosa spontaneistica o facile e come sia attinente al pensiero, alla cultura in tutti i suoi sviluppi e ambiti (cosa che tu hai molto ben espresso nel tuo libro). L’ analisi a più voci della nostra società e la constatazione che il nostro orizzonte sia ormai frantumato, è molto convincente, soprattutto provocatoria.

    La tua critica affilata, anche da questo punto di vista è efficace. Ma anche in un mondo dove non esistono più coordinate ideali-culturali condivise, si affaccia l’esigenza (non come bisogno fisiologico) di esprimere una visione della realtà e delle cose (anche di se stessi) che vada oltre il vissuto materialistico. E’ un aprirsi all’altro mondo, ad “Altro”. Per qualcuno è difficile vivere senza aprire quella porta (è umano farlo). Sì , l’uomo è anche questo: ricerca nel linguaggio poetico (artistico) di dar vita a sue dimensioni, che altrimenti non troverebbero spazio e gli precluderebbero forse la vita stessa (almeno quella più profonda). Forse manca l’intenzione progettuale, quella di incidere, di leggere la storia e di cambiarla, anche nella poesia. Ma come si è evidenziato dai dialoghi, nelle tue interviste, l’unica possibilità è quella di non chiudersi, di confrontarsi con tutte le espressioni poetiche nascenti o già esistenti, perchè ogni poeta può essere portatore di significati, di valori, se accettiamo l’assunto che la poesia è quel prisma che riflette una molteplicità di colori (Mario Gabriele).

    Mi è sembrata importante la tua insistenza per la necessità in poesia dell’uso del linguaggio metaforico (immagini collegate all’inconscio, agli archetipi universali). Qui intravedo la possibilità di un legame con gli esseri umani di ogni tempo (anche se è il contributo originale e nuovo che poi lascia il segno del cambiamento) e forse è ciò che anche tu auspichi. Mi piace l’idea di un progetto di ricostruzione di un discorso poetico che non sia troppo esclusivo o escludente, seppure incline ad ogni critica fondata. Leggendo il tuo libro, ho avuto la possibilità di leggere poeti (anche donne) di cui non conoscevo l’esistenza e questo è stato quasi sempre un dono. Ti ringrazio ancora per le indicazioni preziose (sono felice che una mia poesia sia apparsa sull’Ombra delle parole). Un carissimo saluto e un sincero apprezzamento per il tuo contributo al mondo della cultura (non vorrei essere troppo enfatica). Grazie!

    (Paola Renzetti)

  19. caras Paola,

    …ripartiamo dalla memoria e dalla categoria dell’oblio della memoria, mi sembra che ci stiamo tutti dentro, la poesia più evoluta che si fa oggi si occupa di questo, soltanto di questo. Antonio Riccardi lo fa, onore al merito dunque… Se non c’è la memoria non c’è storia, c’è storia soltanto se manteniamo ferma la memoria. Ecco perché a leggere tanta poesia odierna sembra che chi la scrive sia stato colto da un attacco di Alzheimer e non se ne rende conto. la memoria è la storia che è trascorsa.
    Vorrei ricordare una pagina di Roland Barthes:

    Scrive Roland Barthes:

    «Che cos’è la Storia? Non è forse semplicemente quel tempo in cui non eravamo ancora nati? Io la leggevo la mia inesistenza negli abiti che mia madre aveva indossato prima che potessi ricordarmi di lei… Ecco qui (intorno al 1913) mia madre in gran toilette, con cappellino, piuma, guanti, biancheria fine che spunta fuori dai polsini e dalla scollatura… È l’unica volta che io la vedo così, colta nella Storia (dei gusti, delle mode, dei tessuti): la mia attenzione viene allora distolta e passa da lei all’accessorio che è perito; il vestito è infatti perituro, esso prepara all’essere amato una seconda tomba. Per “ritrovare” mia madre… bisogna che, molto più tardi, io ritrovi su qualche foto gli oggetti che ella aveva sul comò: per esempio un portacipria d’avorio (amavo il rumore del coperchio), una boccetta di cristallo intagliato… oppure quelle pezze di rafia che essa fissava sempre sul sofà, le grandi borse che prediligeva […] La Storia è isterica essa prende forma solo se la si guarda – e per guardarla bisogna esserne esclusi. Come essere vivente, io sono esattamente il contrario della Storia, io sono ciò che la smentisce, che la distrugge a tutto vantaggio della mia storia… Il tempo in cui mia madre ha vissuto prima di me: ecco cos’è, per me, la Storia.

    E qui incominciava a profilarsi la questione essenziale: la riconoscevo io veramente? (…) Io la riconoscevo sempre e solo a pezzi, vale a dire che il suo essere mi sfuggiva e che, quindi, lei mi sfuggiva interamente. Non era lei, e tuttavia non era nessun altro. L’avrei riconosciuta fra migliaia di altre donne, e tuttavia non la “ritrovavo”… la fotografia mi costringeva a un lavoro doloroso; proteso verso l’essenza della sua identità, mi dibattevo fra immagini parzialmente vere, e perciò totalmente false… Il quasi: atroce regime dell’amore, ma anche condizione deludente del sogno… nel sogno essa ha talvolta qualcosa d’un po’ fuori posto, di eccessivo… E davanti alla foto, come nel sogno, è il medesimo sforzo, la stessa fatica di Sisifo: risalire proteso, verso l’essenza, ridiscendere senza averla contemplata, e ricominciare daccapo».1

    Ecco descritto in modo mirabile la fenomenologia del «frammento» nella lettura di una fotografia. Il frammento lo abbiamo davanti agli occhi in ogni istante della nostra giornata. La fenomenologia del mondo si dà in forma di frammento, non dobbiamo scomodare i grandi filosofi per scoprire questo dato di fatto. Noi conosciamo il mondo attraverso «frammenti», e non potrebbe essere diversamente. Io dico solo una cosa: che la nostra attenzione di poeti deve essere sollecitata dalla comprensione dell’intima natura del «frammento», comprendere che in esso c’è non solo un «tempo interno», ma un «mondo interno» che noi non conosciamo, che non riconosciamo più, perché siamo diventati estranei a noi stessi… Io dico solo una cosa: è questo processo di progressiva estraneazione che è tipica del nostro tempo che noi troviamo nella poesia più evoluta di oggi.

    Leggiamo, ad esempio, l’incipit di una poesia di Donatella Costantina Giancaspero:

    Eppure è già domani
    a quest’ora fonda
    della notte,
    quando nei condomini
    i muri, che separano vita
    da vita, hanno spessori
    di silenzio
    e dalle strade il buio
    rimanda rare sirene,
    eco sorda di macchine.
    S’impiombano attoniti,
    nel vuoto, i binari
    della metro di superficie.

    È domani,
    e non vale la veglia
    ostinata, non servono
    i rituali del fare
    a prolungare l’oggi.
    Questo domani,
    questo tempo muto, scattato
    da una combinazione di lancette,
    cielo acerbo, sospeso
    sulla zona franca
    del sonno, dove, ignoti,
    già tanti destini si compiono,
    questo è l’oggi.2

    Ecco un esempio di rappresentazione del «tempo sospeso», del «tempo muto», «scattato da una combinazione di lancette», «zona franca» dove «questo è l’oggi», dove l’«oggi» «è già domani», dove il tempo interno delle cose si intreccia con il tempo interno dell’«io» poetante. Il tema è trattato con un verso libero e breve, direi con armamento leggero, capace di rapidi scarti e repentini movimenti interni.
    Quello che io voglio dire è che la poesia contemporanea, quella non di scuola o letteraria, è ricca di annotazioni riflessive e rappresentative sulla questione del «tempo interno», del «tempo esterno», del «mondo interno», del «mondo esterno» etc. Il problema è di prenderne atto e di capire che non è solo una questione tematica ma va trattato mediante una soluzione stilistica, metrica, posizionale. In fin dei conti una nuova poesia nasce sempre sia da un nuovo sguardo sia da nuove tematiche.

    1 R. Barthes in La camera chiara (Nota sulla fotografia), Einaudi, 1980 p. 66 e segg.
    2 Donatella Costantina Giancaspero Da un presagio d’ali La vita felice, 2015, p. 32

  20. Scusami Giorgio, ma questa estraneità a noi stessi non può essere la parola definitiva, l’ultima conquista. Fa parte della nostra contemporaneità, ci procura anche dolore (forse e soprattutto). Forse è proprio dal recupero della memoria e della Storia, che si può intravedere una continuità per l’umano e la ricostituzione di nuove immagini interne, che permettano di proseguire il cammino (anche poetico), non da sconfitti.

  21. Nuove soluzioni stilistiche nel linguaggio non sono conquista facile, mi sembra di capire. Devono essere radicate nella propria peculiarità e non possono essere assunte dall’esterno. Non so se sia opportuno auspicare gli stessi punti di arrivo per tutti. Non credo, anche se la ricerca del linguaggio è strettamente legata al contenuto che si intende esprimere.

    • La «macchina del teletrasporto», l’identità e la memoria
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/10/27/antonio-riccardi-poesie-da-tormenti-della-cattivita-garzanti-2018-pp-156-e-18-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-39175
      cara Paola Renzetti,

      tu mi chiedi che cosa sia mai questo «estraniarsi da noi stessi». Ti rispondo citando un aneddoto di Roger Penrose. Possiamo dire che l’autocoscienza è qualcosa di simile alla «macchina del teletrasporto» di Penrose. L’autocoscienza ci permette di stabilire una diplopia e una scissione tra il sé e l’io. Penso che un poeta del nostro tempo non possa fare a meno di sottoporsi sovente a questo esercizio spirituale, diciamo, coscienziale, che consente di stabilire una «distanza» tra il sé e il sé, tra il sé e l’io. È un esercizio che auguro a chi voglia diventare artista o poeta di tentarlo. Che cos’è la «macchina del teletrasporto»? Lo dirò con le parole di Roger Penrose:

      «…essa viene intesa come un mezzo di “trasporto”, per esempio da un pianeta a un altro… Anziché essere trasportato fisicamente nel modo “normale” da un’astronave, il presunto viaggiatore viene analizzato da capo a piedi e la macchina procede a registrare in modo minuzioso la posizione accurata e la completa specificazione di ogni atomo e di ogni elettrone del suo corpo. Tutta questa informazione viene poi trasmessa (alla velocità della luce), per mezzo di un segnale elettromagnetico, alla sua destinazione su un pianeta lontano. Qui l’informazione viene captata e usata come un elenco di istruzioni per comporre un esatto duplicato del viaggiatore, con tutti i suoi ricordi, le sue intenzioni, le sue speranze e attende; ogni particolare dello stato del suo cervello è stato infatti fedelmente registrato, trasmesso e ricostruito. Supponendo che il meccanismo abbia funzionato a dovere, l’originale del viaggiatore può essere distrutto “senza pericolo”.

      La domanda che ci si pone è ovviamente: questo è realmente un metodo per viaggiare da un luogo a un altro o è semplicemente la costruzione di un duplicato, con uccisione dell’originale. Tu saresti pronto a usare questo metodo di “viaggio”, supponendo che il metodo fosse risultato completamente affidabile, entro i suoi termini di riferimento? Se il teletrasporto non è un modo di viaggiare, che differenza c’è in linea di principio fra usare questo metodo e camminare semplicemente da una stanza all’altra?… Abbiamo visto, dopo tutto, che non c’è alcun significato nella conservazione dell’identità di un particolare atomo. Il problema dell’identità di un qualsiasi atomo particolare non ha neppure senso. Ogni configurazione di atomi in movimento non costituisce semplicemente una sorta di onda di informazione che si propaga da un luogo a un altro? Dov’è la differenza essenziale fra la propagazione di onde che descrive il nostro viaggiatore nell’atto di camminare tranquillamente da una stanza all’altra e quella che si verifica nel dispositivo del teletrasporto? Supponiamo che il teletrasporto “funzioni” davvero, nel senso che la “consapevolezza” del viaggiatore venga completamente riattivata nella copia di se stesso sul pianeta lontano […]

      La sua “consapevolezza” si troverebbe contemporaneamente in due luoghi? […] Nelle leggi della fisica c’è qualcosa che potrebbe rendere il teletrasporto impossibile in linea di principio […] (e se la “copiatura”) comporterebbe inevitabilmente la distruzione dell’originale? La conservazione di due copie vitali potrebbe essere dunque ciò che è impossibile in linea di principio?…».1]

      Vorrei replicare a Roger Penrose che quello che è impossibile per le leggi della fisica è però possibile per le leggi dell’immaginazione e della mnemotecnica, noi possiamo immaginarci su un altro pianeta mentre passeggiamo tra un vulcano e delle sabbie mobili con indosso uno scafandro e una tuta che ci protegge dall’atmosfera venefica di un lontanissimo pianeta. È questo il punto. L’immaginazione e la memoria umane non obbediscono alle leggi della fisica di Einstein ma semmai alle leggi della fisica quantistica. Questo esercizio mentale è assolutamente necessario per un poeta degno di questo nome, o per un artista, ma non è assolutamente necessario che gli esseri normali debbano sottoporsi a un tale esercizio mentale, sarebbe per loro oltremodo dispendioso di energie e li condannerebbe alla follia… epperò non tutti i poeti hanno la forza mentale di estraniarsi dalle condizioni oggettive della realtà in cui sono immersi per osservare quella realtà con altri occhi e un’altra mente… estraniarsi da se stessi implica l’aggiudicarsi una grande quantità di visione, una visione delle cose più profonda, diversa…

      1[ R. Penrose, La mente nuova dell’imperatore, Bur, Rizzoli, 1992 p. 53

  22. Cosi come un confine irrealizzato,
    un infinito soppresso ed unito
    alla cornice, alla riva, al metro esatto;

    a gambe larghe, a gamba tesa, a gambe unite, a gamba ferma.
    L’aereo in volo a gambe mozze.

    Grazie Ombra

  23. Nella visione platonica conoscere è riportare alla memoria ciò che si è visto prima di nascere, quando, al cospetto del divino, l’anima viveva libera dall’illusione e dalla contingenza del tempo, che anche per Agostino è una erronea prospettiva fenomenologica, fatta di un passato che non è più, di un futuro che non è ancora e di un presente che svanisce mentre accade.
    Anche in un’ontologia antimetafisica, kantiana, il tempo, come il linguaggio, è un’invenzione umana, priva di valore epistemologico, perché connota la funzione del pensiero, non la struttura dell’essere.
    Nel pensiero poetico il tempo è vissuto come agnizione dell’eterno, come nostalgia o presagio, libero dalla prigione della logica convenzionale, che lo riduce ad un flusso lineare, intrascendibile: è la reminiscenza involontaria di Proust, o la sovversione esistenziale di Montale: “…tu non ricordi la casa di questa mia sera/ ed io non so chi va e chi resta. ”

    IL MESSAGGIO

    Quella che piange in tutti i cieli…ha visto il vuoto e la distanza. Governa il lutto del verde e il suo destino.Oscurata dalla dea che non esiste se non ti tocca. Vera e nuda da confondersi con l’addio.

    E’ tutto appeso alla croce ! – grida quell’assenza che vorresti amante, ma ha troppi viali da seguire, e non sa scegliere.

    E’ la madre perduta nella foresta degli spiriti, la sposa dimenticata nella città degli Dei d’acciaio, la fanciulla uccisa sull’altare di mezzanotte.
    Valica l’antico portale, trascinando una valigia colma di oltretempo, ti raggiunge stremata e ti consegna il messaggio celeste: esci dall’istante che precipita!

  24. Una mia poesia, inedita, sulle mani, scritta circa dieci anni fa e ricomposta in distici di recente.

    Le mie mani

    le mie mani… le mie mani (!?) capaci
    di afferrare […]

    qualunque cosa, tutte le cose…
    tutte le cose (!?) nessuna cosa (!?)

    oh, detesto le mie mani!,
    più le osservo più diventano estranee.

    «non sono più loro – mi dico – sono di un altro (!?)»,
    e le getto via, lontano da me,

    ma quelle ritornano e si riattaccano al braccio come
    manette ai polsi di un carcerato,

    non c’è modo di togliermele di torno…
    «sono qui, attaccate alle mie braccia,

    però le macchie,
    quelle non le ho cancellate dalle mani».

    «mani venite qui, attaccatevi al mio polso», dico,
    ma quelle disobbediscono, se ne vanno

    per conto loro, in giro, afferrano oggetti, girano le maniglie
    premono pulsanti..

    «queste mani sono le tue, devi accettarle»,
    mi dice una voce di dentro,

    «devi accettarle, sono le tue, non hanno colpe… »;
    «ma dove metterle queste mani…

    dove andare a metterle?,
    e perché vogliono afferrare il nulla

    che è fuori di me, dentro
    di me (!?)»

    «perché?»

  25. Ispirato dalle mai, provo anch’io a improvvisare. Appunto, con le sole mani:

    Esattamente come i piedi, anche le mani
    sono dotate di propria intelligenza.

    I piedi sanno sempre dove andare, le mani
    cosa scrivere. Prima va slegato

    il fiocco di lana che le unisce. Poi guardarle all’opera;
    frugare in tasca una monetina-lampo confusa

    tra gli appuntamenti; in realtà un grappolo d’uva
    di conio ancestrale; qualcosa attorno agli ptero-dattili

    in serata di luna piena; guarderemo l’unghia
    che indica la luna, piuttosto che la luna stessa.

    Ma saremo atterrati! Ogni altra cosa sembrerà mistero.
    Il mondo inconsistente; noi, io stesso, dal serbatoio

    ancora con pensieri vegetali. Ancora per poco. Poi
    rose ai compleanni, giardini e viali alberati, distanti.

    Digito per questo mare di supplizi, fuori dagli occhi
    direttamente nel regno dell’aria. Due, tre volte

    per adesso. Ho aperto libri in quantità; saprei come fare
    per scrivere in mancanza di ossigeno. Ma cosa,

    se da sinistra a destra non mi riesce il calcolo
    delle probabilità… che qualcuno bussi alla porta;

    o d’improvviso tutte le parole a destra inviate,
    in corteo. Ancora nessuno chiama l’ambulanza.

    Giacere nel nuovo elemento: vento gelido proveniente
    da teatri di danza; nell’aria densa di elettroni

    la sfinge della conoscenza; sotto di noi, me stesso,
    rubino di spade e altre finzioni. Fino al tramonto.

  26. Forse viviamo tutti all’interno di un ologramma gigante
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/10/27/antonio-riccardi-poesie-da-tormenti-della-cattivita-garzanti-2018-pp-156-e-18-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-39203
    Fisici di tutto il mondo stanno iniziando a pensare: che quello che noi vediamo come un universo tridimensionale potrebbe essere l’immagine di un universo a due dimensioni proiettato lungo un enorme orizzonte cosmico. Sì, è roba da pazzi. La natura tridimensionale del nostro mondo è il fondamento del nostro senso della realtà tanto quanto l’idea dello scorrere del tempo. E ora, alcuni ricercatori tendono a credere che le contraddizioni tra la teoria della relatività einsteiniana e la meccanica quantistica potrebbero essere conciliate se considerassimo ogni oggetto tridimensionale del nostro mondo come la proiezione di minuscoli byte subatomici contenuti in un mondo piatto.

    Il principio olografico è stato postulato per la prima volta più di venti anni fa come una possibile soluzione al famoso paradosso dell’informazione del buco nero di Stephen Hawking.” (Il quale sostiene, essenzialmente, che i buchi neri sembrano inghiottire informazioni, cosa impossibile secondo la teoria dei quanti.)

    Ma se il principio non è mai stato formalizzato matematicamente per i buchi neri, il fisico teorico Juan Maldacena ha dimostrato diversi anni fa che l’ipotesi olografica reggeva per un tipo di spazio teoretico chiamato spazio anti de Sitter. A differenza dello spazio del nostro universo, che su scala cosmica è relativamente piatto, lo spazio anti de Sitter ha una curvatura interna che ricorda una sella. [gli spazi anti-De-Sitter, che sono molto lontani dalla nostra esperienza: sono a curvatura negativa, il che significa, per esempio, che un oggetto che si muove in linea retta finisce per ritornare al punto di partenza. Il professor Grumiller, insieme a colleghi del Mit, di Harvard, delle università di Edinburgo e di Kyoto e dell’istituto indiano Iiser Pune, è però riuscito a dimostrare che questa corrispondenza può valere anche in spazi come il nostro, che è sostanzialmente piatto.]

    Il Direttore del Fermilab Center for Particle Astrophysics Craig Hogan, ha recentemente ipotizzato che il nostro mondo macroscopico sia come uno «schermo video a quattro dimensioni» creato da pezzetti simili a pixel di informazioni subatomiche trilioni e trilioni di volte più piccoli degli atomi. Ai nostri macroscopici occhi, qualsiasi cosa sembra a tre dimensioni. Ma esattamente come avvicinare la faccia allo schermo fa sì che i pixel diventino visibili, se scrutiamo abbastanza a fondo nella materia a livello subatomico, la bitmap del nostro universo olografico potrebbe rivelarsi.
    A questo punto. Se questa definizione di spazio è corretta, allora, come per qualsiasi computer, la capacità di contenere e processare dati dell’universo è limitata. Inoltre, questo limite si porterebbe dietro segnali rivelatori – il cosiddetto “rumore olografico” – che possiamo misurare.

    Come ha spiegato Hogan a Jason Koebler di Motherboard, se davvero viviamo in un ologramma, “l’effetto primo è che la realtà ha un numero di informazioni limitato, come un film su Netflix quando la Comcast non ti da abbastanza banda. È tutto un po’ sfocato e a scatti. Niente resta fermo, mai, si muove sempre un pochino.”
    Il rumore della banda della realtà, si può dire, è esattamente ciò che sta cercando di misurare il laboratorio di Hogan, usando uno strumento chiamato Holometer, che è fondamentalmente un puntatore laser molto grande e potente.
    È come se il nostro mondo tridimensionale + il tempo fosse all’interno di quattro specchi che riflettono il tutto.

    Ecco, io nelle mie poesie ultime tento di cogliere con sottilissime antenne il «vuoto». Ciò che per gli altri esseri umani è il «pieno», per me altro non è che una variante del «vuoto». Le figure retoriche individuate con acutezza da Giusepe Talia, che qui ringrazio, sono un prodotto della nuova visione del mondo e della poesia che sto mettendo in piedi. Francamente, mi ero annoiato della poesia che hanno scritto i poeti del Novecento italiano ed ho cercato in una nuova direzione. Esattamente in una nuova concezione dell’ontologia poetica. In base alla considerazione che non c’è nuova poesia senza una nuova concezione dell’ontologia poetica.
    Faccio una poesia brutta? Anzi, facciamo io Mario Gabriele, Steven Grieco Rathgeb e altri una poesia brutta? Non ci interessa, a noi interessa fare poesia in base ad un nuovo concetto della «realtà».

  27. (Poesie intercambiabili: a proposito di arti)

    Cosi come un confine irrealizzato,
    un infinito soppresso ed unito
    alla cornice, alla riva, al metro esatto;

    a gambe larghe, a gamba tesa, a gambe unite, a gamba ferma.
    L’aereo in volo a gambe mozze.

    Grazie Ombra

  28. Una poesia brutta?
    Il problema sta nel capire in quale ordine disporre parole e versi. Dovendo affrontare la complessità di un concepimento a strappi, meglio servirsi di una prosa leggibile, cercare di ottenerla. Gli scavi nel linguaggio sono adesso di altra natura, non più formale ma inconscia.
    La versificazione complessa nasconde sempre una poesia interna, più semplice. Ecco perché secondo me conviene leggere attentamente le poesie di Mario Gabriele, e prima quelle di T.Tranströmer.

  29. caro Lucio,

    il problema se lo pose Morton Feldman quando si mise a musicare alcuni versi di Beckett. Ho postato sopra i video musicali di quella sua straordinaria ricerca. Ne è venuto fuori che il canto del soprano era un susseguirsi di singulti, interrotti, spezzati, bucati, perforati, bombardati con dei fischi di gola, tranchant, degli ululati prolungati e indefiniti, geniali. Il genio di Feldman scoprì così che la parola della poesia veramente moderna, non quella dei letterati e letteraria, è in realtà un mostro pieno di frammenti, frammenti irti, appuntiti… per questo nuovo concetto della parola occorreva una nuova musica. Forse è una musica respingente e auto respingente, è una musica che non ha nulla a che fare con la musica precedente, una musica allucinata e allucinatoria, incantatoria… mi fa venire in mente Ulisse legato all’albero maestro della nave che è costretto ad ascoltare il canto delle Sirene…
    Penso che se pensiamo profondamente questi pezzi di Morton Feldman smettiamo subito di scrivere poesia alla maniera in voga in questi ultimi decenni in Italia. Forse si tratta di una poesia «brutta». Forse, sì, ma non possiamo farci niente, perché – vi chiedo – dovremmo abbellirla?

  30. Nella pagina di Corrado Paima si è parlato di Gregory Corso. Ho trovato su Youtube questa registrazione. Ho notato che la musica di sottofondo non ingentilisce ma anzi rende bene il tema drammatico del componimento:

  31. Ho l’impressione che nel video proposto di Gregory Corso la musica di accompagnamento sia ancora una volta pensata come musica di accompagnamento, cioè dal di fuori di quella cosa fatta di voce e di lettere che è il componimento poetico; la musica vuole perseguire l’intendimento di sottolineare lo scorrere della voce. E fin qui siamo ancora in una concezione tradizionale del rapporto che lega la voce alla musica.

    Morton Feldman invece fa un’altra cosa, compie una vera rivoluzione copernicana, non si limita a fare musica di accompagnamento ma immette la musica dentro l’articolazione della voce, all’interno delle parole. Il musicista newyorkese raggiunge un concetto di musica rivoluzionario, la musica è diventata «interna», è «interna a se stessa», raggiunge la propria internalità, così come i versi della composizione di Beckett sono anch’essi «interni», in quei versi non c’è niente di emotivo o che rimandi alla emotività o emozionalità, tantomeno all’io. Così, la musica di Feldman non si limita a sottolineare gli aspetti drammatici delle parole della composizione ma entra «dentro» la voce, «dentro» le parole, de-materializzandole, e quindi sottraendole alla logica del significante e del significato, alla logica della comunicazione di messaggi. E quello che scopre è straordinario: che quelle parole sono frammenti, singulti debosciati, abnormi, inidonei a qualsiasi significazione come inteso dalla convinzione comune secondo cui la poesia deve essere comunicazione.

    • Sono d’accordo, la precisazione andava fatta. Feldman coglie il suono delle parole, il segno musicale, liberando così la visualizzazione come solo la musica sa fare. Il parallelismo tra le due arti mette in evidenza gli aspetti dissonanti del discorso poetico multicentrico. Ma in presenza di una voce recitante bisognerà pure trovare, qualora lo si volesse, una soluzione consona; per quanto possono essere anche luci, colori… Se non leggo male, i suoni di accompagnamento alla poesia di Corso sono stati creati collettivamente, da poeti suoi amici.

  32. Giuseppe Talia

    La memoria che colore ha?
    Bianco e nero.

    Il ricordo? Uno spruzzo di colore.

    Il sogno? Nel sogno nessuno parla
    veramente. Nei sogni si impreca.

    E tra memoria, ricordo e sogno?

    Mio padre.
    Estate del ’75.

    Un barbagianni.
    Bianco con gli occhi gialli nella gabbietta.

    La sabbia rovente e i gigli di mare.
    I cardi marini e i piedi nudi.

    Acchiappavo grilli (il pasto del barbagianni).

    Il costume con l’elastico consunto.
    La ferrovia dall’odore di catrame e di carbone.

    E dal jukebox una canzone…

  33. Di lieve sostanza scomparsa,
    la schiuma frammenta l’essenza,
    puntiforme sfiorando s’asciuga
    il ricordo che addosso s’acqueta.

    Grazie OMBRA.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...