Corrado Paina Poesie da Largo Italia, SEF, Firenze, 2018, pp. 88 € 10 – con Riflessioni di Paolo Valesio, Gino Rago e il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

 

Foto Duchamp par Man Ray

Man Ray, Duchamp

Corrado Paina è nato a Milano e vive a Toronto da trent’anni. Ha pubblicato cinque raccolte di poesie (la più recente è Cinematic Taxi, del 2014), numerose plaquettes e un romanzo, Tra Rothko e tre finestre nel 2016.

Scrive Paolo Valesio nel retro di copertina:

«I confini tra migrazione ed espatrio sono ormai porosi, e la distinzione è in larga parte soggettiva. Ma quando si parla di poesia, l’elemento soggettivo è evidentemente cruciale. Rispetto all’epica, che è il linguaggio poetico della migrazione, e alla tragedia, che è il linguaggio poetico dell’esilio, il linguaggio poetico dell’espatrio tende a essere “prosaico” e desublimante – è una sorta di poesia della non-poesia (e in quanto tale, tipica della modernità). Il poeta esiliato, nella sua poesia, lotta con la disperazione; il poeta migrante lotta con il ressentiment; il poeta espatriato lotta con un fantasma. Nell’espatrio ha luogo una decostruzione, che può sfociare in una ricostruzione della personalità. (E nel rimpatrio, o dis-espatrio, tutto questo movimento si ripete). A volte pare di essere entrati nell’atmosfera di certi racconti fantastici, in cui un personaggio a un certo punto diventa invisibile. Ma vi sono tanti espatrii diversi quanti sono i poeti. E Corrado Paina, come affronta poeticamente il suo espatrio canadese, fra un viaggio e l’altro in Italia e altrove?

In Largo Italia, Paina inventa un personaggio (nessuna poesia “autobiografica” è autobiografica) il quale compie un temporaneo passaggio in Italia – e a Cuba, e in altri luoghi – che è anche un viaggio di ricapitolazione della sua giovinezza, e costruisce un Bildungsroman in versi: a ritmo di gran corsa e all’insegna soprattutto di una voracità intellettuale e culinaria.»

 Tre domande redazionali

1) quali sono le esperienze significative che la poesia deve prendere in considerazione?
2) la mancanza di un «luogo», di una polis, quali conseguenze hanno e avranno       sull’avvenire e il presente della poesia?
3) è possibile la poesia in un mondo privo di metafisica?

Risposte di Corrado Paina

1) oggi per me l’esodo

Tutti  hanno censurato la memoria, non ricordano, non vogliono ricordare che siamo tutti profughi, espatriati, emigrati, viaggiatori, quello che Ai Weiwei chiama il flusso umano

Non credo in una poesia d’impegno (non sempre)  né in una poesia civica, a volte è necessaria, adesso è necessaria una poesia umana. Cosi come era necessaria la poesia di Celan.

Stefano D’Arrigo inizia così il Codice siciliano:

Gli altri migravano: per mari celesti, supini, su navi solari, migravano nell’eternità. I siciliani emigravano invece.

2) Finalmente il poeta non avrà un luogo.

Non ha sempre cantato di questo ? della mancanza o della ricercar di un luogo. Che è la stessa cosa. La poesia cambierà e sarà di tutti. Qualcuno ne ha paura. Io  no. Non credo.

3) la metafisica di un mondo privo di metafisica m’interessa molto.

È una sfida per il poeta. La poesia non è mai senza metafisica. La poesia è molto di più del mondo.

foto lancio di colore nero

A proposito del translinguismo, scrive Gino Rago:

1) La migrazione fisica si affianca a quella mentale/linguistica e implica non soltanto la perdita di un mondo precedente ma anche la costruzione di una barriera tra vecchi e nuovi linguaggi.

2) Una separazione interiore può accompagnare la scrittura in una lingua appresa da adulti in coloro che costretti a «Scrivere tra le lingue» possiamo intendere come scrittori “translingui”.

3) Il fenomeno del translinguismo letterario è più diffuso di quanto si pensi ed è spesso legato a eventi drammatici che hanno imposto l’uso di un’altra lingua.

4) Il situarsi tra le lingue spesso ha dato ai translingui l’occasione di sfidare i limiti del proprio strumento letterario avvantaggiandone la scrittura perché nell’uso di una lingua diversa dalla propria, soprattutto a fini di composizione letteraria, si insinua facilmente l’idea di sfida e di superamento di se stessi e dei propri limiti, che può produrre la soddisfazione della conquista, del possesso di uno strumento nuovo, ma può favorire anche la frustrazione dell’abbandono della lingua materna.

5) Oltre a costituire un’adozione linguistica, il translinguismo letterario, ovvero “lo scrivere fra due lingue” spesso ha comportato la trasformazione dell’identità culturale e personale dello scrittore in transito tra due culture, permettendogli di acquisire una visione nuova o ‘altra’ del mondo, mediata dall’altra lingua, dalla lingua cioè del paese dell’approdo.

6) Il translinguismo letterario è un discorso ancora tutto aperto a ogni tipo di analisi e di possibilità di esiti finali.

Il punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Penso che dal punto di vista della sua poesia sia stato un bene per Corrado Paina essere espatriato dall’Italia ed essersene andato a vivere in Canada, a Toronto; non credo che abbia perso nulla, la poesia italiana nella sostanza è ferma da così tanti decenni che non avrebbe potuto aiutarlo in nessun modo. Giungo subito al dunque. Il poemetto d’inizio libro mi sembra quello più riuscito e più rappresentativo. È come se Paina avesse avuto un oscuro sentore di che poesia fare, ma poi, nel prosieguo del libro avesse, come dire, perso progressivamente il filo della matassa. La via giusta da seguire a mio avviso era quella indicata dal poemetto iniziale riprodotto qui di seguito. Lì c’è un andamento dinoccolato del verso libero con versi brevi e lunghissimi che si alternano in un parlato privatistico-occasionale, un lessico spurio, sporcato, poroso; ci sono ampi spazi che si susseguono, fondali che si aprono, digressioni apparentemente occasionali, considerazioni di carattere personale, inserti di apparente intrattenimento, deviazioni, rammemorazioni mixate con considerazioni incidentali, privatistiche; c’è una geografia variegata (palazzo Gangi, Place de la Contrescarpe, largo Alfano, Milano, la Vucciria, Palermo, il Grand Hotel),  personaggi storici o inventati strizzano l’occhio al lettore per dirgli che ci troviamo in una realtà illusoria (Wagner, Guttuso, Gregory Corso, Dalton Roque, Tintoretto…). Qui Paina fa poesia mediante l’impiego della meta poesia, il che è un procedimento antichissimo ma sempre attuale e valido, per lui «Scrivere in Italia significa scrivere di fuga/ e distacco/ significa rifiutare le spiagge…». Ecco, io direi al poeta che la sua poesia acquista spessore e lievità proprio quando accentua il distacco dai modi tradizionali della poesia che si descrive lombarda o milanese, quando abbandona i topoi del racconto unidirezionale e lineare, quando accetta il rischio di andarsene per i fatti suoi, di correre in libertà tra una digressione e una confessione mascherata di carattere privato. È qui che Corrado Paina ritrova se stesso, trova accenti convincenti:

Dovevo venire in Canadà
per trovare la luce di casa mia

Corrado-PainaCorrado Paina Poesie da Largo Italia, Società Editrice Fiorentina, 2018 pp. 88 € 10

Non puoi farti un’idea di cosa è realmente la bellezza se non visiti l’Italia almeno una volta e ti devi dar la pena soltanto di godere appieno e con agio
Tuo
Johannes

Come Gregory Corso

Spir’t
Is life
It flows thhru
The death of me
Endlessly
Like a river
Unafraid
Of becoming
The sea

Al Grand Hotel et des palmes a Palermo
non c’è una targa dedicata a Raymond Roussel
che fu buon cliente (che io sappia) finché non s’ammazzò nella stanza 224
al Chelsea hotel la gente avrebbe fatto la fila per prendere la 224
ma la chiesa sta a Roma non a New York
lo sa bene Gregory Corso che non può riposare dietro la piramide Cestia
tra i pini che profumano di veleno e mandorle
cammino lungo il porto
più che altro per far contento mio padre
che amava le navi
quella per Tunisi parte da qui ed io ho solo un altro giorno a Palermo
sogno Hammamet mentre mangio le panelle
ad un tavolo di Largo Alfano
che è come Place de Contrescarpe
senza i clochards i turisti e il pastis
scoppiano petardi che lasciano un profumo di paura e morte
e di popolazione
quella che non si incontra più a Place de Contrescarpe
ma la s’incontrava quarant’anni fa
a largo Alfano c’è il pane e milza che lascia un retrogusto punico
il giovane che s’addormenta al sole sulla vespa ergonomica (si può dormire su una vespa è un’operazione ortogonale) come un dragone verde, una garguglia
che nasce dal marciapiede per principio attivo
la notte non si dorme si urla in un movimento che è perennemente estivo
se n’è accorto Wagner che non riusciva a dormire al Grand hotel e des palmes
con grande uggia di Cosima
e quindi se n’era andato a palazzo Gangi in piazza Porazzi (Porazzi fragment)
the bottom of the sea is cruel
ed ogni tanto appaiono questi onfaloni dagli occhi verdi
stirpi innestate dal riso marino
il corpo assottigliato dal viaggio immortale
trompe l’oeil di bellezze effimere
misteriose che impongono la normalità a noi passeggeri
della vita
mobile universo di folate
ma c’è un predominio dell’acqua
sul fuoco
sulla terra
sulla convinzione e l’eristica
sul vento
ce ne rendiamo conto qualche volta
quando smettiamo di ricordare
quando non siamo alga
quando non siamo conchiglia
ma sospiro respiro
ombra che disseta
odio i milanesi che amano la montagna
che credono nel grande contributo
delle famiglie per bene storiche
come le montagne

in largo Alfano le tentazioni sono tante
forse vorrei rinascere solo per incontrare le donne
che oggi sono ostentatamente negre
vi amo come le palme
come i treni in ritardo
come i chioschi del polpo
come i frutti del peccato che sanno ancora di peccato
assomiglio sempre di più a Gregory Corso
fisicamente intendo
che non sarà mai considerato il migliore poeta della beat generation
di lui ho il colore dei capelli ed il numero dei denti veri
in comune abbiamo anche il fatto di essere i più sinceri del gruppo
di perderci dietro gli individui
di non impegnarci se non nel carnale
eppure gli assomiglio in questo tentativo patetico di essere il migliore
perché tu eri veramente poeta
di combattere il palio dove la poesia corre e cade sul ciottolato
si rompe le gambe e stracca il poeta
vince per il trionfo di pochissimi
diciamo che sono un poeta a cui è stato chiesto di scrivere
un’ ode all’arancino
diciamo che come tutti i poeti non ho idea di cosa dire
allora si creano le condizioni ideali per la poesia perfetta

Ode all’arancino
ogni angolo ogni boudoir
è occupato
riempito di tutto ciò
che il mondo è
e questo pieno con gli anni
ci schiaccia a terra
si vola con la fantasia
con l’arancino leggero come una nuvola e rissoso come la valanga
il corpo dell’arancino è
un seno che ride
un cazzo che travolge
le chiappe di una rocca
la vagina che figlia e rifiglia
insomma l’arancino sul traghetto
dello stretto
non è il più buono
ma ti fa penare di nostalgia
piangere d’allegria
nuotare nel gorgo della libertà
termitaio del deserto
dentro è vita
fuori è palazzo
di cosa sia rimasto alla Vucciria
di sano intendo di vero intendo
è difficile dirlo
La vucciria
e i musei sono sempre in ristrutturazione
Ci è stato chiesto cosa rimane
rimane l’arancino il pieno vivo
macché Guttuso
il mercato non è più
un libro dice che è mercato di droga
è quasi un miracolo
che in una libreria nel mercato
possa comprare un’edizione del 1923
de L’Orfanella di Milano della Carolina Invernizio
un bambino mi fa un decaffeinato buono
e non si rifiuta come a Napoli
il mostruoso del Sud m’irretisce
in un pomeriggio piovoso
minutaglia
trippaglia
sanguinaglia
minuta Cristiania del Sud
del barbeccù
I film sul cinema sono sempre più incensati
di quanto meritino
Cinema paradiso ci hanno venduto le lacrime del profondosud
piacciono ‘sti film agli attori
che ridono quando non si deve che piangono quando non si deve
loro capiscono
loro sanno la sofferenza
il mestiere
che è come quando i miei amici
leggono poesie
e non si legge la poesia si fa
alla Vucciria ci si fa di poesia
Ricette per non sopravvivere
Crane Broken tower
Ricette per godere
Piccolo
con Pascoli
Pagliarani morto da poco
Dalton Roque erede del mucchio selvaggio
Quando ti chiederanno il mio nome
Schrott in una delle poesie più dolorose
che abbia mai letto
Actaeon
E cosi’ capi’ che eri stata da un altro
che stavi più nuda di quanto ti possa
mai trovare o il resto del mondo
Shelley
Di quanto in quanto in questa città
che aspira al mare
nasce una classe di volontari
che si addestra al silenzio
ed al tempo
li troverai all’angolo delle edicole serrate
alle fermate dei pubblici trasporti
odio i milanesi che amano la montagna
che credono nelle famiglie per bene storiche
come le montagne
Shakespeare ci ha inventati
Ti faccio la domanda più vecchia del mondo
o almeno la domanda che il primo umano ha fatto quando ha incontrato un altro umano
ma questo mondo
questo mondo di fiori e neve di mal di pancia e di acqua
assomiglia al tuo ?
ha gli stessi colori ?
i suoni sono i suoni e i sassi sono i sassi anche per te
vedi anche tu quello che io vedo
Là per esempio è bello come lo vedo io
ma come vedi ?
Vedi rotondo
Vedi quadrato
Senti bestemmie o canzoni ?

*

Il guitto disoccupato vende pochi libri sul marciapiede
davanti al palazzo d’ingiustizia
non so proprio cosa comprare e ogni libro me lo spiega
scelgo un lucido neutro da scarpe
è con il Tintoretto che sento pace
amici morti
amici deceduti potevamo morire tutti insieme
era quello che pensavamo
l’ars moriendi di noi profughi
a Cagliari la buona morte
il mondo non mi vuole e non lo sa più
I bronzi di Riace
sono stesi dietro una vetrina per restauri
in una bacheca alcuni reperti archeologici
un cazzo minuscolo di bronzo
gli antichi ce l’avevano piccolo
comunque più piccolo del mio
Ah! il sollievo del passato
ma come può essere sollievo il passato ?
perdiamo poeti e parole ogni giorno
fino al silenzio della memoria
Mi sono sottratto a te per non essere più 1
ma soggetto di moltitudine
nel mondo dei tutti felici
ho messo un cartello con una X
balzando e danzando
basculando
scontrandomi
distaccandomi
sottraendomi
e se 1 meno me è nulla
ma solo massa da dimenticare
moltitudine da riaffermare
nomade che non torna a casa
mai
1 è il nemico

La vida es un cigarillo

A Leopoldo Maria Panero

*

È notte
E mi sembra
di sapere tutto.

(Alberto Casiraghy)

ma i suoi aforismi sono gioco e preghiera.
saltano con la voce e si nascondono
al suono.
Sono risse d’amore vespertine

alle piaghe della natura
mai avvezzi
in ascolto della parola mai capita degli animali

Le parole che nascono vanno bagnate tutte i giorni
(Alberto Casiraghy)

*

Noi siamo degli scherzi di luce
La materia non esiste

Medardo Rosso

Non penso spesso in inglese, lo facevo prima nei primi anni in Canada. Forse perché mi pare di cogliere parole come bolle di sapone come fiocchi di neve, come gomitoli di polline. Si agitano nell’aria e demiurgicamente le spingo, le stringo, le soffio per traiettorie più brusche. Vorrei scrivere che I long for, mi pare più efficace che desidero, bramo o provo nostalgia per quelle notti estive urbane.
La città era ancora confusa tra industria e servizi, di dismesso c’eravamo noi. Long mi dà l’idea di un’estensione del ricordo, da cogliere.
Avevo rifiutato il sapere del mondo
e perciò non conoscevo il sapere del mondo
la vita dello scarafaggio
i nomi delle piante
che cos’era la pioggia
m’ero innamorato di poche cose
alcune frasi di Gide
Aden d’Arabia
un paio di poesie di Rimbaud
i fumetti
amavo la musica autisticamente
oggi vorrei recuperare il tempo perduto
la chimica credo m’interessa più della filosofia
scoprire la formula del sapere
per imbottigliarlo in numero illimitato
dopo la vaccinazione
ci sarà solo un rischio
se questo è il sapere del mondo
che cosa ci ha nascosto il mondo
che cosa sa lui ? che cosa ci nasconde ?
troppo maturo per il suicidio ho perso l’unica cosa che sapevo
che la mia ignoranza era la mia gioventù
che la conoscenza mi privava di una morte ingiusta
che essa era poca cosa di fronte al consumo dell’età
che avrei barattato la mia conoscenza per una corsa nei campi
quando il sole novello asciuga le mie lacrime e la rugiada

“…give sense to the vulgar, give my mysteriousness to the common, give the dignity of the unknown to the obvious, and a trace of infinity to the temporal.
Novalis

*

Qualis artifex pereo

Assassinare il peggiore poeta
la poesia inizia con un omicidio
dobbiamo far tacere il poeta che è in noi

Piet Mondrian

Non mi piace camminare in fretta tra i Cezanne
perché gli sfondi e il centro si assomigliano
Sono passati
Così gracili
Uno deve guardare simbolicamente al futuro
Con Mondrian è diverso
Le linee si stendono
Ti seguono
Come oca inchiodata
Il colore s’ingrassa

.

Cibo per le masse

  ( a Donato Santeramo che ha corso il rischio di non mangiare piu’ quello che gli piace)

  Et sepultus est in ecclesia super Minervam in pulcherrimo sepulchro cum insigno epitaphio (Fra’ Alberto Castellani – 1516)
Curava le astinenze con il tonno di Carlofonte
prima le triglie al cartoccio
compagne insostituibili
una volta lasciato Cagliari
sfumati i salvataggi
del misterioso Fra’ Beato Gabriele
lo spacciatore piu’ letterario
del cinema europeo
piu’ bello di Marc Porel
piu’ misterioso di Pierre Clementi
incontrato dopo un soggiorno al Buon Cammino
comunque per il sottoscritto
(ormai riemigrato in Canada e in via di riabilitazione
il fegato stremato da ciambelle e dalle insidie del colonnello Sanders)
i rimedi si trovavano dappertutto
16 chili fa era tutto diverso
i polli i pate’i salumi
ed i grumi di luna piena
i tortelli e le cassate
da destra a sinistra
dal meridiano al parallelo
dal cinema dell’oratorio (stringhe e gazzosa –l’ultimo dei moicani)
lo cercavano
lo accarezzavano
lo chiamavano di notte
i frigoriferi americani erano le credenze del benessere
la sua credenza
(nota bene: diario di viaggio 1975 – tempesta nel golfo del Leone superata mangiando un vaso di marmellata di fichi – nave Capriolo – capitano Sbrana)
i vivi li vedeva morti
(cotti?)
i bolliti di Vicenza
i surici di Lamezia
che sollievo..
in famiglia si rubavano le fragole
si andava a letto con Tex, Lenin e Rimbaud
(che fatica far diventare comunista il poeta, ma alla fine ce l’avevano fatta!)
c’era chi non s’era classificato:
Celine
Pound
Malaparte
Carmelo Bene no!
Fo! solo Dario Fo!
Per dimenticare le notti A LETTO SENZA CENA!
si portavano 5/6 pesche ed il pollo alla gelatina
Al gran sole carico d’amore
Ci si svegliava e s’infilavano i Wrangler, si nascondevano i Rogers comprati da mamma al mercato a prezzo inferiore tanto i genitori non ne vedevano la differenza e si usciva nel pomeriggio assolato e produttivo
(mamma’ riusciva a tenerti in casa per qualche momento con le polpette e le promesse della crema di zabaione)
con le scarpe di Tavazzi
si cammina anche sui sazzi
e se i sazzi sono duri
con Tavazzi si e’ sicuri
ma lo confesso
anch’io ho peccato
non e’ esatto
anch’io ho commesso un errore
non ho mai usato la brillantina Linetti!
a Milano prima delle sigarette
(la prima Kent nel ritiro spirituale di Castelveccana
volete le bionde ? no
volete le brune ? no
volete le rosse ? no
ma cosa volete ?
noi vogliamo Dio che e’ nostro padre)
mi drogavo di cetriolini
con il Marco Sartori
ipnotizzati dal mestolo del salumiere
che li versava sulla carta oleata
dovevo trovare i soldi
x un etto al giorno
marinavamo la messa di fine pomeriggio
sgusciando tra le panchine
ed in piena astinenza
spiavamo dalla vetrina del salumiere
cosi’ crescevo
scemo di dopoguerra
mezza femmina!
volente o nolente
con vacanza estiva al mare
(bomboloni, sbrodolii di crema sui seni abbronzati
vaginette ripiene
prepuzi allo spiedo
frittura di testi
tette alla panna
ed i meini sbriciolosi sul Resto del Carlino
ti ricordi? i cappuccini deflorati da Nanni Loi)
le lunghe giornate agostane sulle Dolomiti
il primo amore per Marco diafano ebreo
la cioccolata bollente fusa sulle michette nane
la panna di Tesero
(mentre dispacci tendenziosi confermavano
che a pochi chilometri si mangiava la trippa per colazione)
Torniamo al mare
scampi
sogliole (Senigallia)
cozze
ancora il sud era lontano
come potevo vivere in oblio totale della questione meridionale
frutti di mare (ricci)
inciuci di formaggi con intestini
freselle con pomodoro
soppressate e capicolli
pasta paste
zeppole
stocco
fichi d’India
gioventu’ senza colore
papa’ in viaggio per lavoro
madre insegnante
sorelle maggiori incaricate del vitto
a volte qualche ibrido di macelleria
cresciuto a risi, spaghetti
bistecchine
focaccina e ciocori’ alla mattina
da mangiarsi alle 10
insomma che cosa potevo diventare se non quello che sono diventato ?

c’era stato il boom
e con il boom si doveva cancellare
distruggere
divorare
dimenticare
cervello e cervella
cuore e polmoni
lingua salmistrata e unita’ nazionale
fame e autorita’
colonie estive
il piano Marshall!e le melanzane con le zucchine e le patate
la caponata ha unito la nazione
piu’ della televisione

settimino in una famiglia piccolo borghese
oratorio
movimento studentesco
droga
viaggi
matrimonio
un altro matrimonio
figlio
figlia
famiglia
lavoro e carriera in un’altra nazione
si riducano a
salivazioni ed espansioni culinarie ?
mangio per morire
sogno cibo alimenti
rubavo salame confezionato e dischi di Jimi Hendrix
in pausa di riabilitazione
Paff bum!
appesi i manganelli carnevaleschi
mi suicido con chiacchere e tortelli
pesto e pasta di Portovenere
Sciacchetra’ vincera’
a Cicengo ci s’infanga nelle terme di salsa
barberacci da riunioni rosse
trionfo orale punitivo
come le fellazio di bocche inesperte
piatto d’eterna giovinezza
d’eterni fumetti
in certi sughi al Sud c’e’ la battaglia del Trasimeno
si va in manifestazione a Torino
Pertini, Nenni, Berlinguer, Almirante,
sono piatti importanti
Karl Korsh ci prepara all’autogestione culinaria
cibo paramilitare ed escursioni nel vegetarianoetnico terzomondista
cuscus fanoniani
scuola quadri: polpette di Randazzo
vinacci di Lambrate
seconda mano in Corso Garibaldi
Porta Ticinese: CHE FARE?
Il SUD
La condizione meridionale/fichi/pane/pecorino/olive/agnello
il sottosviluppo di Gunder Frank
il sesso (Wilhelm Reich) esteso fino alle coste della Sicilia
il falansterio dove si scopa e si mangia
epifania adolescenziale: ecco la bisessualita’ e l’alta cucina
caviale/champagne/ostriche
gli alberghi i camerieri
le frasi celebri che fanno una vita
le citta’ sconosciute si cominciano a visitare dalla periferia
e a Parigi si visita Stalingrad e s’ingoia tutto
il granchio latino
il vietnamita vittorioso, il Beaubourg, il riz cantonais, il Bordeaux, il Pastis , il Calvados
Roth, i panini africani
si guardano i barboni mangiando baguette impeciate di pate’
si sogna Jim Morrison che muore di ? …
e si fa colazione sull’erba
qualcuno di noi conosceva anche i poeti francesi
ce n’era abbastanza da abiurare il comunismo
noi l’avremmo fatto con Elvis e Brian Wilson
Grazie Sicilia
grazie Trapani per le sarde, le melanzane
grazie Palermo per il pescespada e le droghe tagliate
con la farina di pesce
grazie Catania per l’eroina e la cocaina
potessi almeno ricordare il nome dello spacciatore
gentile
ma e’ come ricordare il nome di un’architetto di una
chiesa gotica
morivo aspettando di vivere
e vivevo aspettando di morire
Ho visto anche gli zingari felici
la Grecia da conquistare
il cibo greco fa schifo (ed il vino pure)
io faccio schifo
in Grecia mangio da fare schifo
immergo denti e naso in meloni dolci
come canzoni californiane degli anni ‘60
nuoto in un fiume di pesci grigliati
nel corteo funebre per i compagni uccisi
qualche grido
i pugni chiusi e le bocche collodiane del pescecane capitalista
che ci risucchieranno
ipotesi bucolica, via dalla pazza folla
i salami freschi e giovini della Bassa degli zii morti tutti d’infarto se non suicidi
il ritorno alle origini
la fame deideologizzata
Il colesterolo reprime le masse
Non che non sono stato io
ad uccidere poesia
tu vuoi dire che nessuno e’ innocente
nascondo la testa sotto un’ala
come se mi rinchiudessi in un’(i)stanza a (i)scrivere poesie
noi poeti possiamo essere coraggiosi
generalmente siamo come bambini meschini
violentati
ma ci rianimiamo a guardare il mare
mangiando arancini sul ferribbotto
da Reggio a Messina
Abbiamo sprecato molto
anche se a dire la verita’
io le aragoste di Alghero
non le dimentico
rimpiango un palato piu’ fino
in fondo sono ancora da bocciofila
ha ragione Fabio che viene da Gorla
che sono il Bukowski della Brianza
ma e’ possibile essere Bukowski in Brianza ?
Le ceneri di Gramsci
vengo a trovare Pasolini
e prima Gramsci e dopo Corso
tu mi chiedi com’era il 68
quale ?
quello uscito dai confessionali
dove ci nascondevamo tutti ?
lei non sapeva quindi che l’immigrato
nel canto si adagiava quasi piangendo
avvolto in un miraggio di qualcosa che
forse non era mai stato
il passato
quello vero
cancellato dalla quotidianita’
rimane qualcosa
a dir la verita’
e nel canto il vecchio immigrato
storicamente e non anagraficamente
abbraccia un’ombra
come discesa agli inferi
pare proprio
che entrambi non
troveranno la via alla liberta’
prigionieri per sempre
del passato
allora cito
polipetti bolliti e poi arrostiti
a Matera
agnolotti con ripieno di fagiano
di Corno Giovine
fondamenta di salame fresco della bassa
impasti di padano
castrato e sugo di papera di Petritoli
e dal pubblico si passo’ al privato
viaggi a Londra ad usare il metadone gratis
e fish and chips
ma la scoperta fu un diner portoricano nuiorchese
pollo fagioli uova pane tostato e milk shake
aspettavo che tirasse su la saracinesca alle 5:30
per soffocare la post astinenza
fu nel periodo del privato
che m’innamorai anche del prosciutto crudo
prima avevo avuto una lunga cotta
per il cotto
cominciavo ad accettare le mie origini non operaie
a ricordare le mie radici contadine, come tutti gli italiani
prosciutto crudo, coca cola, eroina, patatine, cocaina
speed meat ball
mi rinchiudevo
in alberghi cosi’ sotto borghesi
uscivo solo per i rifornimenti
poi come Rossini non uscii piu’
HOW THE WEST WAS WON
ci fu l’America
metonimia del maiale visto come salame
dove mi specializzai nella mia smeridionalizzazione
costruendo i contrafforti della bioingegneria
Kentucky fried chicken
Doughnuts
Hamburgers
French fries
Presto diventai americano
grasso e pieno di debiti
pronto per il grande sogno
diventare ricco e magro
Sulla rena cubana
mi sentii come al Sud
bambini garruli con il moccio al naso
anche qui le fondamenta del tempio
colonia e potere
la pelle
la bellezza
il corpo
pero’ la rivoluzione l’aveva rovinata lo zucchero
troppo zucchero a Cuba
a furia di prendere zucchero
si perde la vista
ci si abitua a dormire piu’ spesso
a perdere l’uso degli arti
cosi’ muore lentamente la rivoluzione
coperta dallo zucchero

Prima c’era il cibo o il bisogno di cibo
Percio’ questa poesia e’ anche dedicata a Gioacchino Rossini ed a Marco Ferreri
che sapevano che l’unico conforto nell’assedio
era il cibo
controllavano convulsamente dagli spalti l’arrivo dei rinforzi
(capitano le vettovaglie sono in orario!)
e il piccione che doveva portare un messaggio al mondo
non arrivera’ mai
e’ stato cucinato al mattone
La bella gioventu’
Lo scandalo e’ la coscienza di avere gia’ mangiato anche per gli anni
che ti rimangono
se morissi oggi avrei mangiato molto di piu’ di quanto avrei dovuto (1/3 forse meta’ in piu’ )
se morissi tra qualche anno avrei gia’ mangiato per soddisfare il normale bisogno di un essere umano
della mia corporatura
certamente ho fumato per due persone
ho mangiato molti piu’ cetriolini di quanti assegnati ad un cristiano
e le droghe ? mi sono fatto anche le dosi di coloro che non le hanno mai prese
per una media equilibrata
il sesso poteva essere di piu’ ma il pensiero e la masturbazione mi hanno portato a livelli di eccellenza
non sono diventato cieco
ma sono diventato grasso
per finire vorrei chiedere la misericordia di essere cremato e le mie ceneri
buttate ai pesci nel mare di Porto Venere e sul molo vorrei che
fosse posta una targa
con il mio epitaffio che piu’ o meno dovrebbe essere cosi
“era destino che si mangiasse anche quello”

…..Sento momentaneamente il bisogno di un periodo di vita calma, nella frescura verde, nei prati che sorridono alla Primavera, tra i papaveri che guardano il sole d’oro sfolgorante e poi cadono sotto la felce ridendo lieti d’aver vissuto una giornata!E voi margheritine tremule, sperdute fra le alte erbe, tra i trifoglio e l’erba medica, sul cigliodei fossi, quasi a lambire ed accarezzare l’acqua che scroscia, voi margheritine scherzanti ridate la gioia di vivere!
Fiori,tanti fiori, aromi vaganti, profumi dei campi, voi siete il mio desiderio insoddisfatto, la mia brama di vita.
Sole che illumini le alte cime e le acque del golfo, dammi la luce, la luce che viene da Dio, che ci aiuta nella sventura e ci premia nella sua Infinita bonta’.
(Carlo Paina)

Corrado Paina
Executive Director
Italian Chamber of Commerce of Ontario
Tel: 416-789-7169 ext. 250
paina@italchambers.ca

 

 

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10 commenti

Archiviato in critica della poesia, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

10 risposte a “Corrado Paina Poesie da Largo Italia, SEF, Firenze, 2018, pp. 88 € 10 – con Riflessioni di Paolo Valesio, Gino Rago e il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

  1. mariomgabriele

    E’ fluviale e logorroico. Odia il punto, le intermittenze a scalare. Ma la penna la sa tenere bene, come un amanuense di fronte ai fatti e ai problemi del mondo e della vita.

  2. A volte si ha l’impressione di leggere in una più poesie brevi. E a me verrebbe voglia di applicare l’ikebana, l’arte della disposizione dei fiori recisi, per farne di brevi, o delle strofe; che non sono male in tanti momenti.
    Quando Gregory Corso scriveva lunghe poesie, ai tempi di Bomb, lui e gli altri sapevano in qualche modo di scrivere a nome di una intera generazione di individui. Oggi possiamo dire di poeti defunti, perché nello svolgersi della poesia non incontreremo nessuno, raramente qualcuno che ci somigli; ci resta però la possibilità di stare fuori, nello scambio tra movida interna ed esterna; quindi farle sobbalzare queste poesie, che non fa male, anzi.

  3. La poesia depalchiana, azzardo un confronto,
    ha un richiamo di sofferenza, uno strascico tutto italiano di storia e tortura ed il viaggio intrapreso rassicura la forma, imprigiona la parola nei lessici linguistici nuovamente acquisiti. La poesia è una nuova patria, ha la sostanza della metafisica mutuata dal dolore,
    espatriato. Il dolore ne aumenta la consapevolezza, la durabilità.
    Nella poesia di Corrado Paina lo stesso distacco, l’abbandono mutuato.
    Un’ ombra ironica la pervade.
    “ho messo un cartello con una X”.
    La poesia ha un rivestimento di cordialità.
    La soppressione dell’io sta alla lontananza come il viaggio sta al distacco, come la poesia alla contraffazione.

    (Scontato, oggi va così)
    Grazie OMBRA.

  4. gino rago

    ” […]Oh e il mare / il mare qualche volta cremisi come il fuoco / e gli splendidi tramonti / e i fichi nei giardini dell’Alameda /sì e tutte quelle stradine curiose / e le case rosa e azzurre e gialle / e i roseti e i gelsomini e i geranii e i cactus / e Gibilterra da ragazza dov’ero un Fior di montagna / sì quando mi misi la rosa nei capelli / come facevano le ragazze andaluse / o ne porterò una rossa / sì / e come mi baciò sotto il muro moresco / e io pensavo be’ lui ne vale un altro / e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora / sì allora mi chiese se io volevo / sì dire di sì / mio fior di montagna / e per prima cosa gli misi le braccia intorno / sì e me lo tirai addosso / in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato / sì e il suo cuore batteva come impazzito / e sì dissi / sì voglio / sì[…]” E’ la parte finale del flusso di coscienza della Molly dell’Ulisse di Joyce: ho avuto voglia di rileggerla dopo i versi di Paina…
    Ma ancora non so stabilire se si tratta, nel caso dei versi di Paina, per esempio questi

    (“[…]che cos’era la pioggia
    m’ero innamorato di poche cose
    alcune frasi di Gide
    Aden d’Arabia
    un paio di poesie di Rimbaud
    i fumetti
    amavo la musica autisticamente
    oggi vorrei recuperare il tempo perduto
    la chimica credo m’interessa più della filosofia
    scoprire la formula del sapere
    per imbottigliarlo in numero illimitato
    dopo la vaccinazione
    ci sarà solo un rischio
    se questo è il sapere del mondo…”)

    di autentico flusso di coscienza joyciano o di monologo interiore.
    Mi pare infine che nel caso di Paina il fenomeno del translinguismo non c’entri molto, visto che Paina continua a impiegare la lingua italiana, sebbene contaminata dall’incontro con lingue e culture ‘altre’, parlerei piuttosto di fedeltà alle madri, alle 3 madri, la terra, la madre, la lingua-madre…Né parlerei proprio per la scrittura in lingua italiana del fenomeno dei dis-matria.
    Nessun confronto, infine, con il caso e con la poesia di Alfredo de Palchi.
    E’ poesia però che in me suscita rispetto, linguaggio personale d’una letteratura e di una cultura anche scientifica che si innestano alla biografia dell’autore il cui ‘io’ è l’io che ha subito il fenomeno dello sradicamento.
    Gino Rago

  5. gino rago

    Il flusso di coscienza in Molly Bloom, la moglie del protagonista Leopold Bloom, completo. Per me, per il mio gusto, un vero rubino.

    “Sì perché prima non ha mai fatto una cosa del genere chiedere la colazione a letto con due uova / da quando eravamo all’albergo City Arms / quando faceva finta di star male con la voce da sofferente e faceva il pascià per rendersi interessante con Mrs Riordan vecchia befana e lui credeva d’essere nelle sue grazie e lei non ci lasciò un baiocco / tutte messe per sé e per l’anima sua spilorcia maledetta / aveva paura di tirar fuori quattro soldi per lo spirito da ardere / mi raccontava di tutti i suoi mali / aveva la mania di far sempre i soliti discorsi di politica e i terremoti e la fine del mondo / divertiamoci prima Dio ci scampi e liberi tutti / se tutte le donne fossero come lei a sputar fuoco contro i costumi da bagno e le scollature che nessuno avrebbe voluto vedere addosso a lei / si capisce dico che era pia / perché nessun uomo si è mai voltato a guardarla / spero di non diventar come lei / miracolo che non voleva ci si scoprisse la faccia ma certo era una donna colta / e quelle buggerate su Mr Riordan qua e Mr Riordan là / io dico è stato felice di levarsela di torno / e il suo cane che mi odorava la pelliccia e cercava d’infilarmisi tra le sottane specialmente quando / eppure questo mi piace in lui così gentile con le vecchie e i camerieri e anche i poveri / non è orgoglioso di nulla proprio / ma non sempre / ma / se mai gli capita qualcosa di grave / è meglio che vadano all’ospedale dove tutto è pulito / ma / io dico mi ci vorrebbe un mese per cacciarglielo in testa / sì e poi ci sarebbe subito un’infermiera tra i piedi e lui ci metterebbe le radici finché non lo buttan fuori o una monaca forse / come quella di quella fotografia schifosa che ha / che è una monaca come lo sono io / sì perché sono casi deboli e piagnucolosi / quando son malati / ci vuole una donna per farli guarire / se gli sanguina il naso / c’è da credere che sia un dramma in piena regola e quell’aria da moribondo /scendendo dalla circolare sud / quando s’era slogata una caviglia alla festa della corale di Monte pan di zucchero /il giorno che avevo quel vestito Mss Stack gli portò i fiori /i peggio che aveva trovato appassiti in fondo al paniere /cosa non avrebbe fatto per entrare in camera di un uomo con quella voce da zitella cercava di immaginarsi che stesse morendo per amor suo / non più mai rivederti /benché avesse l’aria più da uomo con la barba un po’ lunga / a letto papà era lo stesso e poi non mi andava di fasciarlo e dargli pozioni / quando si tagliò il dito del piede col rasoio a spuntarsi i calli / paura d’un avvelenamento del sangue / ma se fossi io per esempio ad ammalarmi / allora vorrei vedere un po’ solo che la donna lo nasconde / si capisce / per non dare tante seccature come loro / sì ha fatto qualcosa in qualche posto / me ne accorgo dall’appetito / comunque non è amore / sennò non mangerebbe per pensare a lei / così o è stata una di quelle nottambule / se è davvero laggiù che è stato / e quella storia dell’albergo / ha inventato un sacco di bugie per nascondere i suoi maneggi / è statoHynes a trattenermi / chi ho incontrato / ah sì ho incontrato / te lo ricordi Menton / e chi altri / guardiamo un po’ / quella faccia da bambinone l’ho visto e lui che non era sposato da molto a fare il pollo con una ragazzina alMyriorama di Poole / e gli ho voltato le spalle / quando lui se la svignava con l’aria colpevole / poco male / ma ha avuto la faccia tosta di farmi la corte / una volta ben gli sta / bocca irresistibile e occhi sporgenti / di tutti gli imbecilli che ho trovato e lo chiaman procuratore / c’è che io non posso soffrire i battibecchi a letto / o se non è questo magari qualche puttanella o roba simile raccattata vattelapesca dove o pescata di nascosto / se lo conoscessero come lo conosco io [… ]eravamo stesi tra i rododendri sul promontorio di Howthcon quel suo vestito di tweedl grigio e la paglietta / il giorno che gli feci fare la dichiarazione / sì prima gli passai in bocca quel pezzetto di biscotti all’anice / e era un anno bisestile come ora sì 16 anni fa / Dio mio dopo quel bacio così lungo non avevo più fiato / sì disse che ero un fior di montagna / sì siamo tutti fiori / allora un corpo di donna / sì è stata una delle poche cose giuste che ha detto in vita sua / e il sole splende per te oggi / sì perciò mi piacque / sì perché vidi che capiva o almeno sentiva cos’è una donna / e io sapevo che me lo sarei rigirato come volevo / e gli detti quanto più piacere potevo per portarlo a quel punto / finché non mi chiese di dir di sì / e io dapprincipio non volevo rispondere /guardavo solo in giro il cielo e il mare / pensavo a tante cose che lui non sapeva / di Mulveyl e Mr Stanhope e Hester e papà e il vecchio capitano Groves / e i marinai che giocavano al piattello e alla cavallina come dicevan loro sul molo / e la sentinella davanti alla casa del governatore con quella cosa attorno all’elmetto bianco /povero diavolo mezzo arrostito / e le ragazze spagnole che ridevano nei loro scialli / e quei pettini alti / e le aste la mattina i Greci e gli ebrei e gli Arabi e il diavolo chi sa altro da tutte le parti d’Europa / e Duke street e il mercato del pollame / un gran pigolio davanti a Larby Sharonl / e i poveri ciuchini che inciampavano mezzi addormentati / e gli uomini avvolti nei loro mantelli / addormentati all’ombra sugli scalini / e le grandi ruote dei carri dei tori /e il vecchio castello vecchio di mill’anni / sì e quei bei Mori tutti in bianco / e turbanti come re / che ti chiedevano di metterti a sedere in quei loro buchi di botteghe / e Ronda con le vecchie finestre delle posadas /fulgidi occhi celava l’inferriata / perché il suo amante baciasse le sbarre / e le gargotte mezzo aperte la notte /e le nacchere / e la notte che perdemmo il battello ad Algesiras / il sereno che faceva il suo giro con la sua lampada / e Oh quel pauroso torrente laggiù in fondo / Oh e il mare / il mare qualche volta cremisi come il fuoco / e gli splendidi tramonti / e i fichi nei giardini dell’Alameda /sì e tutte quelle stradine curiose / e le case rosa e azzurre e gialle / e i roseti e i gelsomini e i geranii e i cactus / e Gibilterra da ragazza dov’ero un Fior di montagna / sì quando mi misi la rosa nei capelli / come facevano le ragazze andaluse / o ne porterò una rossa / sì / e come mi baciò sotto il muro moresco / e io pensavo be’ lui ne vale un altro / e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora / sì allora mi chiese se io volevo / sì dire di sì / mio fior di montagna / e per prima cosa gli misi le braccia intorno / sì e me lo tirai addosso / in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato / sì e il suo cuore batteva come impazzito / e sì dissi / sì voglio / sì.”

    da Ulisse di James Joyce (Dublino, 1882- Parigi, 1941)
    GR

  6. caro Gino Rago,

    brillante intuizione quella di mettere in versi liberi il soliloquio di Molly Bloom dell’Ulisse di Joyce.

    Sicuramente qui siamo davanti ad un grande scrittore e a un pezzo di prosa innovativa, ma, appunto, questa scrittura rimane prosa; ha il ritmo, il fluido della prosa, cioè un ritmo sì sincopato ma unidirezionale, continuativo, privo di interruzioni, non ha contro movimenti interni, prosa priva di pause interne (ed esterne), priva di deviazioni, di inversioni, di ellissi…

    Insomma, si tratta di una prosa priva di tutti quei topoi che fanno il repertorio dei retoricismi del poetico. Purtroppo leggo in giro, anche dei poeti più celebrati, di simili scritture, simil-poetiche tipicamente prosastiche… che soltanto una incultura di base purtroppo generalizzata come quella dei giorni nostri può ritenere che si tratti di forma-poesia.

    Non che la poesia sia «l’assoluto» come ho letto proprio ieri in una espressione incauta di un critico italiano, qui non è questione di nessun «assoluto», non cadiamo nel ridicolo, la poesia è un genere letterario, tra i più difficili, ma resta un genere letterario, ormai, nel diluvio di scritture simil poetiche, centinaia di migliaia di scritture simil poetiche, ormai è perfino inutile tentare di erigere una barriera che ci difenda da questa acqua alta, anzi, altissima di banalità e di truismi, di logorree…

    Però, riconosco che l’esempio che tu hai posto all’attenzione è utile, utilissimo, proprio per farci distinguere la prosa, anche la prosa eccellente, dalla poesia…

  7. gino rago

    Giorgio e Lucio, il mio intentimento nel proporre il capitolo 18 dell’Ulisse di Joyce era doppio:
    1- riproporre un grande esercizio di innovazione linguistica e di stile;
    2- in armonia con quanto tu cogli e affermi, caro Giorgio, tentare di dire una parola chiara, anche se non definitiva, su ciò che è e resta prosa, e ciò che può al contrario essere sentita come poesia.
    Il flusso di coscienza di Molly è grande e moderna prosa, ma rimane (come giustamente rimarca Giorgio Linguaglossa e come sente Lucio Mayoor Tosi)
    prosa. Una prosa ottimamente funzionante nel progetto di Joyce accanto a
    Leopold Bloom-Ulisse, Stephen-Telemaco, Molly-Penelope, una Molly che distesa sul letto e aspettando il ritorno di Leopold-Ulisse lo aveva da poco gioiosamente cornificato con il suo manager…

  8. gino rago

    Giorgio e Lucio,

    il mio intendimento nel proporre il capitolo 18 dell’Ulisse di Joyce era doppio:
    1- riproporre un grande esercizio di innovazione linguistica e di stile;
    2- in armonia con quanto tu cogli e affermi, caro Giorgio, tentare di dire una parola chiara, anche se non definitiva, su ciò che è e resta prosa, e ciò che può al contrario essere sentita come poesia.

    Il flusso di coscienza di Molly è grande e moderna prosa, ma rimane (come giustamente rimarca Giorgio Linguaglossa e come sente Lucio Mayoor Tosi) prosa. Una prosa ottimamente funzionante nel progetto di Joyce accanto a il Leopold Bloom-Ulisse, lo Stephen-Telemaco, la Molly-Penelope, una Molly che,distesa sul letto in posizione di 8 sdraiato simbolo matematico di infinito, aspetta il ritorno di Leopold-Ulisse che aveva da poco gioiosamente tradito con il suo manager…

    Il flusso di coscienza di Molly con la tecnica delle parole-ponte è grande e moderna prosa, ma rimane (come giustamente rimarca Giorgio Linguaglossa e come sente Lucio Mayoor Tosi) prosa. Una prosa ottimamente funzionante nel progetto di Joyce accanto a il Leopold Bloom-Ulisse, lo Stephen-Telemaco, la Molly-Penelope, una Molly che,distesa sul letto in posizione di 8 sdraiato simbolo matematico di infinito, aspetta il ritorno di Leopold-Ulisse che aveva da poco gioiosamente tradito con il suo manager…
    Nota.
    […]18 Capitolo, fine della giornata del 16 giugno 1904. Leopold Bloom-Ulisse torna a casa-Itaca e trova a letto la sua donna.
    La Donna, in tutto il suo insondabile, eppure evidente, mistero.
    Leopold torna a letto e dalle forme del materasso avverte che qualcuno di estraneo (Boylan) vi ha giaciuto.
    L’ultimo capitolo è un lungo e meraviglioso soliloquio fondato sul flusso di coscienza di Molly Bloom che riflette sulla vita e sulla sua situazione coniugale. Pensa anche alla bellezza del corpo femminile, a quella dei seni, in particolare, se paragonati all’organo maschile.
    Molly ripensa all’orgasmo avuto quel giorno con Boylan e pensa anche a un altro e a come sarebbe giacere con lui.
    Molly infine ripensa alla proposta di matrimonio di Bloom, a Gibilterra, luogo delle mitiche colonne d’Ercole che l’Ulisse dantesco aveva superato, lì dove tutto aveva avuto inizio: con quel suo “sì”.
    È lei, davvero, la materna terra da cui si parte e a cui si ritorna…
    GR

  9. Sì, l’insieme chiamato uno.

    Uno è la goccia di luna licantropa che si nasconde
    nel perfetto buio della notte di Halloween.

    La notte che ti guarda dai vetri, é sempre Uno.
    Lì sta piangendo forte.

    Va capito. Aspettiamo che finisca; anche se, in quando
    vivi in una bolla gelatinosa d’aria, abbiamo poteri limitati.

    Uscire da noi stessi per correre in soccorso, ad esempio.

    Ma Uno si lascia toccare le spalle dagli esseri onnipresenti
    che abitano tutte le dimensioni dell’universo;

    esseri che farebbero di tutto pur di darsi nelle forme
    desiderate da chiunque. Due mani di vento, ad esempio;

    Il soffio di lunghe carezze; quelli che tornano a cercarti
    travestiti da ricordi. Segno che ti sono ormai vicini.

    Tu sei fatto di ricordi. Non sei umano, sei una scultura.
    Per questo dicevo prima di un palazzo. E ci sono al mondo

    palazzi vuoti, disabitati. Alcuni vere e proprie galere.
    E non hanno porte. Ma tanti altri sono abitati.

    Dalle mie parti sono tutti folletti. E ora
    che ci siamo divertiti. E ora che ci siamo divertiti.

    May – ott 2018
    Buon Halloween a tutti.

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