Francesca Lo Bue Tre poesie da L’emozione nella parola (Por la palabra, la emocion), Progetto Cultura Roma, 2010 – Una poesia di Lucio Mayoor Tosi, Letizia Leone, Tadeusz Różewicz

 

selfie Raymond Queneau

[Francesca Lo Bue, nasce a Lercara Friddi (PA). In Argentina compie tutti i suoi studi fino alla laurea in Lettere e Filosofia presso l’Università Nazionale di Cuyo di Mendoza. Vince una borsa di studio del Ministero degli Affari Esteri italiano, con il saggio Lirismo y Metafisica en Giacomo Leopardi. Sotto la guida del Professor Aurelio Roncaglia si specializza in Filologia Romanza presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha curato diversi studi letterari sia in italiano che in lingua spagnola. Ha pubblicato la raccolta di poesie in lingua spagnola Por la Palabra, la Emoción, Edizione Belgeuse Grupo Editorial, Madrid 2009; in Argentina il romanzo di viaggio Pedro Marciano, Ex Libris Editorial, Mendoza; in Italia la raccolta bilingue italiano – spagnolo Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido), Edizioni Progetto Cultura 2003 s.r.l., Roma 2009; L’Emozione nella Parola (Por la palabra, la emoción), Edizioni Progetto Cultura 2003 s.r.l., Roma 2010; Moiras, Edizione Scienze e Lettere, Bardi editore, Roma 2012; Il Libro Errante, Edizioni Nuova Cultura, Roma 2013; El libro errante, Edizioni Progetto Cultura, Roma 2013; Itinerari (Itinerarios), Società Editrice Dante Alighieri, Roma 2017].

Caro Giorgio,

ti mando tre mie poesie in spagnolo e in italiano a proposito del tema della Metafora Silenziosa, da te sviluppato qualche tempo fa. La Metafora Silenziosa è il lessico del pre-linguaggio: il grido, il singhiozzo, i cenni di preghiera spezzata, voci tronche, grugniti e balbuzie. Espressioni deformate che escono spontaneamente, e anche inavvertitamente, dall’interiorità (enigmatico e umile abisso). È il lessico disarticolato da cui furoriescono i nodi o grumi interiori, spesse volte irrisolti.

Cari saluti e grazie.

(Francesca Lo Bue)

Strilli Gabriele Ora siamo in due a sognare una gitaStrilli LeoneFrancesca Lo Bue

Llamada

Toc, toc,
Gotea zumbón, un sonido.
Toc, toc, un sonido radiante,
Un dejo de rima que llama.
Indolente, quiere venir,
temerario quiere salir.
La palabra se vislumbra.
Trae resuello de inmensidades solitarias,
aliento espeso de horas olvidadas,
de aventuras desveladas, de pasiones subterráneas.
Quiere palabras, aquellas.
Tiene apuro de versos y cadencias,
trae lumbre de silencios insondables y secretos palpitantes.
Gotea el paraíso y un jacinto rojo.

Cifras blancas.
Signos huecos
Espejo que ciego multiplicas.
anhelante biografía anónima.
Palabra que te entregas desmigajada,
tú sola dás máscaras a mi rostro desconocido.

.
Chiamata

Toc, toc.
Gocciola ronzante, un suono,
un suono radiante,
uno strascico di rima chiama.
Indolente vuole venire,
temerario vuole uscire.
Si ravvisa una parola.
Porta respiri d’immensità solitarie,
aneliti densi di ore dimenticate,
di venture svelate, di passioni sotterranee.
Vuole parole, quelle.
Ha fretta di versi, di ritmi, di cadenze.
Porta luce di silenzi insondabili, di segreti palpitanti.
Gocciola il paradiso e un giacinto rosso.

Cifre bianche.
Segni vuoti.
Specchio che cieco moltiplichi.
anelante biografia anonima.
Parola che ti doni spezzettata,
tu sola dai maschere al mio viso sconosciuto

.
El terror de Tántalo

La voz no brotaba, no salía.
Estaba guardada, distraída en su cerrazón.
¡Flor de piedra y oro, alejada de su carne-tierra!
No había voces, en el bosque calcinado del estío.
Irrumpía la zozobra de las ninfas negras,
crujía el gozo de las voces ciegas en la noche hueca.
El hado venturoso,
cansado del frío cautivo de la flor de oro,
¡Cansado!
Desenlaza en la tibieza del sol melancólico,
avisos soñantes de lumbre sutil.
aletean!
Perduran,
vuelven!
Inalcanzables se alejan, se acercan.
allende, allende se empañan.
Golpea el hechizo del mediodía de bronce.

Y el grito se alzó en el derrumbe de los torreones obscuros
Grande es el olvido en las aras apagadas.
Vida que vuelves,
recorrido fantástico de chimeras
con sangre de pasión y cenizas.

.
Il terrore di Tantalo

La voce non sbocciava, non usciva.
Era riposta, distratta nella sua chiusura.
Fiore di pietra oro, lontana dalla sua carne-terra!
Non c’erano voci, nel bosco calcinato dell’estate.
Irrompeva l’afflizione delle ninfe nere,
crepitavano le voci cieche nella notte vuota.
Il destino venturoso, stanco del freddo imprigionato nel fior d’oro.
Stanco!
Srotola, nel tepore del sole melanconico,
avvisi sognati di luce sottile,
aleggiano!
Perdurano,
tornano,
irraggiungibili s’allontanano, s’avvicinano.
Là, là s’appannano.
Colpisce l’incantesimo del mezzodì di bronzo.

E il grido s’alzò, dall’oscurità delle torri infrante.
Grande è l’oblio delle are spente.
Vita che ritorni,
percorso fantastico di chimere
con sangue, di passione e cenere

.
El grito

Hombre anónimo,
olvidado en la historia infinita,
en los recuerdos señalados en humo.
abierta herida, líquida alquimia
en los perdidos huecos de niebla.
rozagante podredumbre.
Un arácnido bermejo.
Blandura palpitante.
raspa y llama
Cruje y golpea
Tiembla y adelante.
Para la representación en los convites de piedra
Vuela, amarillo, el engaño de todos, para todos,
los muertos vivientes,
los engañadores de hoy, del ensueño de hoy,
para el espejismo final, la distancia gris del ensueño ciego,
de la ilusión infinita del horizonte lejano borroso
del mañana de piedra, de la noche silenciosa,
con el grito solo…
aéreo y exiliado en el aire del dolor.
La obscuridad se adueña del espejo,
y Dios se escapa por entre las palabras de siempre.

Il grido

Uomo anonimo,
dimenticato nella storia infinita,
nei ricordi che sfilano in fumo.
aperta ferita, liquida alchimia
nei perduti vuoti di nebbia.
Vivace putredine,
aracnide vermiglio.
Leggiadria palpitante.
raspa e chiama, scricchiola e bussa
Trema e avanti,
per la rappresentazione nei conviti di pietra.
Vola, giallo, l’inganno di tutti e per tutti,
i morti viventi,
gli ingannatori dell’oggi, del sogno d’oggi,
per il miraggio finale, la distanza grigia del sogno cieco,
per l’illusione infinita del lontano orizzonte scancellato,
del mattino di pietra, della notte silenziosa.
Col grido solo…
aereo ed esiliato, nell’aria della sofferenza.
Il buio s’impadronisce dello specchio
e Dio scappa nelle parole di sempre.

Selfie Raymond Queneau, 1929

E adesso una poesia chiassosa e ultronea di un poeta molto diverso da Francesca Lo Bue, è Lucio Mayoor Tosi, la cui cetra ha delle corde accordate con il rumore, il non-sense, il gioco futile e il gioco serio, l’ultroneo e il funambolico… Eppure, entrambi potrebbero essere ascritti alla nuova ontologia della parola poetica, la ricerca di nuovi stili può e deve essere condotta nelle direzioni le più diverse, ultronee appunto, ed anche erranee, frutto di errori e di miscomprensioni, di improvvisazione e di studio accanitissimo, di stile forbito e di stile anarchico. L’anarchia delle immagini di questa poesia può essere il correlativo corrispondente oggettivo delle poesie sofferte e pensate lungamente di Francesca Lo Bue, in entrambi questi autori risuona un qualcosa di familiare e di autentico, un tinnire di stoviglie di casa…

(Giorgio Linguaglossa)

Una poesia di Lucio Mayoor Tosi (mi sono preso la licenza di distribuire il testo in distici)

Mare

Gira su se stesso l’angolo
di una palazzina. Nelle pause dei telefoni

scorrono cifre interminabili.
Case ferme nel vicolo all’approdo

delle quattordici e trenta. Facce si rialzano.
Altre scendono in ascensore.

I volti reclusi negli oblò.
Nel silenzio dei soffitti

una mano misteriosa sta sistemando
l’intonaco con piastrelline di luce.

La goccia cristallina scende nella flebo.
All’ospedale dove nei vialetti

si cade facilmente. Foglie di primavera
e autunno.

Lei si sdraia accanto.
Lo guarda come stesse parlando.

Suggerisce un braccialetto.
Ogni tanto con le braccia conserte.

Ogni tanto non c’è.
il suono di una lampadina accesa.

Due note ripetute.
La strada va da una finestra all’altra:

con la sposa a braccetto,
la prima volta che ci addormentammo,

il tempo dimenticato all’abat-jour.
Il fiore gambo e sottana. Ombre attente

hanno volto e rugiada. Labbra.
Le ville in terra e gli appartamenti in cielo.

Il mare laggiù. È blu, nuvola rosa.

.

Mare (versione originale)

Gira su se stesso l’angolo
di una palazzina. Nelle pause dei telefoni
scorrono cifre interminabili.
Case ferme nel vicolo all’approdo
delle quattordici e trenta. Facce si rialzano.
Altre scendono in ascensore.
I volti reclusi negli oblò.

Nel silenzio dei soffitti
una mano misteriosa sta sistemando
l’intonaco con piastrelline di luce.
La goccia cristallina scende nella flebo.
All’ospedale dove nei vialetti
si cade facilmente. Foglie di primavera
e autunno.

Lei si sdraia accanto.
Lo guarda come stesse parlando.
Suggerisce un braccialetto.
Ogni tanto con le braccia conserte.
Ogni tanto non c’è.
il suono di una lampadina accesa.
Due note ripetute.

La strada va da una finestra all’altra:
con la sposa a braccetto,
la prima volta che ci addormentammo,
il tempo dimenticato all’abat-jour.
Il fiore gambo e sottana. Ombre attente
hanno volto e rugiada. Labbra.

Le ville in terra e gli appartamenti in cielo.
Il mare laggiù. È blu, nuvola rosa.

shoah-selfie

shoah-selfie di turisti davanti alla porta del Lager

Una poesia di Tadeusz Różewicz, tradotta da Lorenzo Pompeo

Scomposto
Tutti i ricordi immagini sentimenti notizie
concetti esperienze che in me si combinavano
non sono più saldati non formano un tutto
in me
approdano talvolta a me alla riva
della memoria toccano la pelle
la toccano leggeri con unghie spuntate
Non voglio mentire
non compongo un tutto sono stato infranto e scomposto
chi mai si chinerà chi avrà interesse per questi frammenti
del resto anch’io sono così occupato
chi riesce a rammentare la mia forma interiore
in questo caos febbrile movimento
nel corridoio dove mille porte si aprono e si chiudono
chi riprodurrà la forma
che non si è impressa né sul gesso bianco
né sul carbone nero
neanch’io se interrogato
riesco a rammentare
di me dicono che vivo

La sua poesia in questi anni si andava facendo più rarefatta, astratta, libera da qualsiasi dettame socio-politico. In questa seconda fase della sua produzione Różewicz si interroga continuamente sulle ragioni stesse della poesia, sul suo senso ultimo, sulla figura del poeta e sul linguaggio in un mondo nei quali la rappresentazione della realta appare quasi inaccessibile, incrostata, deformata, inquinata dai mass media.

(Lorenzo Pompeo)

Strilli RagoUna poesia di Letizia Leone
14 marzo 2018 alle 18.08

Oggi purtroppo è morto l’astrofisico Stephen Hawking, il quale durante un convegno sulla robotica dichiarò che “dovremmo aver paura del capitalismo non dei robot: l’avidità degli uomini porterà all’apocalisse economica”, l’uomo post-moderno rischia di esser divorato dal suo stesso furor capitalistico (… e imbecillità) ed è stato detto che la teologia economica neo-liberale è ancora più dogmatica della teologia religiosa. Il trionfo del nichilismo in fondo è questa riduzione dell’essere a valore di scambio e di conseguenza data la meschinità dei tempi, è questa riduzione della poesia a piccolo investimento di incremento narcisistico ed editoriale. Ha ragione Anna Ventura… Dunque interrogarsi sull’utilità della poesia è urgente, ma quale poesia? Ancora più urgente è interrogarsi (come fanno i poeti della NOE) su una rifondazione della poesia. Scrive Linguaglossa:

“Oggi qui in occidente nessuno chiede più nulla alla poesia, si scrive per compiacere qualche circoletto di persone che chiedono di passare il tempo con un hobby, la poesia è diventata una cosa che non richiede grande preparazione intellettuale e neanche grandi sforzi teorici e non richiede neanche ricerca. È normale che in queste condizioni si finisca per perdere anche la cognizione di che cosa scrivere.”

Le poesie proposte oggi sulle pagine dell’Ombra rappresentano una grande lezione di stile, (nell’ottima traduzione di Paolo Statuti) così come la testimonianza che ci arriva da Tadeusz Różewicz nella traduzione di Lorenzo Pompeo. Concordo questa è la cifra poetica che mi è più congeniale e nella quale riconosco il lavoro di molti poeti della Noe. Impressionata dalla poesia “Deutsches requiem” di Krzysztof Karasek dedicata a Gottfried Benn, mi sono ricordata di un mio testo su Benn scritto molti anni fa e pubblicato nel 2011 sulla Disgrazia Elementare:

Letizia Leone (ecco la mia stesura in distici)

Poeta patologo. Corpi aperti sui tavoli
Anemoni di carne degli obitori. Un cervello

Sgusciato, la sua forma
Ancestrale dedalica emersa dal sangue

Nella tua mano. Sotto la volta svuotata
Come cranio del sotterraneo brivido.

Come attecchisce dentro questa stanza di guerra
L’infinito dei mondi. Le sue formazioni

Col dorso che affiora dei sogni ionici.
Una balena o resurrezione

O collasso di chi vuole capire.
Vai stirando le geometrie sterminate di pieghe

E circonvoluzioni di un encefalo essicato.
Vedi, se il dio sole stria e dardeggia

Smeraldi sulle coppe regali, si schiudono
Occhi bianchi al diffuso lumine lunare.

Se spezie odorose azzurrano i cortili,
organi grigi galleggiano nei vasi

che non hanno luce. Rientri da solo
attraverso la via ghiacciata, i cocci, le croci

mentre la primavera berlinese
scongela con i cadaveri la neve.

E tu ne rivivi tutta la malattia di statua.
La notte.

Di ogni morte.

 *

Letizia Leone (versione originale)

Poeta patologo. Corpi aperti sui tavoli
Anemoni di carne degli obitori. Un cervello
Sgusciato, la sua forma
Ancestrale dedalica emersa dal sangue
Nella tua mano. Sotto la volta svuotata
Come cranio del sotterraneo brivido.
Come attecchisce dentro questa stanza di guerra
L’infinito dei mondi. Le sue formazioni
Col dorso che affiora dei sogni ionici.
Una balena o resurrezione
O collasso di chi vuole capire.
Vai stirando le geometrie sterminate di pieghe
E circonvoluzioni di un encefalo essicato.

Vedi, se il dio sole stria e dardeggia
Smeraldi sulle coppe regali, si schiudono
Occhi bianchi al diffuso lumine lunare.
Se spezie odorose azzurrano i cortili,
organi grigi galleggiano nei vasi
che non hanno luce. Rientri da solo
attraverso la via ghiacciata, i cocci, le croci
mentre la primavera berlinese
scongela con i cadaveri la neve.

E tu ne rivivi tutta la malattia di statua.
La notte.
Di ogni morte.

Annunci

38 commenti

Archiviato in poesia italiana contemporanea, Senza categoria

38 risposte a “Francesca Lo Bue Tre poesie da L’emozione nella parola (Por la palabra, la emocion), Progetto Cultura Roma, 2010 – Una poesia di Lucio Mayoor Tosi, Letizia Leone, Tadeusz Różewicz

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/10/25/francesca-lo-bue-tre-poesie-da-lemozione-nella-parola-por-la-palabra-la-emocion-progetto-cultura-roma-2010-una-poesia-di-lucio-mayoor-tosi-letizia-leone-tadeusz-rozewicz/comment-page-1/#comment-39065
    Gentile Giorgio
    invio queste mie poesie, sperando tu possa trovarle adatte ad una recensione sulla rivista l’Ombra delle Parole.
    Evidenzio una forma asciutta e calibrata e c’è un uso attento delle immagini che sono in equilibrio con l’intimismo dei rapporti. Lo specchio di una sofferenza umana nascosta dove tutto ha un suo tempo. Ho l’esigenza di scavare nella
    anima per trovare sollievo in un dialogo con l’altro che è sempre più muto.
    Ti ringrazio molto, un caro saluto
    (Paolo Carnevali)

    Sono una bolla d’aria
    in assenza galleggio
    in ricerca di un gesto
    di un respiro profondo.
    Silenzioso e pieno di vita
    sofferente anche nelle certezze:
    cristallino e trafitto
    da polvere di sole.
    Brillante, solo se respirato da te.

    ***

    Passeggiavamo verso St. James Park,
    Nelson ci guardava le spalle.
    Una Londra frenetica batteva i ritmi veloci,
    nell’indifferenza e il fascino di colori grigi.
    Camminavi nervosa nel tuo trench bianco
    prima che ti prendessi per mano ed
    entrassimo nella tranquillità del parco.
    Ricordo bene quel foulard blu e verde
    nascosto dalla coda nera dei tuoi capelli
    che oscillava e danzava con il tuo passo nervoso.
    Parlammo di letteratura e disarmo,
    di nostalgie provinciali e affanni contemporanei
    nel tentativo di recuperare gli oggetti perduti
    dell’infanzia della vita. Delle scuole di analisi.
    Il bisogno in cui l’altro assume
    le proprie estreme possibilità di sopravvivenza.
    Io ti parlai di un mondo minacciato,
    tu elencasti tutte le guerre che non terminano mai.

    ***

    Arrivi come un angelo
    e giorno dopo giorno
    doni sorrisi,
    aprendo la porta del tuo cuore.
    Ho ricevuto un prezioso regalo:
    la tua fiducia. Cancellare le distanze,
    leggendo nei tuoi occhi
    la speciale luce del tramonto.
    E cercarti nei sogni, per poi ritrovarti
    in tutte le immagini, in ogni momento
    che appari per consumare il mio cuore.
    La parola sincera di un’amica,
    il segreto nascosto….
    quello che senti più vicino.
    Sei leggera come una libellula
    che mi gira attorno.

    ***

    La felicità di tutti i giorni
    si consuma in brevi attimi:
    chiusi e discreti.
    E’ difficile vedere in rilievo
    l’ombra di quei valori
    che riflettono tutto tondo
    il senso della vita.

    ***

    Grazie per essere venuta
    saremo sempre amici.
    Le baciai la fronte e
    lentamente scesi
    per cercare le labbra.
    Lei ricambiò avvicinando
    la sua bocca in un senso
    completo di abbandono.
    Era il nostro primo bacio,
    improvviso come un lampo.
    Quanto era importante
    sapere che c’era comprensione,
    si leggeva negli occhi.

    ***
    Paolo Carnevali
    nato a Bibbiena (Arezzo). Poeta e traduttore. Redigo “Poetica Città” un poetry-zine adatto alla distribuzione underground al The Poetry Café of London. “I dialoghi di Ebe e Liò”ed. Lalli(1984) dal cui testo è stata adattata una pièce teatrale. La plaquette poetica “Trasparenze”ed.Tracce(1987) recensita sul Manifesto(1988) e sul Corriere Adriatico(1990). Presente in riviste e blog letterari.

    • Paolo Carnevali

      Grazie,
      quando parlo di linguaggio muto mi riferisco al “vuoto” che caratterizza l’uomo moderno, lo fa sentire e apparire solo. Il tempo stesso è dimensione esistenziale e influenza l’anima. Le esperienze private e di carattere minimalista, tendono a misurarsi con gli eventi collettivi. La visione pessimistica dell’esistenza, per citare Montale, mi spinge a pensare al rapporto con l’altro come salvezza e dunque una ricerca positiva come quella che offre la condizione dell’amore. Un compromesso che ci distacca dai problemi, almeno momentaneamente, e ci fa credere che esista una soluzione ottimistica o meglio consolatoria dell’esistenza. Un aiuto per accettare il nostro destino, dentro l’estraneità delle nostre vite singole. La poesia dunque diventa semplice testimonianza per dimostrare che ci siamo
      che rielaboriamo momenti di riflessione pur non sciogliendo i nodi che ci tengono prigionieri.
      Paolo Carnevali

      • Luigia Sorrentino

        E’ con vivo piacere che trovo questi testi di Paolo Carnevali in un blog interessante come L’Ombra delle parole di Giorgio Linguaglossa. Ricordo di averlo pubblicato nel 2012 nel blog rai news di poesia curato da me. E’ un poeta che vive alla macchia e non ama il clamore, anzi, cerca di isolarsi, di sfuggire.
        Il suo rapporto con la poesia nasce da qualsiasi sentimento che influenzi la coscienza e usa le parole come dei veli da porre sulle immagini che scrive. C’è una melanconiosa cantabilità, ma piace più definirli acquarelli mentali, in cui il desiderio di scrivere sembra riuscire ad infondere gesti quotidiani, un raccontare un’umanità normale. Il motivo della vita nel suo fluire sotto la soglia della coscienza pratica. Si evidenzia un binomio tra arte e la vita vissuta di tutti i giorni, una specie di diario poetico di chiarezza comunicativa, ma anche poesia che mette in luce amarezze e disillusioni.
        Spero che queste poesie possano trovare più visibilità.

      • caro Paolo Carnevali,
        ormai non scrivo più “recensioni”, scrivo dei Commenti, o delle ermeneutiche, come oggi si dice… penso che le tue poesie possono essere migliorate, il mio consiglio è di cancellare l’«io» dalle tue poesie, tanto è del tutto inutile, e poi che cos’è l’«io»? ormai nessuno lo sa più, se lo chiediamo agli psicologi, ti ridono in faccia, se lo chiediamo ai filosofi, ti voltano le spalle e ti tolgono il saluto, soltanto i poeti continuano a fare poesia con l’i«io» che legifera… ma si tratta di una poesia (quella incentrata sull’«io») che non ha alcuna ragione d’essere, dico ragione critica, perché si rischia di parlare di qualcosa di vago e nebuloso e anche di molto impreciso. Questo lo aveva capito Rimbaud duecento anni fa quando scriveva che «je est un autre».

        • Paolo Carnevali

          Quello che dici lo condivido, anche perché non amo l’egocentrismo dei poeti. Il tema del “vuoto” , delle “solitudini esistenziali”, della” mancanza di ascolto” dell’altro mi fanno scrivere poesie tendenzialmente rivolte al personale, ma ti posso assicurare che il mio “io” è un “io isolato” che si confronta con il mondo e con ciò che trova estraneo. Poi c’è un io che parla di ciò che circonda il poeta (vedi F:Fortini), creando una poesia ideologica che si confronta con la realtà per parlare della realtà esistenziale. Il poeta Mario Benedetti inserisce il personaggio femminile per scomporre il linguaggio dimostrando che è un modo per parlare della solitudine nel mondo che viviamo. Un tema che a me sta molto a cuore.
          Spesso i contenuti di una poesia si servono di caratteri di particolare intimità con implicazioni emotive per esprimere un disagio esistenziale.
          Sono pienamente concorde sulla poesia di A:Rimbaud : non ho mai sopportato il narcisismo e ” Je est un autre” lettera a George Izambard, Charleville 1981 e due giorni dopo paul Demeny (lettera del veggente) mette in evidenza una filosofia contemporanea del soggetto e del suo nesso negativo con l’alienazione che parte proprio dalla frase del grande A. Rimbaud. Del resto è stato anche un fervido sostenitore delle rivendicazioni
          sociali e sarebbe compito del poeta definire la quantità d’ignoto che esiste nell’anima universale del suo tempo.

          • Antonio Spagnuolo

            E’ una poesia che affida il suo valore all’osservazione limpida e immediata di quanto ci circonda, di quanto ci accade, del tempo che scorre ineluttabile questa di Carnevali. Trovo reali e acute osservazioni della realtà queste poesie, senza complicazioni letterarie. Poesie di facile fruizione a patto di sincronizzarsi su una sensibilità che vede dietro le cose, che è capace di apprezzare la sottile filigrana suggerita dagli eventi che accadono sotto i nostri sensi, se capaci di percepire oltre. Ricordo che ospitai nel mio blog poetry-dream alcune poesie di Carnevali.

            • Howard Sounes

              Sorry if I express myself in English, I want to contribute with my thoughts on Carnevali.
              I know Carnevali as a critic and correspondent of classic music to English magazines, but we had the opportunity to talk about poetry, I remember your interview about my biography on C.Bukowski for Pioggia Obliqua scritture d’Arte.
              We understood each other immediately, on the need to talk about the disorder of the world and the human journey for the pursuit of happiness personal events become stories. I do not know if Carnevali is included in Italy because I find his poems very much underground and American style. Almost in memory of his ancestor Emanuel Carnevali.They are easy verses, clear-cut images and yet crepuscolar as also said A.Lolini on the review he made on the poster for the Manifesto(1988) for the plaquette-poetic Trasparenze. Even if some discards, the safe use of common language demonstrates the mature capacity of the author in making verses. There is a lyrically attentive reflection on real situations. Then the attitude of the poet is beyond the gaze and penetrates sharply into the falds of the inner mirror. A lyrical minimalism I would say.

              • Howard Sounes

                Thank Howard……
                will we see you soon for a beer at the Poetry-Cafè of Covent Garden?

                • Howard Sounes

                  Sorry….I wanted to write Paolo!

                  • Paolo Carnevali

                    Of course Howard
                    let’s hear from you by phone.

                    • Flavio Ermini

                      Mi intrometto nella discussione perché in queste poesie trovo come una instabilità del presente e inesistenza di un futuro in cui credere, l’autore sembra in continua attesa coscientemente vana. Sembra che l’ansia abbia connotati di angoscia e nausea. Però trovo anche particolare il modo di scrivere di Carnevali. La coscienza scandaglia i fatti e sentenzia l’ineluttabile: la conseguenza è lo svuotamento dell’essere, il suo perdersi nella corsa quotidiana alla sopravvivenza e il nulla. La comunicazione è a pezzi nella vacuità dell’impotenza e dell’incomprensione: del resto Carnevali sembra volere esprimere proprio questo. L’aria che si respira è pesante, non trasparente, le immagini ritraggono rapporti mutilati, l’invalidazione di ogni diversità e ricchezza soggettiva. Interessante quello che dice H. Sounes su certa poesia underground americana, io evidenzierei Newyorkese. Scusate il termine, ma Carnevali mi induce a questa descrizione.
                      Flavio Ermini
                      Redazione Anterem

                    • Poetry Cafè of London in Covent Garden

                      With a focus on social relationship discourse, featuring a relaxed welcoming. The event aim to create a space in which those without a voice or platform can become confortable delivering their message. He read his poems opening a discussion on the topic of emptiness in relationships. For years he has lived in London and often attends the Poetry-Cafè. Often sends collaborations to the magazine Pioggia Obliqua scritture d’Arte of Florence. These texts manifest in a lyrical from a casual language, with a dry and balonced form, the parsimony of images and metaphors, the careful and balanced use of fee interpunctions.

  2. Circa la Metafora silenziosa e il suo lessico
    Scrive Francesca Lo Bue:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/10/25/francesca-lo-bue-tre-poesie-da-lemozione-nella-parola-por-la-palabra-la-emocion-progetto-cultura-roma-2010-una-poesia-di-lucio-mayoor-tosi-letizia-leone-tadeusz-rozewicz/comment-page-1/#comment-39069
    «La Metafora Silenziosa è il lessico del pre-linguaggio: il grido, il singhiozzo, i cenni di preghiera spezzata, voci tronche, grugniti e balbuzie. Espressioni deformate che escono spontaneamente, e anche inavvertitamente, dall’interiorità (enigmatico e umile abisso). È il lessico disarticolato da cui furoriescono i nodi o grumi interiori, spesse volte irrisolti.»

    Io sono più portato a pensare la Metafora silenziosa in questa accezione: come quella sorta di «spazializzazione» (spazio interno della mente) che è un connotato più primitivo della coscienza, il paraferendo di tutte le metafore, lo spazio mentale che l’uomo adotta come suo proprio habitat, perché sia chiaro che l’uomo abita il proprio habitat mentale nel quale è compresa la coscienza e, in particolare, la coscienza linguistica e, perché no, anche l’inconscio linguistico… la poesia di livello abita sempre in questa sorta di «spazio mentale» dove il linguaggio acquista una particolare risonanza interiore (non mi riferisco qui soltanto alla risonanza semantica in quanto essa è una particolare forma, quella linguistica, in cui si dà il fenomeno della risonanza). La «risonanza interiore» può aver luogo soltanto in uno «spazio mentale» che non è solo uno spazio linguistico tipico della coscienza ma che è uno «spazio-non-spazio», «un interno-che-non-è-interno», un interno che non è in nessun luogo.

    In questi ultimi tempi, anche sollecitato dalle discussioni che avvengono su queste colonne, penso sempre più profondamente che la poesia abiti questo «spazio mentale», questo «spazio interno», quello è il suo habitat naturale. E così il discorso poetico si pone a cavallo tra lo spazio mentale interno e quello esterno, tra ciò che era una volta il pensiero prima del linguaggio e il pensiero del linguaggio…

    In realtà, noi parlando e ascoltando non facciamo altro che «inventare» lo spazio mentale dentro la nostra mente e nella mente dei nostri interlocutori, noi costruiamo sempre, in continuazione, il nostro e altrui spazio mentale, è una attività di tutti i giorni, che ci riguarda tutti, è un pensiero, questo, intuitivo, che se ci pensiamo un attimo non possiamo metterlo in dubbio…

    La poesia è la costruzione di questo «spazio mentale», frutto della memoria e del mondo quadri dimensionale nel quale siamo immersi fin dalla nascita…

    • Paolo Carnevali

      La voce silenziosa della disposizione del cuore: l’uomo invoca l’altro ogni volta che l’altro gli rivolge la parola, sopratutto la parola del suo cuore. L’intimo dove nessuno vede, ma può comprendere. Nell’esperienza dell’ intimismo risuona una voce silenziosa. Chi riesce ad ascoltare il silenzio comprende la melodia dei ritmi intimi. Allora è necessario cercare il silenzio per comprendere il mondo nel suo vuoto inquietante, l’ascolto dei suoni nascosti che abbiamo dimenticato. I segreti del mondo si nascondono nel silenzio e spesso vengono dimenticati.Proprio nel nostro spazio interno mentale. Tu dici che la poesia di livello si posiziona in questo spazio-mentale che richiede sintesi e mette in disparte gli elementi superficiali. Se veramente ci tenessimo questo spazio riusciremmo a vedere la realtà più profonda, potremmo comprendere l’anima del mondo e cogliere i rapporti umani sotto altri sguardi.
      Infatti il nostro pensiero è fatto di immagini che creano il nostro spazio mentale e lo riempiono con la poesia cognitiva.
      C’è un testo: Enjoy the silence dei Depeche Mode che è un inno al silenzio:
      Words like violence/break the silence/come crashing in into my little world/ Painful to me/pierce right through me/can’t you understand/on my little girl/ all I ever wanted/all I ever needed/is here in my arms/Words are very unnecessary/they can only do harm/vows are spoken/to be broken/feelings are intense/words are trivial/pleasures remain/so does the pain/Words are meaningless/and forgettable/All I ever wanted/all I ever needed/is here my arms/Words are very unnecessary/they can only do harm/ enjoy the silence
      [Parole come violenza/rompono il silenzio/arrivano schiantandosi/nel mio piccolo mondo/sono dolorose per me/mi penetrano direttamente/non puoi capire/ragazzina tutto ciò che ho sempre voluto/tutto ciò di cui avevo bisogno/ e qui nelle mie braccia/le parole sono davvero superflue/possono solo fare male/le promesse sono fatte/per essere spezzate/le emozioni sono intense/la parola è banale/i piaceri rimangono/così fa la paura/la parola è insignificante/e obliabile/tutto ciò che ho sempre voluto/tutto ciò di cui ho sempre avuto bisogno/e qui nelle mie braccia/le parole sono davvero superflue/ possono solo fare male.]

      • L’«io», il «cominciamento», la poesia come «spazio mentale»
        caro Paolo Carnevali,
        https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/10/25/francesca-lo-bue-tre-poesie-da-lemozione-nella-parola-por-la-palabra-la-emocion-progetto-cultura-roma-2010-una-poesia-di-lucio-mayoor-tosi-letizia-leone-tadeusz-rozewicz/comment-page-1/#comment-39229
        io ho scritto: «La poesia è la costruzione di questo «spazio mentale», frutto della memoria e del mondo quadri dimensionale», e tu hai tradotto il mio concetto così: «La voce silenziosa della disposizione del cuore: l’uomo invoca l’altro ogni volta che l’altro gli rivolge la parola, sopratutto la parola del suo cuore.»

        È ovvio che stiamo parlando di due cose diverse, io di «spazio mentale» e tu di «cuore». Inoltre, il pezzo che tu riporti, a mio avviso è proprio un certo tipo di dettato poetico dove chi parla è un «io» posto al di fuori della poesia e la descrive come meglio può, proprio il contrario di quello che intendevo io e che intendiamo noi della nuova ontologia o fenomenologia estetica. Infatti, pensavo ad un «io» ridotto a «spazio mentale», non certo ad un «cuore» che fabbrica poesia.

        Inoltre, l’idea del’«io» come di un cominciamento di qualcosa, è davvero una iperbole pseudo filosofica, l’«io» è un cominciamento falso per il semplice fatto che prima e dopo dell’«io» ci sono altri miliardi di «io» e l’«io» stesso è una definizione di comodo del senso comune che serve ad indicare qualcosa utile alla auto organizzazione della vita quotidiana e niente di più.

        Se tu avessi la pazienza di andare a perlustrare gli innumerevoli post dove parliamo di queste cose capiresti meglio i nostri concetti. Per esemplificare, pubblico qui due poesie inedite di Mario Gabriele dal volume di prossima pubblicazione, Registro di bordo, nelle quali la prima cosa che si può notare è che l’«io», il famigerato «io» che troviamo milioni di volte replicato in tutte le poesie che si fanno oggi, è finalmente scomparso:

        Mario Gabriele, Registro di bordo

        5

        Un fiorire di nuvole dopo un cocktail flambè
        con sette aromi di frutti di bosco.

        Nel resort turisti in quarantena
        attendevano il volo della Ryanair.

        L’uomo su risciò preparava tragedie ed esche.
        – Che muoia come gli altri -, disse il Gran Giurì.

        Mosur lasciò 7 peccati capitali
        in onore del Signore.

        Michael Rottmayr è con Abele a Vienna
        nella Osterreichische Galerie.

        A Coney Island rimanemmo
        a raccogliere le polveri di Ground Zero.

        Un benefit donammo ai ragazzi del Bengala.

        Te l’avevo detto Ray che tra gli avari del quartiere
        c’era anche la famiglia Hobbs.

        Padre Orwell parlò con Burton
        dicendo: -fai questo in memoria di me-.

        -Sorry! ma non so come uscire da questo labirinto.
        Capisci, è come stare davanti a una partita a scacchi-.

        Da quando daddy è andato via è rimasto solo il serenase.
        Le chaussons di Bovaline sono ouverture.

        Jodie vive a Norwich.
        Non so come dirle ma è tutto un diverbio con la natura.

        Matsuo Basho ha ristretto il mondo in 17 sillabe haikai.
        Ci stiamo dentro come un soffio di mistral sulla Camargue.

        6

        Berenice non ha altro da fare
        che mettere blazer di vecchia data.

        La stagione resiste all’epitaffio.
        Ci vorranno mesi per sistemare la biblioteca,

        Perilli è tornato a chiedere il XVI volume
        della Letteratura Italiana.

        Scrivere è un viaggio come il pensiero di Heidegger.
        Al vicolo 7 di Piazza Bologna nessuno ha una vita privata.

        In un inverno del 93 cademmo nel crinale.
        Vennero voci dal buio. Soccorsi stradali.

        Il fiume era rientrato nell’alveo.
        Carlo già pensava alla brossura della Gita domenicale.

        Ada, la magnifica Ada dai sette lumini e corde di chitarra,
        si era concentrata sugli steli di gramigna.

        Una piccola colazione portò fantasmi e sentimenti abrasi.
        Tengono ancora i profumi di Calvin Klein.

        Lo stato delle cose è nel tempo.
        La Canducci ha azzerato il debito.

        Siamo in bilico. Ofelia si trastulla con l’oboe.
        La notte ha rubato la luna.

        Arrivo sul fronte delle dislocazioni verbali
        con Dibattito su amore e Il Dente d’oro di Wels.

        Brillano i fuochi d’artificio la notte di San Giuseppe.

        El Paradise, ci pensi, è tutto un tremore di sogni!
        Un paesino di sintassi crudele ha aperto check-in e ogni limite.

        • Paolo Carnevali

          Grazie Giorgio,
          ho compreso….bisogna scavare, eliminare i nostri condizionamenti legati ad un io-isolato per occuparsi di un io-collettivo.
          E’ una bella poesia questa di M.Gabriele, ma devo essere sincero, dopo averla letta ho provato una sensazione come se l’avessi già dimenticata, un linguaggio che volteggia in un vuoto. Un terremoto di parole che si liberano per poi essere dimenticate. Riconosco che questo terremoto è necessario per lanciare la guerra ad un abbandono definitivo della poesia lirica o meglio intimistico-subliminare.
          Molti oggi scrivono e anche privi di uno stile, diciamo a caduta libera, tanto che viene da pensare se scrivere poesia abbia ancora un significato e il ripensare ad una nuova poesia possa essere possibile. La poesia del disincanto e delle argomentazioni appartiene al passato, direi anche ad una certa utopia romantica. Bisogna trovare una nuova comunicazione, magari legata aduna morale: quella di entrare a far parte del quotidiano, in particolare in tutti gli eventi che questo mondo ci sbatte davanti rendendoci partecipi in un nuovo linguaggio poetico.

      • Luigi Fontanella

        Un’interessante discussione che potrebbe aprire molti punti di vista sulla poesia. Mi limito a scrivere un mio giudizio, perché conosco Carnevali. Tra l’altro il testo dei Depeche Mode lo trovo attinente.
        Nella poesia di Carnevali c’è una riflessione attenta alle situazioni in atto nella realtà. Una voce originale, sicuramente molto più anglosassone nello stile o meglio americana. Vorrei fare il complimento di considerare originali queste poesie, fuori dall’ambito di scrittori dalle caratteristiche “maledetti”.
        Le definirei caratteristiche di un personalissimo modo di fare scrittura per mezzo di immagini della vita quotidiana trasformate da una lente di ingrandimento. La trasandatezza delle espressioni, i lunghi viaggi, le letture un certo affrancamento dal mondo degli addetti ai lavori, il desiderio di stupire, un culto della libertà individuale e soprattutto una poesia fatta di slanci, malinconie e rabbia.
        La libertà di inventare un linguaggio di ogni giorno, fatto di entusiasmi spesso disordinati. Non mi preoccupo di sapere quanto valgono queste poesie, di accettare i debiti letterari, ma quello che trasmettono: una espressione moderna, quasi NewYorkese. scrittura di come si parla camminando….
        Luigi Fontanella
        International Journal of Italian Poetry GRADIVA
        Stony Brook – New York

        • caro Luigi Fontanella e caro Paolo Carnevali,

          lungi da me dire chi è più bravo di chi, il senso del mio discorso è più ampio, quello che a noi dell’Ombra interessa è capire se la poesia italiana che si fa oggi riesca veramente a mettere a fuoco il problema della legittimità dell’«io» e dell’«io» poetico di conseguenza. Un poeta che per esempio a noi dell’Ombra interessa molto è il praghese Petr Kral in quanto la sua poesia non conosce l’«io», ne fa a meno [leggansi i numerosi post dedicati a questo autore]. L’io è anzitutto tetico, intenzionale, posizionale; cioè è sempre l’io coscienza di qualcosa; e questo “qualcosa” non coincide con la coscienza stessa, è esterno ad essa (ad es. un tavolo) e le si rivela come fenomeno. L’io è una convenzione, la si può accettare o meno, purché lo si faccia con consapevolezza; come ogni convenzione deriva da un contratto sociale e linguistico, e quindi storico. A nostro avviso, porre tra parentesi questa convenzione, porla in quarantena dischiuderebbe un’ampia gamma di possibilità espressive e significherebbe porsi in maniera critica di fronte all’oggetto (il tavolo di prima). Ne deriva un altro modo di «fare» poesia.

          Acutamente Paolo Carnevali scrive «La poesia del disincanto e delle argomentazioni appartiene al passato», valutazione che condivido in pieno, poi aggiunge riguardo alla poesia di Mario Gabriele: «E’ una bella poesia questa di M.Gabriele, ma devo essere sincero, dopo averla letta ho provato una sensazione come se l’avessi già dimenticata, un linguaggio che volteggia in un vuoto. Un terremoto di parole che si liberano per poi essere dimenticate.» Verissimo, Gabriele porta alle estreme conseguenze la de-materializzazione della poesia italiana, fino al punto di non ritorno, svuota il di-dentro delle singole fraseologie accostandole per contiguità e per metonimia, mostrandone l’intima insignificanza, la in-significazione, mostra che ciò che appare è il linguaggio, ma questo apparire è in-significante.

          Gabriele mostra che se da una parte il linguaggio non esiste come ente distinguibile, o meglio separabile da ciò che esso significa, mostra anche che non esiste nemmeno come ente distinguibile dalla coscienza che lo pronunzia. Cioè il linguaggio, e il linguaggio poetico per eccellenza, si trova tra due «in-significanze», tra due nullificazioni della significazione, mostra il vuoto della significazione. Il fatto che il lettore dimentichi subito dopo averla letta una poesia di Mario Gabriele, dal mio punto di vista è il più grande riconoscimento di valore che si possa attribuire a quella poesia, si tratta di una poesia che porta alla massima evidenza il processo (storico, sociale) di de-materializzazione dei linguaggi nel nostro mondo storico, empirico… la intrinseca insignificanza di tutti i linguaggi storici dell’agorà mediatica.

          • mariomgabriele

            grazie Giorgio di questo tuo intervento sempre all’altezza di ogni chiarificazione Non me la sento di aprire un dibattito anche perché Carnevale è lontano e siamo ad Halloween!

          • Paolo Carnevali

            Caro Giorgio,
            ancora grazie per la tua gentilezza e signorilità nella Rivista L’Ombra delle Parole e nel darmi risposte con grande educazione.
            Ringrazio anche il sig. Talia e il sig. Gabriele. Parlano di ammiratori…..

            Non ho ammiratori, ma forse lettori e riguardo al clamore mediatico sono sinceramente indifferente o meglio me ne frego!
            Del resto apprezzo il giudizio di Gabrielo e anche la sua poesia. Non amo i dibattiti e piace vivere in disparte e in silenzio. Auguro alle loro poesie di essere modello nuovo e immortale, riguardo al sottoscritto spero di essere dimenticato. Gli scrittori Carlo Cassola e Romano Bilenchi dei quali sono stato profondo amico e ammiratore per le tematiche “subliminari” tanto a me care, mi hanno anche fatto comprendere che l’emarginazione da un certo tipo di “intellighentia” è positiva. Non immaginavo che per avere inviato in lettura questi testi “superficiali del dire”, potessero invece creare “disfania”. Faccio presente che proprio in un’intervista che mi fece Luigia Sorrentino, sottolineai (con suo grande stupore, conoscendo i poeti…), il desiderio di non scrivere più poesie (malattia purtroppo dalla quale non sappiamo guarire) e di usare la forma poetica come qui a Londra si definisce: write-terapy.
            Aveva ragione Charles Bukowski: i poeti andrebbero eliminati.
            Ti ringrazio ancora Giorgio per la tua gentilezza, un caro saluto.

            P.S Il poeta Petr Kràl mi piace molto. Vive in Francia credo…il suo scrivere è discreto e sembra guardare attraverso una finestra appannata una certa invisibilità esistenziale che si consuma nelle quotidianità misteriose. Mi colpisce molto come spesso nelle circostanze quotidiane ci lasciamo influenzare così marginalmente dalle particolarità psicologiche dei singoli. E’ un poeta che mette in rilevanza i dettagli e le relazioni ormai invisibili.

  3. gino rago

    I quattro poeti che Giorgio Linguaglossa ci propone oggi su L’Ombra fabbricano versi che si spingono in direzione del lettore con la stessa energia che i poeti Letizia Leone, Francesca Lo Bue, Lucio Mayoor Tosi, Tadeusz Różewicz catturano all’inizio dell’atto della scrittura: ciò significa consapevolezza dei propri mezzi espressivi.
    Per Tadeusz Różewicz, considerandone la biografia che ci dice essere nato in Polonia nei pressi di Cracovia nel 1921, l’alta considerazione in cui tengo la sua poesia discende anche dal fatto che benché degli anni ’20 del Secolo scorso già aveva preso coscienza pienamente della frammentazione dell’io,
    (lo dichiara in questi versi tradotti magnificamente per noi da Lorenzo Pompeo:

    “non compongo un tutto sono stato infranto e scomposto
    chi mai si chinerà chi avrà interesse per questi frammenti”)

    spingendo la sua poesia verso paradigmi avanzati rispetto a tutte le altre esperienze poetiche, anche di quelle italiane, di retroguardia. E’ tutta qui del resto la differenza fra un grande poeta e uno scrittore di versi.
    Così come per Francesca Lo Bue, per Letizia Leone, per Lucio Mayoor Tosi,
    in parte anche per Carnevali, possiamo ricondurre la loro poesia a questa idea dello stesso
    Tadeusz Różewicz

    «in principio
    c’è la parola

    la grande gioia di creare
    alla fine di una poesia

    inizia
    l’infinito»

    GR

  4. Forse, bisognerebbe andare nello spazio con una piccola Soyuz per capire qualcosa della metafora silenziosa…
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/10/25/francesca-lo-bue-tre-poesie-da-lemozione-nella-parola-por-la-palabra-la-emocion-progetto-cultura-roma-2010-una-poesia-di-lucio-mayoor-tosi-letizia-leone-tadeusz-rozewicz/comment-page-1/#comment-39074
    La lettera di Gagarin alla moglie, prima del suo volo nello spazio.
    Traduzione: Marco Massacesi.

    Questo è il testo della lettera che il cosmonauta russo Yuri Gagarin scrisse alla moglie Valentina ed alle sue due figlie, alla vigilia del primo viaggio dell’uomo nello spazio. Sapeva che stava per affrontare una prova molto rischiosa.

    «Salve, mie care ed amatissime Valečka, Lenočka e Galočka! (*) Ho deciso di scrivervi qualche riga, per condividere con voi la gioia e la felicità che ho provato oggi. Oggi la commissione governativa ha deciso che sarò io il primo uomo ad andare nello spazio. Sapessi, cara Valjuša (*), come ne sono felice, e vorrei che anche voi lo foste insieme con me. Hanno affidato ad una persona comune come me un compito di così grande importanza per il nostro Paese: tracciare la prima strada nello spazio!
    Si può sognare qualcosa di più grande? Questo rappresenta una nuova era!
    Devo partire tra un giorno. Durante questo periodo voi starete facendo le vostre cose di sempre. Ho un grosso fardello sulle spalle. Avrei voluto restare prima un po’ con voi, parlare un po’ con te, ma ahimè è tardi. Tuttavia, io vi sento sempre vicini, qui con me.
    Ho piena fiducia nella tecnica: la navetta è ben collaudata, sicuramente non succederà nulla. Però capita a volte che l’uomo scivoli su una strada liscia e si rompa l’osso del collo. Può essere che anche nel mio caso possa accadermi qualcosa, ma io non credo che succederà. Se però dovesse accadere, vi chiedo, e soprattutto lo chiedo a te, Valjuša, di non farvi sopraffare dal dolore. Fa parte della vita, e nessuno può essere sicuro che domani non sarà investito per strada da una macchina. Prenditi cura delle nostre bambine, amale come le amo io. Educale in modo che non diventino delle scansafatiche o delle viziate, ma delle persone vere che non abbiano paura di affrontare i momenti duri della vita. Fai di loro delle persone degne di questo nuovo sistema sociale, il comunismo. In questo ti aiuterà lo Stato. Vivi la tua vita secondo coscienza, ed agisci come riterrai opportuno fare.
    Non ti lascio alcun obbligo, e non ho il diritto di farlo. La lettera sta assumendo un tono un po’ troppo triste, quasi da lutto… ma no, dai, non andrà così. Spero che non vedrai mai questa lettera, e che mi vergognerò con me stesso per questo momento di debolezza passeggera. Ma se dovesse succedermi qualcosa, tu devi sapere tutto, fino alla fine.
    Ho vissuto la mia vita onestamente, sono sempre stato sincero ed ho fatto del bene alle persone, anche se non è stato tanto. Una volta, da piccolo, lessi le parole di V. P. Čkalov: “Se devo esserci, devo essere il primo”. Ecco, cercherò di pensarla come lui, e lo farò fino alla fine. Valečka, voglio dedicare questo volo a tutte le persone che fanno parte di questo nuovo sistema sociale, il comunismo, a cui noi abbiamo già aderito, e voglio dedicarlo anche alla nostra grande Patria ed alla nostra scienza. Spero che tra qualche giorno saremo ancora insieme e saremo felici.
    Valečka, non dimenticare i miei genitori; se ne avrai la possibilità, aiutali. Manda loro un grande saluto da parte mia. Che mi perdonino per il fatto che non sanno di tutto questo, non ho potuto farglielo sapere.
    Beh, è tutto. Arrivederci, miei cari. Vi abbraccio forte forte e vi mando un bacio.
    Un caro saluto.
    Il vostro papà,
    Yura»
    10/04/1961

    Valentina Ivanovna lesse questa lettera solo 7 anni dopo, alla scomparsa del marito avvenuta nell’incidente aereo del 27 marzo 1968.

    (*) Valečka, Lenočka e Galočka sono dei diminutivi dei nomi russi Valentina, Elena e Galina. Valjuša è un altro diminutivo di Valentina. Yura è il diminuitivo di Yuri (N.d.T.)

  5. …c’è tutto, penso…

    GRAZIE OMBRA.

  6. Una poesia di Guido Galdini
    da Il disordine delle stanze (1979-2011)

    Francesco Guardi, che da vecchio dipingeva fiori, nell’antiquato
    stile rocaille, da tempo fuori moda, ai più sconosciuto, fastidioso
    a chi ne ricordava le pesanti leggerezze

    lo sfaldarsi dei petali sotto il pennello, l’innominabile azzurro, memoria e allucinazione, i boccioli passiti, i pappagalli il vuoto:
    cos’altro gli rimaneva da inventare e nascondersi come poteva altrimenti resistere,
    se non acconsentire alla quiete dello sfacelo,

    chiudersi al tempo, iridescente e cupo, scendere ai luoghi della stremata grazia, cogliendo il brivido, prima che sia tremore.

    E allora occorrerà fare un passo indietro: la riflessione di Heidegger (Sein und Zeit è del 1927) sorge in un’epoca, quella tra le due guerre mondiali, che ha vissuto una problematizzazione intensa intorno alla defondamentalizzazione del soggetto. Oggi, in un’epoca di crisi economica e spirituale, mi sembra che i tempi siano maturi affinché vi sia una ripresa della riflessione intorno alle successive tappe della defondamentalizzazione del soggetto (e dell’oggetto). L’esserci del soggetto è il nullo fondamento di un nullificante, avrei qualche dubbio sulla scelta di porre una poesia intorno al «soggetto» perché dovremmo chiederci: quale «soggetto»?, quello che non esiste più da tempo?

    Ritengo che la poesia non possa essere esentata dalla investigazione della crisi del «soggetto», che una «nuova ontologia estetica» non può non prendere a parametro del proprio comportamento questa problematica.

    Però, però c’è anche un’altra forma di pensiero: il pensiero mitico.

    In questa forma di pensiero noi possiamo stare, contemporaneamente, qui e là, nel tempo e fuori del tempo, nello spazio e fuori dello spazio. Il nocciolo della «nuova ontologia estetica» è questo, credo, in consonanza con il pensiero espresso dalla filosofia recente, da Vincenzo Vitiello nelle due domande postate qualche giorno fa e in accordo con il pensiero di Massimo Donà secondo il quale la «libertà» mette a soqquadro il Logos, la «libertà» infrange la «necessità» (Ananke).

    Allora, sarà chiaro quanto andiamo dicendo e facendo: che la poesia deve ritornare ad essere MITO; si badi non racconto mitopoietico o applicazione e uso strumentale della mitologia, ma «mito». Innalzare a «mito» il racconto del «reale», un po’ quello che ha fatto Kafka nei suoi romanzi e racconti, quello che ha fatto Mandel’stam nelle sue poesie della maturità, quello che fa la poesia svedese di oggi, ad esempio, tre nomi per tutti: Werner Aspenström, Tomas Traströmer, Kjell Espmark.

    È finito un concetto di «reale» – Inizia un nuovo realismo

    Il limite della poesia italiana di questi ultimi cinquanta anni è che è restata ingabbiata all’interno di un concetto di «reale linguistico» asfittico, chiuso (vedi l’egemonia di un certo lombardismo stilistico molto affine alla prosa), un concetto di reale che seguiva pedantemente la struttura della sintassi in uso nella narrativa media italiana, un positivismo sintattico che alla fine si è dimostrato una ghigliottina per la poesia italiana, un collo di bottiglia sempre più stretto… Ad un certo punto, i poeti italiani più avvertiti e sensibili si sono accorti che in quella direzione non c’era alcuna via di uscita, e hanno cercato di cambiare strada… La «nuova ontologia estetica» altro non è che la presa di consapevolezza che una direzione e una tradizione di pensiero poetico si erano definitivamente chiuse e non restava altro da fare che cercare qualcosa di diverso…

    (Giorgio Linguaglossa)

  7. gino rago

    E’ talmente vero ciò che segnala Giorgio Linguaglossa nel suo precedente commento ” La «nuova ontologia estetica» altro non è che la presa di consapevolezza che una direzione e una tradizione di pensiero poetico si erano definitivamente chiuse e non restava altro da fare che cercare qualcosa di diverso…”
    che ogni esponente della nuova ontologia estetica può far suoi in toto i 3 distici sul rapporto poesia-tempo, poesia-voce-silenzio, poesia-vuoto-niente

    “Quando pronuncio la parola Futuro
    la prima sillaba va già nel passato.

    Quando pronuncio la parola Silenzio,
    lo distruggo.

    Quando pronuncio la parola Niente,
    creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.”

    di Wisława Szymborska)

    GR

  8. Caro Giorgio

    ti ringrazio per aver pubblicato una mia antica poesia (metà anni ottanta).
    Solo due considerazioni.
    Non è inedita ma fa parte della raccolta pubblicata nel 2012 che hai citato.
    Poi, francamente, non mi è risultato del tutto chiaro se la consideri (legittimamente) come un esempio di “vecchia poesia” oppure come un tentativo di scrollarsi di dosso i temi dell’io e dell’elegia spicciola.

    Cordialità
    Guido Galdini

    caro Guido,

    considero quella tua poesia un esempio di poesia che tentava una via nuova e diversa… ma negli anni ottanta era letteralmente impossibile procedere oltre, i tempi erano troppo precoci…

    saluti.
    Giorgio Linguaglossa

  9. In principio
    un rigo

    improvviso
    nato da chi sa dove

    poi lo segue
    l’idea

    che lo sviluppa e
    conduce per mano

    verso l’uscita.

    (da Lingue e Linguacce, 2013)

    • gino rago

      Gino Rago
      Meditazioni su
      Il nuovo corso poetico di Edith Dzieduszycka

      https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/10/25/francesca-lo-bue-tre-poesie-da-lemozione-nella-parola-por-la-palabra-la-emocion-progetto-cultura-roma-2010-una-poesia-di-lucio-mayoor-tosi-letizia-leone-tadeusz-rozewicz/comment-page-1/#comment-39119
      1) La migrazione fisica si affianca a quella mentale/linguistica e implica non soltanto la perdita di un mondo precedente ma anche la costruzione di una barriera tra vecchi e nuovi linguaggi.

      2) Una separazione interiore può accompagnare la scrittura in una lingua appresa da adulti in coloro che costretti a «Scrivere tra le lingue» possiamo intendere come scrittori “translingui”.

      3) Il fenomeno del translinguismo letterario è più diffuso di quanto si pensi ed è spesso legato a eventi drammatici che hanno imposto l’uso di un’altra lingua.

      4) Il situarsi tra le lingue spesso ha dato ai translingui l’occasione di sfidare i limiti del proprio strumento letterario avvantaggiandone la scrittura perché
      nell’uso di una lingua diversa dalla propria, soprattutto a fini di composizione letteraria, si insinua facilmente l’idea di sfida e di superamento di se stessi e dei propri limiti, che può produrre la soddisfazione della conquista, del possesso di uno strumento nuovo, ma può favorire anche la frustrazione dell’abbandono della lingua materna.

      5) Oltre a costituire un’adozione linguistica, il translinguismo letterario, ovvero “lo scrivere fra due lingue” spesso ha comportato la trasformazione dell’identità culturale e personale dello scrittore in transito tra due culture, permettendogli di acquisire una visione nuova o ‘altra’ del mondo, mediata dall’altra lingua, dalla lingua cioè del paese dell’approdo.

      6) Il translinguismo letterario è un discorso ancora tutto aperto a ogni tipo di analisi e di possibilità di esiti finali.

      Una possibilità del translinguismo letterario potrebbe essere la provocazione del filone della poesia delle valigie da contrapporre o da affiancare a quello della poesia degli armadi.

      Edith Dzieduszycka, poeta del translinguismo, in questo che potremmo sentire come il suo nuovo corso poetico, si misura con la poesia-delle-valigie. Lo fa con queste 2 composizioni:

      Edith Dzieduszycka

      1) poesia-valigie

      Dentro il mio silenzio
      seppellisco le voci che
      testarde s’ostinano
      parlandomi d’un tempo
      sfiorito come l’autunno.

      Sulle rive del fiume che
      costeggia la mia strada
      raccolgo dei brandelli
      di tracce delle scintille spente
      che più di prima bruciano.

      Trascino un baule pesante
      di viaggi con il vento
      tramonti arcobaleni
      di giardini di pietre
      appesi al mio collo.

      ———-
      2) poesia-valigie-viaggio

      Freddo
      tiepido
      caldo
      rovente
      memoria
      grida
      camion che si allontana
      su una strada vuota
      camion spalancato
      dietro
      rannicchiati
      tremanti
      stretti
      uomini
      donne
      strappati
      portati via
      diavolo sa dove
      rubati a poco a poco
      alla vista
      alla vita
      padre
      madre
      cosa diventerete
      quando vi rivedrò
      sorelle
      prendetemi per mano
      cosa diventeremo
      rimaniamo saldate.
      Una macchia oscura
      ormai punto soltanto
      che scompare
      lontano
      sul nastro grigioblu
      di una strada vuota
      lacrime
      assenza
      silenzio
      paura del viaggio

      paura dei viaggi.

      —————————————————————–
      GR

  10. Grande abilità è trasformare un difetto in pregio. I poeti biligue o trilingue sappiano che il lettore è due volte o tre più curioso di conoscere questa diversità culturale. Potessi io giocare con più lingue… Amelia Rosselli resta tra gli esempi più validi; anche se Lei scriveva in una lingua sola per volta, perché così preferiva fare.

    • mariomgabriele

      Ecco un’altra pagina della Rivista che ospita una dialettica da Hit Parade per i commenti formulati e le ragioni del loro esistere. Per caso sono tornato a rileggerli convinto, che quelli pubblicati si fossero esauriti nel primo rapporto. Noto con piacere l’intervento di Flavio Ermini e di altri interlocutori, molto attivi sul piano delle risposte a Giorgio Linguaglossa. La problematica intorno all’IO apre una discussione di forte attualità, superati i canoni di vecchia estetica sublimizzante. La poesia di oggi non può sottrarsi alle proposte innovative che segnano una significativa frattura con il Novecento poetico. Sta qui il conflitto dei segni e dei significati di cui tanto si parla in sede critica. Con l’occasione ringrazio Giorgio per aver introdotto alcuni miei testi, come documenti di frattura e di non coabitazione con l’IO, che va sottoposto a una revisione estetica o addirittura ad una sua soppressione per non leggere sempre scatti psicologici da lettino di Freud.

      • Carlo Marcello Conti

        Un dibattito veramente interessante sembrano avere acceso le poesie di Paolo Carnevali. Credo che la sua poesia appartenga per quanto lirica e intrisa di io, proprio all’analisi psicologica: uno specchio frantumato della nostra società, dei nostri rapporti,dettati da stati d’animo, quello nascosto. Uno stile psicanalitico che esprime un male assolutamente presente, fa scorgere le malattie nascoste del nostro tempo ma soprattutto le incomprensioni. Carnevali spesso è autobiografico, almeno si può dire che lo è un po meno quando scrive di se,quando si propone il tema dell’autobiografia, perché allora il narcisismo da una parte e il gusto di scrivere possono portarlo ad una maliziosa deformazione, ma è perdonato decisamente quando mette in evidenza le poetiche affrontate. “Passeggiavamo verso St. James Park” la trovo una poesia veramente attuale….
        /passeggiavamo verso St.James park,/Nelson ci guardava le spalle./Una Londra frenetica batteva ritmi veloci,/nell’indifferenza e il fascino di colori grigi./Camminavi nervosa nel tuo trench bianco/prima che ti prendessi per mano ed entrassimo nella tranquillità del parco./Ricordo bene quel foulard blu e verde/nascosto dalla coda nera dei tuoi capelli/che oscillava e danzava con il tuo passo nervoso./Parlammo di letteratura e disarmo,/di nostalgie provinciali e affanni contemporanei/nel tentativo di recuperare gli oggetti perduti/dell’infanzia della vita./Delle scuole di analisi./Il bisogno in cui l’altro assume/le proprie estreme possibilità di sopravvivenza./ Io ti parlai di un mondo minacciato,/tu elencasti tutte le guerre che non terminano mai/ (pubblicata su Gradiva n°49 International Journal of Italian Poetry – Stony Brook,NY)
        Forse inconsciamente può sembrare poesia neo-romantica quando desrive il rapporto con la donna la quale per amore è disposta a camminare assieme nella vita. Vincere le paure e riflettere sull’impossibilità, sulla fragilità.
        La poesia di Carnevali è l’espressione di stati emozionali che non possono vivere tutta una vita. I rapporti si lasciano e si ritrovano nell’avventura di esistere, consumarsi nelle esperienze, condividere i dolori. Questa è poesia di un male di vivere che nella storia personale di ogni uomo non finirà mai credo. E’ giusto trovare nuove forme che guardano ad esigenze nuove, ma non banalizzerei la poesia psicanalitica e intimistica.
        Un apprezzamento dalla redazione della rivista internazionale “Zeta”di Campanotto editore che ha pubblicato spesso Carnevali nei suoi numeri in passato.
        Carlo Marcello Conti Ed. Campanotto

        • Paolo Maria Romero

          L’io, lo spazio mentale ed il cuore sono un tutt’uno. Senza queste tre componenti unite non c’è poesia, ma solo una accozzaglia di parole.
          L’io con lo spazio mentale scrive una poesia, il cuore le da vita e l’essenza le trasmette ad un altro io che ha gli stessi principi e colma il suo cuore e la sua mente con ciò che ha scritto. La poesia è sentimento e quella intimistica può interessare più o meno, del resto ogni scelta di esprimersi è libera.

  11. Giuseppe Talia

    Sorpresissimo (ma poi non tanto) da cotanto stuolo di ammiratori della poesia di Carnevali a cui dedico la canzone dei Depeche Mode, Personal Jesus, ma nella versione di Marilyn Manson.

    • mariomgabriele

      Dici bene, Talia,
      fino a quando c’è uno stuolo di ammiratori, tutti i poeti possono essere contenti. Ma i testi qui proposti da Carnevale sono una vera disfania.

      Da un lato la struttura collassa sotto la superficialità del dire, dall’altro si fa uso di verbalismi sentimentali, resuscitati e ammirati da una platea in crisi di astinenza.

      Noi che proveniamo da un’altra via che detronizza il post.metafisico, con tutte le categorie di superficialità, come se i vari Parronchi, Sinisgalli e defunti vari, fossero gli unici e inconfutabili modelli del passato, del presente e del futuro, abbiamo il dovere di attualizzare l’idea della modernità in poesia, contro i vari Tutankhamon racchiusi nelle bare con le loro suppellettili.

      Certamente non è un onore averli ospitati in questa Rivista di èlite, che per essere democratica, a volte dà spazio a chi non lo merita.

      • Paolo Carnevali

        Caro Talia e Mariamgabriele
        vi ringrazio, non ho ammiratori, ma forse lettori e riguardo al clamore mediatico sono sinceramente indifferente o meglio me ne frego!
        Del resto apprezzo il giudizio di Mariamgabriela e anche la sua poesia. Non amo i dibattiti e piace vivere in disparte e in silenzio. Auguro alla vostra poesia di essere un modello nuovo e immortale, riguardo al sottoscritto spero di essere dimenticato. Lo scrittore Carlo Cassola e Romano Bilenchi dei quali sono stato profondo amico e ammiratore per le tematiche “subliminari”, mi hanno fatto anche comprendere che l’emarginazione da un certo tipo di “cultura” è positiva.
        Non immaginavo che per avere inviato in lettura a Giorgio Linguaglossa questi testi “superficiali del dire”, potessero invece creare “disfania”. Faccio anche presente che a delle domande della Luigia Sorrentino, sottolineai il desiderio di non scrivere più poesie (malattia purtroppo dalla quale non sappiamo guarire) e di usare la forma poetica come qui a Londra si definisce: write-terapy.
        Aveva ragione C.Bukowski: i poeti andrebbero eliminati.
        Ringrazio soprattutto Giorgio per la sua gentilezza e signorilità nell’ospitarmi nella rivista di prestigio L’Ombra delle parole e nel darmi risposte.
        Un caro saluto e buone cose.

        • Giuseppe Talia

          Gentile Carnevali,
          con me sfonda una porta aperta quando parla di vivere in disparte e che l’emarginazione da un certo tipo di cultura sia positiva. Ma non concordo con Bukowski, i poeti sono il male minore di questi tempi. L’unico ad essere stato eliminato in Italia è Pasolini.
          Secondo la teoria di Bukowski andrebbero eliminati i giornalisti (e lo si fa da tempo) i pittori (ormai non sono più nemmeno merce, galleggiano solo i provocatori, vedi Banksy), poi sarebbe la volta dei romanzieri (però non ricordo nessun nome di quelli attuali, per cui si sono auto-eliminati da soli), i filosofi si sono quasi estinti e i pochi sopravvissuti hanno cambiato forma e sostanza, oggi si chiamo sociologi. E chi rimane?
          Rimangono gli psicologi che ti propinano a tariffa piena la write-terapy, che in passato ha dato notevoli risultati, si pensi a Silvia Plath, ad Anne Sexton, ad Alfredo de Palchi.
          Rimaniamo comunque io, Lei, Mario M Gabriele, almeno in questa discussione e la sua stima nei confronti della poesia di Mario, così mi pare di aver capito.
          Mannaggia, però, io non ho lettori così importanti, o forse sì, forse alcuni di questi mi hanno letto, mi hanno letto per forza, li ho citati, pubblicati, alcuni accarezzati ed altri massacrati. Vabbè, via, vale sempre il detto: fai del bene e scordati, fai del male e ricordati. Il punto è, ho fatto del bene oppure del male?

          Forse ha ragione Lei, ho solo fatto della write-terapy, oppure ho srotolato i mummy-wrappings. Chissà se la Sorrentino è d’accordo.

          Cordialmente
          GT

  12. Sempre Umberto Galimberti scrive che:

    «la poesia, di cui si alimenta il mito, è una produzione di significati, che non lascia parlare le cose come sono, ma impone alle cose il parlare dell’uomo Questa imposizione non è l’imporsi delle cose ma ciò che l’uomo impone alle cose, la violenza poetica sul contenuto quale si dà»1]

    Detto in altri termini, la scrittura poetica è un ritrarsi dal linguaggio, sostare un passo indietro, un attimo prima che la parola ci raggiunga, dall’esterno, con la sua dote di «imposizione», di Gestell avrebbe detto Heidegger; se invece andiamo oltre, se procediamo verso il linguaggio, con attese, con im-posizione, con Gestell, ecco che quel linguaggio ci imporrà le sue regole di condotta e le sue scelte, il nostro linguaggio verrebbe intaccato dalla «imposizione» dei linguaggi che provengono dall’esterno, dal mondo dell’utilitarietà.

    Il problema è molto complesso e non è riducibile in poche battute, ma certamente l’ideologia dell’io che impera nel mondo tecnologizzato non aiuta a pensare in poesia e scrivere buona poesia, l’io ha bisogno dei linguaggi dell’utilitarietà, della comunicazione, della im-posizione, non può farne a meno pena la sua implosione, l’io è una macchina infernale che lavora sempre per la propria sopravvivenza, lavora per i progetti di auto organizzazione dell’io, non può fare altrimenti, è un epifenomeno delle ideologie utilitaristiche che imperversano nella comunità linguistica, non può sfuggire alla sua ontologia.

    La totalità della poesia che si fa oggi nell’Occidente mediamente acculturato, anche tra i poeti più accreditati, altro non è che un epifenomeno dei linguaggi mediatici, scrittura utilitaria, impositiva, progettante, narrativizzante, quella che più volte ho chiamato scrittura assertoria, suasoria, incantatoria…

    U. Galimberti, Gli equivoci dell’anima, Feltrinelli, 1990

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...