SETTE POESIE INEDITE di Steven Grieco-Rathgeb Nel caleidoscopio (2002), Cosa vedemmo dal ponte S. Trinita, Via de’ Canacci, Nido sulle onde, al padre Stretto di Magellano, 1934, Nel caleidoscopio, Indovinello sulla coda di rondine, Che canta il merlo alle 5 del mattino? – con un Commento di Giorgio Linguaglossa e una Lettera dell’Autore

Steven Grieco_A Shilp Gram, Udaipur  India

Steven Grieco_A Shilp Gram, Udaipur India

Steven J. Grieco-Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi.

È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka.

In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni. È tra i fondatori del blog lombradelleparole.wordpress.com  indirizzo email:  protokavi@gmail.com

Duska Vrhovac, Giorgio Linguaglossa e Steven Grieco Roma, 25 giugno 2015 Isola Tiberina

Duska Vrhovac, Giorgio Linguaglossa e Steven Grieco (a sn.) con Rita, Roma, 25 giugno 2015 Isola Tiberina

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 Il «caleidoscopio», in ambito narrativo, è anche una delle figure retoriche accostate all’entrelacement, tipo di narrazione in cui è presente un continuo intreccio di storie, proprio riferito alla molteplicità di figure (immagini) che si possono scorgere in esso.

Il caleidoscopio (dal  greco καλειδοσκοπεω, «vedere bello») è uno strumento ottico che si serve di specchi e frammenti di vetro o plastica colorati per creare una molteplicità di strutture simmetriche.

Il più rudimentale caleidoscopio è formato da un semplice tubo di cartone rivestito internamente di almeno due specchi (montati solitamente fra loro in modo da formare angoli di 60°); nella parte anteriore, separati dal corpo centrale da un vetro rotondo trasparente, sono inseriti dei frammenti colorati di varie forme e colori. Un vetro smerigliato chiude il tubo all’estremità.

Appoggiando l’occhio ad un’estremità (come guardando in un cannocchiale) e ruotando l’intero strumento, o la parte terminale mobile (nei modelli più complessi), è possibile vedere delle figure geometriche simmetriche colorate, generatesi dall’unione dell’immagine diretta dei frammenti e di quelle create dalle riflessioni negli specchi; continuando a ruotare il caleidoscopio stesso, le figure mutano e cambiano colore e forma, senza mai ripetersi.

Analogamente, la tecnica compositiva di cui fa uso Steven Grieco è esemplata sul caleidoscopio, ogni strofe costituisce una immagine o gruppo di immagini, più strofe assemblate costituiscono un insieme di immagini in movimento reciproco, cangianti nel colore, nella fluidità e nella iridescenza. Il risultato complessivo indotto nel lettore è una sorta di fluidità e di incertezza denotativa, i colori delle immagini sono frammisti e, per così dire, dispersi, solubili, sfrangiati. Gli incipit sono sempre legati ad un luogo temporale o spaziale («La mattina grave», «In questa via stretta», «È spaccata la melagrana, sfera infranta», «Quel furore adesso, quel fulgore»); oppure, il riferimento temporo-spaziale viene accennato nel titolo («Che canta il merlo alle 5 del mattino?»). Il luogo temporo-spaziale quindi si amplia fino a comprendere una realtà più vasta e complessa seguendo il filo del discorso del poeta il quale è come se tracciasse più linee, una molteplicità di linee su una pagina bianca, con l’effetto di una serie di iridescenze.

C’è sempre un punto in cui la composizione tipo di Steven Grieco raggiunge il climax, in quel punto preciso si situa l’evento, il quid che accade e illumina a ritroso il percorso compiuto. È questa la significazione che viene comunicata al lettore. Una significazione complessa che ricomprende ed acquista pieno valore semantico ed iconico da tutte le strofe precedenti e dalle strofe che seguono. Nella prima composizione il climax viene raggiunto quando appare «una coppia di anatre», il cui «splendore» illumina tutta la composizione. Nella seconda composizione il climax invece è interno alla composizione, non viene mai designato, non accade perché è già indicato nel titolo, è fuori della composizione: «via de’ Canacci»; tutto ciò che avviene fa parte di questo luogo magico, luogo caleidoscopico per eccellenza. Nella terza composizione il climax viene attinto nel penultimo verso là dove «apparve il Vuoto, altissima / trave che precipita sul mondo». Ogni composizione ha dunque un punto di climax che cambia di posizione, ed ogni posizione di climax si riverbera sulla orditura orchestrale della poesia, come una chiave musicale che dà il via ad un pezzo armonico. Nella successiva poesia intitolata «Al padre», c’è un sotto titolo: «Stretto di Magellano»; la chiave di volta è qui, nel titolo, nel parallelismo tra la figura del vecchio padre e le correnti tumultuose dello stretto di Magellano, con un effetto di fusione e di confusione tra le due icone semantiche. Nella quinta composizione il fulcro della poesia è rivelato dalla citazione di Chuang Tzu: «Il Vuoto è grandezza. È come l’uccello che canta / spontaneamente, identificandosi con l’Universo». Il Vuoto viene richiamato dalla comparsa dell’«usignuolo», il quale non fa nulla ma si capisce che ciò di cui qui è questione è il suo canto, simile al canto della poesia. L’ultima poesia non poteva che essere un «indovinello» tra il critico e il poeta «sulla coda di rondine». Il critico tenta di razionalizzare: «Il non-spazio tra ricordo e speranza», parla di «presente»; il poeta, invece, non può che riferirsi al tutto, a ciò che precede e a ciò che segue il «presente», in quanto  «sul bianco foglio io traccio mero inchiostro». Il suo compito finisce qui, come nella pittografia zen, nell’atto di tracciare un segno.

Duska Vrhovac, Giorgio Linguaglossa, Carlo Bordini e Steven Grieco con Rita, Roma, 25 giugno 2015 p.za Del Drago Al Ponentino

Duska Vrhovac, Giorgio Linguaglossa, Carlo Bordini e Steven Grieco con Rita, Roma, 25 giugno 2015 p.za Del Drago Al Ponentino

Per tornare al caleidoscopio, nel caso di caleidoscopi formati da due specchi, la forma dell’immagine risultante all’occhio dell’osservatore ricorda un fiore a sei petali; di questi sei settori uno è generato dall’immagine diretta dei frammenti di vetro mentre gli altri cinque sono le immagini riflesse. Se gli specchi sono tre le immagini sono molte di più; il loro numero dipende dal numero di riflessioni multiple che si hanno lungo gli specchi. Ciò dipende non solo dalla lunghezza del tubo ma anche dalla qualità delle superfici; se gli specchi non sono di ottima fattura, saranno visibili solamente le riflessioni principali.

Secondo Emanuele Severino, la civiltà occidentale non riesce a pensare l’«esser sé dell’essente», cioè la verità dell’essere. Il suo nichilismo sarebbe proprio questo. Il suo nichilismo è pertanto inconscio che non indica «ciò che non appare, ma ciò che ancora non è stato portato nel linguaggio; sì che il linguaggio, che ne parla, ancora non appare. E la “consapevolezza” è l’apparire di questo linguaggio»*
Al di sotto di questo nichilismo c’è, rileva Severino, un più profondo inconscio: è l’inconscio di quell’inconscio, il sottosuolo del sottosuolo, ciò che avvolge l’avvolgente, che consiste nella struttura originaria dell’essere: «l’essere è e non può non essere». Questa è la verità dell’essere, la verità che è l’apparire dell’autonegazione della negazione dell’esser sé dell’essente. L’essente è dunque «eterno».
«Il destino della verità» non può essere smentito da alcun sapere, umano o divino e include originariamente il proprio apparire. Il destino della verità è già da sempre manifesto. Esso sta alle nostre spalle e dunque non ha senso mettersi in cerca della verità.

La poesia di Steven Grieco è alla ricerca di qualcosa che sospetta essere «irraggiungibile», cionondimeno, la ricerca continua, e continuerà fino alla fine del tempo. Questo aspetto della sua poesia si rivela chiaramente nell’ultima poesia presentata, là dove c’è la «porta mai chiusa»:

pensavo, spalancando forte
la tua porta mai chiusa
di non trovarti

 È uno spasmodico domandare a quel sottosuolo del sottosuolo. Ma il destino della verità è sempre alle nostre spalle, è in quell’atto di volgersi indietro. Vive nella transitiva temporalità di quell’evento che è appena trascorso.

*Emanuele Severino, La struttura originaria, Adelphi, Milano 1981, p. 15.

Caro Giorgio,

hai scritto una introduzione davvero splendida a queste mie poesie. Nel caleidoscopio è stato l’ultimo gruppo di poesie in qualche modo legate, almeno dal mio punto di vista (sicuramente soggettivo), al modernismo, e cioè ad uno stile riconducibile alle esperienze poetiche del ‘900. (Anche se dentro le poesie stanno contenuti distillati da esperienze poetiche e filosofiche più che altro asiatiche, chissà se non è per questo che volli usare nel titolo questa parola “caleidoscopio”.) Questa operazione la feci, allora, quasi coscientemente: una sorta di estremo saluto, anche nostalgico, al modernismo, da parte di un poeta nato nel 1949, che si era formato a quella grande scuola, e che da essa era stato tradito… lui, come forse tutti i poeti della nostra generazione e quella successiva, nel senso che quella scuola stessa è poi naufragata sugli scogli di mille ininfluenti neo- e post-avanguardie.
E’ eccellente come dai importanza al caleidoscopio, non solo sul piano simbolico e metaforico, ma proprio come oggetto. Bellissimo! Hai commentato le mie poesie caleidoscopicamente…
Forse questa è una delle cose che abbiamo in comune, e io penso che nasca dalla curiosità di conoscere esperienze diverse dalle nostre, e magari talvolta anche a immedesimarsi in esse. Sei unico fra i poeti – non soltanto italiani, credimi – ad esserti aperto ad altre sensibilità poetiche e altre culture. Anzi, meglio dire così: tu condividi con i grandi poeti, non i piccoli, questa curiosità intellettuale. Che poi è esattamente la qualità che ha contribuito a farli diventare “grandi”. Su questo fatto non ho alcun dubbio.
E’ ovvio che Transtroemer ha quello stile così potente, come un pugno, perché è stato intrepido, avventurandosi in tutte le acque poetiche possibili e immaginabili. Curiosamente anche Joseph Conrad, scrittore di prosa, ha uno stile “potente” (e di forte denuncia), al quale non può non aver contribuito una vita di viaggi in mare per tutto il mondo.

Nelle poesie di un poeta che ha letto molto, come hai fatto tu, si avverte sempre il vento che soffia, come sul ponte di una nave. Anche nei commenti critici.

(Steven Grieco)

foto di Steven Grieco luci e rifrazioni urbane (India, Bombay)

foto di Steven Grieco luci e rifrazioni urbane (India, Bombay)

inediti Nel caleidoscopio (2002)

Cosa vedemmo dal ponte S. Trinita

La mattina grave,
gonfia di piogge intermittenti –
e palazzi, neri macigni in vie strozzate

ma anche strappi, ventate qua e là – e ardite,
in alto, nubi, bianchi sbuffi di locomotiva
un ricordo d’ali
che scendeva

Andava veloce il fiume limaccioso
ingombro di rottami e nudi tronchi
quando, sopra il viluppo di rami sospinto
verso riva,
vedemmo una coppia di anatre

naufraghi splendenti giunti dallo squarcio fra cielo e acqua,
da un’icona che narra il suo Nulla

E loro, rivolte ai nostri sguardi,
erano della lucentezza che scavalca i secoli:
appena consapevoli d’esser qui,
ma svegli a questo atto creatore

ancora dialoganti con un pittore sgraziato
che ha infine il pensiero che spumeggia
quietato,
e scorge di là dalle distanze, loro comporsi,
due forme sottili precipitare in corridoi d’aria

e le plasma, e stupito l’attira;
e nel tumulto è loro, fin qua sulle onde brute,
i due fulgidi corpi
doppia tenebra piumata –

Un corvo gracchiò dal cornicione
fai tua quella lucentezza!
Impiega i colori che nel tempo
risplenderanno

Risalendo in alto, rivivi la vertigine
di quelle barriere – un soffio ti schiuda
l’uscio chiaro di quaggiù:

dove i pioppi ondeggiano
dove sempre perdi
fra le acque di primavera,
ritrovi
il sentiero dell’immagine

Via de’ Canacci

In questa via stretta
dai portoni sempre chiusi,
deserta nel bagliore di mezzogiorno,
ho ricordato un poeta che io conobbi,
timoroso di finestre, timoroso di squarci,
che al tramonto aspettava,
da dietro le persiane, l’arrivo della notte
scassinatrice;

forse era proprio sua questa via dura
e decrepita, questa via dal rotto selciato
dove sul tardi appaiono sfiorite falene
dietro i cassonetti
e ubriachi spargono vino sui marciapiedi
e berciano gli spacciatori,
e piangono gli eroinomani inconsolabili
spiati da dietro le persiane da uno stormo
di vecchi ostili, e gechi, e pipistrelli.

Ma quando infine chiudono i locali,
e tacciono i tubi di scolo,
e prende sonno anche l’aria,
la via
mille volte violata
s’acquieta;
nel silenzio senza respiro
torna a fendere la sua anima tenebrosa
il canto di un ebbro d’amore,
già avviato
oltre il ciglio dell’aurora.

foto di Steven Grieco (India)

foto di Steven Grieco (India)

Nido sulle onde*

1.
È spaccata la melagrana, sfera infranta:
i suoi chicchi dispersi,
il frutto marcisce meraviglioso sulla battigia,
rotolando fra le onde.

E ancora oggi sognano i famigliari
un tavolo comune a cui sedersi,
ciascuno per proprio diritto,
solenni consanguinei
eppure seduti di sbieco l’uno all’altro.
Anche se le loro vite s’incrociano,
non vi è incrocio di sguardi,
si conoscono per riconoscere
cosa l’ha scissi.
Hanno la mossa rovescia,
l’ombra del pugnalatore;
irrompe l’odio a squarciagola,
inaudite le fiamme
divorano il proprio splendore.

Ma ci pensa infine l’avidità
a far scempio dei corpi abbracciati,
spargendone le viscere
per tutto il prato insanguinato.
Di questo castello, fatto, rifatto,
restano solo rovine e rovine.

Assaporando il fiele in ogni cibo,
scesi nelle profonde segrete
dove mi apparve il Vuoto, altissima
trave che precipita sul mondo.

2. al padre
Stretto di Magellano, 1934

Quel furore adesso, quel fulgore
è solo silenzio che fiammeggia

vedo le vene delle tue mani di vecchio –
stagliate vie, densi intrichi,
sentieri scordati e ritrovati
che hanno trascorso i fortunali
e riposato nella bonaccia dei mari:

ma tu hai preso sonno
e un punto minimo ancora
un punto tra noi, in quest’oceano,

va sul dorso di profonde correnti
e saltano gli ultimi pesci
miraggio dell’abbondanza,
spumeggiano le onde sbraitando
sprofondano tumultuose
nel cielo capovolto

Ora il tuo sonno-abisso
scioglie le mille vene
le libera un attimo

prima che antico ordito
impegni nuova trama

* Nel titolo, allusione al martin pescatore, che si pensa nidifichi sul mare greco nel periodo di quiete e sole che ogni gennaio si apre inatteso fra le tempeste invernali.

foto di Steven Grieco (India)

foto di Steven Grieco (India)

Che canta il merlo alle 5 del mattino?

“Il Vuoto è grandezza. E’ come l’uccello che canta
spontaneamente, identificandosi con l’Universo.” Chuang Tzu

Scienziati e millenaristi, gli assetati
delle origini, dovrebbero ascoltarmi:
proprio loro, strano a dirsi, i più distratti.
Pure è in questa mia voce senza strumenti
l’istantaneo rammemorarsi delle cose.

Li disorienta il mio dedalo di suoni
mentre dall’antenna eccelsa canto il vuoto sottostante,
e ruotano in alto i miei gorgheggi,
e canto tutto simultaneamente
quel che a voi giunge in temporal sequenza.

Incrocio d’ogni fenomeno e dimensione,
non temo di nuvole il cielo affollare,
né spalancare la rossa ferita all’orizzonte.
Il mio canto è acqua, e pietra che sprofonda
schizzando via dal centro su cui ricade.

Non imito l’usignuolo,
non imito il garrito di rondine,
non imito il mio stesso cantare
che si apre in crescenti dissimili cerchi.

E non siate ingannati dalle mie mille “elle”–
quando un frutto si stacca dal ramo
piangerlo è solo staccarlo di nuovo.

.
Indovinello sulla coda di rondine

Valutazione del critico:

Completo dici tu questo presente:
del domani che ci dilaga incontro
ravvisi il volo, splendida nerezza
dileguarsi in multiformi passati.

Risposta del poeta:

Sempre, volgendomi avanti, io osservo
che precede in perpetuo combaciarsi:
come l’anelito se stesso insegue,
ma sempre si specchia nei nostri occhi.

Esortazione del critico:

Il non-spazio tra ricordo e speranza
dunque è un seme che intero li contiene?
Sii lucente, supera ogni censura,
ogni assurdo: da sé, “stesso” disgiungi.

Risposta del poeta:

Abbagliato, trascuri il mio lettore:
sul bianco foglio io traccio mero inchiostro,
ma lui quel senso sprigionando incanta,
e il cieco incastro fa guizzare in alto.

Nel caleidoscopio

Quel tempo in cui pensavo
di percorrere solo questa desolazione
mi rende un pugno d’immagini rovesce:

pensavo, spalancando forte
la tua porta mai chiusa
di non trovarti,
ignaro di non poterti raggiungere;

dopo rovina, deliquio e morte
ritrovarmi uomo, padre dei miei figli,
seduto alla mia tavola
sotto la fiaba di un arco arabescato:
e stretto in questo abbraccio
perdermi al suo interno,
diventando irraggiungibile;

sì, adesso riconosco
il paradosso del tuo sguardo:
è Nessun Dove:
“tu” trovare “me”

scala
che s’attorce su nella mia dispersione,
ma di cui l’ubriaco immaginare
può rovesciarsi

Geme il catenaccio dell’abbaino
s’aprirà lo sportello aperto…
non so, ancora esito a percorrere le vie dell’aria

2002

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Odisseo che scrive a Telemaco nella poesia di Brodskij è una grande poesia. Odisseo parla da Dopo il Viaggio e da Dopo la Guerra. Anche noi, caro Steven, parliamo da Dopo il Moderno e da Dopo la Grande Guerra, dopo le tre guerre mondiali che hanno sconvolto l’Europa. E adesso sono rimasti soltanto i filistei che officiano i loro riti apotropaici alle Icone del Successo e della Ricchezza. Nel 1971 il presidente americano Nixon annunciò la fine del cambio fisso del dollaro con l’oro. il Capitale Finanziario  è stato liberato dal cambio fisso con l’oro, da allora questa deità ci domina, è il nuovo Demiurgo che esercita il proprio dominio sugli uomini. Quindi noi a ragione possiamo parlare come l’Odisseo di Brodskij da Dopo il Tramonto dell’Occidente. E che altro è la tua poesia se non un pensiero poetico che medita sul Tramonto? Sulla Luce che lentamente si estingue? La tua poesia è sempre paesaggistica, è sempre en plein air, vuole chiamare il lettore dentro la luce e i suoi mille riverberi; e che cos’è questo se non il chiamare il lettore dentro il tramonto della Luce? È in questo tramontante tramontare che la tua poesia si illumina (riceve la luce) e la proietta sul lettore… Nella tua poesia gli oggetti ricevono luce dall’alto, dal basso, da destra, da sinistra, diventano visibili e, nello stesso tempo, invisibili per un eccesso di luce, un eccesso di aria trasparente, di rifrangenze. Forse sei tu il più grande poeta, oggi, che poeta en plein air, come un novello impressionista. Le tue poesie sono Icone che hanno un fondale d’oro, monocromatico, unidimensionale, che non ha altra funzione che quella di riflettere e riverberare le luci e la luce. E che cos’è l’Icona? Non è una pittura silenziosa dove la luce viene dal un Altro Luogo?, un luogo immateriale e immortale? Ovviamente, la tua poesia en plein air, si riallaccia alla antichissima poetica delle Icone bizantine, sono dei moderni fotogrammi che prendono luce da un’altra dimensione, ricchi di aria e di vuoto, pieni di vento …

L’icona rappresenta un punto di congiunzione tra la dottrina neoplatonica e la religione cristiana. Qui l’icona non è semplicemente la raffigurazione del trascendente, ma vera e propria incarnazione dell’ente supremo nella forma sensibile. Si parla allora di epifania dell’essere supremo. In questo senso la mimesis platonica raggiunge la sua massima espressione. Questo carattere epifanico della verità di Dio non spetta allora solo al Verbo, alla parola, ma anche l’immagine, simbolo della luce divina, è manifestazione di Dio; possiamo addirittura affermare che l’arte dell’icona è poesia senza parola, messa in opera della verità in immagine silenziosa: ciò che la parola dice, l’immagine lo mostra silenziosamente. È quindi sbagliato affermare che mentre nella cultura greca è la vista l’organo privilegiato per pensare il soprasensibile – basta pensare al significato delle parole fondamentali del pensiero platonico idea e eidos che rimandano a un vedere essenziale -, nella cultura cristiana il vedere diventa un ascoltare. Non a caso una delle immagini più ricorrente in tutta la tradizione cristiana è proprio quella della luce, intesa, appunto, come immediata epifania della verità: lo Spirito santo è sia Verbo che Luce. Nella visione teologica cristiana la luce è una promanazione (secondaria quindi) dello Spirito Santo. Questa metafora della luce come immediata percezione della verità non si esaurisce in una dimensione puramente religiosa, tra luce e verità c’è un filo conduttore comune, infatti, quando l’occhio percepisce gli oggetti, ciò che in realtà percepisce è la luce riflessa di essi. L’oggetto è visibile soltanto perché la luce lo rende luminoso. Quel che si vede è la luce che si unisce all’oggetto, che in un certo modo lo sposa e prende la sua forma, lo raffigura e lo rivela. È la luce che rende bello l’oggetto, permettendo a quest’ultimo di raggiungere il suo bene, la sua essenza. L’artista dell’icone è colui che mediante la vita ascetica si svuota di tutti i desideri terreni per accogliere la luce trascendente trascrivendola su tela. Infatti, l’arte contemplativa si pone al centro della cosmologia dei Padri della chiesa: la visione dei lógoi archetipi, dei pensieri di Dio sugli esseri e sulle cose, costituisce una teologia visiva, una iconosofia. Ogni cosa possiede il suo lógos, la sua parola interiore, la sua determinazione strettamente legata all’essere concreto. Questo legame è posto dal fiat(l’imperativo “sia”) divino; esso è la corrispondenza adeguata e quindi trasparente tra forma e contenuto, il suo lógos; la loro intima compenetrazione, la loro coincidenza segreta si rivela in termini di luce e costituiscono la bellezza. La bellezza della icona sta nella trascendenza e nell’immanenza divina. Quest’arte, tipicamente orientale della cristianità ortodossa, rappresenta la possibilità che il trascendente platonico possa rendersi visibile nel mondo mediante un processo ascetico di purificazione e di accoglimento del soprasensibile.

Ora, se nella cultura cristiano-orientale l’arte dell’icona rappresenta la concreta possibilità di produrre lógoi che raccordano il mondo soprasensibile col mondo sensibile, nella dimensione occidentale si produrrà una scissione del concetto di arte e quindi di ποίησις, scissione che farà emergere i nuovi caratteri dell’arte moderna: l’abitare stabilmente nel nichilismo quale dimora della nuova epoca. Odisseo è ritornato e ritrova la vecchia Penelope, il ragazzo Telemaco, trasformato in complice dei suoi assassinii, i rozzi contadini della sua isola, sterpaglie, vento…

Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
brutta, baracche, arbusti, porci e un parco
trasandato e dei sassi e una regina.

(Brodskij)

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12 risposte a “SETTE POESIE INEDITE di Steven Grieco-Rathgeb Nel caleidoscopio (2002), Cosa vedemmo dal ponte S. Trinita, Via de’ Canacci, Nido sulle onde, al padre Stretto di Magellano, 1934, Nel caleidoscopio, Indovinello sulla coda di rondine, Che canta il merlo alle 5 del mattino? – con un Commento di Giorgio Linguaglossa e una Lettera dell’Autore

  1. Iosif Brodskij

    Odisseo a Telemaco

    Telemaco mio,
    la guerra di Troia è finita.
    Chi ha vinto non ricordo.
    Probabilmente i greci: tanti morti
    fuori di casa sanno spargere
    i greci solamente. Ma la strada
    di casa è risultata troppo lunga.
    Dilatava lo spazio Poseidone
    mentre laggiù noi perdevamo il tempo.

    Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
    brutta, baracche, arbusti, porci e un parco
    trasandato e dei sassi e una regina.
    Le isole, se viaggi tanto a lungo,
    si somigliano tutte, mio Telemaco:
    si svia il cervello, contando le onde,
    lacrima l’occhio – l’orizzonte è un bruscolo -,
    la carne acquatica tura l’udito.
    Com’è finita la guerra di Troia
    io non so più e non so più la tua età.

    Cresci Telemaco. Solo gli Dei
    sanno se mai ci rivedremo ancora.
    Ma certo non sei più quel pargoletto
    davanti al quale io trattenni i buoi.
    Vivremmo insieme, senza Palamede.
    Ma forse ha fatto bene: senza me
    dai tormenti di Edipo tu sei libero,
    e sono puri i tuoi sogni, Telemaco.

    (1972, traduzione di Giovanni Buttafava)

    ОДИССЕЙ ТЕЛЕМАКУ

    Мой Tелемак,
    Tроянская война
    окончена. Кто победил – не помню.
    Должно быть, греки: столько мертвецов
    вне дома бросить могут только греки…
    И все-таки ведущая домой
    дорога оказалась слишком длинной,
    как будто Посейдон, пока мы там
    теряли время, растянул пространство.

    Мне неизвестно, где я нахожусь,
    что предо мной. Какой-то грязный остров,
    кусты, постройки, хрюканье свиней,
    заросший сад, какая-то царица,
    трава да камни… Милый Телемак,
    все острова похожи друг на друга,
    когда так долго странствуешь; и мозг
    уже сбивается, считая волны,
    глаз, засоренный горизонтом, плачет,
    и водяное мясо застит слух.
    Не помню я, чем кончилась война,
    и сколько лет тебе сейчас, не помню.

    Расти большой, мой Телемак, расти.
    Лишь боги знают, свидимся ли снова.
    Ты и сейчас уже не тот младенец,
    перед которым я сдержал быков.
    Когда б не Паламед, мы жили вместе.
    Но может быть и прав он: без меня
    ты от страстей Эдиповых избавлен,
    и сны твои, мой Телемак, безгрешны.

  2. Caro Steven,dal Ponte di Santa Trinita, anch’io ho visto “una coppia di anatre/ doppia tenebra piumata”; hai risvegliata in me la nostalgia di Firenze,più struggente del mal d’Africa:Complimenti per le splendide poesie, Anna Ventura

  3. preziosa l’introduzione – sono tornata a rileggerne una parte e lieta continuo a trovare altri spunti – approdo qui come questi “naufraghi splendenti giunti dallo squarcio fra cielo e acqua”…Grazie.

  4. Steven Grieco

    Caro Giorgio,
    è interessante che tu parli proprio di Severino in questa tua premessa alle mie poesie. Io Severino lo leggevo sul Corriere della Sera nei primi anni Settanta, e mi colpiva profondamente quel suo discorso sul nichilismo filosofico occidentale (di cui Leopardi sarebbe uno degli apici assoluti), capivo quante profonde verità Severino riusciva a dire anche solo in un articolo di giornale, (che erano comunque sempre pezzi dei suoi scritti più importanti).
    Subito dopo venni a contatto con importanti intellettuali indiani e il pensiero indiano più puro, semplice e profondo, e scoprii da dove forse Severino si era ispirato per dire una delle sue frasi più folgoranti: “l’uomo è da sempre salvo”. Questa frase non può nascere da un pensiero occidentale che è nichilista dai tempi di Parmenide, può solo nascere dal pensiero asiatico, che appunto “è da sempre salvo”; e per il quale il nichilismo (shunyata) è soltanto un buco nero che riporta ad una luce più in là… e così all’infinito.
    Ecco peraltro perché l’indiano di oggi è un essere umano positivo, ottimista e pieno di entusiasmo, non gli grava addosso nessun fardello di “certezze culturali e scientifiche” che rubano la creatività umana, la volontà di intraprendere il nuovo (anche so non dovesse portare a niente).
    Ho un amico qui a Roma, Gilberto Peverini, che vede in Severino la summa del pensiero filosofico dell’Occidente. Non trovandomi del tutto d’accordo con lui, ho voluto fargli presente che forse la filosofia pura è addirittura sfuggita di mano ai filosofi occidentali, ed è ricomparsa nel pensiero astratto e materiale, assolutamente piantato in terra eppure fortemente visionario, dei fisici e degli astrofisici, che più di tutti gli altri scienziati sembrano ormai mettere in dubbio gli stessi fondamenti su cui basiamo il nostro pensiero sull’uomo e sulla natura e quindi l’universo (realtà peraltro inscindibili).
    Da lì, è indubbio, sta nascendo un nuovo pensiero intorno alle cose, che ormai è planetario, e che è tanto strettamente legato alla fisica quanto alle intuizioni del pensiero indiano e taoista di millenni fa. Ecco perché un bravo fisico può oggi essere un occidentale, un asiatico, un africano o un latino americano. Le vecchie barriere culturali non valgono più. Questa sì che è apertura mentale! Direi che sono semmai Derrida e Morin che in modi diversi indicano questa direzione. Forse è lì che dobbiamo guardare.
    Tornando al pensiero di Severino: mentre la filosofia di stampo più tradizionale si può permettere di essere lapidare, definitiva, la poesia, soprattutto quella dei nostri tempi, deve sempre cercare, cercare. Cosa sarebbe l’arte se fornisse risposte certe, risposte lapidari alle grandi domande che l’uomo si fa: quelle grandi risposte purtroppo in breve tempo si rivelano gabbie concettuali: e cioè capiamo che le risposte erano “vere” soltanto se si ponevano le loro premesse filosofiche come anch’esse inamovibili e “vere” per sempre. Purtroppo, è proprio questo: il mondo, ma meglio dire la mente umana, è per sua natura un “caleidoscopio”, e l’arte è proprio questo che scopre e riscopre, di secolo in secolo, di millennio in millennio.
    Continuo a pensare Severino folgorante, e anche illuminante per certi aspetti: quasi una rivelazione religiosa, e proprio qui sta il suo fascino, ma anche e soprattutto la sua debolezza.
    Comunque tu, Giorgio, hai saputo in poche righe delineare l’indubbia grandezza di questo filosofo, e devo dire che sono profondamente colpito dalla tua capacità di sintesi.

  5. caro Steven

    Per Severino tutta la storia dell’Occidente è la storia del nichilismo, inteso come l’identificazione dell’essere col nulla. Il pensiero occidentale, prima che raggiunga la sua piena trasparenza nel pensiero di Leopardi, non affermerà mai direttamente l’identificazione dell’essere con il suo opposto, eppure questa identificazione scorre sotterraneamente lungo tutta la storia dell’Occidente. Concetti quali divenire, nichilismo, tecnica, poíesis, volontà di potenza, hýbris, arte, poesia, sono l’inconscia espressione di questa folle identità.

    La storia dell’Occidente è la storia dell’inoltrarsi del pensiero lungo il sentiero della notte, indicato per la prima volta da Parmenide, e che egli stesso mostrava come impossibile ed impraticabile. Eppure, è proprio questo sentiero della notte l’unico sentiero che l’Occidente ha percorso.

    Il culmine di questo sentiero è la nostra epoca, quella che vede nella tecnica la nuova matrice dell’esistenza dell’uomo. Se in tutta la storia dell’Occidente il divenire annientante delle cose è stato sempre contrapposto all’epistéme dell’essere eterno e trascendente, che come tale sta al di là del divenire, con il compimento della storia dell’Occidente, l’eterno deve inesorabilmente tramontare, in quanto rende impossibile l’evidenza del divenire nichilistico, quell’evidenza che è già presente quando l’Occidente fonda l’epistéme dell’eterno, ma, appunto, in lotta con quest’ultimo. La storia dell’Occidente è dunque la storia della dialettica tra l’eterno e il divenire, dialettica che, però, deve tramontare, perché il divenire sia l’unica verità. La tecnica compie questo tramonto, perché aderisce completamente alla tendenza annientante del divenire nichilistico, è esso stesso divenire. La sua struttura è ipotetica in quanto tale, ed è solo per questa sua capacità di non radicarsi su un fondamento stabile, che permette alla tecnica di dominare tutto l’essente. Sciolto da qualsiasi legame la tecnica diventa la struttura che più si può adattare ai continui mutamenti del divenire, di quel divenire che per tutta la storia dell’Occidente rimane l’evidenza assoluta della realtà. Ma perché la tecnica diventi l’espressione più coerente del divenire, gli immutabili della metafisica debbono tramontare, Dio stesso deve morire.

    Questa continua ed inesorabile purificazione del divenire dall’eterno trascendente la troviamo compiutamente espressa nella storia del concetto della poíesis, quale fondamento stesso dell’arte. La poíesis indica il produrre in quanto tale, il portare fuori qualcosa nell’apparire. All’inizio della storia dell’Occidente la poíesis è possibile solo perché si fonda su un sapere mimetico, che ha il suo fondamento nella verità immutabile dell’essere, come le idee platoniche. Lungo la storia dell’Occidente la poíesis ha dunque un referente ultimo che è la verità immutabile, ma questa verità deve al termine di questo sentiero tramontare. Ma con questo tramonto la poíesis, perdendo il suo referente ultimo, deve aderire esclusivamente al divenire nichilistico, diventare essa stessa divenire nichilistico “senza perché” e senza una meta ultima. Ed è solo per questa sua completa aderenza al divenire nichilistico che si è reso possibile qualcosa come l’arte contemporanea, che appunto ha sgretolato i principi millenari dell’arte. L’hegeliana «morte dell’arte» può essere intesa come lo scioglimento del produrre artistico dal referente eterno ed immutabile su cui tale produrre si era sempre fondato.

    La grandezza dell’arte sta nella sua capacità di cogliere la tendenza fondamentale delle epoche e di mostrarla nella sua opera. Al di là di qualsiasi riduzione dell’arte a qualcosa di meramente ludico e frivolo, essa è uno degli occhi privilegianti dove l’essenziale viene colto e mostrato. In particolare, Severino mostra come l’opera poetica di Eschilo e Leopardi non si riduce ad opera prettamente letteraria, ma in essa si esprime la profondità di tutto il pensiero occidentale, dal suo inizio fino al suo compimento. L’opera di Eschilo e Leopardi è opera eminentemente pensante, il suo essere poetante è un tutt’uno col suo essere pensante.

    La poesia può inoltrarsi attraverso il sentiero della Notte nelle profonde radici dell’essere, essa può ciò che gli dèi le concedono, anzi, propriamente, essa è nelle mani di una dea, la Musa, che presiede alla sua identità e al suo canto… ma bisogna pensare, proprio come fai tu nella tua poesia, la profondità di questa identificazione tra essere e niente, il nichilismo della nostra epoca…

  6. Steven Grieco

    Un commento velocissimo, che vorrei integrare più tardi…
    La tua mirabile risposta ripercorre questo cammino dell’Occidente, ne evoca l’incredibile grandezza, e vien fatto di chiedersi, come ho fatto così tante volte prima: è possibile che una visione così nera dell’eternità (mi sia concesso) abbia portato a frutti così incredibili, come quelli che l’Occidente ha saputo maturare? Davvero viene da pensare che l’uomo sarà sempre incapace di afferrare, non il mondo, non altro, ma la sua stessa complessità… lo specchio lo tradirà sempre. Ecco la nostra condizione.
    Lunga vita comunque al bellissimo pensiero di Severino!

  7. Lucia Gaddo Zanovello

    Ancora una volta la poesia pensiero di Steven Grieco sa davvero toccarmi il cuore e poi mi suggerisce riflessioni da ‘massimi sistemi’, tipo questa: probabilmente l’essere compare nella realtà temporale allo scopo di alterare e di lasciarsi alterare dall’altro, in reciprocità. Auspicabilmente nel bene, ma il termine ‘alterare’ è ahimé riferibile pure al male.
    Forse venire qui, è questo l’unico modo perché l’eterno muti.
    Me lo dicono l’amore per le creature e il ricordo che esse tutte mi lasciano indelebile delle loro singolari, irripetibili, amabilissime, peculiarità.
    Quel transitorio permanere davanti allo specchio dell’impermanenza, in facoltà di mutamento di sé e degli altri, è per me l’unica ragione dell’essere e restare al mondo.
    Tra i versi riportati in questo post che mi hanno più profondamente coinvolta, vorrei ricordare quelli di “Cosa vedemmo dal ponte…” in cui sono stata illuminata da ‘una coppia di anatre/ naufraghi splendenti giunti dallo squarcio fra cielo e acqua,/ da un’icona che narra il suo Nulla// E loro, rivolte ai nostri sguardi,/ erano della lucentezza che scavalca i secoli’.
    Tutta l’ultima strofa di “Via de’ Canacci” mi restituisce il fascino di una situazione liricamente descritta, pur restando bene aderente alla realtà: ‘Ma quando infine chiudono i locali,/ e tacciono i tubi di scolo,/ e prende sonno anche l’aria,/ la via/ mille volte violata/ s’acquieta;/ nel silenzio senza respiro/ torna a fendere la sua anima tenebrosa/ il canto di un ebbro d’amore,/ già avviato/ oltre il ciglio dell’aurora’.
    “Nido sulle onde” è la mia poesia preferita, per la suggestione del titolo, che mi fa pensare alla precarietà di molti nuclei familiari, per la simbologia della melagrana, qui singolarmente collocata sulla battigia; in particolare mi ritrovo dove leggo: “eppure seduti di sbieco l’uno all’altro./ Anche se le loro vite s’incrociano,/ non vi è incrocio di sguardi’ e ancora: ‘irrompe l’odio a squarciagola,/ inaudite le fiamme/ divorano il proprio splendore’. Più avanti, questi versi rafforzano quanto osservato del titolo: ‘Di questo castello, fatto, rifatto,/ restano solo rovine e rovine.// Assaporando il fiele in ogni cibo,/ scesi nelle profonde segrete/ dove mi apparve il Vuoto, altissima/ trave che precipita sul mondo’.
    In “Stretto di Magellano, 1934” mi riconosco pienamente in questi versi: ‘saltano gli ultimi pesci/ miraggio dell’abbondanza,/ spumeggiano le onde sbraitando/ sprofondano tumultuose/ nel cielo capovolto’.
    Complimenti all’Autore e ai preziosi commenti di G. Linguaglossa, non in ultimo per la dotta e sapiente descrizione del caleidoscopio e delle complesse suggestioni legate alla magia di questo oggetto.

  8. Steven Grieco

    Cara Lucia,
    grazie degli illuminati pensieri che mette all’inizio del suo commento. Capisco che lei ha a lungo riflettuto sulle cose, sul nostro essere in questo mondo. E parla con delicatezza, senza spingere. Ho visto delle sue poesie su internet, mi sono piaciute molto.
    La complessità del progetto “Nel caleidoscopio” è tale, che ho sempre pensato che non avrei dovuto mai iniziare. Non poche sono le poesie (una, per esempio, su mia figlia) che sono rimaste in gestazione per 10-15 anni, prima che mi sentissi in grado di scriverle. Nella raccolta (33 composizioni in tutto) c’è, per esempio, “Città degli dei” che parla del valore permanente del sanscrito – alfabeto prima ancora che lingua! – perché in grado di esprimere o meglio suggerire profondità della psiche del tutto inesplorate altrove. A iniziare dalla parola “io” – la parola che subito colpisce ogni essere umano direttamente nel petto – अहम aham, che in realtà è l’incontro della prima e dell’ultima lettera dell’alfabeto devanagari, come a significare che l’uomo è la summa di questo mondo da lui pensato, immaginato, studiato e vissuto, ed è bene che lo sappia, che se ne accorga quanto prima.
    La complessità non si costruisce con il pensiero intellettuale, mi sembra invece che nasca dall’estrema semplicità delle cose. La foglia sull’albero che gioca con la luce è niente, ma matematicamente o fisicamente parlando quei giochi sono inquantificabili. Così anche il tempo meteorologico: una semplice nuvola che passa nel cielo esprime una potenza inaudita, ma difficilmente noi ce ne accorgeremo.
    E proprio questo il bello: quasi tutto quello che succede in questo mondo, dentro e fuori di noi, avviene a nostra totale insaputa.
    Il poeta, la poetessa, però, sì, loro spesso se ne accorgono. E trasaliscono, e vorrebbero comunicare agli altri il mistero profondo delle cose che ci circonda sempre, giorno e notte, da ogni lato, senza né declinarlo filosoficamente, né scientificamente, né religiosamente. Ma semplicemente con la visione che appartiene alla poesia.

    • Lucia Gaddo Zanovello

      Caro Steven, grazie davvero a lei per le sue parole.
      Confermo la possibilità che alcuni particolari testi debbano avere necessariamente gestazioni lunghissime. Specialmente se trattano tematiche cruciali o di un evento ‘nodale’ come può essere quello di avere un figlio, circostanza che cambia la vita per sempre, perlomeno in chi avverte la responsabilità di questo dono. E quanto i figli talora sappiano farsi duri maestri ai loro genitori, contribuendo a svelare, nel senso proprio di togliere il velo (a volte con gran pena e tribolazione) all’‘io’ riposto di ciascuno, solo chi è padre o madre lo sa.
      Sono pienamente d’accordo con quanto dice circa i concetti di complessità e di semplicità e riuscire a carpire qualcosa del quasi tutto che “avviene a nostra totale insaputa”, può diventare l’esito miracoloso del ‘pescato’ quotidiano dell’anima nostra dalle profondità ‘oceaniche’ dello spirito del mondo.

  9. antonio sagredo

    caro Steven, ho sempre trattato in versi sia l’occidente (che mi ricorre una decina di volte) e l’oriente (una cinquantina); riporto alcuni esempi:

    —————————————–
    A oriente, in direzione obliqua, una massa
    d’uomini ogni tanto fa rivolte:
    una libertà strana, vera che sussulta
    poi si calma e pare morta.

    1970

    ——————————-
    X variante

    L’oriente scivolava sulla pagina
    e dileguava ripreso dalla rotazione,
    come figura di un testo geologico
    tu stesso scatenando l’occidente.
    1981

    —————–
    Prove mostruose
    (8)
    La gorgiera di un delirio mi mostrò la Via del Calvario Antico
    e a un crocicchio la calura atterrò i miei pensieri che dall’Oriente
    devastato in cenere il faro d’Alessandria fu accecato…
    Kavafis hanno decapitato dei tuoi sogni le notti egiziane!
    Hanno ceduto il passo ai barbari i fedeli inquinando l’Occidente
    e il grecoro s’è stonato sui gradini degli anfiteatri…

    luglio 2015
    ———————————————

  10. Odisseo che scrive a Telemaco nella poesia di Brodskij è una grande poesia. Odisseo parla da Dopo il Viaggio e da Dopo la Guerra. Anche noi, caro Steven, parliamo da Dopo il Moderno e da Dopo la Grande Guerra, dopo le tre guerre mondiali che hanno sconvolto l’Europa. E adesso sono rimasti soltanto i filistei che officiano i loro riti apotropaici alle Icone del Successo e della Ricchezza. Il Capitale Finanziario, liberato dal cambio fisso con l’oro, ci domina, è il nuovo Dio che esercita il proprio dominio sugli uomini. Quindi noi a ragione possiamo parlare come l’Odisseo di Brodskij da Dopo il Tramonto dell’Occidente. E che altro è la tua poesia se non un pensiero poetico che medita sul Tramonto? Sulla Luce che lentamente si estingue? La tua poesia è sempre paesaggistica, è sempre en plein air, vuole chiamare il lettore dentro la luce e i suoi mille riverberi; e che cos’è questo se non il chiamare il lettore dentro il tramonto della Luce? È in questo tramontante tramontare che la tua poesia si illumina (riceve la luce) e la proietta sul lettore… Nella tua poesia gli oggetti ricevono luce dall’alto, dal basso, da destra, da sinistra, diventano visibili e, nello stesso tempo, invisibili per un eccesso di luce, un eccesso di aria trasparente, di rifrangenze. Forse sei tu il più grande poeta, oggi, che poeta en plein air, come un novello impressionista. Le tue poesie sono Icone che hanno un fondale d’oro, monocromatico, unidimensionale, che non ha altra funzione che quella di riflettere e riverberare le luci e la luce. E che cos’è l’Icona? Non è una pittura silenziosa dove la luce viene dal un Altro Luogo?, un luogo immateriale e immortale? Ovviamente, la tua poesia en plein air, si riallaccia alla antichissima poetica delle Icone bizantine, sono dei moderni fotogrammi che prendono luce da un’altra dimensione, ricchi di aria e di vuoto, pieni di vento …

    L’icona rappresenta un punto di congiunzione tra la dottrina neoplatonica e la religione cristiana. Qui l’icona non è semplicemente la raffigurazione del trascendente, ma vera e propria incarnazione dell’ente supremo nella forma sensibile. Si parla allora di epifania dell’essere supremo. In questo senso la mimesis platonica raggiunge la sua massima espressione. Questo carattere epifanico della verità di Dio non spetta allora solo al Verbo, alla parola, ma anche l’immagine, simbolo della luce divina, è manifestazione di Dio; possiamo addirittura affermare che l’arte dell’icona è poesia senza parola, messa in opera della verità in immagine silenziosa: ciò che la parola dice, l’immagine lo mostra silenziosamente. È quindi sbagliato affermare che mentre nella cultura greca è la vista l’organo privilegiato per pensare il soprasensibile – basta pensare al significato delle parole fondamentali del pensiero platonico idea e eidos che rimandano a un vedere essenziale -, nella cultura cristiana il vedere diventa un ascoltare. Non a caso una delle immagini più ricorrente in tutta la tradizione cristiana è proprio quella della luce, intesa, appunto, come immediata epifania della verità: lo Spirito santo è sia Verbo che Luce. Nella visione teologica cristiana la luce è una promanazione (secondaria quindi) dello Spirito Santo. Questa metafora della luce come immediata percezione della verità non si esaurisce in una dimensione puramente religiosa, tra luce e verità c’è un filo conduttore comune, infatti, quando l’occhio percepisce gli oggetti, ciò che in realtà percepisce è la luce riflessa di essi. L’oggetto è visibile soltanto perché la luce lo rende luminoso. Quel che si vede è la luce che si unisce all’oggetto, che in un certo modo lo sposa e prende la sua forma, lo raffigura e lo rivela. È la luce che rende bello l’oggetto, permettendo a quest’ultimo di raggiungere il suo bene, la sua essenza. L’artista dell’icone è colui che mediante la vita ascetica si svuota di tutti i desideri terreni per accogliere la luce trascendente trascrivendola su tela. Infatti, l’arte contemplativa si pone al centro della cosmologia dei Padri della chiesa: la visione dei lógoi archetipi, dei pensieri di Dio sugli esseri e sulle cose, costituisce una teologia visiva, una iconosofia. Ogni cosa possiede il suo lógos, la sua parola interiore, la sua determinazione strettamente legata all’essere concreto. Questo legame è posto dal fiat (l’imperativo “sia”) divino; esso è la corrispondenza adeguata e quindi trasparente tra forma e contenuto, il suo lógos; la loro intima compenetrazione, la loro coincidenza segreta si rivela in termini di luce e costituiscono la bellezza. La bellezza della icona sta nella trascendenza e nell’immanenza divina. Quest’arte, tipicamente orientale della cristianità ortodossa, rappresenta la possibilità che il trascendente platonico possa rendersi visibile nel mondo mediante un processo ascetico di purificazione e di accoglimento del soprasensibile.

    Ora, se nella cultura cristiano-orientale l’arte dell’icona rappresenta la concreta possibilità di produrre lógoi che raccordano il mondo soprasensibile col mondo sensibile, nella dimensione occidentale si produrrà una scissione del concetto di arte e quindi di ποίησις, scissione che farà emergere i nuovi caratteri dell’arte moderna: l’abitare stabilmente nel nichilismo quale dimora della nuova epoca. Odisseo è ritornato e ritrova la vecchia Penelope, il ragazzo Telemaco, trasformato in complice dei suoi assassinii, i rozzi contadini della sua isola, sterpaglie, vento…

    Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
    brutta, baracche, arbusti, porci e un parco
    trasandato e dei sassi e una regina.

    (Brodskij)

  11. Non posso dare un commento in velocità, come talvolta sbagliando mi accade. Sono poesie che dovrei studiare, entrare nelle pause degli a capo, sondare questa manifesta leggerezza, che non mi dispiace ma che pare manierata. Mi par di riconoscere le molte parti vissute che il linguaggio riconduce a poesia, in questo accadimento che non le muterà. E’ fedeltà al reale che rassicura. Poi ovviamente mistico ed esistenziale, in senso ampio. Ma il suo passo, come si dice dei bodhisattva, è indietro. Quindi niente di strano quindi se esita a “percorrere le vie dell’aria”.
    E’ un bene che sia ancora tra di noi.

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