CRISI DELL’AVVENIRE,  DELL’ORIENTAMENTO E CRISI DI VALORIZZAZIONE COME CRISI DEL CAPITALISMO INGANNEVOLE DOPO LA CADUTA DEI “GRANDI RACCONTI” di Yves Citton (Parte I)

San Remo 2009 Bonolis in danza

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Zazirocratie La crisi dell’avvenire di Yves Citton

da http://www.doppiozero.com

Alla nostra epoca è riuscito l’exploit di parlare ininterrottamente della «crisi» senza riuscire in alcun modo ad affrontare i problemi alquanto reali che nutrono questa ipertrofia di discorsi di crisi. Di fronte a un’inflazione così accecante, la cosa migliore è forse di cominciare a porre alcune tesi dall’apparenza dogmatica, che avranno perlomeno il merito di fare un po’ di piazza pulita (e forse di suscitare qualche discussione). Ciò che quotidianamente intendiamo e diciamo sulla «crisi» è illusorio almeno per tre ragioni:

1° I nostri discorsi attuali di crisi implicano una struttura narrativa ingannevole, per il fatto che ci incoraggiano a credere che tutto andava bene, che siamo in un brutto momento, e che andrà meglio quando ne saremo usciti. Non andrà affatto meglio se si aspetta semplicemente che passi o se si spera di poter continuare come prima: bisogna cambiare radicalmente di direzione.

2° I nostri discorsi «sulla» crisi ci impediscono di parlare di ciò che è veramente in crisi: «la» crisi di cui più spesso si parla è una crisi economica (o di budget, o monetaria, o finanziaria), come il capitalismo ne ha conosciuto a decine – ne vive, anzi. Finché si parla «della» crisi (sottinteso: economica), ci si acceca rispetto a quello che è il vero problema della nostra epoca: l’insostenibilità socio-ecologica del nostro modo di sviluppo capitalista (produttivista-consumista) – un’insostenibilità che si sovrappone in almeno cinque strati diversi (ambientale, sociale, geopolitico, psichico, mediatico) che vengono schiacciati quando si parla della «crisi» al singolare. È l’avvenire stesso ad essere in crisi profonda (ecologica) sotto le false crisi (economiche) del presente.

3° I nostri discorsi sulla crisi ci collocano sotto un regime di attenzione dell’allarme immediato (sebbene incessante), che ci impedisce di prendere in esame i veri problemi, che sono invece di lungo termine. Viviamo ormai da mezzo secolo sotto uno stabile regime di dominio che mobilita l’urgenza di false crisi per soffocare il bisogno di riorientamento a lungo termine delle nostre priorità e dei nostri modi di valorizzazione. Ora, questo riorientamento ha bisogno di una temporalità altra, più ragionata, più distante e più progressiva – più «contemplativa» – di quella dell’urgenza immediata nella quale ci imprigiona «la crisi». Anche qui il vero problema si situa nella temporalità dell’etico e dell’ecologico, e non nella temporalità dei fenomeni monetari, di budget, finanziari o economici.
Di fronte agli effetti catastrofici dei discorsi che parlano di crisi, sarebbe quasi meglio bandire questa parola dal nostro vocabolario. Ma questa soluzione è difficilmente applicabile, come ci balza agli occhi ogni istante. Non ci si può accontentare di ignorare i discorsi correnti sulla crisi: si deve parlare contro di essi.

Naike Rivelli si Difende Io Rifatta Il Seno  Sì Per Salvarmi La Vita

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Crisi dell’avvenire

Parlare di crisi dell’avvenire costituisce allora un promettente compromesso, poiché questo sposta la temporalità e la narratività implicite negli usi correnti della «crisi». La crisi viene ovunque vissuta e detta attorno a noi nel modo del tempo presente: «siamo in crisi e dobbiamo uscirne al più presto!». Spostare la crisi verso l’avvenire aiuta a fare apparire il più lungo termine che viene invece occultato dal nostro presentismo miope. Rasta da precisare cosa chiamiamo con «crisi dell’avvenire», che si può intendere in almeno quattro diverse maniere.

1° La vera crisi va situata nell’avvenire e non nel presente. Non si tratta di nascondere ne numerose situazioni presenti (in Grecia, in Spagna, in Italia e in Francia, per non parlare della Siria, dell’Egitto o della Costa d’Avorio) che causano pesanti sofferenze sociali, ma anche se uscissimo dalla «crisi» (economica) attuale, sarebbe solo per precipitare rapidamente verso crisi ecologiche ben maggiori e globali (climatica, nucleare, genetica), delle quali ora ci limitiamo a spingere ciecamente più in là la scadenza. La crisi dell’avvenire da questo punto di vista consiste nel nostro odierno affannarci a nascondere sotto il tappeto altre crisi destinate a esploderci in faccia quando sarà troppo tardi.

2° La crisi dell’avvenire è quella dei nostri rapporti con le generazioni future. I miei contemporanei cinquantenni possono sperare che il tappeto resterà al suo posto per i trent’anni che ci restano da vivere. L’individualismo forsennato che si è instaurato dopo tre secoli di potenza crescente del liberalismo, ci lascia sguarniti di fronte alle nostre responsabilità intergenerazionali. Devo qualcosa agli umani del 2300? Se sì, cosa esattamente? I nostri sistemi di pensiero e di credenza ci lasciano drammaticamente impreparati di fronte a questi problemi, che sono tuttavia all’ordine del giorno dal momenti che costruiamo centrali nucleari, molte delle quali è assolutamente certo che conosceranno diversi incidenti che devasteranno migliaia di chilometri quadrati, qui e là nel corso dei secoli a venire. Si parla spesso – a proposito del debito pubblico degli Stati – di lotte intergenerazionali che avrebbero sostituito la lotta di classe. È un modo sbagliato di porre il problema, perché si resta vittime di un quadro di pensiero individualista (io oggi, di fronte ad altri io che nasceranno tra 500 o 5000 anni). Il problema deve essere inquadrato in modo nuovo in una concezione transindividuale di ciò che è comune, concepito come ciò che nutre tanto la mia vita attuale quanto quella delle generazioni a venire.

 kate-moss-mert-marcus-playboy-60th-anniversary-09

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3° La crisi dell’avvenire appare allora come quella della stessa categoria di «avvenire». Al seguito di François Hartog, si sente dire spesso che la nostra epoca soffre di «presentismo», incapace com’è di proiettarsi nell’avvenire. Da momento che i grandi progetti di emancipazione, i «grandi racconti» di Jean-François Lyotard, i grandi programmi ideologici (anarchici, marxisti) ci avrebbero «delusi/e», saremmo ormai incapaci di credere in un avvenire migliore. E questo perché tutto andrebbe sempre più veloce attorno (ma anche attraverso e dentro di noi), come ha descritto in modo impressionante Hartmut Rosa nel suo bel libro sull’Accelerazione (Accélération. Une critique sociale du temps, La Découverte, coll. «Théorie critique», 2010, p. 474).

Le industrie valutano le loro prospettive di profitto in una prospettiva che non va oltre i tre mesi, mentre lo Stato finanzia la ricerca scientifica mediante montaggi effimeri, che durano al massimo quattro anni secondo i meccanismi dell’ANR (Agenzia Nazionale della Ricerca), invece della scala decennale che permetteva il CNRS (Centro Nazionale della Ricerca Scientifica). Attraverso l’ingiustizia irresponsabile che fa pagare a centinaia di generazioni future gli incidenti che succederanno necessariamente a causa dei 40 anni di vita delle nostre centrali nucleari, è la nostra incapacità mentale collettiva a proiettare la nostra umanità nel futuro che sarebbe in crisi profonda.
4° Al cuore di questa incapacità, si può intravedere un’ultima maniera, più interessante, di capire ciò che fa problema nel nostro rapporto al futuro: la crisi dell’avvenire ha a che fare con la nostra difficoltà a pensare il fatto stesso che qualcosa possa essere «a venire». L’avvenire non è solo il cielo che ci sta per cadere sulla testo o l’albero che spunterà se piantiamo un seme. È anche ciò che saremo capaci (o meno) di fare avvenire attivamente, a partire da ciò che ci verrà dato come risorse e come condizioni di vita. I filosofi in questo caso parlano – con Bergson, Souriau e Deleuze – di virtuale per designare ciò che è possibile far avvenire nel futuro. Il virtuale è già qui, nel presente, possiamo anche vederlo, non tanto come presenza materiale già attualizzata, ma in quanto le sue condizioni di realizzazione sono quasi tutte radunate, e noi possiamo immaginare a cosa assomiglierebbe se avvenisse all’essere.

San Remo 2009 la pornostar Laura Perego ha fatto irruzione sul palco in perizoma e bodypainting

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Crisi del virtuale e deficit di attenzione

Dietro la nostra incoscienza e la nostra irresponsabilità ecologica, dietro il nostro individualismo forsennato, dietro il nostro presentismo disilluso, ciò che fa sì che l’avvenire è in crisi, è quindi la nostra difficoltà a immaginare il virtuale con forza bastante a permetterci di farlo avvenire. Questa può a sua volta essere analizzata in tre problemi legati a vicenda, ma che è nondimeno utile distinguere.
La crisi del virtuale dipende innanzitutto da un problema di visione. Tutto accade come se non sapessimo vedere ciò che abbiamo sotto gli occhi – ciò che viene e a giusto titolo chiamato «il dato». Noi siamo ubriachi di dati – raccolti da sondaggisti di ogni risma, esaminati dagli statistici, distillati dall’alchimia degli economisti, in modo da produrre il grande fatticcio (faitiche) che fa da bussola alla nostra epoca disorientata: il magico tasso di crescita del PIL. Primo modo di porre il problema del virtuale: non facciamo che guardare ciò che è dato a vedere ai nostri occhi, senza sapere immaginare ciò che potrebbe essere differente, se noi sapessimo farlo avvenire. Come lamentava Gilles Deleuze, è necessario essere visionari per poter credere al presente – e queste due difficoltà si erodono a vicenda tra noi.

2° La crisi del virtuale dipende altrettanto da un problema di attenzione. Non solo non sappiamo immaginare ciò che non ci viene dato a vedere, ma non sappiamo nemmeno guardare bene quello che abbiamo sotto gli occhi. L’accelerazione prima evocata fa sì che soffriamo tutti – e non solo i bambini imbottiti di Ritalin – di enormi e molteplici deficit di attenzione. I segni, gli indizi, le tracce, i sintomi: tutto è dato nel mondo che ci circonda. Nessun bisogno di diventare visionari – che sarebbe un po’ pretenzioso e anche abbastanza ridicolo – per prendersi cura dell’avvenire: basterebbe saper guardare, fare attenzione e vedere quel che c’è da vedere. Il virtuale è già inscritto, in forma di abbozzo, nei lineamenti del dato attuale; le sue linee di forza in divenire balzano agli occhi a chi è in grado di farvi attenzione.
«Fare attenzione»: l’espressione è bella e suggestiva. Non basta aprire gli occhi e farsi impressionare passivamente da ciò che si darebbe a vedere da sé. Bisogna fare attivamente attenzione – nei sensi forti e plurali ben condensati dal termine inglese care, in cui l’attenzione partecipa di una sollecitudine che si articola a un dovere di cura e all’ossessione di una preoccupazione. Per risolvere questo deficit di attenzione non basta tuttavia né consumare Ritalin né spronarsi a vicenda a essere più attenti, premurosi, compassionevoli, generosi o solidali – secondo un moralismo benintenzionato ma di dubbia efficacia. Il problema della nostra parallela insufficienza a immaginare il possibile e a renderci attenti al dato va situato a un altro livello, molto più realista e materialista delle buone intenzioni moraliste:

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3° La crisi del virtuale dipende per prima cosa da un problema di dispositivi mediatici. Il nostro sguardo, la nostra immaginazione, le nostre visioni, la nostra attenzione non sono affatto delle realtà naturali e individuali che sarebbero radicate in noi stessi. Noi vediamo ciò che i dispositivi mediatici ci portano a vedere – la nozione di media va qui intesa nel più ampio senso possibile, che include tutte le mediazioni come gli occhiali, i microscopi e i telescopi che hanno riconfigurato la civiltà europea a partire da XVIII secolo, così come i quadri, le statue, le fotografie, i film, le serie televisive e gli schermi dei computer che ci danno a vedere (e sentire) il mondo più lontano della punta del nostro naso, senza dimenticare gli schemi percettivi (stereotipi, cliché, pattern, Gestalt) che questi dispositivi hanno con il tempo inscritto in noi. Una grandissima parte di ciò che vediamo e sentiamo passa oggi per apparecchi, circuiti, reti che costituiscono ciò che chiamiamo media.

 Se, al cuore delle molteplici e incessanti crisi odierne, si deve riconoscere una crisi più generale dell’avvenire che emana dalla nostra difficoltà a individuare e a fare avvenire il virtuale, allora questa crisi dell’avvenire deve essere concepita come una crisi dei dispositivi mediatici che strutturano il nostro (modo di percepire il) mondo.

vita difficile-1961-risi-

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Una crisi di programmazione

 È molto difficile parlare di media in generale, tanto essi variano di scala, supporto, meccanismi e modi di ricezione diversi e variegati – e soprattutto tanto complesse sono le disposizioni che vengono a comporre collegandosi l’uno all’altro. Impossibile aggirarli, dal momento che sono loro a stare dappertutto attorno a noi, e anche in noi. È quindi una buona igiene di metodo affidarsi a una guida, a una cordata, a un paracadute, a un saggio o un anziano quando ci si avventura a esplorarli.

Io prenderò come guida fino alla fine della mia riflessione un teorico di origine ceca, che ha vissuto gran parte della sua vita in Brasile, prima di tornare in Europa per passare i suoi ultimi anni in Francia – Vilém Flusser (1920-1991). Tra il 1970 e il 1991, egli ha pubblicato una serie di articoli straordinariamente «visionari» che hanno posto con una chiarezza e un acume ammivevoli i problemi su cui sempre inciampiamo oggi quando tentiamo di capire gli imballamenti e i blocchi indotti dai dispositivi mediatici. Mi baserò in particolare su una raccolta di articoli raggruppati sotto il titolo La civilisation des médias (Belval, Circé, 2006) per enunciare un certo numero di proposizioni in grado di aiutarci a orientarci nell’infrastruttura mediatica che condiziona la crisi dell’avvenire.
Flusser torna spesso, negli anni 1970, su una crisi fondamentale che la nostra epoca starebbe vivendo, che egli evoca tra virgolette come una «crisi dei valori», «crisi della fede», «crisi dell’Occidente», e che ci aiuta a caratterizzare come una crisi di programmazione, che comporta un deficit di presenza al mondo:

«[Noi viviamo] una crisi in cui le nostre memorie si dissolvono, perché è esaurito il loro programma e perché esse non sono programmate per accogliere informazioni cifrate da nuovi codici: in breve, perché non siamo programmati in modo corretto per le informazioni che ci circondano, per il nostro mondo codificato. Questo, a sua volta, significa che propriamente non esistiamo già più. […] e che esistiamo sempre meno. […] Siamo irretiti nelle categorie per le quali siamo stati programmati, anche se ad esse non crediamo più. Pur se con sentimenti contrastanti possiamo osservare, tuttavia, il modo in cui le generazioni più giovani, non più completamente alfabetizzate, si apprestano a conquistare questo nuovo territorio, passando dalla storia alla post-storia.» (26-27, 1978)

La classe operaia va in paradiso Gian Maria Volontè Salvo Randone

La classe operaia va in paradiso Gian Maria Volontè Salvo Randone

Questa crisi di programmazione, Flusser la attribuisce più precisamente a un’evoluzione nel tipo di oggetti mediatici che circolano tra di noi. Egli oppone così un periodo «storico», nel corso del quale la comunicazione sarebbe stata dominata dai messaggi alfabetici, composti da lettere disposte in catene lineari unidimensionali per formare frasi articolate da una certa «logica», al nostro periodo «post-storico» che vedrebbe la crescita sempre più potente di comunicazioni basate sulle tecnoimmagini (fotografie, film, trasmissioni televisive, siti internet). Le nostre generazioni transizionali sono state programmate per funzionare secondo il regime dei discorsi alfabetici, che rispettano un certo logos, una certa ratio che si sforza di articolare concetti con concetti, mentre ormai ci troviamo immersi in un universo mediatico retto da una dinamica molto differente, che è quella delle tecnoimmagini:

«E’ questo ciò che intendiamo con “crisi dei valori”: il fatto che stiamo fuoriuscendo dal mondo lineare delle spiegazioni, per inoltrarci nel mondo tecnoimmaginario dei “modelli”. Ciò che vi è qui di rivoluzionario non è che le tecnoimmagini si muovano, siano “audiovisive”, siano irradiate con luce catodica ecc., ma il fatto che sono un “modello”, cioè che significano concetti. Giacché un programma televisivo non è la scena di uno stato di cose, ma un “modello”, ovvero l’immagine del concetto di una scena. C’è “crisi”, perché l’oltrepassare i testi invalida i vecchi programmi, come, per esempio, la politica, la filosofia, la scienza, senza che siano sostituiti da nuovi programmi.» (12, 1978)

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7 commenti

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7 risposte a “CRISI DELL’AVVENIRE,  DELL’ORIENTAMENTO E CRISI DI VALORIZZAZIONE COME CRISI DEL CAPITALISMO INGANNEVOLE DOPO LA CADUTA DEI “GRANDI RACCONTI” di Yves Citton (Parte I)

  1. Ho sentito dire da un autore Mondadori che va di moda qui a Roma che la posizione del poeta è questa: di non vivere la crisi dell’Avvenire né di quella del Presente, perché la poesia già da Omero in giù è sempre stata in crisi.
    Lascio ai lettori del blog di trarre le dovute conclusioni davanti a una tale rozza semplificazione dei problemi posti dalla crisi.

    Storicamente, l’immediatezza sensibile della lirica dell’epoca classica della filosofia tedesca fa sì che in essa l’oggetto sia immediatamente prensile, sia a disposizione del lettore in quanto riconosciuto. Nell’età classica della lirica («Agli dei di Hölderlin e al cielo stellato di Kant»), in Hölderlin e in Leopardi, c’è ancora corrispondenza tra soggetto e oggetto, c’è una esperienza che richiede di essere tradotta in poesia, e la forma-poesia assume una configurazione riflessa e conclusa in se stessa tra un soggetto in posizione desiderante e un oggetto in stato desiderato.

    Oggi, le cose della lirica nell’età post-lirica, stanno in modo ben diverso. L’epoca della stagnazione spirituale si preannuncia senza squilli di tromba o clangori di ottone: non c’è più una corrispondenza tra il soggetto e l’oggetto, non c’è più una esperienza significativa, non c’è più alcuna riconoscibilità tra il lettore e l’esperienza significativa descritta nella poesia. Il lettore è abbandonato a se stesso tamquam l’autore.

    In un poeta come Wallace Stevens questo processo è già molto visibile: la poesia si avvia a diventare quel clicchete clacchete di cui parlava il poeta statunitense, la poesia resta senza alcun destinatario. Così, anche nei suoi momenti di maggiore gaiezza, come nella poesia di Stevens, la poesia attecchisce al «lutto» di una perdita. Così è anche nella poesia di un Roberto Bertoldo o di Luigi Manzi o di Steven Grieco, colpita anch’essa dalla melancholia del «lutto». Per semplificare, direi che una conseguenza di questa situazione ontologica è che la percezione (e la percettibilità) è oggi «degradata» per via della paradossalità della lirica nell’età della post-lirica dell’epoca mediatica. La percezione diventa una questione che riguarda gli entomologi più che i poeti, gli addetti alla moda più che gli addetti alle cose culturali, gli addetti ai sondaggi di marketing più che gli addetti alla poesia. Così come la politica diventa un marketing anche la forma-poesia diventa marketing. Ma ciò sia detto senza alcuna presuntuosa iattanza rivendicativa o riappropriativa. Sia detto e basta.

    Una tesi di Adorno ci può illuminare: secondo il filosofo tedesco più è preponderante la pressione della «società» sul poeta tanto più grande sarà precaria la situazione della lirica. Ma già oggi la situazione appare cambiata rispetto all’epoca nella quale viveva Adorno: oggi sulla poesia non grava più alcuna pressione; il coperchio è stato tolto, e la poesia è stata così lasciata libera di bollire e sbollire nel proprio brodo. Non c’è più alcuna pressione, così la poesia è diventata libera, libera di essere una pratica di massa, diffusa, onnilaterale. E quindi inesistente. Si può dire, parafrasando quanto è stato detto da altri prima e meglio di me, che la lirica può sopravvivere soltanto restando sulla cresta d’onda della crisi alla quale non può non sottostare e dalla quale non può allontanarsi, non può prendere il largo pena il suo mutismo. È questa la modalità di esistenza della lirica al tempo del Moderno: che essa nasca e cresca dalla negazione del mercato, come si dice, globale, o all’opposto, che essa nasca e cresca dalla sua accettazione, non passiva ma attiva.

  2. Valerio Gaio Pedini

    crisi significa criterio, scelta, da qui il collegamento con il cambiamento radicale di vivere e qui anche d’intendere i media,ovvero i linguaggi, ed il mondo in cui si sviluppano.Quindi la poesia, quella che si ricorda è probabile che sia sempre in un periodo critico, se no deperirebbe. Su un panorama di cambiamento radicale,l’arte credo possa e debba manifestare tale cambiamento.Ecco il senso di crisi sta proprio in quello, nel criterio.un criterio senza critica è etimologicamente impossibile. Quindi l’arte acritica per sua definizione non merita di esistere. Cosa deve fare l’arte?Spostarsi dal reale al virtuale. Cos’è il virtuale?In definitiva quello che potrebbe essere reale.Utopia e vattelappesca sono tutti termini che indicano una virtualità, quindi dal termine virtù,uno status che implichi coraggio umano (cosa che in occidente è quanto mai lontana).L’arte virtuale e l’arte belligerante sono lo stesso linguaggio e, credo, che tutto il pensiero debba essere virtuale e virtuosa,quindi belligerante, coraggiosa.

  3. giacomo pernacchia

    vecchietti, imparate dal Gaio come si fa critica!
    (poeta giovanissimo, io)

  4. Egregio Signor Pernacchia,
    vecchietto sarà lei, per di più “claque” di infimo ordine!

  5. giacomo pernacchia

    giovani, imparate dal Gaio come si fa critica!
    (poeta vecchietto, io)

  6. antonio sagredo

    ENCAENIA

    Maschere eretiche celebravano un festino indiavolato.
    La protesi di un futuro asettico ciondolava dalle stelle,
    ma era una tortura il refrain di una indefinibile armonia,
    quella musica pagana che sanguinava da una croce celtica.

    Chloris – mi disse – amami, altrimenti cadrò in pezzi come il tempo!
    La danza e il banchetto dovremo rimandare! Il mio tallone è un truciolo!
    La sala reclamava i passi, gli svolazzi e le figure di un balletto,
    ma lei fissava i suoi fili, la struttura che non quadrava i meridiani.

    Si domandava mentre miravo la sua bocca, i seni, e altro…
    se generassero i tramonti ancora un rancido avvenire,
    se per una figura umana sono insensati i punti cardinali
    e la perfetta geometria che scandiva i nostri abbracci.

    E andavamo, mano nella mano, eterni senza dio e dimensioni,
    fra orbite accecate, smarrite, già divorate dalle traiettorie!
    Chloris – mi disse – se mi ami, raccontami l’inverno di quel bardo,
    chè del suo teschio ne farò la Coppa della Consolazione!

    antonio sagredo

    Vermicino, 13/16/17 marzo 2009

  7. Dio salvi la Regina
    Il regime fascista
    Ti han reso cretino
    Una potenziale bomba-H

    Dio salvi la Regina
    Lei non ha natura umana
    Non c’è futuro
    Nei sogni d’Inghilterra

    Non si può dire ciò che vuoi
    Non si può dire ciò di cui hai bisogno
    Non c’è futuro nessun futuro
    Nessun futuro per te

    Dio salvi la Regina
    Noi intendiamo questo gente
    Noi amiamo la nostra regina
    Dio salvi

    Dio salvi la Regina
    Perché i turisti sono soldi
    il nostro capo
    non è quello che sembra

    Oh Dio salvi la storia
    Dio salvi la tua matta parata
    Oh Gran Dio abbi pietà
    Tutti i crimini sono pagati

    Quando non c’è futuro
    Come può esserci peccato
    Noi siamo i fiori nel cesto dell’immondizia
    Noi siamo il veleno nella tua macchina umana
    Noi siamo il futuro, il tuo futuro

    Dio salvi la Regina
    Noi intendiamo questo gente
    Noi amiamo la nostra regina
    Dio salvi

    Dio salvi la Regina
    Noi intendiamo questo gente
    E non c’è futuro
    Nei sogni d’Inghilterra
    Nessun futuro nessun futuro

    Già vantavano i Sex Pistols nel lontano 1977 in occasione del giubileo della regina Elisabetta. Premonizione o già la situazione era irreversibile?

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