OTTO POESIE di Marianne Moore (1887-1972) presentazione di Alfonso Berardinelli Traduzione di Lina Angioletti e Gilberto Forti

Marianne Moore Undated photograph of (left to right) unknown man, Monroe Wheeler, Ann Laughlin, Gertrude Vanderbilt Whitney, Marianne Moore, and James Laughlin at Shea

Marianne Moore Undated photograph of (left to right) unknown man, Monroe Wheeler, Ann Laughlin, Gertrude Vanderbilt Whitney, Marianne Moore, and James Laughlin at Shea

(da “Panorama”, 23 giugno 1991)
Marianne Moore
Che cosa sono gli anni

Che cos’è la nostra innocenza,
che cosa la nostra colpa? Tutti
sono nudi, nessuno è salvo. E donde
viene il coraggio: la domanda senza risposta,
l’intrepido dubbio, –
che chiama senza voce, ascolta senza udire –
che nell’avversità, perfino nella morte,
ad altri dà coraggio
e nella sua sconfitta sprona

l’anima a farsi forte? Vede
profondo ed è contento chi
accede alla mortalità
e nella sua prigionia ti leva
sopra se stesso, come
fa il mare dentro una voragine,
che combatte per essere libero
e benché respinto
trova nella sua resa
la sua sopravvivenza.

Così colui che sente fortemente
si comporta. L’uccello stesso,
che è cresciuto cantando, tempra
la sua forma e la innalza. È prigioniero,
ma il suo cantare vigoroso dice:
misera cosa è la soddisfazione,
e come pura e nobile è la gioia.
Questo è mortalità,
questo è eternità.

da Le poesie, a cura di Lina Angioletti e Gilberto Forti, Adelphi, 1991

Perché nelle poesie di Marianne Moore si parla tanto di animali? Perché l’autore si ostina a descrivere il loro corpo, come sono fatti, come si muovono? Perché decifra e trascrive il messaggio muto che viene emesso dal loro modo di essere? Marianne Moore ha una convinzione (o possiamo chiamarla fede?): che nella forma fisica, nel corpo animale, che è «stile di vita» e modo di essere dettato dalla Natura (o da Dio), sia depositata una saggezza, un senso della realtà immediata e cosmica che noi non possediamo o che in noi è labile. Quando Marianne Moore si sprofonda nella contemplazione di un animale, tutte le sue facoltà più forti e più sottili si risvegliano, si animano. Le sue frasi e i suoi versi (versi molto prossimi alla prosa), tutto il suo linguaggio virtuale, assopito nei depositi della memoria, entra con trionfale destrezza nel cerchio di luce dell’esistere. E le sue poesie si allungano e si contraggono come forme viventi.

Anche quando deve dichiarare le proprie idee sulla poesia, ecco che Marianne Moore pensa a un animale. Per esempio a una lumaca lodata in un breve componimento per la sua capacità di contrarsi, di ridurre con sagace modestia le proprie dimensioni: il che è fondamentale per uno scrittore, se è vero che «la concisione è la prima grazia dello stile». Senso della misura e rispetto del limite, perché niente di vivo e di reale può accedere all’esistenza e può essere percepito se non dentro quel preciso limite di spazio che lo accoglie e che è suo: la poesia non è altro che questo. E in questo il suo valore è elementare, sfida ogni dichiarazione di ostilità e disinteresse. In un prezioso epigramma di morale poetica intitolato Poesia, leggiamo: «Neanche a me piace. – A leggerla, però, con totale disprezzo, vi si scopre, – dopo tutto, uno spazio per l’autentico». La poesia nasce piuttosto da un non crederci che da una fede a priori.

Marianne Moore with her mother, Mary Warner Moore, at home

Marianne Moore with her mother, Mary Warner Moore, at home

È alla vita della mente, alla sua cura, che Marianne Moore prima di ogni altra cosa si interessa. Il linguaggio della poesia è vita della mente, è esercizio e igiene della mente che si protende verso il mondo, verso la vita esterna, la sua varietà piena di meraviglia. Per questo il linguaggio della poesia di Marianne Moore è dotato di una forza così sobria, è animato da una così fisica moralità, la moralità delle bestie, che vivono elaborando e perfezionando con eroica perseveranza e intelligenza la forma corporea migliore per essere quello che sono. La forma delle poesie di Marianne Moore è anch’essa colma di arguzia e di vitalità: sovrappone l’attitudine descrittiva e la riflessione, fonde il vedere e il ricordare, la ricerca di una verità enunciabile in stile aforistico e il gusto del puro esercizio dei sensi. Ogni verità, prima di essere pensabile deve essere visibile. È dalla visione attenta, dalla descrizione precisa che si sviluppa un pensiero integro. E questa integrità non è altro che la nuda onestà dei corpi, il loro essere mortali. Accedere all’eternità, come viene detto in questa poesia, è accedere alla mortalità. Innocenza, colpa, coraggio hanno senso solo nella lotta con il limite e nell’accettazione del limite. La sconfitta «sprona l’anima a farsi forte», arrendersi è saper sopravvivere. Questo è l’eroismo della forza che sa levarsi sopra se stessa: come quella dell’uccello, che ha bisogno della più abile e tenace energia per cantare e vedere.

Marianne Moore (Kirkwood, Missouri 1887 – New York 1972) fu molto legata alla madre, abbandonata dal padre malato di nervi. Bibliotecaria, collaborò a riviste. Tradusse le Favole di La Fontaine. Pubblicata in Italia da [Guanda, Rusconi, poi] Adelphi e Rizzoli (Unicorni di mare e di terra). [prima Rizzoli, poi Adelphi]

Marianne Moore 1953

Marianne Moore 1953

I pesci

A guado,
vanno per nera giada.
dei mitili blu-corvo, uno continua
a rasettare i cumuli di cenere;
e si apre e si chiude come fosse
un
ventaglio ferito.
I cirripedi che incrostano il fianco
dell’onda non possono nascondersi
laggiù gli strali sommersi del
sole,
franti come vetro
folato, si muovono con la rapidità di riflettori
giù nei crepacci,
dentro e fuori, illuminando
il
mare turchese
di corpi. L’ACQUA sospinge
un cuneo di ferro entro lo spigolo ferrigno
dello scoglio; sopra il quale le stelle,
rosei
chicchi di riso, meduse
imbrattate d’inchiostro, granchi simili a verdi
gigli,e velenosi funghi
sottomarini scivolano dondolando uno sull’altro.
TUTTI
i segni
esterni dell’oltraggio sono presenti in questo
temerario edificio-
tutti gli aspetti fisici dell’accidente-mancanza
di cornice, solchi di dinamite, bruciature
e colpi d’ascia, queste cose spiccano
sulla sua superficie; la parete del baratro
è morta
RIPETUTE
prove hanno dimostrato che lo scoglio può vivere
di ciò che non potrà resuscitare
la sua giovinezza.
E DENTRO AD ESSO SI FA VECCHIO IL MARE.

Marianne Moore con tigri

Marianne Moore

A una lumaca

“Se la concentrazione è il primo dono dello stile,
tu la possiedi. La contrattilità è una virtù,
così come modestia è una virtù.
Non già l’acquisizione di una cosa qualsiasi
capace di adornare,
o la qualità incidentale che per avventura
si accompagni a qualcosa di ben detto,
non questo apprezziamo nello stile,
ma il principio nascosto:
nell’assenza di piedi, un metodo di conclusioni;
una conoscenza di princìpi,
nel curioso fenomeno della tua antenna occipitale”.
Dopo, ti senti un genio. Ti senti felice.

Marianne Moore by Esther Bubley, 1953

Marianne Moore by Esther Bubley, 1953

Nei giorni del colore prismatico

non nei giorni di Adamo ed Eva, ma quando Adamo
era ancora solo; quando il fumo non c’era, e il colore
era bello, non per l’affinamento
di un’arte primitiva, ma per la sua stessa
originalità; e nulla c’era a modificarlo se non la
nebbia che saliva, e l’obliquo era una variante
del perpendicolare, semplice a vedersi e
a spiegarsi: non è
più così; né la fascia blu-rosso-gialla
di incandescenza che era il colore ha serbato il suo schema: è
anch’essa una
di quelle cose in cui si può immettere e scoprire molto di
peculiare;
la complessità non è un delitto, ma se la portate
fino alla soglia dell’oscurità,
più nulla sarà semplice. La complessità,
poi, che sia stata affidata alle tenebre, invece
di dichiararsi per quella peste che è in realtà, si agita intorno
come per confonderci con la tetra
illusione che l’insistenza
è la misura di ogni risultato e che ogni
verità dev’essere caligine. Gutturale com’è principalmente
la sofisticazione è quel che è sem-
pre stata – agli antipodi delle iniz-
iali grandi verità. “Parte strisciava, parte
si accingeva a strisciare, il resto
stava torpido nella tana”. Nel procedere lento, sussul-
tante, nel gorgogliare e in tutte le minuzie – noi abbiamo la
classica moltitudine di piedi. A quale scopo! La verità non è l’Apollo
del Belvedere, non è cosa formale. L’onda potrà
sommergerla, se vuole.
Sappi però che ci sarà se dice:
“Ci sarò quando l’onda se n’è andata”.

Marianne Moore sorride

In questa età di aspra ambizione giova la noncuranza e

“in verità, non è
affare degli dèi cuocere vasi d’argilla”. Non lo fecero
in questa circostanza. Alcuni
rotarono sull’asse del proprio valore,
come se l’eccessiva popolarità potesse essere un vaso;
non si avventurarono
in una professione di umiltà. Il cuneo levigato
che poteva spaccare il firmamento
era ammutolito. Infine si buttò via da se stesso
e ricadendo conferì ad un povero sciocco un privilegio.
“Superiore in altezza a tutti gli altri
di quanto può esser lunga una conversazione
di cinquecento anni”, ci fu uno che raccontava cose
che non avrebbero potuto mai essere vere –
ed erano migliori le sue storie di tutta l’insocievole, senile
filastrocca che parla di certezza;
il suo recitare in sordina era più tremendo, nella sua
efficacia,
del più feroce assalto a viso aperto.
Il bastone, la sacca, la finta incoerenza
dei modi sono i segni che rivelano quell’arma, la
salvaguardia di se stessi.

All’arte di governo imbalsamata

Non c’è nulla da dire in tuo favore. Difendi
il tuo segreto. Tienilo nascosto sotto la dura
scorza di piume, negromante.
O uccello, le cui tende sono state “grandi teli di canapa
egiziana”, la pallida iscrizione zigzagante della Giustizia –
reclina come una danzatrice – potrà mostrare mai
il polso della sua sovranità, un tempo così vivida?
Tu neghi, e trasmigrando fuori dal sarcofago
intessi un silenzio di neve intorno a noi,
e con il tuo linguaggio moribondo,
zoppo a metà e a metà altero,
incedi qua e là. Ibis, noi non troviamo più
alcuna traccia di virtù in te – vivo ma così muto.
La discrezione ora non è la somma
del buon senso che onora lo statista.
E se fosse l’incarnazione di una grazia morta?
Come se una maschera mortuaria potesse sostituire
l’imperfetta eccellenza della vita!
Lento
a scoprire la dimensione ripida e severa
del tuo trono, tu vedrai la forzata distorsione
dei sogni suicidi
andare
vacillando verso se stessa e con il suo becco
aggredire la sua stessa natura, fino a quando
sembri amico il nemico e l’amico sembri
nemico.

Marianne Moore 1958

Marianne Moore 1958

L’argonauta

Forse per i potenti che affidano
le speranze a mani mercenarie?
O per scrittori presi nella trappola
della gloria mondana e degli agi
del fine-settimana? Non per costoro
l’argonauta femmina
fabbrica il suo sottile guscio vitreo.
Offrendo il suo precario
souvenir di speranza, una superficie
bianco-opaca all’esterno
e di contorni morbidi all’interno,
lucente come il mare, la prudente
artefice lo veglia
giorno e notte; e mangia appena
finché le uova non siano schiuse.
Otto volte sepolta nelle sue
otto braccia, poiché in un certo senso
è anche lei una piovra,
la teca vitrea e cornea della culla
è ben nascosta, ma non stritolata;
se Ercole, addentato
da un granchio fedele all’Idra,
si vide impedito nell’impresa,
le uova vigilate
intensamente, nell’uscire dal guscio,
lo liberano quando sono esse stesse liberate –
nel lasciare le rughe di quel favo,
bianco su bianco, e le fitte pieghe –
simili a quelle di un chitone ionico,
o alle righe nella criniera
di un cavallo del Partenone –
intorno cui le braccia
si erano avvolte come se sapessero
che l’amore è l’unica fortezza
tanto salda da offrire affidamento.

Luce è linguaggio

Della luce del sole si può dire
più di quanto si dica del linguaggio: ma linguaggio
e luce, a vicenda
aiutandosi – francese l’uno e l’altra –
non han disonorato un aggettivo
che rimane ancora radicato.
Sì, luce è linguaggio. Libera franca
imparziale luce di sole, luce di luna,
luce di stelle, luce di faro,
sono linguaggio. E il faro
di Creach’h d’Ouessant,
sulla sua indifesa
scaglia di roccia, è il discendente di Voltaire,
la cui giustizia fiammeggiante andò
a raggiungere un uomo già colpito:
dall’inerme
Montaigne, il cui equilibrio,
conservato malgrado la durezza
del bandito, accese la scintilla
salvatrice del rimorso; di Émile Littré,
mosso dalla passione filologica,
ammaliato dagli otto volumi
d’Ippocrate, il suo
autore. Era
un uomo di fuoco, uno scienziato
della libertà, questo tenace Maximilien
Paul Émile Littré. Se l’Inghilterra
è difesa dal mare,
noi, con la consolidata Libertà
di Bartholdi, che regge alta
la torcia accanto al porto, udiamo
l’ingiunzione della Francia: “Ditemi
la verità, e specialmente quando
sia spiacevole”. E noi,
noi possiamo rispondere soltanto:
“Questa parola Francia vuole dire
affrancamento: vuole dire una
che “rianima chiunque pensi a lei”.

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21 commenti

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21 risposte a “OTTO POESIE di Marianne Moore (1887-1972) presentazione di Alfonso Berardinelli Traduzione di Lina Angioletti e Gilberto Forti

  1. porcospino alberto

    allora, signor Almerighi attendiamo il Tuo commento, poi che i primi sarnno gli ultimi!

    • Sagrè, bbbasta!

      Che cos’è la nostra innocenza,
      che cosa la nostra colpa? Tutti
      sono nudi, nessuno è salvo.

      Trai esempio dai versi immortali di questa autrice che non conoscevo. Ringrazio quindi la Redazione e i traduttori per l’ottimo lavoro svolto.

  2. dal risvolto di copertina dell’edizione Adelphi citata:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2015/05/08/otto-poesie-di-marianne-moore-presentazione-di-alfonso-berardinelli-traduzione-di-lina-angeletti-e-gilberto-forti/comment-page-1/#comment-7457
    Marianne Moore disse una volta a un intervistatore: «Mi sembra che Wallace Stevens metta il dito su quella cosa che è la poesia quando parla di “una violenza interna che ci protegge da una violenza esterna”». A quella «violenza interna» Marianne Moore dedicò la vita, distillandola in un’opera segnata ovunque da una vocazione esigente per la forma perfetta. Esemplare per la fedeltà e il coraggio con cui difendeva il suo mondo fisico e metafisico, per la coerenza con cui credeva nella poesia senza temere di essere considerata inaccessibile e senza mai abbassare i suoi aculei, incrollabile «come una fortezza», la Moore si impose all’ammirazione di poeti così diversi come Pound, Eliot, W.C. Williams e W.H. Auden. Oggi la sua opera poetica è universalmente considerata una pietra preziosa, inscalfita e durissima, che continua a rifulgere di una luce lieve e limpida, inconfondibile. La presentiamo qui nella sua interezza, in una traduzione di eminente qualità, una delle più felici che la lingua italiana possieda di un grande poeta moderno.

    STRALCIO del saggio di T.S. ELIOT sulla poesia di MARIANNE MOORE

    T.S. Eliot/Marianne Moore: è possibile prevedere la gloria futura di un poeta?
    Non è molto quello che sap­piamo circa il valore dell’opera dei nostri con­tem­po­ra­nei; anzi, è ben poco, quasi quanto sap­piamo del valore della nostra stessa opera. Vi si pos­sono tro­vare qua­lità che esi­stono sol­tanto per la sen­si­bi­lità con­tem­po­ra­nea, così come vi si pos­sono nascon­dere virtù che diver­ranno evi­denti sol­tanto col tempo. Quale posto le spet­terà quando noi tutti saremo scrit­tori defunti, non pos­siamo dirlo con alcuna approssimazione.

    Se pro­prio si deve par­lare dei con­tem­po­ra­nei, è quindi impor­tante sta­bi­lire prima di tutto che cosa pos­siamo affer­mare con con­vin­zione e che cosa deve restare aperto al dub­bio e alla con­get­tura. L’ultima cosa che pos­siamo giu­di­care è cer­ta­mente la loro “gran­dezza”, o piut­to­sto la loro rela­tiva eccel­lenza o medio­crità in rap­porto al con­cetto di “gran­dezza”. Nel con­cetto di gran­dezza, infatti, sono impli­citi signi­fi­cati morali e sociali che pos­sono essere per­ce­piti sol­tanto da una pro­spet­tiva più remota e dei quali si può forse dire addi­rit­tura che sor­gono nel corso della sto­ria. Non si può pre­dire quale sorte avrà una certa poe­sia, quale azione eser­ci­terà sulle gene­ra­zioni suc­ces­sive. E tut­ta­via pos­siamo cre­dere, con un certo fon­da­mento, che esi­sta qual­che cosa, una qua­lità, che può essere rico­no­sciuta da un pic­colo numero, sol­tanto da un pic­colo numero, di let­tori con­tem­po­ra­nei; ed è la genuinità.

    Dico di pro­po­sito “sol­tanto un pic­colo numero”, per­ché sem­bra pro­ba­bile che, quando un poeta rie­sce a con­qui­stare in vita un pub­blico nume­roso, una por­zione sem­pre cre­scente di ammi­ra­tori lo ammi­rerà per ragioni estra­nee, per ragioni non sostan­ziali. Non è detto che siano cat­tive ragioni, ma allora la noto­rietà del poeta sarà sem­pli­ce­mente quella di un sim­bolo, dovuta alla sua capa­cità di com­piere sui let­tori un’azione sti­mo­lante, o con­so­lante, in ragione del par­ti­co­lare rap­porto che lo lega ad essi nel tempo. Questa azione sui let­tori con­tem­po­ra­nei può essere a volte il risul­tato, giu­sto e legit­timo, di una grande poe­sia; ma è anche acca­duto, assai spesso, che fosse il risul­tato di una poe­sia effimera.

    Non sem­bra molto impor­tante il fatto che il poeta debba lot­tare con un’epoca distratta e paga di sé, e quindi ostile a nuove forme di poe­sia, oppure con un’epoca come l’attuale, incerta, dif­fi­dente di se stessa e avida di nuove forme che le diano un bla­sone e il rispetto di se stessa. Per molti let­tori moderni ogni novità for­male, per quanto epi­der­mica, è la prova, o l’equivalente, di una sen­si­bi­lità nuova; e se poi la sen­si­bi­lità è fon­da­men­tal­mente ottusa e doz­zi­nale, tanto meglio; poi­ché non vi è strada più rapida per arri­vare a una popo­la­rità imme­diata, anche se pas­seg­gera, che quella di ser­vire merci stan­tie in con­fe­zioni nuove. Vi sono alcune prove che per­met­tono di accer­tare la novità e la genui­nità di un pro­dotto, e una di que­ste – è una prova pura­mente nega­tiva, d’accordo– si può ese­guire osser­vando la rea­zione dei cosid­detti “amanti della poe­sia”; se il pro­dotto suscita la loro avver­sione, è pro­ba­bile che ci tro­viamo davanti a una poe­sia vera­mente nuova e genuina.

    Mi rendo conto che i pre­giu­dizi mi indu­cono a non con­ce­dere tutta la mia stima a certi autori, nei quali vedo dei nemici pub­blici piut­to­sto che dei sog­getti sui quali eser­ci­tare la cri­tica; e oso aggiun­gere che un altro pre­giu­di­zio, di diversa natura, mi spinge a con­ce­dere un con­senso acri­tico ad altri scrit­tori. Può anche darsi che io ammiri gli autori giu­sti per le ragioni sba­gliate. Ma ho più fidu­cia nella mia stima per gli autori che ammiro, che nella mia disi­stima per gli autori che mi lasciano freddo o mi esa­spe­rano. E quando affermo che tra le qua­lità rico­no­sci­bili in un con­tem­po­ra­neo quella che io chiamo genui­nità è più impor­tante della gran­dezza, fac­cio una distin­zione tra la fun­zione dello scrit­tore da vivo e la sua fun­zione da morto. Da vivo il poeta con­ti­nua quella bat­ta­glia per la difesa di una lin­gua viva, per con­ser­vare la forza e la sot­ti­gliezza della lin­gua, per la sal­vezza di una certa sen­si­bi­lità, che deve essere soste­nuta in ogni gene­ra­zione; da morto, for­ni­sce modelli per coloro che dopo di lui ripren­dono la bat­ta­glia. Marianne Moore è, credo, tra quei pochi che, nella mia gene­ra­zione, hanno reso qual­che ser­vi­gio alla lingua (…)

    (…) devo dire che Marianne Moore ha tenuto conto della lezione di Ezra Pound: che la poe­sia dev’essere scritta con la stessa ele­ganza della prosa. Si direbbe che la Moore abbia immerso il suo spi­rito nelle per­fe­zioni della prosa; nella pre­ci­sione della prosa, piut­to­sto che nel suo splen­dore; e che abbia tro­vato, per vie auto­nome, il suo ritmo, la sua poe­sia, il suo modo di pesare e apprez­zare la parola singola.

    Il primo aspetto per il quale la poe­sia di Marianne Moore è desti­nata a col­pire il let­tore è quello del minu­zioso par­ti­co­lare piut­to­sto che dell’unità emo­tiva. Il gusto dell’osservazione minuta, della ricerca di parole esatte per espri­mere certe espe­rienze dell’occhio può per­sino distrarre l’attenzione del let­tore. Le minu­zie pos­sono addi­rit­tura irri­tare i disat­tenti o destare in essi sol­tanto lo stu­pore com­pia­ciuto che si prova davanti a una palla d’avorio che con­tenga altre undici palle, davanti al veliero rico­struito in tutti i par­ti­co­lari den­tro una bot­ti­glia, o danti allo sche­le­tro del pesce-crocifisso. Lo smar­ri­mento che nasce dal ten­ta­tivo di seguire un occhio così acuto, un pro­cesso d’associazione così agile e rapido può pro­durre l’effetto di certa poe­sia “meta­fi­sica”. Al let­tore mode­ra­ta­mente intel­let­tuale le poe­sie pos­sono appa­rire eser­ci­ta­zioni intel­let­tuali, e sol­tanto chi abbia un’intelligenza capace di rapidi e facili movi­menti ne coglierà subito il valore emotivo.

    Ma il par­ti­co­lare è sem­pre al ser­vi­zio dell’insieme. Le simi­li­tu­dini hanno una ragione e uno scopo; e si veda il mitile che “si apre e si chiude come fosse un ven­ta­glio ferito” (dove ferito ha un’ambiguità ben degna dell’attenzione di un cri­tico come Wil­liam Emp­son), o le onde “peren­to­rie come le squame di un pesce”. Esse ci fanno vedere l’oggetto più chia­ra­mente, anche quando non com­pren­diamo subito per­ché la nostra atten­zione sia stata indi­riz­zata verso quell’oggetto, e anche quando non ne affer­riamo subito l’associazione con una serie di altri oggetti. Così nella sua diver­tita e affet­tuosa atten­zione per gli ani­mali –dal gatto dome­stico e dal mulo fino alle più eso­ti­che e biz­zarre dei tropici-, Marianne Moore rie­sce di colpo a get­tarci in un incon­sueto stato di con­sa­pe­vo­lezza, di farci per­ce­pire incre­di­bili modelli visivi gra­zie a stru­menti che hanno quasi il fascino pro­prio d’un micro­sco­pio d’alta potenza.

    Si potrebbe defi­nire come “descrit­tiva”, piut­to­sto che “lirica” o “dram­ma­tica”, la poe­sia di Marianne Moore, o la mag­gior parte di essa. Si crede gene­ral­mente che la poe­sia descrit­tiva sia legata a un certo periodo, e quindi con­dan­nata a un rapido tra­monto; e invece essa è uno dei modi per­ma­nenti d’espressione. Nel secolo diciot­te­simo –o, se si pre­fe­ri­sce, nel periodo che com­prende Copper’s Hill, Win­sdor Forest ed Elegy di Gray– la descri­zione della scena è il punto di par­tenza per rifles­sioni su que­sto quel tema. La poe­sia del roman­ti­ci­smo, dal peg­gior Byron al miglior Word­sworth, oscilla tra rifles­sione ed evo­ca­zione; ma la descri­zione, il qua­dro messo dinanzi al let­tore, risponde sem­pre allo stesso scopo.

    Il fine dell’ “ima­gi­smo”, per quanto ne capi­sco, o per quanto si possa par­lare di un fine, era quello di pro­muo­vere una par­ti­co­lare con­cen­tra­zione su un dato visivo per poi met­tere in movi­mento una suc­ces­sione sem­pre più ampia di sen­sa­zioni con­cen­tri­che. Alcune poe­sie di Marianne Moore – per esem­pio, quelle che riguar­dano ani­mali o uccelli – hanno un vastis­simo spet­tro di asso­cia­zioni. Sarebbe dif­fi­cile dire quale sia il “soggetto-tema” di una poe­sia come Il ger­boa. Per uno spi­rito così agile, e per una sen­si­bi­lità così reti­cente, il sog­getto meno impor­tante, com’è appunto un gra­zioso ani­ma­letto sal­tel­lante che ha il colore della sab­bia, può essere il mezzo migliore per libe­rare le emo­zioni più pro­fonde. Sol­tanto il “let­te­ra­li­sta pedante” può giu­di­care banale il soggetto-tema: la bana­lità è den­tro di lui. Ognuno di noi deve sce­gliere quel qual­siasi soggetto-tema che gli offra il mezzo per la libe­ra­zione più effi­cace e più segreta: e que­sta è una fac­cenda del tutto per­so­nale.

  3. letizia leone

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2015/05/08/otto-poesie-di-marianne-moore-presentazione-di-alfonso-berardinelli-traduzione-di-lina-angeletti-e-gilberto-forti/comment-page-1/#comment-7459
    Versi nobili ed estremamente moderni come aveva profetizzato Eliot, e se l’antefatto è la contemplazione il risultato è una sapienza “poietica” che schiude una visione e una conoscenza. La forza di una poesia che va oltre il Laudario o il cantico creaturale per le profonde radici etiche e le implicazioni sociali . .. Comunque mi ha ricordato lo sguardo entusiasta degli antichi alchimisti, un salto a piè pari contro reificazione e nichilismo, ecco questa mi sembra una poesia aperta che non si ferma alla denuncia e propone modalità risolutive… Una poesia del futuro opposta all’avvitamento di un “io” lirico solipsistico.
    Se volessimo mettere questi versi sotto la lente d’ingrandimento di una sapienza alchemica potrebbero essere illuminanti le parole di Zolla: “Come riacquistare la sensibilità?…Guardandoci d’attorno con esultanza. Soltanto a questo patto, sollevando una gleba odorosa, spiccando un frutto contemplando lo splendore d’un incarnato umano o d’una liscia pelliccia…Il segreto dell’arte alchemica e d’ogni sapienza sta nella capacità d’intuire con esaltazione questa mano solerte, invisibile ai distratti e ai tristi”.
    Quanta poesia contemporanea è distratta e triste? Altro non saprei aggiungere alla bella prefazione e al saggio di Eliot se non che la lettura di “A una lumaca ” mi ha davvero emozionato e presto mi procurerò questo libro dal titolo splendido…Grazie allo spirito luciferino di Linguaglossa!

  4. Valerio Gaio Pedini

    Giorgio, quelle tigri mi risulta siano delle zebre.Non ho mai visto una tigra con gli zoccoli.

  5. Non amo i molluschi e mai avrei pensato di rimanere affascinata da una femmina di Argonauta-Argo nella pregevole poesia di Marianne Moore che reca il titolo “L’Argonauta”.
    Tale mollusco appartiene alla famiglia dei Cefalopodi ed è munito di otto tentacoli-braccia, La femmina, molto più grande del maschio, è raffigurata dalla poetessa mentre compie la sua funzione di madre, deponendo le uova in una fragile conchiglia da lei stessa creata e covandole a lungo nella culla avvolta dalle otto braccia perché sia più protetta. Infine, come un uccellino becca dall’interno il guscio dell’uovo ed esce libero verso la vita, così le uova dell’Argonauta, liberandosi, liberano al tempo stesso il fragile favo “bianco su bianco”, le cui rughe di conchiglia richiamano alla mente le pieghe del chitone ionico (come quello delle Kore) o le pieghe della criniera di un cavallo del Partenone, scolpito nel timpano o nel fregio.
    Raffinato il richiamo alla mitologia e all’arte greche: Eracle che lotta con l’Idra di Lerna, il chitone pieghettato delle Cariatidi, il cavallo che richiama a sua volta Poseidone, in lotta con Atena per la fondazione della città.
    Non solo questo nella poesia della Moore.

    “Forse per i potenti che affidano
    le speranze a mani mercenarie?
    O per scrittori presi nella trappola
    della gloria mondana e degli agi
    del fine-settimana? Non per costoro
    l’argonauta femmina
    fabbrica il suo sottile guscio vitreo.”

    Nell’incipit la poetessa nega che la bellezza del lavorìo compiuto dall’Argonauta per creare Il suo “guscio vitreo” sia finalizzata ai potenti o agli scrittori amanti della gloria mondana.
    Nel mondo animale si trova l’esempio del “poiein” per fini molto più nobili di quelli umani.

    Giorgina Busca Gernetti

  6. Versi a tratti davvero magnifici: dimostrano che da qualsiasi elemento si può creare poesia autentica. L’unico particolare che non condivido: le parole tutte in carattere maiuscolo.

  7. antonio sagredo

    Almè, non conoscevi questa mediocrità americana, e allora sei salvo!

  8. caro Antonio Sagredo,
    però se ci spieghi meglio (a noi comuni mortali) perché la poesia della Moore è mediocre, magari ci farai aprire gli occhi…

  9. Anche a me piacerebbe essere illuminata sull’argomento, dato che ho apprezzata più delle altre la poesia “L’Argonauta”, non tanto per il linguaggio quanto per le immagini delicate e nel contempo pregne di significati “altri”.

    GBG

  10. antonio sagredo

    Illuminatemi Voi su questo giudizio ridicolo di Brodskij su Elizabeth Bishop, che la definì come “Callas della poesia del novecento”; il poeta russo ama le classifiche, le gerarchie dei poeti, e prende cantonate una sull’altra sui poeti, come quella celebre, dove definì Auden il più grande poeta del ‘900! Sui poeti russi – che credo non conosca bene fino in fondo dimostra di avere dei bruttissimi pregiudizi, cominciando da pasternàk! E se quella americana è la Callas… cosa è la Marina Cvetaeva? Una comparsa?
    O lo stesso troppo considerato critico Harold Bloom quando paragona Leopardi, come se fosse l’ulimo venuto, “a livello” di poeti Keats, Shelley e Wordsworth , che il recanatese invece si lascia molto addietro! E anche Bloom come il russo ama le liste: scemenze!
    E mi fate la richiesta di spiegare perchè la Moore sia una “mediocrità americana”?
    E allora analizzate parola per parola – anche in inglese se volete – i versi che compone…
    come questi:
    ———–
    La complessità,
    poi, che sia stata affidata alle tenebre, invece
    di dichiararsi per quella peste che è in realtà, si agita intorno
    come per confonderci con la tetra
    illusione che l’insistenza
    è la misura di ogni risultato e che ogni
    verità dev’essere caligine. Gutturale com’è principalmente
    la sofisticazione è quel che è sem-
    pre stata – agli antipodi delle iniz-
    iali grandi verità.

    Ci vuole davvero coraggio da mentecatti a definirli versi!
    E pure “immortali” per giunta, allora è meglio che vi date una mazzata sul Vostro cerebro, anche interiore!

    • Io, mentecatta (dal latino “mente” -abl. di limitazione- e “captus”, preso, quindi colpito da grave infermità mentale, dovrei anche darmi una mazzata in testa nonché nel cerebro interiore (dov’è se non nella scatola cranica?).
      Suvvia, Signor Antonio Sagredo, stia bonino questa sera e ci faccia leggere i versi in inglese, anzi, in americano.
      Buona serata
      Giorgina Busca Gernetti

    • E’ partito il giro d’Italia e subito Alberto Stroncador è maglia rosa alla prima tappa. Sagrè siamo un popolo di mentecatti che ci vuoi fà.

  11. letizia leone

    Gentile Sagredo, non penso che la Moore possa essere tacciata di mediocrità già solo per la potenza visionaria che la sostiene, il forte linguaggio delle immagini (e debordiamo nell’altro dibattito in corso), e la cui finalità non è solo ricerca espressiva ma ethos e impegno estetico di riattivazione di certe modalità di percezione che inevitabilmente sboccano nel civile… Osservare con la vista del cuore che “nella forma fisica, nel corpo animale, che è «stile di vita» e modo di essere dettato dalla Natura (o da Dio), sia depositata una saggezza, un senso della realtà immediata e cosmica che noi non possediamo o che in noi è labile.” (cit. dall’intr.) è un approccio avanguardistico in un certo senso.
    Non ho ancora letto il testo in originale, e ha ragione Giorgina, bisogna aguzzare l’orecchio alla “pelle d’oca uditiva” (Eliot) delle parole, ma se immettere nel dettato poetico lasse prosastiche o intertestuali per esigenze di poetica è criterio di valutazione allora dovremmo tacciare di mediocrità anche Eliot o perfino quel maestro di uno stile che “fosforeggia” come Benn, penso a molte sue poesie in “Apreslude”..ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi.
    A parte la bellezza di queste poche poesie che ho letto, e la sua poetica, la grandezza della Moore è anche nel ricordarci costantemente, quasi ad ogni verso, che la poesia sta per prima cosa dentro la vita e poi dentro i libri;e dal fatto che in genere la poesia americana sia forse più “on the road” se ne potrebbero ricavare utili suggerimenti.
    Questa è la sfida e la modernità di un messaggio che ci arriva nell’ora in cui Hawking annuncia l’estinzione dell’umanità tra mille anni, non aggiungendo però nel suo articolo quella di tutte le altre specie animali (però se avesse letto le poesie della Moore..!)
    E aggiungo, sebbene la mia predilezione sia per una poesia molto lontana da questa. Ma ogni tanto apro le finestre per far cirolare l’aria…almeno l’ultima che rimane.

  12. https://lombradelleparole.wordpress.com/2015/05/08/otto-poesie-di-marianne-moore-presentazione-di-alfonso-berardinelli-traduzione-di-lina-angeletti-e-gilberto-forti/comment-page-1/#comment-7545
    caro Sagredo,
    la tua è una provocazione, anche simpatica, ma resta una provocazione. Del resto la Moore aveva ricevuto l’avallo di un certo Eliot in quale in vita credo abbia rilasciato non più di 5 o 6 investiture ufficiali a poeti del suo tempo. Capisco anche che i tuoi gusti in fatto di poesia non collimino con quelli che prediligono o apprezzano una poesia discorsiva, o narrativa o espositiva… ma così facendo rischi di estromettere dal podio dei poeti laureati, come dice argutamente Letizia leone, lo stesso Eliot, lo stesso Montale e W. Stevens, e Brodskij, ma anche Milosz e quant’altri… ecco, io credo che per questa via si rischia di perdere il contatto con la realtà della poesia del Novecento, e forse anche il buon senso che ci deve guidare nel perorare intorno al letterario. Personalmente, quando indosso le vesti del critico (e non credo di esserlo, tanta è la stima che nutro per i veri critici), sono sempre accompagnato dal retropensiero che il mio giudizio è qualcosa di relativo, che vale cioè ha validità entro l’ambito della mia persona fisica e non oltre. E questo è un salutare esercizio di relativismo e di senso di autocritica al quale credo sia opportuno che si debba sottoporre anche chi fa, o tenta di fare, poesia.

  13. antonio sagredo

    Forse
    io vedo
    nella vita
    tutto un qualcosa
    di profondamente bislacco
    come una palude percorsa
    da stupidi
    martiri
    e santi.
    1968

  14. antonio sagredo

    Almerighi, dove sei?! Dove sei? Sei un fantasma, peggio: un ectoplasma! Invece di dire scemenze, cerca di capire ciò che scrivo, ma non sei capace di far analisi critica! Vi mancano gli strumenti e la conoscenza! Mi costringi a parlare con gli sciocchi! Quando invece dovrei non perdere tempo, con gli sciocchi! E non sei il solo!
    A rivederci – ma spero di no! – nel tardo autunno.
    a. s.

  15. antonio sagredo

    Autunno, Acheronte, e Gesualdo

    Quel tumulo di suoni rococò
    raccolse le palpebre come briciole del pianto –
    un cipresso, stupito fino alle radici,
    sbirciava la Signora, e in penombra
    la sua risurrezione, a malincuore.

    Implorava, torturata da visioni,
    la lettura di un osceno necrologio
    sui vessilli di marmo del rincrescimento:
    le sue stesse labbra baciare la nera rosa!

    Per cosa? – urlò

    risposi: sono già stato a Zaragoza!
    e lì che ho lasciato i miei manoscritti!
    Non mi è concesso di sognare l’Acheronte
    quando una commedia non sa d’essere divina!

    e lei, in falsetto: ma i due Cesari giocano col fuoco dei pugnali!

    Il Requiem con passo equino, rotando la battuta
    di un tamburo vuoto e gravido d’epitaffi come Marta
    o come la puttana di Lot esclusa da tutte le tragedie,
    ricusò lo specchio, e del miracolo il rinato oblio
    o la morbida vanità dei letti muliebri tradita da Mefisto.

    La geometria del silenzio ci traduce alla torre ottagonale
    dove la corona attende l’orgia o l’algebra ottomana,
    ma il volo del falco disegna una bianca cattedrale –
    il leggìo si ribella alla tastiera! – la mente
    del suono è un tugurio da celebrare con orrore.

    Datemi un dò e vi muterò in nera rosa,
    in muraglie, anfratti e gole prodigiose!
    Noi viviamo delle briciole del pianto
    quando l’amplesso misura i nostri frutti
    tra quei cardini che sono i mostri insonni,
    dove incedono scheletrici gli spasmi – di Palermo!

    Orizzonti, Autunni, Acheronti… io e voi
    non sappiamo più in quali finzioni – vivere!

    antonio sagredo
    Vermicino, 4-5 gennaio 2007

  16. caro Antonio Sagredo,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2015/05/08/otto-poesie-di-marianne-moore-presentazione-di-alfonso-berardinelli-traduzione-di-lina-angeletti-e-gilberto-forti/comment-page-1/#comment-7565
    la tua poesia ha il fascino di una messa nera, del responso di un oracolo delfico, ha il delirio di un occhio mostruoso che osserva una carneficina… o meglio, è simile a una pupilla armata che convoca il delirio; risponde ad un atto di convocazione, ad una chiamata di un dio ottuso e moribondo, è una poesia ispirata, sublime ed iraconda, nasce già vestita come Pallade Athena dalla zucca di Zeus… gli aggettivi sono tutti spostati rispetto ai sostantivi, e viceversa, metonimie, metafore, poliptosi, inversioni, chiasmi, immagini baroccheggianti, c’è tutto di tutto nella tua scrittura, che è unica, ineguagliabile, ha del sublime ed è molto prossima alla fogna… (Cvetaeva),
    ma, insomma, non è il solo modo di fare poesia, ci sono anche altri modi di scrivere. Credo.

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