Marina Petrillo Poesie inedite da Materia redenta con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, La parola poetica diventa esperienza della fragilità e della terrestrità

Foto Richard Serra (1939) the labirint 

Marina Petrillo è nata a Roma, città nella quale da sempre vive. Ha pubblicato l’unico libro, Il Normale Astratto (1986), per Le Edizioni del Leone. Poesie sono apparse su antologie e premi letterari, ultimo dei quali a Spoleto nel 2014 nell’ambito del Festival di Spoleto.

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Ho posto tempo fa ai poeti tre domande terribili, da far tremare i polsi.

1) quali sono le esperienze significative che la poesia deve prendere in considerazione?
2) la mancanza di un «luogo», di una polis, quali conseguenze hanno e avranno sul presente e sull’avvenire della poesia?
3) è possibile la poesia in un mondo privo di metafisica?

Cupo e colmo d’angoscia risuona il lamento di Hölderlin:

«Wozu Dicther in dürftiger Zeit?»

A che scopo? A che pro? Perché i poeti nel tempo della miseria? Che cosa hanno da dirci i poeti nel tempo della povertà?

«L’espressione tedesca [in dürftiger Zeit] – scrive Blanchot – esprime la durezza con cui l’ultimo Hölderlin si difende contro l’aspirazione degli dei che si sono ritirati, mantiene la distinzione tra le due sfere, la sfera superna e quella di quaggiù, mantiene pura, con questa distinzione, la regione del sacro che la doppia infedeltà degli uomini e degli dei lascia vuota, poiché il sacro è questo stesso vuoto che bisogna mantenere puro». 
Poco prima dei versi citati, l’elegia recita: 

“Nur zu Zeiten erträgt göttliche Fülle der Mensch.
Traum von ihnen ist drauf das Leben. Aber das Irrsal
Hilft, wie Schlummer und stark machet die Not und die Nacht”.

“Solo per breve tempo l’uomo sopporta la pienezza divina. / Dopo, la vita non è che sogno di loro. Ma l’errore / aiuta, come sonno, la necessità rende forti come la notte”. 

L’errore, l’erranza, la penuria, l’indigenza… aiutano, rafforzano. Perché? Perché in questo tempo di durezza, la parola del poeta non dice più della dipartita degli dei, dell’abbandono, dell’assenza – la pienezza non è più udibile, essa ci dice che la dipartita degli dèi apre uno scenario di povertà nel tempo della durezza dell’essere; che la poesia significa il lutto, parola che oscilla tra memoria ed oblio, tra durezza e povertà dell’essere.

«Entrambi – uomo e dio – sono infedeli», scrive Hölderlin.

Di che cosa parla, infatti, il poeta? Qual è la sua materia? Se ad ogni tentativo di dire qualcosa intorno al proprio oggetto, consegna questo stesso oggetto all’oblio, lo affida alla dimenticanza? Vocazione del poeta è l’esercizio di una perpetua conservazione in perdita. Che ne è allora della parola del poeta, di quella parola che testimonia il sacro, e lo mantiene puro e vuoto?

 

La poesia della Petrillo alza gli scudi quando la tendenza ad ammutolire diventa insormontabile e soverchiante.

Nel tempo della estrema povertà (in dürftiger Zeit?), ha risposto Marina Petrillo con delle poesie che sembrano provenire dal tempo della mezza luce, della Lichtung, con delle parole sospese nel viale del tramonto, nella «radura» presso la quale l’ospite della terra giunge dopo un lungo silenzioso tragitto. Allora, ho capito il segreto di quella frase hölderliniana: «Ciò che resta lo fondano i poeti», non tanto la parola in forza di «ciò che dura»,  ma anzitutto, la parola per  la debolezza di «ciò che resta», perché in esso i poeti fondano il loro regno illusorio fatto di stuzzicadenti e di zolfanelli bagnati di pioggia come l’infrangersi della parola poetica che non è nulla di monumentale, di statuario, di memorabile,  non è una struttura metafisica stabile ma evento fragile e debole che si iscrive nell’epoca della debolezza e dell’infrangersi della parola poetica sugli scogli dell’essere un tempo stabile ed ora non più.

La parola poetica diventa esperienza della fragilità e della terrestrità, un indebolimento di ciò che un tempo lontano era la pienezza del tempio greco o della basilica cristiana ed adesso è un luogo infirmato dal sole e dalla pioggia, dal vento e dagli uomini che abitano la terra e che ad essa ritornano, come erranti, dopo il viaggio transeunte sulla terra sulla cui superficie non splende più il sole dell’avvenire. Il linguaggio della Petrillo si dà come ciò che zerbricht,  che si infrange sugli scogli dell’evidenza della terrestrità.

C’è un filo conduttore dall’epoca di Antonia Pozzi, di Cristina Campo, di Anna Ventura e di Maria Rosaria Madonna che lega le voci femminili fino a Marina Petrillo alla testimonianza della scomparsa del «sacro»; tale nitida monumentalità non appariva all’orizzonte della poesia italiana da tempo immemore; una voce nella quale si percepiscono distintamente le scalfitture, e le incisioni del tempo e della terra, le ferite e le abrasioni dell’attrito svoltosi tra essenza e presenza, tra la figura del nulla e la figura del presente, dove la poesia è soltanto quel sottilissimo velo di parole che fonda la presenza figurale del nostro essere nel mondo, dove la parola è scontro tra mondo e terra nella forma della terrestrità vissuta.

È là dove la Petrillo foscoleggia che ottiene l’apice della monumentalità per quell’empito della voce da basso continuo, classicista nutrita di anticlassicismo per quella fedeltà alle regole formali della poesia a partire dal ritmo franto ai raffinati tecnicismi dell’a capo, attraverso cui la poesia modernista del novecento riaffiora in modo anacronistico e inattuale in un mondo che non sa più che farsene di quella metafisica dell’apparire e del disvelarsi, del venire alla presenza di ciò che non è più presente.

Le parole della Petrillo si presentano omologhe alle parole del corredo funebre con cui si adorna il cadavere di una giovinetta passata anzitempo tra i più…

«Nella tarda modernità l’essere sempre in viaggio, non avere una casa o un porto d’arrivo e non sentire, di conseguenza, la nostalgia per un preciso luogo cui ritornare, può persino trasformarsi in un privilegio. A cosa aspira l’anima moderna, definita da Baudelaire un veliero in cerca della sua terra utopica, un trois-mats cherchant son Icarie? E dove si dirige? Verso l’allontanamento dal noto, Au fond de l’Inconnu pour trouver du nouveau (Le Voyage, VIII, 8), per uscire comunque dal mondo, non importa dove (Anywhere out of the world!, in Spleen de Paris, XLVIII).

Se ormai il mondo non ha né centro né periferia, non si possono più desiderare rientri nelle calme acque di un porto, ma soltanto senza meta».1]

Dell’insidiosa tela che il sovrano Tempo
ha posto a sigillo del Mondo
più non altro che cenere si solleva.

Non scuote il capo
l’ultimo amante insoddisfatto
se i fianchi si invaghiscono dello Spirito.

Solo implora la pietà di un bacio

Involve alfine lo Spazio in azzurrità
e di sua Beltà soave l’oro
rivela in pudico segreto.

Siamo qui a scrutare cieli
di infinito capovolti 
conchiglie a sciame di nube.

Nulla rivela il mondo

Antigone pietosa la terra
del sospiroso gravido Ribelle
Madre, a sponda di tenerezza.

Ancora le Parche cuciono destini
ma del Canto antico è spenta la memoria
e ognuno in sé tace l’Amore perduto.

(Cosa rivela Poesia al Sacerdote del Sublime Tempio…)

Se accettiamo come sensata l’affermazione heideggeriana dell’opera d’arte come «messa in opera della verità», non possiamo non chiederci quale sia il messaggio di «verità» che traluce da questi versi di Marina Petrillo posti in epigrafe.
È certo che la «verità» di cui ci parla la poesia moderna non ha nulla a che fare con la «verità» della metafisica, quella, per intenderci, della piena luminosità nella quale si staglia il marmo della Nike di Samotracia; la nostra «verità» non può che essere una scalfittura che non splende più nella «luminosità» del cielo e della terra ma che abita le intemperie, la mezza luce, lo sguardo distratto benjaminiano, il cono d’ombra, gli angoli intermessi e riposti… che si dà mediante un mezzo parlare, un parlare sibillino, un mezzo parlottio un tempo oracolare ma che oggidì risulta essere sbreccato e corroso dal tempo della nostra temporalità. È un parlare di una modesta sibilla quello che ci parla ai giorni nostri della perdita perpetua, un parlare dimezzato, smozzicato e infirmato di una regalità infranta e decapitata; il parlare della bocca della testa decapitata, uno smozzicare di sillabe farneticanti senza più senso alcuno, un plesso di fonemi disarticolati e incomprensibili che si presenta nelle vesti disadorne di un «enigma» sordidamente esposto alla dimenticanza dell’essere e della memoria. Ecco perché l’enigma non deve essere interpretato quanto evocato e ricordato come un monito per ciò che è stato e per ciò che sarà nel futuro. Le parole della Petrillo sembrano aleggiare attorno ad un nucleo che si è dissolto, come un fumo che il vento ha disperso.
«Non è sempre necessario che il vero prenda corpo; è sufficiente che aleggi nei dintorni come spirito, e provochi una sorta di accordo come quando il suono delle campane fluttua amico nell’atmosfera, apportatore di pace».2
Le parole della poesia aleggiano incerte attorno ad un nucleo assente perché hanno perso la forza di gravità della sintassi e del sensorio che un tempo le teneva legate, perché quella forza si è indebolita…

1] Remo Bodei, Limite, Bologna, Il Mulino, 2016, p. 49

2 M. Heidegger, Die Kunst und der Raum, St. Gallen, Erker Verlag, 1969; trad. it. L’arte e lo spazio, di C. Angelino, Genova, Il melangolo, 1984 p. 23

foto-gunnar-smoliansky-1976

gunnar-smoliansky-1976

Marina Petrillo

 da Materia redenta

Dell’insidiosa tela che il sovrano Tempo
ha posto a sigillo del Mondo
più non altro che cenere si solleva.

Non scuote il capo
l’ultimo amante insoddisfatto
se i fianchi si invaghiscono dello Spirito.

Solo implora la pietà di un bacio

Involve alfine lo Spazio in azzurrità
e di sua Beltà soave l’oro
rivela in pudico segreto.

Siamo qui a scrutare cieli
di infinito capovolti
conchiglie a sciame di nube.

Nulla rivela il mondo

Antigone pietosa la terra
del sospiroso gravido Ribelle
Madre, a sponda di tenerezza.

Ancora le Parche cuciono destini
ma del Canto antico è spenta la memoria
e ognuno in sé tace l’Amore perduto.

(Cosa rivela Poesia al Sacerdote del Sublime Tempio…)

*

Dei miei perduti passi
non trae memoria
la bambina che toccò
del primo fiore
la corolla.

Chi fui
nell’assente dormiveglia
mentre oltre il sogno
vagava la piccola anima
ridesta.

nel giorno di scuola
agli altri affine
sconosciuta
sillabavo il nome.

Portata a braccia
nella gloria del quotidiano
svogliata
traevo a stento pena.

Poiché l’eterno
mi pervadeva
ad eco di sé
e per errore inciampava la pronunzia
nell’amore di mia madre
come fossi molecola di luce
mai venuta al mondo.

*

Di sole visse e trafitto
risorse a velo squarciato
tra nubi indaco a schiera poste.

Croce splendente
in anima di fuoco
zolla di terra umida di brina.

Inviolato calice
dal dubbio posto in umana forma.
Dell’attesa il rovinoso tempo
sembra ora spezzato.

Caos si adagia di pioggia gravido.

Sconosce il Suo volto di stella
l’amato costato in sé redento
come mai fosse esistito
e Sogno cullasse un infinito silenzio.

*

Giungesti a me di povertà vestita.

Eppur splendente
nell’umile apparenza
rapisti ogni gemma al mondo.

Il Re, del fascino perse memoria.
A te devoto
compose una preghiera.

Il Sacro ci abita
e non riconosce del profano vessillo
l’invadenza.

Pronte a dichiarazione di Sé
nutre al seno i suoi bambini.

Tutti vengono a Lui recando doni
poiché non v’è alcuno che non ne abbia
e nel profondo nutra dell’inviolato Amore
desiderio.

*

Foto Bauhaus 1

foto Bauhaus

Sappiamo della nostra presenza
ma non ci coglie
impreparati
il vuoto trafelare dei giorni
quando per ignoto sentimento
il ciglio della strada
ammette il suo travaglio
e slarga l’orizzonte.

Siamo qui
in un perduto gesto
mentre l’Altro da noi
trasmigra in atto parallelo o, tenue,
diluisce in liquido amniotico
di altra vita specchio.

Partoriti siamo dunque
ma dal Sogno
cercando di vita in vita
la Madre.

*

Si è mai visto del segno la fine…
L’interrotta acquiescenza di una verde collina
nel limite estremo del tratto
diluente a pendice…

Asservito all’ignoto compagno
l’astratto si imbeve di forma
e in frattale delinea l’alchemico sogno.

Se il Creato tutto astenesse dal gesto
l’impatto rimarrebbe sospeso ad inizio
tributo non dato alla geometria
ma all’invisibile assenso.

In spazio molteplice
eppur presago di ingegno
che il senziente non può immaginare
insoluto.

*

Arriva improvvisa la fine
come battito di stella
in universo di pietre lunari.

Adagio assottiglia il ricordo.
Dall’alto si getta
a sogno di guarigione

Vita in sé nuova
affinché più nulla si sveli
dell’antico seme malato.

Conoscevo parole dimentiche di cielo .

In bilico
tramortita
perdermi vorrei su spiagge di smemoria

Al tempo spezzato sorridere
e farti nascere di nuovo.

Tu che sei figlia

Noce di perfezione
Incanto.

*

Se non fosse così silenzioso
lo Spirito squarciato a festa
tra profani Custodi di storia
e congiunte memorie
instabili come torri…

Babeli indolenti
tra sillabari di idiota genia.

Amo l’antica Madre del mondo
sigillo di ignota armonia
posto nel ciclo profano
a rigore divino.

In manti cobalto e sfondi dorati
Incedi
mai supplice all’odiato compagno
ponendo Tua ombra in suono.

A te, creatura creante
appartiene l’abisso del cuore.

Sei il respiro di ogni natura
e lo stellato tuo volto
indaga immoto l’ umano Destino.

*

Prima della fine
giungerà inesplorato il volto della notte

Del mondo si avrà ferita
tra partorite ombre d’oltre confine.

Il doppio sarà rivelato a sconfitta di sé
in argine di ignoto pensiero
poiché adagio il conforto
porrà il pianto
tra ciglia di ingannevole memoria

Dal ventre di ogni madre
cresce del bambino il silenzioso battito.

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34 commenti

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34 risposte a “Marina Petrillo Poesie inedite da Materia redenta con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, La parola poetica diventa esperienza della fragilità e della terrestrità

  1. Poesie che riconoscono la presenza del Sacro nella vita e insieme portano a constatare come accedervi sia sempre più difficile. Ospite emarginato, definitivamente scomparso all’orizzonte, può lasciare spazio per deviazioni impensabili o baratri. E non è neanche cosa nuova (vitello d’oro o terzo Reich). Mi chiedo chi siano i destinatari della poesia… chi se non i poeti stessi. Questi verso di Marina Petrillo, me lo fanno pensare.
    Prima di tutti gli stessi poeti, ma chiunque si sintonizzi su versi poetici, capace di leggervi anche quello che l’autore stesso, non avrebbe mai saputo, nè voluto spiegare, è lui stesso poeta (altrettanto e forse più grande) riscrittore di quei versi, che si manifestano di più e in modo diverso. Così viaggia la poesia. Si può auspicare e lavorare per una poesia, che incontri anche, chi alla poesia crede di essere estraneo. E’ possibile, o tutto viene inesorabilmente determinato dalle leggi del mercato? Il poeta si deve curare di quelli, che non solo per loro colpa, restano esclusi dalla cultura poetica, o artistica in genere, o dalla cultura tutta?
    Solo i classici (quando avviene) o solo i cantautori parlano ai giovani, alle masse?
    Qualcosa dalla lettura diffusa (o specializzata) viene inevitabilmente distorto o estorto, in modo quasi fraudolento al poeta, uno e primo autore? Dopo la notte, la “lucidità” del mattino. Un saluto a tutti, nella casa dell’Ombra.

  2. Giuseppe Gallo

    Chiedo scusa a tutti, ma non ho resistito. Il richiamo alla “Casa”, alla “debolezza”, alla terrestrità”, ai bellissimi versi di Marina Petrillo che l’Ombra ci propone…

    Siamo qui
    in un perduto gesto
    mentre l’Altro da noi
    trasmigra in atto parallelo o, tenue,
    diluisce in liquido amniotico
    di altra vita specchio.

    Partoriti siamo dunque
    ma dal Sogno
    cercando di vita in vita
    la Madre…,

    ecco qualche dubbio di un figlio, senza la Casa del Padre e quella della Madre…

    La casa
    Ha una casa di paglia sopra il nulla
    quattro assi inchiodate con il vuoto.

    Un oblò bianco per spiarvi dentro
    e un tetto a penzoloni per lo scivolo delle lumache.

    Non è casa di mare o di montagna.
    È a mille miglia. Lontana dai libri del sapere.

    Con tre metri quadrati di storia nelle nuvole
    e un camino di stragi allo zenzero.

    Favole rampicanti a governare il dubbi
    e abbracci di basilico nelle crepe.

    Nemmeno un balestruccio sotto la tettoia.
    ma farfalle in esilio come tegole.

    Non è riparo di periferia o loft di città.
    Abita a mille miglia dal tramonto.

    Ha una siepe d’alloro dove non ci dovrebbe essere.
    Davanti alla porta! Per ingraziarsi la soglia.

    Ma non v’entra nessuno, neanche di giorno!
    Mitragliate di selfie, ma non appare mai!

    Pencola al vento. Soffoca di echi.
    Nel solleone sbiadisce come un ciuffo di burro.

    È più facile abitare in una cruna
    o sopra un cammello in viaggio per il regno dei cieli?

  3. Mi riallaccio alle parole di Vittorio Bodini riportate da Antonio Sagredo riguardo alla questione della assenza, in Italia, di un surrealismo italiano in poesia:

    «congiura del Buon Senso, del perbenismo nazionale».

    Il problema è ben più ampio e coinvolge la medietà della poesia italiana del novecento, problema da me sollevato in tante sedi e in numerosissime occasioni. Ma il problema rimane sempre quello, non solo in Italia non c’è mai stato un surrealismo, ma non c’è mai stato un movimento imagista, o acmeista come in altri paesi europei, inoltre non abbiamo mai avuto un movimento espressionista… in una parola, quel che è più grave: non abbiamo mai avuto lo sviluppo di una poesia modernista come è accaduto per la poesia di altri paesi europei. Il problema è ampio e va visto mettendo sotto la lente di ingrandimento lo sviluppo ritardato dell’industrializzazione dell’Italia e il mancato sviluppo di una borghesia veramente europea e delle élites intellettuali, cioè aperta alle idee internazionali…

    In fin dei conti questa piattaforma che abbiamo che abbiamo messo in campo e abbiamo chiamato nuova ontologia estetica ha un compito gravosissimo sulle sue spalle e anche una responsabilità grandissima: quelle di mettere mano alla costruzione di una poetica di amplissimo respiro che consenta ai migliori talenti della poesia italiana di esprimersi compiutamente. È ovvio che il compito è davvero arduo: scardinare la poesia italiana dal «perbenismo» e dal conformismo di cui diceva Bodini, significa demolire la poesia istituzionale italiana degli ultimi cinquanta anni, e ricostruire proprio là dove ci sono, ben visibili, le macerie della poesia di scuola, delle scuole poetiche di questi ultimi decenni.

    Compito non agevole, perché avremo tutte le istituzioni del perbenismo, tutte le Accademie della Muffa e della Crusca nostre nemiche giurate…

    Tempo fa ho incontrato una poetessa che mi ha detto: «ma lo sai Giorgio che a Milano hai tanti nemici?»; poi ho incontrato un’altra persona che mi ha detto, quasi con le stesse parole: «ma lo sai che a Roma hai tantissimi nemici?». «Lo so», ho risposto.

  4. Carlo Livia

    In Italia il surrealismo fu neutralizzato dal futurismo che, con la sua muscolare apologia della tecnica, non poteva integrare, nella sua mediocrità, almeno poetica, l’enorme breccia aperta sul mondo dell’inconscio e della libertà espressiva operata dall’avanguardia francese; e vietato dal fascismo, che non poteva accogliere le sue istanze anarchico-marxiste, antimilitariste e antinazionaliste. Le poche voci autonome non potevano che rifugiarsi nei labirinti dell’ermetismo, che almeno consentiva implicite ribellioni.
    “Il gesto del carnefice è già scritto negli occhi della vittima” ha scritto Kafka, ogni tensione e formalizzazione espressiva, coglie nel suo gesto ribelle e sovversivo, la stessa dimensione e necessità spirituale che il potere occuperà con la sua volontà oppressiva. Nell’odierna cultura dell’oblio dell’essere, della dismissione del sacro, della omologazione e mercificazione di ogni produzione di senso, di ogni ansia di varcare la tenebra della cultura tecnologica, dove ” la luce è sepolta con rumori e catene/ in impudica sfida di scienza senza radici ” ( Lorca) la sfida del pensiero poetico al totalitarismo della produzione è neutralizzata e vanificata dalle stesse leggi del mercato, che la emarginano e sommergono con un oceano di prodotti e scarti inutili, degradanti e mortiferi.

    IMPERFEZIONI DEL BUIO

    “ l’inferno, tessuto
    da mani perfette “
    Amelia Rosselli

    Dal groviglio della madre
    l’uragano nella testa
    con la santa che sorride mentre le pianto il coltello
    i corridoi dell’ambasciata mi guardano stupiti mentre cerco la parola “dove” le mutandine sacre e il giorno furioso

    Le rose dell’oltretomba mi perseguitano
    io torno nel campo inappagabile
    qui sono quelli che sfogliano e ritagliano i miei pensieri
    risorgo nuda legata all’altalena buia
    dai balconi gridano il tempo è morto
    ditelo alla Dea che continua
    le forme rosa guariscono il cielo
    non scagliano più nessuno a dirci morirete e sarete candide colonne sogno un peccato senza strettoie una delizia implacabile un sagrato di languori

    Lei ripete l’azzurro è impossibile ma non dimenticare faremo musica silenziosa nei giorni curvi
    senza ragione le ho affidato le mie porcellane i miei brividi i miei tramonti e guardate come dorme
    ritta sul piedistallo

  5. Salvatore Martino

    Lodevole questo ritorno spirituale, metafisico, colorato di mitologia nei versi della Petrillo.Un pensiero talvolta elevato con immagini di una certa profondità. Non mi convincono lo stile e la sintassi che mi appaiono, forse volutamente, troppo desueti, e soprattutto una assenza di concretezza, e un filosofare troppo intellettualistico.
    Voglio regalare nella ormai consuetudine narcisistica del blog un mio testo, che risale ai primi anni ’80, nello stile adottato , almeno formalmente, dai poeti della NOE, distici quindi frammentati.

    Nel gelido orecchio della menzogna

    Disposto a tradire
    a domandare di restare intero

    ma non dover comprendere nessuno
    e neanche se stessi

    accecàti dal sonno dal dolore
    dall’alcool forse e dalla solitudine

    vanificando l’odio
    la menzogna di non essere ombra

    come una preda morta tra gli artigli
    di una specie estinta di carnivori

    non ci sono voci in arrivo
    soltanto dolomiti e crepacci

    la scorza smozzicata della stanza
    troppa angusta a trattenere il vuoto

    seduti a fronte col destino
    quattro petali in mano

    limitiamoci a ridere
    al margine oggettivo del frammento

    • caro Salvatore,
      noto che la tua poesia, detta in distici, ne guadagna in concisione e in precisione. Il distico obbliga il poeta ad un maggior controllo e auto controllo, il che è un vantaggio. Ed è una scoperta che abbiamo fatto qui in diretta, nell’Ombra.

      Quanto a certi aspetti di anacronismo lessicale usati da Marina Petrillo nella sua poesia, penso che gli aspetti desueti di certo suo vocabolario non siano il prodotto di ingenuità quanto una scelta deliberata per dare un senso di «fumo» al lessico, un che di «antico», come se il poeta non trovasse nella contemporaneità le parole adeguate al suo sentire e ai suoi bisogni espressivi; nella sua poesia un certo quoziente di anacronismo e di inattualità penso sia il corrispettivo di una disfasia e distonia lessicale, un elemento connotativo ineliminabile dal suo «dire».

      • Salvatore Martino

        Carissimo Giorgio il testo al quale ti riferisci nacque in questa forma stilistica , quindi non è che lo abbia trascritto così oggi, e non certamente per la scoperta de’ l’Ombra. Per quanto riguarda lo stile desueto della Petrillo anche io affermo che molto probabilmente è voluto, anche se mi suona non proprio convincente.

  6. Marina Petrillo
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/12/04/marina-petrillo-poesie-inedite-da-materia-redenta-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-la-parola-poetica-diventa-esperienza-della-fragilita-e-della-terrestrita/comment-page-1/#comment-43394
    da Materia redenta

    Dell’insidiosa tela che il sovrano Tempo
    ha posto a sigillo del Mondo
    più non altro che cenere si solleva.

    Non scuote il capo
    l’ultimo amante insoddisfatto
    se i fianchi si invaghiscono dello Spirito.

    Solo implora la pietà di un bacio

    Involve alfine lo Spazio in azzurrità
    e di sua Beltà soave l’oro
    rivela in pudico segreto.

    Siamo qui a scrutare cieli
    di infinito capovolti
    conchiglie a sciame di nube.

    Nulla rivela il mondo

    Antigone pietosa la terra
    del sospiroso gravido Ribelle
    Madre, a sponda di tenerezza.

    Ancora le Parche cuciono destini
    ma del Canto antico è spenta la memoria
    e ognuno in sé tace l’Amore perduto.

    (Cosa rivela Poesia al Sacerdote del Sublime Tempio…)

    Se accettiamo come sensata l’affermazione heideggeriana dell’opera d’arte come «messa in opera della verità», non possiamo non chiederci quale sia il messaggio di «verità» che traluce da questi versi di Marina Petrillo posti in epigrafe.
    È certo che la «verità» di cui ci parla la poesia moderna non ha nulla a che fare con la «verità» della metafisica, quella, per intenderci, della piena luminosità nella quale si staglia il marmo della Nike di Samotracia; la nostra «verità» non può che essere una scalfittura che non splende più nella «luminosità» del cielo e della terra ma che abita le intemperie, la mezza luce, lo sguardo distratto benjaminiano, il cono d’ombra, gli angoli intermessi e riposti… che si dà mediante un mezzo parlare, un parlare sibillino, un mezzo parlottio un tempo oracolare ma che oggidì risulta essere sbreccato e corroso dal tempo della nostra temporalità. È un parlare di una modesta sibilla quello che ci parla ai giorni nostri della perdita perpetua, un parlare dimezzato, smozzicato e infirmato di una regalità infranta e decapitata; il parlare della bocca della testa decapitata, uno smozzicare di sillabe farneticanti senza più senso alcuno, un plesso di fonemi disarticolati e incomprensibili che si presenta nelle vesti disadorne di un «enigma» sordidamente esposto alla dimenticanza dell’essere e della memoria. Ecco perché l’enigma non deve essere interpretato quanto evocato e ricordato come un monito per ciò che è stato e per ciò che sarà nel futuro. Le parole della Petrillo sembrano aleggiare attorno ad un nucleo che si è dissolto, come un fumo che il vento ha disperso.
    «Non è sempre necessario che il vero prenda corpo; è sufficiente che aleggi nei dintorni come spirito, e provochi una sorta di accordo come quando il suono delle campane fluttua amico nell’atmosfera, apportatore di pace».1
    Le parole della poesia aleggiano incerte attorno ad un nucleo assente perché hanno perso la forza di gravità della sintassi e del sensorio che un tempo le teneva legate, perché quella forza si è indebolita…

    1 M. Heidegger, Die Kunst und der Raum, St. Gallen, Erker Verlag, 1969; trad. it. L’arte e lo spazio, di C. Angelino, Genova, Il Melangolo, 1984 p. 23

  7. Del gelo ho un rammendo radioso.
    Mi tolgo il cappello e mi rimetto il capello
    la notte lo sai raffredda le idee
    ed a salve che i frammenti ci isolano,
    del resto dovremmo saperla indossare la maglia
    di lana. Chapeau è il vento degli dei.

    (Al vento e al gelo! Ripropongo questo omaggio a Tosi. Pare in sintonia. Pare.)

    Grazie OMBRA.

    • Del gelo ho un rammendo radioso.
      Mi tolgo il cappello e mi rimetto il capello

      la notte lo sai raffredda le idee
      ed a salve che i frammenti ci isolano,

      del resto dovremmo saperla indossare la maglia di lana. Chapeau è il vento degli dei.

      GRAZIE Ombra.

  8. Vorrei dire a Marina Petrillo di restare altissima nei versi. Se le andasse, di provare a mettere della triste quotidianità; ma in panetti d’oro zecchino, come si conviene, anche nella disperazione; che queste sue poesie mi sono piaciute moltissimo, anche se appartenenti a un genere per me imponderabile: il femminile; la forma mi è distante e i versi brillano principalmente nel significato. Però mi ha particolarmente conquistato il significato di questi due versi:

    A te, creatura creante
    appartiene l’abisso del cuore.

    … e dopo avermi conquistato, il significato che avevo scelto si è fatto da parte. Però, grande verità!

    Così ho scritto per questi due versi di Marina Petrillo queste poche righe:

    Muori vincitore. Poi le donne raccoglieranno
    quel che a loro appartiene. Spazzola, reggiseno.

    Tutte le sottane; tende, lenzuola e veli. I comò.
    Il copricalorifero, lo zerbino e la bicicletta.

    Conquistata la libertà si cercheranno un posto
    dove stare; circondato da nuvole, con un piccolo

    ponte levatoio; l’agenda delle cose da fare,
    il fermacapelli. A un passo dal centro di ogni

    paese e città. Si sposeranno presto
    ma per la maggior parete del tempo staranno sole.

    In terrazza, davanti alla città che cresce.

    • Batti cinque, Tosi!

      E se ribaltassimo l’esperieNza, se disperati
      ammettesimo d’aver sbagliato. Se
      Nella sostanza azzardassimo
      l’ipotesi di rivedere il Verso, ammaliandoci anche, nonché ripudiando la NOE, e sul destriero, al galoppo anche assestarsi poetando?
      Oh! Tosi, che Orlande Furiose saremmo!

      Al galoppo vedo spuntare Ser Talia e la lancia ha sguainata…

      (Grazie OMBRA)

      • Quello, di donne ne sa meno di me.

        • Giuseppe Talia

          Caro Lucio Mayor Tosi, “Quello” potrebbe sorprenderti, di bosco e di riviera com’è.
          Ad ogni modo, il tuo testo, che già Paolarenzetti ha commentato, tradisce una tua visione della donna decisamente riduttiva e sessista. Inizi la poesia con un punto fermo “Muori vincitore.” Chi muore vincitore? l’eroe? iI guerriero? L’uomo forte? Il maschio? Il maschio alfa? “Poi le donne raccoglieranno”. Che cosa raccolgono le donne dopo la morte del maschio sancito dal tuo punto fermo? Quale destino attribuisci a loro? Spazzola, reggiseno (quello con il ferretto o senza? Vedi che “Quello” ne è informato) le sottane, tende, lenzuola e veli. Odalische, casalinghe disperate, relegate al comò, persino zerbini e alle prese con i fermacapelli. Poi si sposano e comunque stanno da sole (?). Hai mangiato pesante ieri sera, caro Tosi?

          Hai visto recentemente su rai 3 la trasmissione La TV delle ragazze?
          Le donne

          Caro Mayor Lucio Tosi, meno sativa e meno satori ci vogliono per fare poesia. Meno irruenza e più capacità di capire che il mondo non si riduce a un recinto di erbe e di erbacce e di lumache, come anche di cani che abbaiano o di vecchiette sole e solitarie: immagini tutte ottocentesche di un certo tipo di poesia della misericordia. Meno sativa e meno satori. Più ponderazione e meno integralismo.

          Ho colto l’invito di Pierno, ho “sguainato la lancia”.

  9. Riflettendo, sempre al mattino. Non so se si possa parlare di poesia femminile o femminile in poesia, ancora. Lasciamo che si intersechino, l’un l’altro, maschile e femminile. Le donne hanno fin troppa familiarità con i loro oggetti meno nobili (spazzola – forcine ecc). e più nobili: Madre ad esempio.
    Fa sempre piacere che qualcuno presti attenzione a noi, in modo gentile e riconoscente, certo. Ma aiutateci a superare i limiti che spesso noi stesse ci infliggiamo, supportate purtroppo da questa connivenza maschile e femminile, che opera insieme. Anche nei versi della Rosselli, vedo questo senso di rivolta verso un femminile rifiutato, che però sembra ritorcersi contro, in un’inutile implosione. Il Sacro stesso, è stato un ambito di espressione femminile (le mistiche ad es.) Mi piacerebbe sapere che ne pensano donne e uomini.

  10. cara Paola Renzetti,

    io penso che c’è una poesia “al femminile” ma non una poesia femminile, di differenze tra poesia maschile e poesia femminile io non ne vedo (intendo differenze di livello). Oggi leggo di “poetesse” che scrivono sul corpo, sulla propria presunta sessualità, sulle proprie uibbìe etc. ma quella non è poesia ma kitsch. Nella poesia di Amelia Rosselli che ho conosciuto di persona e era spesso ospite a casa mia a cena… non c’è nulla di femminile. È che poi un numero enorme di pseudo poetesse hanno imitato il modello Amelia Rosselli , il suo stile intendo, volgendolo al femminile, lo hanno femminilizzato… Una grande poetessa del livello della Rosselli è Maria Rosaria Madonna (1942-2002) le cui poesie sono state pubblicate da Progetto Cultura quest’anno al costo di 12 euro. Ti consiglio di leggere questa grande poetessa.

    • Grazie Giorgio, seguirò il tuo consiglio, anche se i versi di Maria Rosaria Madonna, mi sono sembrati a prima vista, molto oscuri. Vorrei evidenziare questi versi di Amelia Rosselli, nella poesia qui scritta da Carlo Livia

      Dal groviglio della madre
      l’uragano nella testa
      con la santa che sorride mentre le pianto il coltello…

      In queste parole sento di qualcosa di irrisolto, un’espropriare da sé stessi qualcosa di cui non ci si può liberare e si rimane avviluppati.
      Pasolini e il suo rapporto ancestrale con la madre, potrebbe essere un parallelismo, da leggersi in questi versi. E’ una mia risonanza, anche se da distanza grande.

      E in questi versi di Marina Petrillo:

      Partoriti siamo dunque
      ma dal sogno
      cercando di vita in vita
      la Madre

      Qui è Madre con emme maiuscola (potrebbe alludere alla Madre di Gesù) o alla Dea Madre di tutti i tempi e di tutte le culture anche della nostra, evidentemente.
      In ogni caso sono molte le letture. Ci può essere un femminile talmente condizionante, da rimanere invischiati, illiberati.
      Sono d’accordo sul giudizio che dai su certa poetica del corpo, del lamento (ne ho anch’io qualche ricordo) o peggio di una difesa a oltranza della stupidità. Rimane il fatto della violenza esercitata sulla donna, perchè è donna.

  11. Una poesia di Georg Trakl

    Geistliche Dammerung

    Still begegnet am Saum des Waldes
    Ein dunkles Wild;
    Am Hügel endet leise der Abendwind,

    Verstummt die Klege der Amsel,
    Und die sanften Flöten des Herbstes
    Schweigen im Rohr.

    Auf schwarzer Wolke
    Befährst du trunken von Mohn
    Den nächtogen Weiher,

    Den Sternenhimmel,
    Immer tönt der Schwester mondene Stimme
    Durch die geistliche Nacht.

    *
    Crepuscolo spirituale

    Silenziosa appare sull’orlo del bosco
    Una oscura fiera;
    Sul colle muore lieve il vento della sera.

    Cessa il lamento del merlo
    E i soavi flauti soavi autunnali
    Tacciono nel canneto.

    Sopra una nube nerastra
    Solchi tu, ebbro d’oppio,
    Il lago notturno,

    Il cielo stellato.
    Sempre risuona la voce lunare della sorella
    Attraverso la notte spirituale

    *
    Una poesia di Gino Rago

    Cattedrale delle ombre

    […]
    Perché non è la notte
    Che ti nasconde Dio. Sei tu che lo nascondi
    Temendo l’ombra.
    Tremando di paura di fronte all’infinito.

    Se non pianti le parole come chiodi
    Non sei poeta
    Perché quelle parole se le prende il vento.

    Se dici «morte» la falce si scatena.
    Muore la Parola. Non soltanto il fiore.
    Senza Parola in fiore tutto il mondo muore.

    Ma se non sei poeta e nomini la morte
    Muori solo tu.
    Non varchi la soglia della cattedrale delle ombre.

    Una poesia di Giorgio Linguaglossa

    Marco Alvino Getulio

    (da Il tedio di Dio, Progetto Cultura, 2018)

    A Cartagine conversai con i filosofi cirenaici.
    Sostenevano costoro che prolungare la vita

    è un’empia stortura perché prolunga il dolore infinitamente
    e moltiplica il numero dei morti.

    Sostengono questi filosofi che occorre tagliare
    al più presto il nodo della vita, dicono che non c’è altro modo

    per vivere una vita intensa e bella.
    Per tale ufficio Atropo è la dea scelta da Zeus

    per dare agli uomini l’illusione dell’immortalità.

    La loro tesi però non mi convinse. E cercai altrove.
    Fu lì che decisi di consultare l’oracolo di Delfi,

    ma il responso sibillino non mi piacque
    e mi spinsi a sud del Pactolo sulle cui rive

    vive il popolo dei garamanti che si nutre
    di ecantorchidee e dell’ortica delle radure polverose.

    Ancora più a sud c’è la Città degli Immortali
    – mi dissero quei barbari –

    E così mi inoltrai nel deserto dei gobbi.

    Deformi dalla nascita suscitano in noi, uomini civili,
    ribrezzo e recrudescenza.

    Fu allora che fuggii da quelle lande desolate
    e tornai tra le rive dell’Eufrate, tra i popoli che parlano la nostra lingua.

    Fu allora che incontrai Dio alle porte di Persepolis.
    E gli chiesi notizie intorno all’immortalità.

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/01/18/rossana-levati-fattore-tempo-e-fattore-spazio-nella-poesia-di-gino-rago-giorgio-linguaglossa-giorgio-caproni-zbigniew-herbert-il-frammento-e-la-nuova-ontologia-estetica-con-traduzioni-delle-poes/comment-page-1/#comment-30208
    Scrive Gino Rago:

    Perché non è la notte
    Che ti nasconde Dio. Sei tu che lo nascondi
    Temendo l’ombra.
    Tremando di paura di fronte all’infinito.

    Dunque, è l’uomo che «nasconde Dio», perché teme «l’ombra», «Tremando di paura di fronte all’infinito». Infatti «la notte», sembra essere «Dio» stesso. In questa poesia di Rago la notte prende il posto della luce, ribalta così il poeta la base di ogni pensiero teologico e teogonico: non la luce ma la notte è l’abitazione di Dio, anzi, Dio stesso è la notte. E non la «parola». Non è il «Verbo» ciò da cui e per cui prende via il «Fiat lux». No, perché è la notte il luogo e l’abito nel quale Dio si «nasconde». O, forse, lascia intuire Gino Rago, è lo stesso Dio che coincide con la «notte»?

    È singolare e paradossale questa coincidenza tra la poesia di Gino Rago e la mia titolata Marco Alvino Getulio. Sono entrambe poesie del nichilismo dispiegato, ma un nichilismo dove l’uomo si veste di potenza: non ricerca più Dio ma vuole conoscere perché Dio si nasconda nella «notte», perché quindi inganni gli uomini con la luce. È la notte la verità di Dio, essendo la luce ciò che ne permette il nascondimento. Il protagonista di Cattedrale delle ombre di Gino Rago coincide allora con il mio Marco Alvino Getulio, costui si impegna non nella ricerca di Dio ma nella scoperta dell’immortalità; brama la morte perché sa che in quel luogo si nasconde la verità dell’immortalità. Per questo ascolta i filosofi cirenaici che propugnavano la morte precoce (si badi: non la bella morte, ma la morte e basta).

    Dunque, entrambe le poesie sono impegnate in un discorso oserei dire grandioso: indagare per scoprire che cos’è la morte e che cos’è Dio, perché la morte è la dissoluzione di Dio, la sua nientificazione. Marco Alvino Getulio è attraversato da questo pensiero orribile, così come anche il protagonista della poesia di Gino Rago, Che Dio sia una Finzione o Illusione dietro la quale si cela un’altra Presenza ancora più inquietante, una presenza che ha imposto a Dio la morte per contenerlo e condizionarlo…

    Per Gino Rago soltanto il poeta può «varcare la soglia della cattedrale delle ombre», a lui solo è dato questo privilegio. Per gli altri uomini c’è soltanto la morte bieca. Il poeta può scavalcare la morte, può oltrepassarla e vincere il nichilismo…

    Marco Alvino Getulio invece incontra Dio quasi per caso «alle porte di Persepolis» (a parte la manifesta surrealtà di un tale incontro) ma non gli chiede nient’altro che semplici «notizie intorno all’immortalità», notiziole, come se si trattasse di bagatelle da due sesterzi.

    È chiaro che qui siamo impegnati in due poesie che pongono una domanda alla massima altezza possibile. È una domanda terribile perché non ce n’è un’altra più alta e impegnativa…

    Ecco cosa significa fare poesia nel Dopo il Moderno, dopo cinque decenni di poesia istrionica e ironica, di minimalismo indecente, cinque decenni di morte della poesia, adesso due poeti osano porre la Domanda fondamentale, quella per cui ne vale della vita e della morte.

    Parmenide ammonisce:

    «Per la parola e il pensiero bisogna che l’essere sia: solo esso infatti è possibile che sia, e il nulla non è: su questo ti esorto a riflettere». (DK 6)

    In queste due poesie sembra risuonare l’eco del terribile apoftegma parmenideo: è l’essere che viene prima del Verbo, esso solo ne è il presupposto…

    «Nessun’altra esperienza dell’essere si dà mai all’uomo – stante che lo stesso essere in quanto essere si dà al pensiero sempre come “così e così determinato”».1] E quale altra esperienza dell’essere è più determinata della morte? Essendo la morte la esperienza massima che negativizza ogni positivo significare dell’essere e degli enti. Dio stesso infatti dà la morte perché egli stesso è sottoposto alla morte. È questo il terribile apoftegma non detto che sta appena al di sotto del positivo significare delle due poesie prese in esame.

    La poesia di Marina Petrillo come quella di Georg Trakl si muove lungo le linee verticali, cerca la vertiginosa abissalità, insegue l’intensità della verticale. È un tipo di poesia pochissimo frequentata nel novecento italiano, anche per via delle impervie difficoltà di esecuzione che tale procedura offre. Invece, la via di Gino Rago e la mia è una via di mezzo tra la verticalità e la orizzontalità (tanto per continuare nella metafora euclidea), tenta una omogeneizzazione dei due sistemi sintattici e simbolici…

    Massimo Donà, L’aporia del fondamento, Milano, Mimesis, 2010 p. 32

  12. Le 17 poesie che hanno cambiato la poesia europea

    Credo che per comprendere la portata rivoluzionaria delle poesie contenute nel celebre libro che va sotto il titolo 17 poesie (1954), dobbiamo innanzitutto comprendere questa novità sostanziale: con queste poesie Tranströmer volta pagina, non fa più una poesia di paesaggio, o di paesaggio interiore, proprio lui psicoanalista, de-psicologizza il discorso poetico, la forma-poesia, deideologizza la forma-poesia, la rende inidonea ad ospitare qualsiasi discorso ideologico e, su queste basi, propone una nuova fondazione della poesia europea.
    Forse, in Italia, è stata la nuova ontologia estetica che, per prima, ha compreso appieno la portata rivoluzionaria della raccolta trastromeriana.

    Tomas Transtromer Tre poesie

    In Italia l’opera di Tranströmer è stata pubblicata da Crocetti, che nel 1996 ha dato alle stampe alcune poesie nella Antologia della poesia svedese contemporanea e, nel 2008, il volume Poesia dal silenzio. Il medesimo editore ha annunciato l’uscita, a giorni, de Il grande mistero l’ultima opera del poeta svedese, una raccolta di 45 haiku per 45 punti di vista di un oggetto semplice-complesso. Alcune poesie del poeta svedese erano apparse nell’Almanacco dello Specchio del 2007.

    da 17 Poesie (1954)

    Sotto il quieto punto volteggiante della poiana
    avanza rotolando il mare fragoroso nella luce,
    mastica ciecamente il suo morso di alga e soffia
    schiuma sulla riva.
    La terra è celata dalle tenebre frugate dai pipistrelli.
    La poiana si ferma e diventa una stella.
    Il mare avanza rotolando fragoroso e soffia
    schiuma sulla riva.

    *

    L’albero della luna è marcito e si sgualcisce la vela.
    Il gabbiano volteggia ebbro lontano sulle acque.
    È carbonizzato il greve quadrato del ponte. La sterpaglia
    soccombe all’oscurità.
    Fuori sulla scala. L’alba batte e ribatte sui
    cancelli granitici del mare e il sole crepita
    vicino al mondo. Semiasfissiate divinità estive
    brancolano nei vapori marini.

    Storia fantastica

    Ci sono giorni d’inverno senza neve quando il mare s’imparenta
    con i tratti montuosi, accucciandosi in grigie vesti di piume,
    un breve attimo blu, lunghe ore con onde che invano
    come pallide linci cercano un appiglio sulla riva ghiaiosa.
    In giorni come questo esce il relitto dal mare in cerca dei
    suoi armatori, seduti al chiasso delle città, e gli equipaggi
    annegati soffiano verso terra, più sottili del fumo di pipa.
    (Nel nord vagano le vere linci, con artigli affilati
    e occhi sognanti. Nel nord dove il giorno
    vive in una caverna giorno e notte.
    Dove il solo sopravvissuto può sedere
    alla fornace dell’aurora boreale e ascoltare
    la musica dei morti assiderati.)

  13. di Fritz Hertz

    Tesoro hai preparato la cena? La ricetta prevede carne e cazzi in agrodolce. Un gustoso piatto per pochi metri di spazio.

    Friabile al punto esatto della sera. Che diventi uso quotidiano
    questo affanno sorridente. La grande coltivazione di mille

    terrazze bruciate. Tesoro nessuna incertezza. L’amore avrà il
    sigaro di Oumuamua allungato fino al tavolo di roccia.

    Dalla caduta lenta. Tra il tovagliolo e i gerani rossi. A volte potrem-
    mo schiuderci nell’odore delle molliche. Al di sotto del ginocchio.

    Tiepido vaffanculo di ogni luna millenaria.

  14. antonio sagredo

    Certo gentile signora Paola Rnzetti che deve seguire il consiglio di Linguaglossa !
    Ma ” i versi di Maria Rosaria Madonna, mi sono sembrati a prima vista, molto oscuri”, così Lei scrive, e invece non lo sono affatto, oscuri- forse è stata accecata dalla troppa luce che emettono, come un po’ i versi di Dante, che si, sono oscuri, ma che generano “alta” luce. Per essere più chiaro: “la materia oscura che ancora non conosciamo…” è sorgente di luce fin da quando esiste l’universo /premetto che nessuno conosce la vera “cifra” dell’universo, ma ci siamo vicini (dicono gli studiosi)… così anche nel Medioevo pensavano di aver compreso tutto, e invece….
    Hanno detto anche a me la stessa cosa dei miei versi, Invano! – ma non sono d’accordo, d’altronde ho sempre dettato sulla terrestrità e fragilità umane, ma non dei POETI, perché un POETA che s’uccide non è fragile, né terrestre :


    7

    Tavolette d’argilla: umiliazione e vergogna del canto
    E la parola cedette al disegno il suono… così finì la gola e il coro!
    E fra le navate non una supplica s’elevò al numero per sollevare
    La ragione dal fondo di uno ignoto cominciamento…
    La volta che non era… il balenìo dell’arco sfatto dalle pozze!
    E non ci furono più voli fra le risacche e quelle rocce a picco
    Dove non sai se ali e spuma in fusione sonori si legittimano…

    La domanda non muta il sesso di un eco in una conchiglia
    E gli autunni cancellano le cadute dalla propria natura!
    Quei tonfi che testimoniano il via vai di stagioni non ci saranno più
    E nessuna tomba sarà più squillante dello sguardo di un moribondo
    Poi che le rimembranze s’addicono soltanto a chi le nega…
    Così la giostra s’affossa nei futuri che per eccesso abbiamo preceduto.
    E trovare una sorgente non so… se in un patìo dove un qualsiasi Antonio
    sverna la propria inconsistenza e a un muro s’artiglia
    Per smerciare fra i mattoni un muschiato trucco
    O fra i cartoni una istanza che non fosse una preghiera
    Votiva ad una luce antelucana…
    E il poeta canta…
    Nel mese dell’afa profonde sono le notti… E le stelle, come suonano…

    Perché io vivrei pure nel futuro se solo sapessi i suoi confini
    – questo richiede l’immortalità o l’eternità io non so…
    Avrei modo di conoscere tutti gli astri e le sfere: sarebbe
    Dunque questo l’unico amore che volevo o c’è dell’altro
    Che non so, come p.e. i tumulti dei tumuli come fatui amori!

    E allora dovrei ritornare su questa terra, io che sono oramai
    Saturnino carnale, che canto i suoi anelli quasi fossero amorini
    Da incorniciare vicino ad ogni cantuccio sperduto negli spazi?
    No! È da tempo che sono un cittadino di tutti i luoghi possibili,
    E sono in ogni dove accolto.
    Anche là dove tutto si collassa!
    Dove il Tutto non significa ogni cosa.
    E questo non s’addice alla mia presenza o all’attimo che mi assenta…
    sono la Metamorfosi che mi controlla della materia – i sogni!

    (dalla / di parole Beate- 2015-16
    ———————————————–

    a carlos gavito, il tanguero che balla il silenzio e la morte

    E una sera di vigilie
    Quando cessarono tutti i tramonti e le attese
    E le aurore perdute nella notte conobbero la luce e l’onde
    Nell’oscurità come sentieri inespugnabili alle spume
    Io non seppi più se nate e dove le sorgenti…
    E mi trovai in un millennio come in un cortile al centro
    Di un ponte… gli spazi e i tempi: inesistenti, e amortali.

    E nell’istante della creazione fra parola e parola
    – O ponti, una volta arcobaleni! –
    Ballano il silenzio e la morte un passo dopo l’altro,
    Come in un tango che intreccia e tacchetta una condanna lenta
    A due corpi appassionati: virtuosi sguardi e vuoti scellerati!
    E nella destinazione ognuno s’affossa nell’essere
    Ch’era stato e che mai era stato un essere altro!
    E s’annulla il moto di una visione in ogni dove
    Di uno spettro che non ha nostalgia dell’umano.
    Labbra e palpebre sono un misero traguardo
    Che già ai viventi abbandonammo quando la soglia
    Era in tutte le rovine e le perdite una gioia preesistente
    E ogni cosa e ricordo noi lasciammo insofferenti
    All’inquietudine dell’oblio.

    Orfani di tutte le maschere e le danze,
    Noi che avviluppati nei mantelli abbiamo scordato i nostri volti
    Umani… questo abbiamo voluto, per questo abbiamo
    Vinto la rovina! Questo smarrirsi è la vita, ma non su
    Questa Terra!

    Avanzavo, e con le dita tagliuzzavo le maschere e i volti che mi somigliavano.
    E ad ogni passo un volto, e una maschera a ogni altro passo!
    Non volevo essere io in tutti i passi, in quest’io che mi inquieta dalla Nascita,
    E che ancor prima m’hanno stampato un calco
    E marchiato come un agnello in fiamme
    Quasi fossi celebrato da millenni il mio avvento!
    Come in un mattatoio questa nascita che non ha radici!
    Questo ha dissipato la mia materia e il sangue
    E la ragione!

    Così su Saturno o altrove possiamo rinascere davvero nuovi
    Come se a numeri infiniti un numero altro
    Non infinito o la sua negazione…
    Sarebbe leggerezza…
    E poi essere lieve come uno dei qualsiasi numeri nei cristalli dei fiocchi
    Di neve… e sciogliersi,
    forse così la partenza, gli arrivederci e gli addii…
    Lievezza, ovunque.

    Non ci sono più ai crocicchi barocche lacrime,
    Non c’è più Oriente.
    Nessuno agiterà le banderuole ad ogni pietra miliare,
    Nessuno i metallici galletti sui merletti consunti delle torri sveve.

    Che armonia possedere in sé un altro canto!
    Spazio che divorando altro spazio s’infiamma
    Amore che sfiorendo s’innamora di nuovo Amore.
    Celebrare la leggenda è dar vita alla Vita,
    Non è nemmeno una nostalgia
    Se né un bambino o un vegliardo la ricorderanno.

    (dalla 8 di Parole Beate – 2015-16)
    ———————————————————————
    Caro Mayoor, sono versi ridondanti questi?

  15. Signor Sagredo, ora mi sento ancora più accecata, da tanta luce …

    • Sì, ma si tratta di luce al neon, accecante luce di neon, mentre invece la poesia di Marina Petrillo è tutta intessuta d’ombra, gli sprazzi di luce ci sono eccome, ma perduti in una sconfinata quantità di ombre. Si tratta di due modi lontanissimi di fare poesia. Le poesie di Maria Rosaria Madonna, quelle in neolatino, sono dei tagli di luce, luce che si dipana dagli spigoli, dagli angoli acuti, luce tagliente, lame di luci, luci fredde…

  16. gino rago

    1- Georg Trakl
    Crepuscolo spirituale

    Silenziosa appare sull’orlo del bosco
    Una oscura fiera;
    Sul colle muore lieve il vento della sera.

    Cessa il lamento del merlo
    E i soavi flauti soavi autunnali
    Tacciono nel canneto.

    Sopra una nube nerastra
    Solchi tu, ebbro d’oppio,
    Il lago notturno,

    Il cielo stellato.
    Sempre risuona la voce lunare della sorella
    Attraverso la notte spirituale

    2- Una meditazione di Primo Levi su Trakl e Celan tratta da un suo elzeviro

    “[…] Il comune destino di Trakl e Celan fa pensare all’oscurità della loro poetica come a un pre-uccidersi, a un non-voler-essere, a una fuga dal mondo, a cui la morte voluta è stata coronamento. Sono da rispettarsi, perché il loro mugolio animale era terribilmente motivato” da questioni evidentemente storiche e generazionali. In particolare, “il canto di Celan è tragico e nobile, ma confusamente: penetrarlo è impresa disperata. Un riflesso dell’oscurità del destino suo e della sua generazione, e si va addensando sempre più intorno al lettore stringendolo in una morsa di gelo e di ferro. Il rantolo di un moribondo, un disarticolato balbettio… Ci defrauda di qualcosa che doveva esser detto e non lo è stato, e perciò ci frustra e ci allontana. Io penso che Celan debba essere meditato e compianto più che imitato. Se il suo è un linguaggio, è buio e monco, quello di chi sta per morire ed è solo[…]”

    3- Un pensiero sulla meditazione di Primo Levi…

    Essere defraudati di qualcosa che non è stato detto: un rimpianto per la scrittura altrui che è quasi un rovesciamento del togliere il fastidio, l’ingombro di una vita abusiva.
    Ma noi lettori in questa suggestione tremiamo: tremiamo nel leggere il limpido e razionale Levi che quasi prega per Celan nel momento in cui racconta la “morsa di gelo e di ferro” della sua scrittura come preludio al suicidio; specie se leggendo quelle righe pensiamo all’oscurità accuratamente nascosta che supponiamo abbia accompagnato lo stesso Levi, fino alla fine.

    4- Un grazie davvero sentito al commento di Giorgio Linguaglossa sui miei versi di Cattedrale d’ombre per l’interpretazione ardita e vera delle parole che aggregano i miei versi entrando apparentemente senza sforzi nel loro tempo interno, nella loro energia con la quale vibrano nel Vuoto. Esemplare sotto tale aspetto la similitudine che il commento di Giorgio Linguaglossa stabilisce fra i suoi e i miei versi in questo passaggio della sua nota critica

    “[…]Per Gino Rago soltanto il poeta può «varcare la soglia della cattedrale delle ombre», a lui solo è dato questo privilegio. Per gli altri uomini c’è soltanto la morte bieca. Il poeta può scavalcare la morte, può oltrepassarla e vincere il nichilismo…

    Marco Alvino Getulio invece incontra Dio quasi per caso «alle porte di Persepolis» (a parte la manifesta surrealtà di un tale incontro) ma non gli chiede nient’altro che semplici «notizie intorno all’immortalità», notiziole, come se si trattasse di bagatelle da due sesterzi[…]”

    5- […]Si levò all’alba e si diresse verso il campo da seminare l’uomo-poeta nelle terre intorno a Gerusalemme. Ma andando verso il campo destinato alla semina una parte del seme cadde ai bordi della strada, un’altra parte cadde fra le pietre, un’altra parte ancora si disperse nelle spine, l’altra parte fu gettata nel campo dalla terra buona. Ma di notte l’invidioso vi seminò la zizzania…. Sappiamo come finì.
    Stiamo cercando insieme di seminare il seme-parola nella terra buona de L’Ombra, fra il dado e la clessidra. La zizzania dell’invidia, ne siamo consapevoli, è sempre in agguato[…]

    Gino Rago

  17. giovanni ragno

    Scusatemi se intervengo, ma c’è di certo un equivoco, un fraintendimento, dunque:
    quella di Sagredo è luce “neo-litica”… primordiale, primaria, primitiva, rigeneratrice, luce di una stella che non esiste più e perciò purissima luce come ci insegna la fisica-astronomica, insomma come deve essere la luce di ogni poeta, come quella della Madonna, p.e. – luce anche divinamente dolce e confortante.
    Ma Sagredo ha scritto che la sua è luce d’ombra (oscura) da cui si genera luce e viceversa; e non esistendo una ombra al neon, la sua (di Sagredo) è luce non al neon! Dunque luce della Natura, e non artificiale.
    Ma non si sa mai, forse in un lontano futuro esisterà soltanto la luce artificiale, come la intelligenza artificiale, e allora Sagredo ha ragione (secondo il critico)… pioniere comunque.

    Giovanni Ragno

  18. antonio sgaredo

    Carissimo Linguaglossa,
    ho ringraziato l’amico Giovanni Ragno per una sorta di difesa che s’è addossata per mia colpa. L’ho ringraziato dicendogli che non era il caso che se l’assumesse, e che s’è fatto prendere la mente, più che la mano.
    Comunque scopro tramite il “divino e digiuno” internet che il termine “luce” nei miei versi ricorre 123 volte, e che non vi possono essere 123 luci “artificiali” !.
    Se mai la mia luce è unicamente “antelucana”, cioè la più bella luce!
    In questi miei versi che seguono di artificiale non c’è nulla.
    Se mai d’ “artificoso” che è più affidabile aggettivo, poiché proviene da artificio, e artificio da ARTE : il poeta è dunque un artigiano che lavora sui materiali dal crepuscolo fino alla prima luce… antelucana.-
    Grazie
    – A. S.
    ——————————————————————————–
    La domanda non muta il sesso di un eco in una conchiglia
    E gli autunni cancellano le cadute dalla propria natura
    Quei tonfi che testimoniano il via vai di stagioni non ci saranno più
    E nessuna tomba sarà più squillante dello sguardo di un moribondo
    Poi che le rimembranze esistono soltanto per chi le nega…
    Così la giostra s’affossa nei futuri che per eccesso abbiamo preceduto.
    E trovare una sorgente non so… se in un patìo dove un qualsiasi Antonio
    sverna la propria inconsistenza e a un muro s’artiglia
    Per smerciare fra i mattoni un muschiato trucco
    O fra i cartoni una istanza che non fosse una preghiera
    Votiva ad una luce antelucana…
    E il poeta canta…
    Nel mese dell’ afa profonde sono le notti… E le stelle, come suonano…

    Perché io vivrei pure nel futuro se solo sapessi i suoi confini
    – questo richiede l’immortalità o l’eternità io non so…
    Avrei modo di conoscere tutti gli astri e le sfere: sarebbe
    Dunque questo l’unico amore che volevo o c’è dell’ altro
    Che non so, come p.e. i tumulti dei tumuli come fatui amori!

    E allora dovrei ritornare su questa terra, io che sono oramai
    Saturnino carnale, che canto i suoi anelli quasi fossero amorini
    Da incorniciare vicino ad ogni cantuccio sperduto negli spazi?
    No! È da tempo che sono un cittadino di tutti i luoghi possibili,
    E sono in ogni dove accolto.
    Anche là dove tutto si collassa!
    Dove il Tutto non significa ogni cosa.
    E questo non s’addice alla mia presenza o all’attimo che mi assenta…
    sono la Metamorfosi che mi controlla della materia – i sogni!

    Ma guarda come canto questo affilare il cuore,
    Questo mestiere che ti traduce diritto alle parole,
    Questo massacro del pensiero al nulla recidivo:
    Non ho dunque atteso l’aurora per vedere la luce.
    Così, dunque, ad ogni quotidiano risveglio la notte
    Si smarrisce per i carnali desideri della luce… gli abbracci
    Detestano le lontananze e i confini, le dita che distanti
    Si fanno evanescenti, gli occhi che nelle orbite smarriscono
    Le visioni… i nostri passi che mirando indietro furono
    Amanti nelle stesse danze, e i nostri gesti ancora una volta
    Eguali!
    ——————————————————————-
    Mentre un termine mai usato in poesia “contumacia” ricorre 23 volte, e che è sinonimo di “quarantena” : stato ideale – silenzioso come il passo scivoloso di una lumaca – per un artista o un poeta, ecc.

  19. Una risata…una risata, cari tutti e sopratutto Tosi e Talia ci illuminerà.
    ( scusatemi! ma davvero volevo divagare, spostare lo sguardo altrove, quasi su una tenzone cavalleresca, con letteratura d’altri tempi. I testi della Petrillo a questa considerazioni mi avevano portato.Volevo evitare la tentazione sul lunghismo.
    Che a dire la verità questo post in certo senso invitava.Provocazioni Linguaglossiane!

    GRAZIE OMBRA.
    un Abbraccio.
    P.S. La Dono è ffort!

  20. giovanni ragno

    “Volevo evitare la tentazione sul lunghismo”.

    lunghismo ?
    Si va avanti con gli obbrobri.
    Si spieghi meglio.
    E a questo punto e giustamente, meglio leggere i versi della Petrillo.

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