“Genova” di Dino Campana: l’effimero «traguardo» dei “Canti Orfici” (1914). Lettura critica di Marco Onofrio

genova al tramonto

Genova al tramonto

“Genova” è la composizione che chiude i Canti Orfici e – per intensità e potenza evocativa – costituisce il “messaggio” definitivo dell’intero libro, il presumibile traguardo dell’intenso e faticoso viaggio (la «tragedia dell’ultimo germano in Italia») posto in essere da Dino Campana attraverso il mistero del mondo. Il poeta, giunto a questo stadio del percorso, è ormai pienamente immerso nel Mito. Un indizio esemplare: la nube si ferma nel cielo, cioè il tempo si blocca, tutto si immobilizza nella pienezza di una condizione eterna ed essenziale, non soggetta alla caducità. Attenzione, non è un altro mondo: è bensì lo stesso che noi conosciamo, libero dalla prigione del limite che sempre ce lo sottrae ad una piena comprensione e «arcanamente illustrato», capace cioè di sciogliere il suo nodo, rendendo manifesto già nelle apparenze l’arcano senso delle cose. Il poeta ascolta «voce di poeti», esce dal labirinto dei vichi genovesi e colloca il suo sguardo ormai acutissimo di voyant nella vastità indefinita del panorama marino: visione forte di luce, solare di freschezza, misteriosa di sogno e d’incanto.

E udìi canto udìi voce di poeti
Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un primo oblio parvero ai proni
Umani ancor largire: dai segreti
Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
Bianco nell’aria: innumeri dal mare
Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontano dileguando incatenare
Come un ignoto turbine di suono.
Tra le vele di spuma udivo il suono.
Pieno era il sole di maggio.

La descrizione è potente, numinosa, irrevocabile: si sente che l’Evento è ormai maturo, prossimo a compiersi. A differenza dei «proni umani», che si contentano di un «primo oblio», il poeta “sa”: è un’«anima partita» prima di tornare, che raggiungerà l’Oblio perfetto dell’eterno per sforzo di ricerca e virtù di conoscenza, trionfante di una luce (il cordone di luce reciso con l’atto violento del nascere ad un corpo) conquistata attraversando le tenebre, a prezzo del “male di vivere”. Egli dunque è ad un passo dal riabbracciare la condizione prenatale, quel «più lungo giorno» da cui poter cogliere in vita la rivelazione suprema dell’universo. L’attesa orfica della prima strofe (dalle forme verbali al passato) viene momentaneamente disattesa dalla seconda e dalla terza strofe, che la stemperano in digressione descrittiva giocata ancora sul tema della Forza: la «febbre de la vita» che senza posa accende la brulicante e sonora animazione della città marinara (ma si noti il dettaglio “mitico” delle «venditrici uguali a statue porgenti / frutti di mare con rauche grida cadenti / su la bilancia immota»). I tempi verbali al presente di questa digressione (tranne il «così ti ricordo ancora e ti rivedo», che invece coincide con l’atto dello scrivere) hanno chiaramente un valore durativo. Il contenuto del ricordo riempie anche la quarta strofe, ed è un fatto piuttosto strano (ma per questo ancor più notevole), giacché proprio qui avviene la tanto attesa rivelazione. La rivelazione declinata al passato come ricordo implica un porsi al di là di essa: il poeta ce ne parla ad Evento compiuto (ma il suo stesso poterne parlare, utilizzando parole umane, significa che la conquista dell’Eterno è stata effimera, un attimo fuggente che nulla ha portato di definitivo: l’ennesimo scacco). Come già in Pampa, basta la visione del cielo stellato per innescare il flusso della voyance. Il poeta camminava da solo tra i palazzi di Genova nell’ombra della sera quando vide i «mille e mille occhi benevoli / delle Chimere nei cieli» (una sorta di assenso alla rivelazione)… ed ecco che le stelle-Chimere (simboli metafisici dell’eterno) attrassero la «visione di Grazia», finta dal vento salmastro del mare, che spontaneamente si liberò e ascese in un movimento che Campana cerca disperatamente di assecondare e riprodurre, obbligando la poesia ad acrobazie sintattiche che finiscono quasi per vanificarne il senso.

Quando,
Melodiosamente
D’alto sale, il vento come bianca finse una visione di Grazia
Come dalla vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
Dentro il vico ché rosse in alto sale,…
Marino l’ali rosse dei fanali
Rabescavano l’ombra illanguidita,…
Che nel vico marino, in alto sale
Che bianca e lieve e querula salì!

L’ambiguità di questi versi è celebre, basti pensare ad esempio al sintagma «d’alto sale» del v. 54: “sale” è sostantivo oppure terza persona singolare del verbo “salire”? La prima interpretazione verrebbe forse comprovata dal possibile enjambement «sale / marino» (sempre che “marino” non si leghi a “vico”, riprendendo il sintagma «vico marino» del v. 57) e proverebbe l’ennesima eco dantesca (Paradiso II, 13) nei Canti Orfici; con la seconda interpretazione avremmo per un istante la mimesis dell’Evento in fieri (ma “sale” andrebbe subito a contendere con l’esito ineluttabile del “salì”– che alla fine prevale: lo scacco non sarebbe comunque scongiurato). Ma perché, ad ogni modo, «d’alto sale» e non «in alto sale» come troviamo ai vv. 57, 58 e 61? L’unico possibile trionfo dell’attesa orfica che illuminava la prima strofe, l’unica conquista definitiva (ma sempre a condizione di astrarre dal seguito di “Genova”), si cela dietro quel “sale”, la cui ambiguità sintattica lascia il varco aperto ad una solo probabilistica interpretazione verbale. Campana cerca in tutti i modi di fermare sulla carta la melodia dell’universo, di rendere con i mezzi stessi della poesia il movimento della sua incarnazione visionaria. Riprende di continuo il discorso, dilatandolo e variandolo con effetti di eco circolare, perché è consapevole di ciò che volta a volta sta perdendo nell’affidare a parole umane la suprema alterità dell’inesprimibile.

«Come nell’ali rosse dei fanali
Bianca e rossa nell’ombra del fanale
Che bianca e lieve e tremula salì:…» –
Ora di già nel rosso del fanale
Era già l’ombra faticosamente
Bianca…
Bianca quando nel rosso del fanale
Bianca lontana faticosamente
L’eco attonita rise un irreale
Riso: e che l’eco faticosamente
E bianca e lieve e attonita salì…

La scansione temporale della scrittura oscilla inquietamente fra le prospettive dell’«ora di già» e dell’«era già», per cui davvero, come scrive Giovanni Boine, «la cosa da dire è la cosa ormai detta». Emerge il disagio di una “traduzione” inevitabilmente seconda rispetto a ciò che solo la musica, forse, sarebbe in grado di esprimere (oppure una poesia di una parola sola che significasse insieme tutte le parole – e le poesie possibili – del mondo). Il poeta sente che non basta un unico approccio a “consumare” la visione, e allora la attacca da più punti, in tentativi ripetuti (ma sempre insufficienti). Tuttavia, oltrepassando lo stereotipo dell’artista in lotta titanica con la forza annichilente della propria “possessione”, si può forse ipotizzare che la destrutturazione sintattica della quarta strofe sia dovuta al tentativo consapevole di riprodurre in musica la qualità dinamica della visione (che a sua volta traduce all’occhio il «melodiosamente» con cui viene annunciata)? La musica, dunque, si transcodifica in pittura (la visione), e la pittura viene messa in moto e “cinematografata” in sequenze ripetute degli stessi fotogrammi (si veda ad esempio il “ralenti” dei vv. 63-65, che Campana cifra tra virgolette), per rendere con i mezzi della poesia, seppur «faticosamente», l’«eco attonita» che chiude la sarabanda dei suoni, e che incontriamo “detta” solo nei vv. 71 e 72.

canti orfici

Taciuta anche l’ultima eco della «visione di Grazia», lo sguardo del poeta torna come abbagliato, incapace di distinguere dettagli, al fervore lucente della sera genovese. La quinta strofe recupera in presa diretta lo scenario del porto: il battello approda e poi si scarica cigolando, mentre già i passeggeri sciamano per le vie della «città tonante». Il poeta riposa vigile nell’abbraccio finalmente benigno di tutte le cose, nel tepore della nuova condizione che lo riavvicina con doloroso amore allo spettacolo del mondo (e al destino dei suoi simili): il crepuscolo “brilla”, gli alberi dei battelli sono «quieti di frutti di luce», il paesaggio è “mitico”, la sera è «calida di felicità», c’è un «grande velario / di diamanti disteso sul crepuscolo», sul molo «corrono i fanciulli e gridano / con gridi di felicità» … E ancora: la luce del tramonto «s’è fusa in pietra di cenere » (cioè si è come materializzata, catturata per sempre dall’ardesia dei palazzi), dai vichi si ode «fragore di vita» e il cielo è un «velario d’oro di felicità», come un guardaroba dove «il sole ricchissimo / lasciò le sue spoglie preziose», i suoi «resti magnificenti», prima di tuffarsi nel mare… È una dolcezza antica che torna a baciare ogni fenomeno dell’Essere, il languido struggimento che prova l’esule quando pensa al focolare domestico: il poeta guarda il mondo con occhi intrisi di questa stessa luce, estende all’universo il suo cuore di gioia e arriva a farne il proprio dominio, il proprio focolare. L’iniziazione orfica ha dunque prodotto un risultato tangibile, il viaggio dell’«anima partita» ha raggiunto infine l’evidenza di un traguardo: la pace serena e consapevole della nuova armonia grazie a cui il poeta può finalmente “abitare” il mondo. Ma si tratta di un dominio ben altro che durevole, una gioia cosmica “intensa”, sì, ma “fugace”, sottratta in breve al dominio del Mito e tuffata nel gorgo annichilente del divenire, quel divenire che riprende il sopravvento e cancella (come l’onda del mare i castelli di sabbia) la tanto faticosamente conquisa prospettiva di accordo fra Io e mondo. Ed ecco allora che il sole «intesse un sudario d’oblio», che pure ancora vien detto «divino per gli uomini stanchi» (ma è impossibile ignorare il richiamo a distanza fra «velario» e «sudario», e il salto qualitativo che si produce fra la gloriosa fecondità del primo e la spettrale sacralità di morte e sacrificio del secondo); ed ecco anche i viaggiatori che poco prima si avventuravano fiduciosi per le piazze e le vie di Genova, tra schiamazzi di fanciulli (simbolo positivo di gioia, di innocenza ritrovata), ecco che i viaggiatori si trasformano in “ombre” e camminano «terribili e grotteschi come i ciechi» … Il Mito, insomma, si è spento con gli ultimi bagliori del crepuscolo e il poeta è ripiombato nel carcere del tempo. Ce lo conferma la sesta strofe, che è un “notturno” oppresso dalla «tristezza / inconscia de le cose che saranno» (il presente che “culla” il futuro, la notte che prepara i destini del giorno che verrà) e dal «vomito silente» della ciminiera (è ormai esaurita la potenza trasfiguratrice che permetteva di redimere e di accordare al mondo i segni alienanti della modernità), anche se parzialmente addolcito dalla percezione della Forza che si addormenta nel silenzio inoperoso del porto (che «oscilla dentro un ritmo / affaticato» e riposa a sua volta nel «dolce scricchiolio / dei cordami»). L’ultima strofe recupera l’atmosfera degli ultimi paragrafi de La Notte nel ricordo della prostituta “mitica”, che qui è detta «Siciliana proterva opulente matrona» e «Piovra de le notti mediterranee» (si noti l’eco delle «canzoni di cuori in catene» e della «melodia invisibile» nei canti «lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea», oppure de «la sua finestra scintillava in attesa finché dolcemente gli scuri si chiudessero» in «tu / la finestra avevi spenta»). Con la finestra si spegne anche l’ultimo fotogramma dell’“apparente”: resta solo la sterminata “devastazione” cosmica (l’eterno del cielo stellato) nella quale annega l’obiettivo cinematografico del poeta e si perde, dissolvendosi ad infinitum, la sua visione. Complessivamente, resta impossibile una liberazione orfica: non solo, ma la forza della Storia impone sempre un destino di sangue al “boy” che si cimenta comunque nel tentativo (ed ecco il colophon finale da W. Whitman):

They were all torn
And cover’d with
The boy’s
Blood.

Marco Onofrio

campana_costetti

Giovanni Costetti, ritratto di Dino Campana

 

GENOVA

Poi che la nube si fermò nei cieli
Lontano sulla tacita infinita
Marina chiusa nei lontani veli,
E ritornava l’anima partita
Che tutto a lei d’intorno era già arcana-
mente illustrato del giardino il verde
Sogno nell’apparenza sovrumana
De le corrusche sue statue superbe:
E udìi canto udìi voce di poeti
Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un primo oblìo parvero ai proni
Umani ancor largire: dai segreti
Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
Bianco nell’aria: innumeri dal mare
Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontano dileguando incatenare
Come un ignoto turbine di suono.
Tra le vele di spuma udivo il suono.
Pieno era il sole di Maggio.

*

Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna
cinerea
Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto
Ride l’arcato palazzo rosso dal portico grande:
Come le cateratte del Niagara
Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al
mare:
Genova canta il tuo canto!

*
Entro una grotta di porcellana
Sorbendo caffè
Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce
Tra le venditrici uguali a statue, porgenti
Frutti di mare con rauche grida cadenti
Su la bilancia immota:
Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale
Su per l’erta tumultuante
Verso la porta disserrata
Contro l’azzurro serale,
Fantastica di trofei
Mitici tra torri nude al sereno,
A te aggrappata d’intorno
La febbre de la vita
Pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto
Instornellato de le prostitute
E dal fondo il vento del mar senza posa.

*

Per i vichi marini nell’ambigua
Sera cacciava il vento tra i fanali
Preludii dal groviglio delle navi:
I palazzi marini avevan bianchi
Arabeschi nell’ombra illanguidita
Ed andavamo io e la sera ambigua:
Ed io gli occhi alzavo su ai mille
E mille e mille occhi benevoli
Delle Chimere nei cieli:. . . . . .
Quando,
Melodiosamente
D’alto sale, il vento come bianca finse una visione di
Grazia
Come dalla vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
Dentro il vico marino in alto sale,. . . . . .
Dentro il vico chè rosse in alto sale
Marino l’ali rosse dei fanali
Rabescavano l’ombra illanguidita,. . . . . .
Che nel vico marino, in alto sale
Che bianca e lieve e querula salì!
«Come nell’ali rosse dei fanali
Bianca e rossa nell’ombra del fanale
Che bianca e lieve e tremula salì: …..»
Ora di già nel rosso del fanale
Era già l’ombra faticosamente
Bianca. . . . . . . .
Bianca quando nel rosso del fanale
Bianca lontana faticosamente
L’eco attonita rise un irreale
Riso: e che l’eco faticosamente
E bianca e lieve e attonita salì. . . . .
Di già tutto d’intorno
Lucea la sera ambigua:
Battevano i fanali
Il palpito nell’ombra.
Rumori lontano franavano
Dentro silenzii solenni
Chiedendo: se dal mare
Il riso non saliva. . .
Chiedendo se l’udiva
Infaticabilmente
La sera: a la vicenda
Di nuvole là in alto
Dentro del cielo stellare.

*

Al porto il battello si posa
Nel crepuscolo che brilla
Negli alberi quieti di frutti di luce,
Nel paesaggio mitico
Di navi nel seno dell’infinito
Ne la sera
Calida di felicità, lucente
In un grande in un grande velario
Di diamanti disteso sul crepuscolo,
In mille e mille diamanti in un grande velario vivente
Il battello si scarica
Ininterrottamente cigolante,
Instancabilmente introna
E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d’oro e sul molo
Corrono i fanciulli e gridano
Con gridi di felicità.
Già a frotte s’avventurano
I viaggiatori alla città tonante
Che stende le sue piazze e le sue vie:
La grande luce mediterranea
S’è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
Fragore di vita, gioia intensa e fugace:
Velario d’oro di felicità
È il cielo ove il sole ricchissimo
Lasciò le sue spoglie preziose
E la Città comprende
E s’accende
E la fiamma titilla ed assorbe
I resti magnificenti del sole,
E intesse un sudario d’oblio
Divino per gli uomini stanchi.
Perdute nel crepuscolo tonante
Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi.
Vasto, dentro un odor tenue vanito
Di catrame, vegliato da le lune
Elettriche, sul mare appena vivo
Il vasto porto si addorme.
S’alza la nube delle ciminiere
Mentre il porto in un dolce scricchiolìo
Dei cordami s’addorme: e che la forza
Dorme, dorme che culla la tristezza
Inconscia de le cose che saranno
E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
Affaticato e si sente
La nube che si forma dal vomito silente.

*

O Siciliana proterva opulente matrona
A le finestre ventose del vico marinaro
Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri
Classica mediterranea femina dei porti:
Pei grigi rosei della città di ardesia
Sonavano i clamori vespertini
E poi più quieti i rumori dentro la notte serena:
Vedevo alle finestre lucenti come le stelle
Passare le ombre de le famiglie marine: e canti
Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea:
Ch’era la notte fonda.
Mentre tu siciliana, dai cavi
Vetri in un torto giuoco
L’ombra cava e la luce vacillante
O siciliana, ai capezzoli
L’ombra rinchiusa tu eri
La Piovra de le notti mediterranee.
Cigolava cigolava cigolava di catene
La grù sul porto nel cavo de la notte serena:
E dentro il cavo de la notte serena
E nelle braccia di ferro
Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu
La finestra avevi spenta:
Nuda mistica in alto cava
Infinitamente occhiuta devastazione era la notte tirrena.

stelle-cadenti

Marco Onofrio. Nato a Roma nel 1971, scrive poesia, narrativa, saggistica e critica letteraria. Per la poesia ha pubblicato 10 volumi – sui 23 totali – tra cui D’istruzioni (2006), Emporium. Poemetto di civile indignazione (2008), La presenza di Giano (2010), Disfunzioni (2011), Ora è altrove (2013), Ai bordi di un quadrato senza lati (2015). Ha pubblicato inoltre, tra i volumi di critica, monografie su Dino Campana, Giuseppe Ungaretti, Giorgio Caproni. Il volume su Campana è uscito nel 2010 e si intitola Dentro del cielo stellare. La poesia orfica di Dino Campana (pp. 688, Euro 16). Web Site: www.marco-onofrio.it
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47 commenti

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47 risposte a ““Genova” di Dino Campana: l’effimero «traguardo» dei “Canti Orfici” (1914). Lettura critica di Marco Onofrio

  1. Angela Greco - AnGre

    Caro Marco, a pag.23 del tuo saggio su Campana “Dentro del cielo stellare…La poesia orfica di Dino Campana” (EdiLet, 2010) verso la fine dell’Introduzione leggo in un inciso: “[…] lui (Campana), semplice poeta”.

    Ecco, visto che l’articolo di oggi riguarda proprio questo Autore, cortesemente mi spiegheresti meglio cosa intendi per “semplice poeta” e se una figura simile può ancora esistere oggi? Grazie e complimenti per questo articolo e per il saggio che continuo a leggere.

    p.s.miei commenti ancora in moderazione con ilmio profilo gravatar; cortesemente si sistemi questa situazione, grazie

    • marconofrio1971

      Il passo a cui ti riferisci è il seguente:

      “Il colophon da Withman è un atto d’accusa (un modo per dire: voi vi siete macchiati del mio sangue innocente) contro un mondo che lo aveva coperto di sputi – lui, semplice poeta – ma che, soprattutto, avrebbe consentito il massacro generazionale dei “boys”, dei fanciulli sacrificali, sull’altare truculento della Storia”.

      “Semplice poeta” vale sia nell’accezione di “non più di un poeta”, per segnalare l’accanimento ingiustificato che – in quanto selvaggio, vagabondo, “folle” e indigestibile – aveva dovuto subire prima di essere rinchiuso al manicomio di Castel Pulci; sia nell’accezione di “poeta elementare” (al di là di certe sovrastrutture culturali che lo portano un po’ fuori dalla sua vera natura, ad esempio quando si mette a imitare Nietzsche, Carducci o D’Annunzio), cioè orientato a recepire e decriptare le energie cosmiche fondamentali che avverte in quello che lui chiama “elemento” (la forza tellurica, la febbre della vita, il dinamismo del mondo, etc.).

      • Angela Greco - AnGre

        grazie. dal sistema mobile ho visto che vi è di fatto la moderazione ai miei commenti con il profilo gravatar. Cortesemente potresti porvi rimedio, così che io possa seguire e rispondere anche dal telefonino che non mi fa usare altri indirizzi e-mail? Grazie ancora, Marco

        • marconofrio1971

          Non riesco a porvi rimedio, malgrado tutti i tentativi che sto facendo. Ho disinnescato lo spam sul tuo gravatar, ma continua ogni volta a metterlo in automatica. Forse Giorgio, essendo amministratore primario, ha gli strumenti per risolvere il problema. Scusami

          • A Marco Onofrio, Amministratore supplente
            Mi auguro che la stessa sollecitudine sia dimostrata nel cancellare le offese nei miei confronti!
            Giorgina Busca Gernetti

            • marconofrio1971

              MI AUGURO A MIA VOLTA DI RICEVERE, COME SPECIFICATO IN UNA E-MAIL INVIATA ALLE ORE 18.38, INDICAZIONI PRECISE SUL DA FARSI. IN CASO CONTRARIO, NON INTENDO AFFRONTARE NUOVE POLEMICHE O ACCOGLIERE ULTERIORI SOLLECITI. GRAZIE (LA PAZIENZA HA UN LIMITE)

              • Anche la mia pazienza ha un limite. Non ho ricevuta alcuna e-mail inviata alle 18.38 e nemmeno in altra ora. La sua posta non funziona, altrimenti avrebbe già ricevuto e letto ieri o questa mattina quanto richiesto.
                Ora, come prova di buona volontà, non ricambiata, scrivo in frette e invio una e-mail di cui prego di rinviare l’avviso di ricezione. La cosa importante, però, è in TUTTE le due e-mail, ma lasciamo perdere.
                GBG

                • marconofrio1971

                  La mia posta funziona benissimo, e cerchi di essere meno aggressiva. Io non devo niente a chi me lo chiede con arroganza! EDUCAZIONE

                  • Fingo di non aver letto questo suo ultimo ineffabile post.
                    L’EDUCAZIONE deve essere insegnata a molti.
                    Se lei ha gettato nel cestino le mie mail senza leggerle e ora non ha più le indicazioni, non mi dica cose non vere, cioè che mi ha inviata una e.-mail (COME SPECIFICATO IN UNA E-MAIL INVIATA ALLE ORE 18.38) che io non potevo ricevere perché mai inviata.
                    Vuole essere adulata come qualcun altro per fare il suo dovere di amministratore? Vuole le moine che altre le stanno facendo?
                    SI PENTIRA’ DI AVERMI DATO INDIRETTAMENTE DELLA MALEDUCATA.
                    La sua cultura e bravura non le consentono di insultarmi.

                    Giorgina Busca Gernetti

                    • TUTTA LA PAGINA E’ STATA STAMPATA AFFINCHE’ CERTE PROVE DI IMPULSIVITA’, ARROGANZA E MANCANZA DI RISPETTO NON VADANO PERDUTE. LA RABBIA VA FRENATA, NON SCATENATA IN MODO POCO EDUCATO SUGLI ALTRI.
                      EDUCAZIONE (cit. da MARCO ONOFRIO).

                      GIORGINA BUSCA GERNETTI

                    • marconofrio1971

                      SIGNORE E SIGNORI, GENTILI UTENTI, GIORGIO LINGUAGLOSSA, AMICI DELLA REDAZIONE E VOI TUTTI, comunico la mia ferma volontà di USCIRE da questo blog che, da quando Linguaglossa è partito per l’India, è diventato irrespirabile e impossibile da gestire. Il sottoscritto è stato fatto oggetto di arroganza e volgari insinuazioni, come esemplarmente testimoniato nei commenti che precedono questo. Ho cercato di postare contributi di elevata qualità culturale e soprattutto di arginare le polemiche, spesso insulse, che hanno inficiato ogni tentativo di civile conversazione. Ho speso ore a cancellare commenti, su richiesta degli interessati. Ho cercato di smussare gli angoli, di creare equilibri. Tutto inutile, poiché quando le motivazioni che fomentano il litigio sono pretestuose ci si ritrova come la mosca impaniata, che più si muove più rimane intrappolata. E io, per mio temperamento “fumantino”, non mi sento proprio vocato al ruolo di “capro espiatorio” o di “parafulmine” a cui certe persone, sbagliando di grosso, hanno voluto forzatamente assimilarmi. Disponibilità e gentilezza non significano “coglionaggine”, tanto più che chi opera nel blog, a cominciare dallo stesso Linguaglossa, lo fa GRATIS, e neppure per prescrizione medica. Non doveva insomma diventare una colpa la funzione vicaria di amministrazione che, appunto con disponibilità e gentilezza, avevo accettato di assolvere. Potevo ancora capire l’impegno quotidiano, il pronto intervento, il controllo delle situazioni, l’ascolto delle richieste, etc.; ma andarci di mezzo nelle polemiche ed essere comandati a bacchetta, francamente è troppo. Quello di oggi è stato il mio ultimo post. Vi saluto caramente (non tutti caramente, per la verità), è stato (quasi sempre) un piacere. Buon proseguimento, io scendo qui. Marco Onofrio

              • NON E’ VERO. “COME SPECIFICATO IN UNA E-MAIL INVIATA ALLE ORE 18.38”. E-MAIL INESISTENTE

                • Questo commento è finito qui perché non c’erano più rientri al posto giusto.
                  GBG

                  • “Il sottoscritto è stato fatto oggetto di arroganza e volgari insinuazioni, come esemplarmente testimoniato nei commenti che precedono questo”.
                    VA DIMOSTRATO PERCHE’ E’ TUTTO SCRITTO E NON SI PUO’ TRAVISARE PER IMPULSIVITA’ RABBIOSA CIO’ CHE E’ MOLTO DIVERSO. QUALI VOLGARI INSINUAZIONI???
                    “ruolo di “capro espiatorio” o di “parafulmine” a cui certe persone, sbagliando di grosso, hanno voluto forzatamente assimilarmi”
                    HO GIA’ LETTO DA PARTE SUA UNA COSA SIMILE IN ALTRA OCCASIONE. FORSE NON SA CHE COS’E’ UN PARAFULMINE E TANTO MENO UN “CAPRO ESPIATORIO”.
                    SE CERCA DI FAR PASSARE ME COME CAUSA DEL SUO ALLONTANAMENTO HA SBAGLIATO PERSONA.
                    SE SOLLEVO UN COPERCHIO NE ESCE QUALCOSA DI POCO BELLO ANCHE PER LEI, CHE AVEVA GIA’ CANCELLATE LE OFFESE CONTRO DI ME MA HA CHIESTO PUBBLICAMENTE LE INDICAZIONI PRECISE VIA MAIL PER INNESCARE IL LITIGIO E COGLIERE L’OCCASIONE PER QUESTA USCITA SPETTACOLARE.
                    MENO BORIA E UN PO’ DI CAMOMILLA!
                    GIORGINA BUSCA GERNETTI

                    • AGGIUNGO CHE L’USCITA DI MARCO ONOFRIO DA QUESTO BLOG ERA GIA’ “IN PECTORE” DA PIU’ DI UN MESE, FORSE DUE, PER MOTIVAZIONI DEL TUTTO DIVERSE DA QUELLE PROCLAMATE IN QUESTO ODIENO ANNUNCIO. SE CREDE DI FARE DI ME IL CAPRO ESPIATORIO PER LE SUE FRUSTRAZIONI E I SUOI MALESSERI IN QUESTO BLOG, RIPETO CHE HA SBAGLIATO PERSONA:
                      GIORGINA BUSCA GERNETTI

  2. Caro Marco, non stancarti di proporre (e riproporre) Dino Campana; la sua è una dimensione immensa, difficile da cogliere e da spiegare. Talvolta Campana, come Dante, coglie “l’oltraggio”,quell’imtuizione dell’arcano che è inesprimibile,che ci lascia sgomenti.Eppure, l’averla percepita e appena sfiorata è già un dono riservato agli eletti.

  3. Leggendo, oggi Genova di Dino Campana mi è venuto in mente un’altra Genova, quella di Caproni “Litania”: Genova città pulita./Brezza e luce in salita./ Genova verticale,/ vertigine, aria, scale…/ Genova di tutta la vita.

    Leggere Campana è sempre un grande piacere.

  4. Ubaldo.derobertis

    Bello l’accostamento. Riguardo alla lettura di Campana totalmente d’accordo con Giuseppe Panetta che saluto affettuosamente,
    Ubaldo de Robertis

  5. Mi SPIACE SCIUPARE QUESTA BELLA PAGINA SU DINO CAMPANA CON UNA RICHIESTA PUBBLICA ALL’AMMINISTRATORE SUPPLENTE MARCO ONOFRIO.
    L’AVEVO GIA’ FATTA IN PRIVATO PER E-MAIL IL GIORNO 22 GENNAIO ALLE ORE 10.50 E NELLO STESSO GIORNO ALLE ORE 18.41. NESSUNA RISPOSTA E NESSUNA AZIONE.
    IN QUESTO BLOG CI SONO ANCORA OFFESE A MIO DANNO SEGNALATE ALL’AMMINISTRATORE SUPPLENTE CON INDICAZIONE DEL GIORNO E DELL’ORA IN CUI SONO STATE SCRITTE.
    FORSE LA SUA POSTA TELEMATICA NON FUNZIONE E ALTRETTANTO I MESSAGGI A LUI DIRETTI IN FB, DOVE PUR E’ PRESENTE.
    COME SONO STATE CANCELLATE LE OFFESE RIVOLTE AD ALTRI; NON VEDO PERCHE’ LE “MIE” DEBBANO RESTARE IN VISTA:
    OGGI E’ DOMENICA, MA IERI ERA UN GIORNO IN CUI L’AMMINISTRATORE ERA BEN PRESSENTE NEL BLOG.
    :CHIEDO PERTANTO CHE SI FACCIA “PULIZIA” DI CIO’ CHE FA SCADERE DI STILE QUESTO PREGEVOLE BLOG.
    CON MOLTE SCUSE AGLI ALTRI UTENTI

    GIORGINA BUSCA GERNETTI

  6. marconofrio1971

    Sì, eccomi. Consiglio gentilmente Giorgina Busca Gernetti di: 1) rimettere indietro l’orologio di 24 ore, oggi è sabato; 2) indicarmi con precisione DEFINITIVA, via e-mail, quali sono le offese che ancora occorre cancellare (dopo gli oltre 40 messaggi eliminati). Prego inoltre Giorgio Linguaglossa di accelerare il più possibile il rientro, perché non vedo l’ora di cedergli il timone di una barca che non riesce a navigare con la dovuta e la voluta serenità. Grazie

    • Ringrazio Marco Onofrio di avermi rimesso a posto il calendario! Infatti c’era una discrasia circa la data anche in un colloquio tra me e un signore amante della musica.
      Ho già indicato chiaramente ciò che chiede nelle due e-mail inviate il 22 e inoltrate questa mattina, 23 gennaio. Non ho tempo e soprattutto lo stato d’animo adatto per rileggere ciò che con malignità e astio è stato scritto contro di me. Prova ne sia aver persino sbagliato giorno della settimana.
      L’amministratore, benché supplente, è lei, non io.
      Io sono la vittima!!!
      Grazie a lei
      Giorgina Busca Gernetti

  7. Salvatore Martino

    Dopo il quasi saggio introduttivo di Onofrio non mi sento di aggiungere nssuna parola, vado a rileggere quello che ha scritto per ricavarne conoscenza ed emozione rileggendo il grande Campana alla luce di questa straordinaria esegesi. Salvatore Martino

    • Gentile Salvatore Martino,
      la straordinaria eccellenza delle capacità critiche di Marco Onofrio nulla hanno in comune con le piccole miserie della conduzione di un blog.
      La mia stima per lui, come scrittore e critico, è intatta-
      Un caro saluto a te

      Giorgina Busca Gernetti

  8. camilla roversi

    Povero Campana, che misere campane deve ascoltare; sarebbe stato meglio che la signora Gernetti e Onofrio avessero dialogato con messaggi privati.

    • E’ quello che ho tentato da due giorni, come ho scritto, ma la posta del Sig. Marco Onofrio era fuori uso o bloccata,!
      GBG

      • marconofrio1971

        E’ incredibile la congerie di immondizia e falsità che la signora tenta di rovesciarmi addosso, esponendosi viepiù al ridicolo. Per es. che l’e-mail delle 18.38 fosse inesistente (assolutamente falso), che la mia posta fosse bloccata (assolutamente falso: ho ricevuto e inviato decine di e-mail), che la mia uscita fosse “in pectore” (assolutamente falso: e allora perché avrei profuso tanto impegno nel sostituire Linguaglossa?) etc. Pregherei la suddetta signora di smetterla, e di non aggravare le diffamazioni di cui mi sta facendo oggetto, anche perché chi frequenta questo blog “sa” come stanno davvero le cose! Se c’è qualche frustrato o qualche impulsivo, quello non sono certamente io. Ma perché continuare a rispondere a una persona che scrive pubblicamente, senza vergogna alcuna: “Vuole essere adulata come qualcun altro per fare il suo dovere di amministratore? Vuole le moine che altre le stanno facendo?” per poi cascare dalle nuvole se parlo, a suo carico, di “volgari insinuazioni”? Intelligenti pauca. Ancora saluti.

        • Per fortuna! La sua posta funzionava per e verso gli altri ma non per e verso me. Altrimenti perché chiedermi di nuovo le indicazioni? Perché insistere a parlare di una e-mail delle 18.38 che a me non è arrivata? Questo si chiama blocco di un indirizzo, non bugia o immondizia.
          Lei ha profuso il meglio di sé perché è un eccellente professionista, benché avesse “in pectore” di andarsene per i motivi che sa e che non scrivo perché, nonostante tutto (anche avermi tolta l’amicizia) io non voglio rovinare la buona fama di un giovane scrittore e un critico di vaglia come lei. Questa è verità, non adulazione o moine come quelle cui ho accennato e che lei mi rinfaccia. L’adulazione, non diretta a lei, le dovrebbe essere nota se “intelligenti pauca”. Le moine sono quelle che forse avrebbe voluto anche da me come se io fossi una giovincella che fa le fusa a un giovane amministratore per ottenere un favore,uche in realtà, nel mio caso, è un punto del regolamento: “Intelligenti pauca”.
          Ha fatto molto male a parlare di immondizia. Lei si rende ridicola con questa sfuriata notturna, l’ora appunto della raccolta dell’immondizia. L’impulsiva non sono io. A me non sale il fumo al capo e per di più non sono frustrata. Proprio no, signor Marco Onofrio, un tempo non molto lontano “Carissimo Marco”!
          Buona notte a tutti
          Giorgina Busca Gernetti

          • marconofrio1971

            Leggete e meditate, gente! Quante risate omeriche!
            Stendo un velo pietoso su questa ridicola, inutile, noiosa, insipiente e autoevidente “polemica”. E quindi esco a riveder le stelle…

    • marconofrio1971

      Gentile Camilla, Campana ha ascoltato anzitutto la campana del mio post. Non sono certo io ad aver inquinato le acque. Si rilegga per cortesia l’evoluzione dei commenti. Grazie

  9. camilla roversi

    Care amiche,
    io che sono nuova, che davvero vorrei realizzare con voi un tentativo di costruzione poetica, faccio un appello: smettiamola di cadere in queste miserie e cerchiamo di essere umili e molto meno egoiste e orgogliose, cerchiamo invece di commentare con critica serena di modo che il dialogo sia avvincente e comprensivo per tutti. grazie
    camilla

  10. Gino Rago

    Genova, di Dino Campana, si conferma come la lirica a più intensa forza visionaria della potenza evocativa della parola di poesia del Novecento. Dal serio lavoro critico di Marco Onofrio, che va a integrare l’invito alla ri-lettura
    dei Canti Orfici campaniani di Pasquale Balestriere, si coglie la non casualità di collocare Genova – scritta in svariati momenti, a conferma del carattere frammentario (e non frammentistico, come acutamente suggerì Sergio Solmi) dell’opera del poeta di Marradi – a chiusura del libro poetico
    stampato nel 1914 presso la Tipografia Ravagli. Ciò perché in Genova la Weltanschauung di Dino Campana trova la sua massima espressione come fusione dei più significativi momenti della sua esperienza poetica:
    il momento bacchico, il momento esoterico, il momento del vagheggiamento mistico , il momento satirico, il momento orfico, vero e proprio. Genova ogni volta ci esalta e ci annienta, con quelle fontane, quelle piazze, quei palazzi, quei lampioni, quella nube, quella “proterva” matrona Siciliana “Classica mediterranea femina dei porti…”
    Gino Rago

    P.S. Il ben documentato commento di Achille Chiappetti su Corrado Govoni
    meriterebbe grande attenzione per i motivi che getta sul tavolo. Ma, travolto come sono da seri motivi di famiglia, e da svariati giorni, mi riservo
    di tornarci alla prossima, più favorevole ( per me ) occasione. G.R.

  11. Care amiche,
    accolgo l’invito di Camilla Roversi e vi racconto questo aneddoto. Il giorno 7 gennaio 2016 ero a Calcutta. La sera mi accorgo che la suola della mia scarpa destra si era completamente staccata dalla tomaia, e così di fretta esco dall’Hotel (si fa per dire) dove alloggiavo con gli altri poeti di tutto il mondo che si trovavano colà per un Incontro internazionale di poesia, dicevo, esco di fretta per cercare un calzolaio, e, proprio davanti all’Hotel, c’era un ciabattino che sedeva per terra, gambe incrociate. Gli porgo la scarpa e il ciabattino si mette a lavoro. Al termine della riparazione gli chiedo quanto dovevo pagare. La risposta fu: “Quello che ritieni giusto”. Fu così che gli diedi alcune banconote di rupie che avevo in tasca.
    Ritengo questa la più grande lezione di filosofia della mia vita. Il prezzo richiesto dal ciabattino non poteva essere scritto in alcun memorandum ma dimorava dentro di me, nel mio pensiero, nel mio pensiero della utilità sociale del suo lavoro.
    Ebbene, credo che tutti noi dobbiamo darci una bella regolata e imparare questa lezione di umiltà. Impariamo dunque dal semplice ciabattino che mi ha impartito la più grande lezione di umanità della mia vita. E andiamo avanti

    • marconofrio1971

      Buongiorno Giorgio, sei tornato o stai per tornare? Quando riprenderai il timone in mano?

      • marconofrio1971

        Giorgio Linguaglossa è tornato, da domani sarà lui a postare gli articoli e a gestire il blog. Quando il supplente lascia, la classe torna alle antiche discipline. Auguri e saluti a (quasi) tutti

    • il ciabattino sapeva il suo ruolo preciso.
      bentornato, Giorgio

    • Ben tornato, gentilissimo Giorgio, oppure buon rientro!
      Mi piace il tuo aneddoto che mi ricorda una mia vicissitudine per la suola della scarpa staccata all’improvviso, purtroppo non finita in modo così umano e al tempo stesso filosofico.
      Una lezione simile di umiltà mi è invece stata data in un altro ambito da una persona che purtroppo con c’è più. Non ha voluto valutare in modo monetario il suo eccellente lavoro ma ha dato una risposta molto simile a quella del ciabattino, più o meno: “Quanto ritieni valga il mio lavoro”.
      Era una splendida persona, ma purtroppo non c’è più.
      Un caro saluto
      Giorgina Busca Gernetti
      .

      • Cari Amici,
        sono tornato. Però, vi prego di considerarmi un ciabattino della poesia. Per me questo è il più grande complimento che possiate farmi.

        • Gentile Giorgio,
          capisco perfettamente la tua preghiera. Quel ciabattino indiano ti ha fatto comprendere il grande valore che può essere insito anche nella più modesta cosa, ma ha voluto che fossi tu a scoprirlo.
          La poesia, secondo Rainer Maria Rilke, nasce proprio dall’ascolto attento della voce impercettibile che proviene anche dalle minime cose; “Orecchio attento e bocca della natura”.
          Un caro saluto
          Giorgina

          • carissima Giorgina,
            Una volta un letterato, di cui taccio il nome, mi ha detto che ero figlio di ciabattino, pensando di farmi un’offesa imperitura. Io invece gli risposi che quello ai miei occhi era un grande complimento. Resto cmq del parere che essere un ciabattino della poesia può essere un vantaggio. A volte la Musa ama scendere in basso e ispirare anche un semplice ciabattino.

  12. antonio sagredo

    gli esami non finiscono mai, anche in India, ma questo vale per tutti quelli che non hanno orecchia d’asino!-
    ——
    Torniamo a Dino Campana,
    a mio parere lo studio e la penetrazione più profonda del verso di Dino l’ha realizzata il Poeta Tommaso-Riccardo con la sua “Opera: il Burattinaio della Città Felice” – con questa Opera Tommaso-Riccardo superò lo stesso amatissimo Dino e dette voce a varie vocalità, poi che quella di Dino era sublimamente monocorde; con Tommaso-Riccardo abbiamo un Dino Campana molteplice e ovviamente questo testimonia come la Grande Poesia procede. Centinaia di sere e notti trascorse ad analizzare la musicalità di Campana, e alla fine un ulteriore capolavoro della Poesia italiana era compiuto!
    Quando conobbi Tommaso nell’autunno del 1969, la sua Opera era già in gran parte scritta: ho avuto la fortuna di affinare questo lavoro in armonia con l’autore.
    “BRINIDEREMO SUI TRENI DI NOTTE”,……….
    e noi due in notturno viaggio attendemmo ciascuno la propria Stazione: io scesi: era la mia Stazione! –
    Lui continua il viaggio ancora nel’Immortalità e nell’Eternità.
    Spero che l’Aleph in Trastevere prima o dopo ospiterà la Poesia di Tommaso-Riccardo.

    “E’ DUNQUE UMANO RIPESCARE VASCELLI/E IN UNA GOCCIA AZZURRA/INVENTARE ANCORA LA LEGGENDA E LA VITA”
    —-
    “NOI SIAMO CROCEFISSI NELLA FIABA”

    antonio sagredo

  13. Caro Antonio Sagredo,
    mi permetto di dissentire dalla tua sopravvalutazione di Tommaso Riccardo. Da quello che io ho letto della sua opera lo definirei un provinciale genialoide, un incompiuto poeta di una poesia favolistica con un margine di sfrenata libertà fantastica, questo sì, ma con evidenti limiti stilistici per via della sua insufficiente calibratura dello stile. Insomma, Tommaso Riccardo non riesce a costruire il suo linguaggio e il suo stile, rimane sempre al di qua della poesia o va al di là di essa. È un tipico caso letterario di poeta incompiuto. Per Dino Campana è diverso, lui faceva una poesia in intima consonanza con la poesia dell’espressionismo di area germanica, si muove in quella direzione, cerca una via espressionistica che in Italia in verità non ha mai attecchito. Per quale ragione poi la via espressionistica non ha mai avuto in seguito qui in Italia è poi un mistero, anche se non del tutto misterioso. Il mio pensiero è che in Italia o si fa la poesia istituzionale o si fa la contro-poesia. Così si è fatto nel Novecento, e così si continua a fare. Il problema c’è, ed è un problema tipicamente italiano, un paese in via di transizione perenne che finisce per essere un paese in via di trasformismo perenne. E questo vale anche per la poesia. Per il romanzo direi che questo non avviene, ma lì c’è il mercato che, in qualche modo è un regolo, anche se alquanto imperfetto.
    Basterebbe la citazione di un verso di Tommaso Riccardo per inchiodarlo al suo suprematismo genialoide ma, di fatto, conformista e debole, ed è il verso con cui tu chiudi il tuo commento, terribilmente banale:

    NOI SIAMO CROCEFISSI NELLA FIABA

  14. antonio sagredo

    a ciascuno il suo… tra l’altro la Tua risposta aspettavo con ansia, pur sapendo cha già la conoscevo a memoria, per cui… ridiamoci sopra,
    ma, sai, Campana sarebbe stato ben felice di leggere la Poesia di un provinciale come lui stesso. Carmelo Bene mi disse una volta che se Campana non fosse nato in provincia non sarebbe stato così grande; del resto gli rispodi anche Tu sei un provinciale, epure io lo sono. Finì con una bevuta di vino … provinciale come il primitivo di Manduria, che tantissimo, caro Giorgio, Ti piace

  15. antonio sagredo

    >>>>>>>>>>>> l’effimero «traguardo» dei “Canti Orfici”<<<<<<<<<<<<<
    ————————————–
    L'Effimera (Ephemera) è un insetto dell'ordine degli Efemerotteri conosciuti per la brevità della loro vita (dal greco ephemeros significa che vive un solo giorno).
    ——————————–
    Superficiale quanto pretestuosa mi appare la risposta di Linguaglossa alla mia sul poeta Tommasp-Riccardo, che richiederebbe da parte del critico una più accurata e profonda lettura… poi che soltanto così si giustifica il giudizio incompiuto sul poeta che possiede "evidenti limiti stilistici per via della sua insufficiente calibratura dello stile". Non è stato così: l'ho sottolineato varie volte che proprio la cura del poeta era diretta allo stile, alla forma, alle concordanze e assonanze, l'analisi accurata delle vocali e delle consonanti era certosina, puntigliosa, le immagini e le metafore stupendamente realizzate e immesse in mondo epico-fantastico da modificare addirittura la realtà quotidiana o presunta del poeta stesso.
    .Davvero mi dispiace che il critico se ne esca con una scarica insomma di giudizi impietosi… quel che segue fa si che non riesco a comprendere l'accanimento del critico che denota un nervosismo, che è poi la causa di una incomprensione non giustificata.
    Ma notate come usa la parola "inchiodare"… che retroattivamente richiama il
    "crocefissi" del poeta… allo stesso maniera è prevenuto contro la favola, l'epica, lo stile che è invece la caratteristica fondante di un ritmo che è assente nela poesia italiana… se Campana si rivolge alla visione germanica, Tommaso alla visione francese…. ma quanto ad espressionismo ve ne è di più in Tommaso e che riesce a dominare totalmente… cosa che sfugge al Campana poi che intriso completamente di sublime impressionismo!
    grazie e scusatemi
    a.s.

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