Poesie di Davide Morelli e Antonietta Tiberia con una poesia di Lucio Mayoor Tosi, Nautilus, e Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa e Mario M. Gabriele

 

Foto strada galaxy

Gli ominidi/ divennero bipedi/ per guardare meglio le stelle

Tre poesie di Davide Morelli

Web:

Gli ominidi
divennero bipedi
per guardare meglio le stelle.
L’ho trovato scritto
nell’enciclopedia
delle bufale.
I siti più visitati
sono quelli porno.
I social sono enormi cimiteri
di profili di morti
(più che di amici
parlerei di contatti).
Sono preoccupato perché
al momento della dipartita
non potrò più fare
egosurfing
e continueranno
ad inviarmi spam.

Un fiore:

Un fiore secco dimenticato in un libro
è quello che resta di una storia.
L’ho trovato rovistando nella mia stanza.
Nessuna finzione o vezzo: è tutto vero.
Da allora ho repulsione dei fiori
che non saranno mai quel fiore
e anche della luna
che sembra sempre la stessa,
eppure non sarà mai più
quella di quella sera.
Moriremo e saremo anche noi
fiori secchi tra le pagine del tempo.

Interrogativi:

La morte tocca a tutti. Anche
la sofferenza, ma in modo disuguale.
Viene da chiedersi perché ad alcuni
tocca più sofferenza? Forse espiano in vita
i loro peccati, anticipando i tempi?
Mi chiedo anche come farà
a giudicare tutti in modo equanime,
avendoci fatto così diversi
e avendoci dato differenti opportunità.
Ho altri rovelli nella mente,
a cui nessuno può dare risposta.
Non si tratta qui di conoscenza
dell’umano. Tutto ciò va oltre.
Poi ti dico esitante che la luce,
prima o poi,
giunge lo stesso nell’abisso
o almeno io lo spero.
Chi chiami Dio forse
arriva anche ad abbracciare
l’inferno
dall’alto della sua misericordia.
Per il momento cerchiamo
per quanto è possibile
di abbracciare le cose
con quel poco di ragione e di cuore
che ci resta.

Davide Morelli è nato a Pontedera nel 1972. Si è laureato in psicologia con una tesi sul mobbing. Alcuni suoi testi sono apparsi su “Nazione indiana”, “Poetarum silva”, “La mosca”, “Il filo rosso”, “L’ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale”, Nugae”, “Poesia da fare”, “La clessidra”, “Il segnale”, “Italian poetry review”. Ha pubblicato due ebook su LaRecherche.it. Oltre a componimenti poetici (o aspiranti tali) scrive anche aforismi, recensioni, saggi brevi e racconti brevi. È comparso in alcune antologie della Lietocolle. È stato inserito nell’antologia “Calpestare l’oblio”(a cura di Davide Nota). Gestisce il blog Also sprach.

Foto Comunicazione ultronea

Poesie di Antonietta Tiberia

Vive a Roma. Ha pubblicato nel 2012 I racconti del ponte (Ed. Progetto Cultura) e nel 2010 un libro di racconti e versi, Calpestando le aiuole. È stata redattrice della rivista “Línfera”, fondata nel 2006 presso il Café Notegen di Roma dal Movimento della Neo-rinascenza letteraria. Ha pubblicato articoli, racconti, poesie, prefazioni, traduzioni su quotidiani, riviste cartacee e on-line e su varie antologie.

Settenari per lavastoviglie

Lavastoviglie nuova.
Istruzioni per l’uso.
Norme da rispettare
per un buon risultato:

tazze e bicchieri
nel cesto superiore,
pentole e piatti invece
dentro il cesto inferiore.

Sistemare i coltelli
col lato acuminato
rivolto verso il basso.
Rimuovere i residui
grossolani di cibo.

Il coperchio si chiude
con scatto percettibile.
Per svuotarla si inizi
da sotto verso il sopra.

Ci vorrebbe un programma
dettagliato e completo
che si sappia adeguare
automaticamente

ad ogni cambiamento,
per vivere la vita
e raggiungere sempre
il miglior risultato.

Ci sarà uno scienziato
che sappia provvedere?

(Roma, settembre 2018)

Limericks

Ho chiesto a un uomo arcigno di Livorno
il favore di togliersi di torno.
Mi ha guardato con viso accigliato
e poi m’ha detto: – “Lei è un maleducato!”
quell’arcigno signore di Livorno.

Un uomo mite di Strangolagalli
sofferente da tempo per i calli
decise di andare dal dentista
che gli prescrisse gli occhiali da vista.
E da allora non soffre più di calli
quell’uomo mite di Strangolagalli.

C’è un leone ruggente di Mentone
che non vuole giocare più a pallone
e con una zampata
manda nella scarpata
la sfera, quel leone di Mentone.

Il gatto randagio

C’è un gatto randagio
che sta mogio mogio
nel primo meriggio
di un giorno di maggio
cercando rifugio
da un cane malvagio
che ha aperto un pertugio
per prendere alloggio
in quel romitaggio.

Il gatto randagio
in quel pomeriggio
sbirciato un rifugio
con molto coraggio
sfuggendo al segugio
risale il ciliegio
piantato sul poggio
e dietro il rameggio
scansando il litigio
conserva il prestigio
schivando il contagio.
Che grande prodigio!
È degno di elogio.

(23 aprile 2018)

La lumaca parca

Una lumaca parca
rimasta priva d’arca
se n’andava lasciva
lasciando la sua scia
che al sole scintillava

ma lei non ci badava
e proseguiva altera
seguendo una chimera:
– «Io sono una farfalla».
Però era una balla.

Otto Cer e Rina Aspi

Otto Cer e Aspi Rina
se ne vanno ogni mattina
sul carrello da infermiere
che ha da fare il suo mestiere.

– Infermiere, ho mal di testa! –
Rina Aspi, lesta lesta,
entro l’acqua è presto sciolta
e l’attesa è molto corta.

Se la bella innamorata
dentro l’acqua s’è squagliata,
non si duole Cer Ottino
perché pensa che a un bambino
il sorriso tornerà
e felice lui sarà.

– Questa garza non si tiene! –
Ma Cer Otto lo sa bene:
con le forbici di netto
si ritaglia un bel pezzetto.
Poi un altro e un altro ancora
per tenere la garzuola
che ben ferma adesso sta.

– Chi mi vuole? Eccomi qua!
sembra dire a tutti quanti.
I suoi usi sono tanti
che nemmeno lui li sa.

Versi zoologici

In città va a passeggio
il cincillà.

Sul mar Nero
vola alto lo sparviero.

In giardino
sull’amaca
dorme bene
una lumaca

e c’è pure la cicala
che per bere
va a Marsala.

Là vicino
c’è una zebra
che strimpella
sulla cetra.

Un cane abbaia
sopra una sdraia
e un gatto miagola
per una fragola.

Acrostici
con cambio di iniziale e indovinello

Col suo abbaiare
Allontana persone
Non gradite
E può mordere.

Per averlo ogni giorno c’è chi prega
Alternative sono le brioches
Non si può fare se non c’è calore
E lo si può mangiare a tutte l’ore.

Raramente si incontrano in città
Anche se sono anfibie.
Non puoi trovarle sopra i marciapiedi
E te le puoi mangiare fritte o in brodo.

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Entrambi questi lavori di Davide Morelli e di Antonietta Tiberia, che vanno in direzioni sghembe (la Tiberia verso il gioco non-sense: l’acrostico, il limerick; Morelli  verso la tematica esistenzialistica), hanno però un terreno comune: l’adesione al gioco dei riflessi di specchi. Non impiegano più il linguaggio metafisico che dice le cose come si crede che siano ma, un linguaggio sempre metafisico che dice le cose come non possono essere più. Il punto di partenza è la sospensione del giudizio, lo scetticismo elevato a metodo, l’attesa, l’epoché per il «nuovo» che si affaccia: far parlare il linguaggio tramite i limerick di Antonietta Tiberia o tramite il dis-allontanamento di Davide Morelli. Entrambi i punti di vista, però, adottano la convinzione sotterranea che la «tecnica sia culturalmente neutra», convinzione che in molta poesia di oggi viene accettata senza metterla in discussione, senza neanche chiedersi se il problema della tecnica poetica sia in realtà fuori della tecnica. Sì, è vero, non ci sono più le vie verso la «verità» (già la parola ci impone una certa inquietudine e sospetto) perché già la verità stessa è in procinto di non-essere più e non oscilliamo più come Hamlet tra l’essere e il nulla ma tra il nulla e il nulla in un gioco di rifrazioni di specchi tra due nulla che si auto annullano.
Ci si avvicina a grandi passi alla fine della gloriosa metafisica dell’Occidente, che è finita con un frrr… non siamo più in attesa di tempi migliori, non siamo più in attesa di nulla, la tecnica poetica viene utilizzata per quel che essa è in sé, perché è priva di teleologia, perché è un complesso di utilitarietà, per la sua intrinseca neutralità…

Noi oggi siamo usciti dalla Storia e siamo entrati nella post-storia, nella storialità. Che significa? Detto così, sembra voler affermare che siamo entrati in un mondo dove tutto il passato si allontana alla velocità dell’espansione dell’universo e il futuro sembra così vicino che possiamo toccarlo con mano. In questo spazio-tempo compresso noi non possiamo che abitare che le nostre «Stanze interiori», dal titolo di un prossimo libro di poesia di Tiziana Antonilli, queste «stanze», simili a piccole fortezze costruite con gli stuzzicadenti e gli zolfanelli. Non abbiamo più una religio che ci tenga tutti uniti, né una ideologia entro la quale riconoscerci, anche le «Forme» sono scomparse, affondate, bombardate, dipartite… siamo rimasti soli con il nostro foro interiore, alle prese con il «nulla» che avanza a grandi passi…

«Si tratta − spiegava Adorno nel 1947, concludendo i suoi Minima moralia − di stabilire prospettive in cui il mondo si dissesti, si estranei, riveli le sue fratture e le sue crepe, come apparirà un giorno, deformato e manchevole, nella luce messianica».
Ma il mondo è già in sé dissestato, pieno di fratture ben visibili, è già in sé perfettamente estraniato. E allora, che fare? Questi autori prediligono il gioco di specchi. In Lucio Mayoor Tosi si ha il gioco di specchi per il gioco di specchi, la tecnica viene neutralizzata appunto in quanto «neutra», messa in vitro ed esposta in bacheca nella sua nuda condizione di «neutralità». Davide Morelli è ancora alle prese con il gioco degli specchi, rifiuta la tecnica poetica in nome di una autenticità tutta da costruire e da verificare; Antonietta Tiberia non la riduce a un nulla, ma adotta la tecnica poetica alla Quenau, come esercizio di stile, disinteressato, assolutizzato e chiuso, come «fortezza costruita con gli stuzzicadenti», diceva Leonardo Sinisgalli, il poeta delle ‘due culture’ (quella scientifica e quella umanistica, ovviamente).

In questa situazione di estraneità reciproca alla quale ci ha condotti l’età della dimenticanza dell’essere e della utilizzazione della «tecnica» come complesso di «procedure tecniche», appunto, «neutre», «cieche», quell’epoca che ha visto il dissolversi dell’essere nel «valore», dell’essere «che non ne è più nulla» diceva il tardo Heidegger invitandoci a «lasciar perdere l’essere», in questa situazione drammatica viviamo sotto l’egida di Sua Maestà il valore di scambio, esso è il Regolo che regola e dirige le nostre esistenze, a noi la nostra epoca non ha dato altro che una stanza interiore fatta con gli stuzzicadenti e gli zolfanelli, ci ha lasciato in eredità miliardi di «frammenti» che galleggiano sul mare della datità. Tutto quello che noi possiamo fare è…

*

Una poesia di Lucio Mayoor Tosi [che mi sono preso la briga di suddividere in distici, irregolari qua e là, Lucio mi perdonerà… (Giorgio Linguaglossa)]

Nautilus

Le parole che ci dicemmo e quelle
rivolte al finestrino. La famiglia numerosa

di aironi che d’improvviso prese il volo.
Non so se spaventa l’automobile futurista,

oppure sono i pensieri. Quei due
che passano.

Rosetta col pensiero di morire proprio qui
nel vicolo. L’animo sulla ghiaia.

Pensieri che vanno in aria allacciati con altri;
alcuni indietreggiano, poi tornano decorati

di crisantemi.

Non per me, che ho da scrivere una storia:
di lei e suo marito, dentro il bicchiere capovolto.

Casa di vetro, con giardino. Il cane Buf
che non mi può vedere. Rosetta gli dice

«Buf, smettila!»

Ma è come non ci fosse nessuno.
Le cose sembrano ferme, perché chissà

quale distanza le separa. Anni e anni luce
aggrappati agli attaccapanni, tra le maniche

delle giacche. Qualche inverno da noi,
di macchie e rattoppi.

Chi scendeva e saliva le scale, già qui
prima di arrivare. E andarsene lentamente.

(Devo ricordarmi di comprare i croccantini,
solo pollo, per il gatto di Rosetta. Dicono
che non è morta. E’ al ricovero).

Fa paura il tempo quando passa.
In fotografia la vestaglia di felpa. Cento,

duecento vestaglie. Estate e inverno,
Rosetta e suo marito ancora giovani,

le stanze da pitturare.

Dipingo un segno sui muri, viola che va oltre,
dietro le spalle, nell’ombra futura. Da qui

a qui. Non ha senso, Rosetta. Niente ha senso.
La scatola dei profumi – Ride. I profumi!

– Sa, io aspettai centinaia d’anni prima di nascere.
Ho rischiato di finire in una nidiata di topolini

di campagna. Tanto mi piacevano. Ti sentono.
Anche se arrivi invisibile.

– A lei questo non può succedere, facile
che sia stato ucciso dai bolscevichi. Anzi, lo so.

Quando? Alle tre del pomeriggio. Non ricorda
le foglie, quel turbine di vento?

Si guardi. – Io sono vecchia, ho smesso di guardarmi.
Allora le scarpe. E’ comunque così che doveva andare.

C’è risentimento.

Scende dal naso una goccia di mare.
Morire è inutile. Faccio le valige. Fingo di metterci

qualcosa. Recito la vita. Entro, esco. Chiudo la porta.
Calpesto l’erba che infesta a primavera.

Il tempo fa questo e altro. Ci butto l’acqua sporca
dei pavimenti, con la candeggina. Qui è pieno

di pensieri. Nessuno li toglie.

Io per questo scrivo invisibile, una storia
silenziosa. Capovolta. Col giardino, il cane Buf.

Annessi e connessi alla rete, Metro, Linea 2.
L’infinito dentale. L’Arco della Pace a Milano.

Tutto e tutti con e senza cappello, le buone idee.
Un minuto di pioggia. Una scatoletta.

La picchi sul tavolo capovolta. Dai una passata
e guardi altrove. Lo stra-ba-dan dei vagoni.

Commento improvvisato di Giorgio Linguaglossa

Lucio caro,

questa è una poesia eccezionale, c’è tutto di tutto e sei riuscito a metterci anche il nulla + nulla. Incredibile: più ci metti le cose più si crea e aumenta il nulla. C’è la delicatezza delle note di Erik Satie in C’era una volta Parigi e la dolcezza di Amapola di Ennio Morricone. Allora, penso che è vera la teoria di Erik Verlinde secondo il quale non c’è mai stato alcun big bang ma la materia viene creata continuamente dal nulla, solo che noi non ce ne accorgiamo. Dice più o meno così Verlinde, che quando la concentrazione della materia si rarefà e giunge ad un estremo di rarefazione, a quel punto si produce altra materia, compaiono delle cose che si chiamano particelle elementari. Così, anche la poesia ha i suoi tempi di maturazione, solo che non sono i poeti che lo decidono, è il Signor tempo che decide come e quando i tempi sono maturi per una nuova poesia. Quando la materia della poesia si rarefa fino ad un grado elevatissimo di rarefazione, allora compare all’improvviso la poesia. Semplicemente giunge a maturazione. È solo una questione di tempo. E allora noi dobbiamo fare un elogio della lentezza alla lentezza del tempo che ci guida e amministra le nostre proprietà, o quello che crediamo sia di nostra proprietà.

Mario M. Gabriele

caro Lucio hai scritto un’altra poesia che ben si associa alle tue precedenti. Questa, assieme al testo di Donatella Giancaspero, con l’incipit “Ripieghiamo in direzione del bar” e a “Il bacio è la tomba di Dio” di Linguaglossa, sono le migliori performance della nuova ontologia estetica. Laddove sembrava assistere in questi anni a una tabula rasa della poesia italiana, ora i più scettici devono ricredersi di fronte alle magnifiche fioriture poetiche, che lasciano sperare in una nuova primavera.Lo dico senza enfasi, ma sulle risultanze estetiche dei versi sopra citati. Per una mia fuga di neuroni, non ho citato i testi recenti di Gino Rago, al quale chiedo scusa, e di altri poeti che nella NOE si riconoscono.

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19 commenti

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19 risposte a “Poesie di Davide Morelli e Antonietta Tiberia con una poesia di Lucio Mayoor Tosi, Nautilus, e Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa e Mario M. Gabriele

  1. Chissà perché, la poesia di Lucio Mayoor Tosi mi ha riportato alla mente Amapola, la colonna sonora di Ennio Morricone al film C’era una volta l’America… è che, dopo la Grande Recessione e la Stagnazione, stiamo per entrare di nuovo nella Recessione spirituale…

    • Bella scelta, Giorgio. C’era una volta l’America e la musica di Ennio Moricone, mi hanno portato a riamare questo film, con scene fatte di malinconia, di poesia, di amori, e di realtà quotidiane, in un’America del proibizionismo, dove la società si avviava verso la Grande Crisi.La scena di De Niro, mentre spia la ragazza che balla, lascia in una incantevole atmosfera, così pure, quando De Niro entra nel locale per fumare cannabis, torna al passato recuperando i fotogrammi della memoria

  2. dal romanzo di Davide Rossi, E alla fine c’è la vita. Un brano recitato.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/12/02/poesie-di-davide-morelli-e-antonietta-tiberia-con-una-poesia-di-lucio-mayoor-tosi-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa-e-mario-m-gabriele/comment-page-1/#comment-43245
    Marco si sveglia dopo l’ennesima notte di eccessi. Marianna vomita in un bagno dell’università. Mario si ritrova bloccato in un letto di ospedale. Marika finisce a letto con un professore.
    Tante vite che si bruciano, annientandosi con tutto ciò che è legale ed illegale, alla ricerca disperata di un’altra boccata di ossigeno.

  3. la poesia da risultato sicuro e da calcolo ergonometrico
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/12/02/poesie-di-davide-morelli-e-antonietta-tiberia-con-una-poesia-di-lucio-mayoor-tosi-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa-e-mario-m-gabriele/comment-page-1/#comment-43265
    … quello che mi colpisce della poesia di Lucio Mayoor Tosi è che lui fa poesia come un trapezista che non si cura della difficoltà dei volteggi, senza alcuna rete di sicurezza. Lucio Tosi sale sul trapezio e inizia i suoi volteggi senza alcuna garanzia di sicurezza, senza aver prima compiuto alcun calcolo delle probabilità di riuscita dei suoi volteggi rimici e ritmici. Oggi, e non oggi soltanto ma già da alcuni decenni ormai, invece si scrive poesia e si scrivono i romanzi solo dopo aver messo a punto la «previa analisi dei costi e dei benefici», si fa poesia e scrittura narrativa in base ad un calcolo ergonometrico: tanto lavoro = tanto risultato; si fa una poesia da risultato così come si fa prosa narrativa da risultato sicuro. Il romanzo deve essere piacevole, deve intrattenere. Il film deve essere piacevole, deve intrattenere il pubblico per circa un’ora e mezza, deve svagare e magari anche rincuorare gli spettatori alienati e istupiditi. Analogamente, la poesia deve essere piacevole, essere costellata di battute di spirito e di languori, di genuflessioni e di inciampi, il tutto deve essere un congegno collaudato a prova ergonomica e a certificazione controllata di garanzia di funzionamento. Si fa poesia e romanzo come si fa politica: si fa POLITICA con battute di spirito, con mottetti e apoftegmi, ad esempio, Quota 100 = 62 (anni) + 38 (di lavoro). Facile, ed ergonomico, un concetto che tutti possono afferrare d’un subito.

    E si fa poesia allo stesso modo, mediante una ricetta sicura: poesia corporale e genuflessioni dell’anima martoriata. In assenza di pensiero critico il risultato ergonomico è assicurato dall’analisi comparativa dei costi e dei benefici. Si procede con l’ideologema dei dispositivi di ottimizzazione dei fattori e del risultato (che deve corrispondere ai fattori messi in campo); ne sortisce il romanzo fatto con battute di spirito e la poesia scritta con le genuflessioni dell’anima e con la storia corporale. Quando invece la vera poesia sin dall’inizio è un viaggio verso l’ignoto, l’autore non sa e non deve sapere dove andrà a parare, dove e quando finirà la poesia e se la poesia finirà mai davvero o se si tratterà soltanto di una illusione, di una interruzione, che il viaggio verso l’ignoto non può essere interrotto da alcun calcolo costi-benefici o da risultato sicuro. Fare poesia è un viaggio verso l’ignoto, come in questi versi di Lucio Mayoor Tosi dove si vede subito che l’autore non sa che pesci pigliare e dove andare a parare, perché la poesia è così, la Musa inorridisce dai calcoli costi-benefici e dalle risultanze delle analisi ergonomiche dei Fattori messi in campo… nella costruzione di un manufatto di poesia non c’è alcun algoritmo in grado di dirci alcunché sulle sorti del buon andamento della poesia stessa…

    Pensieri che vanno in aria allacciati con altri;
    alcuni indietreggiano, poi tornano decorati

    di crisantemi.

    Non per me, che ho da scrivere una storia:
    di lei e suo marito, dentro il bicchiere capovolto.

    Casa di vetro, con giardino. Il cane Buf
    che non mi può vedere. Rosetta gli dice

    «Buf, smettila!»

    Ma è come non ci fosse nessuno.
    Le cose sembrano ferme, perché chissà

    quale distanza le separa. Anni e anni luce
    aggrappati agli attaccapanni, tra le maniche

    delle giacche. Qualche inverno da noi,
    di macchie e rattoppi.

  4. Carlo Livia

    “La poesia è l’amore realizzato/ del desiderio rimasto desiderio” ( Renè Char) , un amore che si compie nel sapersi irrealizzato e irrealizzabile, perchè sa che il suo progetto epistemologico è inevitabilmente ostacolato da un confine strutturale, intrascendibile: la natura del pensiero concettuale, materializzato nel linguagiio verbale, dalla sua convenzionalità, contingenza, illusoria referenza all’ente:

    Fra l’idea
    E la realtà
    Fra il gesto
    E l’atto
    Cade l’Ombra

    Perché Tuo è il Regno
    ( T. Eliot )

    Sapere che il vero, come il bello, non si può possedere, rinchiudendolo in fatue convenzioni e paradigmi linguistici, ma coglierne l’essenza nel suo infinito negarsi alla conoscenza, nel “dolce naufragare” nel mare dell’inconoscibile, può spingere a rinnegare un fondamento ontologico al logos, alla nostra relazione con l’essere, e indurre a identificare la fenomenologia con l’ontologia, con l’inevitabile deriva nichilista e pessimista
    ( è quello che fa Leopardi, almeno come filosofo, o l’esistenzialismo di Sartre e Camus ).
    Ma c’è un altro possibile esito a questa aporia, ed è quella che definirei mistica-soteriologica, perchè, sentendo l’inafferrabilità noetica dell’essere, anzichè rifiutarne la luce che promana dal suo continuo eclissarsi, lo accoglie e rappresenta proprio come ombra e assenza, incessante addio, preservandone mistero e trascendenza:

    CRISTALLO

    Non cercare alle mie labbra la tua bocca,
    non davanti alla porta lo straniero,
    non dentro l’occhio la lacrima.

    Sette notti più in alto vaga il rosso incontro al rosso,
    sette cuori più in basso batte la mano alla porta,
    sette rose più tardi mormora la fontana.

    Paul Celan

    La poesia di Tosi si muove in questa dimensione, tentando di mutare la disperazione, per l’inanità e alienazione semantica, in ascesi e contemplazione estatica. Naturalmente, da laico e antimetafisico, sovvertendo fantasmi e incrostazioni retoriche, sfrondando antichi ornamenti, sondando crepe e disconnessioni logiche, prendendo a dimora e paradigma la metamorfica irregolarità, i paradossi e le ambiguità del sogno, con le sue proiezioni e condensazioni che rendono tangibile l’illusoria architettura delle nostre rappresentazioni razionali:

    …– A lei questo non può succedere, facile
    che sia stato ucciso dai bolscevichi. Anzi, lo so.

    Quando? Alle tre del pomeriggio. Non ricorda
    le foglie, quel turbine di vento?

    Si guardi. – Io sono vecchia, ho smesso di guardarmi.
    Allora le scarpe. E’ comunque così che doveva andare.

    C’è risentimento.

    Scende dal naso una goccia di mare.
    Morire è inutile. Faccio le valige. Fingo di metterci

    qualcosa. Recito la vita. Entro, esco. Chiudo la porta.
    Calpesto l’erba che infesta a primavera.

    Il tempo fa questo e altro. Ci butto l’acqua sporca
    dei pavimenti, con la candeggina. Qui è pieno

    di pensieri. Nessuno li toglie.

    Io per questo scrivo invisibile, una storia
    silenziosa. Capovolta. Col giardino, il cane Buf…

  5. Ho intitolato la poesia NAUTILUS non a caso, perché si tratta di una poesia che avanza, se si vuole nel nulla, in modo esplorativo; come il sommergibile di Capitano Nemo, nel romanzo di Jules Verne.
    E’ una poesia NOE, dove a guidarti è l’estetica. Né è né meno di come si è sempre fatto, mi pare, da che esiste la scrittura poetica. Vi sono salti che fanno deragliare la semantica; da un binario all’altro, di spazio e tempo; versi brevi e chiusi. E tanta energia. Ma è stata scritta in più tempo, ha riposato tra gli appunti; è stata ripresa, ricomposta nel montaggio, scritta e riscritta più volte, fino alla versione attuale, in distici dovuti all’intervento illuminato di Giorgio Linguaglossa. Il testo è rimasto lo stesso, così anche mi pare la maggior parte degli a capo. Alla fine ne sono molto contento.
    Un aneddoto: il cane Buf sta ad indicare che i poeti NOE, nelle loro poesie, ci portano anche il cane, se serve e se gli va; come testimoniato dall’altro cane, quello di Mario M. Gabriele che, se non erro, si chiamava Woolf. Si tratta di una coincidenza. Dove vivo io è pieno di cani, tutti al lavoro nei propri recinti e tutti miei amici. Anche se abbaiano. A volte è il loro modo per salutare.

  6. Francesca Dono
    ogni sera una pentola cambia posto. Poco fa i manici e l’interno al primo vuoto di Dicembre. E’ stata sullo scolapiatti.

    Per i graffi di un fornello tutto incrostato dal gas. Lo diceva sempre la nonna: amore mio mettici dentro una minestra di spine.

    Quelle belle calze di carne e di nylon appena smagliate dai buchi del fumo.
    Due braccia hanno preso gli angoli a campana.

    La dorsale seducente . Neanche fosse il pisciatoio del cane . Una scatola di seconda mano nella luce perduta fino al coperchio.

    Mauro Pierno
    Del fine danno equiparato a festa escogitato appena
    e di soppiatto esploso, sovviene pure, al fine sai l’allegria sommessa

    la messa sazia, di uno scolapasta arreso. Lo vedi pudico, un elmo
    riverso, steso, sulla dimessa riva (cucina) sconfitto a conca.

    Tralasciato ha la limacciosa riva riverbero assolo di uno spaghetto al sugo
    che all’odor di Seppia, l’amido scolato, ha pure l’amico, il poeta insigne

    che l’Osso torvo ridusse a canto, che vivo spolpi, che a fuoco lento assapori spento. E svenne pure all’estasiato encomio il rigo, il salmo, il tripudiare esploso.

    Grazie Ombra. Grazie Dono

    “giacca e cravatta pare na ‘buatta”

  7. giovanni ragno

    Perché Tuo è il Regno
    ( T. Eliot )
    —————————— seguito :
    Perché Tuo è il Ragno. (mondo animale)
    Perché Tuo è l’Argon (mondo chimico)
    Perché Tuo è il Grano (mondo vegetale)
    Perché Tua è la Rogna (mondo clinico)
    Perché Tuo è l’Organ (mondo sessuale)
    Perché Tuo è Nogar (mondo mitologico del Nord)
    Perché Tuo è Ragon (mondo fantastico)
    ecc. ecc.

  8. antonio sagredo

    LEGGENDO QUESTO GIOCO (del perché… di Eliot) O PRESA IN GIRO DEL GIOVANNI RAGNO….. mi domandavo se siamo per caso – e sarebbe straordinario, di fronte finalmente ad un “surrealismo italiano” affrancato da tutti i surrealismi europei del secolo trascorso E DA TUTTE LE TEORIE NOSTRANE, TALUNE STUCCHEVOLI E FANTASIOSE, TALE ALTRE ASSURDE E INGANNATRICI
    E a proposito riporto vecchi e superati pensieri su un ipotetico “surrealismo italiano”.
    Ma tutto ciò è pertinente con ciò che si propone l’Ombra?
    ——————————————————————————-
    >>> Mario Luzi, che nel 1954 esprime così i suoi Dubbi sul realismo poetico: «una vera poesia realistica mi pare improbabile. La poesia ha, a mio avviso, un’unica probabilità di sopravvivere, un’unica giustificazione nel mondo moderno perduto dietro gli episodi, scisso in tante piccole e primitive mitologie sorte in mancanza di un mito, di una fede, di una convinzione: la sua forza di sintesi. La poesia respira un profondo bisogno di unità laddove la vita psichica e la vita organizzata degli uomini di oggi è estremamente frammentaria. La grande avventura della poesia moderna consiste infatti nel tentativo di ricostruire mediante il linguaggio quell’ unità che il mondo ideale, pratico, espressivo degli uomini aveva perduto». <<<>>> La nostra bocca è più secca delle spiagge solitarie; i nostri occhi girano senza mèta,senza speranza. …Sono morte le città che non vogliamo più amare …Ci hanno detto che laggiù c’erano valli meravigliose. ===Il cristallo trasparente da LES CHAMPS MAGNÈTIQUE -Andrè Breton-Fhilippe Soupault-autunno 1919 <<<<>>>> Bodini ci racconta che :
    “Cinque anni fa in un caffè romano chiesi a bruciapelo ad Antonio Delfini perché non c’era stato un surrealismo da noi. “Perché l’italiano ha la coda di paglia” mi rispose. ” <<<<>>>>> Jacobbi riferisce il ritardo italiano nei confronti del surrealismo prima di tutto a quello ancora precedente nei confronti del romanticismo (il nostro peccato originale, dunque) come già aveva detto Bodini su «Malebolge». Inoltre spiega il nostro ritardo anche con il ripetersi, in diversi momenti della nostra storia culturale e letteraria, della «congiura del Buon Senso, del perbenismo nazionale», che fanno sì che «da noi tutto si svolga nei binari prestabiliti di un “sistema” addirittura più antico del capitalismo», e introiettato dagli stessi scrittori. Quella «coda di paglia», in altre parole, di cui Delfini pochi anni prima aveva accennato a Bodini nel caffè romano. Secondo Jacobbi nei testi letterari questi limiti, a parte poche felici eccezioni come quella di Campana, si sarebbero tradotti nella tendenza tutta italiana a ricondurre sempre in qualche modo l’irrazionale nei binari del razionale, e a contenere il surreale in schemi metrici prestabiliti che rendono impossibile lo scatenamento di una scrittura veramente automatica al modo di Breton: esemplare in questo senso la poesia di Onofri. <<<<>>> Jacobbi tornerà ancora a parlare di surrealismo per l’Italia, ritornando fino alla fine su un’idea critica a lui particolarmente cara. L’ultimo suo intervento risale al 1980, e tratta Di un surrealismo non francese, cioè di un vero e proprio «surrealismo all’italiana», distinguendo dal punto di vista tecnico i diversi usi della parola in Gatto e in Bodini. Ma l’ultima voce che sostiene l’esistenza «di una costellazione di surrealisti italiani (tutti emarginati, solitari, monomaniaci, disgraziati, ciascuno per proprio conto), con differenze profonde fra surrealismo e surrealismo, ma con il medesimo fondamento archetipico», è quella di Macrì, che in una nota a un intervento su Delfini stampato nel 1990 fa i nomi di cinque autori vicini o appartenenti alla cosiddetta «terza generazione» e uniti da una comune matrice surrealista. Essi sarebbero dunque: Bodini, portatore di un surrealismo ispanico; lo stesso Jacobbi, poeta in proprio e vicino all’area brasiliana; Bigongiari, «surrealista ermetico»; Raffaele Carrieri; e soprattutto Emilio Villa, «surrealista di tipo neoavanguardistico». Ma quell’indicazione non ha modo poi di approfondirsi, né in quella sede né altrove. <<<<>>>> Gli ultimi anni
    Dopo la scomparsa di Bodini e di Gatto già negli anni Settanta, poi di Jacobbi e di Spatola negli anni Ottanta, nel corso degli anni Novanta sono venuti a mancare anche Contini, Costa, Bigongiari, Macrì, e nel nuovo secolo Bo, Villa, Luzi: cioè progressivamente tutti quelli che, in modi anche molto diversi, avevano rappresentato o difeso un’idea surrealista per l’Italia. Dopo di loro nessuno ha più creduto in un surrealismo poetico da ritrovare o da perseguire nel nostro paese, tanto che oggi è diventato possibile storicizzare a sua volta quell’idea surrealista che nel tempo ha nutrito poeti e critici italiani dei più diversi, e spesso opposti, orientamenti. <<<<<
    ——————————-
    INSOMMA LA QUERELLE è CONTINUATA FINO AL 2008 E ALLORA HO RIPORTATO TUTTO DA :

    POESIA SURREALISTA ITALIANA
    (un estratto del saggio di Beatrice Sica)
    Articolo postato martedì 23 settembre 2008 da Luigi Nacci
    Nel 2007 San Marco dei Giustiniani ha dato alle stampe un volume, a mio parere, interessantissimo: Poesia surrealista italiana. Ho chiesto all’autrice, Beatrice Sica, se fosse disponibile a scrivere per AP un cappello introduttivo del suo lavoro e a fornirci un estratto del lungo saggio che precede l’antologia di testi – in particolare la parte dedicata al secondo dopoguerra e alle neoavanguardie. Ha accettato, molto gentilmente, e di questo la ringrazio.
    ———————–

  9. Interessante questo estratto sulla poesia surrealista italiana, con indicazioni di autori da approfondire. Se ci fosse ancora un filone presente (anche inconsapevolmente per gli stessi autori) che non si limitasse a giochi di parole, scrittura automatica? Automatica – filo diretto con il mondo sotterraneo.
    Mi piace come ha parlato dell’io Sagredo, in qualche modo riabilitandolo, in qualche ruolo non secondario, quello di veicolo per le emozioni e i pensieri, relazionandoci con il mondo, quindi anche con la poesia.
    Tornando ad Eliot, quel Regno, era riferito ad un aspetto fondamentale della sua fede cristiana. E lui era passato attraverso la Terra Desolata.
    Si possono mischiare le carte del regno come ha fatto Ragno, che le ha restituite non opache, ma piene di riflessi, di una Gerusalemme non più (o solo) teologica o celeste.
    Interessante Luzi, quando dice che il poeta tenta la sintesi, in un mondo frammentario. Concordo, anche quello è lo sforzo e la tensione del poeta. In effetti la bellezza o l’assurdo-angoscia del frammento, può turbare.
    E’ umano, non solo poetico, ricercare la sintesi. Mettere insieme, unire fino all’impossibile.

    • “Interessante Luzi, quando dice che il poeta tenta la sintesi, in un mondo frammentario. Concordo, anche quello è lo sforzo e la tensione del poeta. In effetti la bellezza o l’assurdo-angoscia del frammento, può turbare.
      E’ umano, non solo poetico, ricercare la sintesi. Mettere insieme, unire fino all’impossibile”.

      E’ quello che fanno già tutti, sapientemente. E poi la scrittura automatica a me sembra una cretinata, come tante se ne sono fatte all’epoca dei surrealisti. Ma andava fatto.

  10. antonio sagredo

    Non ho mai preso sul serio l’opera T. S. Eliot, e tanto meno il suo Regno e la sua fede cristiana (poiché la POESIA NON HA ALCUNA FEDE RELIGIOSA SE NON LA PROPRIA, che può prestarla quando è necessario ad alcune fedi altre).
    E il suo poema “Terra desolata” mi convince poco e paragonato ad altri poemi contemporanei perde terreno, e parecchio!” Tra l’altro il titolo è tradotto male: di desolato non c’è nulla, ma di marcio il 100%; quindi la “Terra marcia”, ma suona meglio a un orecchio italiano “desolata”.
    La stessa cosa avviene con “Il giardino dei ciliegi”, quando invece sono delle visciole, quindi “il giardino delle visciole”, ma suona meglio….
    Si commette l’errore (errore?) odioso di cambiare il titolo di opere straniere,
    come allo stesso modo i titoli di film stranieri!
    Questo non è ammissibile!
    ——–
    E per inciso ho scritto un poemetto dal titolo BISTROT che fa un verso beffardo e giocoso e gioioso a un poemetto di Eliot, che siccome evanescente si adatta ad essere preso in giro.
    as

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