Dialogo sull’essere e il nulla, il nichilismo e la poesia – Andrea Emo, Adalberto Coltelluccio, Giorgio Linguaglossa, Salvatore Martino, Antonio Sagredo, Steven Grieco Rathgeb, Gino Rago, Jean Paul Sartre, Carlo Livia, Mario Gabriele, Letizia Leone, Rossana Levati,

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da sx G. Linguaglossa, L. Leone, S. Grieco Rathgeb, Roma, Fiera del Libro, Convention Center, 2017

Giorgio Linguaglossa

6 gennaio 2018 alle 12:06

Perché in ogni poesia c’è qualcosa di scandaloso e di favoloso. La poesia che non fa scandalo viene subito dimenticata. La poesia che non è fabula viene anch’essa subito dimenticata.

Si ha sempre il sospetto che le parole non dette ci perseguitino… Anche le parole dette e scritte ci perseguitano con la superfluità e la vacuità con cui sono state pronunciate.

Perché le parole sono sagge, loro lo sanno di essere melliflue e superflue e di essere nate da un difetto di pronuncia del demiurgo…

Il poietès è il più grande nichilista perché porta le cose all’essere dal nulla. [citazione a memoria di una frase di Emanuele Severino]

 Salvatore Martino

6 gennaio 2018 alle 14:42

Questa volta carissimo Giorgio non posso che metaforicamente baciarti per queste pagine luminose che hai inserito nella Rivista. Tutti noi dovremmo leggerle rileggerle, farle diventare il vademecum, il libro dei libri sul nostro comodino. Una commozione profonda mi invade ad ogni passo. Emo scrive poesia dall’agolo della sua strada filosofica, con una lucidità, un Kommos,che ti trascina nell’Assoluto. Non importa di quale fede o non fede tu sia, di quali convinzioni estetiche o filosofiche tu ti abbeveri, le sue parole ti trafiggono come lama di Toledo nella carne di un El Greco, di un Goya della Quinta del Sordo. Quello che lui dice dell’Arte mi sembra uscito da un capitolo della Bibbia per un Ebreo, tanto è incontrovertibile il suo dettato.Tutta le filosofia germanica sull’estetica mi sembra cosa impenetrabilmente algida.

 Antonio Sagredo

6 gennaio 2018 alle 21:02

Ottima la scelta di Emo Andea e tutto ciò intorno, compresa la intervista. Bene ha fatto Lingualossa a pubblicare alcuni scritti del filosofo, che non ho mai approfondito abbastanza, ma alcuni suoi temi filosofici fanno parte dei miei versi come non avrei pensato mai; non mi sono certo riferito al filosofo per costruirli, ma credo che ci sia stata simpatia singolare. E allora dovrei andare in cerca di alcuni miei versi che hanno attinenza con la sua filosofia e qui pubblicarli.

 

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da sx G. Linguaglossa, L. Leone, S. Grieco Rathgeb, Roma, Fiera del Libro, Convention Center, 2017

Gino Rago

6 gennaio 2018 alle 21:54

La veste è orgogliosa della nudità che essa socializza”. Grande Andrea Emo e bravo Giorgio Linguaglossa che ce lo ha riproposto.

 Letizia Leone

7 gennaio 2018 alle 9:57

Una lettura entusiasmante. La proposta illuminante di Giorgio (che ringrazio vivamente), occasione di studio di un filosofo anomalo e totalmente sconosciuto in vita, confermano quanto nella modernità la questione estetica sia essenziale in un fare artistico che non può più fondarsi in una genesi ispirativa “ingenua e sentimentale” a rischio del ridicolo. Addirittura Emo considera impossibile non solo agire ma anche fare opere nella contemporaneità: “La poesia e l’arte in genere oggi purtroppo non possono essere che ridicole. Esse sono nate nel tempo in cui il lavoro, il trattamento della materia, in cui la storia (e la vita) erano condotte in maniera artigianale… Perciò il cosiddetto artista è una sopravvivenza ridicola dell’artigianato: egli si vergogna di quel glorioso passato” (Le voci delle Musescritti sulla religione e sull’arte).

Mi pare che qui siamo di fronte ad un salto quantico rispetto al neoidealismo di Croce e Gentile che ha dominato la scena italiana fino agli anni cinquanta. Emo (1918- 1983) ha condotto la sua ricerca filosofica in forma diaristica e frammentaria dal 1918 al 1981 in circa quattrocento quadernoni per un totale di quarantamila pagine! Scrive il filosofo Mario Perniola che se l’Estetica può essere paragonata all’inconscio della società, “il corpus di Emo è simile a uno specchio, posto a una profondità inarrivabile, che riflette ciò che sta alla superficie. Al tempo tirannico del mondo Emo contrappone un altro tempo speculare, ma opposto, che nessuno può vedere e che soltanto lui conosce: “L’abolizione dello scopo, della finalità, in una parola l’abolizione del futuro…è l’instaurazione di un presente eterno” ( Emo).

 Giorgio Linguaglossa

7 gennaio 2018 alle 12:37

Ecco cosa scrive Andrea Emo di Dante:

“il più consistente dei poemi in lingua italiana, quello dantesco, è il poema del mondo dell’ inconsistenza e delle ombre”. Le ombre degli uomini, del male e del bene. Di una vita “ridotta ad ombra per poter essere eterna”. La Divina Commedia diventa così – tra le mani di Emo – “la Cattedrale delle Ombre”.

Andrea Emo:

Io sono un buono a nulla, ciò posso anche confessarlo; ma sono appunto un buono a nulla, capace del nulla; capace di affrontare guardare sopportare il nulla”.

Sulla celebre mela di Cézanne.

La radice dell’ arte è l’ eternità dell’ effimero, il pervenire all’ eterno accettando, accogliendo l’ effimero come tale; senza tentare di fissare, di obbiettivare, di possedere l’ istante, accettandolo come pura negazione, come ciò che non si può affermare direttamente”.

È questo che fa la nuova ontologia estetica:

costruire una «cattedrale delle ombre» quale unica possibile rappresentazione del mondo dei cosiddetti vivi.

Se poi questo qualcuno lo chiama nichilismo, non so, non saprei, e neanche mi interessa…

Le sciocchezze e i banalismi dei luogotenenti del truismario che si affrettano a narrarci i banalismi dell’io, li trovo rivoltanti…

 

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da sx  L. Leone, A. Sagredo, Pepito, Giuseppe Talia, Roma, Fiera del Libro, Convention Center, 2017

Giorgio Linguaglossa

7 gennaio 2018 alle 12:50

 […] La dicotomia su cui l’intera teoresi occidentale ha edificato le proprie fondamenta viene così scalzata da una speculazione diretta al superamento della logica immunitaria del principio d’identità e di non contraddizione in un oltrepassamento di fatto della stessa Grundfrage, la domanda fondamentale heideggeriana «perché l’essere e non il nulla?». Fulcro di questa operazione è la coincidenza, in seno al pensiero emiano, di essere e nulla, in quanto, come notò Romano Gasparotti, «se è vero che non si può pensare l’origine… essa necessariamente va pensata come lo stesso negarsi in quanto tale… l’originario e immediato autonegarsi» (Note sul pensiero di A. Emo, in Andrea Emo, Quaderni di metafisica 1927/1981, Bompiani, Milano 2007, p. 1388). Essere e nulla non sono allora contrapposti, bensì co-implicati, in quanto «gli enti appaiono dal nulla, da quello specifico sfondo abissale che consente loro di ex-sistere, di star-fuori dal Principio, per poi, attraverso un ulteriore atto di negazione, farvi ritorno: ogni ente manifesta il ni-ente e, nel mondo, l’eternità rinasce con gli enti come effimera» (p. 86). La potenza del negativo è l’unica forza grazie a cui è possibile concepire la purezza del positivo: il nulla è il lavacro ove tutto sorge e scompare senza mai distaccarsi completamente dallo sfondo enigmatico originario. Sotto un profilo teologico, secondo considerazioni analoghe a quelle succitate, il cristianesimo tragico di Emo si fonda sull’interpretazione di Cristo come aletheia, disvelamento, in quanto Dio è il suo stesso annichilirsi, «per esistere e farsi presenza deve necessariamente negarsi» (p. 92). Un Dio che muore e disgrega se stesso sulla Croce per tutelare l’enigma cosmico, secondo una prospettiva per certi versi non dissimile dal pensiero teologico del poeta portoghese Teixeira de Pascoaes, per il quale «l’Universo è il cadavere di Dio, la statua fredda e inerte della Speranza» (Aforismi. Scelti da Màrio Cesariny, Edizioni ETS, Pisa 2010, p. 31). Un Dio che è sacrificio, dramma, redenzione nella contemplazione della propria stessa tragedia… *

* Giovanni Sessa, La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, introduzione di Romano Gasparotti, con un inedito di Andrea Emo, Edizioni Bietti, Milano 2014, pp. 417, € 22,00

www@barbadillo.it

Rossana Levati

7 gennaio 2018 alle 13:23

Mentre in questi giorni sto rileggendo Giorgio Manganelli, a distanza di quasi 25 anni dalla mia prima lettura, grazie alla guida di alcune pagine de l’Ombra, come questa dedicata al filosofo Andrea Emo, vorrei evidenziare come ne stia raggiungendo una comprensione migliore, con un percorso di illuminazione reciproca tra le notazioni del filosofo e i racconti che vado riscoprendo.

Vorrei segnalare, dalla raccolta La notte, il meraviglioso racconto Il gioco: rifondando una letteratura come scherzo, beffa e provocazione, e al contempo rifuggendo da una letteratura “tradizionale” e, come dice Letizia Leone, da una ispirazione “ingenua e sentimentale” che sfiorirebbe il ridicolo, Manganelli, che peraltro rifugge sempre dal “nominare” personaggi e voci narranti secondo il vecchio clichè del “protagonista” dotato di una tradizionale identità anagrafica, imposta il racconto “Il gioco” come un lungo monologo di un’unica voce, che dalla definizione di “vicerè delle tenebre” (“cessai di essere il nulla e precipitai ad essere le tenebre”, “mi avevi lasciato progettare le tenebre, ho pensato che volessi fare di me una sorte di vicerè”) è evidentemente Lucifero, alla ricerca di un colloquio impossibile con il creatore, Dio (neanch’egli nominato) dal quale tuttavia non arriverà nessuna risposta: “Noi siamo costretti a parlare, perché noi soli sappiamo parlare. Certo, anche altri parlano: ma tra di loro; se non ascolti me, chi ascolti? Se non mi rispondi, a chi mai risponderai? Certo, tu puoi non rispondere; ed anzi, di regola tu non rispondi”.

Mentre riflettevo sulla frase di Emo: “Nel passato…è l’unica sede dell’assoluto, (chè) il passato e la memoria sono il regno di Dio”, questo passaggio del racconto di Manganelli me l’ha meglio chiarito e reso evidente:

“Tu non potevi conseguire il futuro. Non c’era il futuro, perché per quanto procedessi ti trovavi sempre e solo al termine del tuo passato, un passato senza fine, e insomma tu eri il passato.” Il futuro infatti entra nel dominio esclusivo di Lucifero, ed è a quel punto che Dio e Lucifero inventano un “gioco”, ossia la creazione del mondo e dell’uomo (su suggerimento di Lucifero, a “immagine e somiglianza” di Dio, benché Dio gli risponda di averlo già deciso) e l’inizio della storia. Ma a questo gioco Dio dovrà essere estraneo, anzi è questa la prima regola del gioco: “la storia era un gioco fondato su questa regola: che tu non giocavi”; beninteso potrà delegare qualcuno a parteciparvi in sua vece, “un altro che conosceva la tua e la mia lingua”. Dio estraneo al gioco e Lucifero unico “titolare del futuro, e senza futuro non solo il gioco era impossibile, ma anche la morte”, che Dio ha creato prima dell’uomo, prima di scagliare quest’ultimo “nel cuore del futuro, in direzione della morte”.

Così le creature sono condannate alla totale ignoranza di se’. Dio è “la sola conoscenza di se’ pensabile”, ma totalmente nel passato, e Lucifero si può conoscere solo limitatamente, cioè “fino a quel momento che precedette” la sua uscita dal nulla, non prima.

“Il gioco non poteva essere cosa tua, in nessun caso”, tuttavia di questo gioco Dio sembra essere l’ideatore e l’oscuro regista; a questo gioco di primo grado che è la storia e la vita umana si sovrappone poi il gioco di secondo grado, la scrittura di Manganelli e la novità del suo modo di “fare” narrativa.

Ringrazio anch’io quindi Giorgio Linguaglossa per la sua proposizione della pagina su A. Emo, per me risultata davvero preziosa nel riverbero che mi ha fornito per la migliore comprensione del racconto di Manganelli.

 

Carlo Livia

7 gennaio 2018 alle 16:37

Uno dei vertici del pensiero di Emo è aver mostrato l’impossibilità di una rappresentazione non ontologizzante – e aporetica – del nulla e, di conseguenza, di un discrimine che possa differenziare essere e nulla. Da questo vortice di senso, che risucchia il pensiero dal tempo di Parmenide, fa scaturire un nichilismo che aderisce più ad una teologia eterodossa, apofatica, che al materialismo leopardiano o al superomismo nicciano.

Dio è l’infinito negarsi, la dimensione interiore del negarsi è infinita, il negarsi è l’interiorità dell’infinito.”

Ma l’individuo, negazione dell’essere, è anche il confine intrascendibile di ogni legittima prospettiva soteriologica, in antitesi alle mistificatorie pseudo religioni sociali del ‘900 ( psicanalisi, marxismo, nazismo, consumismo ), che può concretizzarsi solo riscoprendo il valore noetico della dimensione emozionale, affettiva, contro il progressivo prosciugarsi di mistero e sacro del logos occidentale post-socratico.

“L’umanità futura sarà religiosa o non sarà “. Anche la sua analisi della

” scandalosa ” rivelazione cristiana verte sulla funzione paradossalmente semantizzante dell’amore, perché solo un Dio che muore sulla Croce rivela la sua natura relazionale al “nulla” dell’individuo, e può perciò essere amato.

Spero che nessuno si adombri se dedico un testo al ricordo di questo maestro (ma nessuno è obbligato a leggerlo ! ).

LA FATALE RESURREZIONE DEL GRANDE ASSENTE

La vestale celeste pianse per nove mesi, e partorì il peccato.
Era uno sciame di locuste di tenebra, che uccideva gli Dei e se ne nutriva, crescendo e moltiplicandosi sopra l’universo.
Il cielo più antico precipitò nel fossato delle donne fulve.
Dal mistero profanato vedevo quelle fauci spalancate.
Le moltitudini persero l’ultimo sogno, per un soffio.
Restava la foresta di plastica e metallo, piena di nomi morti.
E il beato immortale, quel sesso enorme che spacciava gli angeli.
Non potevo più scomparire, ero l’amore della grande falce di cristallo.
Il tempo, bandiera senza speranza, si lacerata sulle spine dell’uragano interminabile.

 

Giorgio Linguaglossa

7 gennaio 2018 alle 18:17

dalla Treccani su L’essere e il nulla (1943) di Jean Paul Sartre.

L’essere e il nulla, L’ (L’être et le néant) Opera di J.-P. Sartre, pubblicata nel 1943, in cui è esposta un’«ontologia fenomenologica» sviluppata come superamento della fenomenologia di Husserl, dell’ontologia di Heidegger e della «concezione dialettica del nulla» di Hegel. L’essere è considerato nel fenomeno (essere del fenomeno) e nella coscienza (essere della coscienza); l’analisi, condotta con metodo fenomenologico, giunge dall’«essere del fenomeno» alla coscienza che, nel «cogito preriflessivo», si rivela come «coscienza (di) sé», il cui «tipo di essere» non è «un possibile prima dell’essere, ma […] la sorgente e la condizione di ogni possibilità». In tale prospettiva è l’«esistenza» stessa della coscienza a implicarne «l’essenza» (Introduzione).

La coscienza «è causa del proprio modo d’essere» ed è, al tempo stesso, «coscienza di essere» e coscienza di «non essere ciò di cui è coscienza». Vengono a porsi, in tal modo, due diversi «tipi» o «zone di essere»: l’‘essere-in-sé’ (être-en-soi), ossia l’essere dei fenomeni, statico e atemporale, «massiccio», «opaco» e «brutalmente esistente», che «non può mai essere altro che ciò che è»; l’‘essere-per-sé’ (être-pour-soi), ossia l’essere della coscienza, dinamico e temporale, che si «crea» costantemente e «non può coincidere con sé». L’essere-per-sé, antitetico all’essere-in-sé, in quanto lo nega, delimitandolo e circoscrivendolo continuamente, si configura come non-essere e ciò avvia la riflessione ontologica sul nulla; l’essere-per-sé della coscienza è infatti negazione (négatité) mediante la quale essa genera il «nulla» (néantisation) dentro e intorno a sé; in tale prospettiva: «l’uomo si presenta […] come un essere che fa apparire il nulla nel mondo, in quanto si investe del non-essere a questo scopo» (I, 5).

La negazione riposa sulla condizione ineliminabile della «libertà»; l’uomo, per poter porre il nulla, «deve» essere libero, poiché in caso contrario la coscienza apparterrebbe completamente all’essere-in-sé e le modalità dell’interrogazione e della negazione non sorgerebbero: «L’uomo non è affatto prima, per essere libero dopo, non c’è differenza fra l’essere uomo e il suo essere-libero». Tale libertà è presenza del «nulla» dentro di noi, è «angoscia» di essere proiettati verso un cangiante essere-per-sé, cui le «routines» e i comportamenti di «malafede» non possono ovviare; l’uomo è «condannato alla libertà». In tale scenario si colloca la riflessione sul «solipsismo» (III, 2); il per-sé comporta un mondo in cui sono presenti altre coscienze e la relazione con gli altri comporta una reciproca oggettivazione e reificazione, ossia il «per-altri» (par-autrui) rivelato dall’analisi fenomenologica dello «sguardo», della «vergogna», dell’«odio» e del linguaggio, in cui Sartre recupera la riflessione hegeliana della dialettica servo-padrone. L’esistenza degli altri definisce lo scenario in cui l’anelito all’«autenticità» si realizza, diversamente che in Heidegger, mediante l’assunzione della propria libertà e il riconoscimento dell’altro come libertà.

Giorgio Linguaglossa

7 gennaio 2018 alle 18:20 – Jean-Paul Sartre dal libro L’essere e il nulla di Jean-Paul Sartre:

L’angoscia rivela alla coscienza la nostra libertà e testimonia la costante modificabilità del progetto iniziale. Nell’angoscia non ci limitiamo a renderci conto del fatto che i possibili da noi progettati sono costantemente rosi dalla nostra libertà in attuazione, ma comprendiamo inoltre la scelta, ossia noi stessi, come ingiustificabili; il che vuol dire che ci rendiamo conto che la scelta non trae origine da alcuna realtà anteriore, ed è anzi, tale da dover fungere da fondamento dell’insieme dei significati che costituiscono la realtà. In tal modo siamo costantemente impegnati nella scelta di noi stessi e costantemente consapevoli di poter bruscamente rovesciare la scelta ed invertire la rotta. Siamo pertanto sotto la costante minaccia della nullificazione della nostra scelta attuale, sotto la costante minaccia di divenire altri da ciò che siamo. Proprio per il fatto di essere assoluta, la nostra scelta è fragile.

Giorgio Linguaglossa
7 gennaio 2018 alle 18:25

Niente è più reale del niente.
(Samuel Beckett)

Tutto è nulla, solido nulla.
(Giacomo Leopardi)

Possiamo sapere solo che non sappiamo nulla. E questo è il più alto grado di sapienza umana.
(Lev Tolstoj)

Solamente quello che non esiste, la negazione dell’essere, il niente, può essere senza limiti
(Emanuele Severino)

Nulla non è solamente nulla. È anche il nostro carcere.
(Antonio Porchia)

Quando pronuncio la parola Futuro
la prima sillaba va già nel passato.
Quando pronuncio la parola Silenzio,
lo distruggo.
Quando pronuncio la parola Niente,
creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.
(Wisława Szymborska)

– Atreyu: Ma cosa è questo nulla?
– Gmork: E’ il vuoto che ci circonda. La gente ha rinunciato a sognare, ed io ho fatto in modo che il nulla dilaghi.
– Atreyu: Ma perché?
– Gmork: Perché è più facile dominare chi non crede in niente.
(Dal film La storia infinita)

Pare un assurdo, eppure è esattamente vero, che, tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni.
(Giacomo Leopardi)

Foto, giostra con sedili

Pare un assurdo, eppure è esattamente vero, che, tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni

Steven Grieco Rathgeb
7 gennaio 2018 alle 20:41

L’ultima citazione da Leopardi nel commento di Giorgio, “Pare un assurdo, eppure è esattamente vero, che, tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni.” corrisponde abbastanza esattamente al concetto di Maya.

Non vi è nulla di illusorio in Maya: come dire per esempio che il tavolo è in realtà impalpabile. Niente di più illusorio! Maya è battere il ginocchio contro il tavolo e sentire male fisico. Maya è ugualmente la natura subatomica del tavolo, in cui lo spazio vuoto fra le particelle è immensamente maggiore rispetto allo spazio occupato dalle stesse particelle.

Leopardi giustamente dice che non vi è niente di più reale, di più sostanzioso e solido delle illusioni. Perché solo queste esistono, e sono infinitamente cangianti.

Mi è piaciuta moltissimo questa frase di Emo: “I libri sono i dizionari in cui cerchiamo la definizione, la spiegazione del nostro nome, del nostro misterioso essere, la cui inesplicabilità è la nostra luce.” Più noi siamo ‘inesplicabili’, più possiamo gioire di noi stessi. Tutte le risposte un giorno tornano ad essere domande. Ma il positivismo ancora imperante nel nostro mondo ci proibisce dal pensare profondamente pensieri di questo tipo.

Dio pensato come negazione totale è anch’esso un antichissimo concetto indiano. Si usava negli Upanishad dire che l’ultima realtà si poteva raggiungere soltanto dicendo, “non è questo, non è quest’altro, non è quest’altro ancora…” in un viaggio vertiginoso verso un nulla infinito e irraggiungibile.

Nei Veda a ‘Colui che sta nel più alto’ si negava addirittura l’avere una totale conoscenza delle cose: di lui si diceva, ‘anche Lui forse non sa’ da dove è venuto ‘tutto questo’.

Trovo ancora oggi incredibile e entusiasmante il pensiero che ‘Colui che è omnisciente’ possa ignorare la sua origine.

In Occidente si è buttato Dio giù dal suo trono. Un’operazione tutto sommato facile (e doverosa) da farsi. Lasciarlo dov’è, ma chiedersi quale sia la sua origine, e quale sia l’origine della sua origine, e via dicendo, ecco, questo modo di ragionare è più vicino al mio cuore.

Questo interrogativo basilare è quello che si vanno sempre più chiedendo gli astrofisici riguardo all’Universo. Sono sicuro che troveranno la risposta, se anche fra mille anni. Ma la risposta sarà la base per formulare la prossima domanda.

Antonio Sagredo
7 gennaio 2018 alle 18:36

Il suono della Cenere
(da “I Canti del Nulla”)

Ascese a me la parola intatta dai miei fili inconsapevoli e sul palco il canto
e il suono della Cenere smorzato da serrate labbra e orecchie inascoltate.
Al poeta fu detto: non ti basta più il patibolo, i gradini sono divorati dalle soglie!
Nemmeno un volto cremisi fra tante maschere di gesso e di grassa gelatina.
Cieche, come tritoni nel calvario di luminose oscurità, le stanze se ne andarono
via da me lentamente… battelli in fuga dai moli e dai marosi! Muti gli stendardi. Non avevo che da stordire i gridi dei gabbiani che invano beccavano il sangue
dei tramonti… i rostri pregarono le polene deformi di non sbattere sulle spume.
Come una mazzata disattesa mi crollò quel sangue dal futuro – creature albine
di conoscenza e di fede mi dissero tutto ciò che non ci sconvolse da tutte le disfatte e le condanne… e mi dissero gementi che m’avrebbero restituito gli occhi, ma non le mie visioni! Ero l’unico sano in un cottolengo di dislocati cerebri!
E non pregavano per coloro che non c’erano, soltanto gli assenti non ci stupirono.
Noi che dovremo in questo secolo di genocidi senza fine ristabilire la dolcezza
e sui moli sorridere ai suoni e ai rintocchi della Cenere, proprio noi gli assassinati
da Dio, dobbiamo scannare gli angeli per definizione come in un alogico assioma
interdetto alla finzione! Il suono – di me – della Rovina – in me – dai miei gesti genera le stazioni degli Ossari… avanzi di città noi canteremo… non riconosceremo più i sobborghi dalle macerie, dai suoi fanali arsi di visioni… novembre degli arcobaleni mai è stato il mese dei morti!… è tutto l’anno in un
secolo s’è ristretto come la legge delle visioni arse dagli occhi – e non mi silenzia il rumore di Dio! Il mio nobile disprezzo per la Storia! Il madrigale s’è oscurato per la Conoscenza! Oriente e Occidente non hanno più i monistici princìpi! E il suono della Cenere è crollato come il sangue dalle sorde ottave alle alcove… gemens, gemens!
Credevo la Conoscenza una presenza di fedeltà, non una figura o una finzione,
ma è un assassinio, un condursi alla forca o al rogo per soltanto dire andiamo a morire da Poeti, allegramente! Si ritrassero le stelle dalla propria luce, l’acqua, il fuoco e l’aria dalla Terra, e l’uomo dagli dei… il Nulla si ritrasse da se stesso,
come il Tutto! Non sono un cinico, disse Ruben, sono assente come una metafora… le figure sono una tortura e non conosco la differenza fra le macerie! Accidia è là dove mi sorprendono con un Pensiero! Il resto non è nemmeno un delirio o un caos… non ho che la mia presenza: vivo per vivere e non per prepararmi a vivere!
Basta con Dio e gli Dei! Con queste fandonie!… sono questi pastori che generano stermini: trionfi dei genocidi e delle Ceneri! Vedrete che mattanza questo secolo! Ci sarà da ridere come in una finzione di cartone, mi diranno solo su un palco è possibile! La realtà è altra cosa… ma i divani sanguinano… è ora di finirla con
questa Terra! È una caduta di stile il Tempo! Come il mancato volo della mia Parola! Al poeta, si disse, non basta più il patibolo, i gradini sono divorati dalle soglie! Nemmeno un volto cremisi fra tante maschere di gesso e di grassa gelatina.
Tento di piantare nel mio giardino un frutteto come Astrov, o come Antonio!

Maruggio/Campomarino, 4/11/15 agosto 2015
(dal 4 agosto in treno Rm-Br)

Foto autoportrait

Cosa è la presenza? La presenza è la presenza del togliersi, cioè l’attualità del togliersi

Giorgio Linguaglossa
7 gennaio 2018 alle 18:38 [cit. Adalberto Coltelluccio]

Cosa è la presenza? La presenza è la presenza del togliersi, cioè l’attualità del togliersi. […] La presenza non è un immediato. […] Il negarsi del presente è il suo esser atto, esser in atto, esser presente, attuale […]. Il nulla giustifica, fonda l’originarietà dell’attuale. Appunto perché il nulla è attuale. L’attuale non contiene il nulla staticamente, come un recipiente, ma attualmente, negandosi, togliendosi.19

Essere pura ‘presenza’ vuol dire per Emo, essenzialmente negare, togliere l’immediatezza, ‘de-coincidersi’ dall’implosione infinita originaria in cui niente può ancora cogliersi. Presenza è il portarsi alla presenza nei confronti di ciò di cui essa è presenza, e nell’Inizio questo portarsi alla presenza non avviene che nei confronti di se stesso, dell’Atto originario, poiché nessun Altro c’è nell’Inizio. Anzi, nell’Inizio senza che ci sia l’Altro, a rigore, nemmeno il Se-stesso c’è: il sé, infatti, è già una determinazione, ed è tale solo perché si distingue da altro.

Ecco perché Emo afferma anche che la presenza «si identifica», ossia si ‘trova’, coglie se stessa nella nullità dell’Indistinzione originaria. Tuttavia, quest’atto non avviene altro che implicando la stessa nullità (è un originario auto-annullarsi, infatti, non preceduto da nulla), e a partire dall’indifferenza originaria con il nulla. Il portarsi a presenza della presenza avviene solo sul fondamento (-infondato) dell’assenza, ossia di quell’implosione abissale in cui niente è mai coglibile, ma in cui comunque l’Assoluto paradossalmente si dà. Solo il nulla stesso consente, nel suo darsi, l’identificazione stessa della presenza, giacché questa «nega tutto ciò di cui essa è presenza». In questo modo, l’atto originario, proprio nel creare tutto, simultaneamente crea il nulla, e proprio mentre si-fa-presenza non può che farsi-assenza, ossia ‘abolizione’ d’essere e di presenza;

infatti, la presenza crea tutto in quanto crea il nulla e crea il nulla in quanto si identifica, in quanto si riduce a pura presenza, cioè nega tutto ciò di cui è presenza. […] facendosi presenza dell’essere e della presenza, essa nega e abolisce l’essere e la presenza. In quanto è presenza di essere è presenza di nulla.20

Qui, Emo asserisce in modo esplicito una perfetta verità paradossale: la presenza è presenza di nulla proprio perché è presenza di essere, e ciò vuol dire che la presenza di essere implica la presenza di nulla, e viceversa; se è presenza di nulla, allora è presenza di essere, ma se è presenza di essere, allora è presenza di nulla. Come si vede bene, qui è in opera il paradosso in senso pieno: p? ¬ p. Ora, è chiaro che la presenza in quanto Nulla di cui parla Emo, se da un lato si riconduce all’assoluta assenza, dall’altro non elimina il momento opposto in cui il nulla nel suo darsi, al tempo stesso è: «dire che il nulla è presente è come dire che il nulla è». Tuttavia, Emo chiarisce che questo essere del nulla, ossia il suo significato in quanto essente, non va inteso come un ridursi del nulla a qualcosa che è, in modo da perdere la sua nullità e tornare alla positività mediante una negatio negationis, poiché l’auto-negarsi del nulla è un assoluto annullarsi del nulla, e dunque è un mantenere la nullità, il suo tornare a darsi come tale, come nullità. Dire che il nulla è, allora, «è dire che il nulla si nega, appunto perché nega il suo essere; altrimenti se non negasse, non sarebbe nulla; e, se non fosse (non fosse essere), non sarebbe nulla, non sarebbe essere — cederebbe il posto al puro essere».21

Il nulla, quindi, nell’annullarsi originario che è l’Inizio in quanto dà-inizio (a Tutto), o atto originario con cui la presenza si istituisce, è pur sempre un non cedere il posto all’essere, un salvaguardarsi come puro nulla, e, in questo senso, un custodire l’assenza come risorsa. Il valore dell’assenza è esaltato nell’auto-eclissarsi di Dio stesso, il quale, secondo Emo, si rivela solo nel non-manifestarsi, nel non-apparire: «Dio è nascosto nella propria negazione. Quale altro nascondiglio, latebra, grotta? Ogni divinità nasce in una grotta».22 Viene riaffermata, qui, l’ineliminabilità del nulla, anche nel suo stesso annullarsi. Ciò implica che l’atto costitutivo con cui l’Assoluto stesso si dà è originariamente rapporto con il Nulla come con se stesso (ricordiamo che solo il creare il nulla identifica l’Assoluto): «l’assoluto non ammette relazione altro che con il nulla. Dalla relazione iniziale (nozze abissali, infernali) tra il tutto e il nulla sono nati l’universo, gli esseri e le cose».23

Queste ‘nozze abissali’ tra l’essere e il non essere sono anche le nozze implicite di tutti gli opposti, dell’Uno e del Non-Uno, dell’identità e della non-identità di tutto nel principio. Metafora perfetta della assoluta contraddittorietà dell’Atto originario e della realtà che ne è scaturita. La contraddittorietà ha qui il suo proprium nel fatto di essere assolutamente insolubile, e quindi di evocare come suo ‘destino’ il paradosso, tant’è che, per Emo, «ogni verità è sempre in sé contraddittoria (ciò spesso si chiama paradossale), eppure mediante questa contraddittorietà riesce a esprimere qualche profonda unità. […] Quale altro modo per esprimere una unità, che la contraddittorietà? Quale altra espressione è possibile per questa intuizione dell’uno? ».24 Occorre, insomma, concepire persino l’Uno come identico col Nulla, in quanto Uno non vuol dir altro che Indistinzione pura, e dunque il coincidere assoluto con l’indeterminazione del niente. Ritroviamo, non a caso, gli esiti aporetici della prima ipotesi del Parmenide, in cui l’Uno si auto-cancella per non essere neppure Uno. Ed è questo, forse, il motivo per cui Emo ritiene che «l’uno puro è lo zero», poiché l’Inizio proprio in quanto si annulla, in quanto si eclissa, insomma «essendo zero, crea la diversità».25

Ma non possiamo chiudere queste riflessioni sulla meontologia emiana senza aver mostrato che la centralità della nozione del Nulla nel suo pensiero non è individuabile solo nelle meditazioni più propriamente ‘protologiche’, sull’atto originario della presenza; essa è anche lo snodo teoretico focale nelle speculazioni riguardanti l’escatologia. Qui, forse, viene all’evidenza un tratto che non sarebbe inappropriato chiamare ‘nichilistico’:

Il regno dell’Essere è alla fine. L’Essere non è più considerato una salvezza; l’essere è stato una funesta sopraffazione contro l’innocenza del nulla. … L’eternità dell’essere è stanca; l’essere vuole ritornare ad essere l’eternità del nulla, unico salvatore. Il nulla è il salvatore crocifisso dalla soperchieria dell’Essere?26

L’ultima parola sulla Fine è la stessa di quella sull’Inizio: anche qui, l’autentica Icona della verità contraddittoria dell’Assoluto è il paradosso; paradosso che, ovviamente, per i suoi caratteri di insolubilità e assoluta intrattabilità con gli strumenti logici non-contraddittori, può essere colto solo attraverso l’apertura alla ‘sovra-razionalità’ come dimensione in cui il logos nel suo auto-annullamento (già visto come esito del neoplatonico Damascio), andrebbe a ‘nozze’, se così si può dire, col lato notturno del pensare, e cioè il mito. Emo, infatti, ribadisce ancora una volta che «nel paradosso è sempre e finalmente l’unica verità; ma nel paradosso, e perciò nella Verità, possiamo soltanto credere. Il linguaggio, il Verbo del Paradosso, è il mito; soltanto il mito sa esprimere il paradosso».27 Occorre rilevare che proprio la valorizzazione del linguaggio mitico, come espressione di una verità profondamente paradossale e ‘sovra-razionale’, è stata uno degli intenti più tenacemente perseguiti da Luigi Pareyson,28 il cui pensiero non a caso, soprattutto nell’ultima sua fase, ha aperto orizzonti inusitati e abissali nella riflessione sulla meontologia del Principio.

Cfr. A. Emo, Il Dio negativo ecc., cit., pp. 10-11.

Ivi, pp. 12-13 (corsivo mio).

Ivi, p. 10.

Ivi, p. 33. E, in un altro passo, Emo torna su quest’auto-cancellarsi assoluto di Dio: «Dio ‘consiste’ nel suo annichilirsi» (ivi, p. 64). Sulla predilezione di Dio di rivelarsi solo nel paradossale non-rivelarsi, cfr. anche Pareyson, il quale, in Ontologia della libertà, afferma che «Dio, nella sua inesorabile e impervia trascendenza, si nasconde, e nascondendosi si rivela, né si rivela se non nascondendosi, al punto che d’ogni manifestazione si deve dire ch’essa vela nell’atto che svela e viceversa» (cfr. L. Pareyson, Ontologia della libertà, Einaudi, Torino 1995, p. 103, corsivo mio). 

Ivi, p. 34. Questa metafora delle ‘nozze abissali’, quasi segrete, ‘notturne’, tra essere e nulla (che è scritta in un aforisma datato 1960), è stata utilizzata anche da Emanuele Severino (ma è chiaro che si tratta di pura coincidenza, dato che gli scritti di Emo sono rimasti inediti fino al 1989). Egli, infatti, in Ritornare a Parmenide, a proposito del pensiero nichilistico, presente anche nel principio di non-contraddizione, nella misura in cui questo ammette un tempo in cui qualcosa ‘non è’, afferma: «Pensare ‘quando l’essere non è’, pensare cioè il tempo del suo non essere significa pensare il tempo in cui l’essere è il nulla, il tempo in cui si celebra la tresca notturna dell’essere e del nulla. Ciò che l’opposizione dell’essere e del nulla rifiuta è appunto che ci sia un tempo in cui l’essere non sia, un tempo in cui il positivo sia il negativo» (cfr. E. Severino, Ritornare a Parmenide, in Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982, p. 22).

Ivi, p. 84.

Ivi, p. 136.

Ivi, p. 75.

Ibid. Come per Emo, anche per Pareyson il linguaggio mitico è «l’unico adatto» a rappresentare la Trascendenza divina, «in quanto idoneo a dire cose che non si possono dire se non in quella maniera» (cfr. L. Pareyson, Ontologia della libertà, cit., p. 103). Ciò soprattutto perché esso si esprime, piuttosto che con la ‘metafora’, attraverso il ‘simbolo’, il quale «col salto di tutti i passaggi proporzionali produce una concentrazione così densa, che mantiene in perfetta simultaneità e coincidenza l’identità e la differenza, l’unità e l’alterità, l’assimilazione e la dissomiglianza» (ivi, p. 110, corsivi miei).

[Adalberto Coltelluccio in dialeghestai.it]

Giorgio Linguaglossa

7 gennaio 2018 alle 18:44

In questa poesia di Mario Gabriele, da In viaggio con Godot (Progetto Cultura, 2017) abbiamo un esempio di «nulla, solido nulla»:

Il Decalogo è chiaro, il Codice pure.
I convenuti furono chiamati all’appello.
Chiesero perché fossero nel Tempio.
A sinistra del trono c’erano angeli e guardie del corpo.
Solo il Verbo può giudicare. L’occhio si lega alla terra.
Non ha altro appiglio se non la rosa e la viola.
Un gendarme della RDT, lungo la Friedrichstraße,
separava la pula dal grano,
chiese a Franz se mai avesse letto Il crepuscolo degli dei.
Fermo sul binario n.1 stava il rapido 777.
Pochi libri sul sedile. Il viso di Marilyn sul Time.
-Quella punta così in alto, che sembra la Torre Eiffel cos’è?-,
chiese un turista.
-E’ la mano del mondo vicina all’indice di Dio-,rispose un abatino.
Allora, che salvi Barbara Strong,
e il dottor Manson, l’abate De Bernard,
e i morti per acqua e solitudine,
e che non sia più sera e notte finché durano gli anni,
e che ci sia una sola primavera
di verdi boschi e alberi profumati,
come in un trittico di Bosch.
Ecco, ora anch’io vado perché suona il campanaccio.
Ci furono mostre di calici sugli altari,
libri di Padre Armeno e di Soledad,
e un concerto di Rostropovic.
Usciti all’aperto prendemmo motorways.
Nella terra di miti, dove ci si scorda di nascere e di morire,
c’erano cartelloni pubblicitari e blubell.
A San Marco di Castellabate
la stagione dei concerti era appena cominciata.
Il palco all’aperto aspettava il quintetto Gospel.
Si erano perse le tracce del sassofonista del Middle West.
Il primo showman raccontò la fuga d’amore di Greta con Stokowski.
Le passioni minime vennero con gli umori di Medea,
di fronte alle arti visive di Cornelis Escher.
Un relatore rimandò ad una nuova lettura
I Cent’anni di solitudine di Garcia Màrquez.
Quest’anno il postino non suonerà più di tre volte.
Et c’est la nuit, Madame, la Nuit! Je le jure, sans ironie.

Steven Grieco Rathgeb
7 gennaio 2018 alle 20:54

Sì, è vero, in questa poesia Mario Gabriele ha raggiunto una vetta assoluta. Gli slegati, tipici della sua poesia, ma talvolta fin troppo troppo distanti gli uni dagli altri, tendono qui a ricostituirsi creando una illogica incredibilmente sensata. “che non sia più sera e notte finché durano gli anni” Ma vi rendete conto? Meraviglioso. Questa sì che è poesia.

Giorgio Linguaglossa
7 gennaio 2018 alle 18:50

Dio non si nasconde affatto, non c’è. Non può nascondersi né apparire colui che non c’è.
Essere nichilisti consapevoli e attivi penso significhi accettare l’evidenza che Dio non c’è.
Se togliamo Dio, resta tutto ciò che c’è.

Antonio Sagredo

7 gennaio 2018 alle 20:23

“Se togliamo Dio, resta tutto ciò che c’è.”….
*
Dio = il non esistente
…se togliamo “il non esistente”, “resta tutto ciò che c’è”. (l’uomo)
oppure :
Dio = l’esistente
… se togliamo “l’esistente”, “resta tutto ciò che NON c’è”. (l’uomo)
*
insomma: o lui o noi

Antonio Sagredo
7 gennaio 2018 alle 21:18

[un dono di Antonio Sagredo ai Poeti e Poetesse per l’anno 2018, anno del sangue….]

*
a carlos gavito, il tanguero che balla il silenzio e la morte
E una sera di vigilie
Quando cessarono tutti i tramonti e le attese
E le aurore perdute nella notte conobbero la luce e l’onde
Nell’oscurità come sentieri inespugnabili alle spume
Io non seppi più se nate e dove le sorgenti…
E mi trovai in un millennio come in un cortile al centro
Di un ponte… gli spazi e i tempi: inesistenti, e amortali.
E nell’istante della creazione fra parola e parola
– O ponti, una volta arcobaleni! –
Ballano il silenzio e la morte un passo dopo l’altro,
Come in un tango che intreccia e tacchetta una condanna lenta
A due corpi appassionati: virtuosi sguardi e vuoti scellerati!
E nella destinazione ognuno s’affossa nell’essere
Ch’era stato e che mai era stato un essere altro!
E s’annulla il moto di una visione in ogni dove
Di uno spettro che non ha nostalgia dell’umano.
Labbra e palpebre sono un misero traguardo
Che già ai viventi abbandonammo quando la soglia
Era in tutte le rovine e le perdite una gioia preesistente
E ogni cosa e ricordo noi lasciammo insofferenti
All’inquietudine dell’oblio.
Orfani di tutte le maschere e le danze,
Noi che avviluppati nei mantelli abbiamo scordato i nostri volti
Umani… questo abbiamo voluto, per questo abbiamo
Vinto la rovina! Questo smarrirsi è la vita, ma non su
Questa Terra!
Avanzavo, e con le dita tagliuzzavo le maschere e i volti che mi somigliavano.
E ad ogni passo un volto, e una maschera a ogni altro passo!
Non volevo essere io in tutti i passi, in quest’io che mi inquieta dalla Nascita,
E che ancor prima m’hanno stampato un calco
E marchiato come un agnello in fiamme
Quasi fossi celebrato da millenni il mio avvento!
Come in un mattatoio questa nascita che non ha radici!
Questo ha dissipato la mia materia e il sangue
E la ragione!
Così su Saturno o altrove possiamo rinascere davvero nuovi
Come se a numeri infiniti un numero altro
Non infinito o la sua negazione…
Sarebbe leggerezza…
E poi essere lieve come uno dei qualsiasi numeri nei cristalli dei fiocchi
Di neve… e sciogliersi,
forse così la partenza, gli arrivederci e gli addii…
Lievezza, ovunque.
Non ci sono più ai crocicchi barocche lacrime,
Non c’è più Oriente.
Nessuno agiterà le banderuole ad ogni pietra miliare,
Nessuno i metallici galletti sui merletti consunti delle torri sveve.
Che armonia possedere in sé un altro canto!
Spazio che divorando altro spazio s’infiamma
Amore che sfiorendo s’innamora di nuovo Amore.
Celebrare la leggenda è dar vita alla Vita,
Non è nemmeno una nostalgia
Se né un bambino o un vegliardo la ricorderanno.

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10 commenti

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10 risposte a “ Dialogo sull’essere e il nulla, il nichilismo e la poesia – Andrea Emo, Adalberto Coltelluccio, Giorgio Linguaglossa, Salvatore Martino, Antonio Sagredo, Steven Grieco Rathgeb, Gino Rago, Jean Paul Sartre, Carlo Livia, Mario Gabriele, Letizia Leone, Rossana Levati,

  1. carlo livia

    Carissimi Giorgio e Antonio, rischiamo seriamente di fraintenderci e assumere pericolosi dogmatismi ogni volta che ci arrocchiamo davanti a parole feticci come a dogane invalicabili: che senso ha dire “Dio non c’è”, cioè pronunciare un atto di fede atea, che non può avere nessuna legittimazione razionale, o verifica empirica se, come abbiamo concordato sulle orme del pensiero di Emo, anche con i vostri intensi commenti speculativi e poetici, fra essere e nulla non si può stabilire alcuna discontinuità che non sia una semplice mistificazione linguistica, un surrettizio paralogismo, analogo ai giochi di parole compiuti da Carrol in Alice nel paese delle meraviglie, che dimostrano, come hanno fatto Kant e Wittgenstein, che nessuna affermazione è legittima in una dimensione extrafenomenologica .
    Sono d’accordo con Grieco Rathgeb, un atteggiamento che rispetta il mistero intrascendibile e inesperibile alle capacità verbali e razionali in nostro potere, è l’unico seriamente coerente e rispettoso dell’inviolabe interiorità e – ribadisco – della dimensione puramente emozionale, in cui può manifestarsi la noesi intraducibile in termini razionali e collettivi del puro trascendens, fascinans e tremendus, perchè qualunque immagine o negazione lo uccide:
    “gli dei non muoiono che delle stare in mezzo a noi” Renè Char.

  2. gino rago

    Andrea Emo: “La radice dell’arte è l’eternità dell’effimero”

    Botta e risposta fra Giorgio Linguaglossa e Gino Rago

    sulla nuova poesia come
    “cattedrale delle ombre”,

    da questa idea di Giorgio Linguaglossa:
    “(…) costruire una «cattedrale delle ombre» quale unica possibile rappresentazione del mondo dei cosiddetti vivi.”

    Gino Rago

    Cattedrale delle ombre
    “(…)
    Perché non è la notte
    Che ti nasconde Dio. Sei tu che lo nascondi
    temendo l’ombra.
    Tremando di paura di fronte all’infinito.

    Se non pianti le parole come chiodi
    Non sei poeta
    Perché quelle parole se le prende il vento.

    Se dici «morte» la falce si scatena.
    Muore la Parola. Non soltanto il fiore.
    Senza Parola in fiore tutto il mondo muore.
    Ma se non sei poeta e nomini la morte
    Muori solo tu.

    Non varchi la soglia della cattedrale delle ombre.”

    G. R.

    • Rossana Levati

      Alla stupenda “Cattedrale delle ombre” di Gino Rago,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/01/08/dialogo-sullessere-e-il-nulla-il-nichilismo-e-la-poesia-andrea-emo-adalberto-coltelluccio-giorgio-linguaglossa-salvatore-martino-antonio-sagredo-steven-grieco-rathgeb-gino-rago-jean/comment-page-1/#comment-29706
      che lascia tuttavia un piccolo spiraglio all’unica sopravvivenza possibile, quella dei versi, e all’unica fede possibile, quella nella parola del poeta, vorrei accostare alcuni testi di G. Raboni che, benchè sicuramente frutto di un’epoca molto lontana dal dettato stilistico della NOE, affrontano temi assai simili, relativi all’incapacità di discernere, tra mondo delle ombre e mondo della luce, quale dei due sia davvero vivo e quale soverchi l’altro:

      Si va nell’ombra o è l’ombra che ci viene
      incontro, annunciata, inattesa, e inghiotte
      quello che siamo? Chi può dirlo. Notte
      senza notte; non il dopo, ma scene
      D’un dopo…E adesso che disimpigliandosi
      dai rovi del sonno gradatamente
      l’incubo svanisce vedo che niente
      è poi così atroce, che è come quando
      scivoli sopra l’acqua nell’incanto
      del sole e di colpo una tetra e viscida
      tenebra t’avvolge(…) (Da “Quare tristis”)

      Scoprire che l’ombra che ti avvolge è solo quella del ponte di Rialto sotto il quale si sta giungendo non toglie il senso metaforico a quella lotta tra l’ombra che “inghiotte quello che siamo” e l’incanto della luce, né serve a rendere più lieve il quadro la dichiarata uscita dall’incubo, l’incubo dello sprofondare nel nulla, nell’ombra.

      E ancora, l’incontro con le ombre dei familiari morti, “altrimenti introvabili”, evocati ne “La piazza”:

      La piazza
      Mi piace questa piazza. Più è deserta
      e più mi piace. Posso popolarla
      di chi voglio, incontrarci, camminando,
      gli altrimenti introvabili.
      C’è mio padre che pure, a quanto so,
      da queste parti non c’è mai venuto
      ma sembra contento di passeggiare
      (lui diceva, mi ricordo, flaner)
      sotto i portici, o di scrutare
      l’interminabile crepuscolo
      seduto a un tavolino del caffè
      fumando lentamente
      una delle sue Turmac con il filtro.
      C’è mia madre, molto più giovane
      di quando m’ha lasciato (dai vestiti
      si direbbe persino che la guerra
      debba ancora scoppiare):
      sta aspettando l’autobus, forse,
      o forse invece guarda i manifesti
      della stagione di prosa, stupita
      da tutti quegli attori e quelle attrici
      che non ha mai sentito nominare.
      E c’è, appena in ritardo, mio fratello
      al volante d’una vecchia MG
      (sì, per lui si può fare un’eccezione,
      aprire per un attimo al passato
      l’isola pedonale),
      così magro, così bello, un ragazzo
      di cinquant’anni! E vedo che sorride,
      che mi fa segno con la mano
      come a dire “ci vediamo più tardi”
      ma con l’aria di volersene andare,
      di voler proseguire già stasera
      per dove fa più caldo o c’è più neve 8da “Ultimi versi”)

      E altrettanto potente l’evocazione di un’altra ombra, quella di un amico ritornato da questo paese del nulla, da un “raduno di fantasmi” di cui anche i vivi, “gente svuotata, dilapidata” fanno parte, a cui anzi appartengono in misura maggiore dei morti:

      L’amico apparsomi un giorno
      come se per un’ora, credendosi invisibile,
      fosse tornato clandestinamente,
      lui ch’era vivo, dal niente
      a sedersi al suo posto di lavoro
      senza badare a me che lo guardavo
      è morto di lì a poco, e da quel giorno
      non l’ho più visto. E a quel fantasma, forse,
      non avrei più pensato
      se anche a me, poi, non fosse capitato
      d’esser guardato così, come si guarda
      uno che dovrebbe non esserci, che viene
      da chissà dove
      e sta lì di straforo, un abusivo…. (da “Barlumi di storia”)

      Ma in Raboni mi sembra che prevalga lo sconforto totale e neppure sopravviva la fiducia nella parola poetica:
      “(…) sapendo
      che in nessun luogo è scritto né si scrive
      Il nome d’una sillaba che ti hanno
      nascosto nel cuore come nel numero
      dieci lo zero o nella neve un albero
      fiorito (…)” (Da “Quare tristis”)

      Mentre nella poesia di Gino Rago qualcosa ancora trattiene dall’entrare radicalmente e totalmente nella “cattedrale delle ombre”, ed è proprio la “Parola in fiore”, la Parola che il poeta potrà piantare nel muro come un chiodo e che sarà persistenza, àncora nella tempesta, punto fermo a cui legare le nostre vite dissipate, baluardo contro il nulla della morte che avanza, Parola che blocca la falce della morte e le contrappone un modo diverso di Essere.

      • gino rago

        https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/01/08/dialogo-sullessere-e-il-nulla-il-nichilismo-e-la-poesia-andrea-emo-adalberto-coltelluccio-giorgio-linguaglossa-salvatore-martino-antonio-sagredo-steven-grieco-rathgeb-gino-rago-jean/comment-page-1/#comment-29709
        Anche in questa lettura Rossana Levati trova la più adatta, possente chiave di accesso alla comprensione e alla interpretazione dei versi miei di “Cattedrale delle ombre”, versi recentissimi, scritti nel pomeriggio di ieri, sotto la suggestione di Andrea Emo e di alcuni commenti al pensiero emiano di Giorgio Linguaglossa, come del resto ho ritenuto giusto riportare in epigrafe.
        Avvalendosi delle funzioni linguistiche delle 3 ‘C’, Contesto, Contatto, Codice, Rossana Levati interpreta i versi cogliendone l’energia interna in ogni mia parola, come dimostra di saper fare quando, incrociando pienamente la mia poetica, sostiene che:
        ” è proprio la “Parola in fiore”, la Parola che il poeta potrà piantare nel muro come un chiodo e che sarà persistenza, àncora nella tempesta, punto fermo a cui legare le nostre vite dissipate, baluardo contro il nulla della morte che avanza, Parola che blocca la falce della morte e le contrappone un modo diverso di Essere.”

        Per Raboni, cui Rossana Levati arditamente mi affianca, pur non sentendo la sua poesia nelle mie corde, trovo che in questi versi, bene interpretati da Rossana Levati, tocchi punte di alta potenza evocativa, di grande poesia:

        “… in nessun luogo è scritto né si scrive
        Il nome d’una sillaba che ti hanno
        nascosto nel cuore come nel numero
        dieci lo zero o nella neve un albero
        fiorito (…)” (Da “Quare tristis”)”

        Ringrazio vivamente prima Giorgio Linguaglossa, per la pagina dedicata a Emo,da cui tutto è scaturito, poi, Rossana Levati per la magistrale testimonianza, indimenticabile, su “Cattedrale d’ombre”.

        Gino Rago

  3. antonio sagredo

    nel copia e incolla i miei versi perdono di efficacia, poiché non sono divisi in strofe, e i versi vanno per conto loro uno dietro l’altro, la musicalità è distrutta, la sospensione non esiste e così via >>>> , dunque non valgono nulla

    • Giuseppe Talia

      O ne acquistano? La musicalità rimane intatta, la sospensione non è data solo dal verso spezzato, anzi, nel grumo s’aggrumano. (Ma è solo un mio modesto parere).

  4. caro Carlo Livia,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/01/08/dialogo-sullessere-e-il-nulla-il-nichilismo-e-la-poesia-andrea-emo-adalberto-coltelluccio-giorgio-linguaglossa-salvatore-martino-antonio-sagredo-steven-grieco-rathgeb-gino-rago-jean/comment-page-1/#comment-29708
    quando io scrivo «Dio non si nasconde affatto, non c’è», pronuncio una affermazione contro la quale non è possibile asserire alcuna affermazione contraria se non come atto di fede. Non c’è nessuna prova filosofica e/o scientifica che ci assicuri che Dio c’è. Io quindi mi limito ad asserire quello che ho scritto, pur rispettando tutti gli assunti che derivano da un atto di fede, per chi la fede ce l’ha. Rispetto che è cosa lontanissima dalla condivisione. Ma, l’atto di fede è fede, quindi un atto slegato da qualsiasi dimostrazione filosofica o scientifica. Detto questo, dal mio punto di vista non vedo l’utilità di parlare di un atto di fede, una cosa del tutto indimostrabile e insormontabile.

    A Rossana Levati,
    dico grazie per aver postato queste due belle poesie di Raboni (belle secondo una ontologia tardo novecentesca), perché a leggerle con il confronto delle poesie di Mario Gabriele e di Gino Rago si possono notare le enormi differenze di impostazione concettuale e di impianto della forma-poesia. Gabriele e Rago parlano sapendo che il «nulla» è dentro la parola, dentro il linguaggio poetico, Raboni ne parla come se si trattasse di qualcosa di a noi esterno, che ci riguarda ma come dall’esterno, per le evenienze della storia e della cronaca. La differenza è abissale ed ha ripercussioni vistosissime sulla forma-poesia che ne deriva.

    La nuova ontologia estetica assume il «nulla» all’interno dell’atto di parola, è questo un suo distinguo importantissimo. Di qui il «frammento» come il luogo in cui il «nulla» appare…

    • Rossana Levati

      Sicuramente ha ragione Giorgio Linguaglossa a ribadire che Raboni appartiene ad un altro tempo poetico, molto diverso sia per il dettato stilistico che per lo stesso modo di concepire il nulla all’interno della parola poetica, come Gino Rago e Mario Gabriele propongono nelle loro opere.

      Sicuramente più affine al pensiero da essi esposto è il viaggio verso il nulla descritto da Bufalino nel suo racconto “Voci di pianto da un lettino di sleeping-car”, ne “L’uomo invaso”.
      In questo caso la voce narrante è il morto, già in viaggio verso il nulla dentro la sua cassa funebre, una scatola di un metro e mezzo per due e alta due metri e un quarto, una cabina soprannominata pomposamente “singolo speciale”. Egli rifiuta ancora di abbandonarsi al sonno, di dormire, perché sarebbe un “arrendersi, mani e piedi legati, a uno spione”, ma sa bene che “tutti, quando nasciamo, siamo incinti della nostra morte; e che è ragionevole cosa, nonché naturale, volersene sgravare morendo”. Il suo viaggio lo compie tuttavia “nudo e solo nella notte, sdraiato su un materasso a braccia conserte, aspettando, io che nessuno aspetta in nessun posto del mondo, aspettando…chi, se non Te?”
      Nella pece della notte prosegue il soliloquio: “E ora? Signore, da quanti anni duelliamo senza vederci…come un cane che combatte con l’ombra della sua coda. E l’un contro l’altro imbracciamo due armi inconfrontabili e per ciò stesso l’una e l’altra invincibili: Tu il privilegio Tuo di non essere; io quello opposto di essere, di occupare con le mie membra questo aleatorio cubo d’ossigeno e idrogeno che fa le veci del vuoto”. Quando, dal buco della serratura del suo lettino, il “viaggiatore” verso il nulla crede di aver intravisto una pupilla che lo osserva, apre di colpo la cassa, ma “non c’era, naturalmente, nessuno”.
      Dopo aver supplicato il Signore di rivelare al medico –scienziato “che il creato non è se non una balbuzie, uno sgarro”, il defunto può dichiarare di essere lui stesso necessario alla esistenza di Dio: “Non è meno vero che, appena io Ti manco, Tu anche t’eclissi, ti sgonfi, ti riduci a una larva di fumo, a un’eco intermittente e fuggiasca”.
      Nel silenzio della totale mancanza di risposte o di rivelazioni, il racconto così si conclude: “Signore, aiutami. Fra una fermata o due ci lasciamo…”

  5. Caro Giorgio, anche l’ateismo è un atto di fede, che nessuna prova scientifica può ratificare, tanto meno la scienza moderna, post-cartesiana che, abbandonato il canone materialista distinto da quello spiritualista, si muove in prospettive integrative fra empirica e metafisica. Se uno è cieco, consapevole di esserlo, non può affermare che la luce non c’è perché non ne ha le prove. Si tratta di stabilire il potere della nostra vista, cioè cosa intendiamo esprimere con le nostre parole.
    Nella maggior parte dei testi critici e poetici che ho letto, e spesso apprezzato in questo sito, soprattutto i tuoi, mi sembra che prevalga un orientamento di distacco da ogni dogmatismo fideistico,
    conseguente alla messa in predicato della fede in ogni identificazione o isomorfismo fra logica e ontologia. È certamente una presa di coscienza dolorosa, da cui deriva la dimensione più tragica del pensiero e dell’arte contemporanea, che può portare al completo abbandono di ogni prospettiva di senso e, soprattutto di modelli e norme estetiche e assiologiche, cioè al tramonto della civiltà, almeno nelle forme in cui l’abbiamo conosciuta.
    Ma può anche produrre una profonda conversione antropologica, che sappia rivalorizzare istanze noetiche e intuizioni numinose che hanno costituito per secoli il tesoro delle tradizioni mistiche, occidentali e orientali, prima che nella cultura cristiana venissero subordinate alle metodologie e agli assiomi della teologia, come ha notato Marco Vannini.
    Si tratta di ristabilire un dialogo tra le mitologie collettive e la creatività individuale, un contatto più autentico tra logos e patos, riscoprire con Pascal “che il cuore ha le sue ragioni che la mente non vede”.

  6. antonio sagredo

    …il mio giudizio sulla poesia di Raboni, fin da giovane “facitore” di versi è stato sempre – e lo sarà – negativo…
    …è una poesia (ma non credo che sia poesia, affatto!) “mortale” e nulla ha dato alla evoluzione della poesia italiana…. come lui decine sono i poeti noti che nulla hanno dato… per questo e altro sono gli affossatori ufficiali : erano e sono i suoi figli e nipoti soltanto dei burocrati della poesia italiana: interessa loro soltanto la poesia come potere, e non certo “il potere della Poesia” che è tutt’altra cosa… quindi uno strumento e un mezzo, e questo significa “mortificazione e degradazione”…
    …la fine di questi poeti somiglia alla fine di quei poeti dell’800 che Silvio Ramat resuscita invano sulle pagine della rivista “Poesia” di Crocetti: il dimenticatoio dunque, ma sarebbe meglio definirlo cimitero dove appunto la la poesia “mortale” del Raboni e compagni trova il giusto e meritato luogo, nemmeno campo-santo.

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