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Giorgio Linguaglossa: Lettura comparata di due poesie di Gian Mario Villalta e di Petr Král dal punto di vista della «nuova ontologia estetica» – Commenti di Donatella Costantina Giancaspero, Carlo Livia, Gino Rago

Foto in Subway 50 years

Altrove viviamo noi, con i nostri propositi, le sconfitte / nella lotta col frigorifero, l’inferno tiepido delle bollette / e delle mollette per stendere

Faccio seguito all’intervento di Carlo Livia che ha posto nel giusto binario la nostra discussione. Che Petr Král appartenga al secondo o al terzo surrealismo praghese, è una questione storico filologica che a noi, qui, interessa fino a un certo punto. Quello che a noi interessa è la percezione, il concetto e la procedura della poesia che Král persegue e consegue con la sua opera poetica. Quello che a me appare maggiormente interessante è la portata rivoluzionaria della poesia Králiana, rivoluzionaria almeno per noi lettori italiani abituati alla lettura della poesia italiana di questi ultimi decenni.

È ovvio che, dal punto di vista della poesia italiana degli ultimi decenni la poesia di Král riesca di problematica identificazione, quasi incomprensibile. Invece, dal punto di vista della «nuova ontologia estetica» la poesia Králiana diventa pienamente intelligibile. Com’è possibile, come può essere avvenuto questo fenomeno? La risposta a questo interrogativo è già in nuce nelle riflessioni di Gino Rago, di Carlo Livia, negli appunti di Donatella Costantina Giancaspero e, credo, anche nel mio commento. Quello che noi stiamo dicendo e facendo da tempo è dire che una nuova poesia sorge sempre e soltanto quando si profila un  nuovo modo di concepire il linguaggio poetico.

Ad esempio, negli autori della «nuova ontologia estetica» si verifica un uso di alcune categorie retoriche piuttosto che di altre, innanzitutto la categoria retorica fondamentale (che poi non è una categoria retorica ma concerne il modo stesso con il quale si concepisce l’essenza e la funzione del linguaggio poetico): il concetto di verosimiglianza tra il «linguaggio» e il «reale». Negli autori della «nuova ontologia estetica» non si dà alcuna corrispondenza equivalente e/o mimetica tra la «parola» e l’«oggetto» del reale, non si dà «corrispondenza» affatto, non si dà alcuna «riconoscibilità» a priori, in quanto la «riconoscibilità» deve essere scoperta volta per volta nell’ambito del dispiegamento del discorso poetico, deve essere «ricostruita» ogni volta di nuovo.

Faccio un esempio di un tipo di poesia tipicamente italiana nella quale le parole «vedono» da vicino l’oggetto del «reale» in modo riconoscibile e condiviso. Prendo in esame un autore italiano molto noto, Gian Mario Villalta, da Telepatia (LietoColle, 2016). Leggiamo:

Strilli Catapano i suoni sono luce

Dove scola l’acqua nera tra i cocci di tegole
e i ciuffi di sorgo matto invadono le soglie
sotto i festoni di viticciòli, nell’ombra del vischio annidato sui pioppi,
una vita nuova d’insetti, di infime vittime e di minuscoli assassini feroci,
in agguato perenne tra i tubi, nei crolli dei muri, nelle canalette
interrate, ha conquistato il regno della ruggine.

Altrove viviamo noi, con i nostri propositi, le sconfitte
nella lotta col frigorifero, l’inferno tiepido delle bollette
e delle mollette per stendere, altrove noi siamo inerti
e violenti a parole, con il termo a 21, la paura di perdere
la cena fuori di sabato, e qualcosa di moda, anche poco, o l’amicizia
con un nickname, abbiamo paura, soprattutto, per la sicurezza.

Nel regno della ruggine c’è un edificio riattato
oggi vuoto di uomini soli, gentili per forza
quando arrivava il cibo.
Di loro neppure più il sorriso, di chi nel sonno stringe
il nostro paradiso.

Qui il discorso poetico è immediatamente «riconoscibile», non c’è alcuna «ridondanza», non ci sono procedure di entanglement, catene sinonimiche, metafore, non ci sono deviazioni, deragliamenti, salti temporali e spaziali, insomma, ci muoviamo in un tipico concetto di poesia come adesione della «parola» al «reale riconoscibile».
Leggiamo invece una poesia di Petr Král:

Strilli Talia la somiglianza è un addio

Sono qui
Quando dietro la silhouette maturata del passante
avanzi un po’ fino alle Zattere
tra le panchine di pietra e gli alberi come in un vecchio dipinto tremolante
– le signore sulla panchina che discutono, il fumo di luci e ombre
sparse leggere lungo la riva
tra gli alberi, pedoni, facciate rosa e grigie – ti ritroverai di nuovo lì oggi,
e te ne pentirai. Le vecchie signore sono qui come sempre, odierne e sicure,
è oggi, la pulsazione che riempie fino all’orlo i corpi e la cornice
del quadro, soltanto chi è morto
manca. Il vapore umidiccio della stiratura di vecchie flanelle, come trattengono sibili
penetra nelle fessure del giorno che si restringono, è presente come
i becconi delle gru
che si profilano minacciosi lì dietro la cala. – Di sicuro non
dimenticano nemmeno di rimpiangere nulla,
di guardare fuori dalla cornice verso il passato e scavare un po’ il quadro
col rimpianto per ciò che fu; nessuna di loro però a casa toglie
la mano davanti alla massa ringhiosa del frigorifero
e davanti al freddo dell’inverno a venire. Sono qui oggi come noi,
nessuno è in ritardo; solo il giorno d’oggi, il pulsare, pietra colma di pietra
fino al gelido midollo, l’alzare la polvere della luce e il disegno
oscurante degli alberi, delle nostre silhouette
senza un altro strato a parte la profondità della fenditura, della
percezione
e del suo pronunciamento.

(da Massiccio e crepacci, 2004)

Foto il trasporto pubblico

le signore sulla panchina che discutono, il fumo di luci e ombre / sparse leggere lungo la riva / tra gli alberi, pedoni, facciate rosa e grigie…

Dalla poesia di Gian Mario Villalta si evince che il linguaggio impiegato è pensato in quanto funzionale alla «riconoscibilità mimetica» del «reale». Nella poesia di Petr Král no, il linguaggio impiegato viene utilizzato per una «ricostruzione» non più «mimetica» del reale.

È ovvio che la «nuova ontologia estetica» guardi con molto interesse alla poesia di Petr  Král piuttosto che a quella di Gian Mario Villalta, ma non per partito presto, quanto perché nella poesia kraliana c’è un modo di intendere il «reale» in una accezione non più «mimetica» come è stato in auge nella tradizione poetica italiana maggioritaria di questi ultimi decenni, ma in una accezione diversa,  più complessa e problematica.

Mi fermo qui.

Strilli Gabriele Da quando daddy è andato viaStrilli De Palchi non si cancella niente

Scrive Lacan: «Nella misura in cui il linguaggio diventa funzionale si rende improprio alla parola, e quando ci diventa troppo peculiare, perde la sua funzione di linguaggio. Continua a leggere

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La nuova ontologia estetica – Poesie di Anna Ventura, Antonio Sagredo, Gino Rago, Francesca Dono, Lucio Mayoor Tosi, Edith Dzieduszycka, Mariella Colonna, Tomas Tranströmer, Carlo Livia con Commenti di Giorgio Linguaglossa e Gino Rago – Da dove viene l’inconscio?

Giorgio Linguaglossa Aleph, Roma, 2017 Sabino Caronia

da sx Giorgio Linguaglossa, Costantina Giancaspero. Franco Di Carlo, Sabino Caronia, 2017

Giorgio Linguaglossa

Nuova Ontologia Estetica significa pensare per fondamenti ontologici.

L’ontologia da economia curtense della poesia post-lirica nelle versioni epigoniche che si sono avute nella tradizione italiana degli ultimi decenni viene sottoposta a critica dalla «nuova ontologia estetica», da una nuova economia del discorso poetico. Non c’è nulla di scandaloso nel pensare l’ontologia dei fondamenti. Ogni poesia riposa su un fondamento di ontologia estetica, anche quella in apparenza più tradizionale, anche quella più ingenua e sussiegosa che rifugge da ogni petizione di poetica che si basa implicitamente su una ontologia (involontaria e immediata) del senso comune. È del tutto naturale che il pensiero estetico pensi le proprie fondamenta ontologiche, chi non riflette sulle fondamenta del proprio pensiero è un pensatore ingenuo, nel migliore dei casi apologetico, nel senso che fa apologia dell’esistente.

Oggi finalmente in Italia si avverte il bisogno di un pensiero che pensi i fondamenti della poesia, e questo lo fa la «nuova ontologia estetica». In fin dei conti, una nuova ontologia dei nomi che noi definiamo estetica perché si applica alla poesia (e non solo) altro non è che un nuovo modo di dare dei «nomi» alle «cose», usare delle «parole» al posto di altre. La scelta delle parole è determinante, ma una scelta la si fa in base a dei criteri, dei principi, che noi definiamo «ontologici» e non legati a mere idiosincrasie soggettive.
Il punto di appoggio per comprendere il «concettuale», scriveva Adorno, è il «non concettuale», ma il «non concettuale» non lo si può comprendere senza far ricorso ad un «nuovo concettuale», altrimenti esso si dissolve in vacuo e vuoto nominalismo.
Una poesia basata sulla coscienza immediata, sulla immediatezza del senso comune, può essere un bisogno corporale legittimo, un anelito, un desiderio di espressione personalistica che è destinato a rimanere sul piano della espressione comune.
Dovremmo chiederci perché mai sorga soltanto oggi nella poesia italiana un nuovo bisogno ontologico, il bisogno di ancorare la «nuova poesia» ad una «nuova ontologia». Il bisogno di una «nuova ontologia» del poetico è oggi diventato una necessità.

Strilli Tranströmer2Strilli Transtromer le posate d'argentoTomas Tranströmer

Il risveglio è un salto col paracadute dal sogno.
Libero dal turbine soffocante il viaggiatore
sprofonda verso lo spazio verde del mattino.

(da Tomas Tranströmer 17 Poesie, 1954, prima poesia che ha titolo: Preludium)

Anna Ventura
10 ottobre 2017 alle 17.29

La vergine di Norimberga*

La Vergine di Norimberga
non avrebbe voluto straziare
il bel giovane che già stava lì, per terra,
in catene,
ad aspettare la morte. Ma lei
era la Vergine di Norimberga
e doveva ubbidire al suo compito.
Perciò quando immaginò il sangue dell’uomo
scorrere lungo le sue membra ferrate,
immaginò il pallore del suo volto,
gli occhi già rovesciati alla morte,
invocò su se stessa
l’aiuto degli dei, e delle dee,
specialmente di queste ultime:
perché, essendo donne,
avrebbero meglio compresa la sua pena. Ma quelle
avevano altro da pensare.
Fu Cupido, invece,
a raccogliere il pianto della Vergine,
lui così attento
a qualunque sospiro d’amore.
Poiché era un dio,
poteva anche fare un miracolo: fece in modo
cha la Vergine si coprisse di fiori: tanti fiori
da rivestire le punte delle lance.
Il che, tuttavia,
non ottenne altro che allungare la pena.
Alla fine, fiori e sangue si mescolarono
sulla terra bruna: un intrigo
non più complicato
di tanti altri.

* notizie storiche sulla Vergine di Norimberga

La Vergine di Norimberga, chiamata anche vergine di ferro, è una macchina di tortura inventata nel XVIII secolo ed erroneamente ritenuta medioevale, a causa di una storia raccontata da Johann Philipp Siebenkees che sosteneva fosse stata usata per la prima volta nel 1515 a Norimberga. Non esistono prove che tali macchine siano state inventate nel Medioevo né utilizzate per scopi di tortura, nonostante la loro massiccia presenza nella cultura di massa. Sono state invece assemblate nel Settecento da diversi manufatti trovati nei musei, creando così oggetti spettacolari da esibire a scopi commerciali.

La macchina consiste in una specie di armadio metallico a misura d’uomo e di forma vagamente femminile, più o meno grande a seconda dei casi, pieno di lunghi aculei che penetrano nella carne senza ledere organi vitali.

Il condannato ipoteticamente veniva fatto entrare in questo “sarcofago” e, chiudendo le ante, veniva trafitto dai suddetti aculei in ogni zona del corpo, morendo lentamente tra atroci dolori. In realtà simile strumento non è stato usato almeno fino al XX secolo (un’apparecchiatura di tale tipo è stata trovata durante un reportage televisivo a casa di Udai Hussein, il figlio maggiore dell’ex dittatore iracheno Saddam Hussein).

Strilli Espmark è stata un'altra per otto anniStrilli RagoCommento di Giorgio Linguaglossa Continua a leggere

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Mariella Colonna, Poesia inedita – Sotto il tendone del Teatro di strada – Allegoria della condizione infernale dell’uomo sulla terra… con un Commento di Mariella Colonna e un Appunto di Giorgio Linguaglossa

 

Commedia eroicomica in versi prosastici sulla trama di una [di Giorgio Linguaglossa] poesia.

Siamo in un tendone di un «Teatro di strada» dove si sta allestendo un «Grande spettacolo» dal titolo misterioso: Il bacio è la tomba di Dio,  con la partecipazione del primo attore, Mario Gabriele,  e di il Signor K., Madame Hanska e  Anonymous (creazioni artistiche di Giorgio Linguaglossa), e Miss Evelyn (creazione artistica di Mario Gabriele). E ancora, in prima persona intervengono gli attori: Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Elena, Ecuba di Troia, Odette, (personaggio scaturito dalla fantasia di Mariella Colonna);  e personaggi vari di altre poesie. Dimenticavo, c’è anche «una Galleria con quadri animati»; e un Signor K2, e, infine, addirittura un K3! Sembra un manicomio ambulante! Ci sono delle Signore che litigano tra di loro, si colpiscono con le borsette… E c’è nientemeno Dio che interviene di qua e di là per tentare di comporre gli innumerevoli dissidi che nel frattempo si moltiplicano come funghi. Siamo nel bel mezzo del paradosso e della peritropè (capovolgimento), di una realtà surrazionale, al di là del reale e del non reale: siamo nel multireale multiprospettico proprio della dimensione psichica, nella dimensione della «nuova ontologia estetica».

Oserei dire, con Andrea Emo, che «nel paradosso è sempre e finalmente l’unica verità; ma nel paradosso, e perciò nella Verità, possiamo soltanto credere. Il linguaggio, il Verbo del Paradosso, è il mito; soltanto il mito sa esprimere il paradosso».1 Infatti, la valorizzazione e la trasmutazione del quotidiano in mito, implica il rivolgimento del linguaggio in linguaggio mitico, come espressione di un «reale» profondamente paradossale e sovra-razionale.

1 Cfr. A. Emo, Il Dio negativo. Scritti teoretici 1925-1981, a cura di Massimo Donà e Romano Gasparotti, Marsilio Editori, Venezia 1989, p. 34

(Giorgio Linguaglossa)

Gif volti

Gif, Roy Lichtenstein

[Interpretazione del testo e regia di Mariella Colonna.]

Sotto il tendone del Teatro di strada, aperto a nord a sud
ad est e ad ovest, il signor K [personaggio della poesia
di Giorgio Linguaglossa] grida e la voce si diffonde
nelle quattro direzioni dello spazio:

“Venite, venite tutti a vedere
il più grande spettacolo del mondo
dal titolo insuperabile: Il bacio è la tomba di Dio!
Avete mai sentito una cosa del genere??
Vi presento me stesso, il signor Kappa,
il sommo… prestigiatore, il mago portentoso
capace di cambiare i destini degli uomini
e dei popoli!

Alla modesta cifra della vostra anima
(che non vale niente)
posso fare di voi il contrario di quello che siete,
poveri incapaci e depressi abitanti
di questo miserabile pianeta avviati alla catastrofe!
Ascoltatemi dunque!
(si rivolge ai suoi scherani)
“Suvvia, date fiato alle trombe! Inizi lo spettacolo!”

“Un momento…alt!”
“E voi chi siete?”
“Sono il signor K!”
“Ah, questa poi…
il signor K(appa) sono io!”
“Siamo due Signor K, io sono famoso ormai
per essere passato dalle poesie di Mario Gabriele
in quella di Giorgio Linguaglossa intitolata ‘Il corvo entra dalla finestra’…
“per corteggiare una dama, miss. Evelyn…”.

“Ma che state dicendo? Di che diavolo parlate?
Rivolgendosi al pubblico: “Non sa che io
sono tanto più famoso di lui…”
“È la verità. Piuttosto voi…”
“Tacete! Fate un silenzio di pietra quando parlate con me…
State a sentire: vedete quella torre?”
“Sì, la vedo…”
“Ma no, non quella che vedete! Quella che non vedete!”
“Va bene, credo di aver capito.”
“C’è scritta una frase bizzarra.”
“Ma non riesco a leggerla bene. Non ho con me gli occhiali.”
“Vi ho detto che non dovete ‘vederla!’
E neppure leggerla, non avete bisogno degli occhiali,
vi basti immaginare.”
“L’imagination au pouvoir!”
“Così va meglio, però.
Prima di tutto ditemi perché avete interrotto l’inizio
dello spettacolo?”
“Volevo che lei, signor Kappa,
ci spiegasse il senso di tutto questo baccano…”
“Questo mai, se lo facessi, addio suspence…
c’è un incredibile evento che vi inchioderà sulle sedie,
cari signori! Ma adesso
continui lei, signor K2, che dice di essere il mio doppio!
Da quale parte del mondo viene?”

“Vede, signor Kappa, io e lei siamo due personaggi complicati:
io vengo non dalla mia terra, ma da due poesie.
La prima l’ho scritta io che sono un poeta e mi chiamo
Mario Gabriele; nella mia poesia ho creato Evelyn:
lei si è presa una sbandata per me e io per lei.
Ma, per attrarla e farmi desiderare, mi sono recato
con il nome d’arte di Signor K nella poesia-opera d’arte
di Giorgio Linguaglossa!
Una Galleria con quadri animati
che hanno molto movimentato l’Incontro con miss Evelyn.
Quando ho scelto di identificarmi con il signor K,
ero all’oscuro della sua identità, signor Kappa.”
“Lei dunque sa meglio di me chi sono?”
Se è per questo anche lei sa meglio di me
chi sono e chi è il signor K n.3, che poi è il primo!”

“Va bene, allora basta! Non mi confonda le idee
con altre spiegazioni, tenga pure il mio nome,
ma, mi raccomando, coll’aggiunta del 2 , lei è il signor K2!
E sappia che… chi porta il mio nome porta dentro di sé
qualcosa di me”.
“Essere K2 aumenterà il mio fascino agli occhi di Evelyn.
D’altra parte, anche la mia Evelyn è ambigua,
adesso è un’elegante signora Liberty… ma, Gi Elle dice che ha
un passato da megera e prosseneta: si guadagnava da vivere con le carte etc…”.
“Ma sì, la conosco bene anche io, il patto è concluso: vede,
con la musica-luce verde-rossa rivolta ora al suo volto ora al mio…
Diamo inizio allo spettacolo!” Continua a leggere

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Lucio Mayoor  Tosi – Poesie inedite con Commenti di Giorgio Linguaglossa

Lucio Mayoor Tosi Sponde 1

Lucio Mayoor Tosi Sponde

 Mayoor  Lucio Tosi è nato a Gussago, vicino a Brescia, il 4 marzo dell’anno 1954. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Brera è entrato in pubblicità. Ne è uscito nel 1990, quando è diventato sannyasin, discepolo di Osho (da qui il nome Mayoor: per esteso sw. Anand Mayoor = bliss peacock). Ha trascorso più di vent’anni facendo meditazione e sottoponendosi a ogni sorta di terapia psicanalitica: sulla nascita e l’infanzia, sul potere, sulle dipendenze affettive ecc. Di particolare importanza, per la realizzazione di Satori, sono stati alcuni ritiri Zen dove ha potuto lavorare sui Koan (quesiti irrisolvibili). Vive a Candia Lomellina (PV), nel mezzo delle risaie, dove trascorre il tempo dipingendo e scrivendo poesie. Sue poesie sono state pubblicate on line su Poliscritture, L’Ombra delle parole, e su alcune antologie. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Roma, Progetto Cultura, 2016).

Lucio Mayoor Tosi Composition acrilic

Lucio Mayoor Tosi, Composition

Poesie di Lucio Mayoor Tosi

By night

Una luce chiara gli entrò, da dietro, negli occhi.
Subito lui pensò: io sono due che si sono amati.
Poi anche: Non avrai altro…
Ma qui s’interruppe.
La gente intorno cantava
Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro
per meee…
E lei, guardandolo negli occhi:
– Mi accorgo di non avere più risorse
(insieme) senza di teee.
Più tardi lui le sussurrò anche:
– Sai di Leocrema.
Uno sciame di neutrini
stava attraversando le ombre del corridoio.

*

Alla gara di memoria vinse l’insegnante
della scuola media di Vercelli.
L’anno prima vinsero quelli di Casale.
L’anno prima ancora, non so.
– Chi vinse tre anni fa?
– Per questo è nata la scrittura.
Ma dove l’hai presa quella camicia rosa?
Una notte scura e silenziosa serviva ai tavoli.
Ma fuori già stava piovendo.

*

La donna seduta di fronte ha sul volto la bocca.
Quella di fianco un occhio.
Dal treno all’Università seguendo la linea
marcata dalla biro.
Una sottile cascata di azzurro.
Alberi e rumore di passi.
Il vuoto è alle spalle e un po’ mi sento colpevole.
Ma è solo il terzo capitolo.
C’è anche chi muore nei libri.
Di solito la salma viene fatta scivolare di lato.
Direttamente nel buio che scorre
fuori dalle finestre.

*

Vedete anche voi quel poeta
che sta fuori dalla finestra
e picchia sui vetri?
Che vorrà?
Mi avvicino
ed è già volato via!
Ho l’ufficio al 60° piano.
E’ un largo tappeto persiano.

Lucio Mayoor Tosi Composizione di immagini

Lucio Mayoor Tosi
22 settembre 2017 alle 19:12

Andersen sappiamo tutti chi è, ma forse non tutti sanno di Eckersberg. Era un pittore danese, arrivato dopo il neoclassicismo di Bertel Thorvaldsen e prima di quel meraviglioso pittore che fu Vilhelm Hammershøi. Fantastica la storia dell’arte danese! Direi che è la culla del nichilismo. Eckersberg dipinse dei nudi memorabili, paragonabili ma più raffinati rispetto al noto quadro di Courbet. L’origine del mondo. Fermo restando che senza Courbet saremmo ancora qui a levigarci le pettinature.

Lui e Lei avevano due simil gatti:
Andersen e l’altro Eckersberg. Entrambi maschi.
E castrati.
Andersen amava le camicie bianche
Eckersberg il contatto con la nudità.
“Fetente ma raffinato”, così recitava
la pubblicità.
Ma Lei aveva a cuore Andersen.
Se lo teneva in braccio o sulle spalle,
anche stando in piedi mentre cucinava:
sapori dell’India per loro e bianchi
ma finti spaghetti per Gatto Eckersberg
il nudista.
Lei stava morendo. Lo faceva ogni giorno.
Lui se non aveva da leggere svitava
e avvitava qualsiasi cosa.
John Lennon, Miles Davis, Natasha Thomas.
Lei quei pontili sospesi sul lago. Ma senza nebbia
e nemmeno dragoni. Solo cose per Andersen.
(Se la noia non vi assale, penso io
vuol dire che siete fumatori).
– Tutta l’Europa del sud è un canile.
A cominciare da Courbet. Non è vero, Eckersberg?
Quell’Origine del mondo, appena concepito
con furore. Quel leccarsi le dita…
Lei non rispondeva (stava morendo).
Contemplava le forme molli di un cubo
le bollicine dell’axterol, le lancette
dell’orologio sull’ora e i secondi.
– Probabilmente il sole. Disse Lei.
E non tornarono sull’argomento.
Tranne un giovedì, allorché Lei disse:
– Credo che ad Andersen farebbe bene
un piatto di trippa ogni tanto.
Il cargo dei viveri Okinawa era in ritardo
ormai di tre settimane (sei mesi terrestri).
Salgari sarebbe già partito in missione
con a bordo almeno tre robot ambasciatori
di marca tedesca.
Ma era stagione di polveri.
Difficile poter comunicare, inutile sprecare
Metafore. Si sarebbero perse nel vuoto
tra le lune. Quindi Lui e Lei si misero d’accordo
per spedire un messaggio criptato
al sovrintendente dei beni umani,
Ork il maligno; in realtà un povero cristo
circondato da macchine, alcune a vapore
(per via della pelle che nella stagione delle polveri
gli si seccava. Puntualmente e orribilmente).
“Aghi OrK”, così iniziava il messaggio
“Le bdhko di lk snmlir8jk! Andersen bd in vgeytz!
Si dia una mossa”.
La risposta non si fece attendere:
“Mi sono informato: niente trippa sul cargo Okinawa.
Ma posso mettervi da parte dei pomodori irlandesi”.
E in un secondo messaggio aggiunse:
“Per il gatto ho un Mickey Mouse del ’63.
Il mio l’ha già letto. Lo so, non è divertente”.
Le quattro linee del tramonto si stavano fondendo
nel sogno turco di Moon light.
Lui si tolse le spalline di cristallo, si strofinò gli occhi
e senza dire una parola volle intrattenersi ancora un po’
con Lei, che nel frattempo aveva terminato
di raddrizzare, così diceva, tutti i rametti del prezzemolo.
Fecero programmi. Il letto scandinavo ondeggiava
rumorosamente.
Vista dal giardino lenticolare, la casa sembrava
un traforo di merletti. Ork il maligno, come al solito
stava trasmettendo pensieri sconclusionati.
Lo chiamava Ozio dei poveri. Oppure
a seconda del momento, solo ‘Zio.

Strilli Transtromer le posate d'argentoStrilli Lucio Ho nel cervello

Lucio Mayoor Tosi
22 agosto 2017 alle 19.43

In qualche modo, l’aver letto queste poesie di Wallace Stevens ha condizionato nella forma il mio tentativo di stamane. Ma ci sta che sul finire di agosto si scriva con un diverso ritmo interiore, calmo, quasi rassegnato, sui bordi della metrica.

Apocalisse

Come si sta nell’universo al mattino? Che si fa?
Il grigio tormento di un verso attraversa il cortile.
Inossidabile. Giace la rana sepolta dai diserbanti
le spire del vecchio serpente si rilasciano nell’acqua
tiepida di agosto. Il tempo precipita nelle cave
su Andromeda. Segnali di luce, mattini come perle
quando passa l’onda sui frammenti. E mancano
i volti.
Sillabazione mattiniera, nella compostezza
un po’ come aggiustarsi le vesti nell’ordinario
di una ramaglia sul bordo della statale. In confine.
Passeggiare lungo le strisce bianche per Vercelli
o Alessandria.
Un pianeta sconosciuto è sceso a curiosare sulla Terra.
Tanto vicino che la sua mancanza d’aria si è fatta sentire.
Un lampo simile allo spegnimento, al giornale chiuso
sull’ultima pagina. – Non conosco i nomi delle stelle.
Francesca dice “Buongiorno poeta”, qui è presto-tardi.
Sulle guance piccolissime gocce di sangue. Lamenti.
Un vento contrario scalfisce le strade per canali
nuovi corsi d’acqua. I Dominanti s’aggiustano
su poltrone riservate. Sulla scacchiera tante ruspe.
Da sobrio non saprei come cavare un grammo di lattice
stellare dal brefotrofio Divino. Forse una mangusta
amica, due paesani in gabbia. Non un chicco di grano.
Così s’accende il passato: una sterminata pietraia.
L’orizzonte in alto, sul finire delle stelle al tramonto.
Come bere un bicchiere d’acqua, frizzante e salata.
In piedi
sulle Birkenstock.

Strilli Carlo LiviaStrilli Linguaglossa Sulla parete a sinistra

Giorgio Linguaglossa

23 agosto 2017 alle 11.07

La legge dell’entropia della forma-poesia di Lucio Mayoor Tosi

Il punto di partenza di Lucio Mayoor Tosi non è Cogito ergo sum bensì Dubito ergo cogito. Ed infine, il momento centrale è: Dubito ergo non sum. Lucio Mayoor Tosi dubita della propria esistenza e dell’esistenza di tutto ciò che circonda il proprio io, o meglio, non crede affatto che quello che gli altri vedono sia eguale a quello che i suoi occhi vedono. Per esempio, in questa poesia scopre le «tracce» dell’entropia dell’universo, del suo sgretolamento progressivo, che altro non è che il suo impulso vitale; questa moltiplicazione all’infinito della trasformazione della «materia» dell’universo porta con sé anche la trasformazione della forma-poesia, dell’entropia della forma-poesia che la disgrega dal suo interno e che, disgregandola, produce nuove modalità di esistenza della forma-poesia. Quello di Lucio Mayoor Tosi è lo sguardo stupefatto e meraviglioso di un bambino che, dubitando, osserva il mutare delle cose e pone delle domande ai genitori. Lucio Mayoor Tosi si chiede con una ingenuità disarmante:

Come si sta nell’universo al mattino? Che si fa?

Una domanda senza senso, direi, in quanto domanda piena di senso, essa domanda ha finito col perdere alcun senso, nel senso che non è ragionevole e, come tutte le domande dei bambini non procede con il principio di non contraddizione perché tutte le cose si contraddicono e precipitano nell’imbuto della trasformazione dell’energia e dell’entropia.
Ad esempio, che significa questo verso?

Un pianeta sconosciuto è sceso a curiosare sulla Terra.

Io credo che il suo significato vada oltre il significato grammaticale, direi che è un significato di un universo post-simbolico, Lucio Mayoor ha perduto definitivamente i «simboli», non li riconosce più, epperò non può non procedere che per simbolizzazioni, perché la corteccia cerebrale dell’homo sapiens non può che produrre a getto continuo simbolizzazioni… la simbolizzazione è una funzione del cervello umano. Lucio Mayoor Tosi procede per simbolizzazioni progressive in accordo con la seconda legge della termodinamica che ha individuato nell’entropia la legge fondamentale di organizzazione e trasformazione dell’universo. La sua poesia obbedisce a questa legge, adatta la forma-poesia alle nuove organizzazioni entropiche che vanno da stati di bassa entropia a stati ad alta entropia.

Carlo Rovelli scrive: «L’intera storia dell’universo è questo zoppicante e saltellante aumentare cosmico dell’entropia. Non è né rapido né uniforme, perché le cose restano intrappolate in bacini di bassa entropia… fino a che qualcosa non interviene per aprire la porta di un processo che permette all’entropia di crescere ulteriormente. La crescita stessa dell’entropia apre occasionalmente nuove porte attraverso le quali l’entropia ricomincia a crescere».1]

Francesca dice “Buongiorno poeta”.

Chi è Francesca? Non lo sappiamo e il poeta non si perita di dircelo. Chi sia Francesca non ha importanza, può essere nessuno o chiunque, la cosa non cambierebbe ai fini della poesia. La poesia non si preoccupa di «illustrare», di «rappresentare», di fornire una «spiegazione», non si occupa né di significanti né di significati (come la poesia del novecento), non si preoccupa di «simboli», ma semmai di surrogati, di emblemi, di engrammi, di icone, di segnaletiche, di segni… siamo ormai in un universo post-simbolico, e chi non l’ha capito continua a scrivere come se ci fosse davanti a noi un universo di simboli simbolici. Il neo-realismo dei lirici e degli anti lirici della stragrande poesia che si fa oggi in Italia e in Occidente, la poesia da toponomastica, è semplicemente fuori tempo, non parla di noi…

1] C. Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, 2017 p. 140

lucio-mayoor-tosi-composizione-3

Lucio Mayoor Tosi, grafica

Lucio Mayoor Tosi
2 settembre 2017

Washo in cerca dei suoi discepoli

Quel giorno– era fine agosto – Washo uscì di casa
come al solito per recarsi al bar del paese: una compressa
col campanile, nei secoli mai dissolta tra le Langhe
e la pianura Padana. Lungo il tragitto si divertì
a fare abbaiare i cani segregati dietro i cancelli delle case;
anche se quella mattina, perché era di mattina, Doly
quasi non si avvide del suo passaggio. Anzi,
proprio non gli rivolse neppure lo sguardo.
«Doly! » disse con voce alta Washo voltandosi indietro
dopo che fu passato. E quella finalmente abbaiò.
Cane sentimentale, pensò Washo.
«A cosa stavi pensando?»
Più avanti toccò al dobermann. Ma anche questi si limitò
a guardarlo da sotto i ferri del suo cancello; il lungo muso
sembrava quello della BMW del suo padrone, solo con gli occhi
più mansueti. Ma nemmeno il dobermann abbaiò. Giusto
un abbaio in risposta a Doly che nel frattempo si era svegliata.
E più avanti il meticcio; che, sì, era tanto bruttarello
ma aveva un bel cortile da sorvegliare. Il meticcio erano mesi
che aveva smesso di abbaiare al passaggio di Washo.
Ah, pensò Washo, la prossima vita ti prenderò io. Perché siamo
oramai amici e ti ricorderai di me.
Al bar si va per ordinare un caffè. E se ce la si fa
per leggere il Corriere dello sport. Caffè? chiese la signora
del bar. Sì grazie. Ma subito Washo si accorse che il grazie
era di troppo, almeno per l’uomo che vuole mantenersi rude
come stesse in famiglia. E c’era un altro avventore.
Quindi Washo provvide a mettersi coi gomiti bene appoggiati
sul banco, con il bagliore dei muscoli in vista per dare prova
di sicurezza interiore. Quindi pensò: ecco, che lo si sappia o meno
questo è l’istante fuggevole della meditazione. Il tempo
che la signora impiega per caricare il caffè dentro il filtro
della Faema ed erogare nella tazzina.
Zucchero di canna.

Strilli Gabriele2Strilli RagoGiorgio Linguaglossa
3 settembre 2017 ore 17.00

La poesia di Lucio Mayoor Tosi sopra postata è il racconto della «ricerca della identità». Il protagonista, Washo, ha perduto tempo addietro, «qualcosa». Questa «perdita» lo guida. Washo prende a passeggiare, oziando.

Quel giorno– era fine agosto – Washo uscì di casa
come al solito per recarsi al bar del paese.

Washo non sa chi è. Prende a passeggiare perché non sa chi è e deve capire chi egli sia veramente; deve percorrere un tragitto (che lui conosce molto bene), questo tragitto è la sua personalissima Odissea mattutina. Va al bar per prendere un caffè. Il narratore è una terza persona che sta fuori della dimensione entro la quale vive e vegeta il protagonista Washo. Passeggiare, quindi, è il modo proprio del protagonista per capire se stesso, per mettersi alla prova.

Il dramma di Washo è che lui non sa chi è:
Al bar si va per ordinare un caffè. E se ce la si fa
per leggere il Corriere dello sport. Caffè? chiese la signora
del bar. Sì grazie. Ma subito Washo si accorse che il grazie
era di troppo…

Washo è un personaggio colpito da amnesia, e quindi da cecità. Egli non vede ciò che vede e non ricorda ciò che non può ricordare, infatti tutta la poesia è svolta al presente. Washo ha perduto qualcosa ma non sa che cosa sia questo qualcosa e non sa neanche di stare cercando questo «qualcosa». Tutta la vicenda di Washo è esemplare di questa condizione di non consapevolezza. Washo è stato colpito da un colpo apoplettico, da una alienazione originaria, ma lui non lo sa e non lo sospetta nemmeno. Il dramma di Washo è che lui vive unicamente nell’Immaginario, vive tra le immagini. Il suo mondo è stato «ridotto» all’Immaginario del presente, egli non ha più la capacità di ordinare il suo mondo tramite il Simbolico, vive in un flusso di eventi immersi in processi di de-soggettivazione che sono anche processi di assoggettamento. La de-soggettivazione va di pari passo con l’assoggettamento della coscienza alienata.

L’uomo è un ente che “nasce” alienato ab origine, perché da sempre costretto a «giocare in difesa». L’universo rappresentazionale attraverso il quale significa il mondo è la conseguenza di uno «smarrimento» mitologico, la «perdita» della das Ding , che lo aliena da se stesso e lo pone in una condizione psicologica difensiva.

Il soggetto alienato ab origine della nuova poesia psicologica, ovvero, la «nuova ontologia estetica» (penso alla poesia di autori come Anna Ventura, Donatella Costantina Giancaspero, Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, Francesca Dono, Steven Grieco Rathgeb, Mariella Colonna ed altri), si occupa di questo: di rappresentare, oggettivare l’universo simbolico e immaginario proprio di questo soggetto alienato che «non sa chi è». Il «suo» oscillare esistenziale è il tentativo di gestire il trauma dello smarrimento originario. Questo trauma origina quell’apertura di senso che ci contraddistingue, quel serbatoio di senso attraverso il quale produciamo le nostre rappresentazioni…

Viviamo in una società post-televisiva, che ha sostituito il registro Simbolico con quello Immaginario, ci muoviamo in un ordine di icone e di simulacri.

Strilli Espmark Le labbra dell'insegnanteStrilli Tranströmer2Scrive Lucio Mayoor Tosi:

22 agosto 2017 alle 19.43

Si dice che Aristotele, ma tempo prima anche Lao Tsu, avevano l’abitudine di pensare camminando. Di LauTzu, l’autore del Tao, si racconta che aveva un amico il quale talvolta lo accompagnava nelle sua passeggiate nei boschi; e una volta gli chiese di poter portare con é un ragazzo, perché aveva tanto insistito per poterci essere… Lao acconsentì. Così si addentrarono insieme nel bosco. Tutto bene. Ma un paio d’ore più tardi, verso il ritorno, accadde che il ragazzo, il quale durante tutto il tragitto se n’era stato zitto, sentendosi in dovere di ringraziare disse: grazie Maestro, è stata una bellissima passeggiata! Eppure, quando Lao Tsu fu solo con il suo vecchio amico, gli disse di non portarlo più. Parla troppo, gli disse. Questa storia mi ha sempre fatto ridere: Lao Tzu avrebbe sicuramente cacciato anche me!

*
Ognuno di noi continua a parlare un linguaggio
che lui stesso non intende, ma che ogni tanto, viene inteso.
Il che ci permette di esistere e di essere perciò
quanto meno fraintesi.
Se esistesse un linguaggio in grado di essere inteso,
disse Saurau, non ci sarebbe bisogno di nient’altro.

(Thomas Bernhard – Perturbamento)

Strilli LeoneA proposito dell’innominabile nella «nuova ontologia estetica»

La rappresentazione poetica è quanto scompone letteralmente il soggetto parlante, quanto lo pone nella condizione costitutiva che possiamo definire di impotenza alla nominazione, qualcosa di molto simile a ciò che accade nella teologia apofantica. Perché Das Ding è lì, dentro, al centro del soggetto come un «vuoto causativo», oltre la regolazione omeostatica del principio di piacere e dei suoi tracciati; sta lì come un vuoto tangibile e innominabile. Sta lì cioè come testimone della delusione del desiderio, del suo non avere requie, delusione che si esprime in una ripetizione del bisogno che è un bisogno di ripetizione. E quando Lacan indica nella sublimazione l’operazione che eleva un oggetto alla dignità della Cosa, non fa altro che denunciare, insieme a Freud, l’effettiva illusione di cui il desiderio e, più in generale, il percorso della civiltà sono intrisi.
L’oggetto, per quanto sia bello, non è tuttavia mai questo, non è mai la Cosa. Ecco a cosa mira Lacan. Esso è sempre posticipato, o in anticipo rispetto al compito che gli si chiede di assumere. L’oggetto non è un dato, l’oggetto è un investimento, un serbatoio di nostre proiezioni psichiche e affettive.

«Crediamo che le cose siano lì, al centro, solide, stabili, in attesa di essere riconosciute, e che il conflitto sia ai margini. Ma che cosa insegna l’esperienza freudiana, se non che ciò che accade nel cosiddetto campo della coscienza, cioè sul piano del riconoscimento degli oggetti, è altrettanto ingannevole rispetto a ciò che l’essere cerca? Benché sia la libido a creare i diversi stadi dell’oggetto, gli oggetti non sono mai questo […]. Il desiderio, funzione centrale di ogni esperienza umana, è desiderio di niente di nominabile».1

Sappiamo da Lacan che l’ordine della rappresentazione prodotto dal vuoto causativo della Cosa segue la via del significante, si installa nella dialettica della presenza e dell’assenza. Più il poeta nomina e introduce la presenza, più la parola pone la Cosa in presenza della presenza, più egli scava l’assenza. Più il desiderio del soggetto scava in direzione dell’innominabile e più fa esperienza del suo annichilimento, si trova scalzato, allontanato dal nucleo del suo proprio essere. Annichilimento che riguarda in primo luogo la parola, in quanto desiderio di nominare, di nominarsi. Ma, una volta in prossimità dell’innominabile non c’è che silenzio e ammutolimento. Per questo, come sovente si dice, la bellezza «lascia senza parole», la bellezza è innominabile.

1 J. Lacan Funzione e campo della parola e del linguaggio, in Scritti I, Einaudi, 1970, p. 278

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Pierluigi Cappello (1967-2017) Poesie scelte con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

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Una poesia «onesta» di sabiana memoria

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

È morto ieri a cinquanta anni il poeta Pierluigi Cappello, dall’età di sedici anni costretto in una sedia a rotelle per via di un incidente che gli aveva privato l’uso delle gambe, da «più di dieci anni trascorsi in una baracca del terremoto a Tricesimo, Udine, un prefabbricato donato dall’Austria al Friuli dopo l’ecatombe del 1976. Tra scatoloni, fotografie, matite, sigarette e bottiglie veniva ogni tanto un topo a farsi una passeggiata, oppure uno scroscio di pioggia dal tetto che non teneva più», scrive Maurizio Crosetta. Usava dire: «sarei diventato poeta anche senza l’incidente, anzi di più, anche meglio». «Una vita grama – scrive Crosetta -, nessuno può campare di poesia, neppure un Premio Viareggio come Pierluigi: 700 euro al mese di pensione d’invalidità, i gettoni di qualche serata di letture, un po’ di lezioni ma poche perché il suo corpo si affaticava presto, e ogni spostamento richiedeva la mobilitazione di tanti amici».

La scelta monolinguistica e monostilistica di un’elegia prosasticizzata, un monotonalismo di fondo e un lessico «povero» (le «parole povere») sono le caratteristiche di questo poeta friulano che della sua gente ha tutta l’onestà e la forza morale, la riservatezza e la laboriosità, qualità che ha saputo riversare nella propria poesia. Una poesia «onesta» di sabiana memoria, un concetto di poesia come seconda pelle, un concetto monodico e monostilistico che ha numerossissime ascendenze nel novecento italiano, quel narrare le povere cose che fanno il retro gusto della vita di tutti i giorni. Affollano questa poesia dei personaggi appena accennati (Isolina che porta un caffè, un altro personaggio che perde la testa dopo una bottiglia di Vov, uno che porta «una scatola di scarpe» etc…), persone umili della vita di tutti i giorni che compiono gesti della vita di tutti i giorni. La  musa di Cappello prediligeva il prosaico, le «parole povere» pur non essendo mai diaristica o delle «occasioni» nel senso delle «occasioni» montaliane, era però pur sempre debitore del secondo Montale, quello diaristico e occasionale, nel senso che aveva rimosso lo scetticismo del ligure e aveva applicato alla sua poesia la derubricazione del tono olimpico per rifugiarsi nella prosaicità del piccolo mondo dell’io; sotto questo aspetto debitore senz’altro della impostazione post-montaliana, almeno come si è configurata una certa linea discendente della poesia italiana dopo Montale. Un crepuscolarismo senza «neo» e senza «post», ma semplice e dimesso, dal tono caldo e colloquiale. Una lezione di misura e di profilo «basso» molto consolidata e collaudata nella poesia del secondo novecento italiano. Una poesia in «stato di quiete», per dirla con le parole di Pierluigi Cappello.

Gif Autunno

Proprio ieri, scrivevo in un commento:

caro Gino Rago,

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/01/emilia-barbato-poesie-scelte-da-capogatto-puntoacapo-2016-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-24438

lascia che ti dica che questa tua è una composizione pluristilistica, variometrica, multilessicale, multitemporale, è una composizione da vero reporter della nuova ontologia estetica, una composizione di nuovo conio oserei dire, nuovo conio rispetto a tutta la tua precedente produzione. Ciò significa che la nuova piattaforma concettuale della NOE dà dei risultati oltre le nostre aspettative e la nostra immaginazione. Abbiamo abbandonato e per sempre il post-Satura, la poesia del post-montalismo. Abbiamo aperto un nuovo indirizzo all’anagrafe tributaria della poesia italiana. Questa forma della missiva, questo dialogo tra membri della nuova ontologia estetica che va avanti a scanso degli impedimenti e della manifesta ostilità della poesia ufficiale, questa forma-missiva, sta dando dei risultati eccellenti. Finalmente in Italia si ritorna a scrivere poesia con la libertà e l’estro che la poesia italiana aveva nei primi anni dieci del novecento. E che poi ha perduto irrimediabilmente con l’avvento del cardarellismo e della poesia del neorealismo del dopo guerra.

Anche la poesia di Emilia Barbato, la nostra ospite di oggi, ospite di riguardo, è una autrice di indubbie qualità, tiene bene il discorso poetico sul piano della quantità di cose e di oggetti (come ci ha insegnato una certa scuola) ma poi quando viene il momento di cambiare registro linguistico e stilistico, ecco, dicevo, che la Barbato perde di vista l’obiettivo, è costretta ad inseguire i rivoli e i rigagnoli di quell’accumulo di cose e di oggetti venendo sospinta verso la narrativizzazione ad oltranza… proprio quando invece avrebbe bisogno di cambiare marcia, procedere per vie laterali, per lateralizzazioni del discorso, per salti temporali e spaziali…

Della poesia di Pierluigi Cappello dirò in un prossimo post. Il suo problema (ed i suoi limiti), come quello della poesia narratologica che si è fatta in Italia in questi ultimi cinquanta anni, è quello a cui si riferiva Pasolini quando pochi mesi prima del suo assassinio (siamo nel 15 gennaio 1975) confidò a Franco Di Carlo la sua volontà di ritornare a scrivere poesia secondo un modello pluristilistico e multilessicale…. quella via che poi la sua morte prematura rese impossibile. Il danno per la poesia italiana dei decenni successivi è stato incalcolabile, perché si è continuato a scrivere poesia prosastica con uno strumento espressivo monostilistico e monolinguistico, fino a giungere ai giorni nostri… come quello usato da Pierluigi Cappello… Continua a leggere

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Emilia Barbato Poesie Scelte da Capogatto (puntoacapo, 2016), con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

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«siamo in una poesia del possibile e sperimentiamo l’assenza di peso»

Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971. Laureata in Economia ha pubblicato le raccolte di poesia Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011), Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014), Capogatto (Puntoacapo, 2016) È presente in diverse antologie.

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«il cuore non devi praticarlo, ha sentieri irrimediabili, carichi di mine»

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Un aspetto che mi ha attratto verso la poesia di Emilia Barbato è questa percezione dei luoghi, il saper inserire l’esistenza, il destino dei personaggi protagonisti delle sue poesie entro le coordinate spazio-temporali; saper «chiudere» i luoghi e il tempo dell’esistenza; saper affidarsi ai cenni, agli invii, agli indizi…

In una nota esplicativa Emilia Barbato ci spiega il significato della parola “capogatto”: «L’espressione ‘far capogatto’ è impiegata in agronomia per indicare la tecnica di riproduzione delle piante a rami rigidi e inflessibili con cui si conduce un ramo della pianta madre nella terra allo scopo di utilizzare la sua capacità di emettere radici dall’apice».

Io tradurrei questo concetto di Emilia Barbato nel senso del capovolgimento, ovvero, impiegare una frase all’incontrario per ottenere un effetto insolito. Di frequente, nei suoi momenti migliori, la poesia della Barbato parte da un punto lontano per arrivare, tramite una denegazione, a quello più vicino: si ha così un fare spazio (making room) per giungere alla «parola» del suo discorso poetico.

Scrive l’autrice: «siamo in una poesia del possibile» in un «tempo che precede la lacerazione», una sorta di «inverno minore» dove

… il cuore
non devi praticarlo,
ha sentieri irrimediabili,
carichi di mine.

Siamo in uno «spazio», o meglio, nel «suo principio», dove avviene «l’espansione originaria della parola / che dimentica la sua condizione / di nucleo primordiale, la sua fragilità. / Questa entità o relazione di entità…

che è lo spazio
di una dimensione dove abbiamo respiro.
Questa sua origine di vuoto
che lentamente si occupa
che è lo spazio di una stanza
dove noi iniziamo.

Apprezzo in particolare in queste poesie l’intelligenza dell’autrice nel fornire quasi una pneumologia e una topologia dello «spazio» e del «tempo», i due attanti-agenti della malattia del nostro modo di vivere. Il mal de vivre montaliano è diventato un «male» prosasticizzato ed elasticizzato, globalizzato, a portata di tutte le tasche e di tutte le generazioni, una malattia dello spirito talmente diffusa ed invasiva che non ci facciamo più caso. È proprio di questo argomento ciò di cui parla il libro, «l’aggressiva / decadenza delle cose, delle case, dei muri, / il progressivo franare dei margini delle strade»; il franamento, la dissoluzione delle «cose» viaggia ormai ad una velocità incontrovertibile… non c’è più nulla a cui poggiarsi, non c’è alcun corrimano, nessuna certezza che duri più di un minuto, la parola diventa un «passaparola», il «vuoto» «è lo spazio di una stanza dove noi iniziamo». La poesia finisce con la parola «iniziamo», ma potrebbe essere anche il contrario, ormai l’esistenza è «un film bianco», dove «non c’è scampo», né un attimo di «tregua», nel quale «scopriamo di essere un volo parabolico», di parlare «con voce adultera», di passare il tempo a guardare film alla televisione: «Guardiamo un film in tv, uno dei pochi sopravvissuti ai canali a pagamento».

Esilaranti sono anche certe descrizioni del nostro mondo:

C’è questo studio e una troupe che gira un film per i camerini,
le luci, gli specchi, i pennelli, i rossetti, i profumi,
le parrucche, i vestiti e tutto è pervaso da una presenza
femminile assente

Qui sembra che non avvenga nulla di veramente importante, tutto appare precario e tutto è precariamente «possibile»; qui sembra di stare in un sogno come dentro la «scatola nera» della tv che emette bianchi fotogrammi in sequenza dove c’è un misterioso personaggio che

 

Si alza dalla poltrona, fruga nella madia, le mani si
spostano freneticamente, i gesti si fanno silenziosi, sequenze
mute di mani tra le tazze, un dejà vu di mani
convulse, mani che finiscono e poi riprendono, movimenti
imprecisi, come quelli di sua madre.

Sono questi i momenti nei quali la poesia di Emilia Barbato riesce indubbiamente efficace. Altro problema è quello della direzione della ricerca della Barbato, di dare uno sviluppo tematico e stilistico alla sua poesia. Prima o poi i nodi verranno al pettine. Farà la Barbato una poesia del Dopo Montale?, sarà capace di tirare le conseguenze dalla situazione della poesia italiana che giustamente è stata definita «post-montaliana»?
Leggiamo quello che scrive un critico «in posizione di terzietà», Romano Luperini:

«La centralità dell’esperienza montaliana nella nostra poesia e persino nella nostra cultura ha contribuito in modo decisivo a determinare i caratteri della poesia lirica italiana del nostro secolo, differenziandola da quella tedesca e soprattutto da quella francese (altra storia ha avuto quella inglese, più vicina alla nostra; e anche qui ha giocato la linea Eliot-Montale). Al posto di Char o di Jabès abbiamo avuto il Sereni di Gli strumenti umani o il Luzi di Nel magma o lo Zanzotto di La Beltà, o, per altra via, l’allegorismo civile di Fortini. Occorrerà attendere gli anni Settanta e Ottanta per trovare una generazione di poeti italiani – quelli della cosiddetta «parola innamorata» – che abbia cercato di ricollegarsi – con scarsi risultati, peraltro – al simbolismo francese e tedesco scavalcando mezzo secolo di storia della lirica italiana e recuperando, al di là di esso, la poetica dell’ermetismo e, ancora più indietro, D’Annunzio, il Campana «orfico» e alcuni aspetti del primissimo Montale (quello di Riviere).

E oggi? Si può parlare ancora di una centralità di Montale? La domanda, fra gli anni Cinquanta e Sessanta, sarebbe apparsa persino retorica. Montale era infatti considerato il punto d’arrivo di una linea simbolista o ermetica o metafisica, senza che spesso si distinguesse bene fra queste diverse tendenze.

Cerchiamo di rispondere muovendo in prima istanza da una constatazione persino ovvia. La centralità di Montale è intanto quella di un autore che non appare mai bloccato su un’unica linea di sviluppo e si presenta invece sempre disponibile a infinite correzioni, ripensamenti, ritorni all’indietro, contaminazioni di esperienze diverse. Senza essere mai eclettico, e anzi mantenendo sempre un timbro suo inconfondibile, Montale è in qualche modo compartecipe di tutte le tendenze fondamentali del nostro secolo: sembra avvicinarsi alla grande tradizione orfica del simbolismo e subito la controbilancia in direzione prosastica ed espressionista; condivide la cifra ardua e chiusa della poesia ermetica, ma respinge sempre la poesia pura e analogica; approda a un classicismo che intende tutelare la nobiltà e la decenza della forma e immediatamente lo interpreta in senso “modernista”; opta per un realismo basso e comico che presenta diversi punti di contatto con la ricerca delle neoavanguardie degli anni Sessanta e nello stesso tempo lo orienta verso esiti – niente affatto eversivi bensì ironicamente lucidi e citazionisti – che saranno propri delle poetiche postmoderniste.

foto Le biglie

«Si potrebbe prendere un aereo selezionando attentamente gli oggetti da portare»

Questa duttilità va messa sul conto della grande capacità di Montale di confrontarsi apertamente con la storia del suo tempo, riflettendola nella propria poesia e talora persino anticipandola. Per i suoi contemporanei essa ha costituito, soprattutto a partire da un certo momento, un problema critico aperto e persino spinoso. Dopo l’uscita di Satura, infatti, il profilo dell’ autore, e in qualche misura anche la sua stessa identità poetica, sono apparsi alterati o modificati. Le diverse, e per certi versi opposte, stroncature di Fortini e di Pasolini nascono anche dallo sconcerto di lettori che vedono deluse le loro aspettative e che non riconoscono il loro autore».1]

Ecco il punto. Io credo, e mi auguro di sbagliare (e qui condivido il parere di Romano Luperini), che oggi la poesia italiana sia ancora imbrigliata all’interno del quadro di una «poesia post-montaliana», quella narrativizzazione che resiste alla deriva prosastica, come asseriva Montale. Il problema era ed è sempre quello: come si esce da questa pendenza verso la narrativizzazione nutrita di scetticismo e di privatismo? La «nuova ontologia estetica» di cui siamo noi dell’Ombra delle Parole i propugnatori vuole tentare di uscire da questa impasse, emigrare finalmente dalla forma-poesia ereditata dal Montale della seconda serie.

1] https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/11/antonio-riccardi-poesie-scelte-da-gli-impianti-del-dovere-e-della-guerra-garzanti-2004-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23724

emilia barbato-1

Emilia Barbato

Poesie di Emilia Barbato

Quel modo di essere luoghi

Quello che dovremmo recuperare con cautela
è il nostro modo di essere luoghi,
di raccoglierci e languire riflettendo l’aggressiva
decadenza delle cose, delle case, dei muri,
il progressivo franare dei margini delle strade,
dovremmo ammettere di contenere
la popolazione stanca di una baia
e il fastidio della sua aria salmastra, la noia
dei rami, capire di essere la riva dove si ripetono
le acque tristi e la terra, la solitudine
del bastione di Spa House che resta nell’incuria
e nel romanzo di quell’uomo che amava soltanto i bambini.

Inverno minore

Il tempo che precede la lacerazione
è una bestia docile che tira
fuori la lingua in un inverno minore,
il fiato corto dei minuti condensa,
schiuma paure, il cuore
non devi praticarlo,
ha sentieri irrimediabili,
carichi di mine. Continua a leggere

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Alfredo Rienzi Scelta di poesie e una Riflessione sulla nuova ontologia estetica con una risposta di Giorgio Linguaglossa

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Alfredo Rienzi

Riassumo qui brevemente alcune caratteristiche dei linguaggi della «nuova ontologia estetica»:

“Frammento, frammentazione, de-simbolizzazione, disparizione dell’io, presenza della contraddizione, principio di contraddittorietà, principio di negazione, diplopia della identità, principio di incontraddittorietà, il paradosso, intemporalità, multitemporalità; inversioni spazio-temporali; mobilità degli investimenti linguistico-libidici; indipendenza dell’io dalla realtà esterna; il mondo esterno visto dal «tempo interno»; il «tempo interno» dell’io, il «tempo interno» delle parole; utilizzazione del punto nella orditura della sintassi, ritorno del rimosso, asse metonimico e asse metaforico…”.
(Giorgio Linguaglossa Ombra delle Parole, 29 ago 2017)

Caro Giorgio,
come sai seguo da tempo il tuo lavoro, di sentinella e di timoniere, fin dai tempi della Nuova Poesia Metafisica e di Poiesis. Ora, con interesse, ripagato come lettore con preziosi stimoli e molte sollecitazioni, seguo il dibattito sulla Nuova Ontologia Estetica.
Conosci bene anche il mio lavoro “appartato” che mi ha tenuto e mi tiene sempre poco incline a tuffarmi in correnti, scuole, manifesti e ad aderire profondamente e con costanza ad un modello stilistico o estetico (consapevolmente, almeno).
Ciò non mi impedisce, anzi, mi pare possa funzionare da lente neutra, di osservare lo sviluppo di rivoli, torrenti (e pozze e pozzanghere e paludi) nella poesia contemporanea, pur con i miei invalicati limiti di tempo e competenza. Così facendo, devo laicamente (come si usa adesso dire) confessare che alcuni dei testi più stimolanti li ho potuti cogliere in questo ambito. Dico di quelli di Steven Grieco-Rathgeb, di Mario Gabriele, degli ultimi tuoi e mi fermo qui per non fare obliante torto a nessuno. Testi nei quali mi appaiono chiari e netti molti di quegli aspetti che hai, per ultimi, didascalicamente e con (molto) ampio spettro, riassunto in uno degli ultimi articoli su L’Ombra. (Dove per altro ritrovo altri testi veramente pregevoli, come Le case di Anna Ventura, nei quali però mi pare meno netto il divario – anche contenutistico –con una poesia più lineare e perfino lirico-onirica).

Strilli Busacca è troppo tardiStrilli Lucio Ho nel cervelloNon sempre mi sono ritrovato d’accordo sulla, se ho ben compreso, sterilizzazione emozionale dei testi, ritenendo (e cercando di praticare), piuttosto, una domiciliazione distopica (anche un elenco telefonico può generare emozioni, forse anche commozione: provare per credere!).
E, ancora, le mie lotte nello svincolarmi da un dettato a fondo ritmico imparisillabico mi rendono affascinato dagli esiti di un verso libero e fratto, ma sostanzialmente incapace a praticarlo.

Mi pare un arricchimento del testo, per finire, quella mobilità linguistica e di registro stilistico nel singolo testo, perfino necessitante come sostiene un poeta appartatissimo e finissimo come il mio concittadino Franco Trinchero.
Ma veniamo allo specchio, che rimanda immagini interrogative più che assertive. Una riflessione auto-critica (quindi parzialissima) che chiede confronto. Nulla più.
Mi pare, volgendo lo sguardo ad alcuni dei miei lavori, sempre afflitti da un’ansia stilistica che mi ha finora impedito di riposare su un prodotto finito (e, un attimo dopo, credo moribondo…) che alcune o molte delle caratteristiche che citi le abbia spesso utilizzate, senza avere coscienza chiara di quanto fosse residuo epigonico neo o post-avanguardistico o quanto si ispirasse a una ricerca di un “nuovo estetico” (cui, invero, tu hai spesso accennato, senza che io ne cogliessi decentemente il senso), utilizzando ciò che ho variamente inteso come frammento, scarto temporale, inserti e lacerti metalinguistici e citazionali, ecc.. Molto è restato confinato in testi inediti o in una delle diverse produzioni minori o collaterali, ma talora è affiorato, anche nel recente Notizie dal 72° parallelo.

Più che offrire, quindi, un qualche reale contributo alla discussione sulla Nuova Ontologia Estetica, oltre queste poche righe, ti invio alcuni testi, interroganti. Non so quanto e come smarginino in o si infondano di quelle caratteristiche che eleggi a fisiognomica neo-ontologica. Sono, però, testi datati, scritti senza nessuna attuale (ri)taratura. Chiaro che non mi somministrerei mai un’emulazione scolastica, un esercizio “direzionato”, credo però che certe spore (suggestioni, influenze, appropriamenti) possano diffondersi, senza magari neanche tener conto, dello scorrere ordinato di cause ed effetti. Forse l’intera realtà in divenire somiglia più al caos spaziotemporale di certi testi della “nuova ontologia estetica” che all’ordinato racconto che ci illudiamo di governare.
Un caro saluto.
Alfredo Rienzi

Strilli Transtromer le posate d'argentoStrilli Leone
Commento-replica di Giorgio Linguaglossa

caro Alfredo Rienzi,
è interessante questa tua testimonianza, la pubblicheremo senz’altro, con le poesie annesse… Ci tengo a dirti è che la NOE non è un salotto di letterati oziosi, non è un grimaldello che può aprire tutte le serrature, nel senso che se uno non ha talento è inutile che segua le «prescrizioni» NOE. Io preferirei piuttosto parlare di «piattaforma NOE», una «Cosa» in continua evoluzione, in continuo assemblaggio. Un fatto è dirimente, da lì non si può tornare indietro: bisogna decidere di abbandonare definitivamente il novecento con i suoi annessi e connessi. Il novecento italiano e, soprattutto, gli ultimi cinquanta anni di mediocre poesia italiana devono essere posti tra parentesi.

Se si prende coscienza di questa petizione di principio, allora si capirà meglio quello che i naviganti NOE stanno dicendo e facendo; se non si prende coscienza di questo «fatto», allora è inutile seguire i «precetti», anche perché di «precetti» validi per tutti non ce ne sono nella «nuova ontologia estetica»; quello che nella NOE invece c’è, è un nuovo modo di essere in poesia, è una rivoluzione copernicana rispetto alla poesia italiana degli ultimi cinquanta anni, tutta minoritaria (in Europa). Mi spiace dover essere così categorico, davvero, credimi, mi spiace dover irritare i letterati spocchiosi che scrivono «poesie» oggi in Italia, ma questa è la pre-condizione per accedere alla «piattaforma NOE» e pensare di scrivere come del resto scrivono i maggiori poeti europei di queste ultime decadi, quei poeti europei che abbiamo pubblicato nell’Ombra delle Parole…

Non ti nascondo che nutro qualche perplessità sulle poesie da te proposte, tranne la prima composizione, esse non lasciano presagire una nuova direzione di ricerca, che invece era presente nel tuo ultimo libro Notizie dal 72° parallelo (Joker, 2016), come mai? Tranne la prima, che prosegue il tracciato stilistico del tuo ultimo libro, le altre sono delle scritture diligentemente assemblate ma che non fuoriescono dalla cortina di nebbia della letteratura poetica oggi in vigore in Italia. Il problema, credo, è nello «sguardo», nelle poesie qui di seguito postate lo «sguardo» è frontale, cosa che produce «accecamento» della vista.

Strilli Linguaglossa Tre finestreStrilli RagoScrive sul tema Lucio Mayoor Tosi:

A proposito del guardare «di sbieco» [della poesia di Donatella Costantina Giancaspero]:
Ho notato che nei sogni non esiste prospettiva, o meglio non esiste la nostra partecipazione alla profondità prospettica. Se ad esempio in un sogno ci trovassimo nel mezzo di una strada trafficata, non vedremmo le cose mutare camminando ma assisteremmo solo al cambio di immagini, cose e persone. Qualsiasi azione vorremmo compiere ci metterebbe a disagio, anche parlare. Al primo gesto cosciente che vorremmo compiere è assai probabile che ci sveglieremmo.
In effetti, anche nella realtà di tutti i giorni noi non percepiamo altro che la mutazione delle immagini; è come se non avessimo una percezione naturale della prospettiva, tanto meno della profondità e della lontananza.

Va ricordato che la prospettiva geometrica è stata inventata agli inizi del Rinascimento, quando ancora poche persone sapevano cosa fosse. Per molti si trattò di una specie di risveglio, un vero cambio di mentalità. Ma anche oggi, se viaggiando in automobile lungo l’autostrada fossimo coscienti di percorrere lo spazio in prospettiva, è probabile che andremmo a sbattere: sarebbe come assistere a quelle riprese televisive nelle gare di motociclismo o di Formula 1, dove la telecamera è montata sul veicolo. Tanto emozionanti.
Quello che ho scritto era nelle mie note di qualche giorno fa. Penso inoltre che ci sia un collegamento tra prospettiva (rinascimentale) e scrittura lineare. La scrittura lineare svolge lo stesso artifizio: è prospettica. Quindi sul piano della pura percezione, falsa. Il Rinascimento, al pari con il Barocco, è la base fondante della cultura e della mentalità italiana.
La NOE stabilisce altri criteri di percezione, spesso simili agli stacchi cinematografici. Trovo che questa modalità sia vicina alla percezione naturale di tutte le persone. Continua a leggere

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Mariella Colonna, POESIE SCELTE – Il tempo della rosa, Evelyn e il signor K si amano, Quando Evelyn fuggì, Gabriel da ieri è a Parigi, Commenti di Giorgio Linguaglossa, Gino Rago

 

foto volto con mano

Mariella Colonna.  Sperimentate le forme plastiche e del colore (pittura, creta, disegno), come scrittrice ha esordito con la raccolta  di poesie Un sasso nell’acqua. Nel 1989 ha vinto il “Premio Italia RAI” con la commedia radiofonica Un contrabbasso in cerca d’amore, musica di Franco Petracchi (con Lucia Poli e Gastone Moschin). Radiodrammi trasmessi da RAI 1: La farfalla azzurra, Quindici parole per un coltello e Il tempo di una stella. Per il IV centenario Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina è stata coautrice del testo teatrale La follia di Giovanni (Premio Nazionale “Teatro Sacro a confronto” a Lucca), realizzato e trasmesso da RAI 3 nel 1986 come inchiesta televisiva (regia di Alfredo di Laura). Coautrice del testo e video Costellazioni, gioco dei racconti infiniti in parole e immagini (Ed.Armando/Ist.Luce) presentato, tra gli altri, da Mauro Laeng e Giampiero Gamaleri a Bologna nella Tavola Rotonda “Un nuova editoria per la civiltà del video” ha pubblicato, nella collana “Città immateriale ”Ed.Marcon, Fuga dal Paradiso. Immagine e comunicazione nella Città del futuro (corredato dalle sequenze dell’omonimo film di E. Pasculli), presentato nel 1991 a Bologna da Cesare Stevan e Sebastiano Maffettone nella tavola rotonda sul tema “Verso la città immateriale: nell’era telematica nuovi scenari per la comunicazione”. Nel 2008 ha pubblicato Guerrigliera del sole nella collana “I libri di Emil”, ediz. Odoya. Nell’ottobre 2010 ha pubblicato, con la casa editrice Albatros Dove Dio ci nasconde.  Nel febbraio 2011 ha pubblicato, presso la casa editrice. Guida di Napoli Due cuori per una Regina / una storia nella Storia, opera scritta insieme al marito Mario Colonna. Un suo racconto intitolato Giallo colore dell’anima è stato pubblicato di recente dall’editore  Giulio Perrone nell’Antologia Ero una crepa nel muro; nel 2013 ha pubblicato L’innocenza del mare, Europa edizioni; nel 2014; Paradiso vuol dire giardino, ed Simple; nel 2016 coautrice con il marito, pubblica Mary Mary, La vita in una favola.

foto cry me a river 

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa: La Nuova poesia ontologica di Mariella Colonna

Nella poesia di Mariella Colonna si verifica lo spostamento del baricentro narrativo, dal tempo cronologico, (fondato sul presente, sull’«hic et nunc», assunto come unica realtà), ai tempi simultanei e compossibili. Si tratta di una scelta non da poco, per un duplice motivo. In primo luogo, per l’intrinseca labilità che sembra avere questa dimensione compossibile del presente, dove coesistono immagini e locuzioni che usiamo tutti i giorni quando parliamo del presente, dicendo usualmente che esso “passa”, “scorre”, “fugge” o, addirittura, “vola”; in primo luogo, il presente nella poesia di Mariella Colonna in realtà non esiste se non come compossibilità; in secondo luogo,  per la difficoltà che il pensiero filosofico e scientifico ha di confrontarsi con l’esperienza fenomenologica dell’immediato e con l’affermazione della «presenza».

Giorgio Linguaglossa
25 agosto 2017 alle 15.03

Cara Mariella,
leggevo questi tuoi versi:

Evelyn, personaggio di Mario Gabriele
adesso entra nella mia poesia
“perché” dice “non è opportuno
che una signorina resti sola nella poesia di un uomo…

E poi questi altri che rivelano una forza fantastica straordinaria:

“Mario ci ha presentate
nella sua ultima creazione poetica, ricorda?”
“Sì, certo! È un vero piacere, Evelyn, io sono Mary”
“Grazie… però senti… preferivo entrare
in quella poesia di Giorgio Linguaglossa
dalla finestra aperta… quella poesia
Mi piace di più della tua… e poi
questa volta voglio essere io il corvo!”

Qui di straordinario c’è che tu «confondi» personaggi reali (io, Mario, tu) con i personaggi delle loro poesie (Evelyn, Miss Swedenborg, il «corvo» Marilyn), con certe situazioni che si trovano in altre poesie («la finestra aperta»), a generare un senso di comunanza fratellanza e anche di coappartenenza, tu prendi tutto da tutti perché hai una dote rarissima: quella di non pavoneggiarti mai nel narcisismo dell’io e nella sostenutezza dei poeti letterati i quali sono notoriamente stitici ed alieni dall’ammirare le opere altrui. Tu, invece, hai questa dimestichezza con la leggerezza e un altruismo che ti rende poeta unica. Nella tua poesia c’è aria di libertà, una sfrenata libertà, la leggerezza della ingenuità (solo i veri ingegni sono ingenui!), c’è quella ironia che non vuole canzonare nessuno, che non si ammanta di un’aria di superiorità ma che vuole accompagnare il teatro del mondo con tutte le sue commedie, risibili, grottesche e tragiche…

«Evelyn», il personaggio di una poesia di Mario Gabriele,  è una megera, una giocatrice di tarocchi, abile nel gioco dei bari, abile nel gioco delle carte, «il Signor K.» è un personaggio di una mia poesia, è nientemeno che il diavolo in persona, quindi sono due «tarocchi», due mascalzoni che passano il tempo a brigare e a turlupinare gli altri commedianti della Commedia umana; anche il «corvo» è un’altra personificazione del Signor K., quindi è il diavolo in persona che si affaccia alla finestra e bussa con il becco educatamente sul vetro della finestra per poter entrare nell’appartamento. Insomma, sta di fatto che in questa poesia, come in tutte le altre tue, c’è una gran confusione: il mare si agita «con onde fino a tre metri»; e qui interviene sulla scena «Odette», la quale, da intelligente prosseneta, fa entrare «la giovane donna» «dalla finestra del corvo». Insomma, qui il lettore avrà capito che si sta in un mondo dove tutti gli eventi (reali e immaginari) risultano compossibili e partecipano ad un gran ballo in maschera, il ballo in maschera della «nuova ontologia estetica» la quale non contempla separazione di eventi: di qua il reale, di là l’immaginario, e di là il simbolico; di qua un poeta, di là un altro… tutti in rispettabili compartimenti stagni. Ecco, tutto ciò non corrisponde al vero, Mariella Colonna ha appreso subito il segreto dell’arte del mestiere: tutto comunica con tutto, ergo il poeta dovrà fare di tutto a rendere possibile che questo avvenga in piena libertà. E poi, addirittura, c’è un passo dove avvengono le presentazioni tra i vari personaggi usciti dalla fantasia di altri poeti che si incontrano e si fanno i salamelecchi, proprio come avviene nella vita di tutti i giorni, dove il falso si confonde con il vero e il posticcio con l’originale… se Mario Gabriele è un maestro nel gioco dei tarocchi (s’intende della poesia), è abile nel tenere segreto il segreto e nel propalarlo mediante argomentazioni paradossali e le metonimie. La sua è una poesia che ama il paradosso, anche Mariella Colonna è una ammaestratrice di serpenti, una pifferaia di flauti magici, lei ama giocare con i paradossi e le metonimie alla sua maniera, indisciplinata e frivola. Nella sua allegrezza senza scopo, ha preso in parola il motto dell’estetica di Kant secondo la quale l’arte è «finalità senza scopo».

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Gino Rago, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Commento di Gino Rago

Dichiaro la mia gratitudine verso Costantina Donatella Giancaspero per l’arricchente occasione di ascolto delle meditazioni di Massimo Donà sulla aporia del tempo, sulla sua non abitabilità, sulla necessità di frammentarlo, sul suo lungo indugiare sull’idea agostiniana di passato – futuro – presente. Dunque, parola e tempo, poesia e tempo s’intrecciano inestricabilmente, come del resto L’Ombra delle Parole sta sostenendo fin dalla sua apparizione problematica e stimolante nel panorama della nostra letteratura. Anzi, lo stesso Giorgio Linguaglossa, ha collocato proprio il tempo al centro di quella sua folgorante intuizione ormai nota come «Spazio Espressivo Integrale», sulla cui importanza, anche nel campo degli esercizi di critica letteraria, mi sono sempre – fin dalla interpretazione della linguaglossiana “Preghiera per un’ombra” nel Laboratorio di Poesia – con entusiasmo espresso.

Ma non posso tacere su quell’idea di Massimo Donà, idea che mi ha fatto sobbalzare per la sua franca verità che contiene, secondo cui “I libri esistono per non essere letti perché i libri sono soprattutto una esigenza di chi li scrive… Poi si può verificare anche il miracolo che qualcuno li legga…”. Che aggiungere.

Trovo poi strepitoso per verità e pathos il commento di Mariella Colonna soprattutto in quel passaggio sull’analogia tra il crollo e lo sfarinamento dell’intero universo troiano e l’incenerimento quotidiano di questo nostro mondo che, così com’è, ci è toccato in sorte…Ma, e questo passaggio di Mariella Colonna lo trovo carico di rivelazioni, sopra di noi “splendono le stesse stelle che splendevano nel cielo sopra Omero…”. Bellissimo.

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Mariella Colonna, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Poesie di Mariella Colonna

Il tempo della rosa

“Non vorrai scherzare col fuoco?” mi hai detto.

I quattro angoli della stanza
si unirono a quattro stelle
dell’Orsa Maggiore. Intorno tutto
prese una nuova posizione. I piatti
a tavola giravano velocissimi su se stessi
pronti a raggiungere la nostra base spaziale.

Il mio e il tuo “io”
disposti sugli assi cartesiani
della nuova dimensione nata
dai nostri pensieri in croce,
proprio nel punto zero.
Follia creativa
della luce”!
Volevamo cambiare il corso del tempo.
Sostituire agli attimi
le farfalle dei pensieri
e riempire lo spazio con il canto degli uccelli
per raggiungere la dimensione del volo
quando all’improvviso fiorisce
una rosa perfetta.
Si mette tra noi e lo spazio
tra noi e il tempo
tra te e me.

Quel fiore splendido, prepotente
aggressivo, quella regina di Bellezza
prende possesso della tua mente.

A me resta soltanto
la silenziosa carezza
del nulla,
ma dal nulla fiorisce l’universo.

Il nulla
è una rosa. Continua a leggere

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Adeodato Piazza Nicolai:  Toche de segne sognade,  A dialogà con l’autro ego – Poemi scritti in ladino – traduzione a cura dell’autore, con alcuni Pensieri di Giorgio Linguaglossa

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Adeodato Piazza Nicolai è nato nel 1944 a Vigo di Cadore (BL). Poeta, traduttore e saggista,nel ’59 è emigrato negli Stati Univi, vicino a Chicago dove ha frequentato il liceo e si è laureato nel ’69 dal Wabash College (Indiana). Ha lavorato per la “Inland Steel Company” per 30 anni. Nel 1989 ha ottenuto il Master of Arts dall’Università di Chicago in lingua e letteratura italiana. Ha iniziato a scrivere poesie nella sua lingua ladina nel ’59 per non perdere le radici linguistiche e culturali. Ha pubblicato 4 volumi di poesie in inglese, ladino e italiano. Del Piazza Nicolai il prof. Glauco Cambon ha presentato alcune poesie ladine su  Forum Italicum. (1987). Rebecca West  ha scritto l’introduzione al volume La doppia finzione (1988) e la poetessa Giulia Niccolai ha scritto la prefazione al volume Diario Ladin (2000). Le sue traduzioni di poeti “dialettali” sono apparsi  sulle antologie  Via Terra: An Anthology of Contemporary Italian Dialect Poetry (Legas, 2000) e Dialect Poetry of Northern and Central Italy (Legas, 2001). In inglese ha tradotto vari poeti italiani, Donatella Bisutti, Eugenio Montale, Silvio Ramat, Cesare Ruffato, Milo de Angelis, Arnold de Voss, Mia Lecomte, Luigina Bigon, Marilla Battilana etc. e dall’inglese all’italiano Adrienne Rich, Erica Jong, Luigi Ballerini, Luigi Fontanella, Peter Carravetta, Liz Waldner, W. S. Merwin, Mark Strand, ecc. Finaziariamente assistito dalla N.I.A.F, (The National Italian American Foundation) ha tradotto e curato l’antologia Nove poetesse afro-americane (Vanilia Editrice, 2012). Nel 2014 è apparso sulla antologia Poets of the Italian Diaspora (“Poeti italiani della diaspora”) pubblicata dalla Fordham University Press di New York – insieme ad Alfredo de Palchi il Piazza Nicolai è il secondo poeta della regione veneta inserito in quella prestigiosa antologia. È membro del Comitato Scientifico dell’Istituto Culturale della Comunità dei Ladini Storici delle Dolomiti Bellunesi e nell’autunno del 2017 sarà direttore della “Accademiuta Ladina de l’Oltrepiave”. Di prossima pubblicazione L’Apocalisse e altre stagioni e Quatro àne de poesie ladine.

Strilli LinguaglossaStrilli GabrieleAlcuni pensieri di Giorgio Linguaglossa

 L’«Evento» è quella «Presenza»
che non si confonde mai con l’essere-presente,
con un darsi in carne ed ossa.
È un manifestarsi che letteralmente sorprende, scuote l’io,
o, sarebbe forse meglio dire, lo coglie a tergo, a tradimento

Il soggetto è scomparso, ma non l’io poetico che non se ne è accorto,
e continua a dirigere il traffico segnaletico del discorso poetico

La parola è una entità che ha la stessa tessitura che ha la «stoffa» del tempo

La costellazione di una serie di eventi significativi costituisce lo spazio-mondo

Con il primo piano si dilata lo spazio,
con il rallentatore si dilata e si rallenta il tempo

Con la metafora si riscalda la materia linguistica,
con la metonimia la si raffredda

Nell’era della mediocrazia ciò che assume forma di messaggio viene riconvertito in informazione, la quale per sua essenza è precaria, dura in vita fin quando non viene sostituita da un’altra informazione. Il messaggio diventa informazionale e ogni forma di scrittura assume lo status dell’informazione quale suo modello e regolo unico e totale. Anche i discorsi artistici, normalizzati in messaggi, vengono  silenziati e sostituiti con «nuovi» messaggi informazionali. Oggi si ricevono le notizie in quella sorta di videocitofono qual è diventato internet a misura del televisore. Il pensiero viene chirurgicamente estromesso dai luoghi dove si fabbrica l’informazione della post-massa mediatica. L’informazione abolisce il tempo e lo sostituisce con se stessa.

È proprio questo uno dei punti nevralgici di distinguibilità della «nuova ontologia estetica»: il tempo non si azzera mai e la storia non può mai ricominciare dal principio, questa è una visione «estatica» e normalizzata; bisogna invece spezzare il tempo, introdurre delle rotture, delle distanze, sostare nella Jetztzeit, il «tempo-ora», spostare, lateralizzare i tempi, moltiplicare i registri linguistici, diversificare i piani del discorso poetico, temporalizzare lo spazio e spazializzare il tempo…

Ovviamente, ciascuno ha il diritto di pensare l’ordine unidirezionale del discorso poetico come l’unico ordine e il migliore, obietto soltanto che la nostra (della nuova ontologia estetica) visione del fare poetico implica il principio opposto: una poesia incentrata sulla molteplicità dei «tempi», sul «tempo interno» delle parole, delle «linee interne» delle parole, del soggetto e dell’oggetto, sul «tempo» del metro a-metrico, delle temporalità non-lineari ma curve, confliggenti, degli spazi temporalizzati, delle temporalisation, delle spazializzazioni temporali; una poesia incentrata sulle lateralizzazioni del discorso poetico. Ma qui siamo in una diversa ontologia estetica, in un altro sistema solare che obbedisce ad altre leggi. Leggi forse precarie, instabili, deboli, che non sono più in correlazione con alcuna «verità», ormai disabitata e resa «precaria».

La verità, diceva Nietzsche, è diventata «precaria».

L’uomo, ha detto una volta Nietzsche, rotola via dal centro verso la X. Si allontana dal proprio luogo certo, verso un luogo incerto, un’incognita. Possiamo tentare di indicare, descrivere, raccontare questa incognita? Forse sì, Adeodato Piazza Nicolai percorre il sentiero contrario: ritorna indietro alla sua lingua primigenia, il ladino. E con essa disegna la cornice del «centro». Ascoltiamolo.

Adeodato Piazza Nicolai VIGO NOTTURNA, SULLA TERRAZZA 19-8-2017

Adeodato Piazza Nicolai, Vigo notturna, agosto 2017

Adeodato Piazza Nicolai

Toche de segne sognade

L cianpanil bate le cuatro de nuote,
su par la Riva dela Madona
tre lanpioi somea navi spathiali
sorprese sora la tera a fei da spia.
La fontana sul fianco de la piatha
cianta le vecie litanie
de pì de thento àne fa. Sospesa
tel tenpo-spathio na pena se bete a scrive
come n robot.
Chi ese che sporca la pagina bianca,
na testa piena de malinconia
e de memorie? No sei neanche
l motivo che pende la mente a bete do segne,
probabilmente toche de sogne che vien a gala:
la prima morosa, na stela alpina,
le poesie de Luigina
Vito che camina con Birba tel Bosco dei Sogne
me mare che sea
me pare che giusta na roda del careto
la luna che sbraita fin a bonora, na thuìta
ancora ndormenthada, na man
che masena parole tel nuia …

(Vigo di Cadore, 8 agosto, ore 5,05)

Pezzi di segni sognati

Il campanile batte le quattro di notte,
su verso la Riva della Madonna
tre lampioni sembrano navi spaziali
sorprese sopra la terra a fare le spie.
La fontana sul fianco della piazza
canta le vecchie litanie
di oltre cento anni fa. Sospesa
nel tempo-spazio una penna si mette a scrivere
come un robot.
Chi è che sfora la pagina bianca,
una testa piena di malinconia
e di memorie? Non so neppure
il motivo che spinge la mente e buttare giù segni
probabilmente pezzi di sogni che vengono a galla:
la prima morosa, una stella alpina
Vito che cammina con Birba nel Parco dei Sogni
mia madre che sfalcia
mio padre che aggiusta la ruota del carretto
la luna che sbraita fino al mattino
una civetta mezzo addormentata, la mano
che macina parole nel nulla …

(Adeodato Piazza Nicolai)

A dialogà con l’autro ego

Se l parla dighe che l tase.
François Villon.

I, Prima parte
1.
I vecie ciapaa l’alloro par sbrigà
scartofie sula Via dele Colline
come i so pare assasine. I corea
davoi ale parole come fumo te la
testa, i vuore che sonaa la chitrarra
col vento. Daspò i se desmenteaa
de quasi duto chel che restaa; i se
perdea via a dugà ala briscola te
calche bar e i ruaa cioche a ciasa
par fei barufa co le so femene, èle
senpre davoi a fei sarvise, laurà
tei cianpe e te le vare. Cassù
i omis laoraa puoco e beea tanto.

2.
Camino dò verso la Piave che brontolea
come ncathada fora de ogni mesura.
La core verso la pianura par portà aga
ai contadin che à tanto bisuoi. Vado te le onde
tra le père, vardo calche ramo seco e spacou
n medo ala Piave. Nessun cà pesca na trota.
Se vede massa scoathe biciade te l’aga
e, porca miseria, no son neanche bon de noà.

3.
Adés vado a ciasa, é ora de dì a magnà
par medodì. Daspò dute laora tei bosche
i cianpe, le vare: se thapa par giavà su
patate, se sea par parecià fien par le vacie
e le fede. De sera dugòn al balon ntorno
al cianpanil e daspò ntin se va a dormì.
Doman bonora se va a scola par inparà
a scrive ‘talian e anche parlà ladin cadorin.
‘Nparon anche aritmetica e caligrafia;
se torna a ciasa de nuou par fei le solite
robe: lethion e dì a laurà come senpre.
Se à puoco tenpo par ciatàse morose …

4.
Paès de montagna sentha cultura,
ben puoca arte e puoca storia; chela
locale l’é te le ciese sui quatro mure
dipinte dai nostre artiste spethiali.
La dente li vede qualche i va a messa
durante la domenia e daspò basta.
I vilegiante se ‘nteressa n’tin de pì de
de le robe prethiose cassù tel Cadore.
L nostro pioan predica despès de fei
i brae durante la stemana, de no bestemià
o fei àte ‘npure senò bisogna di subito
a confesàse …

5.
Ca da noi solo i none e le none fa i
babysitter, ‘nsegna ai pupe i vecie
ideali, calche proverbio e modo de dì
come che i vuore disea alora. Bisogna
scoltà chel che i disea senò se
perdea le nostre radis e le tradithion.

Na pianta sentha radìs no l’é bona de stà
su dreta, e prima o dopo la toma par tera.
Me recordo che cuanche i bocie ciapàa
na malatia era le none che savea curai.
Deone puoco a vede l dotor: bisognàa
sta tanto mal prima de di te farmacia
e l farmacista pì o manco savea come
bètene a posto de nuou.

6.
Ca massa dovin de l’Oltrepiave
va a l’estero par laurà—tel Belgio
Olanda, Francia Germania o te
le Americhe e lassà a ciasa le
soe fameie. Se i é fortunade i manda
i schei a ciasa ma tante torna davoi
pì puarete de cuanche i era partide
parché l destin l’é conpai pardute:
sea i bone che i cative …

7.
Anche iò ei fato l migrante visin
a Chicago, a Hammond, adotou
da barba Tonin che fardel de me
mare Marcela. Partiu da Vigo tel ’59
son stou lavia par pì de 40 ane.
Ei patiu rathismo e l’anti-italianismo
par tante àne in America.
Me son maridou tel ’66 e avon fato
doi fioi, cressude par ben. Tel 2000
son tornou a Vigo par podè scoltà
le nostre cianpane, la nostra dente
e caminà tei nostre bosche incantade.
Ala fin vuoi ése sepolto tel thimitero
sul Col Baiùs.

Dialogare con l’alter ego

Se parla, digli che chiuda il becco.”
François Villon

Parte prima

1.
I vecchi portavano l’alloro per scartare
rifiuti sulla Via delle Colline come
i loro padri/padroni assassini. Seguivano
parole come fumo nel cervello,
loro che suonavano la chitarra
insieme al vento. Dopo dimenticavano
quasi tutto il resto; si distraevano
col gioco della briscola in qualche bar,
arrivavano a casa ubriachi e barruffavano
con le mogli quando loro facevano tutti
i lavori in casa e fuori: nei campi e nei prati.
Da noi gli uomini lavoravano poco e
bevevano tanto.

2.
Cammino verso il Piave che brontola
come fosse incazzato fuori misura.
Corre verso la pianura per dare acqua
ai contadini bisognosi. Vado a sguazzare
fra i sassi, vedo dei rami secchi spaccati
in mezzo alle onde. Nessuno qui pesca
le trote. Troppe immondizie nel fiume
e, porca miseria, non so neppure nuotare.

3.
Adesso vado a casa, ora di mangiare,
è mezzodì. Dopo, tutti lavorano nei boschi
campi, e prati: falciano erba per vacche
e capre. Di sera giochiamo al pallone intorno
al campanile e poco dopo andiamo a dormire.
Domani presto andremo a scuola per dis-
imparare italiano e non parlare ladin-cadorino.
Memorizziamo aritmetica e calligrafia
ritornando a casa di nuovo per fare i soliti
mestieri: lezioni e lavoro come sempre.
C’è poco tempo per ricordare la fidanzata …

4.
Paesi di montagna senza cultura,
scarsa l’arte, poca la storia; quella
sul posto stà nelle chiese sui muri
dipinti da qualche artista locale.
La gente li vede quando va a messa
per la domenica e dopo basta.
I villeggianti s’interessano più
delle cose preziose del Cadore.
Il nostro pievano predica spesso
di fare i bravi durante la settimana
e non bestemmiare altrimenti
bisogna andare subito a sconfessare …

5.
Da noi soltanto i nonni e le nonne fanno
i babysitter, insegnano ai piccoli gli antichi
ideali, qualche proverbio e modo di dire
come allora sapevano fare. Bisognava

ascoltarli quando parlavano altrimenti
si perdono radici e tradizioni. Un albero
senza rizomi non è capace di stare
dritto e prima o dopo cadrà per terra.
Ricordo che quando noi bocie prendevamo
una malattia i nonni sapevano come curarci.
Correvamo poco dal dottore: dovevamo sentire
tanto dolore prima di visitare la farmacia
dove il farmacista sapeva più o meno come
metterci a posto di nuovo.

6.
Qui troppi giovani dell’Oltrepiave emigrano
all’estero per lavorare: in belgio, olanda
francia, germania, australia, le americhe
lasciando indietro le loro famiglie.
Se fortunati spedivano dei soldi a casa
ma tanti ritornavano più poveri di quando
erano partiti dal paese poiché il destino
è spesso uguale per tutti: buoni e cattivi …

7.
Anch’io sono stato emigrante vicino
a Chicago, a Hammond, adottato da
barba Toni, fratello di mia madre.
Lasciato Vigo nel ’59 sono rimasto
in America per 40 anni. Sofferto
razzismo e anti-italianismo per tanto
tempo. Sposato nel ’66 sono nati due
figli cresciuti bene. Nel 2000 ritornai
a Vigo di Cadore per risentire
le campane, la nostra gente
e passeggiare nwei boschi quasi
addormentati e dimenticati.

Alla fine vorrei essere sepolto nel cimitero
sul Col Baiùs.

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Luigina Bigon POESIE INEDITE – Notturno londinese e altre poesie – Traduzioni e un Appunto cura di Adeodato Piazza Nicolai

Gif Sfera iridescente

Luigina Bigon è nata a Padova, dove risiede. La sua professione si è svolta nell’ambito dell’Alta Moda. Sue creazioni sono esposte nella Saletta Egizia del Museo della calzatura femminile ROSSIMODA di Stra (VE) vedi Europena a Collections e Luigina Bigon – Google Arts & Culture. Dal 1980 fa parte del Gruppo letterario Formica Nera partecipando alle molteplici antologie e quaderni di poesia del Gruppo. Nel 1989 è stata cofondatrice del Gruppo poeti Ucai di Padova e curatrice delle Antologie poetiche del Gruppo. Ha ideato e curato la collana di aa.vv. “… in versi” realizzando le antologie Camminando… in versi; Gelato… in versi e Occhiali… in versi. Ha pubblicato le sillogi: Barattare Sogni; Lucenèra; i poemetti Cercando ‘O’ e Diacronicità, con traduzione in inglese di Adeodato Piazza Nicolai. Promotrice e curatrice di Vajont – Padova e i suoi artisti, tradotta da A. P. Nicolai. Sue liriche sono state tradotte e pubblicate nelle riviste newyorkesi “Chelsea”, “Gradiva”, Foro “Italicum” e altre italiane tra cui “Scorpione Letterario” voluta da Alfredo De Palchi e curato da Antonia Arslan. In cantiere la stampa di Ologrammi londinesi e altri paesi e Poesie scelte (titolo provvisorio).

Gif ballerina

Un Appunto di Adeodato Piazza Nicolai

Fin dal primo volume di poesie, Barattare Sogni (1989), Luigina Bigon aveva dato inizio alle sue sperimentazioni linguistiche in accordo con la tradizione del secondo novecento per trovare in questi ultimi anni una evoluzione significativa verso una dizione icastica ed essenziale. Nei volumi più recenti – Cercando “O” (2001) e Diacronicità (2009)- alcuni critici hanno trovato delle “influenze” presenti nella poesia statunitense, anche se la poetessa aveva visitato gli Stati Uniti anni dopo la scrittura di quei testi. Per la Bigon l’oggettivo correlativo di T.S. Eliot ha lasciato spazio a una poesia del concreto vissuto. Attualmente, mostra interesse per le poetiche della «nuova ontologia estetica», con tutte le sue complessità e possibilità stilistiche. Però, Notturno londinese è un chiaro esempio di poesia olistica, mentre le poesie più recenti spaziano altre e nuove tematiche ed orizzonti, in una prospettiva che lascia il lettore pieno di interrogativi sull’esistenza.
Ci sono diversi livelli di percezione, ai quali un poeta può attingere per descrivere qualunque soggetto, ivi compresi i luoghi fisici. Ma una capacità tutta particolare che con questa lirica Luigina Bigon dimostra di avere e padroneggiare, è quella di far emergere dal luogo scelto, grazie alla propria sensibilità e al proprio mestiere, immagini stranianti impiegando un registro basso e colloquiale. È una capacità non comune, una di quelle che fanno la differenza tra chi è poeta e chi “semplicemente scrive per esprimere se stesso” e che ha bisogno, per essere efficace di venir dosata con equilibrio all’interno del testo; qualità che, in Notturno londinese, Luigina Bigon dimostra di possedere e saper usare a modo.
La Londra che Luigina Bigon ci descrive (o ci ricostruisce), dunque, è allora in sintonia con il degrado della società che la abita; ed entra talmente in collisione con la sua sensibilità da costringerla a ripiegarsi, alla fine, in se stessa. E se la poesia – come ogni forma d’arte – si crea per contrasti, questo scontro di “normali” istantanee e di versi in qualche modo surreali crea una lirica a suo modo perfettamente calibrata.

luigina bigon

Luigina Bigon

Notturno londinese

Questa notte Londra è più lugubre del solito
con quei suoi angeli neri,
li ho visti volare dappertutto
poi scendere con il paracadute.
Le sirene gridano lungo le corsie di sinistra
le auto saltano sui corpi morti degli sbirri,
un ton-ton che sferra l’asfalto
e lo ingrigisce più delle catene.
È un labbro opaco che si sporge
una carezza di corvo l’ala
un gracchio di rana il canto.
Le auto roteano incurvandosi
insieme alle bow windows vittoriane
un barocco quasi quasi cimiteriale
con i giardinetti pieni di sterpi
e cose vecchie. Londra dei gentelmen
riposa sontuosa intorno a Piccadilly Circus
là dove tutto è massimo fulgore, ma qui
in questo quartiere riposa il terzo mondo
che ancora sorride e fa pena.
Chissà dov’è la verità, forse a Brixton
insieme agli afro così poveri, ricchi di dignità.
Anche la mano si è fatta nera, fa paura.
La testa si sgretola come un vaso di cotto
il corpo si ritrae istintivamente.
La notte è lunga.

London by night

London this night is darker than usual
with its black angels,
I saw them fly everywhere
then come down with parachutes.
Sirens scream along the left sides of the streets
autos run on the bodies of cops.
A tom-tom shattering the asphalt
turning it far more grey than chains.
It is a dakened lip hanging out
a blackbird’s caress, a wing,
a frog crying its song.
Cars run around infolding on themselves
like Victorian bow windows
a baroque almost like a cemetery
with gardens full of twisted grasses
and discarded stuff. The London of gentlemen
sumptuously hanging about Piccadilly Circus
where all is at maximum splendour, but here
in this part of the city sleeps the third world
that still smiles, causing pain.
Who knows where the truth lies, maybe in Brixton
together with Afros so poor, enriched by their dignity.
Even the hand turns to black, causing fear.
The head breaks into pieces like a ceramic vase
the body withdrawing by instinct.
The night is long. Continua a leggere

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Paolo Valesio STORIE DEL TESTIMONE E DELL’IDIOTA (poesie inedite) con una interpretazione di Giorgio Linguaglossa

 

foto Le biglie [Paolo Valesio nasce nel 1939 a Bologna. É Giuseppe Ungaretti Professor Emeritus in Italian Literature all’Università di Columbia a New York e presidente del “Centro Studi Sara Valesio” a Bologna. Oltre a libri di critica letteraria e di critica narrativa, a numerosi saggi in riviste e volume collettivi, e a vari articoli in periodici, ha pubblicato: Prose in poesia, 1979, La rosa verde, 1987, Dialogo del falco e dell’avvoltoio, 1987, Le isole del lago, 1990, La campagna dell’Ottantasette, 1990, Analogia del mondo, 1992, Nightchant, 1995, Sonetos profanos y sacros, 1996, Avventure dell’Uomo e del Figlio, 1996, Anniversari, 1999, Piazza delle preghiere massacrate, 1999, Dardi 2000, Every Afternoon Can Make the World Stand Still /Ogni meriggio può arrestare il mondo, 2002, Volano in cento, 2002, Il cuore del girasole, 2006, Il volto quasi umano, 2009 e La mezzanotte di Spoleto, 2013. È autore di due romanzi: L’ospedale di Manhattan, 1978, e Il regno doloroso, 1983; di racconti: S’incontrano gli amanti, 1993; di una novella, Tradimenti, 1994, e di un poema drammatico, Figlio dell’Uomo a Corcovado, rappresentato a San Miniato nel 1993 e a Salerno nel 1997]

Premessa di  Paolo Valesio

  Approfitto della generosa ospitalità per presentare una breve sequenza di poesie tratte da una delle mie raccolte inedite (quella più vicina al completamento), il cui titolo per il momento è Esploratrici solitarie. Non è certo insolito il fenomeno per cui uno scrittore evoca l’apparizione improvvisa, fuori di ogni sua volontà e calcolo, di uno o più personaggi già essenzialmente formati. (È vero che queste apparizioni hanno luogo prevalentemente nei momenti genetici di opere narrative e teatrali —ma forse ciò accade perché l’idea del personaggio ha senso soprattutto in quei generi letterari; d’altra parte, per me come per altri poeti, una raccolta di versi comincia a prendere forma accettabile solo quando si struttura come un vero e proprio libro, cioè quando emerge in essa qualche cosa di affine al dramma o alla narrazione: dei personaggi dunque, e una trama; o anche solo l’uno o l’altro di questi elementi.)

 I due personaggi di questo libro non s’incontrano mai. (Se questo significhi che l’uno sia il “doppio” dell’altro, non so; ma so che questa idea mi ispira un sottile senso di paura.) I due sono apparsi lentamente (emergendo da una sorta di nebbia in cui è immersa la poesia che apre la serie, e il cui sottotitolo inglese non è gratuito: la sintassi di “dream poem” lascia ambiguo il legame fra i due sostantivi — sogno/poesia, poesia sorta in sogno, sogno di una poesia?). I personaggi sono venuti fuori da quella nebbia così lentamente e timidamente, che all’inizio sono stati respinti; ma essi hanno insistito, con parole sempre più chiaramente udibili, con caratteristiche sempre più riconoscibili nelle loro differenze, fino a rendere abituale, e in effetti indispensabile, la loro presenza.

 Per quel che posso giudicare, il Testimone è dei due il più austero e intenso, mentre l‘Idiota è più indifeso, poroso — più portato a esaltarsi in modo quasi ingenuo. Un paio di lettori del manoscritto in corso mi avevano esortato a lasciar perdere questo appellativo di “Idiota”, che troppo facilmente avrebbe potuto ritorcersi contro l’autore. Risposi che effettivamente all’inizio avevo sentito un certo disagio; ma con questo nome lui sì era presentato, e non mi sentivo di cambiarglielo per forza. Forse l’Idiota si aspettava che io riconoscessi in lui una genealogia letteraria — il personaggio che dà il titolo al grande romanzo di Dostoevskij (letto nell’adolescenza, esso influì sulla mia visione della vita, ma non lo rilessi più); dubito comunque, dato il suo temperamento, che egli abbia voluto coinvolgermi in qualche gioco letterario. Un altro lettore preliminare ha opinato che Idiota si riferisca piuttosto al suo etimo greco: l’uomo “privato”, singolo, semplice in opposizione all’uomo socialmente rilevante e agguerrito. E potrebbe anche darsi; ma tali speculazioni hanno senso solo fino a un certo punto. Il fatto è che queste due persone si chiamano così come si sono presentate, sono quello che sono, e si muovono a loro imprevedibile piacimento fra (per il momento) New Haven, New York e Bologna — le città del mio destino.

foto Il_settimo_sigillo

 Interpretazione di Giorgio Linguaglossa

  Nell’aforisma 30 del 1954, Andrea Emo scrive:

«Nessun principio è definibile e oggettivabile»1.

Il pensiero non può cogliere il principio, pena porlo come non-posto, dissolto nell’infinita catena delle mediazioni. L’Inizio è l’immediato. La dialettica paradossale e aporetica di Emo mostra l’inconcepibilità dell’Assoluto tramite le categorie logico-ontologiche non-contraddittorie, ma è anche una «chiave» che consente l’accesso ad un pensiero metafisico in grado di cogliere l’Assoluto attraverso il paradosso. L’Assoluto non è ponibile perché qualsiasi posizione di esso lo capovolge istantaneamente in altro, secondo una dialettica contraddittoria che può avere un antecedente significativo nella peritropè («capovolgimento» o «inversione») damasciana.2 Nel Principio, che Emo denomina anche «atto», o «attualità», tutto è identico perché tutto è Nulla: «nell’attualità l’essere e il nulla coincidono assolutamente»,3 nel senso che sono non soltanto simultaneamente uno, ma anche simultaneamente non-uno; si identificano, sono uno e non-uno, e,  in questo stesso atto, si distinguono e si oppongono.

Nel Nulla è il principio in quanto il principio è il Nulla che appare e si fa figura.

Il mondo per Emo «non è che il risultato dell’autonegarsi dell’Assoluto»;4 il quale, poi, a considerarlo più profondamente, si scopre anch’esso come un auto-negarsi nel suo stesso porsi, e come un porsi nel suo stesso negarsi.

Ecco un tratto nichilistico di Andrea Emo:

«Il regno dell’Essere è alla fine. L’Essere non è più considerato una salvezza; l’essere è stato una funesta sopraffazione contro l’innocenza del nulla. … L’eternità dell’essere è stanca; l’essere vuole ritornare ad essere l’eternità del nulla, unico salvatore. Il nulla è il salvatore crocifisso dalla soperchieria dell’Essere?».5

  Per la visione teologica cristiana invece il mondo

 è il risultato di un inverarsi dell’Assoluto, e la storia ha un senso, pur se occulto e nascosto, che si dispiega nel tempo lineare. Ed è qui che si situa la sorprendente interrogazione della poesia valesiana.

Per Paolo Valesio, un evento accade all’improvviso: un «testimone» e un «idiota» dialogano ciascuno sepolto nella propria solitudine. Una manifestazione che sorprende, che scuote, che appare «altra»; un evento oscuro, che fa subito luce. Ciò che fa intensamente pensare all’azione di una «potenza», di un «numinoso» . Ognuno di noi ne ha fatto esperienza e ne fa continuamente nell’ambito della vita quotidiana, ognuno di noi può testimoniarlo.

 Il Dio cristiano ha sostituito la tyche-dèa dei pagani, intesa come evento che rimanda sempre ad «altro». Il Dio cristiano è un evento che rimanda a sé. Nella concezione cristiana l’evento non è nudo ma ha il vestito che Dio gli ha consegnato. Scopo del poeta è quello di scoprire il vestito di Dio per il tramite del linguaggio umano. Particolarità e contingenza sono inscritte nell’evento per eccellenza che ha dato la svolta alla storia degli uomini: la crocifissione del Cristo e la sua resurrezione.

 Con il che il tempo ciclico si è aperto per introdurre l’uomo nella prospettiva escatologica e messianica dell’avvento del regno di Dio. Direi che entro questa cornice soteriologica si svolge il pensiero poetico di Paolo Valesio.  

Luigi Fontanella, Paolo Valesio Adriano Spatola

Primo piano, da sx, Adriano Spatola, Paolo Valesio, Luigi Fontanella anni Settanta

 Nel pensiero poetico di Valesio

 la facoltà discorsiva della poesia celebra il suo rito stilistico: nuda scarnificazione della frase e della parola e sfiducia nelle qualità estetiche della retorica.

L’unico modo per sfuggire a questa pesante ipoteca che inficia il pensiero discorsivo è che esso si faccia portavoce del mistero e del supplizio degli uomini, l’esistenza dei quali si inscrive tra la nascita, la morte e la resurrezione, dove la morte è bandita dal decreto individuale della fede.

 È entro questo quadro teologico-salvifico che si situa la poesia di Valesio. Il viaggio dell’uomo contemporaneo dunque non può essere altro che quello del «testimone e dell’idiota», con la «e» disgiunzione e congiunzione, «anello» debole della creazione tra il Tutto e il Nulla, il Nulla e il Tutto, essendo il nulla nient’altro che una labile intercapedine del Tutto. Continua a leggere

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POESIE di Ewa Lipska, Dunya Mikhail, Annalisa Comes, Maria Rosaria Madonna, Laura Canciani – Commenti di Donatella Costantina Giancaspero e Giorgio Linguaglossa- Il problema della nuova ontologia estetica

 

foto arredamento pop

divano bianco con frammenti colorati

Strilli Talia2postati da giorgio linguaglossa
9 settembre 2017

Ewa Lipska (da Cara signora Schubert, 2012 trad it L’occhio incrinato del tempo, di Marina Ciccarini, Armando, 2013)

Il testamento

Cara signora Schubert, le scrivo da Amsterdam,
dove sono in borsa di studio per scrivere
il mio testamento. Il nostro amore l’ho lasciato al Passato
che, come sempre, rimettiamo al Futuro.
L’ho sottratto al sonno. Sono spuntate le rondini.
Il cielo era superfluo.

(trad di Marina Ciccarini, da Ewa Lipska, L’occhio incrinato del tempo, Armando, 2013)
Postilla.
Ecco, questa poesia potrebbe essere annoverata alla nuova ontologia estetica per il suo modo di essere scritta.

Ewa Lipska (da Cara signora Schubert, 2012)

Tra

Cara signora Schubert, mi chiedo dove andremo ad abitare Dopo. Dopo, cioè là dove prima c’era la fabbrica che produceva la vita d’oltretomba. Sarà tra ciò che non abbiamo fatto e ciò che non faremo più.

(trad di Marina Ciccarini, da Ewa Lipska, L’occhio incrinato del tempo, Armando, 2013)
Postilla.

Ecco, questa poesia potrebbe essere annoverata alla nuova ontologia estetica per il suo modo di essere scritta.

Ewa Lipska (da Cara signora Schubert, 2012)

Il nostro mondo

Cara signora Schubert, il nostro mondo è come una lettera scritta di proprio pugno dagli Dei, ma lo stile non vale niente…

(trad di Marina Ciccarini, da Ewa Lipska, L’occhio incrinato del tempo, Armando, 2013)
Postilla.

Ecco, questa poesia potrebbe essere annoverata alla nuova ontologia estetica per il suo modo di essere scritta.
Strilli Talia1

Strilli Rago

*

Dunya Mikhail

La tazza

La donna capovolge la tazza tra le lettere
spegne le luci a parte una candela
poggia il dito sulla tazza
ripete parole come formula magica
Spirito… se ci sei rispondi sì
La tazza si sposta verso destra per dire – sì –
– sei veramente lo spirito di mio marito che è stato ucciso?
la tazza si sposta verso destra per dire – sì –
– perché mi hai lasciato così presto?
la tazza indica le lettere: n o n d i p e n d e d a m e
– perché non sei scappato?
la tazza indica le lettere: s o n o s c a p p a t o
– e come ti hanno ucciso allora?
la tazza indica le lettere: a l l e s p a l l e
– che faccio di tutta la mia solitudine?
la tazza non si muove
– mi manchi
la tazza non si muove
– mi ami?
la tazza si sposta verso destra per dire – sì –
– posso farti restare qui?
la tazza si sposta verso sinistra per dire – no –
– vengo con te?
la tazza si sposta verso sinistra
– ci saranno cambiamenti nella nostra vita?
la tazza si sposta verso destra
– quando?
la tazza indica 1996
– stai bene?
la tazza – dopo un attimo di esitazione – si sposta verso destra
– che mi consigli di fare?
s c a p p a
– per andare dove?
la tazza non si muove
– ci sarà un’altra disgrazia?
la tazza non si muove
– che raccomandazione mi lasci?
la tazza indica una successione di lettere senza senso
– ti sei stancato di rispondere?
la tazza si sposta verso sinistra
– posso farti ancora domande?
la tazza non si muove
dopo un attimo di silenzio – la donna balbetta:
Spirito… vai in pace
poi chiama il figlio che è in giardino
a catturare insetti con un elmetto forato.

[ Traduzione di Elena Chiti, tichene@gmail.com  da La Guerra lavora duro, San Marco dei Giustiniani, 2011 ]
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Alfonso Cataldi SETTE POESIE INEDITE – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

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Strilli Tranströmer2Alfonso Cataldi è nato a Roma, nel 1969. Lavora nel campo IT, si occupa di analisi e progettazione software. Scrive poesie dalla fine degli anni 90; nel 2007 pubblica Ci vuole un occhio lucido (Ipazia Books). Le sue prime poesie sono apparse nella raccolta Sensi Inversi (2005) edita da Giulio Perrone. Successivamente, sue poesie sono state pubblicate su diverse riviste on line tra cui Poliscritture, Patria Letteratura, il blog di poesia contemporanea di Rai news, Rosebud.

 Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa, Il mondo visto dal di dentro

Il problema della poesia di oggi è che abbiamo a disposizione, gratis e disponibile a tutti, un medio linguaggio poetico che è diventato un linguaggio artificiale, conformistico, clericale, creato da clerici per altri clerici, non idoneo ad esprimere i grandi conflitti del nostro tempo; ci si accontenta di translitterare le piccole tematiche, i tematismi, i trucioli, i reumatismi dell’io, le tematiche edulcorate del cuore, il paesaggismo trito e triviale, il quotidiano più becero, la corporalità. E a tutto ciò si dà il nome di «poesia».

S’intende, questa «poesia chiacchiera» non richiede una forma, una struttura significante. L’uomo è un ente «instabilissimum atque variabilissimum», scriveva Dante Alighieri, che utilizza un linguaggio relazionale che mai come oggi viaggia ad una velocità in continua accelerazione. L’instabilità dei linguaggi è diventata la legge universale delle comunità linguistiche ad economia globale, questo fenomeno ha segnato il tramonto definitivo delle «forme di organizzazione linguistica» sia nel romanzo che nella poesia; sono tramontate anche le petizioni di poetica ottimistiche e acritiche come lo sperimentalismo personalistico del tardo novecento, il topologismo, il micrologismo dell’io… oggi quello che rimane di tutto ciò che un tempo faceva capo alla «tradizione», è un linguaggio «corporale», un linguaggio «emotivo», «istantaneo», che fa capo ad un presente ablativo. Ne è risultato che il linguaggio poetico è pensato nella sua funzione strumentale di «comunicazione».

Strilli Gabriele2Credo che un autore intellettualmente curioso come Alfonso Cataldi non possa non porsi questo problema, è dalla risposta che si dà a questa problematica che deriverà un certo tipo di poesia e non un’altra. Questo, Cataldi, lo sa bene, e infatti ha rivolto la sua attenzione alla «nuova ontologia estetica» per cercare una soluzione ai suoi dubbi. Nei componimenti che presentiamo è visibile la lezione di essenzialità stilistica della «nuova ontologia estetica». Continua a leggere

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Due poeti a confronto: La poesia-poema di Claudio Borghi e la poesia-frammento di Lucio Mayoor Tosi – Lettura di Mariella Colonna

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La liturgia della parola di Claudio Borghi

 Claudio Borghi è un fenomeno singolare e isolato nel contesto culturale dei nostri tempi. E’ un fisico, e i suoi studi nelle discipline scientifiche sono la base culturale su cui costruisce un’opera poetica in cui il rigore del pensiero si fonde con l’adesione appassionata alla natura e al mondo in cui vive. Potrebbe sembrare un paradosso, in realtà è proprio da questo potenziale dissidio tra la prospettiva rigorosa delle scienze e l’amore per la poesia e la vita che nasce la suggestione e la singolarità delle sue opere. Segno espressivo emblematico di questo particolare sentire è il poemetto Rondini, tratto dalla prima sezione di Dentro la sfera (Effigie, 2014), il suo primo libro, di cui leggiamo le strofe iniziali:

Rondini cristalline in uno stupore di spazio
spargono linee in un’atmosfera senza vento,
lucide armonie, folate di idee, immagini increate.
Chiusa in un castello di musica la città di vetro,
la luce bagnata da un disegno di rami in fuga,
sempreverdi, di foglie fiorite
come giovani volti illuminati.

Di Borghi, in una lettera citata nella sezione finale di Dentro la sfera, Giorgio Barberi Squarotti ha scritto:

“Il suo discorso poetico è al tempo stesso concettuale e visionario, e il ritmo è un poco solenne e rigoroso, come compete al sacro a cui tende fortemente”.

Pur non avendo letto questo commento di Barberi Squarotti, percorrendo la difficile e coinvolgente strada della lettura di L’anima sinfonica, Dentro la sfera e, in parte, La trama vivente, ho colto immediatamente il carattere liturgico della parola poetica che si distende in lunghi percorsi, scorrendo e restando ferma ad un tempo come un silenzioso corso d’acqua dalle sorgenti dell’io all’oceano sconfinato dell’Uno. Come l’acqua che scorre, fluido titolo di un libro e racconto molto intensi della Yourcenar, le parole di Borghi si sciolgono l’una nell’altra facendo emergere dal profondo immagini della quotidianità che, nella vibrazione solenne dei versi, acquistano il senso di un religioso (dal latino re-ligare, nel senso di collegare stringendo rapporti) e continuo passaggio dalla realtà conosciuta a quella misteriosa in cui mondo e umanità sono immersi, e che il poeta cerca di esprimere con analogie, metafore e semplici evocazioni del proprio vissuto.

Giorgio Linguaglossa, commentando La vera luce (da La trama vivente, Effigie, 2016), vede nei versi di Borghi “movimenti o sequenze musicali”:

“Molte composizioni sono strutturate come movimenti o sequenze musicali: iniziano con un Cerimoniale lento e rigido che scollina in un Allegro moderato, per poi, subito dopo, alleggerire il tono mediante l’inserimento di un Lamentoso cantabile, molto legato; quindi, di nuovo, ecco un Allegro capriccioso che sfocia in un Vivace energico che si alterna con un Adagio mesto e un Allegro maestoso, fino a giungere ad un Andante misurato e tranquillo. Un pensiero poetico incastonato in una partitura musicale, suddivisa in più movimenti melodici e ritmici”.

La vera luce

Nel viaggio millenario si rinnova
l’onda dell’essere che sviluppa
una storia senza scrittura:
semplice dettato di emozione
il creato si imprime
sulle pareti della percezione,
sullo schermo degli occhi
o sulla volta risonante degli orecchi,
rimandando ogni cosa alle altre
e tutte intonando la forma del principio,
necessaria, presente,
viva eppure gratuita, assente,
quasi morta mentre su di sé
si richiude e ripiomba.

(…)

Strilli LeoneStrilli GiancasperoNon posso essere che d’accordo con Linguaglossa: il rapporto tra poesia e musica è originario e strutturale, ma occorre analizzare la differenza tra i linguaggi delle due forme d’arte per cogliere nello specifico la poesia di Borghi. Linguaglossa sottolinea il “movimento lineare”, il cui andamento non prevede spezzature improvvise, discontinuità e circolarità del tempo, irregolarità sintattiche e così via, che invece connotano le opere dei poeti della NOE. Credo che la quasi sacralità dei versi di Borghi esiga un andamento lineare; occorre inoltre rilevare che in essi le varianti esistono, ma sono da ricondurre alle immagini e ai messaggi e significati che non sempre sono lineari, anzi, molto spesso sono cadenzati dal ritmo stesso del cuore: sistole e diastole, come nella poesia La vera luce. Accade che mente e cuore del poeta si sollevino nella contemplazione, poi un’inspiegabile melancholia lo afferra e il fiore, che era sbocciato in tutto il suo splendore, si richiude, appassisce. I versi scorrono con il ritmo lento inarrestabile della stessa vita in quello che ha di più sacro: la contemplazione della natura, il mistero dell’esistere e il cosmo come espressione di un ordine supremo. C’è, tuttavia, qualcosa che rende difficile una lettura senza interruzioni: mentre, come ho già accennato, l’attrito interno tra le prospettive della scienza e quelle della poesia che ne caratterizzano il pensiero non intacca, anzi esalta la capacità che il poeta ha di abbracciare un vasto campo di argomenti e di individuarne gli invisibili legami, l’andamento dei versi, il loro ritmo, si svolge in modo uniforme e, come dice Linguaglossa, con un movimento rettilineo. Da una parte questo ritmo, che tende a livellare le differenze nell’esprimere il sentimento dominante dell’Uno a cui tutto – e prima di tutto l’anima del poeta – si rivolge, è percepito come un procedere senza scosse e inevitabilmente senza sovvertimenti, sorprese o colpi di scena e quindi prevedibile; dall’altra è proprio questa consustanzialità solenne del linguaggio nelle poesie e nell’insieme del poema a creare quel senso del sacro individuato da Barberi Squarotti e che io ho chiamato liturgia della parola.

Abbiamo visto come Linguaglossa, nel presentare La trama vivente, sia riuscito a sentire la profonda analogia tra la poesia di Borghi e la musica fino a trovare, nei versi del poeta, scansioni ritmiche equivalenti all’ “Allegro moderato” fino ad un “Andante misurato e tranquillo” passando per un “Allegro capriccioso” un “Vivace energico” e così via. E’ evidente che ad ogni lettore o critico arrivi il messaggio da cui la sua sensibilità si sente più attratta e coinvolta, e credo sia un ascolto rivolto soprattutto ai suoni che genera la sensazione di uniformità e moto rettilineo. Con sorpresa, procedendo nella lettura, mi sono convinta che la musicalità, o addirittura la musica dei versi di Borghi non vada letta come quella che si rinviene in uno spartito musicale, ma come un’armonia da cercare in profondità tra sinergie, sinestesie, contenuti, immagini, situazioni, colori e la forma in cui vengono espressi. E’ una musica che deve arrivare non tanto alle orecchie, quanto al centro profondo dell’anima di chi si dispone ad ascoltarla: una musica non di suoni, ma nata dal silenzio contemplativo e destinata al silenzio e alla contemplazione. A ben vedere nella grande musica il suono non è un fine, piuttosto un mezzo per raggiungere l’anima e l’intelletto; ma nella poesia l’ascolto va spinto ancora più in profondità, in estensione anche temporale e nel silenzio, se teniamo conto che il suono distrae dalle recondite armonie che l’anima riesce a captare, grazie ad un insieme di facoltà in cui si impegnano le infinite possibili varianti del linguaggio come significato e come significante, cioè come forma. Nella musica, quando non si risolve in superficiali effetti sonori o astratte armonie ma coinvolge il flusso profondo, quindi il movimento unico dell’Essere, i significati volano liberi da qualunque tentativo di imprigionarli in uno schema mentale o linguistico. Credo che, per comprendere il senso ultimo dell’opera di Borghi, sia necessaria un’apertura ai contenuti e valori a cui l’autore fa riferimento: e ciò richiede che almeno in parte si condividano tali valori. Ma anche chi non li condivide può, con un volo mentale e un tocco di immaginazione, superare il senso di smarrimento che si prova navigando nell’oceano di quest’opera e cercare in quelle profondità la poesia, le immagini, i colori. 

Cito, da Dentro la sfera, alcune strofe di Nel tempo solo senza musica:

Nel tempo solo senza musica, solo e senza musica
e luminoso il sole si corica sul letto viola
del lago, dove la conoscenza è evidenza
e indistinta la potenza diventa particolare
immedesimandosi in un movimento puro senza esistenza

le onde tutte della luce fasciano il pianeta
i corpi degli uccelli volano nell’atmosfera
la terra umida della notte
distesa si copre della grandezza manifestata del giorno
e non so come chiedere alle parole di piegarsi
sulle cose, come pensarle, come venire al bocciolo
dell’apparenza presente che si mostra
e si offre, del volto più puro che si alza

fino all’azzurro incontaminato
(…)

 

Qui non è facile parlare sostituendosi alle parole, bisogna invece far parlare le parole, sprofondare nei significati della poesia perché le parole perdano la durezza di significanti e si associno liberamente grazie alle loro sinergie, ai loro contrasti, al loro legare e sciogliere i misteriosi legami che le avvicinano e le allontanano, ai colori dal cui contrasto nascono segrete, appena percepibili analogie.

Da Visioni da una camera quadrata, in L’anima sinfonica: 

Uno scoiattolo si impadronisce del vuoto. 

Il bianco è un’assenza di suoni.

Rimane una fuga di pensieri tra le erbe alte.

In questi versi, di solo apparente semplicità, vedo tre frammenti assai ben organizzati e un linguaggio molto attuale: lo scoiattolo che si impadronisce del vuoto è un’immagine surreale assai suggestiva, una metafora ardita; il bianco è un’assenza di suoni è un’associazione coraggiosa tra il colore bianco e il silenzio; il terzo verso è il più facile da comprendere: la metafora dei pensieri che fuggono tra le erbe alte si valorizza per il contrasto tra la velocità del pensiero e la statica presenza delle erbe che non possono né vogliono in alcun modo frenarlo. Ho commentato questi ultimi versi per far notare quanto siano fuori luogo e ingombranti le parole quando cercano di spiegare l’inspiegabile. La poesia è mistero e le parole possono tendere verso il mistero, alludere ad esso, ma non potranno mai raggiungerlo. Se accettiamo questo limite, forse le parole silenziose ci diranno molte più cose di quante ne abbiamo capite e scoperte noi usandone troppe con lo scopo di interrogare la realtà: la poesia vera parla all’anima, in perfetto silenzio.

Da La trama vivente:

Lascia il microscopio, lascia il telescopio, deponi gli strumenti che ti prolungano nello spazio. Guarda solo con gli occhi. Lascia l’immaginazione, smetti di dipingere, di matematizzare la varietà. Il quadro è dato, chiuso e concluso. Riluce l’illusione del cosmo, soffia il fiato divino che tempera le forme e le pervade di tremori impercettibili, quando nasce il sole e tutta si sfoglia, tenera, la mattina.

Nel vuoto si perde il profumo dei sensi e il chiarore raggiante della mente, la cui essenza è contemplativa: non le è concesso creare, solo plasmare idee e raccoglierle nella memoria, che dentro si compone finché una lama anonima la separa dal corpo della visione. Dal centro al non confine della sfera inconcepibile non c’è storia. Solo una quiete esplosa, che annienta ogni immaginazione o volontà infantile di possederla.

Monadi solitarie vagano come particelle in sospensione in un fluido, atomi zigzaganti tracciano traiettorie browniane, incerti labirinti da cui la matematica fa emergere la traccia statistica di una regolarità, il senso precario di una soluzione.

Nel vuoto, reso a tratti magnifico dal fiorire imprevisto di novità, la poesia cerca animandosi di trovare l’ebbrezza della sua sopravvivenza, nella dinamica fine a se stessa di un ritmo che senza soluzione di continuità si rinnova di parola in parola, di verso in verso, inanellandosi, inviluppandosi, naufragando nel cerchio immobile della presenza del tempo.

Niente so della vita nelle cose, ma della vita posso disegnare i corpi che fuggendo sulla tela corrono come spinti da una forza michelangiolesca, soffiati da un turbine perenne, i corpi inquieti che si cercano per fondersi, si toccano e si amano per sentirsi l’un l’altro vivi.

Mariella Colonna, 20/08/2017

Strilli Talia1Strilli GabrieleMariella Colonna

I cromatismi e la poesia per frammenti di Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi è il caso più singolare di cui io sia stata diretta testimone da quando frequento il gruppo di poeti della NOE e la Rivista Internazionale L’Ombra delle Parole. Lucio Mayoor è “nato” pittore astratto e ha fatto una lunga sperimentazione con i pigmenti come in una Bottega rinascimentale, partendo da una ricerca sull’origine e composizione della materia, che è alla base del suo particolare astrattismo, e approdando ad una straordinaria capacità di usare il colore in modo assolutamente “semplice” ma altrettanto significativo.

Egli crea frammenti di forma regolare quadrata o rettangolare, ma del tutto singolari nell’abbinamento dei colori che si associano liberamente anche a superfici corrugate, con tocchi, effervescenze, sfinimenti, aggressioni, defezioni, brevi accenni al mistero, che sono l’espressione, in arte, dei movimenti delle particelle nel vuoto a cui Mayoor ha dedicato da sempre la propria attenzione. C’è da sottolineare che egli non lo considera analogo al nulla, ma come un brodo primordiale dove individuare i percorsi iniziali dei fenomeni studiati dalla ricerca scientifica  fino a quelli in continuo rinnovamento della cultura e del linguaggio poetico più attuali. La ricerca del “nuovo” in Tosi non è mai fine a se stessa, ma orientata a compensare per opposizione “la perpendicolarità delle linee pavimenti – pareti – soffitto”, connotazioni che caratterizzano la tendenza italiana al “classico”. I frammenti Di Lucio Mayoor nascono, come egli stesso dichiara, dall’osservazione remota del microcosmo, ma del tutto casualmente . Ognuno di essi è indipendente dall’altro o da realtà artistiche a loro esterne. L’autore dice: “E’ stato l’apporto critico di Giorgio Linguaglossa a dare una scossa alla mia ricerca pittorica.” Il rapporto con Linguaglossa è forte e incisivo nella storia dell’artista: hanno anche provato ad associare i versi di due loro poesie e l’effetto era di un insieme  straordinariamente unitario.

Lucio Mayoor Tosi Sponde 1

Lucio Mayoor Tosi, Sponde, composizione

Lucio Mayoor sottolinea molto incisivamente l’interattività, una delle chiavi interpretative della creazione di un’opera mai abbastanza approfondite e comprese sia  dagli uomini di cultura che dai fruitori dell’arte: un’opera infatti continua a nascere e “crescere” grazie al momento della fruizione che la arricchisce di contenuti psico percettivi e di valori che nascono grazie allo “scambio” tra l’oggetto d’arte e chi lo osserva aprendosi al messaggio trasmesso dall’artista. I frammenti di Lucio Mayoor possono essere disposti in maniera sempre diverse dalla persona che li possiede: il fruitore dell’opera  può così partecipare al momento creativo scegliendo di associarli e di comporli di volta in volta in modo differente, lasciandosi ispirare dalle proprie intuizioni in materia di forma e di colore. E’nella dimensione dell’interattività che il frammento pittorico si incrocia in modo organico e sinergico al frammento poetico. Cerchiamo di individuare lo specifico che esplode per novità e originalità nel percorso di ricerca di Mayoor: l’immagine pittorica contiene in sé, potenzialmente, la parola e viceversa la parola contiene in sé l’immagine: ma sarebbe troppo facile e superficiale pensare questo rapporto in senso figurativo e descrittivo. Il “contenere in sé” di Lucio Mayoor supera l’aspetto descrittivo, è il nascere della parola insieme all’immagine: è un processo organico e non di complementarietà. Questa è la novità di Lucio Mayoor come interprete della NOE in chiave artistica e poetica: le sue opere di pittura tendono alla parola, sembra che la cerchino per trovare un completamento: e , viceversa, le sue poesie non solo contengono elementi di un cromatismo analogico e organico, ma tendono a configurarsi in colori e forme rigorosamente astratti. Tutto ciò avviene senza che l’autore si ripieghi mai su se stesso, o si compiaccia nel processo della creazione delle proprie opere.

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Mayoor Lucio Tosi, Interpretazioni coloristiche

Lucio Mayoor è un raffinatissimo autore “di strada” nel senso migliore dell’espressione: cultura, letture appassionate, impegno nelle tecnologie sono come tra parentesi o meglio sottintese alle sue opere, mai esibite. La grafica della Rivista “L’Ombra delle parole” ha fatto un salto di qualità da quando l’ha vigorosamente presa in mano Lucio Mayoor. I pigmenti allo stato puro hanno reso l’idea del nuovo che nasce: oltretutto il nostro ha creato una ritrattistica cromatica di grande effetto, interpretando in modo personale Andy Warhol, direi un Andy Warhol mitteleuropeo, raffigurando e presentando i volti dei poeti con macchie di colore che sfumano verso altri colori per analogia o risaltano per contrasto, oppure danno rilievo in modo unitario ai tratti del personaggio con tinte forti.

Lucio Mayoor Tosi toys composizione di tre doppi frammenti

Lucio Mayoor Tosi, Toys, Tre doppi frammenti

Colpisce come   sia approdato alla poesia della NOE senza soluzioni di continuità, con grande naturalezza: Lucio è poeta non “letterario” ma alimentato da molta lettura ed esperienza di scrittura e con l’evidente consapevole conoscenza di tutte le regole: è poeta e basta, sia nel “dipingere”, sia nella scrittura: e sta elaborando, nella poetica della Nuova Poesia, soluzioni nuove ed originali: non disdegnando le immagini del passato, le rende “dinamiche “ accostandole a situazioni estreme da astronauta e addirittura lanciandole nel vuoto, senza alcun appiglio.

Crea “per frammenti come se respirasse”. Questa semplicità è spesso raffinata come, ad esempio, nella lirica Frammenti per Sally: i primi tre versi realizzano una dialettica tra colore e significato molto efficace, che si appoggia su una visione mentale più che reale del colore:

Frammenti per Sally

Oltre le finestre della casa non c’è nulla.
Solo bianco dipinto su se stesso.
Qualcuno lentamente scompare. Resto
in silenzio. Oltre il grigio vetro smeriglio
il lembo di una camicia a quadri. Molti
pensieri sparsi nell’aria come lucciole.
Cielo di tanti palazzi. Nello specchio
un uomo curvo con il cappello in testa.
Pare gobbo. Cammina a lunghi passi,
sempre guardando a terra. Il pollice
infilato nella cintura, con l’altra mano
tiene sottobraccio il bastone da passeggio.
Mi pervade una dolcezza senza fine.
Le stelle si stanno allineando, finché
musica le scompone. Una donna nuda
porta l’anfora piena di latte.*

*Sally è mia nipote. Oggi compie gli anni. Ho preso dei frammenti alla rinfusa, qualcosa di vecchio e qualcosa di nuovo, li ho confezionati ed ecco pronto un regalo per lei. Che senso ha? Dire che ne ha uno soltanto sarebbe sbagliato, dire che ne ha molti altrettanto. Qui il senso va da ogni parte perché non è svolgimento. Il puro frammento è come neve, polvere, atomi che interagiscono in una danza senza musica.

(Lucio Mayoor Tosi)

Questo “bianco dipinto su se stesso” è indescrivibile con altre parole, richiede le parole del prossimo verso: è e scompare “in uno”, cioè contemporaneamente…infatti “qualcuno lentamente scompare”: chi scompare? il colore, perché bianco su bianco scompare. Ma c’è anche l’ospite misterioso, il Signor Nemo…anche lui, abitante del “Nulla”, scompare insieme all’invisibile colore che lo ospita.

In Lucio Mayoor si sentono echi: assai poco della poesia del ‘900, Transtromer ma, soprattutto Giorgio Linguaglossa Gino Rago e Mario M.Gabriele, maestri della NOE, con i quali c’è piena sintonia e stima reciproca, in piena autonomia di scelte e prospettive culturali.

Altra espressione nuova e in cerca di completamento cromatico, nel verso 7: “Cielo di tanti palazzi”…qui il poeta associa l’idea del cielo a quella dei palazzi, contrariamente a quanto accade di solito: i palazzi, in città soprattutto, sembra che ci rubino la vista del cielo, invece lo sguardo di Lucio va oltre il limite imposto dai palazzi, che qui sostituiscono “la siepe” famosa che far scattare in Leopardi il pensiero dell’infinito, per sconfinare e perdersi nell’azzurro.

S’apre una porta

 Un notturno di seta deve essere passato
davanti alla casa in Illinois. La persona che stava piangendo
ora si vede al centro dell’umanità

dove tutti son voltati di spalle. E nudi.

 «Nessuno sa del silenzio che c’è qui».

«Giuro su niente che ti sarò fedele e darò la vita
per ognuno che passi, anche sbadatamente, nel mio
corridoio».

 « Nei libri di scuola si parla di rondini meccaniche
che
a primavera. E di scritture distratte. Pomeriggi assolati».

Le figure, insieme ai versi, si rintanano
nell’ombra.

 I primi tre versi: “il notturno di seta” è una metafora che evoca immagini d’ombra cangiante su questa casa magica nell’Illinois…Il seguito è invece drammatico e imprevedibile: La svolta improvvisa “al centro dell’umanità / dove tutti son voltati di spalle. E nudi.”: dal pianto la persona sofferente si trova all’improvviso nel cuore dell’umanità, in una posizione  importante, “centrale” e vede gli altri di spalle. “al centro dell’umanità / dove tutti son voltati di spalle. E nudi.”:  Sono tutti uguali, non c’è (più) differenza di persone e li vede nella loro nudità primordiale. C’è, nel cuore dell’essere, un silenzio che nessuno ascolta perché non ne ha consapevolezza. (Nuova Poesia Ontologica). Poi un altro salto di significati rafforzati dalla contraddizione: “Giuro su niente che ti sarò fedele…”. Non c’è commento che possa dire meglio con altre parole  ciò che è detto nei due versi che seguono: “Nei libri di scuola si parla di rondini meccaniche / a primavera. E di scritture distratte. Pomeriggi assolati”. Una primavera del futuro, cioè “utopica” perché la primavera, oggi, non esiste più, ma sui libri di scuola ai bambini la faranno immaginare annunciata da rondini meccaniche. Ci domandiamo: quale futuro?  Possiamo pensare a tutto quello che abbiamo appreso in materia…e i colori , chiari o tetri, passano veloci attraversando i nostri pensieri.

Lucio Mayoor Tosi Sponde

Lucio Mayoor Tosi, Composition per frammenti

La poetica di Lucio Mayoor Tosi è pittorica nel senso più completo e complesso della parola: egli fa poesia come dipinge, seguendo impulsi della mente e del cuore in contemporanea. La doppia componente artistica dà spessore alle immagini, come in

 Ballerine:

 Del pianista non si hanno notizie.
Vestiva sempre di nero, a volte una camicia bianca.
Aveva mani delicate.

 Qui il poeta fa un vero ritratto del pianista: lo vediamo, in bianco e nero come una rondine, le mani delicate sulla tastiera. Poi non lo vediamo più. Ma il pianista-rondine resta nella memoria e, pur non avendo lasciato notizie di sé, ci segue.

Presto il cielo azzurro farà da sfondo. Inizieranno
le parole il loro tour, di fianco a diapositive sorridenti.
Sul mare tranquillo vola bianca una breve storia.
Ora provo i cento modi per uscire di casa.
Senza le scarpe.

Nella poesia n. 3 di Ballerine gli ultimi cinque versi si impongono per l’originalità e freschezza delle immagini, per i ritmi espressivi che scivolano sulla riva del foglio e restano lì, intense di evocazione e di movimento appena accennato: il cielo e l’azzurro, il mare e l’azzurro percorso dal bianco…di quella breve storia che vola sulle onde: è un’idea nuova e di notevole fascino poetico parlare di una barca a vela come di una “breve storia” che scivola sul mare! Anche se l’estrema apertura poetica dell’immagine può far venire in mente altre interpretazioni. E poi l’apparente semplicità del finale che nasconde un modo di concepire la vita: si può uscire di casa in cento modi, ma Lucio sceglie di abbandonare la prigione delle scarpe. Sono questi tocchi di originalità assoluta che connotano la poesia di Lucio Mayoor, il suo affacciarsi all’universo delle parole con il desiderio di creare mondi alternativi e la gioia di esserci, di volta in volta, riuscito. La “poetica” su cui Lucio Mayoor fonda le sue opere è quella della NOE, ma l’artista ci aggiunge di suo questa immediatezza d’intuizione in cui si fondono e si esaltano a vicenda l’arte del colore-simbolo, sempre da intendere come qualcosa di diverso dal colore materiale e quella della parola.

Vorrei concludere con una poesia …d’amore. (già sento mormorii di disapprovazione: “in realtà è una poesia sul “nulla”…non tutto è come appare!” (…non è vero è d’amore!). Vediamo dunque la III poesia dell’insieme intitolato “Tre Chiese”:

Il bacio sa di te. L’ho imparato a memoria. Possiamo
guardarci i profili. Restare assorti, come fossimo in coda
davanti a due uffici diversi. Ma non c’è nessuno davanti,
nessuno oltre noi. Il palazzo celeste in fondo al viale
indica il sottosuolo, il pianeta che avvertiamo sotto le scarpe.
Hai belle gambe, rametto di salvia e capelli scuri.
Sssssh! Fai silenzio. Labbra sporte e borsetta sottobraccio.
Tra le nervature del marciapiede scorre acqua azzurrina.
Poi siamo soli. Volta pagina. La tua voce nei pensieri
canta.

 C’è il bacio, c’è il senso di solitudine incantata che due innamorati vivono anche in mezzo alla folla. C’è il mistero di quel celeste e azzurro che ogni tanto si affaccia: da “Il palazzo celeste…“indica il sottosuolo” a “tra le nervature del marciapiede scorre acqua azzurrina.”Qui il “colore” è nell’atmosfera surreale che avvolge la poesia e la salva dal sentimentalismo giustamente rifiutato e condannato dalla NOE: atmosfera surreale a cui, però, si affianca con grazia poetica qualche notazione realistica:

Lucio Mayoor Tosi Frammenti_1

Lucio Mayoor Tosi, Composition

Hai belle gambe, rametto di salvia e capelli scuri.”Labbra sporte e borsetta sottobraccio.” E, a conclusione, lo squillo della voce che canta nei pensieri del poeta.” L’idea è semplice e intensa e acquista rilievo dal “sistema solare” in cui sono inserite le parole, ognuna al suo posto e tutte insieme a creare suggestioni…a cui fa eco il mistero dei tocchi di azzurro.

Bravo Lucio, non è assolutamente facile scrivere poesie d’amore senza cadere in sentimentalismi retorici: e tu ci sei riuscito.

Lucio Mayoor Tosi ci ha dimostrato che, nei frammenti interpretati e rivissuti interiormente, in piena libertà espressiva è possibile sia tratteggiare un’immagine del futuro e parlare di astronavi e di costellazioni, sia evocare il passato con la tenerezza e il distacco della nostalgia, senza cadere in fratture o contraddizioni stilistiche: ormai superato il dramma della “cosa” irraggiungibile dalle parole, si guarda a quel centro misterioso intorno a cui le parole ruotano come altrettanti pianeti intorno al sole. Mi piace immaginare Lucio che le rincorre su una navicella spaziale…che, alla fine,

approda sulla luna per dedicarle un “romantico” frammento tra colore e scrittura.

Chi tra noi oserebbe sostenere che il “Romanticismo” di Leopardi e Foscolo è roba superata, e che Lucio Mayoor non deve, non può dedicare versi alla luna, pena la cancellazione dal gruppo della Nuova Ontologia Estetica?

E ora, in nome dell’interattività, vorrei che i lettori esprimessero il loro pensiero sul valore e significato del blu dell’azzurro del giallo e del rosso, o di altri colori dominanti nelle poesie di Lucio Mayoor Tosi. A voi la parola, dunque… invito i lettori a rivedere attentamente i frammenti pittorici e a rileggere quelli poetici del nostro autore. Egli sarà felice di scoprire quanto è arrivato a voi della sua arte e dei suoi messaggi.

Strilli Tranströmer1

Strilli Tranströmer2

Questa notte

È di notte che la metropoli
si addormenta e urla.
Quando i morti si spaventano
e vivono indisturbati animali
di carne notturna.
Migliaia di tramonti alle palpebre.
Quel dialogo incerto di noi due
all’angolo del soffitto.

E’ altro spazio,
giorno negativo e assordante.
Tra gli altissimi palazzi capovolti
si aggira il tempo nero
come un gendarme a controllare
le lenzuola delle larve.
Siamo nell’oscuro parallelo,
al cantico spettrale della Via lattea.
Nel tunnel.

Dentro i motori spenti della R.
nel “Vietato entrare”, all’ora più densa
quando la gravità dei passi
colpisce al suolo stormi di uccelli
caduti. E li addormenta.
Un colpo di tosse infrange le barriere.
Tutti i ritorni si spaventano.

Mi dicevi dell’appartamento,
che era luminoso
per via di quelle finestrelle al soffitto.
E colorato. Ma il resto della stanza,
nessuno lo ricorda.
Quando la sera è bella solitudine,
dicevi.

Mi baciavi come un uccellino.
Avevi le labbra piccole
per nulla seducenti.
E sempre ti aggiustavi le calze.

M.
Mayoor – set 2017

Onto Mario Gabriele_2

 

Lucio Mayoor Tosi
                  (a Giorgio Linguaglossa)

Si ritrovarono in piazza, non sotto i portici
ma nemmeno in strada. Dovunque andassero
erano sempre fuori posto, solo stando attenti
a che non si notasse. Poi erano trascorsi secoli.
Tante vite spezzettate. Senza memoria.
Due uomini e una donna.
Il primo mostrò quel che sapeva fare.
Sollevò la gamba destra e l’accavallò sull’altra.
Quindi restando in fragile equilibrio
sollevò la sinistra. Ohplà! eccolo sollevato
in aria nella posizione del loto.
– E tu che sai fare?
L’altro uomo lo guardò sorridendo
e senza muovere le labbra iniziò a parlargli
nella mente. I tre si misero a ridere.
Poi i due amici guardarono la donna.
Ma non la videro. Lei sapeva come fare
per non esser/ci.

Commento.

Sembra di stare davanti ad un quadro Zen. Ci sono dei personaggi tratteggiati con un tratto di penna, dietro di loro c’è il vuoto. La presenza del vuoto prende forma dai gesti dei personaggi, meccanici come l’atto di accavallare le gambe, o di ridere; si sta «non sotto i portici / ma nemmeno in strada», altro non è detto, non c’è bisogno di dire altro. Il tutto è appena accennato con pochi tratti essenziali e casuali. Sono «Due uomini e una donna», «senza memoria». Si sta in presenza. Ma noi sappiamo che la presenza è una figura dell’assenza, qualcosa è presente perché qualche altra cosa è assente, perché l’assenza è una figura della presenza, perché non potrebbe darsi una presenza sopra un’altra presenza, una sommatoria di presenze darebbe in ogni caso per risultato ancora una volta il nulla dell’assenza… Sotto e d’intorno c’è il vuoto. Ecco, in fin dei conti è questa la «nuova ontologia estetica», far aleggiare il «vuoto» e l’«assenza» intorno alle esistenze e alle presenze in modo del tutto normale…
(g.l.)

Lucio Mayoor Tosi
28 agosto 2017 alle 18:21

Grazie, ma l’ho postata poco sopra. Non so quanto sia riuscita ma era dovuta. Tra le tue domande filosofiche e l’ironico (si può dire così?) citazionismo di Gabriele, c’è molto spazio per sperimentare. Comunque era un vecchio sogno, che avevo conservato senza sapere per quale occasione; che è arrivata e ne sono contento

Translation
Lucio Mayoor Tosi

                              (for Giorgio Linguaglossa)

They met in the square, not under the porticos
but neither in the street. Where they went
they were always misplaced, only being aware
not to be noticed. Then centuries passed.
Many lives shattered. Without memory.
Two men and one woman.

The first showed what he could do.
He raised the right leg and crossed it on the other.
So staying in precarious equilibrium
he lifted the left. Ohplà! Here it’s lifted
in the air in the lotus position.
-And you what can you do?

The other man looked at him smiling
and without moving the lips started to speak
to his mind. The three started to laugh.
Then the two friends looked at the woman.
But didn’t see her. She knew what to do
not to be seen.

© 2017 American translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem by Lucio Mayoor Tosi All Rights Reserved for the orpginal poem and the translation.

 

Mariella Colonna.  Sperimentate le forme plastiche e del colore (pittura, creta, disegno), come scrittrice ha esordito con la raccolta  di poesie Un sasso nell’acqua. Nel 1989 ha vinto il “Premio Italia RAI” con la commedia radiofonica Un contrabbasso in cerca d’amore, musica di Franco Petracchi (con Lucia Poli e Gastone Moschin). Radiodrammi trasmessi da RAI 1: La farfalla azzurra, Quindici parole per un coltello e Il tempo di una stella. Per il IV centenario Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina è stata coautrice del testo teatrale La follia di Giovanni (Premio Nazionale “Teatro Sacro a confronto” a Lucca), realizzato e trasmesso da RAI 3 nel 1986 come inchiesta televisiva (regia di Alfredo di Laura). Coautrice del testo e video Costellazioni, gioco dei racconti infiniti in parole e immagini (Ed.Armando/Ist.Luce) presentato, tra gli altri, da Mauro Laeng e Giampiero Gamaleri a Bologna nella Tavola Rotonda “Un nuova editoria per la civiltà del video” ha pubblicato, nella collana “Città immateriale ”Ed.Marcon, Fuga dal Paradiso. Immagine e comunicazione nella Città del futuro (corredato dalle sequenze dell’omonimo film di E.Pasculli), presentato nel 1991 a Bologna da Cesare Stevan e Sebastiano Maffettone nella tavola rotonda sul tema “Verso la città immateriale: nell’era telematica nuovi scenari per la comunicazione”. Nel 2008 ha pubblicato Guerrigliera del sole nella collana “I libri di Emil”, ediz. Odoya. Nell’ottobre 2010 ha pubblicato, con la casa editrice Albatros “Dove Dio ci nasconde”.  Nel febbraio 2011 ha pubblicato, presso la casa editrice. Guida di Napoli “Due cuori per una Regina” / una storia nella Storia, scritto insieme al marito Mario Colonna. Un suo racconto intitolato “Giallo colore dell’anima” è stato pubblicato di recente dall’editore  Giulio Perrone nell’Antologia “Ero una crepa nel muro”; nel 2013 ha pubblicato “L’innocenza del mare”, Europa edizioni; nel 2014 “Paradiso vuol dire giardino”, ed Simple; nel 2016 coautrice con il marito Mario di “Mary Mary, La vita in una favola.”

Mayoor  Lucio Tosi è nato a Gussago, vicino a Brescia, il 4 marzo dell’anno 1954. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Brera è entrato in pubblicità. Ne è uscito nel 1990, quando è diventato sannyasin, discepolo di Osho (da qui il nome Mayoor: per esteso sw. Anand Mayoor = bliss peacock). Ha trascorso più di vent’anni facendo meditazione e sottoponendosi a ogni sorta di terapia psicanalitica: sulla nascita e l’infanzia, sul potere, sulle dipendenze affettive ecc. Di particolare importanza, per la realizzazione di Satori, sono stati alcuni ritiri Zen dove ha potuto lavorare sui Koan (quesiti irrisolvibili).
Vive a Candia Lomellina (PV), nel mezzo delle risaie, dove trascorre il tempo dipingendo e scrivendo poesie.
Sue poesie sono state pubblicate on line su Poliscritture, L’Ombre delle parole, e su alcune antologie. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Progetto Cultura, Roma, 2016).

Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo di Mantova. Ha pubblicato articoli di fisica teorica ed epistemologia su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein. Presso l’editore Effigie sono uscite due sue raccolte di versi e prose, Dentro la sfera (2014) e La trama vivente (2016).  Una selezione di testi da La trama vivente è stata pubblicata nella rivista Poesia (settembre 2015).

 

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Antologia n. 3 – Nuova Ontologia Estetica – Poesie di Donatella Costantina Giancaspero, Francesca Dono, Gino Rago, Luigina Bigon, Serenella Menichetti Commenti di Lucio Mayoor Tosi, Mariella Colonna, Giorgio Linguaglossa

Lucio Mayoor Tosi Composizione di immagini

grafica di Lucio Mayoor Tosi

Donatella Costantina Giancaspero
Una Poesia (letta al Castello di Sorci il 26 agosto 2017)

Una febbre lieve mantiene sospeso l’oggi

Una febbre lieve mantiene sospeso l’oggi.
I minuti oscillano sul medesimo punto interrogativo.

Di scorcio, una parete a quadri spalanca la finestra,
che dà ormai sul giorno fatto. Il punto cade giù, nel vuoto.

Tutto è rimandato, compresa la perturbazione da Nord-Ovest
e chi ascolta da un’altra direzione. Ma non sa la stanza
come si trascina fino alla porta, se la mano traccia il segno della resa.

Alle spalle, una campitura di rosso pompeiano
vigila il corpo contratto dentro un quadrante senza numeri.
La lancetta spezzata.

Un ritmo cieco batte a tentoni negli angoli.

Commento di Lucio Mayoor Tosi

Queste io le chiamo poesie della percezione. Sono rare, sono un avvertimento anche per chi ne scrive, sono il modo in cui avviene la comprensione delle cose. Procedendo con questa comprensione, senza sostare troppo nell’intellettualità, le cose ci arriverebbero dentro con il loro particolare “essere” e ci toglierebbero dall’angoscia. Complimenti a Donatella, è una bellissima poesia.

Commento di Mariella Colonna

è una poesia esemplare per la NOE… gli oggetti diventano “cose”, eventi, diventano te, DONATELLA, per quello di te che riesci a riversare sulle cose, sulla quotidianità: e poi quel punto interrogativo che cade nel vuoto! Immagini molto nuove, originali.

Commento di Giorgio Linguaglossa

Acutamente Lucio Mayoor Tosi definisce la poesia di Costantina «poesie della percezione». Le poesie sono la prosecuzione degli occhi, sono delle sonde gettate nel mondo di cui avvertono i minimi trasalimenti, le minime fenditure… in tale accezione sono poesie psicologiche in senso moderno, che avvertono il lettore e l’autore di un agguato imminente, di «un punto interrogativo» sospeso «nel vuoto»; è anche una poesia ontologica, che scandaglia l’essere dell’esserci… una sorta di periscopio che osserva e vigila… dal di sotto, ciò che appare e accade sopra l’orizzonte del mare aperto…
Quello che noi scorgiamo al di sopra dell’orizzonte, non è la «realtà» ma è il «reale» che noi abbiamo costruito con il nostro immaginario e il nostro simbolico e in base al quale distinguiamo e interpretiamo la «realtà». La cosiddetta «realtà» la vediamo sempre «di scorcio», non è possibile la percezione frontale della «realtà». La poesia ci consente di girare attorno all’oggetto, di investigare sulla natura della «realtà» e di tradurla in «reale», di comprenderla:

Di scorcio, una parete a quadri spalanca la finestra…

Ma questa comprensione è opera dello «sguardo», della posizione di chi guarda che è posta di sbieco, a latere rispetto alla «realtà»; ma, è paradossale, è proprio grazie a questa postazione s-centrata che è possibile avere uno «sguardo». Il «reale» che noi vediamo è quindi il prodotto di uno «sguardo» s-centrato. Non potrebbe essere diversamente, e la s-centratura interviene nel momento in cui agisce il significante: la metafora. Infatti, nella poesia non è detto che è «la finestra [che] spalanca una parete», ma il contrario. Il contrario appunto in quanto l’atto dello «sguardo» è s-centrato. Il «reale» ricoperto dall’immaginario dà il senso di realtà alla «realtà» ed Essa è precisamente l’effetto di questo ricoprimento immaginario del reale. La castrazione originaria rende possibile il significante originario, il significante del Padre, e quindi l’accesso alla realtà. La «realtà» non è il «reale» per Lacan. La realtà è il «reale» coperto dall’immaginario e dal simbolico. La freccia che va dall’Immaginario al Simbolico è la freccia del senso. La dimensione della verità implica il rapporto tra immaginario e simbolico. La verità si dà come simbolizzazione dell’immaginario. Ogni volta che accade la simbolizzazione dell’Immaginario c’è effetto di verità, c’è processo di disidentificazione. Ogni volta che mettiamo in evidenza le identificazioni inconsce che governano la vita di un soggetto l’effetto di questa interpretazione è un effetto di disidentificazione. In tal senso le poesie di Donatella Costantina Giancaspero sono una rete fittissima di segnali semaforici, segnali che lampeggiano e danno evidenza agli ordini semantici dei significanti; ordini di Alt, Verde, Giallo; ordini di divieti e di permesso. Ordini minacciosi, intimidatori che angosciano. Il simbolico di questa poesia è costellato di ordini, di divieti e di censure, sono le metafore che zampillano in fibrillazione continua…

gif occhiali colorati

Gino Rago
31 agosto 2017 alle 19.22 Continua a leggere

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Antologia n. 2 nuova ontologia estetica – poesie inedite di Pavel Arsen’ev (1986) e Ryszard Krynicki (1943), Adeodato Piazza Nicolai, Giuseppe Talia, Antonio Sagredo – traduzioni di Paolo Galvagni e Paolo Statuti con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Strilli Giancaspero

(grafica degli “strilli” di Lucio Mayoor Tosi)

Giorgio Linguaglossa
31 agosto, 2017

C’è una «logica» delle metafore e delle metonimie. Un linguaggio poetico privo di logica è un linguaggio poetico scombiccherato, claudicante, incomprensibile. Per questo un poeta come Valéry parlava della poesia che ha la precisione di una «matematica applicata». Anche nel linguaggio poetico c’è una «logica».
La logica è la grammatica profonda del linguaggio, al di là della sua grammatica concettuale che ne è la sintassi. È Essa che pone in evidenza le relazioni di senso (che non si dicono in quel che si dice ma che si mostrano, e che ciascuno è in grado di comprendere in quanto semplice utilizzatore di lingua naturale).
Il linguaggio poetico è la tematizzazione esplicita di ciò che è contenuto nel linguaggio naturale; per cui il secondo viene prima del primo. È un linguaggio in quanto scritto, decontestualizzato, in cui tutto è chiaro, univoco, intelligibile da subito perché costruito per questo scopo. È il prodotto della riflessione del linguaggio su se stesso, l’esplicitazione delle sue strutture di senso soggiacenti alle relazioni dei parlanti immersi nel linguaggio naturale.
Dal linguaggio relazionale del linguaggio naturale al linguaggio poetico c’è una frattura e un abisso, un salto e un ponte.
La problematizzazione del linguaggio poetico si esprime, quale suo luogo naturale, in metafore e in immagini. Tutto il resto appartiene al demanio discorsivo-assertorio che ha la funzione politica di convincere un uditorio. A rigore, si può sostenere che un linguaggio poetico privo di metafore e immagini non è un linguaggio poetico. E con questo scopriamo l’acqua calda, ma è indispensabile ripeterlo, anche adesso in tempi di semplicismo filosofico-poetico.
Lo scetticismo – che data da Satura (1971) in giù nella poesia italiana – ha dato i suoi frutti avvelenati: ha ridotto la poesia italiana ad ancella dei mezzi di comunicazione di massa, ad un surrogato di essi; l’ha resa sostanzialmente un linguaggio non differenziato da quello della «comunicazione».
Un aneddoto, circa alla metà degli anni novanta a Milano venne stilato un «manifesto», redatto, mi sembra da un certo Italo Testa e sottoscritto da personaggi noti, che sollecitava la rivalutazione della «comunicazione» in poesia. All’epoca, ci restai di princisbecco, adesso non mi meraviglio più di nulla, ormai la poesia-comunicazione ha invaso ogni pertugio di buon senso. All’epoca, avevo pubblicato (1995) sul n. 7 di Poiesis il «Manifesto della nuova poesia metafisica», che andava in direzione diametralmente opposta.
Di fatto, da Satura in poi fino ai giorni nostri, non c’è stato nessun poeta italiano degno di stare allo stesso livello di un Tranströmer, questo è un nodo che finora non è stato sciolto dell’Istituzione poesia così come si è solidificata oggi in Italia.
La poesia che si fa oggi in Italia è un linguaggio ingessato (nel migliore dei casi) e un linguaggio comunicazionale (nel peggiore).

Strilli Grieco
Due poesie di Ryszard Krynicki

[Tra i massimi poeti polacchi contemporanei, Ryszard Krynicki nasce il 24 giugno del 1943 nel lager austriaco di Wimberg, a Sankt Valentin. Ha ottenuto diversi premi letterari, tra cui il premio internazionale Kościelski (1976), è anche traduttore dal tedesco di Brecht, Nelly Sachs, Paul Celan. Il volume Punkt magnetyczny (Il punto magnetico, 1996) contiene un’ampia scelta di versi delle sue raccolte precedenti, tra cui Akt urodzenia (Atto di nascita, 1969), Organizm zbiorowy (Organismo collettivo, 1975), Nasze życie rośnie (La nostra vita cresce, 1978), la sua ultima raccolta è Kamień, szron (Il sasso, la brina, 2004). Nel 1988 Krynicki ha fondato la casa editrice a5, che pubblica poesia contemporanea, tra cui Herbert e Szymborska.
Gli esordi di Krynicki nel 1968 sono legati al movimento di Nowa Fala (Nuova Ondata), composto da poeti dello spessore di Zagajewski, Karasek, Barańczak, Kornhauser, accomunati da uno sguardo lucido e critico sul regime e dalla volontà di rispecchiarne, nella maniera più fedele, il grigiore e la disperazione quotidiani.
Nella sua poesia si riscontra la presenza di un tono quasi oracolare innestato su di un lessico sobrio, spoglio, schietto, a volte sarcastico, a volte umorale. I tratti sopra segmentali entrano con pieno diritto nella poesia occupando un posto d’onore. Esponente di spicco della generazione della Nowa Fala, Krynicki ha un timbro, una voce individuale. La sua voce si esprime bene nei momenti in cui prende posizione con interrogativi incalzanti e alti, quando può prendere posizione nei confronti del regime e della storia. Sue poesie sono reperibili nell’antologia “Almanacco dello specchio 2007”, Mondadori.]

Strilli Rago
Il poeta è pudico

Il poeta è pudico.
Lo è perché parla di sé, anche se in minima parte, immette nella poesia un moto, l’emozione di un istante vissuto proprio così, lì o altrove, ma comunque vissuto.
Almeno lo dovrebbe.
C’è chi immagina e racconta; ci inonda di versi profondi, ridondanti e colti che però non hanno vita.
Ci si può difendere da versi così? Mah!
Se piacciono, sono pur sempre poesia: falsa, copiata sbirciando componimenti di altri, ma di base una certa sensibilità c’è.
Io ho un sistema: scelgo un momento mio della giornata, butto i pensieri e leggo a voce alta, fingendomi l’autore e poi mi interrogo.
Posso dire di essere stato onesta nella lettura? Ho interpretato bene il suo pensiero? E come ne esce il suono? Scivolano le parole, o si arrotolano su se stesse?
Ecco, rispondendo a tutto questo ottengo delle prime risposte che saranno convalidate o smentite da poesie successive.
Non ho mai provato a leggere le poesie in altre lingue che la mia. Deve essere una esperienza esaltante.
Purtroppo mi difetta la pronuncia di molti idiomi, quindi è una esperienza che non farò mai.
Accetto senza riserve, quindi, il dire di questo autore. La semplicità dello scritto (e la bravura del traduttore: non scordiamoli mai) ne fa un testo prezioso.

Effetto di estraniamento

Preferisco leggere i miei versi in una lingua straniera:
occupato a rigirare cautamente in bocca
i sassolini della pronuncia corretta
sento meno la spudoratezza della mia confessione.

(traduzione di Paolo Statuti)

Strilli Leone

Due poesie di Pavel Arsen’ev

[Pavel Arsen’ev è nato nel 1986 a San Pietroburgo, dove vive tuttora. È ricercatore presso l’Ateneo pietroburghese (cattedra di teoria della letteratura). Pubblica versi e articoli nel sito http://www.polutona.ru, su riviste russe e straniere. Dal 2009 organizza il festival di poesia sull’Isola Kanonerskij a San Pietroburgo. È il redattore capo dell’almanacco “Translit”. Ha pubblicato le raccolte To, čto ne ukladyvaetsja v golove [Quello che non si ripone nella testa] (2005), Bescvetnye zelënye idei jarostno spjat [Idee verdi incolori dormono furenti] (2011). Suoi versi in traduzione italiana sono apparsi in Tutta la pienezza del mio petto (Lietocolle 2015)].

quando è giunta l’ora di pagare il vino
tutti in un attimo sono ritornati sobri
hanno spento la loro trasgressione francese
hanno acceso il razionalismo francese
e con zelo improbabile hanno cominciato
a contare la quota di partecipazione di ciascuno
nelle follie brille

Secondo la costituzione

il presidente risulta
il presidente conduce
il presidente introduce
il presidente è a capo
il presidente ha il diritto di fermare
il presidente viene eletto
il presidente emana
il presidente ha il diritto
il presidente può essere eletto
il presidente può avvalersi
il presidente può consegnare
il presidente insignisce
il presidente designa
il presidente non può occupare
il presidente provvede
il presidente possiede
il presidente promulga
il presidente si rivolge
il presidente determina
il presidente libera
il presidente realizza
il presidente revoca
il presidente porta
il presidente presenta
il presidente accetta
il presidente firma
il presidente conferisce
il presidente inizia
il presidente interrompe
il presidente scioglie
il presidente decide
il presidente pone
il presidente conferma
il presidente forma
il presidente introduce
il presidente emane
il presifentr decide
il presidente pone
il presidente conferma
il presidente forma
il presidente introduce
il presidente
forse

(Traduzione di Paolo Galvagni)

Strilli Dono

Giorgio Linguaglossa
19 giugno 2017 alle 15.44

Scrivevo qualche tempo addietro:
“… c’è stato un tempo in cui quell’aggettivo era una «forma verbale», cioè indicava una «azione» (la rifrazione della luce su di un corpo e il riflesso di quella luce su di un altro corpo). Ora, in prosa non è più possibile scrivere dando ascolto a questo complesso problematico, ma in poesia sì, è assolutamente necessario fare apparire al di sotto dell’aggettivo la sua vera sostanza verbale. Che cosa voglio dire? Voglio dire semplicemente che la poesia diventa viva e significativa se noi teniamo presente il valore verbale di azione insito in ogni parola, e che nella costruzione sintattica e semantica poniamo attenzione alla «azione» che costituisce il comune denominatore verbale sia dell’aggettivo che del sostantivo. La costruzione sintattica è analoga allo spazio che viene ad essere deformato dalla presenza della gravità della materia. La costruzione sintattica e semantica non è un in sé dato per definitivo, ma è una forma del pensiero che si adatta alla «gravità della materia verbale»”.

Strilli Tosi

GiuseppeTalia (ex Panetta)
11 novembre 2014 alle 22:02
.
Gran bel discorso, caro Linguaglossa, condivisibile. Il male di noi poeti occidentali è che “copuliamo” troppo, e copuliamo con noi stessi, ci facciamo tante pippe mentali. E allora Linguaglossa, rileggi Thalìa e trova quante copule vi siano, 3, 4 (funzionali ma non necessarie) su 80 pagine? E nei Fiori di U? 2 copule superflue su circa 200 versi (ho controllato).
Allora, il mio miglior haiku zen? Questo:

Rotola l’estate
si stacca dalla pianta
il fico d’india.

Quello più intrigante? Quest’altro:

Il gatto all’alba
ascolta il concerto
sognando le ugole.

Giuseppe Talia (ex Panetta)
12 novembre 2014 alle 20:17

Lack of memory. Il grande male del nostro nuovo secolo.
Mnemosine, figlia del cielo (Urano ) e della terra (Gea), nella velocità dell’oggi, a chi può essere paragonata? Se dicessi a suo fratello Crono farei una pubblicità occulta a una nota marca di orologi.
E allora, il passato cerchiamo di farlo rivivere nell’immediato. Proviamo a fermarlo, andiamo contro-tempo.

da Salumida (2010)

I vicoli di pietra sussurravano
E tu padre germogliavi d’urla
Un cerotto alla morfina piano
Cambiava i grumi delle tue pupille
Il limone giallo t’assomigliava
Magro come un gambo di nebbia
Si nasce e il mondo cambia colore
L’infanzia verde il sole giallo
Arancione in quei tramonti
Che dicono tutto
Si cresce, non si finisce mai
Di crescere, rosso, olivastro
Con gote di quel che non sai
Una caduta in bicicletta
La ferita e il sangue porpora
Nessun ideale se non il bucaneve
Il tempo carico di luce
Pieno di odori e di sapori
Sapessi dove sono anima mia
Sono dove il sole mi sbatte
Sulle rocce che si sfaldano
Sono dove il vento costruisce
Le rocce con nuovi granelli
E la pioggia solidifica e lava
Sono dove il falco fa il suo nido
E volteggia per sempre portando
Un insetto una lucertola o niente
Dove i pesci saltano sull’onda
E s’affondano nei sabbiali
Coralli ancora teneri
Sapessi a volte come il fumo
Il vapore della terra sale in aria
In piccole gocciole trasparenti
Dove la montagna erutta fuoco
Fonde l’acciaio e l’agape
La gemma che non ha valore
Ci insegna a ricordare tutto
Quando saremo fluttuanti
Fra metafore spente
Su una nave spaziale
Strapiena di gente
Notte di tuoni acqua e vento
Un finimondo finito in fretta
Un frantoio unto e dilavato
Di nuovo il sole brucia
Della frescura temporalesca
Con vigore si vendica
Stelle nella lavastoviglie
Sassi stellari e navicelle
Di sapone nello scarico
Della discarica dei gabbiani
Ingorghi di clacson e polveri
Sottili nelle viscere di Eva
Con un Adamo dal pomo torto
Nel secchio del riciclaggio
Anche oggi i passerotti
Hanno beccato le briciole
Sul balcone
Venuti a luce d’autunno
Sono volati via di colpo
Non appena la finestra

È un finale interrotto questo di Giuseppe Talia che ci richiama alla mente la poesia di Petr Král per certi suoi aspetti psichici. Il poemetto di Talia è del 2010, ha una vitalità che deriva a mio avviso dal pochissimo spazio concesso ai verbi, l’azione verbale è del tutto assente; similmente, è assente la copula «è», anch’essa messa in castigo. Il fatto è che così priva di verbi la poesia di Talia sta come slegata, sciolta, le parole sono come tanti palloncini che vanno verso il cielo e lì si perdono; prive della gravità esercitata dai verbi le parole acquistano leggerezza e gassosità, sembrano non raggiungere mai la stabilità (apparente) del significato. Una Musa last minute tanto cara a Giuseppe Talia, appesa alla improvvisazione del momento, quasi una esecuzione jazz.

(g.l.)

Strilli Gabriele
da La Musa last minute (inedito)

Guido Oldani

Fiacco di clorofilla e di gambe d’argilla
Detenuto nel container come scontenuto
Betoniera terminale del poeta mantenuto
Cementizzato nell’ars poetica, oldaniano
Realismo militante, con antologie allappanti
Per l’infelice vita di codeina e di camomilla.

Strilli Ventura

Due poesie di Adeodato Piazza Nicolai

Tu luna
Lassù come ti senti?
Sverginata allunata
calpestata espropriata
sembri perfino dimagrita.
Cosa direbbe Leopardi?
Scivolerebbe forse
una lacrima
sulle sue guancie?
Non saprei dire ma soffro
una pena infinita…
Se fossi un barbone
itinerante ti amerei
con occhi sognanti
però non lo sono.
Spreco così
parole malconcie
a lenire un poco
questa ferita.

©2017 Adeodato Piazza Nicolai
Vigo di Cadore, 13 luglio, ore 5:00

dall’ontologia estetica di Ajvaz

In piena umiltà inseguiamo il paradosso
della classica meta-poesia un po’ dimenticata
o messa in cantina poiché (la crediamo)
sia rimasta senza benzina. Forse meglio tuffarsi
nei labirinti borgesiani o perdersi nella sua
biblioteca infinita. Anche Jung e Jodorowski
ci conducono in fiumi sotterranei che a volte
spuntano sulla superficie, ma solo come frammenti
e lamenti delle viscere poetiche sotterrate
da troppe teorie sparpagliate a vanvera un po’
dappertutto …

E il teorema di Zeno ha ancora qualche
valore? Un disonore studiarlo tuttora? Da tempo
tento di varcare certi confini immaginari, muraglie
illusionarie. Non voglio ritornare né all’alfa né all’omega.
Lasciatemi remare e poi ascoltare il fruscio delle vele
sulla barca mai costruita dalle mie mani,
chissà se ci sono altri porti sepolti da esplorare…

© 2017 Adeodato Piazza Nicolai
Vigo di Cadore, 27 giugno, ore 18:30

Strilli Linguaglossa
Giuseppe Talìa
13 luglio 2017 alle 22.18

A proposito di luna, eccone tre scritte parecchi anni fa.
La prima, calza a pennello a proposito degli ultimi atti vandalici commessi all’istituto Falcone (e tutti questi “strani” roghi che bruciano in Campania, in Calabria, in Sicilia ?)

Morto il chiarore
la luna incanutita
rotola giù e si scioglie
come un’aspirina
S’acquieta il fragore
nell’aria ammutolita
si ferma sulle soglie
e scoppia come mina
E’ strage nel furore
la Torre dei Pulci ferita
Roma Milano le spoglie
e quel sospetto che affina.
La seconda, una luna che si specchia nel danno ambientale.

Dove sei?
In fondo a quale pozzo
Galleggi nel percolato?
Un cerchio di luce ! Morta?
Uno spicchio
Forse specchio
Madre?
Faccia butterata
Inguaribile
Cuore di lupo
Con ciaspole e piccone
Il biancore di neve
Candrama
Forgi il falcetto
Mieti i gambi storti.
La terza, un primo quarto (di luna)

una
sono una
non certo trina
mi vesto di crinolina
e cresco da notte a mattina
deambulante dea creta dell’universo
sono la luna di quando crescono le fragole
la luna di quando i cervi perdono le corna
minimo falcetto lievito nel sommerso
madreperla nell’immenso concesso
e porto fortuna porto sfortuna
sono di fiume e di laguna
nel cielo di china
non sono trina
sono una
una

Strilli Giancaspero

Poesia di Antonio Sagredo

Non ho mai desiderato una forma perfetta
che fosse soltanto poesia e prosa insieme
per un non comprendersi rivolto a tutti
con una misera sofferenza per il poeta e il suo lettore.

La poesia è decente quando è estranea a se stessa:
da noi si genera tutto ciò che già sapevamo,
gli occhi sono fissi per accogliere perfino una tigre,
senza requie lei nella luce con la sua coda immobile.

È ingiusto pensare che la poesia è soggetta agli angeli,
umilmente si crede che siano dei demoni.
L’umiltà dei poeti si genera in luoghi conosciuti,
la loro superbia è possanza della consapevolezza.

Quale creatura irrazionale desidera il potere degli angeli
che una sola lingua ciarlano in una casa non loro.
E che felici e gioiosi donano labbra e dita
per non mutare a loro vantaggio la sua destinazione?

Perché ciò che ieri era sano è stato disprezzato,
tutte le creature non hanno idea di come io sia triste
poi che invano ho cercato una maniera
per odiare l’Arte con estrema severità.

Mai c’è stata un’epoca in cui si leggevano libri ottusi
per avere gioia e felicità con Intolleranza e avversità.
È la stessa cosa di quando non si è letta nessuna pagina
di opere che ci giungono dalla Clinica delle Felicità.

(marzo, 2016 à la maniere di Milosz)

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La Nuova Ontologia Estetica: Poesie di Anna Ventura, Raymond Carver, Michal Ajvaz, Petr Král, con Commenti di Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa

Gif hair pop art

Riassumo qui brevemente alcune caratteristiche dei linguaggi della «nuova ontologia estetica»:

Frammento, frammentazione, de-simbolizzazione, disparizione dell’io, presenza della contraddizione, principio di contraddittorietà, principio di negazione, diplopia della identità, principio di incontraddittorietà, il paradosso, intemporalità, multitemporalità; inversioni spazio-temporali; mobilità degli investimenti linguistico-libidici; indipendenza dell’io dalla realtà esterna; il mondo esterno visto dal «tempo interno»; il «tempo interno» dell’io, il «tempo interno» delle parole; utilizzazione del punto nella orditura della sintassi, ritorno del rimosso, asse metonimico e asse metaforico

Tutti questi sono evidenti tratti salienti dell’inconscio. E non c’è neanche bisogno di ricorrere alla procedura dei surrealisti, la «nuova ontologia estetica» viene molto tempo dopo l’esaurimento del surrealismo, vive semmai degli spezzoni e dei lacerti dell’epoca post-surrealistica, tra gli stracci delle parole, tra le parole di plastica della lingua di plastica dell’informazione, in mezzo alle parole «raffreddate» ed assopite. [g.l.]

Mario Gabriele
18 giugno 2017 alle 14.29

Bene ciò che dici Giorgio sul piano della posizione estetica della «nuova ontologia estetica». In poesia bisogna adoperare tutti gli strumenti tecnici in grado di rendere il testo ineccepibile. E’ nostro dovere offrire il meglio della esperienza linguistica e culturale. Ci stiamo lavorando sempre in crescendo (vedi Tosi e altri poeti qui presenti) non per produrre l’increabile, ma per rispondere al postmoderno poetico lasciato nelle mani di conservatori e idealisti. Ogni poeta della «nuova ontologia estetica» ha un proprio cliché estetico che lo porta a indagare su ogni aspetto della realtà, e la cosa più sorprendente che si può rilevare, è che questo modo di scrivere versi non si identifica per niente con la produzione poetica degli anni passati e con chi, per un motivo o per altro, presenta rigide tesi a sostegno dei loro lavori rispetto alla NOE.

Giorgio Linguaglossa
18 giugno 2017 alle 15.54

caro Mario,
contro i timorosi del «nuovo», contro i conservatori ad oltranza, contro chi reclama la conservazione della tradizione (come se essa fosse un capitale che sta in banca a produrre altro capitale ad interessi fissi), contro chi è recalcitrante alle nuove forme estetiche, contro chi pensa che scrivere poesia lo si possa fare a spese della tradizione utilmente collocata nel proprio bagaglio pret à porter, riporto qui un pensiero di Adorno:

“Gli argomenti contro l’estetica «cupiditas rerum novarum», che così plausibilmente possono richiamarsi alla mancanza di contenuto di tale categoria, sono intrinsecamente farisaici. Il nuovo non è una categoria soggettiva: è l’obbiettiva sostanza delle opere che costringe al nuovo perché altrimenti essa non può giungere a se stessa, strappandosi all’eteronomia. Al nuovo spinge la forza del vecchio che per realizzarsi ha bisogno del nuovo… Il vecchio trova rifugio solo nella punta estrema del nuovo; ed a frammenti, non per continuità. Quel che Schömberg diceva con semplicità, «chi non cerca non trova», è una parola d’ordine del nuovo […] Quando la spinta creativa non trova pronto niente di sicuro né in forma né in contenuti, gli artisti produttivi vengono obbiettivamente spinti all’esperimento. Intanto il concetto di questo (e ciò è esemplare per le categorie dell’arte moderna) è interiormente mutato. All’origine esso significava unicamente che la volontà conscia di se stessa fa la prova di procedimenti ignoti o sanzionati. C’era alla base la credenza latentemente tradizionalistica che poi si sarebbe visto se i risultati avrebbero retto al confronto con i codici stabiliti e se si sarebbero legittimati. Questa concezione dell’esperimento artistico è divenuta tanto ovvia quanto problematica per la sua fiducia nella continuità. Il gesto sperimentale, nome per modi di comportamento artistici per i quali il nuovo è vincolante, si è conservato; esso però indica ora un elemento qualitativamente diverso… indica cioè che il soggetto artistico pratica metodi di cui non può prevedere il risultato oggettivo”. “la categoria del nuovo è centrale a partire dalla metà del XIX secolo – dal capitalismo sviluppato -“. “L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte: essa è la radicalmente oscurata”. “Nei termini in cui corrisponde ad un bisogno socialmente presente, l’arte è divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto” .1]

1] T.W. Adorno Teoria estetica, Einaudi, 1970, trad. it. pp. 32,33

Mario Gabriele
18 giugno 2017 alle 17.50 Continua a leggere

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LA NUOVA POESIA, Poesie inedite di Mario Gabriele, Mariella Colonna, Adeodato Piazza Nicolai, Giorgio Linguaglossa con Dialoghi e Commenti tra Lucio Mayoor Tosi, Donatella Costantina Giancaspero, Mario Gabriele, Mariella Colonna, Giorgio Linguaglossa

foto selfie

Pinterest, foto pubblicità

Mario M. Gabriele
Un inedito

da http://mariomgabriele.altervista.org/inedito-mario-m-gabriele-2/#comment-26

Evelyn non svelò mai l’ultima carta,
e chi le chiese della sua vita rispose:
-everybody cries,
(tutti piangono)
-everybody hurts, sometimes-,
(tutti soffrono qualche volta).
Mancando il bersaglio per accecare la vita,
la Signora Timberlaine credeva che standomi accanto,
tornasse il sole. –Come Here!-,
disse Miss. Swedenborg, la principessa dei sogni.
-Solo con me puoi tornare alle notti di luna-.
-Ho timore, Madame, che tutto questo non basti-.
Settantasette volte sette fummo abbattuti dal vento.
Oh come è lontana la giada di Dalia!
L’eclissi copre New York,
aggiunge nero al nero su Edmund Wilson
chiuso nel suo sonno eterno.
Carolina ha cambiato epitaffio
da quando ha letto Spoon River.
E’ venuto Arturo con l’amuleto contro i woodoo
Il dottor Caronte traghetta con il Targin le anime
disabituate alla vita.
Profumi esalano dai comignoli.
Welcome agli anni che vengono e vanno
in questa Long Island di ricordi:
delicatissimo plumage nel sonno di primo rem,
quando come su un volo charter resti a metà respiro
e ti racchiudi nel sedile e bye bye,
si scende nel profondo, si va in libero volo
tra paure recidive e aritmie
e giù, giù, lo starter è pronto per l’ultimo embarquement.
Parigi dall’alto della torre Eiffel è vertigine e incanto.
À la maison de madame Gachet c’è l’Art Nouveau
con clocks, zodiac, calendar prints,
un berretto della rivoluzione d’ottobre,
vicino all’edizione di Fetes galantes di Pauvre Lilian
pubblicata da Lemerre, e poi pintores y escultores,
impressionist masterpieces
e un pezzo di Muro della Berlino di Willy Brandt.
Parigi è uno specchio del mondo:
un lungo racconto da Boule de suif di Maupassant.
Ma se passa di sera Margot,
t’accorgi che è un profumo di fresca fontana
dai boulevards a Saint –Martin-des Champs.

foto Adesivo-da-parete-Pop-Art-con-ritratto-femminile-LacucksGiorgio Linguaglossa
24 agosto 2017

Un giorno mi farò coraggio e chiederò a Mario Gabriele come inizi di solito una sua poesia. Sono convinto che lui proceda a random, come usava fare Mallarmé. Del resto, Mallarmé – confidò Valéry a Scherer – usava iniziare alcune poesie gettando delle parole sulla carta, qua e là, come il pittore getta dei tocchi sulla tela. Mallarmé in sostanza isolava una serie di parole-chiave sulle quali apprestava una sovrapposizione di messaggi semantici tali da fondere insieme il grammaticale, il sintattico, il lato metafisico, e perfino l’aspetto tipografico che assumeva, a volte, un ruolo determinante.
Nella poesia di Mario Gabriele le immagini sostituiscono le parole-chiave di Mallarmé, in quanto le immagini sono già delle «tavolozze» iconiche e semantiche già pronte all’uso e perché permettono una quasi infinita possibilità di giustapposizioni e di sovrapposizioni. Le immagini diventano così metafore, le quali garantiscono una semantica senza il bisogno di ricorrere ai giochi di rime e agli accoppiamenti fonosimbolici. In questo modo, la poesia diventa una serie continua di immagini-metafore dotate di intrinseca capacità semantica e fonologica, sono insomma dei significanti che consentono la «inserzione in una catena significante di un altro significante, per mezzo del quale quello ch’esso soppianta cade nel rango di significato, e come significante latente vi perpetua l’intervallo in cui un’altra catena significante può esservi innestata».1]

In tal modo, nella poesia di Gabriele si manifestano e si intrecciano due piani semantici, uno latente ed uno evidente, che entrano in competizione reciproca. Si manifesta, insomma, una vera e propria sintassi delle immagini, o delle serie di immagini, in competizione tra di loro con un andamento ondulatorio che vede ora il prevalere di una serie di immagini, ora il prevalere di un’altra serie, generando nel lettore un effetto continuo di sorpresa e di straniamento, una sorta di perpetua mobilità semantica delle icone allo stadio zero della significazione in quanto la sovra determinazione che si innesta sulle continue sovrapposizioni iconiche genera sul lettore un effetto moltiplicato…

Una poesia-tipo di Mario Gabriele, si presenta come una ininterrotta sequenza cinematografica di immagini che ingenerano nel lettore un sorprendente effetto labirinto, di sospensione e di interrogazione sul senso complessivo della poesia e del mondo. Sono le sfaccettature, i riflessi delle sfaccettature di quei polinomi iconici, i fuochi ellittici delle immagini che costituiscono il motore nevralgico della poesia di Gabriele che, condensata all’estremo, diventa un luogo di intersezione, giustapposizione e sovra determinazione di catene significanti, di fonemi, di sensi interrotti, di ritmi sincopati e deviati; vi si ritrova anche la dislocazione di metafora in metafora, altro procedimento tipico del linguaggio dell’inconscio, la sostituzione dei sostantivi ai verbi, lo spostamento del soggetto, la moltiplicazione dei soggetti, l’ellissi, passaggio dal fonologico al semantico, repentini cambi di marcia e di immagini etc. Ci troviamo, per la prima volta nella poesia italiana del novecento e di questi ultimi anni, di fronte al più vistoso e sorprendente effetto di deragliamento e di dislocazione di materiali iconici e semantici in febbrile omeostasi.

Linguaggio dei comics, tumblir, gif, pinterest, foto di scena di dive, spari di gangster, lacerti strappati e violentati della cultura alta e fotogrammi di fotoromanzi da telemarket, tutto commisto in una fantasmagoria del nulla e del vuoto della nostra civiltà…
È qui in azione il linguaggio dell’inconscio, se prendiamo per vero che la composizione della psiche umana è un qualcosa di stratificato, la poesia di Gabriele è una sorta di sonda immersa tra questi piani del linguaggio del subconscio e dell’inconscio. I compromessi, le collisioni iconiche e i paradossi sono tutti giocati sugli effetti a sorpresa, le ellissi, le elisioni, le omissioni, tutti spie di una grammatica inconscia: un vero e proprio inventario inesauribile. La poesia di Gabriele è arte del tempo, ma di un tempo senza direzione, il tempo dell’attualità, il tempo del presente esteso che agisce però in un modo differente dal tempo della poesia di Donatella Costantina Giancaspero, diversissime sono le procedure, ma entrambe si dirigono verso la cancellazione del verbo, l’azione verbale viene delegata ad un aggettivo con funzione verbale o ad un avverbio. Il participio svolge qui un ruolo importantissimo perché insieme al presente viene come spogliato del passato e ricondotto ad una modalità del presente…

«La funzione poetica proietta il principio d’equivalenza dall’asse della selezione sull’asse della combinazione», dirà Jakobson.2] La poesia diventa diplopia di identità, reiterazioni, contrasti, riflessi iconici, entanglement, si sposterà dall’asse della metaforizzazione a quello della metonimia, tutti indizi retorici di un procedimento che sostituisce il tempo lineare unidirezionale della poesia italiana con un tempo che abita l’estensione del presente esteso, la durata dell’effimero, il tempo dell’attualità pura, il tempo dell’inconscio. Sarà la Persona dell’inconscio che «parla», non più un soggetto governatore e ordinatore del tempo. Gabriele tratta il significante come tratta il sogno o il motto di spirito o le sue metafore, come zattere che consentono lo scorrimento delle icone a velocità supersonica: il messaggio non figura, non si trova in nessuna «icona» ma in tutte quante messe assieme, suggerisce che non c’è messaggio, in primo luogo perché il messaggio si assottiglia e scompare lungo la via di fuga della catena significante, e poi perché la questione del messaggio è stata derubricata dal pensiero critico del novecento a semantema sospeso nel vuoto tra un significante e l’altro, quel vuoto occupato dal soggetto.

Il poeta con quel suo gioco alle tessere del mosaico in perenne costruzione, ci riconduce a quel luogo mitico, fuori della storia, dove nacque il linguaggio, in cui gli elementi significanti dis-connessi, diventano suscettibili di interventi modificatori seguendo la legge di condensazione e di dislocazione che abita nel preconscio…

1] J. Lacan Scritti, I Einaudi, 1974 p. 431
2] R. Jakobson, Saggio di linguistica generale trad. it. Einaudi, p.220

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Giorgio Linguaglossa

Io, Cassandra

«Uomini, ascoltate, ve ne dò il segreto.
Io, la verità, parlo».

Lei, Cassandra, disse queste parole. Disse proprio
queste parole quando entrò nel bar;
ma nessuno le diede retta, anzi, nessuno
se ne accorse…

Voltò le spalle al muro e salì su uno sgabello.
«Uomini, ascoltate, ve ne dò il segreto.
Io, la verità, parlo».

Con meraviglia e stupefazione Cassandra
notò che nessuno le aveva dato retta.

«Wo Es war, soll Ich werden», disse in fretta,
sottovoce,
come per liberarsi di un peso; ma ormai era fatta,
si era liberata la coscienza di quel peso: l’aveva detto.
In qualche modo, l’aveva detto.

Roma, 25 agosto, 19.04

I, CASSANDRA

«Listen, men, I will give you a secret.
I, the truth, speak».

She, Cassandra, said these words. She spoke
these very words
when she came into the bar;
but no one listened to her, indeed, no one
saw her …

She turned her shoulders to the wall and climbed on a stool.
«Listen, men, I will give you a secret.
I speak the truth».

Surprised and stupefied Cassandra
noticed that no one had listened to her.

«Wo Es war, soll Ich werden», she quickly said,
sottovoce,
as if to free herself of a weight; but already it was done,
she had freed her conscience of that weight: she had said it.
In some way, she had said it.

[ Rome, August 25, 19.04]

 

© 2017 for the American translation by A. P. Nicolai of the poem
IO, CASSANDRA of Giorgio Linguaglossa. All Rights Reserved for the original and the translation

Mario Gabriele
24 agosto 2017

Caro Giorgio,

il vuoto poetico si placa solo recuperando i frammenti linguistici e fonosillabici, con tutti i “vari deragliamenti di materiali iconici e semantici in febbrile omeostasi”, che si aggregano e si annullano, come giustamente fai notare tu. Non è compito facile: è l’estrema risorsa per ridare alla parola un momento di riflessione e di ricostruzione, anche se alla fine la poesia è un’arte verbale in continuo movimento. Proprio oggi, con la pubblicazione della poesia dall’incipit Evelyn, apparsa qui su l’Ombra e su Altervista, assieme alla tua nota e al mio riscontro, ho voluto inserire alcuni testi di poesia civile, che sembrano spariti dai negozi linguistici, troppo affollati di iperplasia fonocellulare. Questo perché non si può dimenticare il passato nei suoi eventi storici, tanto da far dire a Claudio Magris e a Barbara Spinelli che il Novecento è stato il secolo ”ammalato di amnesia” e, che ha portato nel campo della poesia allo svilimento dei valori e alla parcellizzazione dei linguaggi, a uso e consumo dell’IO. Ci sono tanti motivi nazionali ed extranazionali che stanno veramente rivoluzionando il mondo e che possono essere presi ad esempio, senza fare retorica, anche con un linguaggio nuovo.

Lucio Mayoor Tosi
24 agosto 13.30

Evelyn: qui siamo alla maestria. Si riconoscono le campate dei versi, nati antichi ma come vintage. E la critica: abbiamo un bel dire che servirebbero altri criteri, ma intanto una cosa sappiamo: che la critica NOE può nascere solo all’interno della NOE. Può sembrare un estremismo, eppure com’è che ci capiamo anche nelle cose più complesse, nelle ricerche più azzardate, scientifiche e filosofiche? E’ una malia, un assoggettamento? No, basta notare l’ingresso di una poesia di Mario Gabriele; e sembra di essere in un bar, altro che in un salotto letterario! Un caffè? e la giornata scorre nel lungo inizio.

Gif Marilyn Monroe (1996) Roy Lichtenstein

Roy Lichtenstein Marilyn pop art

londadeltempo
24 agosto 2017

Mario Gabriele: una vera rivoluzione espressiva compiuta con “passo felpato”, con andamenti eleganti da felino del linguaggio, sempre con l’abituale classe dello stile mitteleuropeo con sfumature di american style!
Grande Mario Gabriele, hai ispirato un pezzo di critica a Giorgio altrettanto grande!!! Siete fantasmagorici, cari maestri di NOE, MERAVIGLIOSAMENTE DENTRO LE VOSTRE IDEE! Non posso non riscrivere la poesia di Mario, commentandola, mi ha emozionato perché, nella sua eleganza equilibrata e incandescente, da parola a parola, riesce a velare le emozioni attingendo a quella che chiamerei “la vera classe nel fare poesia”, creando con le parole una sorta di imprevedibile fiore cosmico: (e la stessa cosa penso del commento critico di Giorgio a Mario Gabriele, poi ne parlerò).
Quindi:

“Evelyn non svelò mai l’ultima carta,
e chi le chiese della sua vita rispose:
-everybody cries,
(tutti piangono)
-everybody hurts, sometimes-,
(tutti soffrono qualche volta).
Mancando il bersaglio per accecare la vita,
la Signora Tiimberlaine credeva che standomi accanto,
tornasse il sole. –Come Here!-,
disse Miss.Swedenborg, la principessa dei sogni.
-Solo con me puoi tornare alle notti di luna-.
-Ho timore, Madame, che tutto questo non basti-.
Settantasette volte sette fummo abbattuti dal vento.”

ECCO due splendidi ritratti di signore e uno visto sullo sfondo: Evelyn pallida, vestita in grigio pallido, che non rivela indirettamente il proprio doloroso sentire (il poeta prova tenera ironia), ma teneramente vuol essere compatita e lo è, ironicamente; Miss Swedenborg (come si sente la cultura vasta e ben assimilata nella scelta dei nomi!) “principessa dei sogni” (come fai, Mario, a realizzare questi perfetti MIX di tenerezza e ironia?. ..la principessa dei sogni traccia rapida il ritratto sullo sfondo: quello della signora Timberlaine, che sente, nella solare Miss Swedenborg, un’energia vitale capace di riscaldarla, di farla rinvenire da uno stato di tedio e di malinconia, ma lei, la principessa, pensa alle notti di luna (e continua a sognare).

Purtroppo un impeccabile freddo cavaliere la risveglia alla realtà: il vento abbatte i sogni con una percentuale di probabilità alta, la cui misura è tratta dal linguaggio del Vangelo.
Poi si legge di tutto, con una progressione “meteorica” e post-emblematica che va dall’ “eclissi sopra New York” a “Parigi specchio del mondo…con il profumo serale di fresca fontana quando passa di sera Margot. C’è Carolina che cambia epitaffio da quando a letto l’Antologia di Spoon River, Caronte che traghetta le anime “disabituate alla vita”, il poeta dà il benvenuto agli anni che vengonoevanno come in un volo charter quando restiametàrespiroeti racchiudintestesso e byebyesiscendenelprofondo. Il volo pindarico (ehi…è Mario Gabriele!) passa dal volo charter alla Torre Eiffel, da dove Perigi è vertigineincanto. Rileggete: una vera meraviglia di sequenzesensazionievocazionieventipercezioni!

“Oh come è lontana la giada di Dalia!
L’eclissi copre New York,
aggiunge nero al nero su Edmund Wilson
chiuso nel suo sonno eterno.
Carolina ha cambiato epitaffio
da quando ha letto Spoon River.
E’ venuto Arturo con l’amuleto contro i woodoo
Il dottor Caronte traghetta con il Targin le anime
disabituate alla vita.
Profumi esalano dai comignoli.
Welcome agli anni che vengono e vanno
in questa Long Island di ricordi:
delicatissimo plumage nel sonno di primo rem,
quando come su un volo charter resti a metà respiro
e ti racchiudi nel sedile e bye bye,
si scende nel profondo, si va in libero volo
tra paure recidive e aritmie
e giù, giù, lo starter è pronto per l’ultimo embarquement.
Parigi dall’alto della torre Eiffel è vertigine e incanto.
À la maison de madame Gachet c’è l’Art Nouveau
con clocks, zodiac, calendar prints,
un berretto della rivoluzione d’ottobre,
vicino all’edizione di Fetes galantes di Pauvre Lilian
pubblicata da Lemerre, e poi pintores y escultores,
impressionist masterpieces
e un pezzo di Muro della Berlino di Willy Brandt.
Parigi è uno specchio del mondo:
un lungo racconto da Boule de suif di Maupassant.
Ma se passa di sera Margot,
t’accorgi che è un profumo di fresca fontana
dai boulevards a Saint –Martin-des Champs.”

E adesso una parola sul commento di Giorgio Linguaglossa, vero capolavoro d’interpretazione creativa di un testo altrettanto sorprendente. Non posso aggiungere una parola in più a quanto ha detto Giorgio L., forse avrei fatto meglio a tacere, ma l’entusiasmo è stato travolgente. Risentiamolo:
“Ci troviamo, per la prima volta nella poesia italiana del novecento e di questi ultimi anni, di fronte al più vistoso e sorprendente effetto di deragliamento e di dislocazione di materiali iconici e semantici in febbrile omeostasi.
Linguaggio dei comics, tumblir, gif, pinterest, foto di scena di dive, spari di gangster, lacerti strappati e violentati della cultura alta e fotogrammi di fotoromanzi da telemarket, tutto commisto in una fantasmagoria del nulla e del vuoto della nostra civiltà…” Tanto di cappello.
Anche gli altri poeti che oggi hanno pubblicato: il postmoderno e originalissimo Gino Rago:

le parole che negano
“…Sensazioni e idee della durata eterna.
I cenci e gli stracci. Le velature.
Gli impasti. Le ombreggiature. I merzbilder.
I sacchi vuoti. Ma più pieni degli uomini vuoti.
Il ritorno an den Sachen selbst del poeta nuovo
Lascia in eredità l’arte del no finalmente libero
Contro il sì obbligato di Ferramonti e Belsen.”
E in Lucio Mayoor Tosi
“l’inquietudine dell’universo-leggedell’entropia” come dice Linguaglossa?:
nell’ “Apocalisse” di Lucio Mayoor Tosi?:
Apocalisse.
Come si sta nell’universo al mattino? Che si fa?
Il grigio tormento di un verso attraversa il cortile.
Inossidabile. Giace la rana sepolta dai diserbanti
le spire del vecchio serpente si rilasciano nell’acqua
tiepida di agosto. Il tempo precipita nelle cave
su Andromeda. Segnali di luce, mattini come perle
quando passa l’onda sui frammenti. E mancano i volti.
Il tempo precipita nelle cave su Andromeda: poesia del futuro.
“Segnali di luce, mattini come perle
quando passa l’onda sui frammenti”: poesia dell’anima, di sempre.
Complimenti, Lucio!
Molto intensa e nuova anche “Mattino d’origine” di Gabriella Cinti!!!!
Un abbraccio a tutti.

(Mariella Colonna)

Gif pop art tumlir

Mario Gabriele
24 agosto 2017 alle 18.52

Carissima Mariella,
conoscevo il tuo carotaggio critico sul mio testo “La casa degli anni Quaranta”, dove hai esposto, rigo dopo rigo,il percorso poetico. Ora con la mia Evelyn hai raggiunto l’Everest, come lo sherpa Giorgio Linguaglossa che conosce vette vicine all’ecosfera. Mi piace il termine che usi, ossia l’American Style, corpo e anima dei miei testi, dove la onomastica, già citata da Letizia Leone, recensendo “L’erba di Stonehenge”, e la toponomastica, sono riferibili ad un trapianto linguistico di tipo anglosassone, con la semiologia della ritrattistica di altre culture negli ambiti extraletterari: scultura, pittura, cinema e tante altre scheggiature del nostro tempo. Tu sai scardinare dalla metafora le figure femminili dando il giusto transfert, e lo fai con l’acquisizione di estrazioni psichiche tipo Freud e Jung. Ma ciò che mi sorprende è la costanza nello scavare a fondo la traccia occulta di ogni poeta. Noto con piacere che anche tu hai un tempo anglosassone e uno legato alle tue esperienze esistenziali. E questo è già un dono,una proiezione del divenire poetico, che certamente avrà un ruolo nella NOE. Con l’occasione, ringrazio anche Lucio, sempre sulle corde critiche di ampio sound.

londadeltempo
24 agosto 2017 alle 23.56

Ho dimenticato di citare queste parole dal commento di Giorgio Linguaglossa
“…In tal modo, nella poesia di Gabriele si manifestano e si intrecciano due piani semantici, uno latente ed uno evidente, che entrano in competizione reciproca. Si manifesta, insomma, una vera e propria sintassi delle immagini, o delle serie di immagini, in competizione tra di loro con un andamento ondulatorio che vede ora il prevalere di una serie di immagini, ora il prevalere di un’altra serie…”
I due piani semantici “uno latente ed uno evidente” racchiudono il segreto di ogni poesia che sia poesia: è dal gioco dei due piani che si sviluppano metafore, allegorie, analogie, contraddizioni segniche, effetti-specchio, costellazioni di significati: ed è l’ambiguità della parola a permettere questo magico gioco che afferra frammenti e schegge di realtà ancora sconosciuta e ci avvince nella ricerca e scoperta degli universi della parola..
Grazie Giorgio!

londadeltempo (Mariella Colonna)
24 agosto 2017

E adesso tocca a me:
Luce bambina sulle colonne del tempio
e cielo azzurro come gli occhi di Dio.
Questa è la patria del poeta.
Mille cavalli neri nel deserto d’ambra.
E un cavallo bianco per me,
voglio tornare all’infanzia.
Questa è la patria del poeta!
Einstein passeggia sopra una nuvola rosa
il mio cuore galoppa insieme ai cavalli
ma invece del deserto ora c’è il mare.
Il cavallo bianco esce dalla finestra:
(sullo sfondo c’è il mare)
Evelyn, personaggio di Mario Gabriele
adesso entra nella mia poesia
“perché” dice “non è opportuno
che una signorina resti sola nella poesia di un uomo…
sì, sola, io a tu per tu con il cuore di un poeta!
Miss Swedenborg e “la principessa dei sogni” mi hanno lasciato
sola, sono andate…ad un concerto di Vasco Rossi!”
poi si rivolge a me: “Mario ci ha presentate
nella sua ultima creazione poetica, ricorda?”
“Sì, certo! E’ un vero piacere, Evelyn, io sono Mary”
“Grazie…però senti…preferivo entrare
in quella poesia di Giorgio Linguaglossa
dalla finestra aperta…quella poesia
Mi piace di più della tua…e poi
questa volta voglio essere io il corvo!”
“Ma sì, vai…sei libera!” “Allora vado”
Evelyn tace, volta le spalle, apre le ali nere,
esce dalla finestra. “Sono contenta che Evelyn sia volata via”
dice una sopravvenuta bella donna
vestita cn una tunica bianca. Prendo io il suo posto”
“Ma prego, entra pure, entrate tutti: questa è casa vostra!”
“Hai ragione, questa è casa mia!”
Ma tu chi sei?” le chiedo. Non risponde.
Denuda i turgidi seni. “Nutriti qui”
Si avvicina, mi attacco ad un capezzolo.
“Ambrosia è il tuo nutrimento, Poesia!”
Sotto un candido arco, leggera, passa una nave bianca.
Questa è l’Arca della NOE, la patria dei poeti!
gridano Gino Rago e Lucio Mayoor Tosi.
Sulla nave c’è tutto quello che resta del passato:
reperti archeologici, rovine di Roma antica, Aristotele
“I promessi sposi” e la scatoletta di Manzoni
gli stracci e i pneumatici usati.
Questa, oggi, è la Patria del poeta,
in versi liberi! E io sono tornata bambina.
(sullo sfondo c’è il mare)

*

And now it’s my turn:
Light little girl on the columns of the temple
and a blue sky like the eyes of God.
This is the homeland of the poet.
A thousand black horses in the amber desert.
And a white horse for myself,
I wish to return to my childhood.
This is the homeland of the poet!
Einstein is walking above on a rosey cloud
my heart gallops besides the horses
but instead of the desert now there is the sea.
The white horse exits from the window:
(the sea is in the background)
Evelyn, personage belonging to Mario Gabriele
also enters my poem
“because” he says “it is not right
that a miss stays alone in a man’s poem…
yes, alone, you and I face to face with a poet’s heart!
Miss Swedenborg is “the princess of dreams” they left me
alone, they went … to a concert by Vasco Rossi!”
Then he turns to me: “Mario had introduced us
In his last poetic creation, remember?”
“Yes, sure! It is a real pleasure, Evelyn, I am Mary”
“Thanks . but listen … I preferred to enter
inside that poem by Giorgio Linguaglossa
through the open window … that poem
I liked more than your own … and then
this time I want to be the black crow!”
“Ok, go ahead…you are free!” “So I will go”
Evelyn shuts up, turns her shoulders, spreads the black wings
goes out of the window. “I am glad that Evelyn flew away”
says a justly arrived noble lady
dressed in a white tunic. “I will take her place”
“But please, come on in, all of you come in: this is your home!”
“You are right, this is my home!”
“But who are you?” I ask her. She does not answer.
She offers her swollen breast. “Drink here”
she comes near, I suck from one of her nipples.
“Ambrosia is your nourishment, Poetry!”
Light under a candid arch passes a white ship.
That is the ark of NOE, homeland of the poets!
Howl Gino Rago and Mayoor Tosi.
On the ship there’s all that is left of the past:
archelogical reperts, ruins of ancient Rome, Aristotle
the “Promessi sposi” and Manzoni’s tiny box
rags and used car tires.
This, today, is the Homeland of the poet,
In free verses! And I became again a little child.
(the sea is in the background)

© 2017 American translation by A. P. Nicolai of the poem LONDADELTEMPO of Mariella Colonna. All Rights Reserved by the original author and by the translator

 

Gif Malika Favre 2

Giorgio Linguaglossa
25 agosto 2017 alle 15.03

Cara Mariella,
leggevo questi tuoi versi:

Evelyn, personaggio di Mario Gabriele
adesso entra nella mia poesia
“perché” dice “non è opportuno
che una signorina resti sola nella poesia di un uomo…

E poi questi altri che rivelano una forza fantastica straordinaria:

“Mario ci ha presentate
nella sua ultima creazione poetica, ricorda?”
“Sì, certo! E’ un vero piacere, Evelyn, io sono Mary”
“Grazie…però senti…preferivo entrare
in quella poesia di Giorgio Linguaglossa
dalla finestra aperta…quella poesia
Mi piace di più della tua…e poi
questa volta voglio essere io il corvo!”

Qui di straordinario c’è che tu «confondi» personaggi reali (io, Mario, tu) con i personaggi delle loro poesie (Evelyn, Miss Swedenborg, il «corvo»), con certe situazioni che si trovano in altre poesie («la finestra aperta»), a generare un senso di comunanza fratellanza e anche di coappartenenza, tu prendi tutto da tutti perché hai una dote rarissima: quella di non pavoneggiarti mai nel narcisismo dell’io e nella sostenutezza dei poeti letterati i quali sono notoriamente stitici ed alieni dall’ ammirare le opere altrui. Tu, invece, hai questa dimestichezza con la leggerezza e un altruismo che ti rende poeta unica. Nella tua poesia c’è aria di libertà, una sfrenata libertà, la leggerezza della ingenuità (solo i veri ingegni sono ingenui!), c’è quella ironia che non vuole canzonare nessuno, che non si ammanta di un’aria di superiorità ma che vuole accompagnare il teatro del mondo con tutte le sue commedie, risibili e grottesche e tragiche…

25 agosto 2017 alle 8.37
Adeodato Piazza Nicolai
COHELET e VERMEER

Oh, la nera bellezza del tuo cantare, Qohelet!
Piove e piove ininterrottamente da giorni
e questa è una notte ancora più cupa,
tutto inghiottito da compatta tenebra:
annuncio e figura dell’altra Notte che viene? [1]
Mostro della luce, Vermeer, sempre nella stessa stanza
dove invita le sue modelle, le posiziona, mette a fuoco
la luce che filtra dalle tre finestre, poi dipinge, dipinge.
Il pennello fotografa soggetti, i suoi occhi accarezzano
gli altri occhi, la pelle ruvida, rosata, incarnadina. Oggetti
e soggetti con sfondi creati dalla sua mente. Non mente
il pennello. Guarda, apprezza, riscopre se stesso nei suoi
personaggi riconosciuti da altre vite, da vecchie e cancellate
forse sublimate situazioni. Vermeer, jazzista di luci e colori
sfiorati nel ghetto e depositati con tenera-ruvida bellezza
sulle ragnatele del tempo/non tempo ora sbiadito. Ecco
la sua folle magia. Qualche critico moderno ha dichiarato
che i suoi dipinti peccano di staticità. Forse intendeva
di elettricità: ogni scatto fissato su tela, su carta su cera
pecca di staticità, mio caro signore! Nei suoi ritratti
le donne fanno le cose quotidiane e lui le dipinge, dipinge.
Passano gli anni, lui se ne va nell’oltranza forse mai prima
svelata o dipinta. Negli atelier, musei, pinacoteche, nelle
stanze private dei collezionisti vivono ancora le sue colorate visioni.
Qual è il segreto,
il suo mistero? Indescrivibile, irriproducibile la qualità di
quella luce. Fotografi e pittori moderni hanno tentato, cercato
sognato di riprodurla ma senza fortuna. La luna resta sempre
la luna: lo scatto matto non la ricrea, la copia solamente.
“La ragazza con gli orecchini di perla” e quella con il cappellino
rosso forse con lui hanno affossato una relazione amorosa?
Nessuno lo saprà. Amore sbocciato con la prima pennellata…
Lei guarda un po’ persa fuori dalla finestra, lui entra dentro
quegli occhi grigio-verdi e lì ci resta assopito per tanto tempo,
possibilmente per sempre.
Luce è vita raccolta su tela anche se fuori sfarfalla la neve …

Gif Malika Favre 1

Donatella Costantina Giancaspero
25 agosto 2017 alle 14.25

Non posso che associarmi a quanto hanno egregiamente detto Giorgio Linguaglossa, Mariella Colonna, Lucio Mayoor Tosi sul testo di Mario Gabriele, che, a mio parere, rappresenta un importante esempio di scrittura per tutti noi. Difatti – come rileva Giorgio – in questi versi “Ci troviamo, per la prima volta nella poesia italiana del novecento e di questi ultimi anni, di fronte al più vistoso e sorprendente effetto di deragliamento e di dislocazione di materiali iconici e semantici in febbrile omeostasi”. Mario Gabriele adopera le tecniche usuali in maniera estremamente innovativa, “con una inventiva senza eguali e un giudizio semantico irripetibile”. A volte, c’è da restare sbalorditi di fronte a tanta (invidiabile) perizia.
Ora, entrando nel merito del testo in senso stretto, vorrei esprimere una mia piccola opinione: può darsi che non sia necessario tradurre i versi “everybody cries” e “everybody hurts, sometimes”… Io credo che stiano bene solo in inglese. Ad ogni modo, sarà l’autore a decidere.
Grazie a tutti per i commenti!! A presto…

Mario Gabriele
25 agosto 2017 alle 15.52

Cara Donatella Costantina,
ho letto con molto piacere il tuo commento, ma non per sentirmi sull’altare. Hai recuperato dalla lettura di Evelyn ciò che nasconde e propone il sottofondo della mia scrittura, assorbita con Ritratto di Signora (2015), L’erba di Stonehenge (2016), e con molte altre geografie poetiche da Le finestre di Magritte. I versi “Everybody cries” e “every hurts, sometimes”, possono stare bene anche da soli. Ma lasciandoli così, i lettori non vi si riconoscono con “tutti piangono” e “tutti soffrono qualche volta”. Certamente mi sarebbe piaciuto, come ho fatto in altri testi, lasciarli nella lingua inglese. Ma qui ho voluto dare un tocco umano più istantaneo. Linguaglossa nel suo ampio commento critico scrive: ”Un giorno mi farò coraggio e chiederò a Mario Gabriele come inizi di solito una sua poesia”. Bene! Non mi propongo di esercitare il copyright e tenere il mio segreto.

Tutto sta (e qui mi avvicino a quanto successivamente scrive Giorgio), ad una procedura a random. Il primo verso deve avere una struttura ad effetto. Poi mi capita di lasciare il tutto e girare per la casa. Stare sul balcone osservando l’esterno, mentre passano le sirene dell’autoambulanza e un down fa fatica a manovrare la carrozzella. Memorizzo. Ritorno al computer, rileggo il primo verso. Lo arricchisco di nuovi strati, tra tempo presente e passato, immagini, resurrezioni di fantasmi La mente poi si ferma. Allora leggo il giornale. E se poi nulla trasale spengo il computer, per riaccenderlo subito dopo per chissà quale oscura manovra da parte dell’ inconscio. E qui, una volta che divento sua pedina, trascrivo e riporto ciò che ho imparato dopo 44 anni di esercizio poetico. Non è tutto, anche perché gli strumenti operativi sono moltissimi e di diversa provenienza. Non so se sono stato esauriente, ma la tecnica credo sia questa. Un cordiale saluto e buon lavoro dentro l’Ombra e nei Caffè letterari.

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Gif, Twiggy, anni sessanta

Giorgio Linguaglossa

23 agosto 2017

L’Es e l’inconscio non obbediscono alla struttura lineare del tempo della nostra vita quotidiana: «passato-presente-futuro», essi si esprimono in un super linguaggio isomorfico che congloba tutte e tre le dimensioni temporali della vita quotidiana in una super dimensione: quella del presente complesso. Ed è nella dimensione del presente complesso che si muove la poesia di Donatella Costantina Giancaspero e, in genere, quella della «nuova ontologia estetica». Ma per far questo, per rappresentare questo presente complesso la forma-poesia deve assumere una nuova modalità di esistenza che contempla, simultaneamente, presente, passato e futuro in una sola dimensione che è il super presente. È da questa necessità che nascono le importanti differenze formali e strutturali della «nuova ontologia estetica» e le sue differenze grammaticali e sintattiche. I poeti della «nuova ontologia estetica» pensano il presente complesso o super presente e a tal scopo adattano le categorie grammaticali e sintattiche del linguaggio per rappresentare qualcosa che con le tradizionali categorie grammaticali e sintattiche non può essere rappresentato.

Scrive Carlo Rovelli:

«La grammatica di molte lingue moderne declina i verbi in “presente”, “passato” e “futuro”. Non è adatta per parlare della struttura temporale reale del mondo, che è più complessa. La grammatica si è formata dalla nostra esperienza limitata, prima che ci accorgessimo della sua imprecisione nel cogliere la ricca struttura dle mondo.
Quello che ci confonde, quando cerchiamo di mettere ordine nella scoperta che non esiste un presente oggettivo universale, è solo il fatto che la nostra grammatica è organizzata intorno a una distinzione assoluta “passato-presente-futuro”, che invece è adatta soltanto parzialmente, qui vicino a noi. La struttura della realtà non è quella che questa grammatica presuppone. Diciamo che un evento “è”, oppure “è stato”, oppure “sarà”. Non abbiamo una grammatica adatta per dire che un evento “è stato” rispetto a me, ma “è” rispetto a te.
Non dobbiamo lasciarci confondere da una grammatica inadeguata».1]

Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, 2017 pp. 98-99

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Francesca Dono

19 agosto 2017

elogio fuori collana

dietro c’è uno stormo di uccelli e
più sotto una sottile striscia rossa.
Anche gli elefanti filtrano
dove le scatole occupano un foglio A4.
Tu immergi ad uno ad uno certi scafi impermeabili.
Scrupolose ombre.
Lo scontrino al centro della tovaglia.
Metto in fila i miei vecchi indigeni.
Uno ha il simbolo dell’erbio forgiato sul torso.
L’altro e’ un guardabuoi sotto una pianta velenosa.
Serenamente tutti si uccidono.

Lucio Mayoor Tosi

19 agosto 2017

Continuiamo il gioco delle poesie estive:

Eros

Eros si lascia carezzare. Nel viale alberato anche tra i sassi.
Una romantica passeggiata. Nuvolosa in fondo, tra le gambe
musica attutita da ricami: uliveti, seta notturna. Estate.

Poi si rifà lo stesso percorso ma al contrario. Ora ci sono altre
donne. Alate, sfuggenti. In fila indiana escono dalle porte degli
alberi. Ci vedono appena. Siamo stati disegnati in un punto

per fare da contraltare alla luna. Luna anche qui, in terra ferma.
– Benvenute!

Ragazzi di colore giocano a pallacanestro. Alcuni si muovono
come ballando, timidi e strafottenti. Quando passano le ninfe
smettono di giocare, ridono e guardano la luna.

Il fine ultimo dell’uomo è quello di poter assecondare l’impulso
che attraversa lo sguardo. Ho visto le ninfe passare
un istante fa. Quando volterò lo sguardo cesseranno di esistere.

Il principale assolto corse dalla sua amante; la quale,
mentre si mordeva le unghie, si ritrovò con una mano sul sedere.
Ti andrebbero un po’ di volgarità? Una carezza controverso
sul collo del cigno. Ho voglia di stringerti.
Fluttuazioni lunari.

L’anima del parcheggio è gonfia di vento.

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Gif Mark Geoffrey Kirshner

Lucio Mayoor Tosi

22 agosto 2017 alle 19.43

In qualche modo, l’aver letto queste poesie di Wallace Stevens ha condizionato nella forma il mio tentativo di stamane. Ma ci sta che sul finire di agosto si scriva con un diverso ritmo interiore, calmo, quasi rassegnato, sui bordi della metrica.

Lucio Mayoor Tosi

Apocalisse.

Come si sta nell’universo al mattino? Che si fa?
Il grigio tormento di un verso attraversa il cortile.
Inossidabile. Giace la rana sepolta dai diserbanti
le spire del vecchio serpente si rilasciano nell’acqua
tiepida di agosto. Il tempo precipita nelle cave
su Andromeda. Segnali di luce, mattini come perle
quando passa l’onda sui frammenti. E mancano
i volti.

Sillabazione mattiniera, nella compostezza
un po’ come aggiustarsi le vesti nell’ordinario
di una ramaglia sul bordo della statale. In confine.
Passeggiare lungo le strisce bianche per Vercelli
o Alessandria.

Un pianeta sconosciuto è sceso a curiosare sulla Terra.
Tanto vicino che la sua mancanza d’aria si è fatta sentire.
Un lampo simile allo spegnimento, al giornale chiuso
sull’ultima pagina. – Non conosco i nomi delle stelle.

Francesca dice “Buongiorno poeta”, qui è presto-tardi.
Sulle guance piccolissime gocce di sangue. Lamenti.
Un vento contrario scalfisce le strade per canali
nuovi corsi d’acqua. I Dominanti s’aggiustano
su poltrone riservate. Sulla scacchiera tante ruspe.

Da sobrio non saprei come cavare un grammo di lattice
stellare dal brefotrofio Divino. Forse una mangusta
amica, due paesani in gabbia. Non un chicco di grano.
Così s’accende il passato: una sterminata pietraia.
L’orizzonte in alto, sul finire delle stelle al tramonto.
Come bere un bicchiere d’acqua, frizzante e salata.
In piedi

sulle Birkenstock.

Giorgio Linguaglossa

23 agosto 2017

LA LEGGE DELL’ENTROPIA DELLA FORMA-POESIA DI LUCIO MAYOOR TOSI

Lucio Mayoor Tosi in questa poesia prende atto dell’inquietudine dell’universo, dello sgretolamento progressivo dell’universo come impulso vitale di esso stesso universo; questa moltiplicazione all’infinito della trasformazione della materia dell’universo porta con sé anche la trasformazione della forma-poesia, dell’entropia della forma-poesia che la disgrega dal suo interno e che, disgregandola, produce nuove forme, nuove modalità di esistenza della forma-poesia. Quello di Lucio Mayoor Tosi è lo sguardo stupefatto e meraviglioso di un bambino che osserva il mutare delle cose. E si chiede con una ingenuità disarmante:

Come si sta nell’universo al mattino? Che si fa?

Una domanda senza senso, direi, in quanto domanda piena di senso, essa domanda ha finito col perdere alcun senso, nel senso che non è ragionevole e, come tutte le domande dei bambini non procede con il principio di non contraddizione perché tutte le cose si contraddicono e precipitano nell’imbuto della trasformazione dell’energia e dell’entropia.
Ad esempio, che significa questo verso?

Un pianeta sconosciuto è sceso a curiosare sulla Terra.

Io credo che il suo significato vada oltre il significato grammaticale, direi che è un significato di un universo post-simbolico, Lucio Mayoor ha perduto definitivamente i «simboli», non li riconosce più, epperò non può non procedere che per simbolizzazioni, perché la corteccia cerebrale dell’homo sapiens non può che produrre a getto continuo simbolizzazioni… la simbolizzazione è una funzione del cervello umano. Lucio Mayoor Tosi procede per simbolizzazioni progressive in accordo con la seconda legge della termodinamica che ha individuato nell’entropia la legge fondamentale di organizzazione e trasformazione dell’universo. La sua poesia obbedisce a questa legge dell’entropia, adatta la forma-poesia alle nuove organizzazioni entropiche che vanno da stati di bassa entropia a stati ad alta entropia.

Carlo Rovelli scrive: «L’intera storia dell’universo è questo zoppicante e saltellante aumentare cosmico dell’entropia. Non è né rapido né uniforme, perché le cose restano intrappolate in bacini di bassa entropia… fino a che qualcosa non interviene per aprire la porta di un processo che permette all’entropia di crescere ulteriormente. La crescita stessa dell’entropia apre occasionalmente nuove porte attraverso le quali l’entropia ricomincia a crescere».1]

Francesca dice “Buongiorno poeta”.

Chi è Francesca? Non lo sappiamo e il poeta non si perita a dircelo. Chi sia Francesca è senza alcuna importanza, può essere nessuno o qualcuno, la cosa non cambierebbe ai fini della poesia. La poesia non si preoccupa di «illustrare», di «rappresentare», di fornire una «spiegazione», non si occupa né di significanti né di significati (come la poesia dello sperimentalismo), non si preoccupa di «simboli», ma semmai di surrogati, di emblemi, di icone vuote… siamo ormai in un universo post-simbolico, e chi non l’ha capito continua a scrivere come se ci fosse davanti a noi un universo di simboli simbolici. Il neo-realismo dei lirici e degli anti lirici della stragrande poesia che si fa oggi in Italia e in Occidente, la poesia da toponomastica, è semplicemente fuori tempo, non ci parla di noi…

1] C. Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, 2017 p. 140

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Giorgio Linguaglossa

23 agosto 2017 alle 10.18

copio e incollo la poesia scritta da un giovane autore, Alfonso Cataldi, ispirato dalla filosofia della composizione della nuova ontologia estetica. Mi sembra un esperimento molto interessante che Cataldi ha fatto con i suoi mattoni, le sue parole e la sua sensibilità; ci sono «lesioni, frammenti, anticorpi distratti», vi si trovano nomi-icone (Maddalena, Donatello, Ivan Ilicič, Gerasim), simboli de-simbolizzati, lessemi denaturati di senso, c’è una «geometria vuota» che pervade ogni cosa, si avverte uno smarrimento del tutto anti elegiaco, direi oggettivo.

Varcata la soglia: l’idea

risale da ogni metro quadro
un manicomio circoscritto
a sudori acidi vertiginosi.
Di qua si esce frontespizi inzaccherati
traghettando le cogitazioni riflesse
sul corpo: lesioni, frammenti
anticorpi distratti da coppe gelato.
La pigrizia prevale sui gesti commissionati
restano pilastri da inventare. In una geometria vuota.

Le gambe penzoloni e smagrite di Ivan Il’ič
raccolte dalle spalle di Gerasim
non reggono il peso di risposte mancanti.
Le gambe nodose e smagrite di Maria Maddalena
radicate a terra da Donatello, attendono il cielo.

Le fondamenta raccolgono l’eternità del vizio
praline allineate sulla lama dei bagordi

fronte mare
l’antidoto.

Giorgio Linguaglossa

21 agosto 2017

È noto che con la dizione «cambiamento di paradigma» si intende un cambiamento rivoluzionario di visione del mondo. L’espressione è stata coniata da Thomas S. Kuhn nella sua importante opera, La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962) per descrivere un cambiamento nelle assunzioni basilari all’interno di una teoria scientifica dominante. Anche nella storia della letteratura, i nuovi paradigmi non piovono semplicemente dal cielo. Il nuovo che voglia imporsi deve distaccarsi necessariamente dal vecchio «paradigma» per legittimarsi di fronte alla tradizione, così che, mediante un nuovo modo di vedere l’oggetto, noi accediamo anche ad una nuova visione del mondo. I più importanti mutamenti di paradigma nella storia della poesia italiana avvengono a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta; in questa accezione Sessioni con l’analista (1967) di Alfredo de Palchi è un libro chiave e in anticipo sui tempi, tanto che l’opera non venne recepita dai contemporanei in Italia. Il titolo che Alfredo de Palchi nel 2006 darà alla edizione italiana di tutte le sue poesie (tranne Foemina tellus) è Paradigma; la versione in inglese che comprende anche Foemina tellus sarà Paradigm (2013), ad indicare e rimarcare quella idea di unicità e di esemplarità della sua poesia rispetto alla poesia italiana del secondo Novecento.

Nessuna certezza
dalla spiritualità arcaica del mare–
gesticolo le braccia al cielo che affonda
sbilanciato nei verdi avvallamenti
mutazione cosciente
vescica rovesciata metamorfosi
per un abisso d’alghe e pesci,
non mi differenzio-sono
l’escrescenza che si lavora in questa
epoca
e dovunque bocche di pesci
aguzze su altri pesci
il mare un vasto cratere
e fissi al remoto I pesci graffiti
non guizzano dove sradicato
il gabbiano è l’unica dimensione
conscia
dell’inarrivabile bagliore.

scritta nei primi anni del 1960, da Sessioni con l’analista (1948 – 1966), 1967

Gino Rago

19 agosto 2017

Contro il no che mugghia dentro

La bella pittura postcubista.
Il nobile medium dell’olio.
No. Ma nuove immagini da materiali nuovi.
Materiali eterocliti. Materiali poveri.
Il poeta del nuovo paradigma
Lascia in eredità lamiere malamente saldate,
legni combusti, cenci.
I segni d’amore o d’affinità per epoche remote.
I materiali effimeri. I materiali rozzi.
Le altre parole.
(…)

Le parole che negano
Sensazioni e idee della durata eterna.
I cenci e gli stracci. Le velature.
Gli impasti. Le ombreggiature. I merzbilder.
I sacchi vuoti. Ma più pieni degli uomini vuoti.
Il ritorno an den Sachen selbst del poeta nuovo
Lascia in eredità l’arte del no finalmente libero
Contro il sì obbligato di Ferramonti e Belsen.

Milton urla dal Paradiso Perduto: «È l’Inferno.

Ovunque vada è inferno. Io stesso sono inferno».

 

Oggi le condizioni per proporre un «nuovo paradigma» per la poesia italiana si sono ricostituite. Accade che un «nuovo paradigma» interviene quando gli artisti creativi si trovano davanti una tradizione «muta», un vuoto di tradizione, allora, come d’incanto, risorgono all’improvviso quelle forze interne, quelle tendenze che spingono verso il «nuovo» di cui la poesia postata da Gino Rago è un esempio calzante:

Nuove immagini da materiali nuovi.
Materiali eterocliti. Materiali poveri.
Il poeta del nuovo paradigma
Lascia in eredità lamiere malamente saldate.
Legni combusti. Cenci.

La «nuova ontologia estetica» è questo: il risultato di forze telluriche che oggettivamente erompono dalla pellicola statica della tradizione, una tradizione che non parla più, che non è in grado di parlare ai contemporanei, che ha perso il testimone nell’avvicendarsi delle generazioni. So che dicendo questo mi attirerò la repulsione e la riprovazione di moltissimi letterati e in particolare di coloro i quali ci stanno bene dentro questa situazione di stasi, ma si tratta di un fatto auto evidente che io devo soltanto mostrare. Una poesia come questa di Gino Rago, fatta di stracci e di cenci è la migliore prova di una tradizione esausta che la nuova ontologia estetica ha il dovere di rinnovare e ripercorrere.

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Gabriella Cinti

21 agosto 2017

Mattino d’origine

Savana d’aria,
l’alba di oggi esplosa
come nel Cambriano,
l’ossigeno degli dèi
per i trilobiti, coloni della vita,
i primi occhi del mondo,
e per me, bipede sognante.

Il tempo del mito mi cinge
ad anello, polverizzate
le gerarchie di memorie.

La cerimonia del respiro
simula il ritmo del volo a bordo
di nubi, per raggiungerti.

Nutro la parola di danze rosse,
corniole di suoni
per sillabare l’origine.

Alle sette del mattino,
il caolino del sogno
mi imbianca per rito.

Navigo la famiglia dei vivi
per intermittenze,
lampi d’acqua
per il trasmigrare sacro
all’inizio dell’universo.

Aspersa di primordi,
nuoto il tempo
tra totem liquidi
ed estasi di antichi oceani,
fruscianti dei primi sacri sussulti.

Trascendere a ritroso,
in Tuffo cosmogonico
nel cuore paleozoico dell’abisso,

a dirompere l’origine
nel prodigio supremo della forma.

Gabriella Cinti – Venezia – 2017

N.B.
Lo spirito di servizio a favore dei poeti e della poesia mi spinge senza remore
verso il desiderio di condividere con i lettori de L’Ombra delle Parole anche questi versi di Gabriella Cinti, giacenti silenziosamente nella mia e-mail.
Mi pare che in questa composizione Gabriella Cinti abbia ben chiare le idee di “forma” e di “evento” secondo Carlo Diano e che spinga i suoi versi nella direzione d’un nuovo paradigma assai prossimo alla NOE, specialmente se questi versi sono interpretati secondo lo spirito dello «Spazio Espressivo Integrale», spazio nel quale, invece, fluttuano in tutto il loro splendore i versi di Donatella Costantina Giancaspero, magnificamente criticati da Giorgio Linguaglossa, e quelli recenti di Chiara Catapano e di Francesca Dono, senza dimenticare la grande prova di “LORO” di Edith Dzieduszycka., né quella recentissima di Mary Colonna.

(Gino Rago)

 

 

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Pensieri  poesie e aforismi intorno alla Nuova Ontologia Estetica – Jacques Lacan, Giorgio Linguaglossa, Vincenzo Vitiello, Pier Aldo Rovatti, Steven Grieco-Rathgeb, Kikuo Takano, Jacques Derrida, Donatella Costantina Giancaspero, Anna Ventura

Gif tumblr_1Pensieri  poesie e aforismi intorno alla Nuova Ontologia Estetica

Il soggetto è quel sorgere che, appena prima,
come soggetto, non era niente, ma che,
appena apparso, si fissa in significante.

L’io è letteralmente un oggetto –
un oggetto che adempie a una certa funzione
che chiamiamo funzione immaginaria

il significante rappresenta un soggetto per un altro significante

  1. (J. Lacan – seminario XI)

Giorgio Linguaglossa

L’«Evento» è quella «Presenza»
che non si confonde mai con l’essere-presente,
con un darsi in carne ed ossa.
È un manifestarsi che letteralmente sorprende, scuote l’io,
o, sarebbe forse meglio dire, lo coglie a tergo, a tradimento

Il soggetto è scomparso, ma non l’io poetico che non se ne è accorto,
e continua a dirigere il traffico segnaletico del discorso poetico

La parola è una entità che ha la stessa tessitura che ha la «stoffa» del tempo

La costellazione di una serie di eventi significativi costituisce lo spazio-mondo

Con il primo piano si dilata lo spazio,
con il rallentatore si dilata e si rallenta il tempo

Con la metafora si riscalda la materia linguistica,
con la metonimia la si raffredda

*

Nell’era della mediocrazia ciò che assume forma di messaggio viene riconvertito in informazione, la quale per sua essenza è precaria, dura in vita fin quando non viene sostituita da un’altra informazione. Il messaggio diventa informazionale e ogni forma di scrittura assume lo status dell’informazione quale suo modello e regolo unico e totale. Anche i discorsi artistici, normalizzati in messaggi, vengono  silenziati e sostituiti con «nuovi» messaggi informazionali. Oggi si ricevono le notizie in quella sorta di videocitofono qual è diventato internet a misura del televisore. Il pensiero viene chirurgicamente estromesso dai luoghi dove si fabbrica l’informazione della post-massa mediatica. L’informazione abolisce il tempo e lo sostituisce con se stessa.

È proprio questo uno dei punti nevralgici di distinguibilità della Nuova Ontologia Estetica: il tempo non si azzera mai e la storia non può mai ricominciare dal principio, questa è una visione «estatica» e normalizzata; bisogna invece spezzare il tempo, introdurre delle rotture, delle distanze, sostare nella Jetztzeit, il «tempo-ora», spostare, lateralizzare i tempi, moltiplicare i registri linguistici, diversificare i piani del discorso poetico, temporalizzare lo spazio e spazializzare il tempo…

Ovviamente, ciascuno ha il diritto di pensare l’ordine unidirezionale del discorso poetico come l’unico ordine e il migliore, obietto soltanto che la nostra (della NOE) visione del fare poetico implica il principio opposto: una poesia incentrata sulla molteplicità dei «tempi», sul «tempo interno» delle parole, delle «linee interne» delle parole, del soggetto e dell’oggetto, sul «tempo» del metro a-metrico, delle temporalità non-lineari ma curve, confliggenti, degli spazi temporalizzati, delle temporalisation, delle spazializzazioni temporali; una poesia incentrata sulle lateralizzazioni del discorso poetico. Ma qui siamo in una diversa ontologia estetica, in un altro sistema solare che obbedisce ad altre leggi. Leggi forse precarie, instabili, deboli, che non sono più in correlazione con alcuna «verità», ormai disabitata e resa «precaria».

La verità, diceva Nietzsche, è diventata «precaria».

Il «fantasma» che così spesso appare nella poesia della «nuova ontologia estetica», si presenta sotto un aspetto scenico. È il Personaggio che va in cerca dei suoi attori. Nello spazio in cui l’io manca, si presenta il «fantasma».

Dal punto di vista simbolico, è una sceneggiatura, il «fantasma» è ciò che resta della retorizzazione del soggetto là dove il soggetto viene meno; il fantasma è ciò che resta nel linguaggio, una sorta di eccedenza simbolica che indica una mancanza. L’inconscio e il Ça rappresentano i due principali protagonisti della «nuova ontologia estetica». Il soggetto parlante è tale solo in quanto diviso, scisso, attraversato da una dimensione spodestante, da una extimità, come la chiama Lacan, che scava in lui la mancanza. La scrittura poetica è, appunto, la registrazione sonora e magnetica di questa mancanza. Sarebbe risibile andare a chiedere ai poeti della «nuova ontologia estetica», mettiamo, a Steven Grieco Rathgeb, Anna VenturaMario Gabriele o a Donatella Costantina Giancaspero che cosa significano i loro personaggi simbolici, perché non c’è alcuna significazione che indicherebbero i fantasmi simbolici, nulla fuori del contesto linguistico. Nulla di nulla. I «fantasmi» indicano quel nulla di linguistico perché Essi non hanno ancora indossato il vestito linguistico. Sono degli scarti che la linguisticità ha escluso.

I «fantasmi» indicano il nulla di nulla, quella istanza in cui si configura l’inconscio, quell’inconscio che appare in quella zona in cui io (ancora) non sono (o non sono più). L’essenza dell’inconscio risiede non nella pulsione, nell’essere istanza di quel serbatoio di pulsioni che vivono sotto il segno della rimozione, quanto nella dimensione dell’io non sono che viene a sostituire l’io penso cartesiano. La misura di questa dimensione è la sorpresa, l’esser colti a tergo. Tutte le formazioni dell’inconscio si manifestano attraverso questo elemento di sorpresa che coglie il soggetto alla sprovvista, che, come nel motto di spirito, apre uno spazio fra il detto e il voler-dire. Come nei sogni, dove l’io è disperso, dissolto, frammentato fra i pensieri e le rappresentazioni che lo costituiscono, così l’inconscio è quella istanza soggettiva in cui l’io sperimenta la propria mancanza. Come aveva intuito Freud: l’inconscio, dal lato dell’io non sono è un penso, un penso-cose, esso è formato da Sachevorstellung, è costituito da rappresentazioni di cose. La formula «penso dove non sono» è la formula dell’inconscio, che si rovescia in un «non sono io che penso». È come se «l’io dell’io non penso, si rovescia, si aliena anche lui in qualcosa che è un penso-cose».

Il «fantasma» inaugura quella dimensione della mancanza che si costituisce nella struttura grammaticale priva dell’io, cioè della dimensione della parola come luogo in cui il soggetto «agisce».
A questo punto apparirà chiaro quanto sia necessario un indebolimento del soggetto linguistico affinché possa sorgere il «fantasma». Nella «nuova ontologia estetica» non c’è più un soggetto padronale che agisce… nella sua struttura grammaticale l’io si è assottigliato o è scomparso. O meglio, il soggetto viene parlato da altri, incontra la propria evanescenza.

(Giorgio Linguaglossa)

Onto Steven Grieco

Steven Grieco Rathgeb, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Citazioni

Non l’atto è prima della potenza, non l’essere è prima del possibile,
ma questo – il possibile, il possibile non la potenza –
è prima del mondo, della vita, dell’essere.
“La possibilità più in alto della realtà” mette in giuoco tutto…

Il più grande pericolo del pensiero è – il pensiero.
L’onnifagia del pensiero. Là più pericolosa, dove si cela.

il linguaggio di Celan sorge quando il linguaggio di Heidegger muore,
volendo dire che il linguaggio della poesia – della ‘nuova’ poesia –
può sorgere soltanto con il morire del linguaggio tradizionale
che la filosofia ha fatto suo, o – forse – che si è impadronito della filosofia.

(Vincenzo Vitiello)

L’evento è prima dell’essere, è più antico e originario dell’essere.
E questo dipende da quello come la possibilità
viene prima dell’evento e lo fonda.

(Giorgio Linguaglossa)

L’enigma non può essere sciolto con un atto di padronanza categoriale
ma può solo essere percorso.

(Pier Aldo Rovatti)

Pier Aldo Rovatti

 «L’uomo, ha detto una volta Nietzsche, rotola via dal centro verso la X. Si allontana dal proprio luogo certo, verso un luogo incerto, un’incognita. Possiamo tentare di indicare, descrivere, raccontare questa incognita? […] È ipotizzabile una logica del decentramento del soggetto che riesca a descrivere, nel medesimo tempo, che cosa accade all’uomo quando si allontana dal suo centro e quale è il terreno, che innanzitutto occorre riconoscere, sul quale un nuovo “senso” può prodursi? Intanto: che altro è la perdita del centro se non la dichiarazione, la sanzione che il pensiero “forte” è ormai insostenibile? La situazione tipica del pensiero “forte” è infatti quella in cui pensante e pensato, chi pensa e cosa si pensa sono solidali: si tengono in una stretta, in una corrispondenza speculare. La situazione che Nietzsche vede è caratterizzata, invece, dalla possibilità del perdersi: l’uomo è giunto dinanzi a un limite, un passo oltre e potrà sprofondare, perdersi completamente. Il luogo in cui il senso potrà riattivarsi è avvistabile solo di qui, drammaticamente. È un luogo possibile? […] In Umano, troppo umano leggiamo di un “impavido spaziare al di sopra degli uomini, dei costumi, delle leggi e delle originarie valutazioni delle cose”. Un libero spaziare? Nietzsche riprenderà e correggerà continuamente questa idea di “leggerezza” e di “libertà”: l’abisso trascina in basso e la spirale della necessità continua ad annodarsi. Non è possibile librarsi in volo e liberamente spaziare come un uccello nell’aria: forse l’unica alternativa è imparare a strisciare imitando il serpente, poiché solo aderendo alla terra avremo una possibilità di sollevarci sopra di essa.

In conclusione di un suo notissimo frammento postumo (giugno 1887) Nietzsche tenta di suggerire un’immagine dell’ “oltreuomo” e si chiede: “Quali uomini si riveleranno allora i più forti?” E risponde: “I più moderati, quelli che non hanno bisogno di principi di fede estrema, quelli che non solo ammettono, ma anche amano una buona parte di caso, di assurdità, quelli che sanno pensare, riguardo all’uomo, con una notevole riduzione del suo valore senza diventare perciò piccoli e deboli […].

L’uomo è ormai abbastanza forte per apparire debole. Un paradosso? In ogni caso per Nietzsche ciò ha un significato profondo: lo “spaziare” (o lo “starsene fuori”) non può equivalere a una realizzazione compiuta e positiva collegata all’acquisizione storica di una forza, al compimento di un percorso umano, fino al punto in cui il “portar pesi” si trasforma in un “esser potenti”. […] Vi è un cammino difficile dentro il nichilismo, in cui l’uomo acquisisce la capacità di abbandonare le proprie catene. Nietzsche suggerisce che non si tratta di un indietreggiare, bensì di realizzare una potenzialità grazie alla forza che deriva proprio dall’abitare storicamente il nichilismo. Nietzsche, però, sa anche che questa forza è una capacità autodistruttiva, un rischio abissale che l’uomo avvicina a sé. […] L’immagine è quella di una situazione di equilibrio instabile su una piccola superficie d’appoggio. […] Come può una simile precarietà essere la massima forza?

Vi è una necessità che appesantisce, una forza che grava, il tornare pesante delle cose, un circolo che incatena così come ci bloccano i valori superiori, le categorie “vere” della filosofia, il fine ultimo, l’unità delle cose, il loro essere. Ma il movimento che ci incatena è duplicato da un movimento che allenta. Cosa è l’eterno ritorno se non una “diversa” necessità? […] Se la si allontana, la necessità appare pesante, ferrea. Se la si lavora all’interno, allora il nulla che siamo non è poi così terribile. La ruota del destino seguita a girare: possiamo guardarla da fuori o saltarci dentro. Possiamo arrenderci all’orrida casualità o scoprire il gioco del caso: è una scelta. Se avremo la forza per farla, scopriremo l’affermatività della debolezza. Il gioco del caso, come il gioco del fanciullo in riva al mare, è una fluttuazione, un lasciarsi prendere. Ma non è un dipendere, un essere passivi, pazienti: la necessità ha perso il suo ringhio. Caso e necessità si coniugano in due modi che sono due stili di vita. Orrida casualità e necessità che appesantisce. Necessità che alleggerisce e gioco del caso.

Il riso di Zarathustra è misterioso: né di gioia, né di dolore, forse di stupefazione».

(Pier Aldo Rovatti, Trasformazioni nel corso dell’esperienza, contenuto ne Il pensiero debole; a cura di Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, Milano, Feltrinelli, 1983, pp. 29-51.)

Onto Linguaglossa triste

Giorgio Linguaglossa, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Jacques Derrida

Scrivere, significa ritrarsi… dalla scrittura. Arenarsi lontano dal proprio linguaggio, emanciparsi o sconcertarlo, lasciarlo procedere solo e privo di ogni scorta. Lasciare la parola… lasciarla parlare da sola, il che essa può fare solo nello scritto.

Steven Grieco Rathgeb

Cosa non deve essere riconosciuto delle parole?
Il loro senso completo.
Solo l’ombra deve essere riconoscibile.
Il resto lo fa il poeta.
Quindi la parola arrivi al lettore rallentata,
e quindi velocissima…

*
Il solo tuo vederli li riportò più volte in vita.
I molti sempre in uno, gli sconosciuti giunti da così lontano.
Un fremito, un singulto, uno strano singulto dell’anima.
Chiunque poi, fossero. Se mai erano esistiti.
Una cosa era certa: eravate tutti ospiti in questo luogo
che è solo il trascorrere del tuo pensiero: fluido,
inafferrabile. […]

*
Ma di colpo si aprirono i paesaggi: Kyōto, i colori, le colline,
i templi addossati alle colline. Il bianco e rosso di una fanciulla.
E nel tempio vuoto la presenza fremente del dio che inesiste.
(Steven Grieco-Rathgeb)

*
Una brezza
la porta si è spalancata. Fitto fogliame,
nessuno,
la soglia non varcata.
In questo addio, sono tornato a casa.

(Steven Grieco -Rathgeb da Entrò in una perla, Mimesis Hebenon, 2016)

Kikuo Takano

Nulla può il burattino, che pure è mosso da fili;
nulla può perché non saprà mai reciderli,
e può soltanto, mosso dalla disperazione,
abbrancare l’aria con inutili piroette

Baratro

Quando ti ho abbracciato
la prima volta
non mi ero ancora chiesto
il senso di quell’abbraccio.

Quando ti ho abbracciato
una seconda volta
era come stringere un baratro.

e perché mai mi capita, non solo
con te, che ogni cosa che abbraccio
una seconda volta
si trasforma nel mio baratro?

Inevitabile

Inevitabile
come il peso attratto
dal centro della terra.

Inevitabile
non posso che precipitare dal cielo
che pure tanto ho desiderato.

Onto Giancaspero

Donatella Costantina Giancaspero, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Donatella Costantina Giancaspero

Molti fatti nuovi

Molti fatti nuovi sono accaduti. Dopo.
I fili non hanno più retto.
Le parole sul bordo di una trama fittizia.

Dietro le quinte, chi sapeva il ritmo di una finestra
– come apre e chiude all’inganno del suono –
ha scritto la sua ultima misura.

Molti fenomeni si sono invertiti, sul calendario: la primavera.
Ad esempio, cedendo le ore a una stagione contraria;
ostinata in un grigio ritornello.

*

È presto. Poco prima dell’alba.
A quali inconsueti cammini si affida il risveglio
e gli interrogativi, replicati dallo specchio
– ora il tempo scredita il cielo. Brusco ricusa la luce –
A quali percorsi incita il treno prescelto – oppure toccato in sorte…

Un ordine stacca il convoglio. Brevemente
accelerando, scorre nei vetri.
Allo sguardo retrogrado.
Rettilineo incontro al giorno.
Fino al mare.

Molte strade si animano da qui.
Ristanno un po’, davanti a chi chiede la direzione
qual è.
Prendono tempo: ascoltano il passo.
Il cuore come pulsa.

Onto Ventura

Anna Ventura, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Anna Ventura

Utopia

Utopia è il luogo
in cui vorremmo essere nati,
ma siamo nati altrove.
Utopia è il luogo
in cui avremmo voluto crescere,
e scoprire il mondo,
ma siamo vissuti altrove,
e il mondo ci si è rivelato da solo,
spietato e inevitabile,
pericoloso.
Utopia è il luogo in cui, forse,
non ci sarà nemmeno concesso di morire:
perché anche questo sarebbe un privilegio.
Lungo il percorso
tanto ci siamo compromessi,
con la durezza del mondo reale,
da perdere le ali necessarie
a volare tanto in alto.
Ma abbiamo imparato a camminare.

Arbiter

L’Arbiter sapeva
di essere in pericolo,
e non se ne curava; sapeva
che, comunque, la morte arriva,
né temeva un’anticipazione;
ma lo disgustava l’idea
di una violenza brutale,
di una mano sporca
che lo avrebbe trafitto
con un pugnale
forse già insanguinato. Perciò,
meglio morire per propria scelta,
a banchetto, tra parole leggere.
Forse aveva ragione Trimalcione,
che nel suo epitaffio,
dove si definisce
“pio, forte e fedele”, avverte:
“Non ascoltò mai un filosofo”
L’Arbiter amava quella creatura
nata dalla sua fantasia inquieta:
così lontana da lui,
così vicina alla terra.

Hic et nunc

Qui dove si stringe l’interno,
dove il raggio di ponente
riscalda il cuore
e gli oggetti scombinati e vecchi
tranquilli convivono,
qui dove la lampada conserva
la pulce nera
della mosca estiva, le piastrelle non brillano,
la polvere pacifica
sta sulle cose,
qui c’è la pace dell’inutile,
il tempo immobile
del dolce far niente,
lo sguardo osserva
dietro le garze rosse e bianche,
altre case, altri comignoli e tetti,
balconi, finestre, ballatoi,
dove la vita dei semplici
scorre
senza chiedersi come
e perché,e fino a quando,
e con quale fine o mistero.
No, non ha questa presunzione
la vita dei miei dirimpettai;
perciò qui sto bene anch’io,
come loro,
nel grande fiume delle cose
che non aspettano niente.

16 commenti

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ilgrovigliodeirampicanti

al poeta l'ignoto e un'ombra nascosta in ogni stanza

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