Ubaldo de Robertis 4 POESIE dalla Antologia Selected poems The Rings of the Universe Chelsea Editions, New York, 2016, traduzione di Adria Bernardi  con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 https://www.youtube.com/watch?v=v-YukDzlRFU

Ubaldo de Robertis, il poeta ricercatore chimico nucleare nato a Falerone nel 1942  si è spento l’11 maggio, all’età di 75 anni, a Pisa dove viveva. Aveva appena pubblicato una ampia Antologia bilingue, inglese italiano con Chelsea Editions, The Rings of the Universe, scelto con grande acutezza da Alfredo de Palchi che aveva letto le sue poesie proprio qui, su L’Ombra delle Parole, e nutriva profonda stima per il suo lavoro poetico.

La rivista ha sempre seguito con attenzione il lavoro poetico di Ubaldo De Robertis il quale era un attivo e appassionato nostro collaboratore, il poeta aveva dimostrato molto interesse alla piattaforma della nuova ontologia estetica. Ricordo che una volta gli inviai in lettura una mia poesia di 33 versi, Ubaldo con grande acutezza mi consigliò di sostituire 18 articoli indeterminativi con altrettanti articoli determinativi, mi scrisse che la poesia ne avrebbe guadagnato. Aveva ragione, cambiai ben 17 articoli indeterminativi e li sostituii con altrettanti determinativi. La poesia era perfetta. Ubaldo aveva intuito immediatamente le possibilità stilistiche che offriva la nuova piattaforma della NOE. Ed infatti negli ultimi tempi aveva riscritto le sue ultime poesie alla luce delle elaborazioni della poetica del «frammento». Era sempre partecipativo, seguiva con rigore e onestà intellettuale il lavoro della rivista con i suoi commenti sempre ispirati da una intelligenza superiore e una onestà intellettuale oggi rarissima. Oggi noi lo salutiamo con grande affetto perché è venuto a mancare un poeta di livello, un amico, un compagno di strada e un collaboratore di rarissima perspicacia e onestà. E ci piace ricordarlo in una sua immagine con la grafica di Lucio Mayoor Tosi. Arrivederci Ubaldo.

Onto DeRobertis

Ubaldo de Robertis, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Ricercatore chimico nucleare, membro dell’Accademia Nazionale dell’Ussero di Arti, Lettere e Scienze. Nel 2008 pubblica la sua prima raccolta poetica, Diomedee (Joker Editore), e nel 2009 la Silloge vincitrice del Premio Orfici, Sovra (il) senso del vuoto (Nuovastampa). Nel 2012 edita l’opera Se Luna fosse… un Aquilone, (Limina Mentis Editore); nel 2013 I quaderni dell’Ussero, (Puntoacapo Editore). Nel 2014 pubblica: Parte del discorso (poetico), del Bucchia Editore. Sue composizioni sono state pubblicate su: Soglie, Poiesis, La Bottega Letteraria, Libere Luci, Homo Eligens. È autore di romanzi Il tempo dorme con noi, (Voltaire Edizioni), L’Epigono di Magellano, (Edizioni Akkuaria), 2014, e di numerosi racconti inseriti in Antologie, tra cui l’Antologia di poesia italiana contemporanea Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016) a cura di Giorgio Linguaglossa.

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 Mentre l’autore combatte una lunga battaglia in una corsia di ospedale, è uscito un volume, una vasta Antologia della produzione poetica di Ubaldo de Robertis con testi tratti dall’opera di esordio, Diomedee del 2008, fino alle poesie dell’ultima raccolta edita Parte del discorso (poetico), del 2014, per giungere agli inediti di questi ultimissimi anni che avevano già visto la luce nella rivista lombradelleparole.wordpress.com. Che dire? Questa Antologia ci rivela un poeta che ha iniziato a scrivere e a pubblicare già in età matura, con un bagaglio di esperienze extra letterarie, di chimico nucleare in possesso di una salda cultura scientifica, cosa da non sotto valutare quando leggiamo queste poesie.  Partito da una lirica rastremata e desublimata, de Robertis giunge ben presto ad una idea di poesia dall’ampio respiro poematico, con un verso ipertrofico, avvolgente, narrativo, in grado di accogliere quanti più oggetti e discorsi possibili.

Questa poesia di Ubaldo de Robertis non sarebbe stata possibile senza la lezione dell’ermetismo («risorgive parvenze») e quella di Tomas Tranströmer («argentei pesci dai quattro occhi sporgenti») e la lezione del verso libero del secondo Novecento italiano; ma quello che è più importante è che la poesia rivela una precisa cognizione dello spazio quadridimensionale là dove è posta, come un bel vaso fiorito, disutile e misteriosa. Ed è questo il fine di una poesia: mostrare al lettore quanto essa sia disutile e misteriosa, impiegando il linguaggio comune per andare oltre di esso, per un significato che nemmeno il poeta sa quale sia…

Scrive de Robertis, nella poesia “L’Universo e gli anelli”: «parto da una teoria cosmologica precisa quella dello “spazio ad anelli”, (di cui è ideatore l’amico Carlo Rovelli), che si contrappone alla teoria dello “spazio a stringhe” forse più accreditata e diffusa. Nella poesia tratto della relazione tra frequenza suono e colore e accenno a Kandinskij che si era occupato per molto tempo della relazione tra colori e musica».

Fatto è che l’autore si muove con disinvoltura dall’universo ad anelli alla scansione ottica quadridimensionale presente nella poesia «Il dipinto e la realtà», una vera e propria dichiarazione di poetica. «La figura virtuale rimanda all’esistente», proprio questa è la realtà, si chiede il poeta quasi stupito: la bellezza di «Thérese» che, vista di spalle, «Brilla, qui, in primo piano»; perché la bellezza non mostra mai il proprio volto ma lo lascia intuire, da una visione improvvisa, di scorcio. Il secondo piano è, paradossalmente, più visibile del primo, proprio in quanto nascosto, schermato. Nella raffigurazione Thérese, «vista di spalle», occupa il secondo piano in un universo costruito a piani, ad anelli sovrapposti. È lo sguardo dell’osservatore che fa parte del «reale». Lo sguardo è soltanto una delle componenti del «reale», e neanche tra le più importanti se ci liberiamo della concezione antropocentrica dell’universo. Ma è attraverso lo sguardo e seguendo il suo tragitto che noi possiamo ricostruire il percorso dello spazio virtuale di un’opera poetica. Una volta, venti anni fa, ho scritto in una prefazione: «Un nuovo sguardo è già una nuova idea. Le mutazioni del gusto già in sé sono nuove idee. Dal modo in cui usiamo gli oggetti nella nostra vita quotidiana, possiamo trarre un fascio di luce che illumina il nostro modo di utilizzare le parole, giacché le parole sono cose in senso fisico, spaziale. Gli oggetti, gli utensili si trovano nel mondo per servire l’uomo. Noi possiamo vivere in un appartamento ammobiliato, oppure in un appartamento ricco di [nostre] suppellettili. La differenza è di vitale importanza». Questo è un pensiero che ho rubato ad Osip Mandel’stam, non è mio, ma l’ho fatto mio. E quindi è anche nostro.

Ecco, io quando leggo una poesia di un autore, la prima cosa che guardo è come ha posizionato le cose (le parole) all’interno del verso, a quale distanza, le corrispondenze verticali, orizzontali e quelle diagonali. Se noto della sciatteria, metto da parte il libro. Quello non è un poeta ma un letterato più o meno colto.

Una poesia è come una casa con dentro i mobili, i quadri, le mensole, le suppellettili. A volte scorgo una grande sciatteria, la sciatteria dell’ordine del discorso, quel discorso ordinato che hanno le maestrine o gli acculturati arroganti. Quella è la sciatteria peggiore. Una poesia può essere anche non riuscita, ma deve contenere i mobili al loro posto.
Ecco, io direi che nella poesia di Ubaldo de Robertis i mobili sono al loro posto, In posti diversi ma sono lì per essere utilizzati da chi vi abita, cioè l’uomo.

Brilla, qui, in primo piano
l’astro di Thérèse vista di spalle che indossa
la robe rose a strisce verticali argentate e un tablier noir,
lo sguardo in direzione delle case, non degli alberi
che Jean Frédéric Bazille ritrae in secondo piano.
Dramma della quiete, della serenità.

gif-novelLa costruzione ritmico sintattica di questa poesia è fatta in modo che essa stessa è una «cornice», è fatta a modo di una «cornice» che chiude il «quadro». È una particolare esemplificazione di come una poesia «chiude» uno spazio pittorico, ottico. Il testo inizia con il primo verso la funzione del quale è di attirare l’attenzione del lettore senza coinvolgerlo in una situazione personale ma cercando di stimolarlo a concentrare la sua attenzione su un fatto esterno, oggettivo: quel qualcosa che «brilla, qui, in primo piano». Un procedimento retorico che fa uso di indizi fluttuanti la cui efficienza si misura sull’apporto ingiuntivo sul soggetto della composizione: «Thèrese» è «vista di spalle». Dunque, il lettore, che sta davanti al quadro vede, ovviamente, Thèrese di spalle e può ammirare il suo lussuoso e sensuale vestimento:

«la robe rose a strisce verticali argentate e un tablier noir»

Si noti l’estrema precisione di questi dettagli. Precisione che viene rafforzata dal verso seguente che chiama in causa un elemento non del quadro ma dell’osservatore: il suo «sguardo». Quindi, di nuovo, si ribaltano i piani tra l’oggetto e l’osservatore. Appunto, questo «sguardo» è «in direzione» di qualcosa d’altro («delle case, non degli alberi»). Adesso sappiamo che Thèrese è un soggetto del quadro che sta guardando fuori del quadro. E qui c’è un gioco di specchi, uno Spiegelspiel tra Thèrese e il quadro. A questo punto il poeta ci dà una informazione: il pittore è chiamato in causa con il suo nome: Jean Frédéric Bazille il quale «ritrae in secondo piano». Che cosa ritrae il pittore? Nient’altro che il «Dramma della quiete, della serenità».

Il quadro tracciato dal poeta però non ci induce alla serenità ma in inquietudine. C’è qualcosa che può accadere, che può infirmare il quadro della sensuale serenità tracciato dal poeta pittore. Ma l’autore non ce lo dice, la poesia termina proprio sul più bello, là dove ci interesserebbe saperne di più. Allora, possiamo congetturare che l’insorgente inquietudine è la nostra risposta, nostra di lettori osservatori del quadretto di apparente serenità che il poeta ha voluto rappresentare.

L’indizio di significato principale è dunque raffigurato da una «mancanza», qualcosa manca nella poesia, qualcosa che il poeta non ha detto, qualcosa a cui non ha alluso. Quindi, c’è una «presenza» che aleggia. Ma essa aleggia sotto forma di «Assenza» E questo è il significato della poesia.

Non siamo alla teatralizzazione delle vicende private dell’io come avviene nella poesia frequentata in Occidente nell’epoca della stagnazione spirituale e della straordinaria leggerezza dell’essere, e neanche in un sotto-genere, in quello che elegge il «tu» quale destinatario di testi-missiva. Ubaldo de Robertis opta per l’esplicita forma dialogica e parla con il lettore, un misterioso «implicito», una specie di «doppio» della propria coscienza, ovvero, con il lettore spettatore. de Robertis racconta sempre un evento preciso (un non-detto, un implicito) con il massimo risparmio di parole-cornice, ecco la ragione della incisività del verso lineare di questa poesia, che termina proprio lì dove deve terminare, ma il significato è nel verso successivo, si nasconde in una omissione, in un segmento omesso, nella elusione, nel non-detto. Il lettore viene posto davanti ad un evento-racconto, il non-detto, l’inesplicito. Non c’è un versante edificante in questa poesia, il lettore non viene disturbato da eccessi enfatici, e questo è un punto a vantaggio dell’autore che mostra una sicurezza di dizione e una icasticità del lessico di accorta fattura. È una particolare poesia di inazione, di impliciti, di non-detto questa dell’autore. Non si tratta, credo, soltanto di un metodo di composizione ma anche e soprattutto di un metodo di addestramento alla vita, esercizio militare dell’anima.

Se prendiamo la composizione base della poesia di Ubaldo de Robertis, ci accorgiamo che l’autore compone come riprendendo il filo di un discorso abbozzato in precedenza. Si può leggere la poesia del poeta pisano a ritroso, dall’ultima alla prima composizione e nulla cambierebbe del senso complessivo, perché non c’è un senso, ma una serie di sensi. Le composizioni entrano subito nel tema dialogico: c’è l’introibo ad un oggetto esistenziale, per lo più un «negoziato» con il lettore.

C’è una componente «sacrale» in questo metodo ma è un «sacro» nutrito di falso e inautenticità. «Non si dà vera vita nella falsa», ha scritto Adorno in tempi non sospetti in Dialettica dell’illuminismo (1947). Nel frattempo, il mondo è diventato integralmente falso, e l’«io» ne è una degna protesi, il «tu» è una immagine posticcia, che non si sa quando sorge e quando non sia più una proiezione dell’«io». E così via. Il segreto forse si cela nell’assenza, nell’impronta, nella traccia. E sarà compito del lettore esercitare l’indagine con l’atto della lettura. Direi che in questo genere di poesia è prioritario l’atto della investigazione. La poesia si costruisce come interpretazione del non-detto, del non-accaduto. Il  momento dell’analisi precede appena d’un soffio il momento della deduzione; l’analisi è, insieme, retrospezione e prospezione, osservazione del dettaglio e visione dell’insieme, visione panoramica dell’io e del tu. Di qui l’abbondanza di sintagmi segnaletici dei luoghi.

Una procedura sottoposta alla logica della sintassi. Il metodo di scrittura di Ubaldo de Robertis consente lo scorrimento delle proposizioni, è una procedura che rimanda ai rapporti di inferenza e inerenza tra le proposizioni, un percorso duale, relazionale dal quale ciò che si è definitivamente assottigliato sembra essere la «sostanza», la stoffa delle relazioni umane. La stessa abbondanza di deittici, dicevo, cioè di quelle unità pronominali e avverbiali che si possono rintracciare in questa poesia, sono una spia delle relazioni spaziali e temporali che si organizzano intorno al «soggetto», che costituisce il principale punto di riferimento, il semaforo «significazionista» e relazionale delle composizioni.

Ubaldo de Robertis

Ubaldo de Robertis

POESIE dalla Antologia Selected poems Ring of the universe Chelsea Editions, New York, 2016

(A Max Frisch)

Mare e cielo adunati in un unico sguardo,
visione maestosa, sublime. Ritta sullo scoglio
una minuscola figura, si toglie il cappello
alzandolo il più possibile per sventolarlo.
E non ci sono vele all’orizzonte, angoli ristretti, relitti,
solo stupore, a Palavas, con cui riempirsi gli occhi,
ebbrezza che in un uomo ordinario sparisce.
Non in Courbet. Fierezza, monumentalità,
unisce a quella solitudine, della sua luce
penetra il mondo che si schiude al modo di uno scrigno
e ha bisogno della luce del mondo per esistere.

Nel retroterra un uomo è diventato pietra.
Medusa non l’ha guardato, chissà perché è impietrito
e a che fine le ombre s’intrecciano sul capo anguicrinito,
quale identità lui che, forse, ha conosciuto
molti luoghi in cui fermarsi per rendersi invisibile.
Chi è? Ha forse consumato per intero il respiro?

Lo spazio intorno trasfigura per la rapidità
con cui sfilano tram, un continuo va e vieni.
Uomini che si muovono come nuvole incombenti,
senza avvertire d’essere anelli di una catena casuale,
e persistono ancora… a passare. Forme dissolventi.

Pura casualità l’incontro. L’altro non deve tornare,
prendere una via, ripartire all’istante:
“Non stavi per caso fuggendo dalla sventura?
Per quasi tutto il tempo della vita io l’ho sfuggita
riducendomi in solitudine.”
Amnesia di esseri e luoghi.
Agli uomini comuni poco è concesso di chiedere, o sapere,
arduo trarre inferenze, deduzioni.
Immagini indurite, alterate, confuse con quelle di altri.

Quei peli di un rosso chimico slavati, gli occhi azzurri
iniettati di ruggine, l’arcata inferiore sporgente,
sulla fronte appena percettibile il segno di una cicatrice.
Il tempo estatico dell’insurrezione delirante
ti può esplodere in faccia, auto-annientare, come l’esaltazione
di Corbet per la Comune, pagata a caro prezzo.
Nessuna espressione, ansia di abbandonare le tenebre,
persiste la storica immobilità.
E quel suono alto nell’aria? Un nuovo espediente?
Solleva il Quartetto per Archi l’alto sentire, l’Opera 132,
quanto di più solenne e impenetrabile ci sia nel Genio,
afflitto da ipoacusia. Musica, tempo di redenzione, dell’utopia.
Nessuno che sia disposto ad accoglierla.
Nessuno che sappia congiungersi con Beethoven.
Suoni, segni, e note, alte in numero sempre minore,
condurranno a un raggiro.
L’ assurdità è che uno ha coscienza della propria vuotezza
e l’altro, annichilito, non ha un’identità.
Ma se nella tasca interna della sua giacca scovate un biglietto,
solo andata, per Amsterdam,
Signori, non dubitate quell’uomo sono io.

Identità

Il presente: la sola dimensione.
E ha perso il nome, l’essenza, causa sui
e per l’azione di famulus miserandi
fautori dell’espansione, corruttori d’identità.
Fletto la passività, sfato la connessione,
frantumo gli argini, l’indolenza
che assume valenza metafisica.

A lungo fu il grigio degli sguardi
ora un piccolo astro rosso lucente
lumeggia nella mente come esigenza
di un luogo limpido, nuovo, d’aria e di luce.

(contro-voce)
Senza paesaggio che lo distingua,
con troppi punti di approdo,
troppi crocevia da oltrepassare.
Una trappola claustrofobica.
La fiera globale non è poi
così male, spinge lo sviluppo,
riduce la povertà, vale l’adagio
del sempre ci sarà chi affligge
e qualcun altro che sarà oppresso,
e poi… esiste la libertà intera?

In mare o terra, scortato dal miraggio
seducente, fra l’istante di un crollo
nell’abisso e il ritorno alla vita,
lascia dall’altro lato il servaggio,
l’inedito è di fronte, l’impazienza di scoprire
la propria identità,
l’idea di sé difforme dagli altri,
e di sé attraverso il tempo. Sincronico
e diacronico, – direbbe Saussure.

Co-abitare l’isola, antica come il mito.
Perché nessuno la nomina?
Perché gli echi sono inaudibili?

In quell’arcaica natura in cui si raccolgono
le ombre, mani come rami stringono altre mani,
arbusti sempreverdi, compatti, ricadenti sulla terra
vermiglia, s’ incontrano fra spigliate fioriture
di intenso color lilla, rosse bacche fragranti.
Una sorta di Origine.

E c’è chi, affrancato, scuote le catene,
festosamente, chi sente come un’epifania
la contorsione di quel corpo accorso
dietro una promessa che l’animale-uomo
è legittimato a fare: das versprechen darf.

Certi danzano, ridono,
altri parlano un lessico ermetico, inconsueto.

E’ forse necessario un nuovo linguaggio?
Un idioma segreto?

Co-abito l’inquietudine, il dubbio
che tradisce, scruto in faccia l’incertezza,
per capirne il senso.

La mancata dialettica non lascia individuare
inediti scenari, antidoti alla coazione a ripetere,
/vero elemento demoniaco/, la dimensione
dell’agire, saggiare la vertigine della libertà
che ad ognuno dovrà rivelarsi.

Majakovskij tuonava:
/Noi la dialettica non l’imparammo da Hegel //
quando sotto i proiettili /dinnanzi a noi
fuggivano i borghesi,//

Qui, alcuni fuggono, ripiegano,
tenendo in petto, semplicemente,
il senso di vertigine, il mancato riscatto.

Arretrano. Volgono i passi,
si consegnano alla prassi.

E i crolli?
Le macerie ammassate sulla via?
Eretto intorno all’isola, o forse nella mente,
l’archivolto azzurro-cielo sorregge l’utopia
perché il mondo non sia più
come un non so che di apparente.
L’esperienza gradualmente si invera.
In evidenza l’effettiva identità, la memoria,
stili di vita relegati ai margini,
in penombra le paure, le perplessità,.

Per gioia ogni voce diventerà riconoscibile.
Nessuno incererà “de’ compagni/senza dimora/
le orecchie”, per godere la bellezza del canto
delle sirene, più deliziose che mai.
Nella congiuntura le incantatrici ritroveranno,
definitivamente, la loro dionisiaca voce.

Il dipinto e la realtà

Deluso dalle imitazioni, belle figure, luoghi ordinari,
forme, colori per niente naturali, un di fuori che ti assale,
fatto di segni che lo spazio modella con emozione lirica.
Il dipinto è meno di quanto si manifesta nella Natura.
Nessuna cosa è più viva di quel puntino rosso che brilla là,
nell’angolo grigio della stanza, o di quella porta
che potrebbe aprirsi, ad un tratto.
Che ti salta in mente di rivelare certe cose in poesia?
Nel silenzio si sente un tic-tac ordigno ad orologeria.
È il cuore.
Stranamente ha tre uscite questa stanza,
una celata dalla specchiera dà verso l’esterno,
il vuoto e lo specchio che ti guardano,
che ti scoprono la faccia, denudano la maschera
se dalla feritoia si infiltra il tenue azzurro cielo.
Che cosa altro pretendi di vedere da una finestra?
Cos’altro vuoi che appaia ancora?
La tragicità della vita si nasconde dietro l’immagine
più misteriosa e lieta. Brilla, qui, in primo piano
l’astro di Thérèse vista di spalle che indossa
la robe rose a strisce verticali argentate e un tablier noir,
lo sguardo in direzione delle case, non degli alberi
che Jean Frédéric Bazille ritrae in secondo piano.
Dramma della quiete, della serenità.
Sembra essere proprio questa la realtà.
La figura virtuale rimanda all’esistente.
Dove è dunque la poesia?
È nel modo con cui si divide lo sguardo
tra lo spazio racchiuso dalla cornice, Thérèse, colori, ombre,
o le cose viste nella coscienza della luce azzurra
che manifesta l’astronomia del cielo in una piccola camera?
Ma non è lì che ti senti testimone, spettatore gettato,
dimenticato bagliore di un Sole già crudelmente
tramontato?

L’Universo e gli anelli
.
Atomi di spazio, cammini chiusi, la perfezione sferica di anelli
che intessono, con altri, ariose reti di relazioni per dar vita
allo spazio tempo, con la sua curvatura inverosimile, finché
una nana bianca, stella degenere, evanescente, volle dare
la prova inconfutabile che la superficie dell’universo è curva,
conseguenza della massa dei corpi celesti contenuti,
fune che si flette sotto il peso del funambolo. Il cosmo è tutto
un fremito, un gran vibrare. La bellezza di suoni e colori,
plurime risonanze, tonali ambiguità. Aperto è il suono che
dal silenzio perviene. Il silenzio appartiene al suono. L’insieme
dei possibili suoni, neutro bigio, è una forma di silenzio. Grigio
bianco, che il candore difende, è il connubio di tutti i colori.
Colore è cadenza di luce. Dall’esigua frequenza sorge il rosso,
al viola la preminenza. L’alta ciclicità giova all’energia.
Il suono chiama, il colore, sorretto da luce ed ombre, risponde,
domina ben oltre il sistema solare, imperversa il rosso di Antares,
gigante, e di Betelgeuse, disperatamente in fase terminale.
Lo sfolgorante bianco di Sirio e di Vega, più fulgente del Sole,
in un Universo dove primeggia il nero-grigio dello spazio vuoto
fra galassia e galassia. Dai padiglioni del mondo ascoltava
Pitagora, il lungimirante, quel concerto di colori e suoni,
con i suoi numerici rapporti, archetipi della forma, onde
che fuggono lungo corde tese vibranti, come quelle di un violino.
Quale uomo ha avuto altrettanta influenza nel campo del pensiero?
Dante, il divino, sicuramente ha percepito il suono delle sfere,
riconosciuto come un atto della mente: l’armonia che temperi e discerni.

Sulle spalle dei giganti è salito Newton con il suo corteo di colori
e di luce per vedere più avanti, e raccontare il mondo, dove dal nulla
affiorano particelle, scompaiono con le loro stranezze, irraggiungibili,
nemmeno fossero raggi di astri sperduti nel loro moto. L’azzurro
profondo è un vuoto che molto ha da elargire. Si animano processi,
strutture, turbamenti per le inedite forme, la realtà concreta
si manifesta da questa scaturigine. Sfocata è la visione di appannati
mondi, lontani. L’intenzione non è di annullare la distanza,
piegarsi al disordine, alla casualità, ma riconoscerle. Nel contempo nuovi
varchi si schiudono verso l’invisibile, ai confini dei luoghi dell’assenza.
E sempre ci sorprende ogni concezione inquietante dell’Universo.
Ma che cosa guida la realtà? Domandare! Le domande ci abitano
misteriosamente. Domandare! Domandare sempre, e di nuovo.
Avrebbe voluto, Pound, che le onde fredde della sua mente
fluttuassero, che il mondo si inaridisse come una foglia morta,
e fosse spazzato via per ritrovare, sola, quella donna.
Ma qui, oltre all’intelletto, a fluttuare sono campi quantistici,
lo spazio interstellare. E’ questo dimenarsi di quanti che elegge
particelle onde quark/i veri mattoni del mondo./ Le loro danze,
i loro incontri, non avranno lo stesso fascino di Francesca, ma sono
anch’esse una mousikè, cornice di bellezza, di assoluta verità.
Poco altro inaridisce oltre alla foglia morta, se non l’uomo
dentro al labirinto dell’esistenza, la fedeltà disperata al pianeta.
Smarrite, alla fine, le proprie ceneri come polveri cosmiche
minute, grigio scure. Pure espressioni di esigenza interiore le tele
di Kandinskij incendiano i sensi oltrepassando i limiti, le singole
percezioni. Il pensiero si addentra nell’Universo stellare per leggervi
l’animazione che ci sfugge, per condividerne l’irrefrenabile pulsare.

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21 commenti

Archiviato in critica della poesia, poesia italiana contemporanea

21 risposte a “Ubaldo de Robertis 4 POESIE dalla Antologia Selected poems The Rings of the Universe Chelsea Editions, New York, 2016, traduzione di Adria Bernardi  con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. sono felice di rileggere Ubaldo, augurandogli ancora una volta un pronto recupero, la Poesia ha tanto bisogno di lui

  2. Scienziato e uomo di lettere,Ubaldo de Robertis cerca l’armonia tra il dato offerto dalla conoscenza scientifica e quello che viene dal suggerimento del cuore e della fantasia; lo strumento di cui si serve è la parola,che egli riesce a padroneggiare tanto da poter esprimere la complessità del suo immaginario. Chi lo legge deve avere la costanza di addentrarsi in questa complessità senza fretta e senza pregiudizio:specialmente quello secondo cui poesia e scienza non sempre sappiano convivere.Non a caso, in un testo, si nomina Pitagora,(e con lui tutti i Pitagorici) il primo esempio di come scienza e poesia possano convivere con esiti eccelsi.

  3. antonio sagredo

    Mi sono ripetutamente e positivamente espresso sulla poesia di Ubaldo De Robertis, che spero quanto prima e nel migliore dei modi possa uscir fuori da questo continuo stato di salute critico.
    — Non si può sopportare sia l’assenza che la mancanza di uno scienziato-poeta (o se volete il contrario) che continua la tradizione di Galilei (e anche prima di questi sono presenti tantissime similari figure nella nostra storia letteraria, come del resto in tante altre storie), ma da noi la connotazione si fa più stridente e più singolare se pensiamo p.e. all’ingegner Gadda o al magistrato Ugo Betti. Queste figure fanno più onore alla letteratura e alla poesia molto di più di tanti poeti e scrittori conclamati poiché possiedono il rigore scientifico unito all’estetica e, quanto a etica, sono di certo più avanti di tanti sedicenti specialisti in poesia. Quando p.e. mi presentono a Roma (e in altri luoghi) figure che insegnano “poesia creativa”, credetemi, in me ricompare l’antico e primordiale assassino! Tale in me la voglia alta e profonda dell’ammazzarli tutti… questi pennivendoli, idioti ecc. (e penso alla cinquantina “scelta” di Buffoni) …. penso invece con gioia quando creature come Ubaldo sono miei contemporanei. Più volte ho avuto il desiderio di incontrarlo (cosa di cui l’ho informato), ma la sua malattia lo ha impedito… ma noi possediamo una Alta Malattia” (come scrive Pasternàk) e non possiamo far altro che tenercela stretta fin tanto ci è fedele e noi a Lei, ma non possiamo permettere che una volgare malattia altra lo possa tenere incatenato!

    a.s.

  4. gino rago

    Buon Natale e fecondo Anno Nuovo a Ubaldo e ai suoi cari con l’augurio –
    dal profondo del cuore – ch’egli possa tornare presto in compagnia delle Muse. Le quali ora, appollaiate su una quercia, sono davvero tristi.
    Gino Rago

  5. Nelle sue poesie Ubaldo non ha necessità di esprimere il proprio io, in nessuna forma tanto è reso perfettamente nel tono della sua scrittura; la sua curiosità, l’intelligenza sensibile e la gentilezza traspaiono chiaramente nelle sue parole. Grande traghettatore di immagini, cui non necessitano metafore o sofisticate figure retoriche; nonostante affronti temi complessi si mantiene chiaro e innocente, quanto basta per poter comunicare anche a un fanciullo.
    Buon Natale, Ubaldo.
    Aspetto ammutolito la tua ricomparsa su queste pagine. A presto.

  6. Nessuno può prevedere se uno spot su L’Ombra delle parole avrà successo di commenti. Se il direttore della rivista internazionale, GL, avesse informato alfredo de palchi editore del volume The Rings of The Uunivers, Chelsea Editions gli avrebbe suggerito di lasciare che gli interessati al blog bevessero e “scorpacciassero” fino all’arrivo della befana. Quando ritornano e trovano che il mondo vale molto meno di alcuni giorni prima, si riavvicinano alla purezza della poesia, alla solitaria onestà, e per purificarsi dei bagordi festivamente forzati invierebbero commenti e commenti per onorare il poeta ricercatore chimico nucleare Ubaldo de Robertis. Con questa mia nota ironica non intendo diminuire il valore dei sette commenti. Anzi. Ringrazio con emozione il generoso Giorgio e le sette firme che nel trambusto hanno pensato di parlare un po’ dell’arte del nostro poeta amico Ubaldo de Robertis

  7. Giuseppe Talia

    Ubaldo de Robertis è uno dei pochissimi Poeti che riconosco. So della sua stima nei miei confronti e della sua grande anima di scienziato e di letterato. Leggo il volume edito da Chelsea Editions e mi auguro che Ubaldo possa ritornare presto a scrivere e a dialogare con noi.

  8. Claudio Borghi

    Per quanto abbia avuto l’occasione, sul blog, di rari quanto fugaci scambi di opinioni con Ubaldo De Robertis, lo sento molto vicino nella sensibilità, nell’amore per la scienza e per la poesia, di cui cerca una coraggiosa quanto interessante sintesi. Gli auguro di rimettersi presto, la sua voce è quanto mai preziosa.

  9. Mi scrive stamane Stefano, il figlio di Ubaldo:

    Stefano De Robertis
    08:53 (18 minuti fa)
    Grazie Giorgio ,

    Anche negli ultimi giorni di vita mio padre vi ha sempre pensato.

    Non ha passato un giorno senza connettersi al pc per leggere l’ombra delle parole.

    Poi nella malattia gli leggevo io gli interventi e lui sorrideva e gradiva molto

    Un caro saluto

    • Non ho avuto la gioia di conoscere la poesia di Ubaldo De Robertis prima di oggi, alla luce della presentazione che ne ha fatto Giorgio Linguaglossa: non posso fare a meno di condividere con tutti la meraviglia che ha suscitato in me il connubio tra scienza e poesia…anche perché la presenza folgorante del colore-musica(silenzio) che anima quest’universo pieno di movimento e di vita mi trova intensamente partecipe Al figlio Stefano un “grazie con l’anima” per averci reso partecipi di momenti d’intimità di raro valore umano legati anche alla condivisione poetica con l’Ombra delle parole e agli incontri tra poeti che la “abitano”!

  10. In onore di Ubaldo de Robertis, dedico…

  11. Caro Ubaldo … è stato un uomo sempre dolce, gentile e poeta di forza e appassionato. Onorata di averlo conosciuto grazie a Giorgio e di aver avuto la sua amicizia. Un abbraccio alla sua famiglia e a lui, dovunque sia.

  12. Donatella Costantina Giancaspero

    Per Ubaldo il mio pensiero…

  13. A proposito di dettagli: sono sempre ampliabili e mai esaustivi. Un verso come “o le cose viste nella coscienza della luce azzurra” può farne a meno e dice ciò che sembra di non potersi dire.

  14. Carissimo Ubaldo,
    le ultime tur notizie le ho avute tramite tuo figlio Stefano; volevi sapere come andava la mia salute. Nello stesso giorno, le mie notizie ti sono arrivate tramite Stefano. Oltre a incoraggiarti a modo mio strano, ho colto
    l’occasione dell’annuncio che hai vinto il premio di poesia Astrolabio per onorarti anch’io dandoti tutti i premi di poesia dell’annata 2017. Sì, li hai vinti tutti.
    Con affetto e stima ti abbraccio. Ciao

  15. Franco Campegiani

    “Il cosmo è tutto un fremito, un gran vibrare”. Così Ubaldo De Robertis, a riprova che la sua poesia frammentaria non intende porre fuori gioco l’universale, quanto piuttosto scorgerne la luce frammentata in ogni tessera dell’immenso mosaico. Sono a tutti noti i suoi interessi scientifici professionali e i riferimenti alla fisica subatomica, nel suo caso, sono quanto mai appropriati, ma i veggenti di ogni luogo e tempo hanno sempre definito quegli elementi invisibili ed impalpabili “coscienza universale”. A parer mio, è giunto il tempo che la cultura riscopra quella sapienza arcaica, quella conoscenza che ha sempre alimentato le sorgenti più remote (e sempre attuali) del mito. Non sto dicendo di tornare alla mitologia (quella è aria fritta), ma di attingere a quel serbatoio mitopoietico, a quel laboratorio creativo universale, a quel mistero profondo e intelligente cui tutto il vivente è collegato. Nel mito, in nuce c’è tutto: arte, poesia, religione, filosofia e scienza, non ancora entrate in competizione tra di loro per smanie di egemonia. Con Ubaldo ci intendemmo su questo punto, quando egli comprese che, difendendo il mito, io non intendevo denigrare la scienza, bensì, al contrario, evidenziarne l’essenza più pura. E’ una poetica della frattura, la sua. E tuttavia una poetica profondamente armonica, se per armonia intendiamo non l’ordine razionalistico, profondamente arbitrario e disarmonico, bensì l’ordine universale ed implicito, incomprensibile, che governa dall’interno tutte le cose. Parliamo di quell’interiorità che non è solitudine, ma grande compagnia e festa universale. Di quell”interiorità che viaggia in territori assai differenti da quelli dell’Io. Ubaldo ci dice che l’ordine dell’Universo, o l’Universo stesso, resta inaccessibile ad uno sguardo superficiale, per causa della “fitta coltre della separazione”. Ma oltre ad una “piccola mente”, c’è una “grande mente” in ognuno di noi. Così “si spalanca nuovamente l’inesplorato” e “a volte / capita di udire / da lontano / una musica che copre l’inquietudine”. Da dove viene la poesia, se non da quel vulcano interiore ed abissale, misterioso e profondo, divino se vogliamo, ma squisitamente umano? Le parole che fuoriescono dal magma ribollente si raffreddano sulla pagina come lapilli, ceneri e vapori di una colata lavica che precipita a valle. I poeti laureati giocano a dadi con le pietre raffreddate a valle. Quelli non laureati (o che comunque prescindono dalle lauree, pur avendole) si bruciano nel cratere per pescare nel magma incandescente. “L’Universo degli anelli” sembra il racconto diretto del farsi del mondo, al di là di ogni narrazione fantascientifica, di ogni evasione onirica. E’ la registrazione pura e semplice di ciò che nel cosmo accade (“Dante, il divino, / sicuramente ha percepito il suono delle sfere”). Ed è una rivalutazione potente del Mithos, una cosmogonia dai sapori neosapienziali (intrisa di saperi scientifici), di contro a quel logoro luogo comune (platonico, ma non solo) che vuole invece il Mithos disperatamente inquinato dagli arbitri dell’intelletto umano. E’ la capacità di “inabissare lo sguardo / a un’incredibile profondità / fin sotto la radice / nei solchi sotterranei del mito / a snidare il segreto / del mondo / l’origine divina delle cose”. La scrittura poetica, o mitopoietica, non rappresenta la vita e sta fuori dal dominio del “significare”, fuori ossia dall’arbitrio razionalistico che tutto manipola, illudendosi di stare nella vita reale. La mitopoiesi (dove il mito si presenta allo stato sorgivo, non ancora decaduto a mitologia) vive direttamente la vita, così come può viverla un albero o un animale, e sta tutta nel farsi strumento del mistero, anziché nel rielaborarlo artificialmente secondo modelli razionali arbitrari. Tutto questo per onorare la memoria di un vero poeta, di un amico e di un grande animo umano.
    Franco Campegiani

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