Fëdor Ivanovič Tjutčev Ultimo amore Poesie in vita e in morte di Elena A. Denis’eva – a cura di Christoph Ferber, Traduzione di Christoph Ferber e Aurelio Buletti

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“Beato e fatale” chiamò Fedor Ivanovič Tjutčev (1803-1873), poeta russo fra i più importanti dell’Ottocento, il giorno in cui si innamorò di Elena Aleksandrovna Denis’eva, di ventitré anni più giovane di lui, e svegliò in lei una passione che fu – come l’autore ammette – più forte nell’amata che in lui. Tjutčev era un diplomatico, sposato, padre di quattro figlie adulte. Elena aveva frequentato l’esclusivo Istituto Smol’nyj per Nobili Fanciulle a San Pietroburgo ed era anche nipote dell’ispettrice. Il legame doveva diventare uno scandalo, che colpì la donna molto più che il poeta: la particolare tragicità della loro relazione è legata in buona parte, anche se non solo, proprio a questo squilibrio di sofferenza. Alcune delle circa venticinque poesie, nelle quali l’autore esamina questa sua più profonda relazione d’amore, diventano così un resoconto severo e passionale – e il poeta si addossa tutta la colpa. Immediatezza e sincerità di queste poesie, in parte apparse postume, l’ultima nel 1932, non sarebbero pensabili se l’autore non le avesse scritte per sé stesso ma per il pubblico dei lettori. È questo che maggiormente le distingue dai versi di altri poeti e assegna loro un posto nella storia della poesia amorosa russa che non solo è altissimo, ma anche unico.

Le poesie di questo “romanzo psicologico”, come fu definito spesso, sono qui riunite per la prima volta in lingua italiana.

(Christoph Ferber)

Poesie di Fedor Ivanovič Tjutčev

Sulla Neva

E una stella ancora gioca sopra la Neva
nella leggera schiuma delle onde
e ancora l’amore le affida
la sua segretissima barca.

La barca scivola fra schiuma e stella
come dentro in un sogno
e porta due fantasmi insieme a sé
lungo l’onda, lontano.

Porta bambini che in futile lentezza
sprecano il tempo della quiete notturna?
O due beate ombre
che se ne vanno dal mondo terrestre?

Tu, estesa come il mare,
meravigliosa-rigogliosa onda,
tuteli nel tuo spazio
il segreto di quell’umile barca.

Luglio 1850

*

Per quanto fiati il mezzogiorno afoso
dalla finestra aperta,
in questa camera tranquilla dove
tutto è calmo e scuro,

dove profumi vivi
si aggirano nell’ora del crepuscolo,
dolce crepuscolo del dormicchiare,
immergiti e riposa!

Qui un’inesauribile fontana
giorno e notte canta nell’angolo,
di rugiada invisibile cosparge
le tenebre incantate.

E nei chiarori della mezza luce
invasa già da segreta passione
aleggia il lieve sogno
del poeta innamorato.

Luglio 1850

 

Predestinazione

Ah! l’amore, l’amore! lo si dice
l’unione di due anime sorelle,
il loro accordarsi, la loro fusione,
il fatale fluire attorcigliate,
il loro inevitabile duello.
Tanto più dolce l’uno,
tanto più disuguale la lotta dei due cuori:
inevitabilmente, di sicuro,
ama e soffre il più tenero di più,
langue nella tristezza.
Senza più forza alla fine si spegne.

Prima metà 1851

*

Potresti biasimarmi, però non angustiarmi,
dei nostri due destini è il tuo più da invidiare,
il tuo amore per me è sincero e ardente,
io invece ti guardo con rabbia e gelosia.

Rimasto senza fede e misero stregone
in un mondo stregato creato da me stesso,
io riconosco arrossendo in me stesso
il morto simulacro dell’anima tua viva.

Prima metà 1851

*

Ho conosciuto occhi – quali occhi! –
e quanto li ho amati Dio lo sa:
magici come passioni notturne,
non ho potuto distoglierne l’anima.

E dentro quello sguardo inafferrabile
che svelava la vita denudandola
si percepiva una grande inquietudine
e la profondità della passione.

Era uno sguardo dal respiro triste,
fitto nell’ombra delle amate ciglia,
affaticato, pallido, dolcissimo,
intensamente sofferto, fatale.

Era uno sguardo che mai mi successe
d’incontrare – incantevoli momenti! –
senza sentire in me la commozione,
di averne meraviglia senza lacrime.

Prima metà 1851

*

Ultimo amore

Da vecchi amiamo con più tenerezza
e amando siamo più superstiziosi …
O splendi, splendi luce dell’addio,
dell’ultimo amore, del tramonto!

Metà del cielo l’ha avvolto l’ombra,
solo a occidente ancora qualche luce,
indugia, indugia, giorno serale,
dura ancora, dura, o incanto!

Certo avrò meno sangue nelle vene,
ma nel cuore non cala la dolcezza …
O tu, ultimo amore!
Beatitudine e disperazione.

Inizio 1854

*

Lei tutto il giorno avvolta nell’oblio
e già le ombre tutta la avvolgevano.
Cadeva una calda pioggia estiva,
frusciavano i suoi raggi nelle foglie.

E lentamente lei si risvegliava,
cominciava a ascoltare quel fruscio,
a lungo lo ascoltava – affascinata,
immersa in un pensiero consapevole.

Ed ecco, come dicendo a sé stessa,
cosciente del suo dire pronunciò
(io ero lì, annientato ma vivo):
“Oh, come ho amato tutto questo!”

………………………………………

Tu hai amato e così tanto amare
mai a nessuno era riuscito!
Sopravvivere, Dio, a tutto questo
senza che il cuore mi si strappi a pezzi!

Ottobre 1864

 

La bise si è calmata … Più leggera respira
l’azzurra onda delle acque ginevrine
e nuovamente la barca le solca
e vi scivola il cigno di bel nuovo.

Il sole è come estivo tutto il giorno,
variopinti gli alberi scintillano
e l’aria in un’amorevole onda
ne accarezza l’antica abbondanza.

E di là, in una calma regale,
dalla mattina, attorniata di nubi,
è rilucente la Montagna Bianca
come rivelazione non terrena.

Di tutto, qui, di tutta la sua pena
il cuore perderebbe la memoria
solo se là, nel paese natio,
una tomba di meno si contasse.

11 ottobre 1864

*

Ci sono nel campare mio straziato
ore e giornate più di altre crude
– giogo pesante, carico fatale –
ed il mio verso non le può esprimere.

Tutto muore ad un tratto – tenerezza
è vietata, tutto è vuoto e scuro,
non si libra il passato in ombra lieve
ma sotto terra come salma giace.

Ah, sopra, nella chiara realtà,
ma senza amore né raggi di sole,
lo stesso mondo c’è, disanimato,
ignaro ed immemore di lei.

Io, solitario, tristemente ottuso,
vorrei conoscermi e non ci riesco –
barca rotta portata via dall’onda
e senza nome su sponda selvaggia.

Dammi, o Signore, un soffrire ardente,
ravviva Tu la mia anima morta,
lei me l’hai presa, lasciami il ricordo,
la viva pena lasciami di lei.

Di lei che ha compiuto la sua opera
fino alla fine, in lotta disperata,
raggiante, a volte ardentemente amante
sfidando sia la gente che il destino.

Di lei che il suo destino non ha vinto
ma che da esso non s’è fatta abbattere,
che è riuscita fino alla fine
a soffrire, a pregare, a credere ed amare.

Fine marzo 1865

*

Sono quindici anni, oggi, amico,
dopo quel giorno beato e fatale
nel quale lei ha posto tutta l’anima
in me, donandomi tutta sé stessa.

E ora già da un anno, senza lamento e biasimo,
tutto avendo perduto, accetto il mio destino:
sarà fino alla fine del tutto solitario –
come solitario nella tomba sarò io.

15 luglio 1865

*

                                                              (in foto Christoph Ferber)

Alla vigilia dell’anniversario del 4 agosto 1864

Ecco che vado sulla strada lunga
nella luce tranquilla del crepuscolo …
Sento mancarmi le forze, sto male …
Ma tu mi vedi, cara mia amata?

Si fa sempre più scuro sulla terra,
se n’è andato l’ultimo bagliore …
È questo il mondo dove insieme fummo …
Ma tu mi vedi, caro mio angelo?

Domani, giorno di mesta preghiera,
avrò memoria di quel dì fatale.
Ma tu, angelo mio, ovunque sostino
le anime, mi vedi?

3 agosto 1865

fedor-tjutcev-copertina

Ediz Quaderni di Erba D’Arno

Un’altra volta sono ritornato
e ancora, come in un tempo passato,
guardo – che io sia ancora vivo? –
l’incanto delle acque della Neva.

Non c’è un bagliore nell’azzurro cielo
e tutto tace in un abbraccio pallido,
solo la luce chiara della luna
scivola sulla Neva pensierosa.

È in un sogno che mi appare questo
o guardo veramente, realmente
quello che con la medesima luna
l’un l’altro vivi guardavamo insieme?

Giugno 1868

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8 commenti

Archiviato in Poesia russa dell'ottocento

8 risposte a “Fëdor Ivanovič Tjutčev Ultimo amore Poesie in vita e in morte di Elena A. Denis’eva – a cura di Christoph Ferber, Traduzione di Christoph Ferber e Aurelio Buletti

  1. anna maria favetto

    Quasi certamente questo poeta russo, per molti versi, antesignano di Pasternàk, sarà affrontato al più presto dagli slavisti: Paolo Statuti (che ha già dato prova di ottime traduzioni qua e là) e Antonio Sagredo (che 40 anni fa trovò le traduzioni del Landolfi non più corrispondenti a nuove realtà traduttive- linguistiche)…; successive traduzioni delle poesie di Tjutcev di slavisti di nuova generazione degli anni ’80 (non dico ancora su questa qui presentata, che a Sagredo, a una prima lettura e verifica gli pare semplice,snella ed efficace, migliorando di molto quella di Landolfi) non hanno convinto Sagredo, specie di un certo slavista A. N. che, io presente, fece sghignazzare lo stesso Sagredo, il quale attonito mi riferì “ma non s’accorge che fa schifo la sua traduzione”.
    — In seguito a ripetute riflessioni, dopo le traduzioni delle poesie e i commenti corrispettivi sia su Puskin che su Lermontov (il primo già pubblicato; il secondo in corso di stampa) avevano deciso e pare adesso con più certezza, di affrontare Tjutcev (che fra l’altro suscitò l’interesse soltanto di Puskin, e a ragione). E spero che sarà così.

  2. antonio sagredo

    Lode dunque ai due traduttori che con sapienza umile e senza fronzoli hanno saputo dare immediatezza ai sentimenti d’amore di Fëdor Tjutčev.
    Come non pensare costantemente a questo poeta – di sui s’accorse Puškin e passò invece inascoltato (a parte Turgenev) fino ai simbolisti di fine secolo ’800 ? – Pensare allora con riconoscenza poiché fu davvero antesignano di Blok e di Pasternàk e tant’altri innanzitutto per la descrizione degli affetti racchiusi nella cameretta (Petrarca qui fa l’occhiolino); e pare quasi ovvio che sottintese pienamente il primo e secondo simbolismo russo – direi saltando i decadenti che ebbero la qualità dubbia di troppo insistere nel/sul languido lasciarsi al sentimentale – cosa che non era nel carattere di Tjutcev.
    Sia Tommaso Landolfi che A. M. Ripellino ci lasciano pagine straordinariamente significative su questo poeta (il secondo nella prefazione alle poesie tradotte dal primo… sono pagine che reputo definitive, come altrove). Tjutčev ebbe elogi anche da Lo Gatto, Balzarelli, Poggioli…
    Quando lessi la prima volta questo poeta, credo fosse il 1971, restai davvero estasiato per la limpidezza con cui descriveva i moti d’amore, e mi fece pensare ai grandi spagnoli Quevedo e Gongora spogliati però dalle gravezze metaforiche e dai girotondi dei concetti aggrovigliati.
    Aleksandr Blok nell’elogio fu preceduto da Turgenev nei primi anni della metà ‘800. Tjutcev non si curò più di tanto dell’interesse di Turgenev: così ci viene detto, e tant’altro come il nascondersi come poeta: uno schernirsi! – E chi conosce ben bene Pasternàk sa come questi avesse un debito singolare tanto che “nella poesia russa, solo Pasternàk può stragli vicino per il tratteggio delle burrasche e dei paesaggi abbagliati dal magnesio dei lampi”, così sentenzia Ripellino nella sua prefazione. E poiché a questi fui vicino tantissimo posso affermare che i due traduttori sarebbero stati lodati da questo Maestro. Non mi dilungo più di tanto. Nel precedente intervento l’amica Favetto anticipa il progetto su cui io e Paolo Statuti da tempo riflettiamo, e a questo punto sarò curioso della traduzione dello Statuti e della mia stessa prefazione… e spero che entrambi non deluderemo i lettori.

  3. L’ultimo amore

    Oh, come al tramonto degli anni
    Amiamo con superstizione!..
    Brilla, brilla luce dell’addio
    All’alba serale, all’ultimo amore!

    Metà cielo già immerso nell’ombra,
    Soltanto a ovest uno splendore –
    Indugia, indugia giorno serale,
    Dura, dura, o incanto d’amore!

    Sminuisca il sangue nella vene,
    Ma al cuore resti la soavità…
    Oh tu, tu ultimo amore!
    Tu sei sconforto e felicità,

    1853

  4. paolo statuti

    …nelle vene,

  5. antonio sagredo

    Come ho già notato altre volte i “nostri” critici sono latitanti quando vengono presentati alcuni Poeti, non hanno né il potere e né il coraggio di scrivere qualcosa, anche errato, ma almeno scrivere! Come se la Poesia russa o altra slava venisse da Marte! – Questi poeti nostrani (ma non sono assolutamente miei tranne qualche rarissima eccezione) hanno il naso corto e gli occhi privi di visione: non hanno nemmeno le orbite cave dove potersi nascondere!
    Da vergognarsi e poi cianciano di grandi poeti rimasticando vecchie cotolette.
    Ma è bene che sia così: si affossano da soli.

  6. antonio sagredo

    E lode quindi a Giorgio Linguaglossa…
    mi piacerebbe vedere le loro biblioteche…

  7. Carissimo Antonio Sagredo,
    ogni tanto anch’io me ne sto zitto. La poesia di Tjutcev non ha bisogno del mio commento…

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