SEI POESIE INEDITE di Marco Onofrio SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

(Invitiamo tutti i lettori ad inviare alla e-mail di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com per la pubblicazione sul blog poesie edite o inedite sul tema proposto)

utopia isola di Pasqua

utopia isola di Pasqua

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

utopia di Winter Guest

utopia di Winter Guest

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Ha pubblicato 21 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (Sovera, 2002), Autologia (Sovera, 2005), D’istruzioni (Sovera, 2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (Lepisma, 2013). La sua produzione letteraria è stata oggetto di decine di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito finora 30 riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). È intervenuto come relatore in centinaia di presentazioni di libri e conferenze pubbliche. Nel 1995 si è laureato, con lode, in Lettere moderne all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche di carattere culturale presso Radio Rai, emittenti private e web radio. Ha scritto decine di prefazioni e pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

utopia.ipgCommento di Giorgio Linguaglossa

Si può compendiare il lavoro sulla poesia di quest’ultimo decennio di Marco Onofrio così: il tentativo (riuscito) di immettere l’«onda sonora» dell’endecasillabo in un «orizzonte» spaziale (uno «spazio vuoto»), nel mondo a-dimensionale, tra gli oggetti a-dimensionali e la resistenza che essi pongono alla rappresentazione. Onofrio prende ad interrompere l’«onda sonora» proprio quando essa sembra lievitare e sollevarsi, prende a sviare e a deviare il flusso orchestrale verso la dis-tonia e la dis-armonia controllata, la parola tende ad uscire dal pentagramma sonoro per inoltrarsi in un campo elettromagnetico libero, cioè sottratto alla carica gravitazionale, verso un «oltre l’orizzonte» a-prospettico, a-temporale. Direi che tutta la sua recente poesia sbocca in questo «oltre» a-prospettico.

Nel Discorso su Dante (1933) Osip Mandel’štam mette giù alcuni pensieri che sono di importanza fondamentale per l’elaborazione di un nuovo concetto di “colonna sonora” che tanta parte avrà nella più alta poesia del Novecento:

Il valzer – egli scrive – è essenzialmente una danza ondulatoria, neppur lontanamente immaginabile nelle civiltà ellenica o egizia, possibile invece nella civiltà cinese e pienamente legittima in quella europea moderna. (Sono debitore a Spengler di questo raffronto). Principio fondamentale del valzer è la predilezione, tipicamente europea, per i movimenti ondulatori continui, l’attenzione all’onda che pervade la nostra dottrina della materia, la nostra poesia e la nostra musica”.

Ma c’è di più, per Mandel’štam “Il discorso o pensiero poetico può essere chiamato sonoro soltanto in via convenzionale; infatti ciò che udiamo è unicamente l’interferenza di due linee, una delle quali, presa da sola, è assolutamente muta, mentre l’altra, senza il sostegno del movimento delle immagini è priva di ogni significazione e interesse e si presta alla parafrasi, sintomo certissimo, a mio vedere, dell’assenza di poesia: dove è possibile la parafrasi, le lenzuola non sono gualcite, la poesia non ha pernottato“.

Nella poesia di Onofrio c’è una energia desiderante, un flusso musicale che tende «oltre la parola», «oltre il vuoto nero», «ai bordi di un quadrato senza lati», tra «l’Uno eterno» (l’isola di Montecristo) e il «vuoto nero»,  «il grande spazio interno», tra l’«interno» e l’«esterno», «dentro la rete dello spazio vuoto / dal mio corpo oltre l’orizzonte», dentro un «mistero impenetrato».

   dalla silloge inedita (di prossima pubblicazione) Ai bordi di un quadrato senza lati

Marco Onofrio e Aldo Onorati

Marco Onofrio e Aldo Onorati

Montecristo

Ombrosa, isola isolata
incidi il tuo profilo nella luce
d’oro del crepuscolo tirreno
viola contro il fumo di laggiù
lontano, lontano, all’orizzonte
tricuspide, dentro il tuo mistero
impenetrato, chiusa Montecristo:
tu, fortezza di solitudine
immersa nel tuo tempo millenario
al di fuori del tempo
stai, protetta dalla Storia
nel silenzio dell’eternità.

Ma io ti ho visto, ti ho visto
un pomeriggio di cent’anni fa…

.
Oltre la parola

Da quali lontananze sto tornando?

Come dopo un sogno non ricordo
ciò che ho visto: sfugge
all’ultimo, in uno spazio altro
l’incomprensibile verità
oltre la parola,
sotto l’apparenza di un bagliore
che non ho mai visto
così profondo
dall’ombra di un ricordo
che non ho.

È il Muro: nessuno può aggirarlo
finché vive.

La meta resta chiusa, velata
dentro un nuovo inizio.

.
Traguardo

Splende, vivo della sua memoria
troppo grande il mare
deserto di specchi assolati
nel tremolio di luci
senza fine, inquieto,
chiuso al suo mistero.

È la fonte e la foce del pensiero.
Il soffio amante che ci tiene vivi,
lo spirito incoerente:
un vento che va e viene
e ci porta via.

Mutazione inavvertibile è la scia
di un aereo che rotola nel blu
oltre la chioma arancio di una ciminiera
e la stazza scura di una petroliera.
Sfuma, il margine della fotografia
in viaggio con le nuvole nel tempo.

Maggio non sapeva prevedere
la tragedia di settembre
lo sfacelo dell’estate in agonia,
e la riva era sempre troppo lontana
quando la barca arrancava
per avvicinarsi.

Oltre l’orizzonte

L’aria si prolunga da ogni parte
dentro la rete dello spazio vuoto
dal mio corpo oltre l’orizzonte.

Che ci sarà dall’altra parte?
Chi mi attenderà?

In quale Africa del cielo, in quale Itaca
troverò me stesso?

Il sole sarà l’ultimo gradino
dopo il grande passo:
verso le sorgenti del mattino.

Quale centro

La verità? È una giostra di seggiole
che gira. Anche le seggiole possono
girare – magari in senso inverso,
contromano: così, poi,
vedi quello che tu lasci
andando avanti.
Alcune sono scomode e legnose;
altre ricoperte di velluto.
C’è pure qualche cavalluccio
dondolante. E si gira,
si gira tutto in tondo
per viaggiare – e il viaggio
è verso dove?
Non si esce da quel cerchio
a non finire.
E intorno a quale centro,
incontro a cosa?

cornelius escher stelle

cornelius escher stelle

Ai bordi di un quadrato senza ali

Il silenzio, oltre il vuoto nero:
il grande spazio interno
l’Uno eterno,
ai bordi di un quadrato senza lati.

L’immenso è troppo vasto
per farsi quietamente
una ragione.

Beati quelli che si accontentano
delle nuvole: io, per me, basto alle stelle.
La mia bocca storta nello spasimo amaro
della vertigine
è una porta aperta che si chiude
sulla solitudine.

Ecco l’aprile, che non allunga ponti
al tempo della dolce convulsione
e annoda i resoconti delle sere
sopra il viso: e la speranza
è disperazione.

Il filo che mi teneva in piedi
è sempre più liso, sempre più sottile.
Devo afferrarmi al mondo, ormai,
per non cadere.

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8 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, critica letteraria, poesia italiana contemporanea

8 risposte a “SEI POESIE INEDITE di Marco Onofrio SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

  1. Gabriele Fratini

    Piacevole lettura, rilassante con immagini classiche spezzate da tratti di attualità come nell’aereo che passa. L’alternanza di versi metricamente disomogenei è sapientemente architettata e non è facile amalgamare praticamente tutti i tipi di verso dalle quattro sillabe all’endecasillabo (o forse anche dodeca, mi pare). Un saluto

  2. Stare ai bordi di un quadrato è difenderlo se si è al di qua, assaltarlo se si è al di là, è già un non luogo questo. Trovarsi ai bordi di un quadrato senza lati è trovarsi dovunque, sempre altrove. Sono buone poesie, ben scritte e di piacevole lettura come ha già sottolineato Fratini.

  3. E’ vera poesia! Congratulazioni, gentile Marco Onofrio.
    Giorgina BG

  4. Nel non luogo, nel non senso, oltre le nuvole le stelle e chissà poi che altro… ma non si dice nulla, spero volutamente, oltre al desiderio di dirlo. Ma la scrittura è leggera e il tormento mi sembra credibile.

  5. Pasquale Balestriere

    Mi ha colpito l’incipit della prima poesia, tipicamente campaniano nella terminologia (“crepuscolo … d’oro … viola… tirreno… lontano…”) racchiusa in pochi versi. A proposito dei quali va detto che quelli brevi sono in Onofrio provvisti della carica semantica quanto meno bastevole a pareggiare i lunghi. Ma soprattutto mi importa qui annotare alcune soluzioni creative che a me sembrano molto interessanti: “Ecco l’aprile, che non allunga ponti /
    al tempo della dolce convulsione /e annoda i resoconti delle sere / sopra il viso…”; oppure “È la fonte e la foce del pensiero. / Il soffio amante che ci tiene vivi, /lo spirito incoerente: / un vento che va e viene / e ci porta via.”, o anche: “L’immenso è troppo vasto / per farsi quietamente /
    una ragione. // Beati quelli che si accontentano /
    delle nuvole: io, per me, basto alle stelle.”
    Per finire, condivido l’intuizione di Linguaglossa, quando scrive “Onofrio prende ad interrompere l’«onda sonora» proprio quando essa sembra lievitare e sollevarsi, ( … ) la parola tende ad uscire dal pentagramma sonoro per inoltrarsi in un campo elettromagnetico libero”. Proprio così: Onofrio frange ogni rotondità versificatoria ed evita le trappole di ogni eccesso lirico.
    Pasquale Balestriere

  6. Giuseppina Di Leo

    Una poesia che libera il pensiero profondo. I miei complimenti a Marco Onofrio.
    (Sorprende l’assonanza data da un “filo” che trovo qui (Ai bordi di un quadrato senza ali) con il mio scritto di oltre dieci anni fa, da me riportato poco fa in un altro commento.)

    Il filo che mi teneva in piedi
    è sempre più liso, sempre più sottile.
    Devo afferrarmi al mondo, ormai,
    per non cadere.

  7. Mi sembra che qui, seguendo quel che dice Mandel’štam (citato da Linguaglossa) la ‘poesia abbia pernottato’ e non per poco tempo…Vi avverto il continuo interrogarsi dell’animo umano sulla vita, sul qui, e su ciò cui l’animo anèla: la verità del mistero, che resta inconoscibile e che provoca sgomento. Forse si crede di averlo intuito (come in “Montecristo”), o magari lo si è percepito davvero, ma non si riesce a restituire con parole. Quando le parole riguardano il Mistero è difficile fissarle, tanto da tornare, di nuovo, a disperare di poterlo comprendere. E’ la ricerca eterna di una via d’uscita che faccia respirare l’animo, piuttosto che soffocarlo continuamente, e soffocarne il grido, come nei versi, disperati:
    “La mia bocca storta nello spasimo amaro/della vertigine/
    è una porta aperta che si chiude/sulla solitudine.”
    Ma nelle poesie scorgo forse più la speranza che la disperazione…Molto belle….

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