Archivi del giorno: 11 gennaio 2015

POESIA INEDITA di Giuseppina Di Leo “Il peccato originale, di Albrecht Dürer” con un Appunto dell’Autrice SUL TEMA POESIE SULL’UTOPIA O NON-LUOGO

 Giuseppina Di Leo. Nasco a Bisceglie (Bt) nel 1959, sono laureata in Lettere; frutto della mia tesi di laurea (2003) è il saggio bio-bibliografico su Pompeo Sarnelli (1649-1730), dal titolo: Pompeo Sarnelli: tra edificazione religiosa e letteratura (2007). Ho pubblicato i seguenti libri di poesie: Dialogo a più voci (LibroitalianoWorld, 2009); Slowfeet. Percorsi dell’anima (Gelsorosso, 2010); Con l’inchiostro rosso (Sentieri Meridiani Edizioni, 2012); Il muro invisibile (LucaniArt, 2012). Mie poesie, un racconto e interventi di critica letteraria sono ospitati su libri e riviste (Proa Italia, Poeti e Poesia, Limina Mentis Editore, Incroci), nonché su blog e siti dedicati alla poesia.

Albrecht Durer_Adam_and_Eve

Albrecht Durer_Adam_and_Eve

Caro Giorgio,

questa mia ispirata al dipinto Il peccato originale, di  Albrecht Dürer. In realtà sarebbero tre poesie, ma preferisco considerarne una unica.

Noterai sicuramente che in quella che segue alla prima ci sono alcuni versi, leggermente modificati, riprendono alcuni della precedente. La ragione di questa ‘ripetizione’ nasce un po’ per caso quando, nel cercare di ‘sistemare’ meglio alcuni passaggi, inizialmente forse troppo ridondanti, alla fine mi sono accorta di aver scritto due poesie che proponevano due momenti e aspetti differenti di una stessa idea.

Se dovessi descrivere come sia nata questa poesia davvero non saprei come dire. Ricordo di essere stata attratta inizialmente, ma come spettatrice piuttosto passiva, dall’intrico delle linee del dipinto, che stavo osservando per il solo gusto di osservare. Ma più mettevo a fuoco e più risaltavano agli occhi alcune ‘incongruenze’ nelle forme, cosa che mi ha preoccupata non poco (come fa a criticare Dürer una assolutamente a digiuno dell’arte come me?). Ora, indipendentemente da questo, la cosa forse importante da dire è che la curiosità, venuta in crescendo, mi ha sollecitata non solo a leggere la storia del pittore tedesco, quanto a porre a fuoco una riflessione su ciò che inizialmente avevo preso ad osservare  in maniera del tutto casuale.

Alcune volte la poesia nasce così.

(Giuseppina Di Leo 6 dicembre 2014)

Albrecht Dürer particolare

Albrecht Dürer particolare

Commento di Giorgio Linguaglossa

Ut pictura poesis

Noi sappiamo che nel discorso poetico del tardo Novecento sono venuti a cadere i grandi racconti della decadenza come anche i piccoli racconti dell’io solitario che accudisce la reificazione del discorso poetico ad uso dell’io. La «derealizzazione» che ha colpito gran parte della poesia contemporanea fa sì che i contenuti di verità siano tra di loro indistinguibili in quanto contigui alla esperienze del valore di scambio, alle esperienze virtuali, a quelle immaginarie, a quelle ad alto tasso di probabilità statistica e stocastica che hanno una altissima percentuale di accadimento e di inveramento. La «derealizzazione» del mondo attecchisce anche alla forma-poesia: tendono a scomparire i confini tra i generi e, all’interno del genere, la forma-poesia tende a perdere i connotati di riconoscibilità.

La poesia di Giuseppina Di Leo prende atto della rottamazione dei grandi racconti. Poetare dall”immagine di Durer è il tentativo di ripartire dal significato di una immagine come effetto di superficie (ed effetto di lontananza), cioè qualcosa che, proprio perché effetto, non appartiene a ciò che è originario (l’essenza, la coscienza), e che, non situandosi né all’altezza dell’Origine, né nella profondità della Coscienza, si presenta come pezzo di «superficie», come appartenente al reale subliminale. Non bisogna con ciò intendere (né vorrei darlo ad intendere) che il senso sia qualcosa di diverso dal significato o che esso sia un «effetto» come se esso fosse un segno o un sintomo o un crittogramma di qualcos’altro (quel qualcos’altro del simbolico che ha contraddistinto la civiltà del simbolismo in Europa). Né bisogna intendere la stabilità del significato come qualcosa, appunto, di «stabile». (Infatti, mi chiedo, può esistere qualcosa di «stabile» all’interno della fluidificazione universale?). Ciò di cui il significato «è», lo è in quanto senso, sensato, ciò che appartiene al sensorio (e che gira e rigira intorno all’oggetto); possiamo dire quindi che il senso abita il significato?

Adamo ed Eva siamo noi, gli equivalenti dei quasi-morti, immersi gli uni e gli altri in una contestura dove il casuale e l’effimero sono le categorie dello spirito (dello scambio simbolico), essi sì che corrispondono allo scambio economico-monetario come le pagine di un medesimo foglio bianco che attende la scrittura. Come la moneta anche la parola vive ed è reale soltanto nello scambio simbolico. L’imagine di Durer si presta alla interrogazione indiretta della poesia di Giuseppina Di Leo. Là dove c’è un ordo rerum c’è anche un ordo verborum.

«Effetto di superficie» è, secondo Deleuze, sia il senso che il non-senso. Per Deleuze il senso non è una totalità organica perduta, o da edificarsi (come utopia) ma è un evento sempre individuato, singolare, costitutivamente in forma di frammento (in rovina), ed è il prodotto di una assenza costituita (non originaria) auto-dislocantesi. È sempre una assenza di Fondamento che produce il senso, ed è futile stare oggi a registrare con malinconia la fine dei Fondamenti o la fine del Fondamento dell’«io» come fa la poesia a pendio elegiaco o la poesia che si aggrappa agli oggetti come un naufrago al salvagente, per il semplice fatto che non c’è alcun salvagente a portata dello «Spirito», non c’è nessuna utopia che ci riscatta dal «quotidiano» o dal viaggio turistico (la transumanza della odierna poesia da turismo elegiaco che si fa in camera da letto o in camera da pranzo, tra un caffè, un aperitivo e un chinotto).

La poesia di Giuseppina Di Leo non sfugge a questa problematica.
L’assenza, il frammento, l’interruzione, la singolarità scissa e alienata sono non le cause dell’estinguersi del senso, ma, al contrario, del suo sorgere. Il non-senso è mancanza di significato, il dramma di una coscienza infelice? Forse sì, forse no, oggi anche la «coscienza infelice» è una questione di superficie (una utopia della superficie). Direi una questione di «posizione» dell’«io».

Oggi, anche la poesia contemporanea parla della frammentazione dei grandi racconti, parla dell’effetto di deriva, come anche della scomparsa del pathos dell’autenticità; il quasi-senso è oggi sempre più diffuso nella migliore poesia contemporanea per l’aura di aleatorietà e di leggerezza che esso consente; non è un caso che la metafora interrotta o la quasi-metafora siano così diffuse. Enunciati di derivazione prosastica sono i depositari del «senso»; forse soltanto una indagine razionale e prosastica può indicarci la piega nascosta del reale.

*

Guardo il dipinto “Il peccato originale”
e penso che qualcosa si è rotto già nell’Eden.
Dürer capovolge il fine della vita
in un’armonia precaria ne restituisce il senso.
Nell’immagine di Adamo l’equilibrio è in bilico
condizione privilegiata dell’abisso.
C’è qualcosa al di là della posa
qualcosa che non convince, in cui
la nostalgia appare nella memoria
e in meno di un attimo il ricordo la scalfisce.
A confronto del busto esili sembrano le braccia.
Un movimento imprime al corpo una staticità ambigua
come a separare pensiero e azione
quasi fosse giunto al fianco di Eva dopo una corsa
quasi avesse assunto perfetta coscienza dell’errore.

E nessuna parola e nessuna carezza.
Solo un passo malcerto tradisce il suo inganno.

I due progenitori sono circondati dagli animali:
una lince dorme, un topolino sbuca fuori
dal piede destro di Adamo, di qua un caprone
passeggia mollemente dietro un albero
di là un bue resta sdraiato sul terreno.

In quanto essere dotato di intelligenza
e di movimento, l’uomo ha il dovere di proteggere
l’equilibrio della vita
le altre specie viventi, animali delle profondità
piante rampicanti e sassi inclusi.

Perfino un pappagallo loda il suo creatore
che lo dipinge in posa sul ramoscello portato da Adamo.
Un camoscio lo si scorge sullo sfondo
in bilico sulla cima di un’altura.
E naturalmente c’è il serpente,
dal quale Eva accetta l’offerta del pomo.

Da quel momento come voci straniere
scendiamo soli sulla strada del mondo
nudi nell’aria fredda, fin qui.

(6 dicembre 2014)

giuseppina di leo

giuseppina di leo

*
Qualcosa si è rotto già nell’Eden
la condizione umana
ha preso il sopravvento

l’equilibrio appare in bilico
premessa privilegiata dell’abisso
separa pensiero e azione

e nessuna parola, nessuna carezza
solo un passo malcerto tradisce l’uomo
l’inganno del quale non sappiamo
lascia intuire
solo alla fine sapremo le conseguenze.

Diventeremo così teneri con la morte
mentre noialtri ancora in un’istanza metafisica
continueremo a dipingerla viva con ali bianche.

*
Alle volte siamo così teneri con la morte
la dipingiamo viva con ali bianche
nei segni, nessun efebo mostra eguali.

Lei nell’azione ha tradito
il pensiero, Lui, cosciente.

La condizione umana trova ostacoli
all’equilibrio nell’attività.

*
Dicevo del camoscio: non si sa
se riuscirà a reggere l’incerto equilibrio
oppure se egli stesso impatterà nella caduta.
Un camoscio o caprone, che dir si voglia
regge l’intera rappresentazione. Uomini capra
sulla terra ferma, salvati per miracolo
da un’idea di fondo.

(leggendo Simone Weil e guardando
il dipinto)

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