TRE POESIE INEDITE di Wilson HarrisTroy”, “Stretto di Behring”, “Rio delle Amazzoni” a cura di Andrea Gazzoni

Aerial, Forest Canopy, Kaieteur Falls, Potaro River, River, Save Your World, Landscape, Guyana, September 2007, Freshwater; GUYANA; South America; Water; fresh water; horizontal; landscape; waterfall; waterfalls; © CI/

Aerial, Forest Canopy, Kaieteur Falls, Potaro River, River, Save Your World, Landscape, Guyana, September 2007, Freshwater; GUYANA; South America; Water; fresh water; horizontal; landscape; waterfall; waterfalls; © CI/

 Wilson Harris è nato nel 1921 a New Amsterdam, nell’allora Guyana Britannica, da una famiglia nella quale si mescolano elementi europei, asiatici, africani e amerindi. In gioventù ha lavorato in spedizioni topografiche all’interno della Guyana equatoriale, che rimarrà lo scenario principale di tutta la sua opera, anche dopo il suo trasferimento definitivo in Inghilterra nel 1959. Considerato tra i maestri fondatori della moderna letteratura dei Caraibi anglofoni, nonché tra i maggiori scrittori e pensatori del mondo post-coloniale, Harris ha pubblicato ventitre romanzi, due volumi di racconti, un libro di poesie e un grande numero di saggi (vedi la raccolta The Unifished Genesis of Imagination; in italiano è stato tradotto il saggio Creolità: il crocevia di una civiltà? in «Scritture migranti», 3/2009, accessibile qui: http://www.academia.edu/8634080/Wilson_Harris_Creolit%C3%A0_il_crocevia_di_una_civilt%C3%A0_). Palace of the Peacock (tr. it. Il palazzo del pavone, Einaudi 1989) è il suo primo romanzo, capitolo iniziale della tetralogia Guyana Quartet. I suoi romanzi più recenti sono The Mask of the Beggar (2003) e The Ghost of Memory (2006), nei quali si ricapitola vertiginosamente mezzo secolo di una scrittura: un’esplorazione filosofica e visionaria attraverso processi di riscrittura e contaminazione immaginativa di mitologie, storie, cronache, archetipi e paesaggi. All’inizio di questo percorso stanno i versi seminali di Eternity to Season (1954, nuova ed. riveduta nel 1978), con le loro condensazioni metamorfiche di storia, mito, pensiero e natura.

 (Andrea Gazzoni)

[da Wilson Harris, Eternity to Season, London, New Beacon Books, 1978, I ed. 1954]

wilson harris

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Troy

The working muses nourish Hector
hero of time: small roots move
greener leaves to fathom the earth.
This is the controversial tree of time
beneath whose warring branches
the sparks of history fall. So eternity to season
the barbaric conflict of man.

So he must die first to be free.
Solid or uprooted in pain, his bright limbs
must yield their glorious intentions to the secret
root of the heart. And musing waters dart
like arrows of memory over him, a visionary: smarting tears
of the salty earth.

The everchanging branches of the world, the green
loves and the beautiful dark veins in time
must fall to lightnings and be calm in broken compassion:
but the wind moves outermost and hopeful auguries:
the strange opposition of a flower on a branch to its dark
wooden companion. On the gravel and the dry earth
each dry leaf is powder under the wheels
of war. But each brown root has protection
from the spike of flame. Each branch
tunnels to meet a well or inscrutable
history.

To be truly mortal –
must Hector to the immortals climb?

What glory has the almighty promised him?

only this –
capricious lightning of victory.
Achilles rests beside the ancient sea
and death waits in the guise of immortality.

So Hector knows the trunk of man. the branches of heroes and gods
foreshadowing the labour of all.

Loses his spear and groans to leave his love:
so is pursued by a contradiction. The fine blades of grass
point their arrows to his heart:
flowers burn. inexorable stars: his roots serve
to change illusion and forsake
blossoming coals of immortal imperfection.

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Troia

Le muse operose nutrono Ettore
eroe del tempo: radici piccole spingono
foglie più fresche a sondare la terra.
Questo è l’albero controverso del tempo,
sotto i suoi rami in guerra
cadono le scintille della storia. Così dall’eternità alla stagione
il barbaro conflitto dell’uomo.

Così lui deve prima morire per essere libero.
Salde o sradicate con dolore, le sue membra splendenti
devono cedere le loro intenzioni gloriose alla segreta
radice del cuore. E acque assorte si lanciano
come frecce di memoria sopra di lui, un visionario: le lacrime brucianti
della terra salata.

I rami del mondo che mutano sempre, gli amori
verdi e le vene oscure e stupende nel tempo
devono cadere coi fulmini, placarsi nella compassione spezzata:
ma il vento sospinge dei segni, lontanissimi, fausti:
la strana opposizione di un fiore su un ramo al suo oscuro
compagno di legno. Sulla ghiaia e la terra secca
ogni foglia secca è polvere sotto le ruote
della guerra. Ma ogni radice bruna è protetta
contro le punte di fiamma. Ogni ramo
scava gallerie verso un pozzo o un’imperscrutabile
storia.

Per essere davvero mortale –
deve Ettore
agli immortali salire?

Quale gloria a lui l’onnipotente ha promesso?

questa, non altra –
i capricci del fulmine della vittoria.
Accanto all’antico mare Achille riposa
e la morte è in attesa, vestita d’immortalità.

Così Ettore conosce il tronco dell’uomo, i rami degli eroi e degli dei
che adombrano il travaglio di tutti.

E perde la sua lancia e geme lasciando il suo amore:
così una contraddizione lo insegue. L’erba affilata
punta frecce al suo cuore:
i fiori bruciano, inesorabili stelle: le sue radici servono
a mutare l’illusione e a rinunciare
ai carboni in fiore dell’imperfezione immortale.

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Behring Straits

The tremendous voyage between two worlds
is contained in every hollow shell, in every name that echoes
a nameless bell,
in tree-trunk or cave
or sound: in drowned Asia’s bones:
a log-book in the clouds
names the straits of eternity: the marbles
of ocean and indomitable tides.

So life discovers the remotest beaches in time
that are always present in action: the interior walls of being
open like a mirrorless pool, the ocean’s nostalgia
and the stormy communication of truth turn still deeply
like settlement and root.

Untangled the trees mount to the sky
and the silence is filled with a different wave like sound
that alters dimension. The cool cave of ship
is sudden beached with sun
is drowned in a fluid ecstasy that devours and is devoured in turn
external still profound.

The voyage between two worlds
is fraught with this grandeur and this anonymity. Who blazes a trail
is overtaken by a labyrinth
leading to many conclusions.

The valleys of ocean
are spent
and the mountains stand cloudlike and august, solid and bent
to the sailor on his round. Until they figuratively drown
in an overwhelming sea or a spiritual
mound. So the incomplete discovery of the world
in the blueness of its delicacy
is broken on the beach of its lofty ground
like a wave that meets resistance and must rise unerringly
into an outline or alienation or history
into a bond that both strengthens and severs in the movement of life:
since heaven deepens the immortal sea
like eternity that disguises
a wound.
But earth waits for the continual voyager
who dances on mortal ground.

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Stretto di Behring

Il viaggio tremendo da un mondo all’altro
è dentro ogni conchiglia cava, in ogni nome che è l’eco
di un’anonima campana,
in un tronco o caverna
o suono: nelle ossa dell’Asia sommersa:
nelle nuvole un diario di bordo
dà nome allo stretto dell’eternità: i marmi
dell’oceano e le indomabili maree.

Così la vita scopre le spiagge più remote nel tempo,
sempre presenti e in azione: le mura interne dell’essere
s’aprono come una pozza senza specchio, la nostalgia dell’oceano
e la verità che la tempesta dice si placano, nel profondo,
come insediamento e radice.

Districati gli alberi salgono al cielo
e il silenzio si colma di un’onda diversa, come suono
che cambia le dimensioni. La caverna fresca della nave
è d’un tratto tirata a secco dal sole
è sommersa in un’estasi fluida che divora, divorata a sua volta,
che è in superficie eppure è profonda.

Il viaggio da un mondo all’altro
è carico di questa grandezza e di questo anonimato. Chi traccia un sentiero
è raggiunto da un labirinto
che porta a molte conclusioni.

Le valli dell’oceano
sono dissolte
e le montagne si alzano come nuvole, solenni, salde e rivolte
al marinaio nel suo giro. Finché come in un simbolo non sono sommerse
da un incontenibile flutto o da un tumulo
sacro. Così la scoperta incompiuta del mondo
nell’azzurro della sua fragile grazia
si spezza sulla spiaggia del suo terreno rialzato.
Come un’onda che trova resistenza e deve levarsi precisa
in un profilo o un’alienazione o una storia
in un vincolo che si rinforza e recide nel movimento della vita:

perché il paradiso fa più profondo il mare immortale
come l’eternità che traveste
una piaga.
Ma la terra attende il viaggiatore incessante
che sul terreno mortale
danza.

wilson harris

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Amazon

The world-creating jungle
travels eternity to season. Not an individual artifice –
this living movement
this tide
this paradoxical stream and stillness rousing reflection.

The living jungle is too full of voices
not to be aware of collectivity
and too swift with unseen wings
to capture certainty.

Branches against the sky tender to heaven the beauty
of the world: the store-house of heaven
breaks walls to drop tall streams.

Green islands
and bright leaves lift their blossom of sunrise
and the setting sun wears a wild rose like blood.

This self-same blossom bums the clouds: noonday skies are bitter
broken out of all proportion to individual fire
into the great bonfire of the world.

This massive fury sits timelessly
at the low windows of space.

The deep spirit of innocence
is breathless dreamless maturity:
the trees’ black hands are outstretched
in patience. The wings of a bird
fan the burning air.

External and internal
forces are separate illusions that move
beyond glitter and gloom with knife to cut inner and outer times from each other
Within an animal or god
whose stealth is an immaterial succession
of movements, so vast and precise, as to have no gesticulatory action.

.
Rio delle Amazzoni

La giungla creatrice del mondo
è in viaggio dall’eternità alla stagione. Non è un artificio d’individuo –
questo movimento vivente
questa marea
questa corrente e calma paradossale che risveglia la riflessione.

La giungla vivente è troppo piena di voci
per non sapere della collettività
e con le sue ali invisibili è troppo veloce
per catturare la certezza.

Rami contro il cielo porgono al paradiso la bellezza
del mondo: il deposito del paradiso
spezza le mura, fa cadere le alte correnti.

Isole verdi
e foglie splendenti innalzano il fiore del sole che sorge
e il sole che cala porta una rosa selvatica simile a sangue.

È questo fiore, lo stesso, a bruciare le nuvole: i cieli a mezzogiorno sono duri
spezzati oltre ogni misura di fuoco d’individuo
dentro il gran rogo del mondo.

Questa furia massiccia giace senza tempo
alle finestre basse dello spazio.

Lo spirito profondo dell’innocenza
è maturità senza fiato senza sogni:
le mani nere degli alberi si allungano
con pazienza. Le ali d’un uccello
fanno vento all’aria che brucia.
Le forze esterne, le forze interne
sono illusioni distinte che vanno
oltre il buio e le luci con un coltello a tagliare via tempi di dentro e di fuori, gli uni dagli altri,
nel corpo di un animale o di un dio
il cui passo furtivo è un’immateriale successione
di movimenti, così vasti e precisi, che non ha gesti la sua azione.

 

andrea gazzoni

andrea gazzoni

Andrea Gazzoni (http://upenn.academia.edu/andreagazzoni) è autore di Epica dell’arcipelago. Il racconto della tribù, Derek Walcott, “Omeros” (Firenze, Le Lettere, 2009) e curatore di Poesia dell’esilio. Saggi su Gëzim Hajdari (Isernia, Cosmo Iannone, 2010). Epica, traduzione, teoria della letteratura e Digital Humanities sono al centro delle sue attuali ricerche. Ha scritto articoli nel campo della letteratura italiana moderna e della letteratura comparata, alcuni dei quali dedicati a singole figure come Kamau Brathwaite, Derek Walcott, Wilson Harris, Gëzim Hajdari, Alberto Savinio, Franco Fortini ed Eugenio Montale. Ha tradotto in italiano Diritti di passaggio di Kamau Brathwaite (Roma, Edizioni Ensemble, 2014), e sta curando l’antologia di scritti di poetica Pensiero caraibico (Roma, Edizioni Ensemble, 2015; con testi di Kamau Brathwaite, Alejo Carpentier, Édouard Glissant, Derek Walcott). È redattore della rivista di scambi interculturali «Scritture migranti» (www.scritturemigranti.it). Ha insegnato letteratura e lingua italiana alla University of Oregon, alla Portland State University, alla University of Pennsylvania e nella scuola pubblica italiana. Ha conseguito una laurea in Lettere all’Università di Bologna e un dottorato in Letteratura comparata e traduzione del testo letterario alla’Università di Siena. Attualmente è iscritto al programma di PhD in Italian Studies della University of Pennsylvania.

 

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14 commenti

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14 risposte a “TRE POESIE INEDITE di Wilson HarrisTroy”, “Stretto di Behring”, “Rio delle Amazzoni” a cura di Andrea Gazzoni

  1. Articolo e proposta formidabili! Sarà un caso, ma le tre bellissime poesie descrivono altrattanti luoghi o momenti di passaggio, Stretto di Behring dove si passa da un oceano all’altro, Rio delle Amazzoni dove si passa dalla foresta vergine alle multinazionali che la stanno massacrando, Ettore sotterrato (malgrado la pira) nel suo passaggio da eroe a concime per piante. Migrare sta per tante cose e per tante fasi della vita, della storia, della geografia. Un grande poeta che non conoscevo.

    • Gentile Flavio Almerighi,
      “Ettore sotterrato (malgrado la pira) nel suo passaggio da eroe a concime per piante.” leggo nel tuo commento. Ettore “sotterrato” direi di no, perché le ceneri, dopo il rogo, non venivano sotterrate ma raccolte e onorate in un’urna cineraria conservata in casa (i Musei Archeologici ne sono pieni). Che poi la cenere posta sotto terra possa essere un concime… non so: non m’intendo di concimi. Altro è il celebre monologo di Amleto con il teschio di Yorik in mano, raccolto dalla tomba terragna appena scavata.
      Il passaggio sarebbe piuttosto dalla vita eroica alla morte e al vilipendio del suo corpo.
      Giorgina Busca Gernetti

  2. Si resta un po’ sbigottiti dinanzi alle grandi campate di questo poeta caraibico; forse le grandi falcate dei suoi versi sono in stretta correlazione con i grandi spazi del Rio delle Amazzoni o con lo Stretto di Behring dove si incrociano e si scontrano i venti, con la dismisura di quei paesaggi sospesi tra mare e cielo. Poesia priva di ombre ma ricchissima di luce oserei dire, ma le ombre sono dentro la luce, vivono una dimensione probabilmente estranea alla sensibilità di questo poeta, che è un poeta della luce e di grandi lunghezze. Il verso libero è particolarmente adatto al respiro di Wilson Harris, si tende e si estende come un elastico, punta alle grandi altezze e alle grandi profondità con una semplicità assoluta. Il grande tema del viaggio è detto con pochi semplici versi carichi di senso:

    Il viaggio da un mondo all’altro
    è carico di questa grandezza e di questo anonimato. Chi traccia un sentiero
    è raggiunto da un labirinto
    che porta a molte conclusioni.

    Un grande poeta, non c’è che dire. E grazie alla bella traduzione di Andrea Gazzoni. E adesso aspettiamo con tremore il giudizio di Antonio Sagredo.

    • Respira, Giorgio!. Sono solo io. Giorgina

    • I commenti di Almerighi e Linguaglossa intercettano alcuni dei motivi fondamentali di tutta l’opera di WH, non solo di questi versi: passaggio e dismisura, che diventano vere e proprie questioni ontologiche, continuamente diffratte nella memoria non-classicistica del mito e nel confronto con un paesaggio (la foresta amazzonica) assolutamente soverchiante. WH nasce come poeta non nell’accademia ma nella foresta, che da giovane deve frequentare assiduamente come agrimensore. In un’intervista in inglese che si può leggere qui – http://users.unimi.it/caribana/essays/caribana_3/Harris_w.pdf – WH afferma: “fui in grado di percorrere una sorta di rotta che passava molto vicino al corso del lavoro che facevo come agrimensore”. Agrimensore di un paesaggio della dismisura. E il giovane agrimensore nella foresta leggeva Martin Buber: “Mi diede speranza. Parlava del ‘dialogo con l’eloquenza silenziosa della pietra’, per via del suo ‘rivolgersi a’, la ‘pietra’ possedeva un ‘rivolgersi a’”. Pietra parola tempo paesaggio pensiero: altro che gli 8000 libri.

  3. Wilson Harris, nato nella Guyana Inglese nel 1921 e naturalizzato britannico, è un poeta, romanziere e critico giustamente riconosciuto come grande fondatore della Letteratura Caraibica anglofona. Nella sua vasta opera ha saputo mettere a confronto, rivisitandoli in chiave universale, i miti caraibici con gli elementi fondanti della civiltà occidentale, divenendo un vero e proprio crogiuolo di più culture, come è tipico della letteratura caraibica o di quella dei Paesi che nella loro storia hanno dovuto subire il colonialismo e convivere con diverse civiltà.
    La scelta delle tre poesie pubblicate in questo articolo dimostra ciò con evidenza: il mito greco in “Troy”, con Ettore, Achille e la tragica guerra di Troia; il tema del viaggio da un mondo all’altro, grande e anonimo, forse verso un labirinto dalle varie conclusioni, la nostalgia dell’oceano, le spiagge più remote, l’immortalità del mare in “Behring Straits”; la foresta amazonica rigogliosa, selvaggia nel senso positivo della parola, ricca di ogni bellezza naturale, inimmaginabile nelle città d’asfalto, in “Amazon”.
    Vi sono presenti, dunque, il mito originario dell’uomo occidentale, il viaggio che richiama alla mente, tra le altre riflessioni, le conquiste del colonialismo e insieme la bellezza dei luoghi in cui il poeta è nato o che ha visitato, la magnificenza dell’Amazonia confinante con la sua città natale, New Amsterdam nella Guyana.
    Il verso lungo è l’unico che possa esprimere l’ampio respiro di questo grande poeta della luce: splendente luce anche in quei passi in cui un poeta d’altra natura avrebbe usato un chiaroscuro oppure una fitta ombra.

    Giorgina Busca Gernetti

  4. Giuseppe Panetta

    Non mi piacciono. Buona la traduzione di Gazzoni, ma non mi dicono niente queste due poesie. Nessuna riflessione e di solito quando non rifletto, leggendo, e non mi rifletto, preferisco tacere. E’ che ho voglia di dirlo.

  5. antonio sagredo

    Leggendo questo ennesimo autore dei Caraibi non posso fare a meno di pormi questa domanda: “Perché tutti o quasi gli autori caraibici ( si ) rimandano ad Omero?”. Forse perché sono popolazioni che non fanno altro che viaggiare da secoli da una isola all’altra, attraversando terre e mari ignoti e noti, conoscendo di questi le culture, più o meno loro affini. E scegliendo per simpatia una di queste invece di una altra, stabiliscono ponti e legami duraturi: una delle scelte essenziali è la cultura antica greca e, in primis, Omero, che è come dire Oceano (mare= liquidità del verso!) . In parte la Gernetti riferisce questo punto. – Avendo letto con prudenza e con una sorta di diffidenza il poema interminabile – Omeros -di Walcott, mi son detto se questi versi di Harris – per pura curiosità, ma fino ad un certo punto – li immettessi in questo poema e poi lo facessi leggere a un provveduto scrittore, o artista o poeta… beh, scommetto – tutta la mia opera da buttarla al fuoco – che il provveduto non s’accorgerebbe affatto di una immissione estranea, cioè di un altro autore seppure indigeno. Che vuol dire? Che scrivono così in maniera similare che non riesci a distinguere – la forma, i contenuti…? Insomma lo stile mi pare così eguale da renderli indistinguibili! E se fosse questo invece il fascino loro?!– Scusate la mia ignoranza. A. S.

  6. Nulla di personale, si potrebbe dire. E’ questa l’ombra che manca? Wilson Harris preferisce dissolversi nell’osservazione. Poche le emozioni, nessun sentimentalismo. Le vastissime immagini hanno un che si scientifico, di freddo, sembrano scritte su una carta geografica. E a me questa finzione, se lo è, non dispiace. Mi diverte, ma si capisce che ha negli occhi qualcosa: per lo più sono alberi, rami. Cielo.

  7. Gentile Antonio, Sagredo,
    mi onora essere stata menzionata nel suo scritto, seppure con mezzo cognome); però vorrei chiarire il mio assunto perché non venga travisato.
    Cito i miei accenni alla civiltà greca, all’ “uomo greco” archetipo dell’uomo occidentale (vedi: Max Pohlenz , “L’ uomo greco”, 1046; ora Bompiani 2006, LXXXIII-965), cui il Nostro si ispira nella prima delle tre poesie qui pubblicate.
    *
    “Wilson Harris (…) crogiuolo di più culture”; “il mito greco in “Troy”, con Ettore, Achille e la tragica guerra di Troia”; “il mito originario dell’uomo occidentale”. Non nomino Omero , ma parlare di Ettore e Achille sottintende l’ “Iliade”, perciò il poeta Omero, quindi L’ “Odissea” e Ulisse, che è appunto l’uomo greco archetipo dell’uomo occidentale.
    *
    In breve non ho fatto un mescidanza tra il mito greco della prima poesia e il tema del viaggio da un mondo all’altro della seconda poesia, benché Odisseo sia il navigatore per eccellenza che ama viaggiare per conoscere e prova nostalgia del mare, tanto che, secondo la tradizione senecana e dantesca, dopo il ritorno a Itaca, parte di nuovo verso il “folle volo”.
    Questo era il mio assunto fedele ai testi che ho letti in questa pagina.

    Giorgina Busca Gernetti

  8. Harris ha la visionarietà di Marquèz, tocca il limite che separa la realtà dalla magia; esprime la forza immane di una natura al pieno del suo splendore, e che tuttavia attinge alle forze ctonie più profone. Un bellissimo poeta, che non conoscevo, e che è entrato nel mio immaginario.Anna Ventura

  9. marcello mariani

    Possibile che non v’accorgiate di certe vacuità… e dire “bellissimo poeta” è la vacuità stessa di un giudizio, direi, ingenuo e provinciale… è mai possibile che “Cent’anni di solitudine” ancora v’inganna!… non vi accorgiate dunque che sono 100 anni di vuotezza… questo testo che affascinò allora per il suo titolo più che per quello che è scritto non ha qualità stilistiche innovative all’interno di quella letteratura sudamericana che possa elevarlo ad opera eminente… discussi con un Poeta inclassificabile (T. R.), il Marquez , e decidemmo che non era quel grande scrittore, ma un normalissimo scrittore per quei luoghi dove nacque… e allora vi oppongo, care lettrici, un autore che non conoscete affatto: Jose Maria Arguedas… andate a leggervelo e ne vedrete davvero la grandezza!

  10. marcello mariani

    Che sia chiaro ai lettori di questo blog: intendo “provinciale” non in maniera offensiva e negativa: è solo per me un riferimento geografico: Pirandello era provinciale, csì Campana, così Carmelo Bene, ecc. ; le loro opere trascendono il luogo per divenire unoversali! Ed è altro mondo!

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