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FARE IL CONTADINO DELLA POESIA di Gëzim Hajdari con una Nota di Armando Gnisci

Gezim Hajdari nel suo studio

Gezim Hajdari nel suo studio

 Gëzim Hajdari, uno dei maggiori poeti contemporanei, è nato in una famiglia di ex proprietari terrieri, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Ha studiato all’Università di Elbasan e alla Sapienza di Roma. In Albania ha svolto vari mestieri lavorando come operaio, guardia di campagna, magazziniere, ragioniere, operaio in un’azienda per la bonifica dei terreni, due anni come militare, insegnante di letteratura alle superiori dopo il crollo del regime comunista; mentre in Italia ha lavorato come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. Nell’inverno del 1991, Hajdari è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione. E’ cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës.

Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione in Albania, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi e le speculazioni della vecchia nomenclatura comunista di Enver Hoxha e dei recenti regimi mascherati post-comunisti; dal 1992 è esule in Italia. Bilingue, scrive in albanese e in italiano. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia. Ha scritto anche libri di viaggio e saggi, inoltre ha tradotto in albanese e in italiano vari autori. E’ vincitore di numerosi premi letterari. E’ presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale.

Ha pubblicato con Ensemble, Nur: eresia e besa.

Gezim Hajdari e Laura Toppan (docente all'Università di Lorraine-Nancy 2) durante la presentazione della sua antologia Poesie scelte al Centro Internazionale di Lingua e Cultura Italiana a Parigi, 2008

Gezim Hajdari e Laura Toppan (docente all’Università di Lorraine-Nancy 2) durante la presentazione della sua antologia Poesie scelte al Centro Internazionale di Lingua e Cultura Italiana a Parigi, 2008

Nota di Armando Gnisci

Questo scritto che il poeta albanese in esilio da molti anni in Italia, ha donato a Kuma, presenta alcune sue “Opere patriarche”[1] che sono uscite in italiano nel 2012 per la casa editrice Besa. Dobbiamo pensare a Gëzim Hajdari non solo come migrante linguistico, ma anche come uno spirito forte che vive tra noi in esilio politico. Gli italiani che lo leggono e lo apprezzano devono guardarlo come una generazione fa in Italia si guardava Rafael Alberti, il grande poeta spagnolo antifranchista in esilio da noi. Ma chi si ricorda di lui è morto. Intendo per “opere patriarche” i testi in onore della memoria delle cose vicine e di quelle lontane della storia albanese che Gëzim va studiando e traducendo in questi anni. Il poeta in esilio, in questo caso, propone al mondo e alla sua patria-nazione ancora non libera i punti memorabili della storia antica e nascosta e quella del periodo che abbiamo alle spalle della vicinissima e inesplorata, e feroce dittatura di Enver Hoxha. Il poeta in esilio, solo e con le sue mani, da sé e senza nessuno che l’aspetti o lo commissioni, costruisce monumenti di marmo e di fogli per riesumare con ardore e compassione la storia quasi morta ma giù muta dell’Albania. Lui, che è un esule politico e vive in povertà si fa storico del suo paese che non conosce ancora la sua storia. Gëzim sembra un poeta antico, in un’epoca e in una terra decadente in cui i poeti sono tanti ma minimi, dopo che Sanguineti e Zanzotto non scrivono più, e i non-poetici sono buffoni e criminali, riccastri e irresponsabili. E l’Italia non è più un paese per esuli, anche se qualche volta lo è stata.

(Armando Gnisci)

Gezim Hajdari davanti la sua casa natale, nel villaggio Hajdaraj, povincia di Darsìa, Lushnje, Albania 2012

Gezim Hajdari davanti la sua casa natale, nel villaggio Hajdaraj, povincia di Darsìa, Lushnje, Albania 2012

(Pubblichiamo il poema per gentile concessione della rivista Lettera Internazionale sulla quale è stato pubblicato nel n. 120, ottobre,  2014)

  Fare il contadino della poesia

Fare il contadino della poesia vuol dire tornare all’Essere,
fare il contadino della poesia vuol dire riscoprire le radici,
fare il contadino della poesia vuol dire bere alla fonte,
fare il contadino della poesia vuol dire parlare con i sassi,
fare il contadino della poesia vuol dire ascoltare la terra
fare il contadino della poesia vuol dire rileggere il cielo e la terra,
fare il contadino della poesia vuol dire recuperare i sapori,
gli odori, i colori e i raggi solari mediterranei,
fare il contadino della poesia vuol dire portare nelle narici
i profumi campestri gli odori delle erbe, i canti dei merli,
fare il contadino della poesia vuol dire sapere chinarsi
a raccogliere,
fare il contadino della poesia vuol dire chiamare le cose
per nome come fanno i muratori,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un poeta
della campagna,
fare il contadino della poesia vuol dire essere allo stesso tempo
poeta di campagna e di città,
fare il contadino della poesia vuol dire avere un cuore caldo
come la pietra focaia,
fare il contadino della poesia vuol dire mangiare la terra,
fare il contadino della poesia vuol dire lavarsi con la terra,
fare il contadino della poesia vuol dire essere maledetto dagli xhin ,
fare il contadino della poesia vuol dire disincantarsi dell’industria
culturale che produce libri come le scarpe di moda,
fare il contadino della poesia vuol dire creare una poesia come il vino
della vigna, come i fichi d’india, come il pane della campagna,
fare il contadino della poesia vuol dire ridare la dignità perduta al Verbo,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un artigiano della parole,
fare il contadino della poesia vuol dire rispecchiarsi negli occhi della mucca,
fare il contadino della poesia vuol dire riconoscere nell’asino,
nel cavallo e nella mucca, i nostri antenati,

Gezim Hajdari Siena 2000

Gezim Hajdari Siena 2000

 

 

 

 

 

 

 

 

fare il contadino della poesia vuol dire che i versi abbiano
il profumo inconfondibile del pane caldo a tavola,
fare il contadino della poesia vuol dire guadagnare il piatto
quotidiano col sudore della propria fronte,
fare il contadino della poesia vuol dire sopravvivere alla giornata
lontano dalla patria tradita dai figli indegni,
fare il contadino della poesia vuol dire non possedere nulla
oltre il proprio corpo, non lasciare nulla,
fare il contadino della poesia vuol dire credere nel potere
della poesia come i credenti credono nel potere di dio,
fare il contadino della poesia vuol dire comunicare con dio,
fare il contadino della poesia vuol dire scrivere la propria Bibbia
e il proprio Corano,
fare il contadino della poesia vuol dire tornare all’origine
del messaggio del Verbo,
fare il contadino della poesia vuol dire ridare la dignità perduta
all’uomo,
fare il contadino della poesia vuol dire ricostruire il tempio
delle parole, distrutto dagli eunuchi del minimalismo sterile,
fare il contadino della poesia vuol dire sputare sulle banalità
letterarie contemporanee di Roma, osannate e glorificate dalla mafia
politica e culturale,
fare il contadino della poesia vuol dire pisciare sulle poetiche,
fare il contadino della poesia vuol dire produrre poesia, non poetica,
fare il contadino della poesia vuol dire essere poeta e non
scrittore di poesia,
fare il contadino della poesia vuol dire recuperare il senso epico,
musicale e civile della parola,

Gezim Hajdari, Siena 2000

Gezim Hajdari, Siena 2000

 

fare il contadino della poesia vuol dire scrivere semplice
ed essere profondo,
fare il contadino della poesia vuol dire farsi capire come gli epici.
fare il contadino della poesia vuol dire crescere le parole con pazienza
come il giardino cresce le pietre focaie,
fare il contadino della poesia vuol dire scrivere sul proprio corpo
fare il contadino della poesia vuol dire scrivere con il proprio corpo,
fare il contadino della poesia vuol dire vivere il corpo,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un poeta
di petto e di pancia, non di testa e di gola,
fare il contadino della poesia vuol dire recuperare la divinità
della parola,
fare il contadino della poesia vuol dire essere libero,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un individuo,
fare il contadino della poesia vuol dire non chiedere parole
in prestito,
fare il contadino della poesia vuol dire coniare la moneta
del proprio Verbo,
fare il contadino della poesia vuol dire fare della tua nazione
l’Europa,
fare il contadino della poesia vuol dire riconoscersi nella propria
voce,
fare il contadino della poesia vuol dire bellezza,
fare il contadino della poesia vuol dire eros,
fare il contadino della poesia vuol dire spingere la gente
all’amore,
fare il contadino della poesia vuol dire sedurre come seducono
gli amanti,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un amante,
fare il contadino della poesia vuol dire fare l’amore dodici volte
al giorno come una pernice,
fare il contadino della poesia vuol dire essere virile,
fare il contadino della poesia vuol dire essere Uomo,
fare il contadino della poesia vuol dire appartenere alla stessa
razza umana ed essere se stesso,

Gezim-Hajdari,-Foto-di-Piero-Pomponi

Gezim Hajdari, Foto di Piero Pomponi

fare il contadino della poesia vuol dire essere umano,
fare il contadino della poesia vuol dire tornare al mito,
fare il contadino della poesia vuol dire metter in moto
il mondo dei sensi,
fare il contadino della poesia vuol dire scendere nel proprio
io centrale tramite gli spiriti e le divinità degli antenati
fare il contadino della poesia vuol dire contropotere,
fare il contadino della poesia vuol dire sfidare l’ordine
dei poteri oscuri,
fare il contadino della poesia vuol dire essere uno scultore
della poesia,
fare il contadino della poesia vuol dire rischiare per la propria
poesia,
fare il contadino della poesia vuol dire resistere,
fare il contadino della poesia vuol dire nutrire la propria parola
con il proprio sangue,
fare il contadino della poesia vuol dire diventare carne e sangue
delle proprie parole,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un rivoluzionario,
fare il contadino della poesia vuol dire leggere la Storia
con i propri occhi e conoscere la ControStoria,
fare il contadino della poesia vuol dire misurarsi con la Storia,
non con i propri coglioni,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un ‘eretico’,
fare il contadino della poesia vuol dire non scendere mai ai patti
con i boia dell’umanità,
fare il contadino della poesia vuol dire demistificare i pseudo miti
del realismo socialista che hanno servito il regime comunista
e la lotta di classe nella mia Albania,
fare il contadino della poesia vuol dire raccontare sempre la verità,
fare il contadino della poesia vuol dire interpretare il mondo
dalla mia Darsìa ,
Gezim Hajdari_1

 

fare il contadino della poesia vuol dire colloquiare con l’Europa
da balcanico,
fare il contadino della poesia vuol dire cogliere l’Assoluto,
la solitudine di dio e il mistero dell’esistenza,
fare il contadino della poesia vuol dire creare un dio a propria
somiglianza,
fare il contadino della poesia vuol dire saper leggere nel fango,
nel freddo, nel gelo, nel silenzio nella solitudine, nella polvere
che ci circonda, il mistero del proprio destino,
fare il contadino della poesia vuol dire raccontare la ferita mortale
dell’uomo svuotato dalla dittatura del denaro,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un Geremia ,
fare il contadino della poesia vuol dire tornare all’oggettività
della poesia,
fare il contadino della poesia vuol dire creare ogni giorno,
con la punta del coltello, sulla propria pelle, una nuova patria
e morire altrove,
fare il contadino della poesia vuol dire scegliere l’esilio invece
di asservirsi al potere,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un esule
esiliato nell’esilio,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un guerriero epico,
fare il contadino della poesia vuol dire essere padrone di te stesso,
fare il contadino della poesia vuol dire amare la vita,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un martire del desiderio
della parola,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un ‘kamikaze’ d’amore,
fare il contadino della poesia vuol dire sentirsi parte della totalità,
fare il contadino della poesia vuol dire insegnare a tutti ad essere
esuli e stranieri per condividere insieme destini e futuri,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un uomo di besa ,
parola data per i montanari della mia stirpe antica shqiptar ,
fare il contadino della poesia vuol dire giurare non in nome di dio,
ma in nome di besa, come fanno da secoli i miei avi malsor
delle Bjeshkët të Nëmuna

gezim2

gezim hajdari

fare il contadino della poesia vuol dire vivere al confine
ubriaco di mondi,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un vero bektashi ,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un profeta,
fare il contadino della poesia vuol dire essere condannato
al silenzio per il tuo profetare,
fare il contadino della poesia vuol dire camminare sulle orme
di Gilgamesh, Omero, Li Po, Rumi, Virgilio, Milton, Hugo, Whitman,
Mandelstam, Tagore, Akhmatova, Lorca e Soynka,
fare il contadino della poesia vuol dire essere chiamato traditore
e nemico della patria, per aver denunciato i crimini e gli abusi
della dittatura di Enver Hoxha e dei recenti regimi postcomunisti
mafiosi di Sali Berisha e di Fatos Nano,
fare il contadino della poesia vuol dire non accettare premi letterari
e altre onorificenze dai governanti albanesi di oggi/di ieri,
in quanto responsabili della tragedia comunista,
fare il contadino della poesia vuol dire essere antinazionalista,
fare il contadino della poesia vuol dire essere ‘antialbanese’,
fare il contadino della poesia vuol dire non avere lettori nel tuo Paese
d’origine,
fare il contadino della poesia vuol dire scrivere in italiano e tormentarsi
in albanese,
fare il contadino della poesia vuol dire essere ignorato cinicamente
nel Paese d’origine dalla mafia politica e culturale,
fare il contadino della poesia vuol dire identificarsi con il dolore
del tuo popolo,
fare il contadino della poesia vuol dire memoria,
fare il contadino della poesia vuol dire far ricordare a te stesso
che il compito del Poeta è quello di rendere un età consapevole
dei proprio ideali,
fare il contadino della poesia vuol dire essere solo come Dante Alighieri
ed Ezra Pound,

Gëzim-Hajdari

Gëzim-Hajdari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

fare il contadino della poesia vuol dire recuperare il legame, tra la pagina bianca
e l’onestà intellettuale, tra parola e verità, tra poesia e vita,
fare il contadino della poesia significa versi nati dalla vita
e non allevati in serra, o nelle scuole di scrittura,
fare il contadino della poesia vuol dire diffidare dell’arte
isterica, balbuziente, autoreferenziale dei metropolitani alienati,
fare il contadino della poesia vuol dire recuperare i veri valori
etici e la tradizione,
fare il contadino della poesia vuol dire gioia e dolore, vita e impegno,
nella vita, non nel linguaggio,
fare il contadino della poesia vuol dire essere cacciato fuori dalla Curia
dei poeti ufficiali di Roma, per aver denunciato, più di dieci anni fa,
la corruzione, i scambi di favori e le ruberie della vecchia gestione
del Centro Internazionale Eugenio Montale,
fare il contadino della poesia vuol dire abitare fuori dalle gerarchie
letterarie ufficiali, perché i veri poeti non accettano compromessi
e scambi di favori,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un poeta antico,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un vero contadino,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un vero intellettuale.
fare il contadino della poesia vuol dire scrivere non per essere
creduto, ma per il popolo e per quelli che verranno,
fare il contadino della poesia vuol dire contribuire al beneficio
dell’umanità,
fare il contadino della poesia vuol dire salvezza,
fare il contadino della poesia vuol dire vivere negli altri,
fare il contadino della poesia vuol dire attraversare la vita,
fare il contadino della poesia vuol dire essere uno straniero di passaggio.

Gezim Hajdari

Gezim Hajdari

[1] Si tratta delle opere: I canti dei nizam, Besa, 2012, Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista, Besa 2013, nonché Epicedio Albanese, e I canti del kurbet, in uscita presso Ensemble 2015

[2] Xhin (djin): anime malvagie che escono di notte e hanno una potenza soprannaturale sugli uomini

e sulle cose. il mito appartiene alle fiabe albanesi di Darsìa.

[3] Darsìa: provincia collinosa dove è nato l’autore, situata nel nord’est della città di Lusnje, in Albania
[4] Geremia (650-586), profeta e grande poeta, testimone della crisi dello Stato di Giuda, visse con dolore la conquista di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, il re della Babilonia; lotto contro re, contro preti, falsi profeti, traditori, avrebbe voluto la pace e la fratellanza e invece ebbe guerre, deportazioni, massacri.
[5] La besa oppure Fjala e dhanum significa sicurezza, ma anche tregua ed alleanza. E’ la fede giurata, la parola data, la protezione promessa ad un ospite, ad un amico. La besa è qualcosa di assoluto e complesso nello stesso tempo: è un patto di fedeltà che si stringe con un uomo, vivo o morto, con un’istituzione (l’ospitalità), con la propria terra. La besa supera la sfera dell’uomo singolo è diventa norma di vita collettiva e quindi virtù sociale. E’ considerata un atto di cavalleria e un dovere.
[6] Shqiptar: albanese
[7] Malsor: montanari delle Alpi, da dove proviene anche la stirpe del poeta.

[8] Bjeshkët të Nëmuna: Montagne Maledette, situate nel nord d’Albania, dove ha regnato per 500 anni il Kanun, Codice Giuridico Orale Albanese.
[9] Confraternita mistica (segueace di Jalal al Din Rum (1207-1273) in Albania cui appartiene la tradizione familiare del poeta.
[10] Enver Hoxha, uno dei dittatori comunisti più spietati dell’Europa. Governò l’Albania dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla sua morte nel 1985 come primo segretario del Partito Comunista Albanese.

[11] Sali Ram Berisha (1944). Ex-segretario del Partito Comunista di Enver Hoxha, nonché cardiologo facente parte dello staff dei medici che prendevano cura dei membri del Politburo del regime. E’ stato primo Minsitro (2005-2013), nonché Presidente della Repubblica d’Albania postcomunista (1992-1997).
[12] Fatos Nano (1952) è figlio di Thanas Nano. Già direttore della Radio Televisione durante il regime di Enver Hoxha, e di Maria Nano, ricercatore presso l’Istituto di Studi Marxisti-Lenninisti. F. Nano è stato diverse volte primo ministro dell’Albania postcomunista.
[13] Enver Hoxha (1908-1085): dittatore comunista dell’Albania, dal 1944 al 1985. Durante il suo regime, uno dei regimi più spietati del secolo scorso in Europa, sono stati uccisi 5500 mila oppositori, 4500 persone scomparse, rinchiusi nelle carceri 30 mila, rinchiusi nei campi di internamento 60 mila, oltre la distruzione dello Stato, dell’amministrazione, dell’economia, delle generazioni intere, della cultura, della spiritualità e dell’isolamento dell’Albania dal resto del mondo per più di mezzo secolo.

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TRE POESIE INEDITE di Wilson HarrisTroy”, “Stretto di Behring”, “Rio delle Amazzoni” a cura di Andrea Gazzoni

Aerial, Forest Canopy, Kaieteur Falls, Potaro River, River, Save Your World, Landscape, Guyana, September 2007, Freshwater; GUYANA; South America; Water; fresh water; horizontal; landscape; waterfall; waterfalls; © CI/

Aerial, Forest Canopy, Kaieteur Falls, Potaro River, River, Save Your World, Landscape, Guyana, September 2007, Freshwater; GUYANA; South America; Water; fresh water; horizontal; landscape; waterfall; waterfalls; © CI/

 Wilson Harris è nato nel 1921 a New Amsterdam, nell’allora Guyana Britannica, da una famiglia nella quale si mescolano elementi europei, asiatici, africani e amerindi. In gioventù ha lavorato in spedizioni topografiche all’interno della Guyana equatoriale, che rimarrà lo scenario principale di tutta la sua opera, anche dopo il suo trasferimento definitivo in Inghilterra nel 1959. Considerato tra i maestri fondatori della moderna letteratura dei Caraibi anglofoni, nonché tra i maggiori scrittori e pensatori del mondo post-coloniale, Harris ha pubblicato ventitre romanzi, due volumi di racconti, un libro di poesie e un grande numero di saggi (vedi la raccolta The Unifished Genesis of Imagination; in italiano è stato tradotto il saggio Creolità: il crocevia di una civiltà? in «Scritture migranti», 3/2009, accessibile qui: http://www.academia.edu/8634080/Wilson_Harris_Creolit%C3%A0_il_crocevia_di_una_civilt%C3%A0_). Palace of the Peacock (tr. it. Il palazzo del pavone, Einaudi 1989) è il suo primo romanzo, capitolo iniziale della tetralogia Guyana Quartet. I suoi romanzi più recenti sono The Mask of the Beggar (2003) e The Ghost of Memory (2006), nei quali si ricapitola vertiginosamente mezzo secolo di una scrittura: un’esplorazione filosofica e visionaria attraverso processi di riscrittura e contaminazione immaginativa di mitologie, storie, cronache, archetipi e paesaggi. All’inizio di questo percorso stanno i versi seminali di Eternity to Season (1954, nuova ed. riveduta nel 1978), con le loro condensazioni metamorfiche di storia, mito, pensiero e natura.

 (Andrea Gazzoni)

[da Wilson Harris, Eternity to Season, London, New Beacon Books, 1978, I ed. 1954]

wilson harris

wilson harris

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Troy

The working muses nourish Hector
hero of time: small roots move
greener leaves to fathom the earth.
This is the controversial tree of time
beneath whose warring branches
the sparks of history fall. So eternity to season
the barbaric conflict of man.

So he must die first to be free.
Solid or uprooted in pain, his bright limbs
must yield their glorious intentions to the secret
root of the heart. And musing waters dart
like arrows of memory over him, a visionary: smarting tears
of the salty earth.

The everchanging branches of the world, the green
loves and the beautiful dark veins in time
must fall to lightnings and be calm in broken compassion:
but the wind moves outermost and hopeful auguries:
the strange opposition of a flower on a branch to its dark
wooden companion. On the gravel and the dry earth
each dry leaf is powder under the wheels
of war. But each brown root has protection
from the spike of flame. Each branch
tunnels to meet a well or inscrutable
history.

To be truly mortal –
must Hector to the immortals climb?

What glory has the almighty promised him?

only this –
capricious lightning of victory.
Achilles rests beside the ancient sea
and death waits in the guise of immortality.

So Hector knows the trunk of man. the branches of heroes and gods
foreshadowing the labour of all.

Loses his spear and groans to leave his love:
so is pursued by a contradiction. The fine blades of grass
point their arrows to his heart:
flowers burn. inexorable stars: his roots serve
to change illusion and forsake
blossoming coals of immortal imperfection.

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Troia

Le muse operose nutrono Ettore
eroe del tempo: radici piccole spingono
foglie più fresche a sondare la terra.
Questo è l’albero controverso del tempo,
sotto i suoi rami in guerra
cadono le scintille della storia. Così dall’eternità alla stagione
il barbaro conflitto dell’uomo.

Così lui deve prima morire per essere libero.
Salde o sradicate con dolore, le sue membra splendenti
devono cedere le loro intenzioni gloriose alla segreta
radice del cuore. E acque assorte si lanciano
come frecce di memoria sopra di lui, un visionario: le lacrime brucianti
della terra salata.

I rami del mondo che mutano sempre, gli amori
verdi e le vene oscure e stupende nel tempo
devono cadere coi fulmini, placarsi nella compassione spezzata:
ma il vento sospinge dei segni, lontanissimi, fausti:
la strana opposizione di un fiore su un ramo al suo oscuro
compagno di legno. Sulla ghiaia e la terra secca
ogni foglia secca è polvere sotto le ruote
della guerra. Ma ogni radice bruna è protetta
contro le punte di fiamma. Ogni ramo
scava gallerie verso un pozzo o un’imperscrutabile
storia.

Per essere davvero mortale –
deve Ettore
agli immortali salire?

Quale gloria a lui l’onnipotente ha promesso?

questa, non altra –
i capricci del fulmine della vittoria.
Accanto all’antico mare Achille riposa
e la morte è in attesa, vestita d’immortalità.

Così Ettore conosce il tronco dell’uomo, i rami degli eroi e degli dei
che adombrano il travaglio di tutti.

E perde la sua lancia e geme lasciando il suo amore:
così una contraddizione lo insegue. L’erba affilata
punta frecce al suo cuore:
i fiori bruciano, inesorabili stelle: le sue radici servono
a mutare l’illusione e a rinunciare
ai carboni in fiore dell’imperfezione immortale.

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Behring Straits

The tremendous voyage between two worlds
is contained in every hollow shell, in every name that echoes
a nameless bell,
in tree-trunk or cave
or sound: in drowned Asia’s bones:
a log-book in the clouds
names the straits of eternity: the marbles
of ocean and indomitable tides.

So life discovers the remotest beaches in time
that are always present in action: the interior walls of being
open like a mirrorless pool, the ocean’s nostalgia
and the stormy communication of truth turn still deeply
like settlement and root.

Untangled the trees mount to the sky
and the silence is filled with a different wave like sound
that alters dimension. The cool cave of ship
is sudden beached with sun
is drowned in a fluid ecstasy that devours and is devoured in turn
external still profound.

The voyage between two worlds
is fraught with this grandeur and this anonymity. Who blazes a trail
is overtaken by a labyrinth
leading to many conclusions.

The valleys of ocean
are spent
and the mountains stand cloudlike and august, solid and bent
to the sailor on his round. Until they figuratively drown
in an overwhelming sea or a spiritual
mound. So the incomplete discovery of the world
in the blueness of its delicacy
is broken on the beach of its lofty ground
like a wave that meets resistance and must rise unerringly
into an outline or alienation or history
into a bond that both strengthens and severs in the movement of life:
since heaven deepens the immortal sea
like eternity that disguises
a wound.
But earth waits for the continual voyager
who dances on mortal ground.

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Stretto di Behring

Il viaggio tremendo da un mondo all’altro
è dentro ogni conchiglia cava, in ogni nome che è l’eco
di un’anonima campana,
in un tronco o caverna
o suono: nelle ossa dell’Asia sommersa:
nelle nuvole un diario di bordo
dà nome allo stretto dell’eternità: i marmi
dell’oceano e le indomabili maree.

Così la vita scopre le spiagge più remote nel tempo,
sempre presenti e in azione: le mura interne dell’essere
s’aprono come una pozza senza specchio, la nostalgia dell’oceano
e la verità che la tempesta dice si placano, nel profondo,
come insediamento e radice.

Districati gli alberi salgono al cielo
e il silenzio si colma di un’onda diversa, come suono
che cambia le dimensioni. La caverna fresca della nave
è d’un tratto tirata a secco dal sole
è sommersa in un’estasi fluida che divora, divorata a sua volta,
che è in superficie eppure è profonda.

Il viaggio da un mondo all’altro
è carico di questa grandezza e di questo anonimato. Chi traccia un sentiero
è raggiunto da un labirinto
che porta a molte conclusioni.

Le valli dell’oceano
sono dissolte
e le montagne si alzano come nuvole, solenni, salde e rivolte
al marinaio nel suo giro. Finché come in un simbolo non sono sommerse
da un incontenibile flutto o da un tumulo
sacro. Così la scoperta incompiuta del mondo
nell’azzurro della sua fragile grazia
si spezza sulla spiaggia del suo terreno rialzato.
Come un’onda che trova resistenza e deve levarsi precisa
in un profilo o un’alienazione o una storia
in un vincolo che si rinforza e recide nel movimento della vita:

perché il paradiso fa più profondo il mare immortale
come l’eternità che traveste
una piaga.
Ma la terra attende il viaggiatore incessante
che sul terreno mortale
danza.

wilson harris

wilson harris

 
Amazon

The world-creating jungle
travels eternity to season. Not an individual artifice –
this living movement
this tide
this paradoxical stream and stillness rousing reflection.

The living jungle is too full of voices
not to be aware of collectivity
and too swift with unseen wings
to capture certainty.

Branches against the sky tender to heaven the beauty
of the world: the store-house of heaven
breaks walls to drop tall streams.

Green islands
and bright leaves lift their blossom of sunrise
and the setting sun wears a wild rose like blood.

This self-same blossom bums the clouds: noonday skies are bitter
broken out of all proportion to individual fire
into the great bonfire of the world.

This massive fury sits timelessly
at the low windows of space.

The deep spirit of innocence
is breathless dreamless maturity:
the trees’ black hands are outstretched
in patience. The wings of a bird
fan the burning air.

External and internal
forces are separate illusions that move
beyond glitter and gloom with knife to cut inner and outer times from each other
Within an animal or god
whose stealth is an immaterial succession
of movements, so vast and precise, as to have no gesticulatory action.

.
Rio delle Amazzoni

La giungla creatrice del mondo
è in viaggio dall’eternità alla stagione. Non è un artificio d’individuo –
questo movimento vivente
questa marea
questa corrente e calma paradossale che risveglia la riflessione.

La giungla vivente è troppo piena di voci
per non sapere della collettività
e con le sue ali invisibili è troppo veloce
per catturare la certezza.

Rami contro il cielo porgono al paradiso la bellezza
del mondo: il deposito del paradiso
spezza le mura, fa cadere le alte correnti.

Isole verdi
e foglie splendenti innalzano il fiore del sole che sorge
e il sole che cala porta una rosa selvatica simile a sangue.

È questo fiore, lo stesso, a bruciare le nuvole: i cieli a mezzogiorno sono duri
spezzati oltre ogni misura di fuoco d’individuo
dentro il gran rogo del mondo.

Questa furia massiccia giace senza tempo
alle finestre basse dello spazio.

Lo spirito profondo dell’innocenza
è maturità senza fiato senza sogni:
le mani nere degli alberi si allungano
con pazienza. Le ali d’un uccello
fanno vento all’aria che brucia.
Le forze esterne, le forze interne
sono illusioni distinte che vanno
oltre il buio e le luci con un coltello a tagliare via tempi di dentro e di fuori, gli uni dagli altri,
nel corpo di un animale o di un dio
il cui passo furtivo è un’immateriale successione
di movimenti, così vasti e precisi, che non ha gesti la sua azione.

 

andrea gazzoni

andrea gazzoni

Andrea Gazzoni (http://upenn.academia.edu/andreagazzoni) è autore di Epica dell’arcipelago. Il racconto della tribù, Derek Walcott, “Omeros” (Firenze, Le Lettere, 2009) e curatore di Poesia dell’esilio. Saggi su Gëzim Hajdari (Isernia, Cosmo Iannone, 2010). Epica, traduzione, teoria della letteratura e Digital Humanities sono al centro delle sue attuali ricerche. Ha scritto articoli nel campo della letteratura italiana moderna e della letteratura comparata, alcuni dei quali dedicati a singole figure come Kamau Brathwaite, Derek Walcott, Wilson Harris, Gëzim Hajdari, Alberto Savinio, Franco Fortini ed Eugenio Montale. Ha tradotto in italiano Diritti di passaggio di Kamau Brathwaite (Roma, Edizioni Ensemble, 2014), e sta curando l’antologia di scritti di poetica Pensiero caraibico (Roma, Edizioni Ensemble, 2015; con testi di Kamau Brathwaite, Alejo Carpentier, Édouard Glissant, Derek Walcott). È redattore della rivista di scambi interculturali «Scritture migranti» (www.scritturemigranti.it). Ha insegnato letteratura e lingua italiana alla University of Oregon, alla Portland State University, alla University of Pennsylvania e nella scuola pubblica italiana. Ha conseguito una laurea in Lettere all’Università di Bologna e un dottorato in Letteratura comparata e traduzione del testo letterario alla’Università di Siena. Attualmente è iscritto al programma di PhD in Italian Studies della University of Pennsylvania.

 

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