Archivi del giorno: 1 dicembre 2014

SETTE POESIE IMITAZIONI di Mario Fresa  da “Catullo vestito di nuovo”  (2014)

Venere statua copia romana

Venere statua copia romana

 Mario Fresa è nato nel 1973. Ha compiuto gli studi classici e musicali e si è laureato in Letteratura italiana. Già collaboratore delle principali riviste letterarie, è traduttore (da Marziale, Bernardo di Chiaravalle, Baudelaire, Musset, Desnos, Apollinaire, Frénaud, Cendrars, Char, Duprey, Queneau) e autore di libri di saggistica, di poesia e di critica letteraria. Come poeta esordisce nel 1999, presentato su «Specchio della Stampa» da Maurizio Cucchi. Altri suoi testi sono apparsi nell’antologia Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004) e su varie riviste, tra le quali «Caffè Michelangiolo» (n. 3, 2003), «Paragone» (n. 60-61-62, 2005), «Nuovi Argomenti» (vol. 45, Mondadori, 2009).

È del 2002 la raccolta prefata da Maurizio Cucchi Liaison, Premio Giusti Opera Prima, cui fanno seguito Costellazione urbana («Almanacco dello Specchio» di Mondadori, n. 4, 2008), il poemetto Alluminio, con la prefazione di Mario Santagostini (2008) e Uno stupore quieto, introduzione di Maurizio Cucchi (La collana, Stampa, 2012; menzione speciale al Premio Internazionale di Letteratura Città di Como).

Un’anticipazione della sua nuova raccolta poetica è apparsa sul vol. 16 di «Smerilliana» (2014), con un saggio di Valeria Di Felice. È redattore delle riviste «Gradiva. International Journal of Italian Poetry» e «La clessidra».

Mario Fresa Catullo vestito di nuovo – Quattordici imitazioni Galleria d’arte Lucis Quadrelle 2014

roma busto maschile

statua femminile

statua femminile

*

Lesbia, mi chiedi quanti baci desidero da te.
Vuoi sapere qual è il numero preciso che possa
farmi dire, soddisfatto: basta così, va bene!
Devono essere, i tuoi baci, tanti quanti sono
i granelli dell’infinita rena della Libia,
quella che sta laggiù, a Cirene, dove spunta
e si coltiva il salutare silfio, tra l’oracolo
estuoso di Giove padreterno
e il santissimo sepolcro del caro vecchio Batto:
i tuoi baci devono essere, allora, dei superbaci
pari alle stelle innumerevoli che stanno lì
a spiare, quando la notte è nel silenzio
intenta, i segreti appuntamenti
degli amanti: questo è il numero dei baci
che il tuo matto Catullo potrebbe, infine,
spingere a dire: basta così, va bene!

(ma che non sappiano mai nulla, i curiosoni,
dei nostri superbaci: ché se provano a contarli,
gli invidiosi, ci farebbero, sicuro, qualche potente
stregoneria).

*

Disgraziato Catullo, finisci la tua mania per sempre.
Basta così con le illusioni. Ciò che muore
è distrutto per sempre: ed è finito finito finito.
Li hai consumati i giorni di felicità,
quando correvi là, dove diceva l’amore tuo:
colei che fu adorata come nessuna mai!
E molti giochi deliziosi c’erano, allora:
sempre li ricercavi, né mai te li negava, lei.
E quanti istanti azzurri che hai vissuto:
ma adesso, vedi, non vuole più saperne.
Smetti anche tu, povero sciocco.
Non inseguirla più. Non sopravvivere:
ma torna, adesso, a vivere
di nuovo. Tu non cedere più.
Ma resisti, resisti, resisti.

Addio, cara ragazza. Non cederà, Catullo,
mai più ti cercherà; non ti vorrà per forza;
e a te dispiacerà di non essere da lui desiderata.
O sciagurata, sciagurata:
come sarà la tua esistenza?
E chi verrà da te? Per chi sarai bellissima?
E chi amerai? Di chi dirai che sei?
Chi riempirai di superbaci? E a chi mordicchierai le labbra?

Ma tu, Catullo, sta’ saldissimo e resisti, resisti, resisti.

Mario Fresa

Mario Fresa

 

 

 

 

 

 

 

 

*

Io ve lo imbecco nella bocca, e nel culo ve lo imbocco:
dico a voi due: a te, Aurelino bucaiolo, e a te, Furietto buco:
che per alcuni miei versi un poco spinti, mi avete giudicato
un perverso e un immorale! Ma sappiate
che un poeta, in ogni caso, rimane sempre onesto
e puro: la sua opera, invece, non dev’essere per forza
uno specchio di virtù. I suoi versi, quelli piccanti,
conditi con il sale e con l’arguzia,
possono, almeno, risvegliare giusto un poco
di prurito proprio laggiù, dove ci piace:
e non dico nei ragazzi, ma in quelli maturotti e stagionati,
che hanno le reni bloccate dall’artrite.
E voi, soltanto perché leggeste
le poesie dei superbaci, mi avete ritenuto
uno svenevole romanticone, oppure un tipo,
diciamo, poco maschio?
Ma io, a voi due,
nella bocca ve lo imbecco, e nel culo ve lo imbocco!

*

Versi miei, venite qui! Su, tutti a me:
uno per uno, e ovunque siate: ora, di grazia, tutti con me.
Una bagascia mi corbella, non vuol restituire
i miei quaderni di poesia – se voi lo permettete.
Diamole addosso, rivendichiamo il nostro.
Ma chi è, mi chiederete, ’sta bardascia? Chi è questa brocchiera?
La riconoscerete certo dal suo troiandamento,
dal risolino suo da gran mappina, dal suo muso di segugio bavarese.
Su, versi, andiamo! Girellatele intorno, e poi gridate:
«O infausto fetore! Tu, infetta Troia! Indietro, ora, i quaderni!
I quaderni, presto, indietro! O infetta Troia! Tu, infausto fetore!».
Ah, niente, è? Dell’ira mia tu non ti curi?
Ah donna-ciofeca, super-bivella, guidona, rufarola:
tu, peggio del peggio che si possa mai dire!
Ma niente, niente. Nemmeno questo è sufficiente.
Vediamo un po’ se si vergogna, la cagnaccia.
Forza, miei versi! Fate tutta la moìna: e alzate un po’ il volume:
«O infausto fetore! Tu, infetta Troia! Indietro, ora, i quaderni!
I quaderni, presto, indietro! O infetta Troia! Tu, infausto fetore!».
Ma non c’è verso! Ah, niente niente la smuove!
Vogliamo, che ne dite, cambiare un poco
lo stile e il tono? (si potrebbe, chissà, riuscire nell’intento):
«O casto fiore! Diletta Gioia! Donna di cortesia!
Che me li ridaresti, semmai quando ci hai tempo,
quei miei quaderni di poesia?»

Vipsania Agrippina busto

Vipsania Agrippina busto

 

 

 

 

 

 

 

 

*

Mi sembra un dio: anzi, bestemmio,
bello come il più bel dio,
e forse a un dio perfino superiore,
quello che a volte vicino a te
siede e ti ascolta, lieto,

mentre tu ridi: e invece io, vedimi un po’, meschino,
rimango là in disparte, proprio così,
sconvolto:

Perché quando ti vedo, Lesbia, tutto mi si cancella
e perdo, anche il briciolo di un ultimo
pensiero:

già s’inceppa la mia lingua e
una sottile fiamma invade le mie vene

Turbina un suono acuto negli orecchi

Lo sguardo cade nella notte

di un infinito buio.

*

Ah, restare così, senza far nulla,
proprio questo ti rovina: e lo accetti
volentieri, questo abbracciare il niente

che fu la gran rovina
di re potenti e di Città famose

*

Senti che tuna e che sberleffo: devi saperlo
e divertirti, se mi vuoi bene! Senti, e poi ridi:
vedo un ragnottolo ragazzo che faceva il ballo angelico,
là fuori, con una sua pivella già matura:
e allora, ascolta, io ce lo infilo, perdìo,
ma bello dritto, nel gregorio
del ragnetto ragazzotto:

ohé ma di scatto, proprio così,
per farci la sorpresa.

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