POESIE SCELTE di Mark Strand (1934-2014) “L’enigma dell’assenza nel quotidiano” da Dormendo con un occhio aperto e l’altro chiuso (1964) da Motivi per muoversi (1968) Traduzioni di Damiano Abeni e Natàlia Castaldi con un Appunto di Giorgio Linguaglossa

 

Mark Strand aprile 1992

Mark Strand aprile 1992

Il 29 novembre 2014 è morto il poeta americano Mark Strand. Questo post è un atto di stima verso la sua poesia.

Mark Strand (11 aprile 1934 – 29 novembre 2014) è un canadese-americano nato poeta, saggista e traduttore. Dal 2005-06, è stato un professore di inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University. Mark Strand è nato nel Summerside Prince Edward Island, Canada.  I suoi primi anni sono stati spesi in Nord America, mentre gran parte della sua adolescenza è stata trascorsa in Sud e Centro America.  Nel 1957, ha conseguito la laurea,  ha poi studiato pittura con Josef Albers presso la Yale University , nel 1959 tramite una borsa di studio Fullbright , ha studiato la poesia italiana dell’Ottocento in Italia durante il 1960-1961. Ha frequentato i workshop Writers Iowa presso la University of Iowa e l’anno successivo  ha conseguito un Master of Arts nel 1962. Nel 1965 ha trascorso un anno in Brasile come Fulbright Lecturer.

 Appunto

 Scrive Rosanna Warren:

«il protagonista di Strand è un “io”, un personaggio che si sottrae al paesaggio. È una poesia semplice come un teorema, eppure inesauribilmente misteriosa. Come interpretare la reiterata auto asserzione […] che cancella il sé? Forse l’“io” è incorporeo come l’aria di cui prende il posto […] nel suo connubio di astrazione filosofica e linguaggio americano contemporaneo, il poema modula e incarna la riduzione che onora, spostandosi da un “campo” a “campo”, operando espansioni e contrazioni minime alla lunghezza dei versi e consegnando il proprio vuoto all’aria, perché lo riempia dopo ogni strofa».

 Strand osserva il quotidiano con un occhiale mitologico, con un occhio strabico osserva il rovescio che abita l’altro luogo dello spazio; l’io che afferma è lo stesso che nega e rinuncia, che esce da sé e si arresta sui detriti di ciò che resta dell’io: «Mi svuoto dei nomi degli altri. / Mi svuoto le tasche. / Mi svuoto le scarpe e le lascio sul ciglio della strada»; e ancora: «Adagio esco ballando dalla cassa in fiamme della mia testa. / E chi non è nato e rinato di continuo in paradiso?».

L’io che sta «diventando orizzonte» è una illusione ottica: «lei guardava fisso… / non me, ma oltre me, uno spazio / che poteva essere colmato da qualcuno / che ancora doveva arrivare». (Specchio)

In un’intervista, Strand resta sul piano di una prosaica sobrietà:

 «Non posso definire la mia poesia. Non credo spetti a me. Di certo ci sono certi temi che si ripetono nella mia poesia, aspettative, attesa, delusione, il buio che avanza, tuttavia quando scrivo non ho in mente niente di tutto questo. Non considero il mio lavoro nella sua totalità, mai, ma considero le singole poesie mentre ci sto lavorando. Poi una volta che ho scritto la poesia, non ci penso più. Me ne sbarazzo. E inizio un’altra poesia. Se avessi pensato di avere dei temi sui quali dovevo ritornare ancora e ancora, mi sarei sentito paralizzato. Sarei stato prigioniero di una nozione astratta di ciò che stavo facendo. Sarebbe stata la mia morte. […]».

 Altrove, su “Il sole 24ore” del 3 luglio 2011, con un elzeviro dal titolo Ritrovarsi sull’isola dei poeti, Strand scrive: «È una cosa curiosa: la vita che conduciamo ci consente solo di rado di fermarci a riflettere su ciò che abita nel nostro corpo e, di conseguenza, possiamo diventare così estraniati da noi stessi da aver poi bisogno della poesia per ricordarci che cosa si prova a esser vivi. La nostra abitudine a pensarci in relazione agli altri e a giudicarci in base a come agiamo in un contesto sociale ci rende più vicini allo spirito della narrativa: il comportamento esteriore è più facile da osservare, può essere percepito immediatamente, ed è quindi più semplice giudicarlo. […]».

Mark Strand

Mark Strand

 Scrive Luigi Sampietro su “Il sole 24ore” del 17 luglio 2011, in una interessante recensione alle poesie del poeta americano apparse qualche anno fa per Mondadori: Strand «è un detective metafisico che si sofferma sulle tracce di chi — o di ciò– che ora, qui, è assente e non si vede, ma che deve pur esserci o esserci stato. V’è un lato enigmatico, per non dire enigmistico — oltre che, ben inteso, umoristico, — in taluni momenti della sua poesia».

Con le parole di Strand: «Da qui sgorga la poesia: abitiamo in un posto / che non è nostro, e, soprattutto, non è noi». Sempre con le parole di Strand, veniamo a conoscenza del perché e del quando un poeta cessa di scrivere:

 «Cara Henrietta, visto che sei stata tanto gentile da chiedermi perché non scrivo più, farò del mio meglio per risponderti. Ai vecchi tempi, i miei pensieri sfavillavano come minuscole scintille nel buio quasi assoluto della consapevolezza e io li trascrivevo, e pagina dopo pagina risplendeva di una luce che dichiaravo tutta mia. Sedevo alla scrivania, sbalordito da ciò che era appena successo. E perfino mentre guardavo le luci affievolirsi e i miei pensieri divenire piccoli mausolei senza alcun senso nel lucore residuo di tanta promessa, restavo ancora sbalordito. E quando scomparivano, com’era inevitabile, io ero pronto a ricominciare, pronto a restare seduto al buio per ore ad aspettare anche un’unica scintilla, nonostante sapessi che non avrebbe quasi per nulla emesso luce. Quello di cui non mi ero reso conto allora, ma di cui mi rendo conto fin troppo bene adesso, è che le scintille portano dentro di sé il desiderio di essere sollevate dal fardello della lucentezza. Ed è per questo che non scrivo più, e che il buio è la mia libertà e la mia contentezza» (Una lettera da Tegucigalpa).

 (Giorgio Linguaglossa)

mark strand quote

From Sleeping with One Eye Open (1964)

Sleeping with One Eye Open

Unmoved by what the wind does,
The windows
Are not rattled, nor do the various
Areas
Of the house make their usual racket —
Creak at
The joints, trusses and studs.
Instead,
They are still. And the maples,
Able
At times to raise havoc,
Evoke
Not a sound from their branches’
Clutches.
It’s my night to be rattled,
Saddled
With spooks. Even the half-moon
(Half man,
Half dark), on the horizon,
Lies on
Its side casting a fishy light
Which alights
On my floor, lavishly lording
Its morbid
Look over me. Oh, I feel dead,
Folded
Away in my blankets for good, and
Forgotten.
My room is clammy and cold,
Moonhandled
And weird. The shivers
Wash over
Me, shaking my bones, my loose ends
Loosen,
And I lie sleeping with one eye open,
Hoping
That nothing, nothing will happen.

When the Vacation Is Over for Good

It will be strange
Knowing at last it couldn’t go on forever,
The certain voice telling us over and over
That nothing would change,

And remembering too,
Because by then it will all be done with, the way
Things were, and how we had wasted time as though
There was nothing to do,

When, in a flash
The weather turned, and the lofty air became
Unbearably heavy, the wind strikingly dumb
And our cities like ash,

And knowing also,
What we never suspected, that it was something like summer
At its most august except that the nights were warmer
And the clouds seemed to glow,

And even then,
Because we will not have changed much, wondering what
Will become of things, and who will be left to do it
All over again,

And somehow trying,
But still unable, to know just what it was
That went so completely wrong, or why it is
We are dying.

Mark Strand

Mark Strand

Dormendo con un occhio aperto

Imperturbate dal vento con le sue orchestre,
le finestre
non sono scosse, né dell’abitazione
le zone
più diverse emettono il solito stridore
alle giunture,
capriate, travi portanti,
montanti.
Invece sono mute. E l’acero, capace
a volte di strepitare come un ossesso,
adesso non un suono dalle fronde
diffonde.
Tocca a me stanotte essere scosso,
con addosso
un carico di spettri. Persino la mezzaluna (metà
uomo, metà tenebra), sull’orizzonte,
si distende
su un fianco e getta una luce equivoca
che gioca
sul pavimento, e cala altezzosa
la sua morbosa
sembianza su di me. Oh, mi sento morto,
composto
fra le mie coperte per un tempo interminato,
e dimenticato.
La mia camera è umida e algente,
trattate rudemente
dalla luna, e strana. I brividi
mi di-
lavano, squassano le ossa, ciò che è incerto
in me si fa più incerto,
e io giaccio e dormo con un occhio aperto,
e spero che non accada nulla, nulla davvero.

Mark Strand

Mark Strand

da Motivi per muoversi (1968)

The Man in the Tree

I sat in the cold limbs of a tree
I wore no clothes and the wind was blowing
You stood below in a heavy coat
The coat you are wearing

And when you opened it, baring your chest
White moths flew out and whatever you said
At that moment fell quietly onto the ground
The ground at your feet

Snow floated down from the clouds into my ears
The moths from your coat flew into the snow
And the wind as it moved under my arms
Under your chin, whined like a child

I shall never know why
Our lives took a turn for the worse, nor will you
Clouds sank into my arms and my arms rose
They are rising now

I sway in the white air of winter
And the starlings cry…lies down on my skin
A field of ferns covers my glasses; i wipe
Them away in order to see you

I turn and the tree turns with me
Things are not only themselves in this light
You close your eyes and your coat
Falls from your shoulders

The tree withdraws like a hand
The wind fit into my breath yet nothing is certain
The poem that has stolen these words from my mouth
May not be this poem.

Mark Strand

Mark Strand

L’uomo sull’albero

Sedevo tra i rami freddi si un albero.
Ero senza vestiti, soffiava vento.
Tu eri lì sotto, con un cappotto pesante,
il cappotto che hai adesso.

E quando l’apristi, scoprendoti il petto,
tarme bianche presero il volo, e ciò che dicesti
in quel momento cadde a terra in silenzio,
la terra ai tuoi piedi.

La neve scendeva dalle nuvole fin nelle mie orecchie.
Le tarme del tuo cappotto volarono nella neve.
E il vento, sotto le mie braccia, sotto il mento,
piangeva come un bambino.

Non saprò mai perché
le nostre vite volsero al peggio, e neanche tu.
le nubi mi affondarono nelle braccia e le braccia
si sollevarono. si sollevano ora.

Oscillo nell’aria bianca invernale
e lo strido dello storno mi si stende sulla pelle.
Un campo di felci mi copre gli occhiali: li pulisco
per poterli vedere.

Mi giro e le foglie mutano colore con me.
Le cose non sono solo se stesse in questa luce.
Tu chiudi gli occhi e il cappotto
ti cade dalle spalle,

l’albero si ritrae come una mano,
ilo vento si adatta al mio respiro, ma nulla è certo.
La poesia che mi ha rubato queste parole dalla bocca
potrebbe non essere questa poesia.

Eating Poetry

Ink runs from the corners of my mouth.
There is no happiness like mine.
I have been eating poetry.
The librarian does not believe what she sees.
Her eyes are sad
and she walks with her hands in her dress.
The poems are gone.
The light is dim.
The dogs are on the basement stairs and coming up.
Their eyeballs roll,
their blond legs burn like brush.
The poor librarian begins to stamp her feet and weep.
She does not understand.
When I get on my knees and lick her hand,
she screams.
I am a new man.
I snarl at her and bark.
I romp with joy in the bookish dark.

.
Mangiare poesia

Cola inchiostro dagli angoli della mia bocca.
Non c’è felicità pari alla mia.
Ho mangiato poesia.
La bibliotecaria non crede ai suoi occhi.
Ha gli occhi tristi
e cammina con le mani chiuse nel vestito.
Le poesie sono scomparse.
La luce è fioca.
I cani sono sulle scale dello scantinato, stanno salendo.
Gli occhi ruotano le orbite,
le zampe chiare bruciano come stoppia.
La povera bibliotecaria comincia a battere i piedi e a piangere.
Non capisce.
Quando mi inginocchio e le lecco la mano,
urla.
Sono un uomo nuovo.
Le ringhio, abbaio.
Scodinzolo di gioia nel buio libresco.

(Traduzione di Natàlia Castaldi, 2009)

Moon

Open the book of evening to the page
where the moon, always the moon appears
between two clouds, moving so slowly that hours
will seem to have passed before you reach the next page
where the moon, now brighter, lowers a path
to lead you away from what you have known
into those places where what you had wished for happens,
its lone syllable like a sentence poised
at the edge of sense, waiting for you to say its name
once more as you lift your eyes from the page
close the book, still feeling what it was like
to dwell in that light, that sudden paradise of sound.

.
Luna

Apri il libro della sera alla pagina
in cui la luna, sempre la luna, ancora appare
lì tra due nuvole, muovendosi piano, così piano che sembrerà
siano trascorse ore prima che possa voltare alla pagina seguente
lì dove la luna, più luminosa ora, fa approdare un sentiero
che ti conduca via da ciò che hai appreso
dentro i luoghi in cui tutto quello che avevi sperato si avvera,
la sua sillaba solitaria come un bisbiglio penzoloni
al margine del senso, ad aspettare che sia tu a pronunziarne il nome
ancora una volta staccando lo sguardo dalla pagina
chiudendo il libro, ancora sentendolo così com’era
quel sospendersi nella sua luce, quell’inatteso paradiso del suono.

(Traduzione di Natàlia Castaldi, 2009)

Mark Strand

Mark Strand

The Man in the Mirror

I walk down the narrow,
carpeted hall.
The house is set.
The carnation in my buttonhole

precedes me like a small
continuous explosion.
The mirror
is in the living room.

You are there.
Your face is white, unsmiling, swollen.
The fallen body of your hair
is dull and out of place.

Buried in the darkness of your pockets,
your hands are motionless.
You do not seem awake.
Your skin sleeps

and your eyes lie in the deep
blue of their sockets,
impossible to reach.
How long will all this take?

I remember how we used to stand
wishing the glass
would dissolve between us,
and how we watched our words

cloud that bland,
innocent surface,
and when our faces blurred
how scared we were.

But that was another life.
One day you turned away
and left me here
to founder in the stillness of your wake.

Your suit floating, your hair
moving like eel grass
in a shallow bay, you drifted
out of the mirror’s room, through the hall

and into the open air.
You seemed to rise and fall
with the wind, the sway
taking you always farther away, farther away.

Darkness filled your sleeves.
The stars moved through you.
The vague music of your shrieking
blossomed in my ears.

I tried forgetting what I saw;
I got down on the floor,
pretending to be dead.
It did not work.

My heart bunched in my rib-cage like a bat,
blind and cowardly,
beating in and out,
a solemn, irreducible black.

The things you drove me to!
I walked in the calm of the house,
calling you back.
You did not answer.

I sat in a chair
and stared across the room.
The walls were bare.
The mirror was nothing without you.

I lay down on the couch
and closed my eyes.
My thoughts rose in the dark
like faint balloons,

and I would turn them over
one by one and watch them shiver.
I always fell into a deep and arid sleep.

Then out of nowhere late one night
you reappeared,
a huge vegetable moon,
a bruise coated with light.

You stood before me,
dreamlike and obscene,
your face lost
under layers of heavy skin,

your body sunk in a green
and wrinkled sea of clothing.
I tried to help you
but you refused.

Days passed
and I would rest
my cheek against the glass,
wanting nothing but the old you.

I sang so sadly
that the neighbors wept
and dogs whined with pity.
Some things I wish I could forget.

You didn’t care,
standing still while flies
collected in your hair
and dust fell like a screen before your eyes.

You never spoke
or tried to come up close.
Why did I want so badly
to get through to you?

It still goes on.
I go into the living room and you are there.
You drift in a pool
of silver air

where wounds and dreams of wounds
rise from the deep
humus of sleep
to bloom like flowers against the glass.

I look at you
and see myself
under the surface.
A dark and private weather

settles down on everything.
It is colder
and the dreams wither away.

You stand

like a shade
in the painless glass,
frail, distant, older
than ever.

It will always be this way.
I stand here scared
that you will disappear,
scared that you will stay.

L’uomo nello specchio

Cammino sulla passatoia dell’ingresso.
La casa è pronta.
Il garofano all’occhiello

mi precede come una minuscola
esplosione perenne.
Lo specchio
è in soggiorno.

Tu sei lì,
bianco in volto, serio, gonfio.
La voluminosità sciolta della tua chioma
è opaca e fuori luogo.

Sepolte nella tenebra delle tasche,
le mani sono immobili.
Non sembra che tu sia sveglio.
La tua pelle dorme

e gli occhi giacciono nel blu
abissale delle orbite,
impossibili da raggiungere.
Quanto tempo ci vorrà?

Ricordo come restavamo lì in iedi
a desiderare che la lastra
si dissolvesse tra di noi, e come
guardavamo le nostre parole

appannare quella superficie
melliflua e innocente,
e quanto ci spaventammo
quando i nostri volti s’offuscarono.

Ma era un’altra vita.
Un giorno mi hai voltato le spalle
e mi hai lasciato qui ad affondare
nell’immobilità della tua scia.

Con l’abito che fluttuava, la chioma
che si muoveva come le alghe
in una baia poco profonda, andasti
alla deriva dalla stanza dello specchio,

poi in ingresso, e quindi all’aria aperta.
Pareva ti sollevassi e ricadessi
con il vento, e l’ondeggiare
ti portava sempre più lontano, più lontano.

Il buio ti riempiva le maniche.
Le stelle ti solcavano
La musica vaga dei tuoi gemiti
mi fioriva nelle orecchie.

Cercai di dimenticare ciò che vedevo;
mi lasciai andare sul pavimento,
fingendomi morto.
Non servì a niente.

il mio cuore, stretto nella gabbia toracica
come un pipistrello, cieco e codardo
scandiva dentro e fuori
un solenne, irriducibile nero.

Le cose che mi hai costretto a fare!
Camminavo nella calma della casa,
richiamandoti.
Tu non mi rispondevi.

Seduto su una sedia,
fissavo a vuoto la stanza.
Le pareti erano spoglie.
Lo specchio non era niente senza di te.

Mi sono sdraiato sul divano
e ho chiuso gli occhi.
I miei pensieri decollavano al buio
come languide mongolfiere,

e a uno a uno e li guardavo rabbrividire.
Immancabilmente cadevo in un arido
sonno profondo.

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29 commenti

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29 risposte a “POESIE SCELTE di Mark Strand (1934-2014) “L’enigma dell’assenza nel quotidiano” da Dormendo con un occhio aperto e l’altro chiuso (1964) da Motivi per muoversi (1968) Traduzioni di Damiano Abeni e Natàlia Castaldi con un Appunto di Giorgio Linguaglossa

  1. Stupenda mezzaluna, metà uomo, metà tenebra. Mark Strand è un grandissimo poeta. Vorrei anche fare la considerazione sul profondo rispetto con cui sono visti e considerati i poeti, almeno quelli veri, nel mondo anglosassone, ma anche in Spagna, paese latino, dove sono stato per uno scambio culturale tra Faenza e Talavera. Case dotate di sala e ambone per serate di alcool, fumo e poesia. La padrona di casa, una dama che sembrava uscita da un film di Almodovar, orgogliosa per il libro che le ho regalato. Altri mondi.

  2. antonio sagredo

    Un Poeta deve rientrare dalla porta di servizio per cogliere di sorpresa un altro Poeta – o un poeta qualunque? – Già lo conoscevo e lo leggevo da anni, e lo leggevo e leggevo, ma non mi ri-leggevo: segno questo che mi era distante: non mi entrava nel sangue!; e un mio segnale che non vedevo era questo: avrei voluto farlo io questo verso!… nulla di tutto questo! E perciò (mi) restava estraneo.
    I miei versi hanno la possanza e la sostanza di chi è consapevole dell’amore e dell’odio, così che la parola, il verso e la poesia devono essere più spietati possibili, più spietati di qualsiasi crudeltà terrestre! Lo Strand si adagia, ha bisogno di un divano-poltrona…
    I versi qui presentati sono essenzialmente descrittivi e il canto non si descrive: infatti non c’è Canto! C’é chi dice che è stato un “grandissimo poeta”: lascio a costui la responsabilità del giudizio avventato: grandissimo come bellissimo non significa un accidente!
    “al margine del senso, ad aspettare che sia tu a pronunziarne il nome
    ancora una volta staccando lo sguardo dalla pagina
    chiudendo il libro, ancora sentendolo così com’era
    quel sospendersi nella sua luce…”
    davvero bisogna essere miopi per definirli versi, e in ultima istanza (se esiste una istanza)
    canto o poesia: forse per i livelli canado-americani va bene come è descritta la Natura; per quanto mi riguarda non va bene affatto.
    Notate i verbi che usa vicino ai sostantivi: sono di quanto più banale un poeta dovrebbe invece evitare, e invece fanno parte integrante della sua tessitura… mi dispiace per lui… giungerà un critico letterario più efferato di me per dargli un posto, ma in quella sua serie (linea) di posti di certo non gli starò né accanto né lontano sulla stessa linea. D’altra parte la stessa cosa dico per il 99% dei poeti italiani! Ma non è soltanto la descrizione che metto sotto accusa… e ciò che è dietro di essa: la vacuità dei sensi e delle forme!
    a.s.

  3. Caro Antonio Sagredo,
    la tua lettura della poesia di Mark Strand risente troppo della visione che tu hai della poesia. La tua poesia corrisponde ad un concetto di “irrealismo magico” che non ha nulla a che vedere con la poesia psicologica di Strand. Di solito, se il lettore ha già in mente una idea di poesia, è inevitabile che tutto ciò che si allontana dalla propria idea appartenga alla non poesia o alla poesia minore. E questo è il limite più vistoso della lettura che un poeta fa spesso della poesia altrui. Ma ogni poesia appartiene ad un milieu culturale, ad un orizzonte di attesa e a un orizzonte di “eventi”. D’altronde è lo stesso Strand che ci illumina quando parlando della scaturigine della sua poesia accenna a quel vuoto che sta prima e dopo la poesia e alla inconsapevolezza dell’autore di ciò che avverrà dopo l’ultima poesia. Ecco, io ritengo che questo sia il limite più profondo della poesia di Strand: la sua inconsapevolezza oggettiva, il suo abitare la poesia come un pesce nel mare, in una attesa quasi messianica della poesia che si annuncerà con il flebile canto di uno strumento a fiato. È questa l’innocenza di Strand, che lo accomuna a molti pur bravi poeti occidentali, il suo non percepire nemmeno in sogno che la poesia può anche rispondere alla chiamata di un progetto, di una idea precisa di poesia, di una idea che escluda le altre idee…

    Tutta la poesia di Strand, da quella degli anni Sessanta (a mio avviso la più incisiva) fino a quella più tarda corrisponde e resta fedele ad un modello che chiamerei binomiale: di qui l’io e di là l’altro da sé. Il monologo per un modello binomiale. Dato questo modello, egli rimarrà per sempre fedele al suo assunto di base: che la poesia debba essere la visione problematica tra un tu ed un io (pur declassato e de-localizzato). Il limite più vistoso della poesia di Strand è l’assenza totale di una visione polinomica della poesia, l’assenza di polinomi frastici, l’assenza totale di correlativi oggettivi, di traslati, di salti di metafore, anzi, le metafore sono di tipo atmosferico, auratico, paesaggistico, quello che tu chiami “descrittivo”.

    Ma, ciononostante, la poesia di Strand (pur con tutti i suoi limiti che ho tentato di tratteggiare) è senz’altro di alta qualità. Diversamente avremmo avuto un altro poeta…

  4. “In un campo / io sono l’assenza / di campo. // Questo è sempre opportuno. / Dovunque sono // io sono ciò che manca. // Quando cammino /divido l’aria / e sempre / l’aria si fa avanti / per riempire gli spazi / che il mio corpo occupava. // Tutti abbiamo delle ragioni / per muoverci / io mi muovo / per tenere assieme le cose.” (Mark Strand, “Keeping things whole”, in “Sleeping with one eye open”, 1964).
    *
    Keeping Things Whole
    .
    In a field
    I am the absence
    of field.
    This is
    always the case.
    Wherever I am
    I am what is missing.
    .
    When I walk
    I part the air
    and always
    the air moves in
    to fill the spaces
    where my body’s been.
    .
    We all have reasons
    for moving.
    I move
    to keep things whole.
    *
    C’è anche di peggio in molti poeti “laureati”!
    GBG

  5. Se poi l’ineffabile Sagredo avrà la bontà ( ma dubitiamo fortemente ) di fare i nomi di quell’un per cento di poeti che “si salvano”, potremo procedere senz’altro alla loro canonizzazione, visto – appunto – il suo pesantissimo avallo .
    leopoldo attolico –

  6. Oddio , caro Pedini , avremmo preferito il pronunciamento di Sagredo in persona . Comunque apprezziamo il suo zelo !
    leopoldo attolico –

  7. marcello mariani

    se i poeti in Italia sono centomila (e sottostimo di parecchio la cifra), quanto è l’un per cento? Si faccia i conti! (in mezzo vi sono i: sedicenti, i finti, i mediocri, i meno buoni, i buoni, gli ottimi, ecc., e ancora coloro che si credono e poi infine ci credono davvero, e cosa ancora?: gli asini, i muli, i pappagalli, gli scopiazzatori… e cosa ancora i saccenti, gli idioti, i pusillanimi, i traditori… e cosa ancora? i poveri cristi, i poveri scemi, proprio l’altra sera nel restro di un bar romano c’era una pecora che dava lezioni di poesia a dei caproni! insomma, è mai possibile che non siete capaci di autoironia e prendete per vero tutto quel che vi si dice?!
    M. M. a pochi giorni dalla dipartita

  8. Valerio Gaio Pedini

    le pecore in poesia fanno riviste, biografie, programmi televisi e diventano poeti riconosciuti. Uomini siate, non pecore pazze!

  9. Gentili interlocutori,
    chi scrive “poesia” in Italia sono ben di più di centomila persone, ma non è questo il punto, ciascuno deve essere libero di stamparsi il proprio libretto di “poesia”, non vedo in ciò alcunché di male, ciascuno è libero di impiegare il proprio denaro come meglio crede e appagarsi di aver scritto un libro o dieci libri di presunte poesie.
    Il problema semmai è lo spettacolo non edificante di letterati che firmano prefazioni e noterelle di critica a persone che si improvvisano in poesia o nel romanzo, ma anche questa mia considerazione vale quanto una piuma. Il problema non sono un milione o centomila persone che scrivono “poesia” ma è la poesia stessa.
    Impariamo innanzitutto ad accettare senza insulti i pareri critici avversi ai nostri, nessuno di noi possiede la palma della verità in poesia, come si vede nella disparità di giudizio tra me e Sagredo sulla poesia di Mark Strand. Si possono esprimere pareri diversi senza lanciarsi strali, anzi, da quando mondo è mondo la diversità delle valutazioni fa parte della nostra libertà.

  10. marcello mariani

    Mariani, questo vecchio di 89 anni e amico di Sagredo da 50 anni, vi comunica che questi è stato perfino troppo generoso: farei salire la

    Mariani, questo vecchio di 89 anni e amico di Sagredo da 50 anni, vi comunica che questi è stato perfino troppo generoso: farei salire la percentuale allo 0,000001%: poi fatevi i conti! Anche quella decimazione non è altro che una metafora da baraccone dell’uomo, poi che quei militari, anche loro saranno messi al palo! Nessuno sfugge! Quella metafora davanti alla nuova percentuale perde totalmente di significato. Si vada a leggere (un esempio solo, per ora! la vita di Trakl, le sue poesie!

    (legga bene PoldoLeo ogni sillaba, parola, verso: non sia superficiale come gli altri – tranne quei due di cui mi fido – vada dentro e dietro ogni significato e non-senso, scavi nel suo cerebro: vada a trovare le fonti di Sagredo. Come fossero le fonti di Kastalia! Lei non le troverà mai! e si faccia una ragione!– ma è dato da bere solo ai prediletti come dettava l’amatissimo Hölderlin!
    (che figuraccia i versi di Strand e quelli di centinaia di poeti stranieri che altri celebrano, ma che davanti a questi (qui sotto) di Sagredo sono cenere!):
    D’altra parte Sagredo aveva già scritto:
    ———
    Io sono lo sterminio in mezzo ai suoi principi,
    tradotto alla parola come alla propria esecuzione.
    Poesia, tu vivi di interiora!
    Tutte le sofferenze ti somigliano.

    Dall’ordine ti ritiri fino alla sorgente,
    di notte soffro la parola che subisco.
    Di cera mi è dato di vivere nel caos.

    E se legato ancora al sangue umano
    (indebolito e unto dalla madre al capezzale)
    sui ceppi divinizzi i patiboli più che la tortura.
    Le bende sulle lancette dei rauchi quadranti.

    Nelle stanze le soglie sono altrove dolorose:
    ho traversato il grido da uno estremo all’altro.

    E creo in ogni istante un Dio,
    il suo terrore vendico con la mia mano.
    Mi girano intorno i luoghi delle esecuzioni.
    Quale festa contare i vivi!

    Allontanate da me ogni diniego di potenza,
    quel calice che penetra la mia carne.

    Poesia, dammi la tua bocca e la tua lingua!
    Non mi resta che il sangue con cui parlare.
    Darò ordini al sangue!

    Mi offrono le mie mani, i miei occhi,
    a me, a me, che mai arrivo in tempo alla mia ora!

    Perché generare una memoria
    se le forche fanno appelli
    a chi non pesa la parola come i morti?

    Io che sono al di fuori d’ogni linguaggio,
    restituitemi le labbra e la mia bocca!

    Agli dei il silenzio che non mi è dato,
    l’uomo si scordi almeno il proprio nome.
    Darò ordini al sangue:
    che non venga crocefisso il cuore!

    Non ha capito nulla, Iddio, dell’uomo…
    la funebre offerta dei suoi misteri…
    il nostro arbitrio
    non preserva il becchino della corruzione,
    le stelle dalla luce delle necropoli.

    Possa io baciare gli occhi di mio Padre,
    con la sua bocca!
    Io sono la mia corazza!
    Concedetemi il trionfo d’essere mai nato,
    le trasformazioni da cui sono soggiogato.

    Quando i rimorsi giungono a una fine
    le stazioni marciano verso una memoria.

    Sangue: libro che ti sorveglia e aspetta,
    a noi mai noto!
    E io, terribile, come l’agnello originario,
    coperto di bende dalla propria Madre!

    antonio sagredo

    Roma, 27- 29 gennaio 1994
    (pubblicata in “Poemas”, Zaragoza, 2001)

    • Carissimo Mariani, chi le scrive è un povero ignorantone assolutamente digiuno di poesia ed estetica, che farebbe bene a tenere i suoi poveri scritti nei cassetti. Non si faccia male più di quanto già se ne fa, consideri che un suo coetaneo. Giorgio Napolitano, è presidente di questa Repubblica. Permetta anche ad altri poeti, come al povero Mark Strand, di avere lettori e pubblico. L’Immenso Sagredo oramai trascende, santo subito!

  11. marcello mariani

    Glorificatemi!

    Non sono pari ai grandi.
    Sopra tutto ciò che fu fatto,
    pongo il mio nihil.

    Non voglio mai leggere nulla.
    Libri?
    Che sono i libri?

    Io un tempo pensavo
    i libri si fanno così:
    arriva il poeta,
    lievemente disserra le labbra
    e d’improvviso si mette a cantare il sempliciotto ispirato.
    Prego!

    Ma risulta che prima
    che cominci a cantarsi,
    camminano a lungo i poeti, incalliti dal vagabondare
    e dolcemente sguazza nella melma del cuore
    la stupida tinca dell’immaginazione.

    Mentre sbolliscono, strimpellando rime,
    una brodaglia di amori e di usignoli,
    la via si contorce priva di lingua:
    non ha con che discorrere e gridare.

  12. Sìììììììì, già abbiamo fans club aperti in tutte le province, isole comprese e pure a Campione d’Italia. Per la data sul calendario abbiamo consultato la Curia, ma pare sia libero solo il 38 luglio. Per quanto riguarda i libri, hanno una forma normalmente tipo parallelepipedo, quando sono fatti di carta, le copertine possono essere in brossura o rilegate, sa quella robaccia che stava talmente sul cavolo ai nazisti che ne fecero dei bei falò.

  13. Trascriviamo un testo di Mark Strand in prosa:

    I might have come from the high country, or maybe the low country, I don’t recall which. I might have come from the city, but what city in what country is beyond me. I might have come from the outskirts of a city from which others have come or maybe a city from which only I have come. Who’s to know? Who’s to decide if it rained or the sun was out? Who’s to remember? They say things are happening at the border, but nobody knows which border. They talk of a hotel there, where it doesn’t matter if you forgot your suitcase, another will be waiting, big enough, and just for you.

    Forse sono venuto dall’altipiano, o forse dalla pianura, non ricordo. Forse sono venuto dalla città, ma quale città e in quale paese mi sfugge del tutto. Forse sono venuto dalle propaggini di una città da cui altri sono venuti, o forse di una da cui sono venuto solo io. Chi lo saprà mai? Chi stabilirà se è piovuto o se c’è stato il sole? Chi ricorderà? Si dice che qualcosa stia accadendo sul confine, ma nessuno sa su quale confine. Parlano di un hotel che si trova lì, dove non importa se ti sei dimenticato la valigia, ce ne sarà un’altra che ti aspetta, grande abbastanza, tutta per te.

    (M. Strand, Quasi invisibile, tr. it. D. Abeni, Mondadori, Milano, 2014, pp. 12-13)

    Se rielaboriamo appena un poco l’aspetto grafico del testo verranno evidenziate le linee melodiche ad una struttura più tradizione del verso libero:

    I might have come from the high country,
    or maybe the low country, I don’t recall which.
    I might have come from the city,
    but what city in what country is beyond me.
    I might have come from the outskirts of a city from which others have come
    or maybe a city from which only I have come.

    Who’s to know?
    Who’s to decide if it rained or the sun was out?
    Who’s to remember?

    They say things are happening at the border,
    but nobody knows which border.
    They talk of a hotel there,
    where it doesn’t matter if you forgot your suitcase,
    another will be waiting,
    big enough,
    and just for you.

    *

    Oh, Look, The ship is sailing without us! And the wind
    Is from the east, And the next ship leaves in a year.
    Let’s go back to the beach hotel where the rain never stops,
    Where the garden, green and shadow-filled, says, in the rarest
    Of whispers, “Beware of encroachment.” We can stroll, can visit
    The dead decked out in their ashen pajamas, and after a tour
    Of the birches, can lie on the rumpled bed, watching
    The ancient moonlight creep across the floor. The window panes
    Will shake, and waves of darkness, cold, uncalled-for, grim,
    Will cover us. And into the close and mirrored catacombs of sleep
    We’ll fall, and there in the faded light discover the bones,
    The dust, the bitter remains of someone who might have been
    Had we not taken his place.

    Oh, guarda, la nave salpa senza di noi! E il vento
    Viene da est, e la prossima nave è tra un anno.
    Torniamo all’hotel sulla spiaggia dove la pioggia non cessa mai,
    dove il giardino, verde e colmo d’ombre, dice, nel più insolito
    dei sospiri, “Attenti a non violarmi”. Possiamo passeggiare, andare
    a far visita ai morti, che sfoggiano pigiami cinerei, e dopo un giro
    fra le betulle, lasciarci andare su un letto sfatto, a guardare
    la luna antica che striscia sul pavimento. I vetri alle finestre
    tremeranno, e onde di tenebra, fredde, non invitate, tetre,
    ci copriranno. E nelle prossime catacombe di specchio del sonno
    cadremo, e là nella luce spenta scopriremo le ossa,
    la polvere, gli amari resti di uno che sarebbe potuto essere,
    non avessimo noi preso il suo posto.

    (M. Strand, L’inizio di una sedia, tr. it D. Abeni, Donzelli, Roma, 1999, pp. 4-5)

    Caro Signor Mariani, mi sembrano sufficienti questi due esempi per dimostrare l’altissimo livello del poeta americano.

  14. It was clear when I left the party
    That though I was over eighty I still had
    A beautiful body. The moon shone down as it will
    On moments of deep introspection. The wind held its breath.
    And look, somebody left a mirror leaning against a tree.
    Making sure that I was alone, I took off my shirt.
    The flowers of bear grass nodded their moonwashed heads.
    I took off my pants and the magpies circled the redwoods.
    Down in the valley the creaking river was flowing once more.
    How strange that I should stand in the wilds alone with my body.
    I know what you are thinking. I was like you once. But now
    With so much before me, so many emerald trees, and
    Weed-whitened fields, mountains and lakes, how could I not
    Be only myself, this dream of flesh, from moment to moment?

    Era chiaro quando me ne andai dalla festa
    che anche a ottant’anni compiuti avevo ancora
    un bel corpo. La luna splendeva come suole
    in attimi di profonda introspezione. Il vento tratteneva il respiro.
    E guarda, avevano lasciato uno specchio appoggiato a un albero.
    Assicuratomi d’essere solo, mi tolsi la camicia.
    I fiori di yucca annuivano con le testoline bagnate di luna.
    Mi sfilai i calzoni e le gazze fecero corona alle sequoie.
    Giù nella valle il fiume scrosciante fluiva ancora una volta.
    Che strano trovarmi in una selva solo col mio corpo.
    So cosa pensate. Ero come voi una volta. Ma adesso
    con tante cose alle spalle, tanti alberi smeraldo, e
    campi sbiancati da malerbe, monti e laghi, come non potrei
    essere solo me stesso, sogno di carne, d’attimo in attimo?

    (M. Strand, L’inizio di una sedia, tr. it. D. Abeni, cit., p. 14-15)

    È una poesia scritta 16 anni prima della sua morte. Semplicissima. Che va avanti per divagazioni e gesti elementari (togliersi la camicia) fino alla essenzialità della chiusa finale. Non mi sembra male, no?

    • “Giù nella valle il fiume scrosciante fluiva ancora una volta.
      Che strano trovarmi in una selva solo col mio corpo.
      So cosa pensate. Ero come voi una volta. Ma adesso
      con tante cose alle spalle, tanti alberi smeraldo, e
      campi sbiancati da malerbe, monti e laghi, come non potrei
      essere solo me stesso, sogno di carne, d’attimo in attimo?”

      Io ne ho creato un frammento per me pregevole.
      GBG

  15. Giuseppina Di Leo

    Apprezzo molto il lavoro di Mark Strand, un autore conosciuto per caso, alcuni anni fa, per mezzo della poesia che riporto di seguito. Qui il concetto di verità viene mostrato con una semplicità che dire disarmante è poco.
    Proprio in virtù di questa ricerca, visibilissima nelle poesie qui proposte, cosa della quale ringrazio Linguaglossa, mi trovo in totale disaccordo con Mariani/Sagredo. A chi interessa sapere quanti sono i poeti numinosi, i sacerdoti eccelsi della parola, o della parola eccelsa e irripetibile? Sono concetti talmente superati, da far venir voglia di chiudere le proprie poesie nel cassetto (cosa che non consiglio nemmeno a me stessa, sia chiaro), talmente sono inutili. Perché, invece, non ci si confronta o non si tenta di capire anche ciò che ci appare lontano dal nostro gusto e dal beneamato “io”?

    Sul tema della comprensione, lo stesso Mark Strand fornisce qualche indicazione nella poesia “Luna”. Difatti, cosa c’è di più misterioso dell’apprendere? Tante volte cerchiamo quel qualcosa, come se si trattasse di un corpo estraneo, troppo distante, da noi (la luna); invece, solo ricercando in noi stessi troviamo la risposta (“quell’inatteso paradiso del suono”).
    Si tratta di una elaborazione personale questa mia, è ovvio, ed è quindi suscettibile di errore, e accetto ben volentieri confronti. Resta comunque chiaro il concetto di ‘attenzione’ sul quale Mark Strand marca l’accento nelle sue poesie. Un aspetto, questo, che fa di questo autore uno dei miei preferiti.

    Ecco la poesia della quale parlavo:

    Answers Answers (Mark Strand, USA, 1934)

    Why did you travel?
    Because the house was cold.
    Why did you travel?
    Because it is what I have always done between sunset and sunrise.
    What did you wear?
    I wore a blue suit, a white shirt, yellow tie, and yellow socks.
    What did you wear?
    I wore nothing. A scarf of pain kept me warm.
    Who did you sleep with?
    I slept with a different woman each night.
    Who did you sleep with?
    I slept alone. I have always slept alone.
    Why did you lie to me?
    I always thought I told the truth.
    Why did you lie to me?
    Because the truth lies like nothing else and I love the truth.
    Why are you going?
    Because nothing means much to me anymore.
    Why are you going?
    I don’t know. I have never known.
    How long shall I wait for you?
    Do not wait for me. I am tired and I want to lie down.
    Are you tired and do you want to lie down?
    Yes, I am tired and I want to lie down.

    Risposte
    Perché ti sei messo in viaggio?
    Perché la casa era fredda.
    Perché ti sei messo in viaggio?
    Perché è ciò che ho sempre fatto tra il tramonto e il sorgere del sole.
    Cosa indossavi?
    Indossavo un completo blu, una camicia bianca, una cravatta gialla e delle calze gialle.
    Cosa indossavi?
    Niente. Uno scialle di dolore mi teneva caldo.
    Con chi andavi al letto?
    Ogni sera andavo al letto con una donna diversa.
    Con chi andavi al letto?
    Andavo al letto da solo. Ho sempre dormito da solo.
    Perché mi hai mentito?
    Pensavo sempre di dire la verità.
    Perché mi hai mentito?
    Perché la verità è la più grande menzogna e io amo la verità.
    Perché te ne vai?
    Perché nulla ha più significato per me.
    Perché te ne vai?
    Non lo so. Non l’ho mai saputo.
    Per quanto tempo ti dovrò aspettare?
    Non aspettarmi. Sono stanco e mi voglio sdraiare.
    Sei stanco e ti vuoi sdraiare?
    Si, sono stanco e mi voglio sdraiare.

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