SETTE POESIE IMITAZIONI di Mario Fresa  da “Catullo vestito di nuovo”  (2014)

Venere statua copia romana

Venere statua copia romana

 Mario Fresa è nato nel 1973. Ha compiuto gli studi classici e musicali e si è laureato in Letteratura italiana. Già collaboratore delle principali riviste letterarie, è traduttore (da Marziale, Bernardo di Chiaravalle, Baudelaire, Musset, Desnos, Apollinaire, Frénaud, Cendrars, Char, Duprey, Queneau) e autore di libri di saggistica, di poesia e di critica letteraria. Come poeta esordisce nel 1999, presentato su «Specchio della Stampa» da Maurizio Cucchi. Altri suoi testi sono apparsi nell’antologia Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004) e su varie riviste, tra le quali «Caffè Michelangiolo» (n. 3, 2003), «Paragone» (n. 60-61-62, 2005), «Nuovi Argomenti» (vol. 45, Mondadori, 2009).

È del 2002 la raccolta prefata da Maurizio Cucchi Liaison, Premio Giusti Opera Prima, cui fanno seguito Costellazione urbana («Almanacco dello Specchio» di Mondadori, n. 4, 2008), il poemetto Alluminio, con la prefazione di Mario Santagostini (2008) e Uno stupore quieto, introduzione di Maurizio Cucchi (La collana, Stampa, 2012; menzione speciale al Premio Internazionale di Letteratura Città di Como).

Un’anticipazione della sua nuova raccolta poetica è apparsa sul vol. 16 di «Smerilliana» (2014), con un saggio di Valeria Di Felice. È redattore delle riviste «Gradiva. International Journal of Italian Poetry» e «La clessidra».

Mario Fresa Catullo vestito di nuovo – Quattordici imitazioni Galleria d’arte Lucis Quadrelle 2014

roma busto maschile

statua femminile

statua femminile

*

Lesbia, mi chiedi quanti baci desidero da te.
Vuoi sapere qual è il numero preciso che possa
farmi dire, soddisfatto: basta così, va bene!
Devono essere, i tuoi baci, tanti quanti sono
i granelli dell’infinita rena della Libia,
quella che sta laggiù, a Cirene, dove spunta
e si coltiva il salutare silfio, tra l’oracolo
estuoso di Giove padreterno
e il santissimo sepolcro del caro vecchio Batto:
i tuoi baci devono essere, allora, dei superbaci
pari alle stelle innumerevoli che stanno lì
a spiare, quando la notte è nel silenzio
intenta, i segreti appuntamenti
degli amanti: questo è il numero dei baci
che il tuo matto Catullo potrebbe, infine,
spingere a dire: basta così, va bene!

(ma che non sappiano mai nulla, i curiosoni,
dei nostri superbaci: ché se provano a contarli,
gli invidiosi, ci farebbero, sicuro, qualche potente
stregoneria).

*

Disgraziato Catullo, finisci la tua mania per sempre.
Basta così con le illusioni. Ciò che muore
è distrutto per sempre: ed è finito finito finito.
Li hai consumati i giorni di felicità,
quando correvi là, dove diceva l’amore tuo:
colei che fu adorata come nessuna mai!
E molti giochi deliziosi c’erano, allora:
sempre li ricercavi, né mai te li negava, lei.
E quanti istanti azzurri che hai vissuto:
ma adesso, vedi, non vuole più saperne.
Smetti anche tu, povero sciocco.
Non inseguirla più. Non sopravvivere:
ma torna, adesso, a vivere
di nuovo. Tu non cedere più.
Ma resisti, resisti, resisti.

Addio, cara ragazza. Non cederà, Catullo,
mai più ti cercherà; non ti vorrà per forza;
e a te dispiacerà di non essere da lui desiderata.
O sciagurata, sciagurata:
come sarà la tua esistenza?
E chi verrà da te? Per chi sarai bellissima?
E chi amerai? Di chi dirai che sei?
Chi riempirai di superbaci? E a chi mordicchierai le labbra?

Ma tu, Catullo, sta’ saldissimo e resisti, resisti, resisti.

Mario Fresa

Mario Fresa

 

 

 

 

 

 

 

 

*

Io ve lo imbecco nella bocca, e nel culo ve lo imbocco:
dico a voi due: a te, Aurelino bucaiolo, e a te, Furietto buco:
che per alcuni miei versi un poco spinti, mi avete giudicato
un perverso e un immorale! Ma sappiate
che un poeta, in ogni caso, rimane sempre onesto
e puro: la sua opera, invece, non dev’essere per forza
uno specchio di virtù. I suoi versi, quelli piccanti,
conditi con il sale e con l’arguzia,
possono, almeno, risvegliare giusto un poco
di prurito proprio laggiù, dove ci piace:
e non dico nei ragazzi, ma in quelli maturotti e stagionati,
che hanno le reni bloccate dall’artrite.
E voi, soltanto perché leggeste
le poesie dei superbaci, mi avete ritenuto
uno svenevole romanticone, oppure un tipo,
diciamo, poco maschio?
Ma io, a voi due,
nella bocca ve lo imbecco, e nel culo ve lo imbocco!

*

Versi miei, venite qui! Su, tutti a me:
uno per uno, e ovunque siate: ora, di grazia, tutti con me.
Una bagascia mi corbella, non vuol restituire
i miei quaderni di poesia – se voi lo permettete.
Diamole addosso, rivendichiamo il nostro.
Ma chi è, mi chiederete, ’sta bardascia? Chi è questa brocchiera?
La riconoscerete certo dal suo troiandamento,
dal risolino suo da gran mappina, dal suo muso di segugio bavarese.
Su, versi, andiamo! Girellatele intorno, e poi gridate:
«O infausto fetore! Tu, infetta Troia! Indietro, ora, i quaderni!
I quaderni, presto, indietro! O infetta Troia! Tu, infausto fetore!».
Ah, niente, è? Dell’ira mia tu non ti curi?
Ah donna-ciofeca, super-bivella, guidona, rufarola:
tu, peggio del peggio che si possa mai dire!
Ma niente, niente. Nemmeno questo è sufficiente.
Vediamo un po’ se si vergogna, la cagnaccia.
Forza, miei versi! Fate tutta la moìna: e alzate un po’ il volume:
«O infausto fetore! Tu, infetta Troia! Indietro, ora, i quaderni!
I quaderni, presto, indietro! O infetta Troia! Tu, infausto fetore!».
Ma non c’è verso! Ah, niente niente la smuove!
Vogliamo, che ne dite, cambiare un poco
lo stile e il tono? (si potrebbe, chissà, riuscire nell’intento):
«O casto fiore! Diletta Gioia! Donna di cortesia!
Che me li ridaresti, semmai quando ci hai tempo,
quei miei quaderni di poesia?»

Vipsania Agrippina busto

Vipsania Agrippina busto

 

 

 

 

 

 

 

 

*

Mi sembra un dio: anzi, bestemmio,
bello come il più bel dio,
e forse a un dio perfino superiore,
quello che a volte vicino a te
siede e ti ascolta, lieto,

mentre tu ridi: e invece io, vedimi un po’, meschino,
rimango là in disparte, proprio così,
sconvolto:

Perché quando ti vedo, Lesbia, tutto mi si cancella
e perdo, anche il briciolo di un ultimo
pensiero:

già s’inceppa la mia lingua e
una sottile fiamma invade le mie vene

Turbina un suono acuto negli orecchi

Lo sguardo cade nella notte

di un infinito buio.

*

Ah, restare così, senza far nulla,
proprio questo ti rovina: e lo accetti
volentieri, questo abbracciare il niente

che fu la gran rovina
di re potenti e di Città famose

*

Senti che tuna e che sberleffo: devi saperlo
e divertirti, se mi vuoi bene! Senti, e poi ridi:
vedo un ragnottolo ragazzo che faceva il ballo angelico,
là fuori, con una sua pivella già matura:
e allora, ascolta, io ce lo infilo, perdìo,
ma bello dritto, nel gregorio
del ragnetto ragazzotto:

ohé ma di scatto, proprio così,
per farci la sorpresa.

Annunci

27 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, poesia italiana contemporanea

27 risposte a “SETTE POESIE IMITAZIONI di Mario Fresa  da “Catullo vestito di nuovo”  (2014)

  1. Questa poesia, rispetto a molte altre ha il grosso pregio di una notevole autoironia e di un po’ di goliardico sberleffo che rendono il tutto più interessante e gradevole.

  2. È probabile che in certe determinate condizioni di crisi delle poetiche contemporanee sorga nei poeti e negli scrittori il bisogno di modellare il proprio stile e le proprie storie sulla guisa di stili e di storie del passato: riformulare, trascrivere con variazioni, riscrivere le storie della grande letteratura del passato è oggi, credo, una urgenza per scrittori e poeti che intendano riuscire ad essere contemporanei. E poi, contemporanei di che cosa?, in fin dei conti le poesie erotiche, le poesie d’amore e le poesie tout court non sono altro che riformulazioni dei medesimi temi che ci accompagnano da millenni e che fondano la struttura narrativa dell’homo sapiens sapiens anche nell’epoca della comunicazione digitale e della realtà virtuale. Non mi stupisce quindi che un autore maturo come Mario Fresa abbia avvertito il bisogno di riformulare poeticamente il racconto della storia amorosa tra Catullo e Lesbia, essendo questo un tema universale della poesia di tutti i tempi. Non ritengo questi esercizi di Mario Fresa delle esercitazioni a freddo di mera riscrittura, ma un lavoro intenso di attraversamento dei testi del passato per poi poter approdare ad una forma di scrittura adatta ai nostri tempi, a una forma di storytelling consona alla nostra sensibilità. La storia dei cambiamenti molecolari della poesia passa anche attraverso questi esercizi per nulla scolastici.

    Scrive Paolo Gervasi: «Dalle costruzioni narrative che strutturano i giochi d’infanzia, alla fruizione massiccia di prodotti finzionali, letteratura, cinema, fumetti, videogiochi, tutti i linguaggi del racconto in tutte le combinazioni abilitate dalle piattaforme intermediali, fino ai sogni, ovvero le storie notturne che il cervello racconta a se stesso (tecnicamente “allucinazioni sensomotorie con struttura narrativa”), le storie sono sempre una forma di allenamento mentale, un laboratorio di costruzione dell’intelligenza emozionale e relazionale. Come già le ricerche di ispirazione strutturalista, e particolarmente quelle di Propp (ignorato, come del resto il già citato Lotman, dalla bibliografia prevalentemente anglofona di Gottschall) hanno dimostrato, l’intera galassia delle storie può essere ricondotta a una grammatica universale imperniata sull’emergenza di un problema, che arriva a rompere un equilibrio iniziale, e che muove gli eventi attraverso l’energia impiegata per la sua risoluzione».

    • Ambra Simeone

      tempo fa chiesi a Giorgio di proporre un progetto del genere, in cui alcuni ragazzi dei poeti arrabbiati producessero sarcasticamente delle poesie “alla maniera di” autori del nostro passato letterario!
      bah, deve essere sembrata una strana sfida! 🙂

  3. Pasquale Balestriere

    Siamo di fronte ad una traduzione libera e attualizzata di alcuni carmi di Catullo, rivissuti con intensità e partecipazione creativa e spesso risolti in modo linguisticamente brillante. Non manca, a mio modo di vedere qualche accenno enfatico, leggermente sopra le righe rispetto ai testi originali. Ma è chiaro che siamo di fronte a una questione di gusto e ad una reinterpretazione che, per scelta dell’autore, è molto personale e, ripeto, ben riuscita, anche per l’uso di termini di grande vivacità, tipici della cultura e del linguaggio napoletani.
    Pasquale Balestriere

  4. Io non amo i rifacimenti né di opere teatrali in prosa o in poesia, né di melodrammi, né di poesie o romanzi, ma rispetto i gusti e l’intento altrui se tale è l’ispirazione.
    Ciò premesso, posso affermare che è apprezzabile la vivacità con cui Mario Fresa “veste a nuovo” alcuni Carmi di Catullo, non certo i “Carmina docta” che mal si presterebbero ad un rifacimento.
    Di fronte ad opere scritte in una lingua diversa dalla propria, si presentano varie opzioni: la traduzione filologica, la traduzione poetica che consente qualche libertà, ma non troppo, rispetto al testo originale, infine il rifacimento per lo più in veste contemporanea al poeta moderno.
    Il rischio di quest’ultima operazione è la forzatura di alcuni stati d’animo, espressioni, sentimenti, immagini, con il risultato che la “veste nuova” sta un po’ stretta, ma in questo caso un po’ larga a C. Valerio Catullo.
    Il celebre Carme LI, nella prima strofa, risulta infatti un poco lontano da quell’aria estatica che io percepisco nei versi di Catullo (che ho profondamente incisi nella mente).
    Anche nel Carme VIII la sofferenza del poeta latino, ormai consapevole che “fulsere quondam candidi tibi soles”, mentre ora deve accettare che ciò che è perduto sia davvero perduto, risulta moderna sì nel linguaggio, ma non del tutto catulliana.
    Non voglio passare in rassegna tutti i Carmi qui pubblicati: ho dolo indicati alcuni punti in cui il rifacimento non rende del tutto giustizia al Poeta veronese.
    Il mio ostacolo, come ho già scritto sopra, è la presenza viva di C. Valerius Catullus e del suo “Liber” in latino nella mente. Ciononostante considero pregevole questo moderno Catullo che parla con un linguaggio attuale talora con enfasi, talora con regionalismi o parole gergali.

    Giorgina Busca Gernetti

    • Valerio Gaio Pedini

      In teatro il rifacimento e la riscrittura sono necessari, poiché un alfieri originale sarebbe ai più incomprensibile ed anzi ora diremmo troppo ampolloso, ergo serve per ricreare un linguaggio, cosa che se non avviene, rende i testi solo oggetti archeologici. L’arte nasce anche da queste riscritture-c’è il rubare o l’imitare- qui si imita- Picasso continuava a ricreare quadri già esitenti, rendendoli propri, come più o meno tutti gli artisti, esperti nell’arte del ricalcare. Qui credo cha Catullo lo avvicinì di più.

      • De gustibus non est disputandum. E’ ovvio che per comprendere il linguaggio originale dell’Alfieri oggi è necessaria una cultura adeguata e una conoscenza della lingua non solo attuale, post 2000.
        Qui, cioè nell’opera di Mario Fresa, non si ricalca, ma si imita rivestendo di nuovo, cioè si modernizza, si rifà (ecco il rifacimento), si riscrive in modo adeguato a questo nostro tempo.

        Giorgina Busca Gernetti

        • Valerio Gaio Pedini

          e deve essere così. Lo è da millenni. Non è una questone di cultura. Anche una persona colta se in teatro andasse in scena uno spettaccolo avente il linguaggio di alfieri, uscirebbe dal teatro facendo una critica pessima. Perchè? Perché nel teatro la vera copia è l’idea che l’alfieri o il moliere debba essere uguale a se stesso, ma è ovvio che debba diventare adattabile. Il shakespeare originario non ‘centrava alcunché col famoso sahkespeare riscoperto del Settecento, poiché il teatro cambiò. Quando si ripropone un testo,urge scoperchiarlo e ribaltarlo, dire ciò che non fu detto mai- se no si rischia di fare obbrobri. Perché il teatro sta morendo? Perché si ripetono le stesse cose ad nauseam, senza la cognizione temporale. Se il teatro divene salotto, il teatro è morto!

          • Non voglio darmi arie, ma io ho SEMPRE capito Alfieri non riadattato a teatro oppure leggendo le sue tragedie in un libro (programma scolastico dei miei tempi e corso monografico all’Università (Storia del Teatro).
            “De hoc satis” perché il post è sulla poesia di Mario Fresa.

            Giorgina Busca Gernetti

            • Valerio Gaio Pedini

              che c’entra. Non ho parlato di capibilità, ma di rappresentazione. I testi in teatro devono essere rivisitati, se no non sono dei testi, ma degli amuletini ridicoli. Oramai lo shakespeare non rivisto è merce di scarto e da sbadiglio. Anch’io capivo Dante a 12 anni, ma non è questo il discorso che sto facendo. Bisognerebbe essere attori e registi da anni, per controbattere.

              • Per controbattere, se avessi voglia di perdere ancora tempo con le tue interminabili discussioni fuori tema (poesia di Mario Fresa), basterebbe molto meno.

                Giorgina Busca Gernetti

                • Valerio Gaio Pedini

                  si tenga i suoi convincimenti. il tema era il rifacimento. potrei benissimo dire a giorgio che questo è commento provocatorio. lei è furna,signora, molto furba. ma quando entra repertorio di uno che è stato allievo di allegri e di altri che non cito per delicatezza, le consiglierei di non alzare pennoni inutili che nel teatro non può innalzare, perchè a quanto mi risulta e mi risultil teatrante qui non è lei. quando lo sarà ne riparleremo. e la questione sull’alfieri la lanciò dario fo anni fa.e mi risulta che abbia più competenze di me e di lei. peace and love.

                  • Nemmeno per sogno “peace and love”. Ti consiglierei di andare dai tuoi amici e sostenitori a tenere i tuoi sermoni, visto che io ti “ho rotto i ***”, come hai scritto qualche giorno fa in questo blog.
                    GBG.

                    • Impari i congiuntivi e gli imperativi, egregio signore!
                      Ho scritto sopra perché sotto non c’è più posto.
                      Io direi di piantarla!
                      GBG

                    • Valerio Gaio Pedini

                      Se nessuno dicesse più i congiuntivi, come nessuno scrive più “diji”, le sue sovrastrutture cadrebbero. Leopardi riderebbe delle sue affermazioni avventate,anzi, dato che (espressione arcaica) anche egli (arcaicissima!) pronunciava (da cimitero della parola!) parolacce (si inizia a ragionare!), sarebbe ben più mellifluo di me. Petrarca non utilizzava l’h, Palezzeschi allora disse beh, la tolgo anch’io. La scrittura a differenza della parola urbana non ha tempo: o meglio ce l’ha in dimensione del luogo.Palazzeschi ruppe un qualcosa. Era ovvio che si scrivesse con l’h. ma abdicò. Interessante storiella:baci baci. Giorgio, ad esempio utilizza ancora il termine quisquilie (oramai morto), sostituendolo ad una parola più volgare (nel senso duplice: è del popolo ed è sgraziata, un po’ come l’italiano orginario) : cazzate, un emiliano direbbe “cassate”, ma un siciliano gli lacerebbe una torta in faccia.

                  • SCRIVO QUI PERCHE’ SOTTO IL POST SUI CONGIUNTIVI NON C’E’ PIU’ POSTO.

                    *La mouche
                    Nos mouches savent des chansons
                    Que leur apprirent en Norvège
                    Les mouches ganiques qui sont
                    Les divinités de la neige.
                    .
                    La mosca
                    Le nostre mosche sanno canzoni
                    Che hanno appreso in Norvegia
                    Dalle mosche ganiche
                    Che sono le divinità della neve.
                    :
                    Guillaume Apollinaire compone nitidi e briosi versi su insetti e animali che gli offrono l’occasione di riflessioni, ricordi storici, espressione di desideri (“Le chat”) e tanto altro. La mosca, dal Nostro, raffigurata come insetto che conosce canzoni apprese in Norvegia dalla “mosche ganiche”, presta a me l’estro di addentrarmi nel mistero di questa particolare mosca, espresso nelle frasi successive, per cogliere la differenza tra questa, che vola sulla pagina immacolata, e colui che invece continua a importunarmi nel mio blog privato con “lezioni” noiose e inopportune (importune anch’esse) come una mosca comune, non ganica, la quale, oltre a tutto il resto, è una delle divinità della neve.
                    Mosca ganica, che richiama il gamos, le nozze sacre, il matrimonio alchimistico, dell’or-ganico e dell’ in-or-ganico, il vuoto-parola bianca che vola sulla pagina immacolata dello schermo, e distaccandosi dal soggetto che la pronuncia, si allontana velocemente fino a dissolversi, per continuare a offrire l’eccesso di un ‘di più’ di senso, di un resto infinito, di una tensione al ‘capire’, al contennere e all’eccedere, che giustamente non potrà mai essere soddisfatta, e perpetuamente destina allo scacco il controllo che la ragione vorrebbe esercitare.

                    Giorgina Busca Gernetti

  5. Trovo questi lavori di Mario Fresa molto interessanti e, soprattutto, credo che dietro tutto ciò ci sia stato un raffinato lavoro esegetico.

  6. Operazione di riscrittura di Mario Fresa, ironica e intelligente. Apprezzo moltissimo. Gìà Catullo, preferito, con Praetexta e successivamente Toga, adesso rivestito da Fresa addirittura di superbaci!!
    “Pedicabo ego vos et irrumabo”

  7. Mi piace molto questo lavoro di riscrittura. Aggiornamento iper moderno di testi universali. La nostra memoria può essere riattivata proprio grazie agli sforzi dei poeti. La fatica di Mario Fresa andrebbe letta a scuola, in quel luogo ammorbato dal l’indifferenza nozionistica e che ha bisogno di far vivere di vita nuova la parola.

  8. eugeniolucrezi

    Non fu mimèsi, lo sai. E nemmeno anàmnesi,
    Mnemòsyne. La vita, purchessia,
    è scancellare il prima, pura o impura amnesìa.

    (……caro Mario, ti dedico
    una poesia: è merce rara, crédimi.
    Questa quissù, lo vedi e già lo sai,
    è dell’insuperato Marzio Pieri.
    Barocchista supremo, solo lui
    conosce la memoria smemorina,
    pura e pura amnesìa…..)

  9. Ivan Pozzoni

    La forza di Mario è un’aggressività stilistica di alto spessore culturale con cui, attraverso una sapiente ri-definizione artistica di canoni classici, Mario riesce a ridicolizzare il moderno, registrando ottimamente la transizione al tardomoderno storico. Questa ridicolizzazione del moderno, sarcastica, mai ironica, rende Mario, a mia umilissima opinione, un novello Onfray della letteratura italiana. Omaggio a Marziale, del 2011, ha un’energia dissacrante inarrivabile, e nasconde un assenza totale di timore di disintegrarsi come artista in un mondo di morti di fama, arrivisti, carrieristi del verso e parassiti; i versi di Catullo vestito di nuovo non smarriscono il sarcasmo, compito maggiormente difficile con Catullo che con Marziale. Per completare la progressione Mario dovrebbe riuscire nell’impresa disperata di rendere sarcastici Carducci, Pascoli e tutta la neo-arcadia tardomoderna italiana (cfr. il Museo), cioè il 93,5% della poesia italiana contemporanea.

  10. Pozzoni, arrivi con 35 anni di ritardo, a Pascoli ci hanno già pensato gli Skiantos:

    X agosto

    Tornava una rondine al tetto, poi
    l’uccisero e cadde tra spini
    ella aveva nel petto un insetto
    la cena dei suoi rondinini.

    Ora la’ come in croce che attende
    quel verme, quel cielo lontano
    e il suo nido nell’ombra che attende
    che pigola sempre piu` piano.

    Anche un uomo tornava al suo nido
    l’uccisero, disse perdono
    e resto’ negli aperti occhi un grido
    portava due bambole in dono.

    Ora la’ nella casa romita
    l’attendono, attendono in vano
    egli immobile attonito addita
    le bambole il cielo lontano.

    E tu cielo dall’alto dei monti
    sereno, infinito, immortale
    oh d’un pianto di stelle lo innondi
    quest’atomo opaco del male.

    Tornava una rondine al tetto,
    l’uccisero, cadde tra spini
    ella aveve nel becco un insetto
    la cena dei suoi rondinini.

    Tornava una rondine al tetto,
    l’uccisero, cadde sui pini
    ella aveva un verme da un etto
    la cena dei suoi rondinini.

    Poverini, poverini i rondinini,
    sono solo dei bambini,
    poverini i rondinini piccolini,
    poverini, poverini, poverini!

    • Ivan Pozzoni

      Però non trovo il rifacimento Skiantos così sarcastico come mi sarei atteso. Bravissimi nel sound punk. Probabilmente Pascoli, all’epoca intoccabile, era iscritto a Gladio.

  11. giulino

    Riscrittura-neoscrittura o semplice scrittura della contaminazione. Diviene senza problemi originale perchè attraversa la mimesi con τέχνη. Unisce non solo l’originale, conosciuto e maneggiato con perizia, ma contamina pure il linguaggio con termini di derivazione regionale. Concordo con Linguaglossa, non sono esercitazioni di mera riscrittura ma attraversamenti fecondi.

  12. Luigi Carotenuto

    Disinvoltura e grazia stilistica sono la cifra autoriale di queste traduzioni poetiche. Da poeta a poeta senza le distorsioni egoiche sempre in agguato in una ri-scrittura quale la traduzione è. Mario Fresa non si fa prendere la mano e controlla con arguzia e padronanza l’esito linguistico restituendo un Catullo immediato come la sua poetica, fresco e vivacissimo, con quel brio intellettivo che lo contraddistingue.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...