Roberto Terzi, La storia dell’essere è alla fine, L’Ereignis, l’ultima Figura del pensiero, Il Geviert, la Quadratura, La Pop-poesia, Poesie inedite di Mario M. Gabriele, Giorgio Linguaglossa, Francesco Paolo Intini, L’Oblio della Memoria quale ultima figura dell’Oblio dell’essere, L’Oblio dell’oblio,

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«La storia dell’essere è alla fine»

Roberto Terzi

«La storia dell’essere è alla fine»

Questa problematica può essere riformulata a proposito della questione della storia, che è sempre stata inseparabile dal pensiero dell’essere. Affermando che con l’Ereignis il pensiero non si trova di fronte all’ultima figura dell’essere ma, in un certo senso, alla «verità» di tutte le figure storiche dell’essere, “a Quello che ha destinato a lui le diverse forme epocali dell’essere”, Heidegger giunge alla conclusione che «la storia dell’essere è alla fine». Interpretando unitariamente la storia della metafisica e dell’essere, esibendola come tale, Heidegger la «totalizza», la rimette a se stessa e solleva così la domanda su quale altra configurazione storica si apra nella contemporaneità: l’Ereignis apre cioè la prospettiva di un’altra storia, di una storia che dovrebbe essere «altra» non solo nel suo contenuto, ma nella sua «forma» stessa di storia, per quanto questa distinzione possa qui valere.

Non si tratta evidentemente di una fine della storia in senso hegeliano (anche se il confine tra le due posizioni non è netto e lineare): se l’espropriazione è costitutiva dell’evento stesso, non si dà qui né sapere assoluto né manifestazione piena e definitiva dell’essere nella presenza. Se la metafisica è stata caratterizzata dall’oblio dell’essere e dalla sottrazione di ciò che destina l’essere, quel che viene meno ora, in un certo senso, è l’oblio dell’oblio, l’oblio di questo ritrarsi dell’evento: il raccogliersi del pensiero nell’evento equivale pertanto alla fine di questa storia della sottrazione. […] Ma il velamento, il quale appartiene alla metafisica come suo limite, deve essere attribuito in proprietà all’evento stesso. Ciò vuol dire che la sottrazione […] si mostra adesso come la dimensione del velamento stesso, il quale continua ancora a velarsi, solo che adesso il pensiero vi presta attenzione.

[…] L’evento è in se stesso una Enteignis, «espropriazione» […] quel che al pensiero si mostra come ciò che è da-pensare è prima di tutto la modalità di mobilità che è più propria dell’evento, ossia la sua dedizione nel mentre si sottrae. Dicendo questo, però, si dice anche che per il pensiero che si raccoglie nell’evento la storia dell’essere, in quanto è ciò che è da-pensare, giunge alla sua fine, per quanto possa ben continuare ancora a esistere la metafisica.
Il pensiero dell’evento non rimane più semplicemente preso all’interno del gioco epocale, nell’abbaglio della propria epoca storica con i suoi significati, e nell’oblio correlativo di quel che in questa epoca si sottrae, dell’evento di quei significati. Il suo compito sarebbe quello di pensare come tale la dinamica di donazione-sottrazione che fa accadere la storia e ogni epoca, per potersi muovere consapevolmente in essa e mantenersi esposto all’espropriazione.

Ma il fatto che con il pensiero dell’evento si esaurisca la questione e la storia dell’essere non concerne soltanto un’astratta speculazione filosofica. Si tratta piuttosto di un sommovimento di tutta quanta la nostra storia europeo-occidentale, che, per Heidegger, è stata essenzialmente una storia «greca», perché greca era la questione dell’essere che l’ha inaugurata. Se, come è noto, buona parte della meditazione heideggeriana è consistita in un confronto serrato proprio con la filosofia greca, bisogna tuttavia ben comprendere il senso e il fine ultimo di questo confronto – il che contribuisce anche a chiarire ulteriormente lo statuto dell’Ereignis.

È stato lo stesso Heidegger a fornire un’indicazione decisiva a questo proposito: «il compito che si pone al nostro pensiero odierno è quello di pensare ciò che è stato pensato in modo greco ancora più grecamente»; si tratta di pensare l’impensato del pensiero greco volgendo lo sguardo alla sua provenienza, ma ciò significa che «questo sguardo (Blick) è a suo modo greco ma, considerato in rapporto a ciò che è guardato (hinsichtlich des Erblickten), non è più greco e non lo sarà mai più». L’Ereignis è precisamente quel che si colloca «al di là dei Greci», ciò che rompe con il privilegio storico-epocale del greco: «non si riuscirà a pensare l’evento con i concetti di essere e di storia dell’essere; tanto meno con l’aiuto del greco (si tratta precisamente di “andare oltre” esso). […] Con l’evento non si pensa più affatto in greco».

Quale sarà allora l’elemento e il linguaggio del pensiero dell’evento, quale rapporto si instaura tra il logos greco e i suoi «altri» già-stati e a venire? Più in generale, quale storicità quale configurazione storica e quale pensiero storico si aprono dopo questa «fine», nel momento in cui il pensiero «si raccoglie (einkehrt) nell’Ereignis»?. «Il pensiero che si raccoglie nell’evento» «Che cosa si può dire allora? Solo questo: l’Ereignis ereignet» vale a dire, secondo le diverse traduzioni e accentazioni possibili: l’evento avviene, l’evento fa avvenire, l’evento appropriante appropria. L’ambiguità di questa formula riflette quella del pensiero dell’ Ereignis.

Dell’evento, punto estremo o limite della ricerca heideggeriana dell’origine, resterebbe infine da dire solo una tautologia. Questa affermazione è l’espressione di un pensiero che si trasforma in misticismo, affermando con una tautologia l’ineffabilità del proprio «oggetto»? O è l’indice del rigore e dell’estrema consapevolezza filosofica raggiunta da questo pensiero? Quale prospettiva apre il pensiero dell’Ereignis? È un punto di arrivo insuperabile o la base per una nuova partenza? La risposta a queste domande non può essere semplice e univoca.

Da una parte, Heidegger fornisce effettivamente alcune indicazioni essenziali sull’ambito di pensiero che si apre a partire dalla questione dell’Ereignis e, nel seminario che segue Tempo ed essere, lo fa proprio discutendo la formula das Ereignis ereignet e affrontando la questione che abbiamo posto: «che cos’è assegnato come compito da-pensare al pensiero raccolto nell’evento e quale può essere la maniera adeguata del dire che vi corrisponde?». La formula das Ereignis ereignet, «l’evento fa avvenire», ha innanzitutto la funzione di mettere in guardia «da come non va pensato l’evento», ma lascia aperto il problema di come pensar-lo «in positivo», problema che si riformula nella domanda: «che cosa fa avvenire l’evento? Che cos’è fatto avvenire dall’evento?

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das Ereignis ereignet, «l’evento fa avvenire»

E inoltre: il pensiero, che pensa l’evento, è il ripensare su ciò che è fatto avvenire dall’evento?». Che dell’evento si possa dire solo tautologicamente «l’evento fa avvenire», «non esclude dunque, ma anzi include il fatto di pensare un’intera ricchezza di ciò che è da-pensare nell’evento stesso». In questa direzione, il pensiero dovrebbe dunque impegnarsi nell’esplorare il campo di ciò che l’evento fa avvenire, l’ambito di esperienza dischiuso dall’evento.

L’evento fa avvenire la coappartenenza tra essere e uomo e dona l’essere stesso nella sua differenza dall’ente. Ma se l’essere «svanisce» nell’Ereignis trovandovi il proprio luogo, anche la coappartenenza uomo-essere e la differenza ontologica non dovrebbero mutarsi seguendo un percorso analogo?È quello che Heidegger riconosce in due passi del seminario. L’Ereignis fa avvenire la coappartenenza di essere e uomo, tuttavia «in questo coappartenersi, i coappartenenti non sono più allora l’essere e l’uomo, ma – in quanto fatti avvenire e appropriati (als Ereignete) – sono i “mortali” nella Quadratura (Geviert) del mondo». Questa connessione è confermata dal passo sulla differenza: «è necessario rimettere (Verlassen) la differenza ontologica al pensiero. Ora, dalla prospettiva dell’evento, invece, tale rapporto si mostra come il rapporto fra mondo e cosa – un rapporto che di primo acchito potrebbe in un certo qual modo essere ancora concepito come il rapporto fra essere ed ente, ma concependolo così si perderebbe la sua peculiarità».

Il riferimento è al tema del mondo in quanto Geviert, esposto in diversi testi della fine degli anni Quaranta e degli anni Cinquanta: il mondo nel suo «mondeggiare» è dato dal reciproco rimando e dal gioco di specchi (Spiegel-Spiel) delle sue quattro regioni (terra e cielo, divini e mortali), che si dispiegano dinamicamente nella loro differenza a partire dall’unità della loro implicazione reciproca. Questo gioco, che disegna le diverse figure del mondo nel quale l’uomo abita in quanto mortale, implica inoltre il legame essenziale tra mondo e cosa: il mondo è dato dal dispiegamento delle quattro regioni, che si «raccolgono» nelle singole cose; le cose ricevono la loro essenza solo nella costellazione di rimandi della Quadratura, in un’implicazione reciproca con il mondo, per cui le cose «custodiscono» e «generano» il mondo, il mondo «consente» le cose.
[…]
Heidegger indica dunque nel mondo in quanto Geviert  il«risultato» del pensiero dell’Ereignis, ciò che è «fatto avvenire»o «appropriato» dall’evento, la trasformazione che il pensiero dell’Ereignis produce e il compito che così apre: il pensiero post-metafisico, che prende dimora nell’evento, è pensiero «cosmologico» del dispiegarsi del mondo nel suo gioco e dell’abitare umano in esso (corsivo del redattore). Con lo svanire dell’essere, anche i rapporti essere-uomo ed essere-ente si dissolvono verso l’ambito della loro provenienza: l’abitare dell’uomo in quanto mortale nel mondo, il quale a sua volta si dà nel dispiegarsi della differenza tra mondo e cose.

Il mondeggiare del mondo è l’ereignen, l’accadere dell’evento in cui ogni cosa ha luogo venendo appropriata a se stessa nel mentre viene espropriata verso tutte le altre e verso il mondo come ambito del loro comune accadere. Come Heidegger afferma in una formula icastica, «l’evento della radura è il mondo (Das Ereignis der Lichtung ist die Welt)»: il mondo non è una cosa né la somma delle cose né una totalità statica, ma un evento, l’evento dell’apertura in cui possiamo incontrare le cose e fare qualsiasi esperienza. La Quadratura non è un’ultima versione per la questione dell’essere dopo le precedenti, così come l’essere non si dà o dispiega come Quadratura, ma piuttosto, a seconda della prospettiva, ha luogo in essa o vi svanisce. E forse bisognerà allora giungere a dire che la considerazione delle cose come enti da indagare nel loro essere sarebbe già il primo ricoprimento, l’inizio della distruzione del mondo e delle cose. Se da una parte Heidegger indica dunque nel mondo come Geviert l’ambito aperto dall’ Ereignis, dall’altra parte i suoi ultimi testi sembrano per lo più concentrarsi in una meditazione«preparatoria» dell’Ereignis «come tale»: la tautologia das Ereignis ereignet rischia allora di diventare la parola ultima, parola che si cancella da sé nell’allusione a un’ineffabilità, nell’attesa di una svolta epocale e di un pensiero più adeguato all’evento stesso.

Con un gesto di cui si possono ben comprendere le ragioni teoriche, ma che non può infine non lasciare perplessi, Heidegger giunge a individuare nel pensiero tautologico «il senso originario della fenomenologia». Detto in altri termini, nel corso degli anni l’Ereignis sembra irretirsi nella forma di un punto d’arrivo altro, finale, unico. Per quanto mostri di essere consapevole che l’evento non è un «oggetto inconoscibile», Heidegger sembra spesso descrivere l’ Ereignis nei termini di un’alterità radicalmente contrapposta all’ente, correndo il rischio di «sostanzializzarlo» indirettamente e di cadere in un atteggiamento di pensiero che ricorda da vicino quello della teologia negativa.

Di fronte a questa alterità il pensiero sembra giunto alla sua stazione finale, non tanto nel senso che non si potrebbe più pensare, quanto perché l’ Ereignis assume nel testo di Heidegger la forma più di un punto d’arrivo che di una base per un nuovo sviluppo: Heidegger sembra «arrestarsi»nell’Ereignis. Malgrado le indicazioni sulla via «cosmologica» aperta dall’Ereignis/Geviert, resta difficile comprendere quali compiti concreti per il pensiero si aprano dopo l’Ereignis e anche quale importanza una simile questione abbia agli occhi di Heidegger: la questione «che cosa fa avvenire l’evento?» rischia di rimanere subordinata al pensiero «negativo» della tautologia «das Ereignis ereignet », che lascerebbe il campo aperto per la svolta a-venire.

I testi di Heidegger sembrano descrivere spesso la svolta nell’evento come qualcosa che resta ancora a-venire. Tutta l’elaborazione dello stesso Heidegger a proposito dell’Ereignis sarebbe formulata «solo in maniera provvisoria e per cenni anticipatori», perché «questo pensiero può essere soltanto una preparazione al raccogliersi nell’evento», «può soltanto indicare, cioè dare indicazioni tali da permettere di indirizzare il raccogliersi nella località dell’evento», nell’attesa che «l’Ereignis – certo nessuno sa quando e come – [divenga] lo sguardo improvviso il cui lampo illuminante porta a ciò che è». La svolta nell’evento assume così una collocazione ambigua e paradossale: essa dovrebbe essere «fuori» dal tempo (perché l’evento non è qualcosa di temporale), ma è anche rinviata all’avvenire. Può accadere qui e ora, nella fine del primo inizio della metafisica, ma resta anche da attendere in una trasformazione radicale, rispetto alla quale gli attuali tentativi sono insufficienti. Di fronte a questa svolta radicale a-venire il pensiero giunge ad un punto d’arrivo, perlomeno nel senso che ogni altro compito rischia di venire subordinato o sospeso rispetto a questa «attesa».

In ultima analisi, non sempre i testi di Heidegger sembrano corrispondere alla consapevolezza dell’«immanenza» dell’evento, per cui esso accade in ogni figura e in ogni dire, il quale certo è per questo finito, ma non insufficiente o meramente «preparatorio» se compreso nel suo statuto. Bisognerebbe, in altri termini, seguire fino in fondo la via che lo stesso Heidegger traccia in altri passi, quando afferma che dell’evento non si dà una teoria o una conoscenza, ma un’esperienza, e che «l’esperienza non è qualcosa che mistico […] ma è il raccogliersi che porta a soggiornare nell’evento» e come tale «un accadimento che può e deve essere mostrato»: il «pensiero preparatorio» è già esso stesso esperienza dell’evento. Solo assumendo questa prospettiva diventerebbe peraltro possibile mettere a frutto le potenzialità fenomenologiche dell’Ereignis e perseguire fino in fondo quel pensiero, evocato in precedenza, di un’evenemenzialità generale dei fenomeni: pensiero che richiede che l’Ereignis non sia il termine unico, altro, finale e insieme a-venire di un’attesa epocale (rispetto al quale ogni altro «evento» diventa secondario), ma ciò che, essendo inscritto in tutta l’esperienza, conferisce a ogni fenomeno un carattere di evento.

Abbiamo voluto qui delineare i termini di questioni che restano aperte e probabilmente indecidibili all’interno dell’orizzonte esclusivo dell’opera di Heidegger, chiamando a un lavoro di confronto tra l’eredità heideggeriana e il pensiero successivo. Abbiamo utilizzato il termine «indecidibili» non
solo per questi motivi, ma anche per alludere al fatto che forse è proprio dove si presenta un indecidibile che si è chiamati veramente alla decisione. Il carattere problematico di diversi testi tardi di Heidegger è invece proprio la loro tendenza ad arrestarsi nell’indecidibile come tale, rappresentato in modo
emblematico dalla tautologia das Ereignis ereignet – ad arrestarsi quindi nell’indecisione tra la meditazione insistente ma paralizzata su questa tautologia e la sua messa in opera in un nuovo pensiero.

Roberto Terzi
r_terzi@hotmail.com da
https://www.academia.edu/6007917/Esperienza_o_tautologia_La_questione_

Lucio Mayoor Tosi

Tutto ha inizio con la morte del dio degli umani: il crollo delle ideologie, il venir meno del pensare metafisico… e a parer mio c’entra con il Torso di Mileto, perché esso raffigura e simboleggia l’unità di corpo-mente per come probabilmente vissuto nell’antichità, esatto opposto del nostro essere disuniti – corpo servo della mente, semidistrutta e desiderante.
Occorre quindi che siano le parole, oggi, in quanto “cose” della memoria, che siano esse portatrici di un pensiero riparatore adatto al superamento del corpo-mente; ma non più nella direzione astratta metafisica, quanto se mai nella direzione del testimone – super-Io nella concezione occidentale, ciò che sovrintende la coscienza (im)morale. Che poi sarebbe lo stato dell’essere in vita, per me tanto simile all’essere morti. Si andrebbe oltre lo pscichismo, nella direzione dell’essere puro che osserva; come nel Torso di Mileto, ma senza specchi che ci riflettano super umani.

Un inedito di Mario M. Gabriele

http://mariomgabriele.altervista.org/inedito-mario-m-gabriele-7/#comment-227

Fuori il buio. La luce che torna. Che abbaglia.
Qualcosa rimane. Sabbia nella sabbia.

Ricordi su display.
Trauma per un vestito in disuso. .

Fuori e ovunque il buio. La luce che torna.
Oh Shery, ricordi Parigi?

Et c’est la Nuit, Madame, la Nuit!
Je le jure, sans ironie! :

Una tavolozza con l’arcobaleno.
La piastra sul fuoco. Go, go!

Fast Food e Hamburger
ai tavolini della Conad.

Aria grigia, pesante. Smoke in the eyes.
Ma dove è finito Chagall? *

Un passo all’indietro. Reperti fossili.
Fonemi e poliscritture.

Sogno di una notte di mezza estate
con Sara Kestelman e David Waller.

Le calze di Nancy sul sofà.
La vita: una garrota!

Piccole voci a chiusura del coro.
Uno zufolo nel bosco.

Ketty Borromeo con gli occhi di lince.
Gli anni nel libro del vento.

Scatti di Nikon ad Auschwitz
e sulle scarpe di Ninì il Rosso.

Stilmann che dice?
Aspetta il Washington Post.

Candelabri su Hebron,
come i ceri di una volta a Detroit.

Shalom!

tu scrivi, caro Mario, «fonemi, reperti fossili e poliscritture», ed hai già dato la chiave per l’ermeneutica del tuo pezzo jazz. La tua è poesia pop-spot, pop-bitcoin, pop-jazz, pop-corn, pop-poesia, poesia da tavolino da bar, nuovissima, da gustare con un Campari soda e una quisquilia del TG in mezzo ai rumori di fondo: intermezzi, nanalismi, banalismi, gargarismi, truismi, incipit, explicit, inserti pubblicitari. Sei il Warhol della pop-poesia italiana. Il che non è poco. La pop-poesia che si gusta con le patatine fritte del Mc Donald’s e un caffè al Ginseng la mattina…

(Giorgio Linguaglossa)

Mario M. Gabriele

carissimo Giorgio, aver riportato questo mio testo inedito, su L’ombra delle parole, mi ha molto sorpreso, per le varie tipologie espressive riscontrate nella lettura, allargando la tua ermeneutica, con una pluralità di percezioni originali e tutte interconnesse tra loro, Il mio pantografo cerebrale, per mia fortuna, registra ancora interiorità ed esteriorità.Il Nulla me lo porto sulle spalle, tanto comanda Lui!

Giorgio Linguaglossa

Una poesia inedita da La notte è la tomba di Dio.

«Come si fa a catturare il nulla?»

Fece alcuni passi avanti e indietro.
Girò in tondo, in senso contrario all’ordine del tempo,

per la stanza soffiandosi il naso e starnutendo.
Una gardenia sullo sparato bianco. Brillava.

Frugò nell’armadio, esaminò con attenzione tutti i cassetti,
gettò all’aria camicie, calzini e polsini.

Poi, afferrò una sputacchiera degli anni sessanta,
ci spense il torzolo del sigaro toscano

e mi osservò da dietro il fondo di bottiglia degli occhiali.

«Come si fa a catturare il nulla? Semplice, rinunciando a volerlo catturare, facendo un passo indietro rispetto al linguaggio, facendo un passo indietro rispetto all’io plenipotenziario… questo Volere Potere di cui è piena la pseudo poesia e la pseudo arte dei giorni nostri, questo voler mettere delle «cose» dentro la poesia lo trovo puerile oltre che supponente, la supponenza degli imbonitori e degli stupidi; questo voler fare delle installazioni del nulla lo trovo un controsenso, il nulla non si lascia mettere in una installazione, non lo si può inscatolare e mettere sotto vuoto spinto. Il nulla non si può conservare in frigorifero, non lo si può mettere in lavatrice o nella centrifuga, non lo si può nominare, non ha nome, non ha un luogo, non ha un mittente né un destinatario, non è un messaggio che si deve recapitare. Il nulla non è Dio, non c’entra niente con Dio. Il Nihil absolutum non è ed è al contempo. È ciò che assicura la sopravvivenza dell’essere fin tanto che l’essere ci sarà. Il nulla non abita lo spazio-tempo. Piuttosto è lo spazio-tempo che abita il mondo grazie alla generosità del nulla.
Una poesia che non dialoghi con il nulla, è una para-poesia o una pseudo-poesia».

 

Mario M. Gabriele

«La notte è la tomba di Dio».

Basta questo verso che per me ne racchiude cento, per entrare di diritto, caro Giorgio, nella Nuova Ontologia Estetica. So che stai pensando ad una Antologia di questo genere. L’impresa è difficile, con gli stessi problemi che incontrarono Guglielmi e Sanguineti quando presentarono I Novissimi. Ciò che importa, una volta superati certi ostacoli,è di essere presenti nella Storia delle documentazioni poetiche che si sono alternate, lasciando il segno. Mi auguro,come tutti gli Amici, degni di questo Progetto, che anche la Fortuna ci dia una mano. Auguri.

Francesco Paolo Intini

SPALLE AL MURO

Si poteva scrivere diversamente e farne un poema ma non si cambiò
Organesson per un volto di Re.

Furono decisi a inventarsi una discendenza.
Tanti per il martirio quanti per la forza dei chiodi.

Ulivi più densi nel torcersi il corpo
E schernimento per i mari da creare.

Continuarono a riempire caselle con elementi umani, torce che si spegnevano al passaggio dell’io. Così concordi nel tradire i millenni.

Elemosinare con la tensione di domani,
il cuore in un martello che percuote il Sahara.

Pantheon e acciaio stesi sul muro
Grondano lo stesso sangue di venti secoli di storia.

Il Bene sottratto ha bisogno di un nome.
Non si può desistere dalla ricostruzione delle mura.

Ci sono gallerie che crescono nel letto di sposo,
mentre l’amore resiste.

Idrogeno dopo idrogeno.
Ha il sapore di mammella nella bocca.

Metallo nobile circola nelle lenzuola
Fusione e dolcezza negli occhi di ottobre.

Per troppo tempo il conto è partito daccapo
Si tratta di lasciare il male seppellire il male.

Ora tocca al diamante. Come potrà evolvere
Se c’è Serse a turbare il Partenone.

O inquieta la mente
Uno zero perfetto.

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21 risposte a “Roberto Terzi, La storia dell’essere è alla fine, L’Ereignis, l’ultima Figura del pensiero, Il Geviert, la Quadratura, La Pop-poesia, Poesie inedite di Mario M. Gabriele, Giorgio Linguaglossa, Francesco Paolo Intini, L’Oblio della Memoria quale ultima figura dell’Oblio dell’essere, L’Oblio dell’oblio,

  1. Guglielmo Peralta

    A proposito del nulla, questa mia poesia

    IL VOLTO BUONO DEL NULLA

    Si squarcia oltre il visibile
    la caliginosa coltre
    se lo sguardo trasogna
    e gravido di stelle
    illumina la notte
    Là dove tutto tace ed ombreggia
    come un sole irrompe
    il pensiero e dall’assenza
    sorge una forma
    si distende la materia
    Creare è sognare
    l’Impensato
    che da infinita distanza
    si svela e si dona all’Aperto
    Nel flusso di luce
    dimora un’altra vita
    si schiude nel frutto che matura
    ogni essenza
    e mi raccolgo e mi addentro
    nell’essere delle cose
    E benedicendo
    l’Increato
    contemplo nello specchio del mondo
    il volto buono del Nulla

  2. antonio sagredo

    “Se la metafisica è stata caratterizzata dall’oblio dell’essere e dalla sottrazione di ciò che destina l’essere, quel che viene meno ora, in un certo senso, è l’oblio dell’oblio, l’oblio di questo ritrarsi dell’evento: il raccogliersi del pensiero nell’evento equivale pertanto alla fine di questa storia della sottrazione. […] ”
    Non male, questo Terzi Roberto
    ———————————————————
    poiché ho inaugurato la risposta in versi,
    in versi ritmati a ufo io rispondo
    —————————……………..———————————————–

    Fu il non sereno vivere l’inferno
    a maledire gli uccelli cantori delle stagioni estive
    quando i sordi suoni dei boschi e dei mari
    straziarono le rive, le dissonanze di luci astrali.

    Stordito da rifrazioni di mattini insidiosi,
    ascoltavo i canti di tutte le creature
    sulle rocce salate, e il calpestio marino
    dei remi sui tramonti… e fuggire volevo dalle città
    necropoli a perdifiato, a polmoni slacciati!

    I miei canti austeri caddero come rigide muraglie,
    disertai allora i campi di fuoco e le glorie,
    ma dietro ai miei passi di carta e di stracci
    era tutto il mio secco rifiuto dei passati!

    Oltre limiti mai esistiti io dovevo aver amato
    e regnato con povertà di spirito tra brindisi
    di ciarle e spumose coppe… e smeraldino oblio!

    a. s.

    Roma, 1969/70
    ——————————————————————————–
    Senza fine

    Quando attratto per ogni dove mi ritrovai malato di battelli
    e i viventi prestavano un sorriso ai morti per il tempo di leuca
    fino alle ceneri le nostre parole mi risposero con uno sberleffo
    dietro la quinta dov’io svernavo con tutti i miei affanni i gesti e

    le parole. Accompagnatemi, nastri funebri! Anche i corvi sono fuggiti
    dai cipressi sotto neri cieli dopo le aurore! Gli stendardi di carni
    come risacche straziati da tramonti in fuga e i marosi sulle rocce a picco –
    banderuole di lacrime dei venti e le rose sfatte sui moli dell’oblio.

    Cremate la musica, le note e i suoni all’ora sesta nel patio
    perché la guerra di Troia non è finita e chi ha perso lo ricordo
    bene quando sulle rive lasciaste astragali che sparlavano di vaticini
    e i vermi a squarciagola: a quando, quando l’immortalità alla Morte?

    Antonio Sagredo
    Maruggio-Brindisi, giugno 2016

  3. un ulteriore passo. doble. un fiato enorme.
    hai detto o no che è eterno il presente?

    e che ci fai allora con quella lente in mano?
    con questo spazio che continua, la storia

    ingrandita ad arte e un microscopio puntato sopra un calco?
    hai letto ancora. hai accompagnato la virgola nel gorgo,

    il punto esclamativo dentro l’attico, la stanza ammaestrata
    sopra un puntaspilli. disotterrato, un frego sottile che ride sopra versi.

    Grazie OMBRA.

  4. Una margherita spunta fuori dal cappello a cilindro
    Il pubblico pagante applaude e scappa via

    Nel camerino Mauro Pierno si strugge al di là del trucco
    «NOE… non NOE… NOE… non NOE»

    Assediata, la prima profezia
    lascia i piedi fuori dalla tenda.

    Le stelle sono torsoli di mela
    il muso della scrofa ha gli anni luce contati.

    Alla fashion week si denuda il duomo di Monreale.
    Dolce&Gabbana ripiantano il carrubo sul tesoro di monete disperse.

    Sofia ha scoperto i videogiochi splatter
    «guarda: il sangue schizza dappertutto, con tutte le tabelline.
    Domani aiuterò la maestra a darsi lo smalto sulle unghie»

    La sveglia delle 20.30 segnala che la donna d’altri è rientrata in casa.
    Da due anni Tomek posiziona il telescopio alla finestra.

    – Si, è stato dimesso, col divieto assoluto di osservare chicchessia
    è un amore calcaneale e non può essere operato.

  5. Sono in equilibrio sull’asse delle ordinate.
    Rimettiamo tutto nell’astuccio.

    Il semplice compimento di tanta teoria è una condivisione univoca.
    Per mio conto, leggendoci , in questi anni, ho realizzato la liberazione dalle congetture della produzione poetica individuale. Percepisco contraddittoria
    una propria produzione nel fronte NOE.
    Capisco interventi che diventano studio, immagino singoli numeri di approfondimento.Che diventano supporto cartaceo.
    Una rivista di poesia è basta. Un mezzo comune per eccellenza. Che scruta, analizza, cataloghi, il cambiamento poetico in atto.
    Una rivista di sole antologie…

    GRAZIE OMBRA.

    • …rinunciare alla produzione individuale. Emanciparsi dal curriculum. In questi termini ho inteso la partecipazione sull’Ombra.
      Questo è il tempo. Immagino un solo grande spazio poetico elettronico. Solo ed unica espressione interattiva. Serrare le fila.
      La Poesia su un solo ed unico grande spazio di
      produzione nazionale. Se devi scriverla devi farlo esclusivamente sull’Ombra. Un contratto di esclusività. Ragionar portando.
      La manifattura elettronica poetica. Una ciabatteria. Un estemporanea istallazione poetica.
      Sola ed unica.

      Mi ho spiegato?😁

      GRAZIE OMBRA.

  6. antonio sdagredo

    Ma è necessario ricordare a tutti che l’essere e la sua storia sono stati dichiarati “finiti” un secolo fa, e da un autore inclassificabile ancora:
    James Joyce che ribaltando Shakespeare (e solo lui poteva farlo) scrive :
    non più l’essere non essere, ma “l’avere non avere”.
    Tale ribaltamento rappresenta una rivoluzione anche per il mondo scespiriano e per tutto il teatro e la sua storia successiva, e di questo se ne appropria un autore-attore salentino (C. B.) che dopo aver sintetizzato tutte le avanguardie teatrali storiche e non, e dalla metà del secolo trascorso fonda il “teatro della sperimentazione” che coinvolge tutte le arti.
    Il Nulla non esiste e tutto il resto è delirio.

    a.s.

    • Un abbraccio carissimo Sagredo.

      Non intendo rinunciare allo scambio attivo di versi, che è la sacralità del teatro, come giustamente sottolinea. Ma consacrare,questo si , ogni atteggiamento poetico alla sola produzione estemporanea di scrittura. Se poesia esiste è ora è presente, qui e non altrove.
      Perseguire il “non avere”.
      La faccio breve. L’esperienza solitaria della poesia è retaggio dell’io del secolo scorso.
      Sfociata in una poesia curriculare. Bisognerebbe
      accelerare questo percorso di confronto.

      Più antologie da confronto…le sole produzioni possibili, ora…
      …Grazie OMBRA…

  7. antonio sagredo

    “rinunciare alla produzione individuale. Emanciparsi dal curriculum. In questi termini ho inteso la partecipazione sull’Ombra.”
    Gentile pierno,
    non si può rinunciare a scambiarsi versi: è il sale della Poesia. Già ai tempi dello “stil novo” questa pratica era diffusissima e lo stesso Dante vi partecipava entusiasta. E’ anche una sorta di tenzone diretta a tutti: ai competenti in poesia e agli incompetenti in poesia (il 99%). E’ anche una gioia partecipare, è un farsi conoscere e valutare gli altri per valutarsi,
    p.e. la poesia metafisica inglese si regge proprio su questo scambiarsi, questo duellarsi… dica a Shakespeare – che visse di tali duelli poetici -di rinunciare e gli arriverà uno sberleffo!

    as

  8. Francesca Dono
    ci tocca nominare il Nulla

    si pensi a un vestito di lana
    Alla corda cibata dai corvi

    Le foglie si ripetono compatte
    Fshh & scrash di qualcosa in movimento

    Gorgo/ Fiaccolata d’acqua
    Impianto di una rapida marea autunnale

    I bambini fuggono
    Le madri sospirano sui muri capovolti

    Dall’indolenza delle ossa
    Ci tocca nominare il Nulla

    Una tazza di latte
    La “Wisteria Nutt”al posto del filatoio senza tempo.

    Il filatoio invece della tazza selvaggia
    Mr. Crocodile prepara la musa ad ogni minuto

    Modalità : forse -a volte- mai
    La brezza in due pallottole antiche

    Un vaso di crisantemi sotto le stelle

    /…/

    Ogni parola combatte l’interno del corpo
    In sacchi di coriandoli

    Va bene estrarre l’ala piegata
    Masticare e sputare

    Da occidente nessuna notizia
    Il bonsai sembra una radice inquietante

    Rabdomante di occhi a fiato corto

    /…/

    La coltivazione si estende per chilometri
    Grido o holiday dell’infezione

    Caduta dal muschio
    Da ora in poi posto dell’orrore

    La signorina Pearl lo chiama:. buco di Anubi
    Materia triste

    Il vestito è morto il 25 Giugno 3040
    A Glasgow

    Folklore di un canto emigrato in tedesco
    Accorrere al fiume

    Infilare l’ultimo delitto nelle branchie di cento pesci
    Technè del flusso oblungo

    Al-shahb iurid
    Il sogno divora bianchi conigli dagli astucci dei corrieri nuvolosi

    Grazie di cuore

    Quanto costano i petali delle rose?
    Iperbole di cenere

    Nell’ossigeno
    Le sarte cuciono l’eterno

    Bordi porpora attraverso le pagine
    Si prega di non disturbare il secolo che sorride

    /…/

    alla fine niente trabocca dal tamburo/ Il baratto -Mr. Crocodile / Le maschere di pergamena attorno al vestito /Anche ieri la luce ha turbinato e poi si è schiantata al suolo/ Non ascoltata/ Un inganno/ Guardare l’alfabeto del cobra siderale/Il licantropo sul Nilo/ La catena abbraccia il cerchio due volte/ Senza grazia/

    • I versi della Dono hanno orizzonti sovrapposti. Una lettura differenziata di molteplici ascisse.
      La Dono è la Dono.🎩
      GRAZIE OMBRA.

    • Mario Gabriele

      Sei entrata nel distico con la velocità di Jesse Owens.

      • Talìa

        Francesca Dono ha un dono, non vi è dubbio.
        La sua capacità versificatoria cresce di giorno in giorno.
        L’astrazione raggiunge livelli inaspettati e interessanti, ma è come se ancora cercasse di piacere e di compiacere: “Rabdomante di occhi a fiato corto”.
        “La signorina Pearl lo chiama” è un inserto Mario M. Grabriellano, non che sia una pecca, anzi, ma è un già detto.
        Invece: “I bambini fuggono/ Le madri sospirano sui muri capovolti” ci pare dica qualcosa di molto attuale.
        Quanto a questo verso: “Il vestito è morto il 25 Giugno 3040
        A Glasgow”, ci chiediamo che cosa significhi, cosa significa la data 3040. Bisogna aspettare il 3040 perché il vestito sia definitivamente morto?

        Bisogna sempre ragionare su quel che si dice, in poesia.

        Non ce ne vogliano gli autori che hanno una certa influenza.

        Ah, le maiuscole all’inizio di ogni verso ci piacciono.

        • caro Talia , la caratteristica dell’essere è entrare in contraddizione ogni tre per due (già detto e ripetuto migliaia di volte in altre sedi,, ma non importa).Il vestito è morto . Dove? Ovunque e per sempre in questo anfratto di vita massificata. Rimandi, , Talia, rimandi e luoghi senza tempo. Ahhhhh.Ecco . Sono l’ultima persona a questo mondo che aspira a piacere agli altri. Diciamo:me ne frego molto . Non m’interessa . Sono quella che sono e cioè un niente. Punto. Grazie per la tua lettura. Spero s di non raggiungere mai l’eccellenza in poesia. Non amo la perfezione. Ciò che scrivo sarà sempre limitato e sospeso nell’incertezza. Abbastanza imperfetto da sembrare quasi vero. Bravo Giuseppe;sei riuscito a farmi scrivere un commento ……….Saluti NOE

          p.s.
          lIl verbo copiare è un infinito mediocre…..

      • caro Mario, ho preso un somaro per cavalcare…. Solo così si avanza nei vicoli del labirinto….

  9. antonio sagredo

    la risposta della Dono è pertinente. Grazie

  10. Un abbraccio, grande OMBRA.

  11. Talìa

    Ad A. Sagredo

    La metafisica è la stessa sostanza della poesia?
    Domanda Amelia, per il poeta che verrà, se verrà

    Che amerà ancora l’evento e ne sarà amato
    Che parli ancora di poesia come Eliot – in piazza

    Giorgini con la custodia blu degli occhiali
    E la deframmentazione dello ScanDisk a portabilità

    E tu – perché un tu ci sta – potresti chiudere
    Con Andreevna e riprovarci ad aggiornare la memoria

    Con la metafisica che ha tante sabbie da raccontare,
    Senza la metafisica che ha tante storie da raccontare,

    Come dice Dino, a Boboli, in un giardino autunnale?

  12. Talìa

    Abbiamo, hanno, dato un premio nobel.
    A me pare un fake ante litteram.

  13. Ancora nel 1966, anno dell’intervista a Montale in trattoria, il poeta italiano poteva affermare tranquillamente che non ascoltava mai la radio e non possedeva la televisione. Io mi limito ad osservare che la nuova poesia, la «nuova ontologia estetica» non potrebbe essere nata senza la piena immersione nella civiltà mediatica. Oggi, se ci si pensa un attimo, non è possibile in alcun modo rifugiarsi in un angolo oscurato della civiltà mediatica, siamo tutti, volenti o nolenti, in qualche misura intaccati ed influenzati dal mondo mediatico. La metafisica di cui qui si parla non è un optional che si può rifiutare e da cui ci si può difendere con una resistenza, una ostruzione, la metafisica è l’essere che si dispiega e che giunge alla sua fine annunciata. In altre parole, la fine dell’essere è già stata segnata dall’insorgere della civiltà mediatica. Non volerne prendere atto, è, appunto, un atto di cecità oltre che di stupidità.
    La NOE è l’attuale e il futuro della poesia perché implica l’accettazione di misurarsi con il mondo mediatico.

  14. …adesso vabbe posso chiederlo.
    Ma perché la Dono non è all’interno della
    Antologia Americana?

    GRAZIE OMBRE.

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