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“Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi”, Conversazioni  con narratori e poeti di Paolo Di Paolo. Lettura di Marco Onofrio

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Viene in mente, sfogliando Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi, di Paolo Di Paolo (Laterza, 2007, pp. 208, Euro 14), il concetto di “leggibilità del mondo” analizzato qualche anno fa, in uno splendido e corposo saggio, dal filosofo tedesco Hans Blumenberg. Il mondo come libro da “leggere” con gli occhi e con i piedi, viaggiandoci dentro; ma anche, specularmente, il libro come mondo da esplorare: entrambi da sentire con la pienezza esistenziale del corpo, nel tempo che scorre, attraverso i sensi ordinari o misteriosi “sesti sensi” che veicolano l’irripetibile magia di certi attimi, di certi “contatti”. Come quelli con i diciannove scrittori (Camilleri, Campo, Culicchia, A. Debenedetti, Capriolo, Marcoaldi, Petrignani, Petri, Fusini, Affinati, Mazzucco, Riccarelli, Gamberale, Trevi, Maraini, Anedda, Covito, La Capria, Tabucchi) che Di Paolo, viaggiando a sua volta (da Roma a Parigi, da Torino a Lisbona), ha raggiunto e incontrato nei luoghi reali e mentali del viaggio. Ed è davvero con tatto che egli li avvicina, mettendoli nelle migliori condizioni per rivelarsi, in quanto scrittori, viaggiatori, uomini. “Ogni viaggio è un romanzo”, dunque: ma anche ogni romanzo è un viaggio – di parole, attraverso le parole. La scrittura è un viaggio fuori dal tempo e dallo spazio, dice Antonio Tabucchi. Un viaggio da fermi, magari nel chiuso di una stanza, con un libro in mano. Tutti i viaggi possibili, tutte le nuvole del cielo, tutte le «voluttà vaste e cangianti e sconosciute» sono racchiuse nei libri. Nel loro riflesso di carta scopri città o paesaggi sconosciuti e immaginari, pensieri mai concepiti, fantasie e rapporti mai scorti in precedenza.

Edward Hopper Compartimento C vagone 293

Edward Hopper Compartimento C vagone 293

Ogni viaggio è un itinerario simbolico di conoscenza: una forma misteriosa che si disegna dinanzi a un occhio spalancato sul mondo, un occhio-mondo che si trasforma, che aderisce alle nostre identità. Ci sono forti corrispondenze tra libri e paesaggi: paesaggi di libri e libri di paesaggi. Distinguiamo così tra una geografia fisica (esterna), che studiamo noiosamente a scuola e che impariamo ad amare solo quando, poi, i viaggi li facciamo per davvero; e una geografia sentimentale (interiore): una psicogeografia che trovi censita attraverso i libri, letti come mappe e atlanti delle emozioni, dove trovi il confine infinito delle u-topie, dei luoghi che non esistono; le luci diafane di certe contrade, pregne di un mistero remotissimo e immanente; la forma diafana delle città invisibili: ma anche, più semplicemente, gli angoli nuovi di ciò che normalmente conosciamo. Com’è dunque questo viaggio che esce fuori dagli occhi e dalla viva voce degli scrittori? Certamente molto diverso dal surrogato di esperienza che ci propone il turismo di massa, quello dei villaggi e dei tour operator, dove tutto è preconfezionato, organizzato, tempificato, e scorre indifferente, senza lasciare traccia. Il viaggio degli scrittori, invece, esce dalle logiche perverse della globalizzazione: permette così di comprendere che il mondo «è grande e diverso. Per questo è bello: perché è grande e diverso, ed è impossibile conoscerlo tutto». È un viaggio lento e senza tempo: può così sedimentarsi, lasciando tracce nello sguardo, echi nella mente, curve di silenzio dentro al cuore. È il viaggio che si rivela nel suo potere gnoseologico ed epifanico, per cui un dettaglio di sfumatura (magari il rumore della pioggia sui vetri, un odore, una musica, una luce) si accende, si impone sullo sfondo, si illumina e illumina a sua volta, sicché – per suo tramite – il mondo tutto finisce per manifestarsi. Può contare più l’alberghetto senza nome che il reperto millenario; così come, nella ricerca storiografica, più il “documento” di vita che il conclamato “monumento” che rappresenta.

Paolo Di Paolo ogni viaggioÈ un viaggio, quello degli scrittori, che obbedisce ad esigenze interiori di conoscenza, di scoperta, di evoluzione. Non come “fuga dal mondo”, ma come tramite e forma di una più profonda relazione con esso. Il viaggiatore, infatti, si porta dietro il suo mondo come in un guscio di lumaca (Ugo Riccarelli), ma si lascia implicare dalla “dispersione” inevitabile che il viaggio, quando è esperienza autentica, comporta. E così, nella trasformazione, «si dimentica di sé» − dice Franco Marcoaldi − e diventa «un Nessuno che aderisce alle pieghe del mondo, diventa gli alberi che vede, le montagne che scala, i nuovi cibi che mangia, le persone che incontra». Lo scrittore si disperde ma anche stranamente si raccoglie nell’identità fisica e metafisica del luogo: diventa la sua “carne”. Capisce così quale straordinaria, luminosa costellazione di senso si apra, a mo’ di gemma, in ogni centimetro quadrato del pianeta. Può allora provare, come Rossana Campo a Parigi, l’esperienza “estatica” di entrare nel corpo della città, di “esplodere” per diventarne parte. Una passeggiata per le strade di Parigi può operare una “trasformazione alchemica”: nutre la mente e droga l’immaginazione. Ancora più esaltante può essere l’esperienza di spaesamento: l’arte di smarrirsi di cui ci parla Walter Benjamin. Provare fino in fondo, fino ai limiti del caos, o del panico, la rischiosa libertà della non-appartenenza: sentirsi sempre e dovunque un po’ stranieri. Trovarsi ad esempio in un Paese lontanissimo, senza contatti, senza conoscere la lingua (neanche una parola), senza denaro, camminando per dove non si sa. Immergersi nella folla, nella marea umana. Leggere libri di vita negli occhi della gente. Raccogliere storie. È proprio dello scrittore (e del lettore suo vicario) questo guardare noi stessi con gli occhi degli altri: questa capacità camaleontica di essere l’altro, di dare se stesso all’altro. Oppure viaggiare per improvviso impulso, per divenire prossimi alla vita e obbedire intensamente al suo richiamo. Prendere il primo treno che parte, senza motivo, senza conoscerne la destinazione. L’irrequietezza del viaggiatore è la divina curiositas: inquietudine e nostalgia di chi cerca casa, di Ulisse che parte sempre per ritornare (o torna per ripartire). «Le città», dice Giuseppe Culicchia, «cominci a capirle davvero solo quando te ne vai. Hai bisogno di allontanarti molte volte, per vedere meglio ciò che avevi vicino».

Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years - 1915 to 1923 - to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, ...

Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years – 1915 to 1923 – to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, …

I viaggi come avventure dello sguardo e della mente: scoperte sentimentali, pellegrinaggi, risarcimenti. Ma ci sono anche le “false partenze” di cui parla Raffaele La Capria, uno per cui «il viaggio più avventuroso si può compierlo anche dentro casa. O appena fuori». I viaggi come occasioni mancate: perché qualcosa sfugge sempre, e allora bisogna ritornarci, come rileggere un libro. I luoghi dove non andremo mai, o quelli dove non andremo più. I luoghi che sogniamo da una vita e «prima o poi ci vado» (ma davvero non si parte mai). Che peccato sarebbe non vedere, morire senza aver visto le spezie e le perle da raccogliere lungo il cammino, e i colori, i profumi, gli oggetti, gli incontri: quel che non cerchi e che trovi per caso, al di là della mappa o della guida turistica. È nelle terre di mezzo, nei luoghi di confine, nei dettagli e negli interstizi: è lì che si svela l’essenza metafisica delle cose, il nucleo profondo della realtà. Il viaggio cattura e libera lo spazio dell’identità, della libertà, del senso delle cose: uno spazio che sono proprio gli scrittori a difendere, perché hanno e si danno il compito di custodire le cose dalla morte. La scrittura, infatti, è il più libero e avventuroso dei viaggi. Scrivere è un altro modo di camminare: un passo dopo l’altro, una parola dopo l’altra: e le raccogli lungo il percorso come le briciole di Pollicino.

Richard Tuschman interno

Richard Tuschman interno

Abitando le pagine dei libri, poi, si finisce per abitare e amare un luogo leggendo, da cui il desiderio e/o la scelta di andarci a vivere. Ma non è questione di distanza: può stupirci più una passeggiata di cento metri che un viaggio intercontinentale di tre mesi. Dipende dallo sguardo. E lo sguardo si trasforma attraverso il viaggio: nella realtà fisica del mondo come in quella immateriale della scrittura. I libri orientano, allenano, educano, potenziano il nostro modo di guardare alle cose. Ci spingono a compiere un viaggio di pensiero. Insegnano a pensare. I libri non finiscono mai, anche quando chiudi l’ultima pagina. Continuano ad abitarci nella testa; lavorano silenziosamente; ci spingono a crescere, a cambiare, a crescere. E gli scrittori incidono il senso dei luoghi: cambiano per sempre il modo di guardarli. Dopo aver letto Joyce, visiteremo o abiteremo Dublino in modo diverso. Ci sono autori e libri che ci fanno da guida, che avvertiamo congeniali al nostro passo, come buoni compagni di viaggio. I libri ci danno la possibilità di viaggiare dentro le persone, nei loro sentimenti; di attraversare quelli che Calvino definisce “livelli di realtà”.

Stefano Di Stasio

Stefano Di Stasio

La scrittura è un tapis roulant che ci trasporta attraverso gli universi paralleli. Pensiamo con emozione ai viaggi infiniti che potenzialmente ci attendono in una biblioteca! O al viaggio dei libri usati, saturi di vita, quando, con ansia di scoperta, li rovistiamo nelle bancarelle: le mani e gli occhi che li hanno incrociati, il tempo e le case e gli scaffali delle librerie attraverso cui sono passati per arrivare a noi… Anche questo libro di Paolo Di Paolo è – ovviamente – un viaggio: un viaggio attraverso il viaggio degli scrittori, che a sua volta si produce attraverso il viaggio della vita, loro e di tutti. Noi e il mondo viaggiamo dentro i libri, che a loro volta viaggiano nel mondo, attraverso noi. È un viaggio simultaneo e senza fine, che percorre migliaia di luoghi, pieno di proposte, spunti, biforcazioni, alternative, finestre da cui affacciarsi per ingoiare con lo sguardo panorami. E fa venire voglia di partire, leggere, diventare: voglia di essere ciò che siamo e sognare chi non saremo mai.

Marco Onofrio

Marco Onofrio

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Ha pubblicato 22 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (2002), Autologia (2005), D’istruzioni (2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (2013). La sua produzione letteraria è stata oggetto di decine di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009), il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). È intervenuto come relatore in presentazioni di libri e conferenze pubbliche. Nel 1995 si è laureato,  all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche di carattere culturale presso Radio Rai, emittenti private e web radio. Ha scritto prefazioni e pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

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A proposito della “Palude degli scrittori” di Franco Cordelli – “La silenziosa «casta» degli scrittori dove tutti sponsorizzano gli amici” di Paolo Di Paolo

books 5sulle repliche al pezzo uscito su «la lettura» di Franco Cordelli.
L’articolo di Cordelli ha fatto venire allo scoperto le conventicole alla base della letteratura italiana di oggi. Ecco perché, nelle risposte, prevale la frustrazione

L’articolo di Franco Cordelli su «la Lettura #131» di domenica scorsa, intitolato «La palude degli scrittori», ha generato diverse polemiche. Dopo la risposta di Gilda Policastro, di Paolo Sortino, di Raffaella Silvestri, di Andrea Di Consoli, di Gabriele Pedullà, e di Alessandro Beretta, ecco la replica di Paolo Di Paolo, scrittore (il suo ultimo libro è «Tutte le speranze. Montanelli raccontato da chi non c’era», uscito per Rizzoli)

Milano, 3 giugno 2014

il poeticidio dei libri di poesia

il poeticidio dei libri di poesia

Se l’articolo di Franco Cordelli, da cui tutto è partito, era spiazzante e perciò anche divertente, la gran parte delle reazioni non lo sono state: lamentose, lugubri, contorte. O peggio ancora: opache. Viene il sospetto, a leggere certe repliche in rete e alcuni degli interventi ospitati da Corriere.it, che alle categorie istituite da Cordelli ne mancasse ancora una: quella degli «involuti». Nel senso che si ingarbugliano, fanno pasticci con le parole, usano l’italiano senza disinvoltura, forse perché non lo amano fino in fondo, e lui, l’italiano, gli si rivolta giustamente contro.

E dove sono, tra i senatori, Arbasino, Maraini o Debenedetti?

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Partiamo dal presupposto che si tratta di una polemica per «addetti ai lavori», come si diceva un tempo: ebbene, se posso considerarmi tale, io non ho capito oltre metà dei ragionamenti opposti a quello di Cordelli. In fondo, molto in fondo magari, la sostanza era però quella più biliosa e indicibile: la frustrazione. La spinta istintiva e umanissima, da esclusi, a puntare i piedi. Tradotta più o meno in questi termini: «lasciando da parte che Cordelli non mi ha inserito, vorrei sapere perché non ha inserito nemmeno x e y, che peraltro sono amici miei stimatissimi». Ma così il gioco non finisce più. Io stesso avrei obiezioni: perché, al di là del suo valore, c’è Giordano, se Cordelli dice di aver escluso i «troppo percepiti»? E dove sono, tra i senatori, Arbasino, Maraini o Debenedetti? E Mazzucco, vitalista moderata? Celati non dovrebbe passare nel gruppo misto? E il dissidente Maggiani, autore di un pamphlet definivo e violentissimo sulla generazione dei cinquanta-sessantenni? Comunque.

Paolo Di Paolo

Paolo Di Paolo

Solo un premiuzzo può tirarci un po’ su di morale

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Un «ispettore del commercio librario» nella Parigi del 1750 aveva registrato in città, attivi, 359 scrittori, tra cui Diderot e Rousseau. Oggi, anno 2014, sulla sola piattaforma di self-publishing ilmiolibro.it gli scrittori attivi sono oltre 20mila. Il punto è questo: la macro-categoria che include tutte le altre proposte da Cordelli è quella che va sotto l’aggettivo «frustrati». Lo siamo, inclusi o no, praticamente tutti. Frustrati perché siamo troppi, perché il cosiddetto mercato non si allarga ma resta lo stesso o si contrae. Frustrati perché le recensioni non escono e comunque non servono, i libri passano in libreria per un mese e scompaiono. Paolo Di Paolo

Frustrati perché – ci diciamo – l’editore non si impegna. Frustrati perché lo cambiamo e, nonostante questo, le cose non cambiano. Frustrati perché sentiamo che il nostro romanzetto non riesce a farsi largo, e che solo un premiuzzo può tirarci un po’ su di morale, o l’alleanza di qualche simpatico amico a cui ricambieremo il favore. Nessuno ammetterà che funziona così per tutti (salvo quei cinque o sei baciati dal vero successo commerciale), e proprio perché non lo ammetterà nessuno, è vero.

Un autore su ilmiolibro.it sponsorizza un suo compagno

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Navighiamo tutti a vista, sempre meno convinti, sempre meno «puri», sempre più affannati e stanchi e in alcuni casi cattivi, risentiti. E tutti, praticamente tutti, caro Cordelli, «poco percepiti». È la tribù a salvarci: qui Cordelli ha ragione. Fino a trent’anni fa c’era l’unica grande tribù della letteratura, riconosciuta da una élite, certo, ma più solida e dai contorni più definiti. E lì convivevano (si fa per dire) i diversi: Calvino e Moravia, Bassani e Morante. Si guardavano a vicenda, dialogavano, si tenevano d’occhio, ma erano soli. Maestosamente soli. Nella palude letteraria in cui siamo condannati a stagnare, ci si tiene d’occhio solo fra amici. Su Facebook se ne ha la triste certezza: ci si sponsorizza a vicenda, ma solo in una ristrettissima cerchia. Un autore pubblicato su ilmiolibro.it sponsorizza un suo compagno di strada pubblicato su ilmiolibro.it, Cortellessa mette nell’antologia i suoi amici, quell’altro posta la recensione appena pubblicata allo straordinario esordio del suo ex compagno di scuola.

addio alla lettura

addio alla lettura

Siamo patetici, ma meglio far finta che non sia così

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E così avanziamo, nell’illusione che il mondo sia quello che vorremmo che fosse, una ghenga composta di zie, di mamme, dei compagni di merende; ci facciamo forza così, salvo poi puntare il dito sulle cricche altrui. Le conventicole contro cui, in un film di Virzì, puntava il dito un Castellitto professore frustratissimo. Siamo patetici, ma meglio far finta che non sia così. Allora se Cordelli ha un merito è che lui – a differenza di tutti i suoi detrattori – prova a leggere quanto più può, a mappare, a capire, è curioso, anche crudelmente curioso come pochi altri, di tutto, di tutti, degli scrittori di Roma, d’Italia, del mondo, e ingaggia una sfida titanica contro il molteplice, l’universale, pur sapendo che è votata al fallimento. Così, ogni tanto, per fare ordine e per provocare anche sé stesso, sul tovagliolo in un bar o su una pagina della Lettura, prova a tirare giù una mappa. Gli altri, il 90%, continuano a leggersi solo tra vicini, tra complici, hanno già deciso da sempre chi leggere e chi no, hanno già deciso da sempre chi è bravo e chi no, e fanno tanta, tanta tenerezza perché sono come quel famoso cavaliere ariostesco. «Il cavalier del colpo non accorto / andava combattendo ed era morto». Esistono un po’ perché e finché hanno accanto la ghenga. Chi si guarda intorno, chi guarda oltre casa sua, magari non supera la frustrazione, magari si sente più solo, ma almeno resta vivo. Paolo Di Paolo

3 giugno 2014  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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POESIE SCELTE di Massimo  Giannotta  da “Protocolli di Autodifesa” (2014) con un Commento di Paolo Di Paolo SUL TEMA DELL’ISOLA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

Philippe Calandre, Utopie 2, 2013, stampa su foglio di alluminio e a getto di inchiostro, inquadrata con scatola americana

Philippe Calandre, Utopie 2, 2013, stampa su foglio di alluminio e a getto di inchiostro, inquadrata con scatola americana

 Massimo  Giannotta  è nato nel 1949, scrittore, critico, traduttore, vive a Roma e si occupa di editoria, di teatro e di televisione. Collabora con diverse Case editrici e riviste, è redattore della rivista on line ‘Le reti di Dedalus’. Ha seguito alcuni settori del Sindacato Nazionale Scrittori. È fondatore dell’associazione culturale La città e le stelle. Dopo le prime prove: Nostra Patria, 1981; Il Ventre della Notte e Libro di Metamorfosi del 1993; ha lavorato per circa dieci anni alla realizzazione di un itinerario di ‘scrittura sperimentale epica’ costituito di quattro libri: Portolano, 1998; La conta di Lancelot, 1998;  La fortezza marina, 2001 e il Ciclo della crudeltà, 2006. Nel 2009 ha pubblicato: Incerte latitudini. Nel 2014 ha pubblicato Protocolli di autodifesa.  Ha al suo attivo lavori di traduzione da varie lingue e Galassia romana, 2001, ricerca sulla poesia a Roma.

velieri 2Commento: scrittura come navigazione

Ci sono libri che somigliano a cantieri, a officine: come per la città di Tecla descritta da Calvino, ci si chiede, osservandoli, quale sia il senso del costruire, quale il progetto. Gli operai non rispondono, sono troppo indaffarati. Solo quando scende la notte, indicando il cantiere, dicono: ecco il progetto. Così, i Protocolli di Autodifesa di Massimo Giannotta sono a un tempo il cantiere e il progetto.

Da anni, Giannotta persegue solitariamente e con tenacia una forma di narrazione che mescola versi e prose, documenti d’archivio, testi specialistici, epistole: “il riciclaggio, la reinvenzione di materiali ‘trovati’ come oggetti, come reperti, si direbbe talora come relitti” ha scritto Mario Lunetta a proposito di Ciclo della crudeltà (2006). E “relitti” è un termine non casuale, se si considera che al centro del lavoro letterario di Giannotta c’è la tradizione del grande romanzo di mare, la linea Melville-Conrad, la fascinazione per i diari di bordo (ancora in Ciclo della crudeltà, descrive il presente – le notizie funeste, il traffico per le strade della città – come una traversata marittima: «pressione 1024 millibar, in aumento / vento da NNW, mare mosso / Mare di auto lungo le tangenziali».

velieri 1Senza il mare – ma un mare mai solo astratto, mai solo metaforico – è impensabile la produzione di Giannotta: da quel Portolano di mari iperborei (1998), con le sue mappe e rotte, con le sue affascinanti “note di meteorologia”, dove la descrizione dei fenomeni atmosferici finisce per somigliare a un inventario del visibile, con le pagine di calcoli, gli inserti di scienza nautica, alla Fortezza marina (2001), con un Ismaele evocato già nell’incipit, con le «procedure d’imbarco», le istruzioni per il caricamento dello stivaggio e le sue notizie di naufragi, si ha la netta impressione che per Giannotta la scrittura sia navigazione. E se per Conrad nascere è cadere in mare, Giannotta non dimentica mai che come Sindibàd o Robison Crusoe in agguato o alle spalle c’è sempre un naufragio. «Quando feci naufragio sull’isola, dopo aver ripreso le forze, esploravo il luogo dove il mare mi aveva gettato» si legge nella sezione “Storie del porto” in La fortezza marina, e mi pare che centrale sia quel verbo all’imperfetto – «esploravo» –, perché ogni libro di Giannotta è la traccia, il referto di un’esplorazione. Avanza, osserva, prende e riprende le misure, sosta, traccia mappe, ne traccia ulteriori, raccoglie indizi, voci prossime o remote, scruta l’orizzonte, individua un approdo. La struttura stessa del suo lavoro – pensata per “cicli”, per tessere di un insieme ampio – è come l’itinerario di un unico, lungo viaggio. Carico di “incerti” come ogni viaggio – e su questo punto si aprono i Protocolli di Autodifesa, con un prologo-sommario che squaderna al lettore scritture che evocheranno confini, imbarchi, rotte e approdi.

velieri 6La suggestiva cartina degli «itinerari e luoghi della scrittura» disegnata da Giannotta (esperimento già presente in Portolano) ha al centro, in alto, il «mare incognitum»: le linee del viaggio, dei viaggi possibili, in quei dintorni si interrompono. Ai margini in alto e in basso due scritte segnalano «Qui c’è la guerra». E lampi lividi di guerre aprono il racconto: «E i morti? Cosa suggeriscono i morti che non hanno parole?». Sono pagine nervose, scandite da un segnale orario insistente, che offrono una prospettiva dall’alto sulla catastrofe: è come vedere l’Angelo della Storia, l’Angelus novus di Benjamin volare sopra le macerie. «Quando saranno stanche le tue ali – scrive Giannotta –, come sono stanchi i tuoi occhi, non troverai un nido dove posare, non troverai nulla che accolga la tua immensa stanchezza».

 velieri 1I bruschi cambi di tema, e di tono, sono – qui più che nei libri precedenti – il tratto essenziale di una narrazione che procede per accumulo, a strati: il risultato non è un collage, ma qualcosa di molto diverso. Un flusso, una tensione progressiva, un approssimarsi/tendere a (una meta, un approdo appunto: ma quale esattamente?). I versi soccorrono la prosa, le fanno da cassa di risonanza. Su tutto grava un cielo minaccioso, piove, piove incessantemente, e «le parole sono color della pioggia», le città sono flagellate da piogge acide: l’umanità è una folla confusa, caotica, appestata. Anche gli uomini sono navi, o relitti. «Raccogliamo quello che è rimasto e cerchiamo di trasformarci in un’altra nave. Sempre che ci riesca: il tempo è ormai contato». È carico di pietà lo sguardo di Giannotta: «Kyrie, pietà» scrive a un tratto, e riscatta dall’oblio, pezzo per pezzo, il materiale recuperato dopo il naufragio di una ipotetica, novella nave Argo.

velieri 3Protocolli di Autodifesa dilata il tempo e lo spazio, ricongiunge il mito al presente, lo reinventa, recupera storie lontane e notizie di ieri, mescola calcoli, brogliacci, diari, lettere, dialoghi esistenzialisti, dispacci su una grande Peste in arrivo, che il Potere si ostina a negare. Giannotta è un visionario che sfida ogni testo e il suo senso già mentre compone, accumula, riusa, traccia, cancella, poi segna di nuovo. Se il mare si acquieta per un attimo, ricorda; o scrive d’amore. Ma il mare è quasi sempre in burrasca, non sembra amico nel suo maestoso splendore, è il luogo che un giorno, diceva Borges, ci dirà chi siamo. «El mar, el siempre mar», che c’era ed era prima che il tempo si coniasse in giorni, come scrive ancora Borges. «Prima o poi il mare arriva dappertutto» aggiunge Giannotta in una delle pagine più belle e ispirate: «Prima ci pare di sentirlo sciabordare nelle sentine, di percepirne l’odore nei gavoni, come se lentamente salisse entro di noi, o meglio come se inevitabilmente ci trovassimo fatalmente a sprofondare nell’oblio del suo grembo».
Così, chi credeva impraticabile il grande romanzo di mare nel presente dovrà ricredersi: Giannotta l’ha prima smembrato e poi ricomposto a suo modo. E il mare non è più solo il mare, in questa sua scrittura multiforme e burrascosa.

(Paolo Di Paolo)

(Massimo  Giannotta  da Protocolli di Autodifesa empiria, 2014 pp. 158 € 15)

 

massimo giannotta

massimo giannotta

Canzone delle terre di confine

Noi
che camminammo a lungo

tenacemente procedendo

nelle imperturbate solitudini
strette nel gelo
dell’aria cristallina,

da questa altura
da cui lo sguardo spazia

pellegrini
di una ricerca senza fine

cautamente mischiando
dei nostri passi il suono

a misurare solitudini alterne
nelle sere incantate
nascosti dentro la notte
uno all’altra donando
effimeri sospiri.

Ci vedrà l’alba livida
a separarci di nuovo
a inseguire senza riposo le nostre esauste chimere

e sotto la falda del cappello
l’aria tersa del bordo

nel cammino

gelosamente a conservare.

*

Noi che sopravviviamo qui

in questo posto ormai inabitabile
in perpetuo sinistro carnevale
depredato dai saccheggi e dalle scorrerie

dentro questa sorda, insopportabile
macchina di tortura

tra fiori di plastica
e fumi fetenti
frastornati dalle voci degli imbonitori
dai venditori di merce avariata

dove i televisori a tutto volume
chiamano
a comprare, comprare e comprare.

Noi abitiamo qui

ogni giorno
inevitabilmente
dentro il nostro stesso esilio.

velieri 4

CANZONA SCANZONATA
della fine dell’amore

Fiore dipinto
dicevi a tutti che m’amavi tanto
ma non m’avevi mai troppo convinto
Fiore dipinto

Fiore de pianto
l’amore tuo era soltanto finto
a sotterra’ l’annamo ar camposanto
Fiore de pianto

Fiore gentile
doppo che so’ salito pe’ ‘ste scale
nel letto tuo so’ stato fin’ aprile
Fiore gentile

*

Siamo noi
cittadini di città grigie
flagellate dalle piogge acide

sperduti
tra folle che brulicano cieche

in questi luoghi
dove s’incrociano innumeri segrete appartenenze

cupole

in perpetua, sanguinosa lotta tra loro
libera interpretazione della concorrenza

dove s’incontrano in interminabili code
le grigie confraternite dei questuanti
in fila per qualche cosca
per qualche ‘ndrina
per qualche comitato di malaffare

sgomitando
tra i clientes
tra i sanfedisti
i razzisti
i leghisti
i tronisti

il trust dei cavolfiori
il festival del canzone
i principi di dinastie squalificate e indegne
con le loro corone di latta.

in attesa della propria briciola,
del proprio boccone
scegliendo con pazienza
una collocazione tra i parassiti

tra quelli
che di qualcun altro sono più bravi
e sanno fare meglio il mestiere di boia.

massimo giannotta

massimo giannotta

Lune calanti

La luna è mutilata questa notte

come noi

intenti nel ricordo
delle prodighe lune
ricolme come pesche

quando s’aveva voglia di cantare.

 

 

Le stanze del Minotauro

Ritorno per noi non sarà
per noi che penetrammo
nel grembo oscuro della terra

non madre
ma matrigna

a cercare le nere stanze del mostro
con l’azzurro rimpianto del mare
misurando
l’inadeguatezza della lama del pugnale

a cercare la bestia
che, dicono,
si senta bramire orrendamente nel fondo

ma il cui urlo immaginiamo soltanto di udire.

Forse
a noi destinato
il silenzio

mentre l’esile fiamma della lucerna
riesce appena a spartire il buio d’un passo
è dolente il ricordo si Ariadne
rapita dal rosso amore
dall’amore che tutto accende e tutto crudelmente brucia

di cui noi ereditammo
solo la fredda cenere
e l’oscura pena

non il filo
che doveva guidare il ritorno.

 

Terza Luna

Al bar della terza luna

frequentato
da gente poco raccomandabile

accanto al bevitore solitario

al barista assonnato
a cui la donna con la faccia tragica
dice della luna piena

dice
e dice
come in confessione

e forse nessuno l’ascolta

tento di ubriacarmi
ma ho voglia di fuggire

mentre fuori
nell’ombra
una città di tombe aspetta con infinita pazienza

nel plenilunio
sembra che anche i morti gridino

*

Materiale recuperato dopo il naufragio:

Un rotolo di gherlino
Sei braccia di scotta
un coltello spuntato
Un telo impermeabile
Una cappa
Un lacerto di vela
Una banda strappata

Un bugliolo
un remo

Una scatola di emergenza con
. 10 ami assortiti
. un rotolo di lenza,
. un eliografo
. fiammiferi antivento
. un ago da velaio
. filo cerato da vele
. tre razzi di segnalazione

Legname vario
. pezzi di fasciame
. un frammento della falsachiglia
. due bagli quasi completi
. una scheggia della coperta

Un mezzomarinaio
Una sàssola

Una giara di olive
Una scatola di galetta.

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