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POESIE INEDITE di Antonio Sagredo “Poesia – Matematica”, “Ai metafisici inglesi”, “Utopia essere saturnino”, “cinematografo” SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Enrico Baj I funerali del'anarchico Pinelli

Enrico Baj I funerali del’anarchico Pinelli

 (Invitiamo tutti i lettori ad inviare alla email di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com per la pubblicazione sul blog poesie edite o inedite sul tema proposto)

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

de chirico ettore e andromaca particolare

de chirico ettore e andromaca particolare

 Antonio Sagredo è nato a Brindisi il 29 novembre 1945 (pseudonimo Alberto Di Paola) e ha vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove  risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: «Malvis» (n.1) e «Turia» (n.17), 1995, Zaragoza. La Prima Legione (da Legioni, 1989) in Gradiva, ed.Yale Italia Poetry, USA, 2002; e in Il Teatro delle idee, Roma, 2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile.

Come articoli o saggi in La Zagaglia:  Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in Rivista di Psicologia Analitica, 1984,(pseud. Baio della Porta):  Leone Tolstoj – le memorie di un folle. (una provocazione ai benpensanti di allora, russi e non); in «Il caffè illustrato», n. 11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74. (A.   Di Paola) (una carrellata di quella stupenda stagione teatrale).

Ho curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema: Tumuli di  Josef Kostohryz , pubblicato in «L’ozio», ed. Amadeus, 1990; trad. A. Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi:  Edison (in L’ozio,…., 1987, trad. A. Di Paola), e Il becchino assoluto (in «L’ozio», 1988) di Vitězlav Nezval;  (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová).

Traduzioni di poesie scelte di Katerina Rudčenkova, di Zbyněk Hejda, Ladislav Novák, di Jiří Kolař, e altri in varie riviste italiane e ceche. Recentemente nella rivista «Poesia» (settembre 2013, n. 285), per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar Březina- La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Ot. Brezina a Antonio Sagredo),  trad. A. Di Paola e K. Zoufalová.

giorgio-linguaglossa-27-9-2016Commento di Giorgio Linguaglossa

La poesia di Antonio Sagredo è un atto irriducibile che si inserisce nel mondo. Un atto che per incarnarsi deve pescare nelle profondità dell’Estraneo.La sua è una poesia che si assenta da questo e quello, dagli oggetti storici, sembra quasi vivere in un limbo a-storico. Come ho scritto altre volte, l’impiego degli aggettivi (mai dimostrativi o qualificativi di una sostanza) è volto a stravolgere e a sconvolgere la sostanzialità e la stanzialità del discorso linguistico. Sarà bene dire subito che la poesia di Sagredo non è poesia pura, non riposa sull’atto poetico in sé, non abbandona mai i significati particolari delle parole nemmeno quando alza il diapason della significatività fino agli orli dell’incomprensibile e dell’indicibile.
Scrive Octavio Paz ne “L’arco e la lira”: «Un’opera poetica pura non potrebbe esser fatta di parole e sarebbe, letteralmente, indicibile. Nello stesso tempo un’opera poetica che non lottasse contro la natura delle parole, obbligandole ad andare oltre se stesse e oltre i loro significati relativi, un’opera poetica che non cercasse di far loro dire l’indicibile, risulterebbe una semplice manipolazione verbale. Ciò che caratterizza un’opera poetica è la sua necessaria dipendenza dalla parola tanto quanto la sua battaglia per trascenderla».
La parola poetica di Sagredo è fondatrice di un mondo, un mondo surrazionale e incipitario, vuole fondare l’arché, il principio, si pone all’origine della Lingua come se dovesse modellarla secondo nuovi bisogni, seguendo la logica perlocutioria dell’atto fondativo, ma per far questo essa paga un altissimo pedaggio di indicibilità e di incomunicabilità. Sarebbe incongruo chiedere all’atto fondativo sagrediano di porsi nella secondarietà della comunicazione, in essa non c’è comunicazione ma fondazione, non c’è mediazione tra un destinatore e un destinatario ma un atto, come detto, incipitario del senso.

C’è un insieme ballerino e convergente:
sono i numeri dei versi e i versi dei numeri,
curvatura dei versi, curvatura dei numeri.
Sublime finzione l’infinito! La sua maschera… finita!

Solitudine della logica: punto del non-ritorno.
Solitudine del paradosso: punto del ritorno.
Da punto del non-ritorno al punto del ritorno,
dal ritorno del punto al non-ritorno del punto.

Solitudine del punto.
Solitudine del ritorno.
Solitudine della linea.
Solitudine dell’insieme.

L’inizio non ha fine all’inizio della fine!

È un atto poetico che vuole situarsi all’inizio della costruzione della Lingua, in una solitudine assoluta ed eroica. È un atto maniacale e spasmodico, incipitale e magmatico.

Ogni atto «incipitario» è un «atto fondativo». La poesia di Sagredo va letta in quest’ottica: come ogni fondazione di città, traccia il decumano e il cardo e le innumerevoli vie trasversali che li attraversano, anche nella poesia sagrediana si pone il medesimo problema di disseminare i sensi e le direzioni di senso ai fini dell’orientamento nella città del Verbo. Sagredo sa bene che in ogni atto fondativo di parola si cela il teatro della rappresentazione, un rito, un altare (divelto), un logos (rimosso), un messaggio (tradito) ove il parlante è contraddetto e contraddistinto dalla parola parlata. La parola sagrediana assume la forma di una erotecnica, è sospinta da un desiderio di parola che vuole rimettere la parola al centro della scena della rimozione e del tradimento (di qui l’abbondanza nella sua poesia di armi bianche, di scene di tradimento, di sanguinamenti, di oltraggi etc.). La poesia sagrediana è una rappresentazione teatrale di un teatro finto, posticcio, bislacco, è una parola di cartapesta che la abita, una parola consunta e infingarda che guarda con orrore e dispetto al discorso poetico che crede ingenuamente di risolvere il conflitto tra il conscio e il rimosso, tra il tradimento e la fedeltà con il semplice ricorso ad una parola referenziale che tradisce un concetto federativo tra discorso poetico e reale (visto come una serie di oggetti che stanno di fronte al parlante). Primo intento di Sagredo è quindi rompere il patto federativo che lega la parola al referente e la parola al significante, il tacere al parlare, il parlare al tacere visti come soluzioni non accettabili ed insufficienti; secondo intento è rimescolare l’ordine e il disordine delle parole, considerate quali frattaglie algebriche della impossibilità di attingere un senso o una direzione di senso nella città del Verbo. Lo scompaginamento, lo scassinamento e il caos verbale che ne conseguono sono il diretto risultato di un atteggiamento quasi donchisciottesco del poeta che si rivela impagliatore di frasari, fustigatore di parole, allibratore di scommesse perdute…

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

Poesia – Matematica

Finzione matematica, disincanto del numero,
gioia dell’Ordine barbarico…Zero Cardinale,
la Poesia è vera e non si dimostra: è furore dello sguardo!
È fantasia di una potenza che ha numeri reali,

non immaginari, né naturali, sospesa fede incredula…
metafora del numero è il sogno della lingua,
insiemi di luce e luce degli insiemi:
divergenti nella lacrima degli universi!

Utopia di Pierrot: Aritmetica!
Fantasia di Colombina: Algebra!
Capriccio di Arlecchino: Geometria!

Il suono scrive il numero:
curvatura del punto i/n/immaginabile.
La parabola di un punto
non è una linea bene-stante,
ma la sua finis-terrae

Curo i versi perché curo i numeri
sono malati immaginari, e non reali,
ma di naturale hanno la bellezza:
la lingua quasi pura della probabilità.

C’è un insieme ballerino e convergente:
sono i numeri dei versi e i versi dei numeri,
curvatura dei versi, curvatura dei numeri.
Sublime finzione l’infinito! La sua maschera… finita!

Solitudine della logica: punto del non-ritorno.
Solitudine del paradosso: punto del ritorno.
Da punto del non-ritorno al punto del ritorno,
dal ritorno del punto al non-ritorno del punto.

Solitudine del punto.
Solitudine del ritorno.
Solitudine della linea.
Solitudine dell’insieme.

L’inizio non ha fine all’inizio della fine!

(Roma, 17 febbraio 2011)

*

Qabbalah, Circonferenza della Chiave,
Soglia della Prima Luce,
quale cristallo mi sottrae l’Utopia
al mio discernimento?
Come è aguzzo il Verbo che penetra la Lettera
e col Numero genera l’unica Volta dello scibile!
Non ho che un Maestro da espiare – il patibolo
è orfano del boia – che il Dubbio sia
la Mistica del mio Quadrato all’infinito?

Nel regno di Como leggero è il mio passo.
La Visione attende uno spartito estremo,
ma non può la Grazia chiudere un Principio
e il Riso giocare alla rinascenza di un Custode.

No!

La Censura dona alla Lettera quella Soglia
che il Numero rifiuta per un più alto Oblio
di quel Bambino Ignoto che ha nome Conoscenza!

I cavalli di Frisia di quei Campi – in ogni tempo! –
e la mordacchia del terrore – nella sua bocca!

Immacolata Eresia è Innocenza dei Reticoli.
Immolata – all’Innocenza!

(Vermicino, 10/02 – 05/03 2004)

antonio sagredo teatro Abaco 1971 skomorochi

antonio sagredo, il primo in basso a sx, teatro Abaco 1971 skomorochi con A. M. Ripellino al centro

Ai metafisici inglesi

Meglio di voi io so cantare il verme
perché passo il testimone d’alloro
da una Morte all’altra col solo sguardo
di chi un giorno o forse una notte
fece brillare l’armilla, il colore
dell’ombra nel tempo antelucano.

Trascorsi chi sa quanti inverni accanto a quel fuoco
che divorava non bruciando sogni d’amori mai sognati,
speculae di concetti in filigrana, smanie di ossa, riflessi
di perduta carne nei bordelli: tutti, in via dei Crocicchi, i lupanari!
Tredici le stazioni – scosciate! – perché la vagina
del mondo mostrata fosse alle orbite di teschi recidivi.

Il commiato fu chiaro, intenzionale, come una visione
di Blake! – un epitaffio estremo di chi non la vita lasci,
ma l’amplesso goduto come una giovane leggenda,
una batteria di percosse sotto la carnale artiglieria di sordidi capricci.

Bardi gentili, io vi ringrazio dal Regno delle Ceneri,
ma la rinuncia non è la chiave della rassegnazione!
Ancora brucia, brucerà sempre, anche dopo l’inutile
giudizio universale, il sesso di dove morti siamo usciti,
di dove vivi rientriamo… per celebrare, truccati, una commedia!

(Maruggio-Campo Marino, 24/25 luglio 2008)

.
Utopia essere saturnino

Tu sei vicina alla destinazione che ti ho assegnato,
ma non t’abbandona la melanconia di Saturno –
forse è la chiacchiera del lutto o il suo contrario
che alla vuota contemplazione si ribella… invano!

L’allegoria è come la carezza di una satira strisciante
che la risonanza dei lamenti trasmuta in candelabri accesi
per una fine che mai è un compiuto atto – sul capezzale,
se vuoi, non confondere la genesi e il tuo fare originale.

Il dramma che inizia da un rogo annunciato sostiene l’altare
barocco di Bamberga – e, così sia, la visione di una santa: rose
sul letto ha sparso una più alta vergine!… e il suo confessore
non le vede: per l’intelligenza non si prevede libera docenza!

Vermicino, 9 luglio 2008

antonio sagredo Teatro Politecnico 1974

antonio sagredo Teatro Politecnico 1974

cinematografo

Al banchetto della sacra mortalità tu volgevi altrove il suo sguardo basedowico.
Avevi nelle mani il cerebro di Dio sezionato allegramente da occhiceruli teologi.
Ricordavi che la giostra del pensiero illumina gli orrori della teofania ultraterrena,
ma con gli occhi di una chiavica tu miri la bellezza delle pellicole impiccate ad una corda.

Ad ogni passo una stazione che rideva… 12 stazioni di applausi, battimani straniati e
3 cadute come esche ad una sarabanda di dèmoni: non c’è sabbia, né palme nei deserti!
Il parallelo s’impone, come nei massicci le creste, ai trionfi del rogo dei santi eretici:
stazioni di carbone sono le ossa… la fine è che gli occhi cercano orbite cave!

Ogni parola ha mozzato la sua lingua! La bocca è orfana di grida! Stridono gelose le banderuole!
Verità azzanna la ruggine del Verbo e – del perdono! — Io vedevo il canto degli uccelli e delle acque,
le sonnolente carezze materne, i campi – rossi di papaveri… credevo: libertina orfanezza è l’infanzia!
Ho trascorso le mie età sotto la cenere eretica. Ora sogno – gli anelli – di Saturno!

(Roma, 22 febbraio 2014)

*

Il pretesto fu l’attesa di una condanna prescritta dai loggioni.
La corda era timida come la lingua di Giovanni nei suoi occhi.
Il patio sofferente per l’assenza di un Antonio qualsiasi,
ma la sua parola era tortile come il pensiero di Giuditta.

La città era pavesata da recise lingue in fiamme eretiche, come rossastre – grida!
Letale crollava dai balconi sangue di giumenta – il tramonto, sgozzato!
Il sorriso del canto sugli occhi delle meridiane. Sii serena, Claudia, io non sognavo
le destinazioni, non potevo lacrimare dalle orbite straniate degli anelli di Saturno.

Come l’alloro reclamava dal favonio la sua giurisdizione!
L’appello all’arsura era la perdita di una gloria proscritta dai pulpiti.
I viali latini del diritto erano una fogna per lo spavento del tripudio a un franco
cielo. Le istanze – non la memoria dei mentori – ma la morte dei Trionfi!

E ancora, come sempre, la stessa città rullava la propria inconsistenza
sui tragitti romani, e sui selciati – lascivie di gatti tufacei e minzioni d’urine umane –
l’Ospizio scatarrava sentenze dai senili orecchi, e dai pelosi occhi di madonne,
e dai ratti del Riformatorio uno sputo barocco inondava e levitava le viuzze

col mestruo delle lanterne e delle chiaviche – in volo!

(Maruggio/Campomarino, 15 agosto 2014)

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POESIE SCELTE di Massimo  Giannotta  da “Protocolli di Autodifesa” (2014) con un Commento di Paolo Di Paolo SUL TEMA DELL’ISOLA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

Philippe Calandre, Utopie 2, 2013, stampa su foglio di alluminio e a getto di inchiostro, inquadrata con scatola americana

Philippe Calandre, Utopie 2, 2013, stampa su foglio di alluminio e a getto di inchiostro, inquadrata con scatola americana

 Massimo  Giannotta  è nato nel 1949, scrittore, critico, traduttore, vive a Roma e si occupa di editoria, di teatro e di televisione. Collabora con diverse Case editrici e riviste, è redattore della rivista on line ‘Le reti di Dedalus’. Ha seguito alcuni settori del Sindacato Nazionale Scrittori. È fondatore dell’associazione culturale La città e le stelle. Dopo le prime prove: Nostra Patria, 1981; Il Ventre della Notte e Libro di Metamorfosi del 1993; ha lavorato per circa dieci anni alla realizzazione di un itinerario di ‘scrittura sperimentale epica’ costituito di quattro libri: Portolano, 1998; La conta di Lancelot, 1998;  La fortezza marina, 2001 e il Ciclo della crudeltà, 2006. Nel 2009 ha pubblicato: Incerte latitudini. Nel 2014 ha pubblicato Protocolli di autodifesa.  Ha al suo attivo lavori di traduzione da varie lingue e Galassia romana, 2001, ricerca sulla poesia a Roma.

velieri 2Commento: scrittura come navigazione

Ci sono libri che somigliano a cantieri, a officine: come per la città di Tecla descritta da Calvino, ci si chiede, osservandoli, quale sia il senso del costruire, quale il progetto. Gli operai non rispondono, sono troppo indaffarati. Solo quando scende la notte, indicando il cantiere, dicono: ecco il progetto. Così, i Protocolli di Autodifesa di Massimo Giannotta sono a un tempo il cantiere e il progetto.

Da anni, Giannotta persegue solitariamente e con tenacia una forma di narrazione che mescola versi e prose, documenti d’archivio, testi specialistici, epistole: “il riciclaggio, la reinvenzione di materiali ‘trovati’ come oggetti, come reperti, si direbbe talora come relitti” ha scritto Mario Lunetta a proposito di Ciclo della crudeltà (2006). E “relitti” è un termine non casuale, se si considera che al centro del lavoro letterario di Giannotta c’è la tradizione del grande romanzo di mare, la linea Melville-Conrad, la fascinazione per i diari di bordo (ancora in Ciclo della crudeltà, descrive il presente – le notizie funeste, il traffico per le strade della città – come una traversata marittima: «pressione 1024 millibar, in aumento / vento da NNW, mare mosso / Mare di auto lungo le tangenziali».

velieri 1Senza il mare – ma un mare mai solo astratto, mai solo metaforico – è impensabile la produzione di Giannotta: da quel Portolano di mari iperborei (1998), con le sue mappe e rotte, con le sue affascinanti “note di meteorologia”, dove la descrizione dei fenomeni atmosferici finisce per somigliare a un inventario del visibile, con le pagine di calcoli, gli inserti di scienza nautica, alla Fortezza marina (2001), con un Ismaele evocato già nell’incipit, con le «procedure d’imbarco», le istruzioni per il caricamento dello stivaggio e le sue notizie di naufragi, si ha la netta impressione che per Giannotta la scrittura sia navigazione. E se per Conrad nascere è cadere in mare, Giannotta non dimentica mai che come Sindibàd o Robison Crusoe in agguato o alle spalle c’è sempre un naufragio. «Quando feci naufragio sull’isola, dopo aver ripreso le forze, esploravo il luogo dove il mare mi aveva gettato» si legge nella sezione “Storie del porto” in La fortezza marina, e mi pare che centrale sia quel verbo all’imperfetto – «esploravo» –, perché ogni libro di Giannotta è la traccia, il referto di un’esplorazione. Avanza, osserva, prende e riprende le misure, sosta, traccia mappe, ne traccia ulteriori, raccoglie indizi, voci prossime o remote, scruta l’orizzonte, individua un approdo. La struttura stessa del suo lavoro – pensata per “cicli”, per tessere di un insieme ampio – è come l’itinerario di un unico, lungo viaggio. Carico di “incerti” come ogni viaggio – e su questo punto si aprono i Protocolli di Autodifesa, con un prologo-sommario che squaderna al lettore scritture che evocheranno confini, imbarchi, rotte e approdi.

velieri 6La suggestiva cartina degli «itinerari e luoghi della scrittura» disegnata da Giannotta (esperimento già presente in Portolano) ha al centro, in alto, il «mare incognitum»: le linee del viaggio, dei viaggi possibili, in quei dintorni si interrompono. Ai margini in alto e in basso due scritte segnalano «Qui c’è la guerra». E lampi lividi di guerre aprono il racconto: «E i morti? Cosa suggeriscono i morti che non hanno parole?». Sono pagine nervose, scandite da un segnale orario insistente, che offrono una prospettiva dall’alto sulla catastrofe: è come vedere l’Angelo della Storia, l’Angelus novus di Benjamin volare sopra le macerie. «Quando saranno stanche le tue ali – scrive Giannotta –, come sono stanchi i tuoi occhi, non troverai un nido dove posare, non troverai nulla che accolga la tua immensa stanchezza».

 velieri 1I bruschi cambi di tema, e di tono, sono – qui più che nei libri precedenti – il tratto essenziale di una narrazione che procede per accumulo, a strati: il risultato non è un collage, ma qualcosa di molto diverso. Un flusso, una tensione progressiva, un approssimarsi/tendere a (una meta, un approdo appunto: ma quale esattamente?). I versi soccorrono la prosa, le fanno da cassa di risonanza. Su tutto grava un cielo minaccioso, piove, piove incessantemente, e «le parole sono color della pioggia», le città sono flagellate da piogge acide: l’umanità è una folla confusa, caotica, appestata. Anche gli uomini sono navi, o relitti. «Raccogliamo quello che è rimasto e cerchiamo di trasformarci in un’altra nave. Sempre che ci riesca: il tempo è ormai contato». È carico di pietà lo sguardo di Giannotta: «Kyrie, pietà» scrive a un tratto, e riscatta dall’oblio, pezzo per pezzo, il materiale recuperato dopo il naufragio di una ipotetica, novella nave Argo.

velieri 3Protocolli di Autodifesa dilata il tempo e lo spazio, ricongiunge il mito al presente, lo reinventa, recupera storie lontane e notizie di ieri, mescola calcoli, brogliacci, diari, lettere, dialoghi esistenzialisti, dispacci su una grande Peste in arrivo, che il Potere si ostina a negare. Giannotta è un visionario che sfida ogni testo e il suo senso già mentre compone, accumula, riusa, traccia, cancella, poi segna di nuovo. Se il mare si acquieta per un attimo, ricorda; o scrive d’amore. Ma il mare è quasi sempre in burrasca, non sembra amico nel suo maestoso splendore, è il luogo che un giorno, diceva Borges, ci dirà chi siamo. «El mar, el siempre mar», che c’era ed era prima che il tempo si coniasse in giorni, come scrive ancora Borges. «Prima o poi il mare arriva dappertutto» aggiunge Giannotta in una delle pagine più belle e ispirate: «Prima ci pare di sentirlo sciabordare nelle sentine, di percepirne l’odore nei gavoni, come se lentamente salisse entro di noi, o meglio come se inevitabilmente ci trovassimo fatalmente a sprofondare nell’oblio del suo grembo».
Così, chi credeva impraticabile il grande romanzo di mare nel presente dovrà ricredersi: Giannotta l’ha prima smembrato e poi ricomposto a suo modo. E il mare non è più solo il mare, in questa sua scrittura multiforme e burrascosa.

(Paolo Di Paolo)

(Massimo  Giannotta  da Protocolli di Autodifesa empiria, 2014 pp. 158 € 15)

 

massimo giannotta

massimo giannotta

Canzone delle terre di confine

Noi
che camminammo a lungo

tenacemente procedendo

nelle imperturbate solitudini
strette nel gelo
dell’aria cristallina,

da questa altura
da cui lo sguardo spazia

pellegrini
di una ricerca senza fine

cautamente mischiando
dei nostri passi il suono

a misurare solitudini alterne
nelle sere incantate
nascosti dentro la notte
uno all’altra donando
effimeri sospiri.

Ci vedrà l’alba livida
a separarci di nuovo
a inseguire senza riposo le nostre esauste chimere

e sotto la falda del cappello
l’aria tersa del bordo

nel cammino

gelosamente a conservare.

*

Noi che sopravviviamo qui

in questo posto ormai inabitabile
in perpetuo sinistro carnevale
depredato dai saccheggi e dalle scorrerie

dentro questa sorda, insopportabile
macchina di tortura

tra fiori di plastica
e fumi fetenti
frastornati dalle voci degli imbonitori
dai venditori di merce avariata

dove i televisori a tutto volume
chiamano
a comprare, comprare e comprare.

Noi abitiamo qui

ogni giorno
inevitabilmente
dentro il nostro stesso esilio.

velieri 4

CANZONA SCANZONATA
della fine dell’amore

Fiore dipinto
dicevi a tutti che m’amavi tanto
ma non m’avevi mai troppo convinto
Fiore dipinto

Fiore de pianto
l’amore tuo era soltanto finto
a sotterra’ l’annamo ar camposanto
Fiore de pianto

Fiore gentile
doppo che so’ salito pe’ ‘ste scale
nel letto tuo so’ stato fin’ aprile
Fiore gentile

*

Siamo noi
cittadini di città grigie
flagellate dalle piogge acide

sperduti
tra folle che brulicano cieche

in questi luoghi
dove s’incrociano innumeri segrete appartenenze

cupole

in perpetua, sanguinosa lotta tra loro
libera interpretazione della concorrenza

dove s’incontrano in interminabili code
le grigie confraternite dei questuanti
in fila per qualche cosca
per qualche ‘ndrina
per qualche comitato di malaffare

sgomitando
tra i clientes
tra i sanfedisti
i razzisti
i leghisti
i tronisti

il trust dei cavolfiori
il festival del canzone
i principi di dinastie squalificate e indegne
con le loro corone di latta.

in attesa della propria briciola,
del proprio boccone
scegliendo con pazienza
una collocazione tra i parassiti

tra quelli
che di qualcun altro sono più bravi
e sanno fare meglio il mestiere di boia.

massimo giannotta

massimo giannotta

Lune calanti

La luna è mutilata questa notte

come noi

intenti nel ricordo
delle prodighe lune
ricolme come pesche

quando s’aveva voglia di cantare.

 

 

Le stanze del Minotauro

Ritorno per noi non sarà
per noi che penetrammo
nel grembo oscuro della terra

non madre
ma matrigna

a cercare le nere stanze del mostro
con l’azzurro rimpianto del mare
misurando
l’inadeguatezza della lama del pugnale

a cercare la bestia
che, dicono,
si senta bramire orrendamente nel fondo

ma il cui urlo immaginiamo soltanto di udire.

Forse
a noi destinato
il silenzio

mentre l’esile fiamma della lucerna
riesce appena a spartire il buio d’un passo
è dolente il ricordo si Ariadne
rapita dal rosso amore
dall’amore che tutto accende e tutto crudelmente brucia

di cui noi ereditammo
solo la fredda cenere
e l’oscura pena

non il filo
che doveva guidare il ritorno.

 

Terza Luna

Al bar della terza luna

frequentato
da gente poco raccomandabile

accanto al bevitore solitario

al barista assonnato
a cui la donna con la faccia tragica
dice della luna piena

dice
e dice
come in confessione

e forse nessuno l’ascolta

tento di ubriacarmi
ma ho voglia di fuggire

mentre fuori
nell’ombra
una città di tombe aspetta con infinita pazienza

nel plenilunio
sembra che anche i morti gridino

*

Materiale recuperato dopo il naufragio:

Un rotolo di gherlino
Sei braccia di scotta
un coltello spuntato
Un telo impermeabile
Una cappa
Un lacerto di vela
Una banda strappata

Un bugliolo
un remo

Una scatola di emergenza con
. 10 ami assortiti
. un rotolo di lenza,
. un eliografo
. fiammiferi antivento
. un ago da velaio
. filo cerato da vele
. tre razzi di segnalazione

Legname vario
. pezzi di fasciame
. un frammento della falsachiglia
. due bagli quasi completi
. una scheggia della coperta

Un mezzomarinaio
Una sàssola

Una giara di olive
Una scatola di galetta.

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