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Il Viaggio è l’«allontanarsi in noi dell’essere di noi stessi, in quanto l’allontanarsi di quest’essere è l’agire come costruzione d’una realtà che è il mondo stesso» con due poesie di Gino Rago e Antonio Sagredo e un Commento di Giorgio Linguaglossa Il problema radicale dell’essere e del nulla non è una questione che si ponga “provvidenzialmente” a un determinato stadio della storia del Nichilismo</strong>

Ashraf Fayadh 3Commento di Giorgio Linguaglossa

Il Viaggio è l’«allontanarsi in noi dell’essere di noi stessi, in quanto l’allontanarsi di quest’essere è l’agire come costruzione d’una realtà che è il mondo stesso».  

Il problema radicale dell’essere e del nulla non è una questione che si ponga “provvidenzialmente” a un determinato stadio della storia del Nichilismo, a un’«ora X» dell’«oblio» o della “manifestatività” destinale dell’Essere. È un problema che può porsi, e che è stato di fatto variamente posto, in tutte le “epoche” della riflessione filosofica. Lo specifico contributo heideggeriano alla questione sollevata da Leibniz sta – come aveva osservato a suo tempo Luigi Scaravelli in un magistrale saggio su Il problema speculativo di Martin Heidegger – nella dimostrazione che l’«unità in cui l’essere e il nulla coincidono non è l’identità, né la dialettica del sapere». Questa unità avviene piuttosto «come continuo allontanarsi in noi dell’essere di noi stessi, in quanto l’allontanarsi di quest’essere è l’agire come costruzione d’una realtà che è il mondo stesso».

Il passo è contenuto nell’articolo: 

https://lombradelleparole.wordpress.com/2015/11/20/le-fondamenta-ontologiche-per-una-poetica-del-vuoto-la-domanda-fondamentale-di-leibniz-perche-esiste-qualcosa-piuttosto-che-nulla-leibniz-martin-heidegger-robert-nozick-giacomo-marramao/

Dunque, si può parafrasare così: Il Viaggio è l’«allontanarsi in noi dell’essere di noi stessi, in quanto l’allontanarsi di quest’essere è l’agire come costruzione d’una realtà che è il mondo stesso». È questa frase che ci dà la chiave di accesso ad una poesia del viaggio. Nel viaggio noi esperiamo, in modo confuso e, spesso, inconsapevole, che ci stiamo allontanando da noi stessi, che stiamo diventando «altro»; ma per far questo occorre una apertura, come si dice in linguaggio heideggeriano, destinale dell’essere, una apertura allo spazio e al tempo; occorre liberarsi dalla cellula monastica dell’io, costruzione posticcia abilitata per la vita quotidiana ma non per le esperienze profonde della soggettività. In questa accezione, accogliendo lo spunto del post sul viaggio di Luciano Troisio, mi sembra che possano leggersi le due poesie inviateci da Gino Rago e Antonio Sagredo.

Ashraf Fayadh 4Per la coinvolgente pagina odierna de “L’Ombra”, ecco la mia timida idea di “viaggio”.
Gino Rago 

Partì la goccia dalla patria e tornò. Trovò la conchiglia.
E divenne una perla.
Uomo, viaggia da te stesso in te stesso. Da simile viaggio
la terra diventa purissimo oro.
Anche se non hai piedi
scegli di viaggiare in te stesso: come miniera di rubini
sii aperto, uomo, all’influsso dei raggi del sole.
Ché se l’albero avesse piedi e ali per il viaggio
non soffrirebbe ferite d’accetta
né penerebbe per il tronco segato.
Disperso…Gola stanca. Parla tu.
Hai l’alito dolce d’un dio.
Disperso è il fuscello che vola a quest’alito…”

Antonio Sagredo
25 gennaio 2016 alle 21:25 
e và’ bene: eccoVi accontentati… sul viaggio!

Allegorie
(quasi dantesche)

Incontrai sul Ponte delle Anime Gioiose la stramba maschera deforme di tutte le finzioni, e sul selciato i passi dei monatti segnavano interdetti i carri e i testimoni che sui portoni il loro volto ornavano di ceppi e di capestri. I corpi decollati delle Erinni smarrivano i riti circoncisi su pagani altari fra Centauri e Giganti.

I cardini legnosi dei tre regni vomitavano scheletrici la ruggine-belletto del Verbo originario… volgarità cristiana il volto senza maschera di un sogno – il toscano Cordigliero per inferni e paradisi creò la parola più sottile con la sua cetra maledetta e i crudeli battiti del sangue conteggiò ombre e corpi per un viaggio

al centro oltretombale della teologia… traguardi ignoti indicò nella geometria degli imbuti e le sfere che celesti non so dire. Dubitò del cosmo di Tolomeo e predisse la caduta nel regno di Como di tragiche figure e la sacralità dell’Erebo pagano… mollò dubbioso come Caronte i remi alle correnti e il traghettare

anime buffe – o bizzarri corpi non seppe mai – si scocciò infine. Cerbero col veleno delle note crollò il Tempo Assoluto, schifò il trono Minosse, e Colui che si nasconde dalla Notte col belletto della ruggine… il grecoro si pinse il sogno d’una finzione… e cantò nel cerchio terzo : maledetto, consùmati la maschera – con le lacrime!

Antonio Sagredo

Roma, 27-28 ottobre 2015

Gino Rago nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950, residente a Trebisacce (CS) dove, per più di 30 anni è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, ove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989),Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Ai suoi libri poetici hanno dedicato saggi critici Sandro Gros-Pietro, Giorgio. Linguaglossa, Sandro. Montalto, Luigi Reina, Alfredo Rienzi e altri. Con componimenti lirici e recensioni ha collaborato e collabora con svariate riviste letterarie (Poiesis, Poesia, Polimnia, Vernice, Paideia, La Procellaria, La Clessidra, Hebenon). Gino Rago Via Y. Gagarin, 21 – Trebisacce (CS)    Email:  ragogino@libero.it

Antonio Sagredo (pseudonimo Alberto Di Paola), è nato a Brindisi nel novembre del 1945; vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove  risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: «Malvis» (n.1) e «Turia» (n.17), 1995, Zaragoza.

La Prima Legione (da Legioni, 1989) in Gradiva, ed.Yale Italia Poetry, USA, 2002; e in Il Teatro delle idee, Roma, 2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile.

Come articoli o saggi in La Zagaglia:  Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in Rivista di Psicologia Analitica, 1984, (pseud. Baio della Porta):  Leone Tolstoj – le memorie di un folle. (una provocazione ai benpensanti di allora, russi e non); in «Il caffè illustrato», n. 11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74. (A.   Di Paola) (una carrellata di quella stupenda stagione teatrale).

Ho curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema :Tumuli di  Josef Kostohryz , pubblicato in «L’ozio», ed. Amadeus, 1990; trad. A. Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi:  Edison (in L’ozio,…., 1987, trad. A. Di Paola), e Il becchino assoluto (in «L’ozio», 1988) di Vitězlav Nezval;  (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová).

Traduzioni di poesie scelte di Katerina Rudčenkova, di Zbyněk Hejda, Ladislav Novák, di Jiří Kolař, e altri in varie riviste italiane e ceche.

Recentemente nella rivista «Poesia» (settembre 2013, n. 285), per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar Březina- La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Ot. Brezina a Antonio Sagredo),  trad. A. Di Paola e K. Zoufalová. È in uscita, per Chelsea Editions di New York, Poems Selected poems di Antonio Sagredo.

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INTERVISTA a LUCIANO TROISIO La filosofia del viaggio – La forza dei piedi – L’uomo esploratore –  Il viandante, Gli argonauti  – “Il viaggio come investigazione dell’ignoto?”,  “L’estremo Oriente”, “L’isola di Bali”, “Cos’è più importante, la longitudine o la latitudine?”, “Cos’è più importante per te, lo spazio o il tempo?”,”Viaggiare nello spazio non è un po’ come viaggiare nel tempo?” –  “Gli dèi scendevano tutt’intorno. Appunti balinesi” (Cleup. 2015 pp. 530 €  27) con un Commento di Giorgio Linguaglossa: “La filosofia del viaggio”

Terzo della Trilogia dedicata agli “appunti di viaggio”, questo volume è una monografia dedicata all’isola più famosa dell’emisfero australe: Bali. Eccezione indù in un assediante oceano musulmano, ha per secoli mirabilmente saputo tener testa prima agli arabi distruttori del magnifico regno giavanese Majapahit (di cui ha ereditato la raffinatissima cultura), poi ai colonialisti olandesi che la occuparono fino al 1951.
L’autore ha qui raccolto gran parte degli extravaganti appunti annotati durante alcuni dei viaggi compiuti in quella che è universalmente definita Insula Deorum, dove la religione permea e governa l’intera vita, l’intera giornata, dove il meticoloso allestimento delle offerte e delle straordinarie cerimonie, meraviglia e commuove l’attonito straniero.
foto Bali danza-barong (bollywood) musical indiano

Bali danza-barong (bollywood) musical indiano

Giorgio Linguaglossa: La filosofia del viaggio

«Qualcuno ha mai riflettuto sulla filosofia del viaggio? Ne potrebbe valere la pena. Cos’è la vita se non una forma di movimento e un viaggio attraverso un mondo estraneo? Oltretutto, il movimento, privilegio degli animali, è forse la chiave dell’intelligenza». Parole di George Santayana (1863 – 1952), filosofo spagnolo ma americano d’adozione, che nel saggio Filosofia del viaggio riflette sui vantaggi del movimento, prerogativa esclusiva degli animali. I vegetali hanno le radici e, inevitabilmente, la loro esistenza è ancorata al suolo. Non è così per l’uomo, che ha l’enorme vantaggio di essere dotato di piedi, con i quali si può spostare liberamente.

La forza dei piedi. Negli animali, spiega Santayana, la forza del movimento si trasforma in una esigenza di necessità, essi seguono la logica della sopravvivenza della specie. L’intelligenza della specie è un aspetto fondamentale per la sopravvivenza degli animali e dell’uomo: «È la possibilità di viaggiare che dà senso alle immagini degli occhi e della mente, che altrimenti sarebbero mere sensazioni e uno stato spento del proprio essere. (…) Per questo, invece di dire che possedere le mani ha dato all’uomo la sua superiorità – continua Santayana – sarebbe più penetrante dire che l’uomo e gli altri animali devono la loro intelligenza ai piedi». I piedi quindi sarebbero speculari alle  mani: senza i piedi le mani sarebbero del tutto superflue.

L’uomo esploratore. Ma quante tipologie di viaggiatore esistono? Moltissime: l’emigrante, l’esploratore, il girovago, il vagabondo, il navigatore, il nomade, il mercante e il turista. Se l’esploratore si mette in cammino alla ricerca dell’ignoto, nella certezza di ragguagliare l’ignoto al noto. Prototipo di un  tale tipo di viaggiatore ì l’Ulisse omerico il quale scopre nel viaggio l’essenza della propria qualità di uomo nuovo. Il girovago cammina a caso, è un perditempo, vuole spendere lo spazio senza badare al recupero di alcunché, il suo viaggio non avrà termine in quanto sarà costretto da una forza misteriosa e impellente a vagare in giro, nella speranza di trovare forse qualcosa che ha perduto; il mercante invece sottopone il viaggio ad un calcolo di costi e benefici, il viaggio sarà intrapreso seguendo una logica del profitto; il turista invece ha un concetto utilitaristico dello spazio e del tempo, vuole passare il tempo. Il turista è il tipico viaggiatore dell’epoca capitalistica. Al tempo e allo spazio chiede che il viaggio valga la pena di essere compiuto secondo un criterio di appagamento esotico e soddisfazione economica. L’emigrante invece è costretto a spostarsi da un paese all’altro, la sua è la forma più tragica e radicale di viaggio, perché indotto dalla necessità di sopravvivenza.

Il Viandante. Giuseppe Patella in un libro del 2013 ci ricorda la figura del viandante di nietzschiana memoria, che «rappresenta un nuovo tipo di uomo, l’emblema dell’uomo moderno che intende la vita come un continuo esperire, che vive libero da pregiudizi e da luoghi comuni, che segue l’etica del coraggio e dell’intraprendenza che è propria solo degli uomini liberi e artefici del proprio destino». Ma non solo, il viaggio è anche la metafora di ogni percorso mentale e filosofico, di cui peraltro la figura del viandante è l’emblema e Santayana la personificazione: «Tutta la mia vita – scrive il filosofo nella sua autobiografia – ho sognato viaggi possibili e impossibili, viaggi nello spazio e nel tempo, viaggi in altri corpi e menti estranee».

Gli argonauti. Poi c’è il viaggio degli argonauti, quei guerrieri che vanno sul mare alla ricerca dell’ignoto. E autori principi di questo tipo di viaggio sono i poeti e gli artisti, coloro che non temono di inoltrarsi in territori spirituali sconosciuti e infidi. E, probabilmente, a questa tipologia di viaggiatori fa parte  Luciano Troisio.

foto Bali la danza 1

Bali la danza

Domanda: Che cos’è il viaggio per te. Il viaggio come investigazione dell’ignoto?

R: Se fossi sincero risponderei non lo so. Si parte, si torna in un luogo per mille motivi. Anche per pigrizia, perché si conoscono gli endroits. Visitare un sito nuovo non è come “tornare” in un sito, specialmente se il ricordo è bello, se avete perso una donna. Tornarvi  è molto pericoloso, significa prepararsi alla Grande Delusione. Nello stesso tempo l’ignoto è in agguato dovunque, anche nella cella di clausura o del carcerato. Ma io ci sono abituato da molto, e il mio non è un viaggio unico e nemmeno chiaro a me stesso: sono molte dimensioni di viaggio tutte insieme (l’andare verso è fuso al fuggire da). Perché mi trascino dietro computer e disco esterno, cioè le attrezzature che mi permettono di scrivere, di lavorare meglio che a casa su molti miei testi incompleti e su immagini, di leggere i giornali, di conoscere le notizie anche locali, i fatti che succedono nel mio quartiere. Oggi sono venuto a sapere che si è costituito un comitato di residenti che controlla dove gli spacciatori nascondono la merce, proprio a meno di 300 metri da casa mia ecc.

(Ieri a Padova si è conclusa la ricognizione del corpo di San Leopoldo Mandic, il grande Confessore dalmata, durata più di 40 giorni, da parte di un’équipe di specialisti. Sarà traslato a Roma dai carabinieri, per essere esposto in febbraio nella basilica di San Pietro accanto a quello di Padre Pio). Ma è di ieri anche la notizia quasi da film neorealistico (in bianco e nero) accaduta migliaia di volte, che un giovane di Codevigo (sul bordo della laguna interna), correva in macchina per portare la moglie partoriente alla casa di cura di Abano; passata Piove di Sacco la signora fu colta dalle doglie. Il piccolo Noè aveva fretta di conoscere questo mondo, neanche il tempo di parcheggiare nei pressi di un ristorante ormai alle porte di Padova e Noè già strillava, sanissimo, tre chili e trecento grammi. Arrivo dell’ambulanza ecc., una notiziola, un trafiletto, sebbene la nascita di un umano non sia mai banale.

C’è il reale ma ci sono i libri e le guide. Un universo, e un viaggio, infinito. Dato che mi trovo in quest’area, come potrei ignorare le oltre 250 etnie seminomadi, di antica origine sino-birmano-tibetana, che abitano il Triangolo d’Oro e dintorni, in vari stati? Un tesoro di tradizioni, costumi come al carnevale, colori, oreficeria (in argento), lingue diversissime, molte senza scrittura. Endogamia/esogamia, sciamanesimo. Li vedete ai mercati e non sapete che parlano idiomi impermeabili, si sorridono e non si capiscono affatto tra di loro (quindi nemmeno si sposano, quindi niente esogamia). Già questo sarebbe un viaggio straordinario, esiste una ricca bibliografia, un itinerario che porterebbe lontano (dagli spacciatori del mio quartiere. Perché queste etnie sono da sempre i maggiori produttori di oppio del pianeta).

La gente mi affascina, la folla mi spaventa. Ma il nuovo non è l’ignoto

foto Bali a spasso nell'isola degli dèi

Bali a spasso nell’isola degli dèi

2) come mai questa tua predilezione per l’estremo Oriente?

Il primo viaggio fuori dall’Europa l’ho fatto nel 1975, quando stava finendo la guerra in Vietnam. La meta era Bangkok, dove mi aspettavano tre amici, uno padovano, uno milanese e il terzo emiliano (si chiamava Fantozzi). Loro erano molto esperti di Oriente, io ero la matricola. Avevano scelto per me la Tailandia per la sua dolcezza. Il nostro albergo, il Miami, gestito da cinesi (esiste ancora) era diciamo molto ospitale, pieno di aviatori americani delle basi nelle retrovie, ragazzoni in licenza gonfi di dollari e con signorine del posto. Fu un viaggio mitico, ne ho scritto in vari miei racconti e amo citare almeno Ritorno a Luang Prabang, nel Laos che stava cadendo sotto la dittatura comunista (2 dicembre 1975) e noi riuscimmo ugualmente ad avere il visto. Vivemmo quei giorni in una dimensione strana, di un provvisorio indicibile mai vissuto prima, tutti scappavano a Vientiane, dove basta guadare il Mekong e si è in Tailandia, che significa Paese degli Uomini Liberi (adesso c’è un ponte, chiamato dell’Amicizia e anche dell’AIDS). La moneta locale (Kip) si svalutava a vista d’occhio, ce ne davano pacchi fissati con fermagli, i ristoranti chiudevano, gli argentieri e gli antiquari se la battevano, gli avvoltoi facevano affari d’oro coi francesi che vendevano tutto. I missionari Camilliani di Galliera veneta si rifiutavano di andarsene entro 48 ore, venne anche l’ambasciatore a pregarli invano. Quando La Bonne Fourchette decise di chiudere fece una gran festa, noi come sempre mangiammo lì coi padroni, carni squisite, cotte dando fondo alle erbe provenzali, vini pregiati di Bordeaux, champagne mentre la nave affondava. Alla grande. Pagammo con un enorme pacco di kip equivalenti a un dollaro e cinquanta. Insomma leggete il mio racconto. Ma poi da lì, visitata la Tailandia andammo a Singapore e Bali, dove  potemmo godere degli ultimi bagliori di un Eden che stava già cedendo alle orde del turismo bifolco. Su di me la “prima volta” ebbe un effetto magico, a cominciare dall’atterraggio. I miei sottili amici mi portarono anche sui vulcani, anche in quelli spenti collassati dove nessuno (allora) andava: sacri templi buddisti e indù, giacevano ancora immemori tra rovi all’interno dei silenziosi disabitati crateri (nessuno di noi quattro aveva una macchina fotografica). Ora quel cratere del vulcano Bratan, essendo fertile, è stato invaso da laboriosi ortolani musulmani di altre isole indonesiane (che coltivano soprattutto fragole), l’armonia commovente millenaria è stata profanata dal cretinismo architettonico delle prepotenti orribili moschee di latta. L’incanto delle gentili pantomime, che eternavano il raffinato Ramayana, di quando le bambine danzatrici erano istruite da grandi maestre, severe eredi di un’arte rinascimentale, non esiste più. Adesso è tutto banale per ricchi incolti che tanto non noterebbero la differenza.

Negli anni seguenti ho fatto l’accompagnatore turistico, in Afganistan, Pakistan, India, Sri Lanka, Nepal, Cina, Isole della Sonda, Nord Africa, Turchia. Ho fatto quattro volte il grande viaggio archeologico americano Azteco/Maya in Messico, Guatemala, Belize, Honduras: due pulmini Combi Volkswagen da nove posti. Uno lo guidavo io. Viaggi epici, i clienti sono venuti a trovarmi per anni, migliaia di chilometri con parecchie difficoltà per raggiungere le piramidi più misteriose, in mezzo alla giungla, per non parlare della guerra in Guatemala, gli infiniti posti di blocco, i volgari controlli dei governativi, le loro urla (regresar, bajar!), le strade tremende, polverose o fangose, dove si procedeva a una media di 15 all’ora. Memorabile. E naturalmente non esistevano ancora i pc, i telefonini. 

Fu in quel periodo che maturai una decisione culturale. Insegnavo all’Università, Letteratura del XX secolo, gli argomenti preferiti erano due: la poesia e la letteratura di viaggio. Quando mi resi conto che le mie deboli forze erano insufficienti per occuparmi di tutto (ad es.: dell’abbondante/mediocre letteratura sulle nostre colonie africane), decisi di limitarmi a un solo continente, quello che consideravo (come Gozzano) la cuna del mondo, e scelsi di restringere il campo all’Asia centrale, all’Estremo Oriente e al Sudest asiatico.
Anche l’amicizia con il mio illustre conterraneo Giovanni Comisso (ora dimenticato) fu determinante. Sebbene fosse ormai molto anziano e malato, mi introdusse con entusiasmo al mondo misterioso e seducente della Cina e del Giappone che aveva visitato negli anni Trenta. Prima c’era stato Gozzano in India e ancor prima Barzini sul fronte russo-giapponese, e alla spedizione punitiva contro i boxer, e nel 1907 al glorioso raid Pechino-Parigi col principe Borghese. Così cominciai una impegnativa schedatura di libri famosissimi di italiani sull’Asia per le mie lezioni. Poi, nella seconda metà del secolo scorso, finì l’era dei viaggi via mare (almeno 20 giorni per arrivare in Cina con le efficienti linee triestine). L’aereo, a elica, per quanto lento, abbreviò di molto gli spostamenti; con Mao al potere dal 49, tutti visitarono la Cina comunista e tutti scrissero libri (di vari livelli). L’elenco sarebbe infinito.

foto Bali cartina geografica3) E questa tua passione per l’isola di Bali?

R: Dipende soprattutto da due cause: la prima è la grande bellezza dell’isola in senso strettamente culturale, l’unico che mi interessi. Ma non sottovaluto i fiori e l’incanto smeraldino delle sue risaie collinari, tra le più famose del mondo. La seconda dipende dal fatto che mentre nella stagione secca (quando in Europa è inverno) si possono scegliere moltissime mete, nell’emisfero boreale intendo, durante la nostra estate, ai tropici piove dappertutto, e bisogna andare di là dell’equatore per trovare bel tempo. Beninteso, questo vale anche per l’Africa e l’America, ma limitandoci all’Asia le scelte sono pochissime.

foto Bali Indonesia-Sculture-popolari-collegate-con-indonesiano

Bali Indonesia-Sculture-popolari-collegate-con-indonesiano

4) Qual è il senso di questo libro di viaggi che vanno dal 1996 al 2014?

R: Diciamolo fuori dai denti. Questo è un libraccio che nessun editore voleva stampare. Solo la Cooperativa dell’Università di Padova ha accettato. E per di più ho aggiunto in extremis anche il Diario Shanghaiese risalente agli anni 1987-92, giudicato da più di uno un capolavoro (io ci casco sempre), e tuttavia rimasto, diciamo così, lotto invenduto. Peccato, perché almeno le pagine dei giorni di TienAnMen visti da Shanghai sono di un certo obiettivo interesse. Così abbiamo superato le 500 pagine, come un long seller americano, ma rinunciando a metterlo nelle librerie.

Essendo questo il terzo volume di una trilogia del viaggio, ho avuto il modo di riservare monograficamente o quasi, il tema dell’isola diletta. Per dirla tutta: ho esitato a lungo, chiedendomi se ne valeva la pena, se non fosse il caso di rinunciare, di sfrondare, di farne solo un’antologia, tenendo conto che il pubblicato sarà probabilmente circa la metà del materiale, disseminato in vari computer e CD introvabili, nonché in una trentina di agende scritte fittamente (e spesso macchiate di olio solare), che non ho nessuna voglia di riprendere in mano. Infine ho capito dopo tanta fatica che un lavoro così non si finisce. Bisogna interromperlo e basta. Ho deciso per il sì, naturalmente limitando la tiratura, evitando il macero. L’abbiamo donato agli amici, sperando che mi perdonino le eccessive divagazioni, i molti particolari minimalisti, inusuali. Confesso che c’è dell’amore in questo volume, per un’umanità bambina aurorale che non può non farti innamorare. Mi rendo conto che il mio è un atteggiamento fortemente influenzato (non certo dalla religione, ma) dall’aspetto letterario/liturgico/artistico, di un impegno, di un livello, che non ho mai visto in nessun altra parte del pianeta. Così le cerimonie spettacolari, specialmente i fantastici Festival, le sontuose cremazioni principesche, cui ho avuto casualmente la fortuna di assistere, con tutto il loro fasto pagano/asiatico possono recare una mia testimonianza non di maniera. Sono anche convinto che ai balinesi non interessi il mio libro (nonostante esista ogni anno a Ubud, un Festival degli scrittori). Anni fa esisteva a Legian un giornalino in italiano: Buongiorno Bali. Conoscevo la corpulenta direttrice (già silfide nudista a Goa), si trattava più che altro di pubblicità di pizzerie. Presentarlo in un ristorante-pizzeria? Ma il giornalino non c’è più. E gli istituti di cultura è meglio perderli.

Il testo della domanda allude a date assai distanti tra loro, nel frattempo è cambiato tutto, tecnologie, aeroporti, prezzi dei voli, baco del millennio, mode e modi di scrittura, una vita, io. (Come disse Sandro Penna) vorrei sapere se questo mondo ha ancora qualcosa per me.

Ma Bali non è tutta bellezza, l’aspetto turistico è spesso deprimente, la polizia è la più corrotta del mondo, la burocrazia avida nell’estorcere al turista. A Bali sono stato derubato più volte, borseggiatori mi hanno sfilato il portafoglio con la tessera di docente e quella dell’Ordine dei Giornalisti, più 300 euro, a Bali sono stato morso da una scimmia sacra e anni dopo da un cane con relative antitetaniche e punti di sutura. I balinesi sono sorridenti, ma spilorci in modo eccessivo e non esiterebbero a lasciarvi morire sul marciapiede. (Ovviamente ci sono anche molte eccezioni).

Il senso di questo libro: forse mi sfugge.

foto Bali struttura di lusso situata nella splendida isola

Bali struttura di lusso per turisti situata nella splendida isola

5) Perché il viaggio quando si può agevolmente viaggiare chiusi in una stanza con il pc acceso o con la immaginazione?

R: Antica questione, che nei tempi recenti si è modificata molto a causa delle innovazioni tecnologiche le quali permettono ormai a quasi tutti di stare nella propria caverna e oracolare che il mondo venga a trovarli. E quello viene. Ci sono carcerati e tetraplegici che fanno così il giro del mondo, a bordo del tappeto volante, c’è quel famoso scienziato costretto in carrozzella che il mondo addirittura lo modifica e innova realmente. Perché, attenzione, bisogna distinguere tra realtà e virtuale, tra l’immane fatica dello scalatore e il piacere supino di colui che attraverso un minimo drone lo spia salire. Esiste una ricca letteratura sul tema. C’è chi si scalmana ad attraversare (i suoi) deserti, e lo stilita sopra la colonna che ci fa la pipì. Sono convinto che arrivino tutti alla medesima meta, attraverso ingarbugliati circuiti diversi che sono il misterioso gioco dell’oca dell’esistenza

(ma il senso? Resta imprendibile).

6) Cosa altro vuoi scoprire con il viaggio che non hai ancora scoperto?

R: J’ai lu tous les livres, diceva qualcuno. Supponiamo che ormai abbia visto (quasi) tutto. Metti in conto che sono cardiopatico e ho l’interdizione a salire oltre i 2000 metri. Quindi le civiltà andine posso solo sognarmele, e così il Tibet (ma a suo tempo, un millennio fa, ho visitato il Piccolo Tibet, il Ladak, e sono salito fino a cinquemila metri. Sono stato malissimo, il naso mi sanguinava. La famiglia tibetana che mi ospitava (una donna energica e vari mariti legittimi servizievoli, dato che vige la poliandria) mi ha civilmente curato con verze e patate bollite. Così posso dire di aver visitato i più remoti alti suggestivi monasteri lamaisti. Ora non più.

Il motto di Comisso era: “vedere, non capire”. Non lo condivido affatto. Resta molto da vedere ma ancor più da capire, sebbene costi fatica e non sia affatto rilassante dover ammettere che si era convinti di aver capito.

foto Bali Indonesian-Sculpture

Bali Indonesian-Sculpture

D: Cos’è più importante, la longitudine o la latitudine?

R: Ho visitato in gioventù il Nord Europa, sono stato al castello di Amleto, tutto bello, soprattutto molto costoso per un giovane (allora quei paesi non facevano parte dell’Unione). E molto freddo. Io preferisco il caldo.

La longitudine mi fa pensare che le nostre matrici culturali provengono (come noi stessi) da est e vanno verso ovest. L’Asia è la nostra grande madre, l’America è la nostra giovane bella figlia. Per l’Asia ho timore reverenziale, per l’America no. (Credo anzi che siano gli americani ad averne verso gli europei). Dell’America ammiro soprattutto le eccellenze tecnologiche, ma anche l’Europa se la cava piuttosto bene. (Il problema della ricerca è soprattutto di capitali, non di cervelli).

8) Viaggiare nello spazio non è un po’ come viaggiare nel tempo?

R: Ho imparato che viaggiando nello spazio si può giungere in luoghi dove il tempo scorre in modo diverso, o addirittura non scorre affatto. Mi sono trovato spesso in situazioni dove ho avuto la certezza di quanto sostengo, però, via da quel contesto, non lo so più dire con parole convincenti.

9) Cos’è più importante per te, lo spazio o il tempo?

 R: Una volta, fino al liceo, pensavo che tempo e spazio fossero delle unità di misura certe, paletti affidabili. Oggi soprattutto il (passare del) tempo è in discussione relativa, in quanto connesso al movimento, alla distanza, alla temperatura, alla pressione e compressione, alla reazione chimica. (Fugge inesorabile, ma relativamente). Spesso mi sono chiesto se esista un’assurda confusione fra tempo e sua misura. In un certo senso è una questione filosofica collegata all’Esperimento e al suo Osservatore, che lo modifica.

Concludendo: lo spazio è sempre là, ma il tempo dov’è?

(Tempo scaduto)

Luciano Troisio 1

Luciano Troisio con pappagallo

Luciano Troisio, padovano, studi classici, ha insegnato nelle università di Padova, Pechino, Shanghai, Bratislava, Lubiana. Ha viaggiato molto specie nel Sudest Asiatico. È autore di varie pubblicazioni scientifiche e sperimentali.

Riguardano la poesia: By logos, Lacaita, Manduria, 1979; Folia sine nomine, Seledizioni, Bologna, 1981; La trasparenza dello scriba, Vallardi, Padova, 1982;La poesia nel Veneto, Forum, Forlì, 1985; Ragioni e canoni del corpo, Asefi, Milano, 2001; Linee odierne della poesia italiana, Hebenon, Torino, 2001; Folia sine nomine secunda, Marsilio, Venezia, 2005.

Inoltre ha pubblicato le raccolte poetiche: L’angelo alle spalle, Rebellato, Padova, 1960; Anamnesi in tre versioni, Rebellato, Padova, 1965; Precario, Lacaita, Manduria, 1980; Persistenza del cavallino, L’Arzanà, Alessandria, 1984;I giardini della maharani, Mercato saraceno, Treviso, 1986; Prove di diluizione, Edit, Fiume, 1999; Le poetesse cinesi, Ad Histmum, Padova, 2000; Three or four girls, Signum, Milano, 2002; Parnaso d’oriente, Marsilio, Venezia, 2004,Oriental Parnassus, translated by Luigi Bonaffini, Legas, New York, 2006;Strawberrystop, pref. di Giorgio Linguaglossa, Faloppio, Lieto Colle, 2008;Papera Omnia, Panda, Padova, 2010; Locations, Impermanenza, Cleup, Padova, 2012.

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“Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi”, Conversazioni  con narratori e poeti di Paolo Di Paolo. Lettura di Marco Onofrio

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Viene in mente, sfogliando Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi, di Paolo Di Paolo (Laterza, 2007, pp. 208, Euro 14), il concetto di “leggibilità del mondo” analizzato qualche anno fa, in uno splendido e corposo saggio, dal filosofo tedesco Hans Blumenberg. Il mondo come libro da “leggere” con gli occhi e con i piedi, viaggiandoci dentro; ma anche, specularmente, il libro come mondo da esplorare: entrambi da sentire con la pienezza esistenziale del corpo, nel tempo che scorre, attraverso i sensi ordinari o misteriosi “sesti sensi” che veicolano l’irripetibile magia di certi attimi, di certi “contatti”. Come quelli con i diciannove scrittori (Camilleri, Campo, Culicchia, A. Debenedetti, Capriolo, Marcoaldi, Petrignani, Petri, Fusini, Affinati, Mazzucco, Riccarelli, Gamberale, Trevi, Maraini, Anedda, Covito, La Capria, Tabucchi) che Di Paolo, viaggiando a sua volta (da Roma a Parigi, da Torino a Lisbona), ha raggiunto e incontrato nei luoghi reali e mentali del viaggio. Ed è davvero con tatto che egli li avvicina, mettendoli nelle migliori condizioni per rivelarsi, in quanto scrittori, viaggiatori, uomini. “Ogni viaggio è un romanzo”, dunque: ma anche ogni romanzo è un viaggio – di parole, attraverso le parole. La scrittura è un viaggio fuori dal tempo e dallo spazio, dice Antonio Tabucchi. Un viaggio da fermi, magari nel chiuso di una stanza, con un libro in mano. Tutti i viaggi possibili, tutte le nuvole del cielo, tutte le «voluttà vaste e cangianti e sconosciute» sono racchiuse nei libri. Nel loro riflesso di carta scopri città o paesaggi sconosciuti e immaginari, pensieri mai concepiti, fantasie e rapporti mai scorti in precedenza.

Edward Hopper Compartimento C vagone 293

Edward Hopper Compartimento C vagone 293

Ogni viaggio è un itinerario simbolico di conoscenza: una forma misteriosa che si disegna dinanzi a un occhio spalancato sul mondo, un occhio-mondo che si trasforma, che aderisce alle nostre identità. Ci sono forti corrispondenze tra libri e paesaggi: paesaggi di libri e libri di paesaggi. Distinguiamo così tra una geografia fisica (esterna), che studiamo noiosamente a scuola e che impariamo ad amare solo quando, poi, i viaggi li facciamo per davvero; e una geografia sentimentale (interiore): una psicogeografia che trovi censita attraverso i libri, letti come mappe e atlanti delle emozioni, dove trovi il confine infinito delle u-topie, dei luoghi che non esistono; le luci diafane di certe contrade, pregne di un mistero remotissimo e immanente; la forma diafana delle città invisibili: ma anche, più semplicemente, gli angoli nuovi di ciò che normalmente conosciamo. Com’è dunque questo viaggio che esce fuori dagli occhi e dalla viva voce degli scrittori? Certamente molto diverso dal surrogato di esperienza che ci propone il turismo di massa, quello dei villaggi e dei tour operator, dove tutto è preconfezionato, organizzato, tempificato, e scorre indifferente, senza lasciare traccia. Il viaggio degli scrittori, invece, esce dalle logiche perverse della globalizzazione: permette così di comprendere che il mondo «è grande e diverso. Per questo è bello: perché è grande e diverso, ed è impossibile conoscerlo tutto». È un viaggio lento e senza tempo: può così sedimentarsi, lasciando tracce nello sguardo, echi nella mente, curve di silenzio dentro al cuore. È il viaggio che si rivela nel suo potere gnoseologico ed epifanico, per cui un dettaglio di sfumatura (magari il rumore della pioggia sui vetri, un odore, una musica, una luce) si accende, si impone sullo sfondo, si illumina e illumina a sua volta, sicché – per suo tramite – il mondo tutto finisce per manifestarsi. Può contare più l’alberghetto senza nome che il reperto millenario; così come, nella ricerca storiografica, più il “documento” di vita che il conclamato “monumento” che rappresenta.

Paolo Di Paolo ogni viaggioÈ un viaggio, quello degli scrittori, che obbedisce ad esigenze interiori di conoscenza, di scoperta, di evoluzione. Non come “fuga dal mondo”, ma come tramite e forma di una più profonda relazione con esso. Il viaggiatore, infatti, si porta dietro il suo mondo come in un guscio di lumaca (Ugo Riccarelli), ma si lascia implicare dalla “dispersione” inevitabile che il viaggio, quando è esperienza autentica, comporta. E così, nella trasformazione, «si dimentica di sé» − dice Franco Marcoaldi − e diventa «un Nessuno che aderisce alle pieghe del mondo, diventa gli alberi che vede, le montagne che scala, i nuovi cibi che mangia, le persone che incontra». Lo scrittore si disperde ma anche stranamente si raccoglie nell’identità fisica e metafisica del luogo: diventa la sua “carne”. Capisce così quale straordinaria, luminosa costellazione di senso si apra, a mo’ di gemma, in ogni centimetro quadrato del pianeta. Può allora provare, come Rossana Campo a Parigi, l’esperienza “estatica” di entrare nel corpo della città, di “esplodere” per diventarne parte. Una passeggiata per le strade di Parigi può operare una “trasformazione alchemica”: nutre la mente e droga l’immaginazione. Ancora più esaltante può essere l’esperienza di spaesamento: l’arte di smarrirsi di cui ci parla Walter Benjamin. Provare fino in fondo, fino ai limiti del caos, o del panico, la rischiosa libertà della non-appartenenza: sentirsi sempre e dovunque un po’ stranieri. Trovarsi ad esempio in un Paese lontanissimo, senza contatti, senza conoscere la lingua (neanche una parola), senza denaro, camminando per dove non si sa. Immergersi nella folla, nella marea umana. Leggere libri di vita negli occhi della gente. Raccogliere storie. È proprio dello scrittore (e del lettore suo vicario) questo guardare noi stessi con gli occhi degli altri: questa capacità camaleontica di essere l’altro, di dare se stesso all’altro. Oppure viaggiare per improvviso impulso, per divenire prossimi alla vita e obbedire intensamente al suo richiamo. Prendere il primo treno che parte, senza motivo, senza conoscerne la destinazione. L’irrequietezza del viaggiatore è la divina curiositas: inquietudine e nostalgia di chi cerca casa, di Ulisse che parte sempre per ritornare (o torna per ripartire). «Le città», dice Giuseppe Culicchia, «cominci a capirle davvero solo quando te ne vai. Hai bisogno di allontanarti molte volte, per vedere meglio ciò che avevi vicino».

Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years - 1915 to 1923 - to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, ...

Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years – 1915 to 1923 – to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, …

I viaggi come avventure dello sguardo e della mente: scoperte sentimentali, pellegrinaggi, risarcimenti. Ma ci sono anche le “false partenze” di cui parla Raffaele La Capria, uno per cui «il viaggio più avventuroso si può compierlo anche dentro casa. O appena fuori». I viaggi come occasioni mancate: perché qualcosa sfugge sempre, e allora bisogna ritornarci, come rileggere un libro. I luoghi dove non andremo mai, o quelli dove non andremo più. I luoghi che sogniamo da una vita e «prima o poi ci vado» (ma davvero non si parte mai). Che peccato sarebbe non vedere, morire senza aver visto le spezie e le perle da raccogliere lungo il cammino, e i colori, i profumi, gli oggetti, gli incontri: quel che non cerchi e che trovi per caso, al di là della mappa o della guida turistica. È nelle terre di mezzo, nei luoghi di confine, nei dettagli e negli interstizi: è lì che si svela l’essenza metafisica delle cose, il nucleo profondo della realtà. Il viaggio cattura e libera lo spazio dell’identità, della libertà, del senso delle cose: uno spazio che sono proprio gli scrittori a difendere, perché hanno e si danno il compito di custodire le cose dalla morte. La scrittura, infatti, è il più libero e avventuroso dei viaggi. Scrivere è un altro modo di camminare: un passo dopo l’altro, una parola dopo l’altra: e le raccogli lungo il percorso come le briciole di Pollicino.

Richard Tuschman interno

Richard Tuschman interno

Abitando le pagine dei libri, poi, si finisce per abitare e amare un luogo leggendo, da cui il desiderio e/o la scelta di andarci a vivere. Ma non è questione di distanza: può stupirci più una passeggiata di cento metri che un viaggio intercontinentale di tre mesi. Dipende dallo sguardo. E lo sguardo si trasforma attraverso il viaggio: nella realtà fisica del mondo come in quella immateriale della scrittura. I libri orientano, allenano, educano, potenziano il nostro modo di guardare alle cose. Ci spingono a compiere un viaggio di pensiero. Insegnano a pensare. I libri non finiscono mai, anche quando chiudi l’ultima pagina. Continuano ad abitarci nella testa; lavorano silenziosamente; ci spingono a crescere, a cambiare, a crescere. E gli scrittori incidono il senso dei luoghi: cambiano per sempre il modo di guardarli. Dopo aver letto Joyce, visiteremo o abiteremo Dublino in modo diverso. Ci sono autori e libri che ci fanno da guida, che avvertiamo congeniali al nostro passo, come buoni compagni di viaggio. I libri ci danno la possibilità di viaggiare dentro le persone, nei loro sentimenti; di attraversare quelli che Calvino definisce “livelli di realtà”.

Stefano Di Stasio

Stefano Di Stasio

La scrittura è un tapis roulant che ci trasporta attraverso gli universi paralleli. Pensiamo con emozione ai viaggi infiniti che potenzialmente ci attendono in una biblioteca! O al viaggio dei libri usati, saturi di vita, quando, con ansia di scoperta, li rovistiamo nelle bancarelle: le mani e gli occhi che li hanno incrociati, il tempo e le case e gli scaffali delle librerie attraverso cui sono passati per arrivare a noi… Anche questo libro di Paolo Di Paolo è – ovviamente – un viaggio: un viaggio attraverso il viaggio degli scrittori, che a sua volta si produce attraverso il viaggio della vita, loro e di tutti. Noi e il mondo viaggiamo dentro i libri, che a loro volta viaggiano nel mondo, attraverso noi. È un viaggio simultaneo e senza fine, che percorre migliaia di luoghi, pieno di proposte, spunti, biforcazioni, alternative, finestre da cui affacciarsi per ingoiare con lo sguardo panorami. E fa venire voglia di partire, leggere, diventare: voglia di essere ciò che siamo e sognare chi non saremo mai.

Marco Onofrio

Marco Onofrio

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Ha pubblicato 22 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (2002), Autologia (2005), D’istruzioni (2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (2013). La sua produzione letteraria è stata oggetto di decine di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009), il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). È intervenuto come relatore in presentazioni di libri e conferenze pubbliche. Nel 1995 si è laureato,  all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche di carattere culturale presso Radio Rai, emittenti private e web radio. Ha scritto prefazioni e pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

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