“Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi”, Conversazioni  con narratori e poeti di Paolo Di Paolo. Lettura di Marco Onofrio

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Viene in mente, sfogliando Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi, di Paolo Di Paolo (Laterza, 2007, pp. 208, Euro 14), il concetto di “leggibilità del mondo” analizzato qualche anno fa, in uno splendido e corposo saggio, dal filosofo tedesco Hans Blumenberg. Il mondo come libro da “leggere” con gli occhi e con i piedi, viaggiandoci dentro; ma anche, specularmente, il libro come mondo da esplorare: entrambi da sentire con la pienezza esistenziale del corpo, nel tempo che scorre, attraverso i sensi ordinari o misteriosi “sesti sensi” che veicolano l’irripetibile magia di certi attimi, di certi “contatti”. Come quelli con i diciannove scrittori (Camilleri, Campo, Culicchia, A. Debenedetti, Capriolo, Marcoaldi, Petrignani, Petri, Fusini, Affinati, Mazzucco, Riccarelli, Gamberale, Trevi, Maraini, Anedda, Covito, La Capria, Tabucchi) che Di Paolo, viaggiando a sua volta (da Roma a Parigi, da Torino a Lisbona), ha raggiunto e incontrato nei luoghi reali e mentali del viaggio. Ed è davvero con tatto che egli li avvicina, mettendoli nelle migliori condizioni per rivelarsi, in quanto scrittori, viaggiatori, uomini. “Ogni viaggio è un romanzo”, dunque: ma anche ogni romanzo è un viaggio – di parole, attraverso le parole. La scrittura è un viaggio fuori dal tempo e dallo spazio, dice Antonio Tabucchi. Un viaggio da fermi, magari nel chiuso di una stanza, con un libro in mano. Tutti i viaggi possibili, tutte le nuvole del cielo, tutte le «voluttà vaste e cangianti e sconosciute» sono racchiuse nei libri. Nel loro riflesso di carta scopri città o paesaggi sconosciuti e immaginari, pensieri mai concepiti, fantasie e rapporti mai scorti in precedenza.

Edward Hopper Compartimento C vagone 293

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Ogni viaggio è un itinerario simbolico di conoscenza: una forma misteriosa che si disegna dinanzi a un occhio spalancato sul mondo, un occhio-mondo che si trasforma, che aderisce alle nostre identità. Ci sono forti corrispondenze tra libri e paesaggi: paesaggi di libri e libri di paesaggi. Distinguiamo così tra una geografia fisica (esterna), che studiamo noiosamente a scuola e che impariamo ad amare solo quando, poi, i viaggi li facciamo per davvero; e una geografia sentimentale (interiore): una psicogeografia che trovi censita attraverso i libri, letti come mappe e atlanti delle emozioni, dove trovi il confine infinito delle u-topie, dei luoghi che non esistono; le luci diafane di certe contrade, pregne di un mistero remotissimo e immanente; la forma diafana delle città invisibili: ma anche, più semplicemente, gli angoli nuovi di ciò che normalmente conosciamo. Com’è dunque questo viaggio che esce fuori dagli occhi e dalla viva voce degli scrittori? Certamente molto diverso dal surrogato di esperienza che ci propone il turismo di massa, quello dei villaggi e dei tour operator, dove tutto è preconfezionato, organizzato, tempificato, e scorre indifferente, senza lasciare traccia. Il viaggio degli scrittori, invece, esce dalle logiche perverse della globalizzazione: permette così di comprendere che il mondo «è grande e diverso. Per questo è bello: perché è grande e diverso, ed è impossibile conoscerlo tutto». È un viaggio lento e senza tempo: può così sedimentarsi, lasciando tracce nello sguardo, echi nella mente, curve di silenzio dentro al cuore. È il viaggio che si rivela nel suo potere gnoseologico ed epifanico, per cui un dettaglio di sfumatura (magari il rumore della pioggia sui vetri, un odore, una musica, una luce) si accende, si impone sullo sfondo, si illumina e illumina a sua volta, sicché – per suo tramite – il mondo tutto finisce per manifestarsi. Può contare più l’alberghetto senza nome che il reperto millenario; così come, nella ricerca storiografica, più il “documento” di vita che il conclamato “monumento” che rappresenta.

Paolo Di Paolo ogni viaggioÈ un viaggio, quello degli scrittori, che obbedisce ad esigenze interiori di conoscenza, di scoperta, di evoluzione. Non come “fuga dal mondo”, ma come tramite e forma di una più profonda relazione con esso. Il viaggiatore, infatti, si porta dietro il suo mondo come in un guscio di lumaca (Ugo Riccarelli), ma si lascia implicare dalla “dispersione” inevitabile che il viaggio, quando è esperienza autentica, comporta. E così, nella trasformazione, «si dimentica di sé» − dice Franco Marcoaldi − e diventa «un Nessuno che aderisce alle pieghe del mondo, diventa gli alberi che vede, le montagne che scala, i nuovi cibi che mangia, le persone che incontra». Lo scrittore si disperde ma anche stranamente si raccoglie nell’identità fisica e metafisica del luogo: diventa la sua “carne”. Capisce così quale straordinaria, luminosa costellazione di senso si apra, a mo’ di gemma, in ogni centimetro quadrato del pianeta. Può allora provare, come Rossana Campo a Parigi, l’esperienza “estatica” di entrare nel corpo della città, di “esplodere” per diventarne parte. Una passeggiata per le strade di Parigi può operare una “trasformazione alchemica”: nutre la mente e droga l’immaginazione. Ancora più esaltante può essere l’esperienza di spaesamento: l’arte di smarrirsi di cui ci parla Walter Benjamin. Provare fino in fondo, fino ai limiti del caos, o del panico, la rischiosa libertà della non-appartenenza: sentirsi sempre e dovunque un po’ stranieri. Trovarsi ad esempio in un Paese lontanissimo, senza contatti, senza conoscere la lingua (neanche una parola), senza denaro, camminando per dove non si sa. Immergersi nella folla, nella marea umana. Leggere libri di vita negli occhi della gente. Raccogliere storie. È proprio dello scrittore (e del lettore suo vicario) questo guardare noi stessi con gli occhi degli altri: questa capacità camaleontica di essere l’altro, di dare se stesso all’altro. Oppure viaggiare per improvviso impulso, per divenire prossimi alla vita e obbedire intensamente al suo richiamo. Prendere il primo treno che parte, senza motivo, senza conoscerne la destinazione. L’irrequietezza del viaggiatore è la divina curiositas: inquietudine e nostalgia di chi cerca casa, di Ulisse che parte sempre per ritornare (o torna per ripartire). «Le città», dice Giuseppe Culicchia, «cominci a capirle davvero solo quando te ne vai. Hai bisogno di allontanarti molte volte, per vedere meglio ciò che avevi vicino».

Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years - 1915 to 1923 - to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, ...

Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years – 1915 to 1923 – to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, …

I viaggi come avventure dello sguardo e della mente: scoperte sentimentali, pellegrinaggi, risarcimenti. Ma ci sono anche le “false partenze” di cui parla Raffaele La Capria, uno per cui «il viaggio più avventuroso si può compierlo anche dentro casa. O appena fuori». I viaggi come occasioni mancate: perché qualcosa sfugge sempre, e allora bisogna ritornarci, come rileggere un libro. I luoghi dove non andremo mai, o quelli dove non andremo più. I luoghi che sogniamo da una vita e «prima o poi ci vado» (ma davvero non si parte mai). Che peccato sarebbe non vedere, morire senza aver visto le spezie e le perle da raccogliere lungo il cammino, e i colori, i profumi, gli oggetti, gli incontri: quel che non cerchi e che trovi per caso, al di là della mappa o della guida turistica. È nelle terre di mezzo, nei luoghi di confine, nei dettagli e negli interstizi: è lì che si svela l’essenza metafisica delle cose, il nucleo profondo della realtà. Il viaggio cattura e libera lo spazio dell’identità, della libertà, del senso delle cose: uno spazio che sono proprio gli scrittori a difendere, perché hanno e si danno il compito di custodire le cose dalla morte. La scrittura, infatti, è il più libero e avventuroso dei viaggi. Scrivere è un altro modo di camminare: un passo dopo l’altro, una parola dopo l’altra: e le raccogli lungo il percorso come le briciole di Pollicino.

Richard Tuschman interno

Richard Tuschman interno

Abitando le pagine dei libri, poi, si finisce per abitare e amare un luogo leggendo, da cui il desiderio e/o la scelta di andarci a vivere. Ma non è questione di distanza: può stupirci più una passeggiata di cento metri che un viaggio intercontinentale di tre mesi. Dipende dallo sguardo. E lo sguardo si trasforma attraverso il viaggio: nella realtà fisica del mondo come in quella immateriale della scrittura. I libri orientano, allenano, educano, potenziano il nostro modo di guardare alle cose. Ci spingono a compiere un viaggio di pensiero. Insegnano a pensare. I libri non finiscono mai, anche quando chiudi l’ultima pagina. Continuano ad abitarci nella testa; lavorano silenziosamente; ci spingono a crescere, a cambiare, a crescere. E gli scrittori incidono il senso dei luoghi: cambiano per sempre il modo di guardarli. Dopo aver letto Joyce, visiteremo o abiteremo Dublino in modo diverso. Ci sono autori e libri che ci fanno da guida, che avvertiamo congeniali al nostro passo, come buoni compagni di viaggio. I libri ci danno la possibilità di viaggiare dentro le persone, nei loro sentimenti; di attraversare quelli che Calvino definisce “livelli di realtà”.

Stefano Di Stasio

Stefano Di Stasio

La scrittura è un tapis roulant che ci trasporta attraverso gli universi paralleli. Pensiamo con emozione ai viaggi infiniti che potenzialmente ci attendono in una biblioteca! O al viaggio dei libri usati, saturi di vita, quando, con ansia di scoperta, li rovistiamo nelle bancarelle: le mani e gli occhi che li hanno incrociati, il tempo e le case e gli scaffali delle librerie attraverso cui sono passati per arrivare a noi… Anche questo libro di Paolo Di Paolo è – ovviamente – un viaggio: un viaggio attraverso il viaggio degli scrittori, che a sua volta si produce attraverso il viaggio della vita, loro e di tutti. Noi e il mondo viaggiamo dentro i libri, che a loro volta viaggiano nel mondo, attraverso noi. È un viaggio simultaneo e senza fine, che percorre migliaia di luoghi, pieno di proposte, spunti, biforcazioni, alternative, finestre da cui affacciarsi per ingoiare con lo sguardo panorami. E fa venire voglia di partire, leggere, diventare: voglia di essere ciò che siamo e sognare chi non saremo mai.

Marco Onofrio

Marco Onofrio

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Ha pubblicato 22 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (2002), Autologia (2005), D’istruzioni (2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (2013). La sua produzione letteraria è stata oggetto di decine di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009), il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). È intervenuto come relatore in presentazioni di libri e conferenze pubbliche. Nel 1995 si è laureato,  all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche di carattere culturale presso Radio Rai, emittenti private e web radio. Ha scritto prefazioni e pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

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9 commenti

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9 risposte a ““Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi”, Conversazioni  con narratori e poeti di Paolo Di Paolo. Lettura di Marco Onofrio

  1. Per anni ho viaggiato sotto la scorta pesante di guide, opuscoli,itinerari ben tracciati. Ora ,quando mi capita (sempre meno) voglio sentire l’aria che tira,guardare le facce della gente, immaginare la vita nascosta dalle tende che schermano le finestre.E gli oggetti buffi che si offrono a chi li compra(io sono una cliente formidabile),ai bei monumenti assediati da orde di turisti,avviliti dalle parole noiose di chi li dovrebbe illustrare,mentre sono pieni di cose belle nascoste e trascurate. Una volta ho passata una notte in bianco, aspettando che, al mattino, aprisse il negozietto dell’albergo, per comprare una scatola cinese piena di micini.

  2. Non voglio parlare di me come viaggiatrice nella realtà e tra le pagine dei libri che amo.
    Resto coerente al testo di Marco Onofrio che anche oggi, come ogni altra volta (mi ripeto, lo so), affascina il lettore con la sua abilità di entrare profondamente in ogni testo recensito, esprimendone il “succo” in una prosa limpida e classicamente ordinata.

    Giorgina Busca Gernetti

  3. ubaldo de robertis

    Con la straordinaria lettura che l’inarrivabile Marco Onofrio fa del libro del Di Paolo è cominciata, nel migliore dei modi, la mia giornata di oggi, prima domenica di ottobre. Due dei diciannove scrittori intervistati dall’autore del libro li ho conosciuti personalmente: Riccarelli e Tabucchi, con immenso piacere. “La scrittura è un viaggio fuori dal tempo e dallo spazio”, dice Antonio Tabucchi all’intervistatore. Vorrei esser bravo a combinare questa definizione con l’affermazione, letta di recente, attribuita a Osip Mandel’stam, e riferita al viaggiatore per eccellenza: “Ulisse è ritornato pieno di spazio e di tempo”. Spazio è tempo quelle che Kant definiva come forme a priori della sensibilità umana.
    L’aforisma di Ugo Riccarelli: Il viaggiatore si porta dietro il suo mondo come in un guscio di lumaca,- mi ha portato fuori strada, (fuori da quella coerenza richiamata opportunamente da Giorgina Busca Gernetti), mi capita spesso in questo ultimo periodo. Scrivevo e mi è venuto in mente un altro pisano, pisano come Tabucchi, come Riccarelli e come me, ho pensato a Fibonacci di nome Leonardo, nome molto appropriato. La spirale del guscio del mollusco sopra citato riflette la costante matematica universale espressa dalla serie numerica del Fibonacci.
    A dire il vero le proporzioni ricavate dalla serie valgono per tantissime specie viventi, e non solo…
    E il tutto simboleggia, secondo me, il profondo mistero che è la vita.
    Buona domenica, Ubaldo de Robertis

  4. Ora eco di strada anch’io.
    *
    VOLTERRA

    «città di vento e di macigno»
    Gabriele D’Annunzio

    Mi sono ritrovata nella scabra
    roccia che ti rinserra
    e ti sostiene.
    Il vento ti tormenta e mi tormenta.
    Ma è il “tuo” vento
    quello che pazzo infuria nelle piazze
    e corre per le strade e per i vicoli
    angusti e bui.

    Ho ritrovato la mia anima,
    fattasi luce
    in quest’oscurità di strade
    strette fra alte torri,
    dimora un tempo d’alteri potenti.

    Ho vissuto altre vite nei palazzi
    patrizi, nelle sale dorate
    riflesse dagli specchi,
    tra vortici di danza
    nella tremula luce di fiammelle.

    Sono stata felice sposa etrusca
    dai fastosi gioielli e ricca veste,
    quieta e serena, distesa sull’urna.
    Un braccio mi cingeva le spalle
    con tenero affetto coniugale.

    È fantasia, memoria, realtà?

    Un caldo braccio mi cinge le spalle
    per ripararmi dal tuo vento,
    aspra e amata Volterra.
    Fra le tue pietre forse ho rinvenuto
    l’antico amore spento.

    In te mi sono ritrovata.

    ***

    Giorgina Busca Gernetti, “Ombra della sras”, Genesi, Torino 2002

  5. Complimenti a Giorgina Busca Gernetti per questa poesia teatralmente composta e costruita con grande sapienza. Direi che la costruzione di una poesia è importante, oggi, in realtà non sono molto i poeti che sanno di “costruzione”, ovvero, di bilanciamento tra le parti e di economia della costruzione.

    • Grazie davvero, caro Giorgio, per questo giudizio più che positivo.
      Mi soddisfa il riconoscimento della “costruzione”, come avviene in una composizione musicale secondo le norme dell’armonia e composizione (materia di studio al Conservatorio e inevitabile ripetizione del termine “composizione”).
      Mi scuso per i vari refusi, persino “sera” nel titolo del libro.
      Un caro saluto

      Giorgina

  6. Il viaggio fisico è sempre un viaggio dentro se stessi, così come un viaggio dentro se stessi è sempre un viaggio fisico. Lo posso testimoniare per quanto riguarda il mio rapporto con l’Irlanda. Il mio viaggio in quella terra è iniziato proprio da un libro, e l’esplorazione dell’isola, del suo passatro e del suo presente, grazie a quel libro, è iniziata quasi venti anni prima dell’esservi andata e dell’esservi rimasta un anno. Quel soggiorno ha avuto per me non solo l’effetto di una profonda guarigione e trasformazione, ma ha attivato energie creative prima silenziose, tanto che si sono poi concretizzate in un romanzo e in molte poesie, anche in inglese. Ma gli effetti – sono ormai passati molti anni – sono ancora attivi dentro di me. Il paesaggio irlandese, i luoghi, l’odore del vento, la luce tagliente o soffusa, si sono rivelati lo specchio del mio paesaggio interiore e mi sono ritrovata fatta terra, mare e cielo.
    Tutto è partito da un libro e a un libro (anzi, più di uno) è ritornato. Più di così!
    P.S. Non mi piace il termine “scrittura” tanto di moda ormai per indicare l’atto consapevole dello scrivere. Traduce, adattandolo malamente, il verbo sostantivato inglese “writing”, che significa “lo scrivere”. Non ne faccio un appunto a Onofrio ovviamente, perché il termine è entrato ormai a forza in uso nel linguaggio comune. Ma in realtà denota lo svilimento della letteratura, ridotta appunto ai grafemi che ne sono lo strumento tecnico. Io preferisco usare “lo scrivere” o il più in disarmo “letteratura”. E’ un mio vezzo, che ci volete fare?

  7. Caro Marco Onofrio,
    ti è stato corretto il compito!
    Un caro saluto
    Giorgina

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