Vivian Lamarque DIECI POESIE da Madre d’inverno (Mondadori, 2016) La condizione della poesia-mediatica di oggi: – A proposito di una poesia scritta a 6 mani; Il problema della forma-poesia riconoscibile […] Che cos’è l’«esperienza»? – È possibile una poesia dell’ «esperienza»? La «zona franca» dei linguaggi letterari di oggi. La poesia come bisogno corporale, come atto di fede. Il poeta-massa pronuncia un atto di fede: una cartolina dove ci sono l’io e il tu. La poesia turistica. La fluidificazione turistica di tutte le forme. Sì, insomma, probabilmente per il poeta-massa «c’è posto per tutti» Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

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Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

A proposito di una poesia scritta a 6 mani

Pochi giorni fa, sulle pagine dei Commenti di questa rivista è stato fatto un esperimento molto interessante, è stata creata una poesia a sei mani a partire da un verso lasciato lì per caso da un commentatore. Ecco, io vorrei sottolineare questo evento perché ne è uscita fuori una poesia non riconoscibile. Imprevista e imprevedibile. Finalmente, è stato creato un qualcosa che nessuno di noi si aspettava.

Ecco la poesia composta da frammenti a 6 mani, da Ubaldo De Robertis, Antonella Zagaroli, Flavio Almerighi, Giorgio Linguaglossa, Lucio Mayoor Tosi, Giuseppina Di Leo. Beh, che ve ne pare? Non sarà una «bella poesia» nel senso tradizionale del termine, ma almeno c’è della elettricità dentro. Qualcosa che vibra.

.

Come la luce passerà su quel vetro o si rifletterà.

M’è dolce leggere ascoltando e vedendo.

Mi raccomando: acqua in bocca!

glu glu glu

In principio non sembrò un problema.

Betta cavalcava la pinna dello squalo

sembrando compiaciuta.

Tre squali bianchi nuotano nella vasca.

Brillano i bambini sul vetro dei bicchieri.

Manca sempre l’oliva, disse lo squalo.

Ignari

suonano con tutte le acque

Il problema della forma-poesia riconoscibile

Il problema che mi accingo a porre in evidenza è di carattere macro stilistico, o extra stilistico, se volete, e concerne la totalità o quasi della poesia italiana che si fa oggi. La questione della poesia intesa come momento lineare, un certo concetto di forma-poesia, dove lo spazio e il tempo della poesia è il rispecchiamento dello spazio e del tempo dell’io nella sua vita quotidiana. Io qui mi limito a sollevare dubbi e eccezioni a questo concetto del reale e della creazione artistica. Il mio dubbio è che non si dà alcuna equivalenza o equipollenza tra le due situazioni, e che se si fa una poesia o un romanzo che segue il modello lineare della vita quotidiana, si finisce dritti nella falsariga del riconoscibile, della rappresentazione mimetica, in una parola, del realismo mimetico e mimetizzante. Nulla di male, s’intende, ci sono migliaia di romanzi e di poesie di intrattenimento che seguono questo modello compositivo. Direi che è questo il pericolo che impende sopra grandissima parte del romanzo e della poesia contemporanee. Ma il romanzo ha una via di uscita di sicurezza che è dato dai suoi svariati generi e sotto generi: il giallo, il noir, il fantastico, il fantasy, il semi giallo, il quasi fantasy, il gotico, il gotico-fantasy, il giallo-fantasy, il fantasy e basta etc.; la poesia no, non ha, per ragioni storico-estetiche, una altrettanta versatilità di forme, e quindi è più vulnerabile, più esposta.

Il problema cui si trova davanti la poesia di oggi è quello di una forma-poesia riconoscibile. C’è in giro una fame di riconoscibilità, una sete di conformismo, per cui si tende a creare qualcosa che sia immediatamente riconoscibile e identificabile.

Il problema di una forma-poesia riconoscibile, è sempre quello: se l’«io» sta in un luogo, immobile, anche l’«oggetto» sta in un altro luogo, immobile anch’esso. Di conseguenza, il discorso lirico diventa un confronto tra il qui e il là, tra l’io e il suo oggetto, tra l’io e il suo doppio, e il discorso lirico assume un andamento lineare. Ma, se poniamo che l’oggetto si sposta, l’io vedrà un altro oggetto che non è più l’oggetto di un attimo prima; di più, se anche l’io si sposta di un metro, vedrà un oggetto ancora differente, anche posto che l’oggetto se ne fosse stato fermo nel suo luogo tranquillamente per un bel quarto d’ora. E così, il discorso lirico (o post-lirico) si può sviluppare tra due postazioni in stazione immobile. Altra cosa è invece se le due posizioni, ovvero, i due attanti, cambiano il loro luogo nello spazio; ne consegue, a livello sintattico, un moto di ripartenza, di stacco e di arresto e, di nuovo, di stacco. Avremmo una poesia che non si muove più secondo un modello lineare ma secondo un modello non-lineare. Voglio dire che già Mallarmé aveva distrutto il modello lineare dimostrando che esso era una convenzione e null’altro e, come tutte le convenzioni, bisognava  derubricarla e passare ad uno sviluppo non più lineare ma circolare della poesia. 

Gran parte della poesia contemporanea parte da un assunto di base che è dato dalla stazione immobile dell’io, con l’io al «centro del mondo», attorno al quale ruota tutta la fenomenologia degli oggetti; in modo consequenziale i giri sintattici, anche se di illibato nitore e rigore metrico, si dispongono in modo lineare, come tipico di una tradizione recente: l’io di qua e gli oggetti di là, in un costante star-di-fronte. Questo tipo di impostazione, intendo quello della stazione immobile dell’io e della distanza fissa tra l’io e gli oggetti, conduce, inevitabilmente, al pendio elegiaco. L’elegia ti costringe a cantare la «distanza». E l’elegia è tipicamente consolatoria. In definitiva, il dialogo tra l’io ed il suo oggetto si rivela essere un dialogo posizionale, posizionato, «convenzionale», come da una certa tradizione italiana novecentesca. Così, la poesia che si fa oggi consta di un susseguirsi di componimenti fenomenologici, di una fenomenologia che tende all’elegiaco. Eccepirei una fenomenologia immobile, priva di direzionalità laterali e trasversali, priva di verticalità, di diagonalità, di salti posizionali, temporali e spaziali. Ecco, questa è la ragione che delimita uno stile, e lo stile è come immobilizzato all’interno di una postazione fissa dell’io e del suo oggetto.

Che cos’è l’«esperienza»? – È possibile una poesia dell’ «esperienza»?

Che cos’è l’«esperienza»? – È possibile una poesia dell’ «esperienza»? Credo che l’idea più diffusa che si ha oggi in Italia è quella di una poesia che sia significativa di una esperienza genericamente «corporale» o genericamente «spirituale» (tutte cose in sé algebricamente problematiche). Concetto quanto mai rarefatto e indiziario quello di «esperienza» che non è possibile delimitare e identificare con cognizione di causa. Come nasce una esperienza? Come finisce? Come nasce una intenzione significante? Come finisce? Questa sarebbe una bella questione da investigare. Una intenzione significante non è il prodotto (stocastico, statistico, probabilistico) di tutti i tentativi di intenzionare il significato? Ma, mi chiedo, e lo chiedo ai lettori, è ancora possibile esperire il mondo dell’esperienza di questo trapassare di tutte le cose in «altro»? È ancora possibile fare poesia in questo fiume segnaletico dalla corrente incessante? E in che modo scrivere in questa fluidificazione universale? Con quale sintassi? Con quale punteggiatura? Con quale lessico? Con quali tematiche? Con quale sceneggiatura? Siamo immersi tutti i giorni nella fluidificazione di tutte le forme e dei vasi comunicanti, dei trasmettitori elettronici, delle segnaletiche elettroniche, del mondo dei segni propri dell’universo mediatico. Mi chiedo, è ancora possibile stabilire, con un minimo di precisione, la comunicazione della in-tensione significante?

Quello che la poesia moderna fa e non fa o di-sfa non ha più nulla a che vedere con le questioni filosofiche classiche come la «radura», l’«apertura» all’essere o la «distanza» dall’essere, o l’«oblio» dell’essere… Il tutto è stato sostituito da una segnaletica universale che non conduce ad alcun luogo-senso, ovvero, che conduce ad una pluralità multidimensionale di «sensi-luoghi» mancati, interrotti, obtorti, di direzioni intermesse, di sensi vietati, di direzioni cieche, di sentieri nel bosco etc.. Attigua a questa «nuova» dimensione c’è una «zona franca» di frastagliature, di arcipelaghi, di smagliature semantiche e lessicali, infinite e complicate strettoie linguistiche, di ostacoli, di dossi, un vero e proprio mare di segni in agitazione perpetua dove ciò che le carte nautiche possono indicare è una miriade di arcipelaghi e di isolotti che il mare qua e là annega di continuo con la pienezza della sua fluidità.

Una «zona franca» dunque? (come scriveva Pasolini negli anni Sessanta?). Non mi sembra che per la poesia contemporanea si possa parlare di «zona franca». È che tutti i campi operazionali sono diventati «zona franca» »; ogni luogo è diventato un luogo di ostensibilità di presunte libertà creatrici. Ogni arbitrio linguistico, ogni segnaletica «privata», ogni idioletto è permesso, anzi, incentivato dalla amministrazione globale dell’intrattenimento.

In queste condizioni è ancora possibile esperire l’esperienza di un «viaggio», come fa molta poesia turistica di oggi? Come si pone l’«esperienza» nella nuova situazione intravista dalla «termodinamica delle strutture dissipative» e dalla matematica topologica delle catastrofi? Quando siamo già da tempo nella catastrofe permanente della stagnazione matematizzabile.

Grandissima parte della poesia che si fa oggi in Italia adotta uno spazio-tempo omogeneo, interamente misurabile e retrodatabile, annichilabile e convertibile, un universo elastico, fluttuante, in cui non c’è alcuna differenza tra il nord e il sud, tra l’alto e il basso, tra la destra e la sinistra; dove non sono più le nostre azioni a scandire lo zenit del «destino» (già parlare di destino è come parlare di alberi!), non sono le nostre passioni a scandire un «canzoniere» (morto e sepolto insieme alla vita quotidiana e alla storicizzazione di essa); nelle nuove condizioni della temporalità estraniata le stesse parole cadono non più perché soggette alla legge della gravità della sintassi o alla legge della leggerezza delle strutture significanti ma perché sottoposte alla legge della «fluidificazione» del globale e del locale: la fluidificazione del «Vuoto». Oggi non si danno più le differances, quelle sì di un tempo rassicurante. Sicuramente, è rassicurante vivere in un universo di forme riconoscibili.

Un tipico esempio di poesia riconoscibile: la poesia di Vivian Lamarque

Se consideriamo lo spazio poetico come una «zona franca» di «cose» che galleggiano sulla fluidificazione turistica di tutte le forme e di tutte le «cose», ecco che avremo pronto lo stile della «indirezione indifferenziata» della poesia di Vivian Lamarque, un quasi-stile indifferenziato. Se consideriamo la poesia dal punto di vista del nostro «locale», del nostro «corpo», del nostro «spirito» (e via cantando), si fa della letteratura pseudo-esistenzialistica, direi turistica; poesia da viaggio turistico: l’alienazione e l’angoscia descritte con il linguaggio del corporale-quotidiano fa ridere, diventa: la caricatura dell’alienazione e dell’angoscia, diciamo: una poesia orizzontale facile facile. La poesia della Lamarque è espressione di questo «locale-corporale» che comunica con il «locale-corporale» del lettore. Tutto qui. È: un esistenzialismo turistico ricco di geografia di «luoghi» riconoscibili, ricco di topologia turistica. Ecco la ragione della ossessione percussiva di tematismi corporali piuttosto che di tematiche. La poesia come bisogno corporale, come atto di fede e non come operazione intellettuale.

Il proposizionalismo della poesia che si fa oggi, e di cui la poesia della Lamarque ne è un parametro significativo, ha qualcosa di un mobilio di seconda mano, gestuale, gergale, idiomatico, con i mobili presi in prestito dai vicini rivenditori linguistici del telemarket, che si esprime tramite idiomatismi: con perifrasi idiomatiche, monadico-mediatiche. La poesia è diventata un atto di fede di massa. Il poeta-massa pronuncia un atto di fede: una cartolina dove ci sono l’io e il tu che ci parlano delle loro storie. Qui non c’è alcun «problematica», non c’è storia interiore, né una esperienza; lo stile si fa telegrafico, monocorde, la sintassi è elementare, monodirezionale, monotonale. Sì, insomma, lo dice il poeta-massa: «c’è posto per tutti».

Dieci poesie da Madre d’inverno di Vivian Lamarque (Mondadori, 2016)

Ritratto con mare I

Oggi di fronte a te
ho messo un mare.
L’ha appeso Paolo,
è un olio Castellani, scogli
violetti come quel giorno
che quasi annegavamo,
spruzzi lievi di bianca
schiuma ti guardano
che li guardi
mentre io guardo te
diventata quadro.

*

Ritratto con vela

Ci mancava anche il vento! Come quando in casa
la malchiusa finestra da sola si spalancava e
aria folate d’aria tende di vela, pol-mo-ni dicevi,
respiravi. Ora sulla tua fronte da secchi
rami in volo ferita, piano come bianca benda,
piano di platano plana una grande foglia.

*

Ritratto con intermittenza

Come il diavolo l’acquasanta temo
l’intermittenza delle luci di natale
quelle luci col vizio di tramontare
continuamente tramontare. A ogni
batter di ciglia pendono dall’abete
dai rami fili neri strani e l’intorno
si fa spettrale, tutto il contrario
del natale. Idem il tuo ritratto
come di una non viva che di nuovo
cessasse di vivere, che ricominciasse
tutto da capo morte vita morte
occhi aprire chiudere aprire
come un’insonnia – del morire.

*
Compro Oro

……………a Lello Baldini

Scusa che ho venduto quella tua spilla
d’oro, quella come un ramo d’oro
a un Compro Oro, a una addetta signorinella
pallida come la tua canzone però è sposata
le ho venduto anche anellini vado
e vengo ormai mi conosce fa così
caldo le ho detto come fa otto ore
perché non mette un ventilatore
di quelli piccoli ce ne sono anche
portatili ha ragione ha detto ma tanto
lo so già che non lo metterà, non so
che Compro Oro è, l’ho scelto
che sia vicino a casa e educato
le quotazioni del giorno non me le dice
mai, speriamo. Disapproveresti, sei la solita
mi diresti, e poi perché vendere
la spilla d’oro al Compro Oro non ne hai
bisogno, è vero non ne ho bisogno, era
per non lasciarla ai ladri che prima
o poi verranno, dicono che vanno da tutti,
mi sono già entrati dalla finestra, dalla
porta non osano sai che fuori ho scritto Tom Ponzi
e Polizia, l’oro loro non l’hanno trovato ma
un altro potrebbe non hanno portato via niente
solo mi pare una carta di credito, il computer no
perché astuta avevo incollato un foglietto
con scritto non funziona portare
a riparare (dovrei però tradurlo in caso
di ladro straniero) e poi scusa l’ho venduta
per non lasciare pensieri a figlia e nipoti
tutti oggi preferiscono contanti, tanto la tua
spilla d’oro con sul ramo dei fruttini sangue
di rubino (la Compro Oro ha detto che
non occorre staccarli, ci pensa lei) e colore
del tuo smisurato cuore, tanto la tua spilla –
ce l’ho infilzata nel petto, mi sanguina, però
ora che l’ho posata qui sulla carta
un poco meno (sai facciamo così noi poeti).

*

Vivian Lamarque Madre d'inverno cop

Cedrus atlantica

Preventivo per abbattimento
con ausilio di scala cingolata
che fortuna non assisterai
era come tuo da metà Novecento
l’albero, le sue aghiformi braccia
ti entravano nel balcone quasi
in casa, per non dire del luttuoso
giorno in cui ti trattennero,
ti impedirono il disperato salto.
Ma ormai fantasma il salto, fantasma
il motivo del salto e la sua origine,
fantasma la notizia, fantasma chi dovette
dartela, fantasma chi ti consolò,
fantasma chi per primo ti chiamò
vedova, fantasma lui il giovanissimo
coniuge tra i più biondi e belli
a spasso nel regno dei cieli, fantasmi
i cieli, fantasma tutto, ogni accadimento,
ogni ricordo di ricordo di accadimento,
ogni poesia di accadimento?

*

Disastro del Gleno

……………ai miei cugini camuni

Che colpo di fortuna nell’ossario
di Musocco si era liberato un posto
proprio accanto a lui, ossario matrimoniale.
Ma tu hai voluto tornare a occhi chiusi
nella valle dove li avevi aperti, accanto
a fratelli padre e madre, veramente di lei
c’è solo la fotografia, le ossa se le era rubate
con tutto quanto il cimitero, nel ’23,
l’acqua ladra del Gleno.

*

L’età

A delle persone chiedevo di indovinare
quanti anni avevi come facevo sempre
per meravigliarli che erano quasi cento.
Ma nessuno questa volta voleva rispondere
non capivo perché suggerivo ma loro zitti
bocche cucite su vi aiuto io sono molto più
di ottanta, dite un numero rispondono sempre
tutti perché voi tacete? chiedevo ostinata
nel sogno, non capivo, io. Ma lui il sogno
sì, lui lo sapeva che non l’hanno più l’età,
i morti.

*

Madre l’altra valdese

Naturalmente ci tenevo a far sapere che avevo degli
antenati anch’io, ma non volevo tirarli fuori dalla
tomba per le orecchie e pareva che non venisse
mai l’occasione di introdurli in modo che potesse
apparire casuale.
Mark Twain

Da sotto il Rosa guarda a occhi chiusi le nevi
dalla Valle dei Valdesi, i perseguitati, i semi-sterminati
e nel 1689 i gloriosamente rimpatriati. Immobile
guarda svettare gli alberi, anche lei svettava libera,
figlia scandalo del Moderatore, quattro figli
fece, un dono per ogni stagione
dell’anno: il figlio biondo di giugno,
il bruno figlio d’autunno, la cara
dicembrina, e infine l’ultima, l’illegittima,
la nata d’aprile, la scribacchina.

*
Preferisco Szymborska II

Preferisco Szymborska
preferisco Szymborska in riva al fiume Warta
che preferisce i Paesi conquistati
a quelli conquistatori, preferisco i vivi
preferisco i morti, preferisco i morti caduti
i loro nomi scritti sul monumento in piazza
che i figli “su leggi” dicono ai figli e ai figli
dei figli ma poi un giorno alt
nessuno in piazza indica più niente a nessuno
preferisco saperlo che siamo formichine
che ci spazzerà via il vento che ci spazzerà via
il tempo, preferisco tutto, preferisco tutti
tutti i fiori dei prati, portarli ai giovani
caduti, preferisco la parola camposanto
fare giustizia togliere l’acqua piovana
ai fiori finti che tanto non la bevono
e darla a quelli veri che la bevono subito
che la bevono fino all’ultima goccia
come bambini con la cannuccia
preferisco la pioggia, la voce della pioggia
e quella del mare, preferisco sedermi guardare
preferisco saperlo che siamo formichine
che ci spazzerà via il vento che ci spazzerà via
il tempo, preferisco i madrigali, preferisco le ali
preferisco la parola ridere preferisco la parola
piangere che in polacco si dicono circa smiac e puakac
preferisco Szym che “sei bella dico alla vita”
preferisco Szymborska, preferisco Wisława
che in polacco si dice Visuava.

*

P.S.
Ma voi poeti su non spingete non litigate
litigare per fare? Siamo piccole voci
per un coro grande, voci tutte diverse
avanti che c’è tempo, che c’è posto
per tutti (quasi tutti).

Vivian_lamarqueVivian Lamarque è nata a Tesero (Trento) nel 1946, è sempre vissuta a Milano dove ha insegnato italiano agli stranieri e letteratura in istituti privati. Ha pubblicato Teresino (1981), Il signore d’oro (1986), Poesie dando del lei (1989), Il signore degli spaventati (1992), Una quieta polvere (1996). Nel 2002 la sua opera poetica è stata raccolta nell’Oscar Poesie 1972-2002. Successivamente ha pubblicato Poesie per un gatto (2007), La gentilèssa (2009) e Madre d’inverno (2016).

 

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38 commenti

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38 risposte a “Vivian Lamarque DIECI POESIE da Madre d’inverno (Mondadori, 2016) La condizione della poesia-mediatica di oggi: – A proposito di una poesia scritta a 6 mani; Il problema della forma-poesia riconoscibile […] Che cos’è l’«esperienza»? – È possibile una poesia dell’ «esperienza»? La «zona franca» dei linguaggi letterari di oggi. La poesia come bisogno corporale, come atto di fede. Il poeta-massa pronuncia un atto di fede: una cartolina dove ci sono l’io e il tu. La poesia turistica. La fluidificazione turistica di tutte le forme. Sì, insomma, probabilmente per il poeta-massa «c’è posto per tutti» Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. In realtà qui già c’è qualcosa di più delle solite filastrocche elementari di cui ha riempito i suoi libri. Ma per me è rimasto sempre un immenso mistero come e perché Vivian Lamarque sia stata definita poetessa e abbia invaso ( si fa per dire ) librerie, settimanali, quotidiani. Boh….

  2. Salvatore Martino

    Come hai ragione Francesca! Qui non ha mai abitato la poesia, come per tanti, troppi facitori di versi che si spacciano per poeti. Poi con l’avvento dell’informatica tutto si è moltiplicato in maniera vertiginosa. Certo il caso Lamarque è di una assoluta gravità dal momento che queste sue scempiaggini sono state salutate dalla critica e dall’editoria che contano come grande poesia.Siamo davvero precipitati in un bassofondo che sempre più somiglia alla palude. Comunque viaggiando lungo i molteplici blog trovo maree di versi sciatti e banali censiti come poesia. Da rara avis la Poesia è divenuta merce popolare accessibile a tutti, produzione di massa Che tristezza!

    • Ciao Salvatore caro! Guarda, rara avis era e rara avis rimane. Solo che mentre in passato volava in cieli quasi solitari e silenziosi, per cui la si vedeva chiaramente, ora deve volare in mezzo al frastuono assordante e alla confusione e la si vede proprio se la si sa e vuole vedere. Ma significa che quando la si avvista, è ancora più preziosa. Sai che io sono sempre un’ottimista!

  3. “Poesia turistica” è un’espressione che calza benissimo alla poesia della Lamarque; purtroppo, calza benissimo anche a quelle che sono le richieste del grande mercato.Si potrebbe dire: “Questo passa il convento”.Nessuno ci impedisce di diventare eremiti.

  4. gabriele fratini

    Possiamo dormire sonni tranquilli
    e aspettare serenamente la Brexit
    e il crollo conseguente della sterlina
    con questa rima rinchiusi in cantina
    senza né shopping né urli né strilli,
    versi rassicuranti e multiuso
    privi delle turbe mentali
    chiusi del bunker di varie ed eventuali.

  5. sergio gallo

    La signora Lamarque può scrivere quello che vuole. E’ Mondadori che dovrebbe pubblicare la poesie di altre poetesse ben più interessanti, invece di pubblicare sempre gli stessi, dimenticando dagli anni novanta a questa parte almeno tre o quattro generazioni di autori di versi, relegati all’editoria minore quando va bene. E così tutte le altre case editrici maggiori! Mi fa sorridere sentire poi parlare di poeta-massa e di poesia riservata alla massa quando sappiamo benissimo che non esiste in questo paesa nessuna massa educata alla lettura della poesia. Solo pseudo-poeti e pseudo autori che si leggono tra di loro. Comunque se uno deve tener conto di tutte queste disquisizioni speculative (linearità spazio temporale, stile, ecc), di tutte queste problematiche filosofico-letterarie (topologia turistica!) prima di scrivere qualcosa che sente dentro e che gli urge scrivere, allora meglio non scrivere più niente! S

  6. Ragazzi, forse ci stiamo sbagliando, in genere sono l’unico che lo ammette, a me la Lamarque piace per uno di quei misteriosi meccanismi della mia mente contorta, ma più che poesia turistica, questa è poesia della decrescita felice.

    • Giuseppe Panetta

      Caro Almerighi, le tue ballate d’umanità non sono molto lontane da quelle di Lamarque, per cui anche io, come Salvatore Martino, non capisco la tua affermazione sulla decrescita felice.

      • si può parlare di decrescita felice, perché chiedere alla Lamarque qualcosa di diverso rispetto a quanto sa fare e benissimo? Le sue poesie mi piacciono, hanno un buon retrogusto e tanto mi basta.

  7. Salvatore Martino

    Caro Almerighi un giorno anch’io avrò diritto di sapere cosa si intenda per poesia della decrescita felice…e vorrei anche conoscere i meccanismi misteriosi della tua mente contorta…ma non ho capito se tu parlassi per celia o per non morir.Salvatore Martino

    • Veda caro Salvatore, nei miei contorcimenti sinapsiali trovo la Lamarque estremamente divertente e facile da leggere, per cui discutere di questo sarebbe come chiedermi perché mi piace lo sciroppo di menta, semplice, perché è buono. Alla Lamarque non chiedo altro.

  8. Lucia Gaddo Zanovello

    A me i versi di Vivian Lamarque risultano affabili e confidenziali, distensivi.
    Forse risulterà più sapida una poesia del mutamento, dove i significati stiano in divenire, e resistano al divenire.
    Anche l’‘intenzione significante’ forse dovrebbe essere cangiante, soggetta, sottomessa come è, a variabili; probabilmente non può esserci in poesia un ‘significato’ univoco.
    Inequivocabile e certo dovrebbe restare, secondo me, solo il modus operandi, che non può che essere quello di voler mantenere una ‘cura’ del dire, tale da non infastidire il lettore con sgradevolezze o, peggio, annoiandolo con già vuote banalità.
    Quanto alle tematiche su cui scrivere, non mi sentirei di escluderne alcuna.
    Ma la mia risposta è ‘Sissì, è possibile!’, intendo “la comunicazione della in-tensione significante”. L’entusiasmo è figlio della fiducia, ma anche dell’azzardo… Apparentemente impenetrabile la giungla letteraria attuale, è resa anche più complessa dalla immediata intercomunicazione per via informatica (strumento di cui si devono pure riconoscere gli inestimabili vantaggi), è intrico reso anche più spinoso dalle controversie che si moltiplicano in modo esponenziale …Verissima trovo la descrizione operata da Giorgio Linguaglossa della situazione come di una miriade di arcipelaghi, isolotti, strettoie, dossi e ostacoli in perpetua mobilità, che fanno impazzire ‘le carte nautiche’ che i naviganti via via disegnano.

  9. Giuseppe Panetta

    Lamarque mi diverte, e mi diverte molto più di tanti altri seriosi poeti che spesso non riesco a capire, ma che ugualmente trovo celebrati. Mi annoio di me stesso figuriamoci di quest’ultimi.
    Per esempio la poesia Compro Oro mi ha fatto molto sorridere, amaramente, ma mi sono divertito.
    Anche io capisco poco il concetto di poesia-massa. Mi fa pensare a una massa di poeti che scrivono ugualmente versi di pochissimo conto, e pochi, pochissimi che invece sanno il fatto loro.

    Riguardo alla poesia a sei mani, l’esperimento ha lungo corso nella storia, a partire da Rimbaud e Verlaine, e la loro era a 4 mani. Gianmarco Lucini, invece, ha alzato di molto il tiro e in una antologia, Keffiyeh ha riunito alcuni versi delle poesie di tutti i partecipanti a quel progetto, circa 178 X 2= 356 mani, Rapsodia funebre (Nenia – collage).
    Tra gli autori di quella antologia a 365 mani troviamo tra gli altri, Vaccaro, Zagaroli, Di Leo, Ferramosca, Zanovello, Spagnuolo, Statuti,etc.

    Riporto qui una parte della poesia a 356 mani, è troppo lunga per inserirla tutta

    Il duello che ti dura nel petto è d’altra epoca,
    di resti ormai inanimati,
    di un bus che salta in aria, di una scuola bombardata in un villaggio:
    onde di bomba
    e il piccolo Yasin giace morto con la bandiera in mano.
    E gli uomini diventano pietre.
    In una notte come questa, e lontana,
    è angusto e duro
    al disfarsi del mondo
    far crescere l’albero della pace
    lì dove non sei
    in abissi di periferia
    come una gemma in rivolta.

    Mi chiedono da dove vengo…
    Ho sentito che oggi i cieli cadranno sulla terra,
    aiutami aiutami …aiutami
    cerco i nodi saldi del sapere
    dopo aver terminato le lacrime.

    La notte mi ha dato tre notizie
    al limitare delle nebbie:
    questo non è il sogno di un poeta
    d’erba e d’ali, di sangue fatto,
    né meditazione né perdono
    e annaspa con un solo moncherino
    e inganna mentre un lupo azzanna;
    non ha più lacrime da offrire.

    Anima incapace

    • Giuseppe Panetta

      Correggo, nel precedente commento, per onore e memoria di un poeta, scrittore, critico e uomo d’impegno sociale che ho molto ammirato, Gianmario Lucini.
      GP

  10. Il corso dell’economia, della politica, della cultura, dell’arte sono oggi dirette dall’alto, da un non ben definibile sistema che ha ormai soggiogato e reso succubi le masse. Si vuole che appunto non ci siano più persone, soprattutto esseri pensanti, capaci di decidere, ma anche di avvertire sentimenti, solo automi facilmente governabili. Ad essi verranno imposti bisogni che non esistono di per sé, ma che il Mercato, che li ha creati, tenderà a soddisfare. Queste subdole manovre direttive sono la vera forza che ormai muove il mondo e si tratta della forza di pochi che si esercita sulle masse a loro stessa insaputa. E perché esse non divengano coscienti della frode perpetrata ai loro danni, essi daranno loro in pasto un certo tipo di cultura tale da ricretinirli e da mantenerli tali. Non occorre fare esempi sulla cultura-spazzatura che circola oggi, su quello che ci propinano i media, su quello che pubblica la grande Editoria, su quello che viene insegnato a scuola. A essere premiata, a essere vincente è la cultura del rincretinimento. Perché è questo che si vuole, è questo che si decide ai vertici in una marcia verso un dispotismo indiscriminato e globale. Le idee sbandierate dal neoliberismo stanno distruggendo il mondo

    • (CONTINUANDO IL DISCORSO )direi che sconfinano dal loro stesso ambito e si propagano come una peste sull’intera umanità.

    • Giuseppe Panetta

      Ma quale mercato? La poesia non ha mercato. Devi essere amico dell’amico dell’amica dell’amico degli amici. E soprattutto devi scrivere in un modo che gli amici degli amici riconoscono, che non sia diverso dal loro modo di scrivere, che non sia né peggiore né migliore.

  11. Si tratta comunque di implicite “leggi” di mercato, o meglio del Mercato (con la m maiuscola). Perché altrimenti accade che Vivian Lamarque – grazie alla “gonfiatura” della Mondadori si impone nelle librerie, rispetto ad altri autori? Per i motivi di cui ho detto prima, credo.

  12. gabriele fratini

    Lei è in contraddizione, Cerniglia. Il liberismo prevede appunto che non vi siano regolamentazioni al mercato, ma una concorrenza fedele all’unica legge di domanda e offerta. Magari ci fosse il vero liberismo in Italia. Il problema è proprio che non c’è, ma il settore poesia è ancora vincolato da corporazioni, interessi, amicizie.
    Un saluto.

    • Rispondo a Gabriele Fratini:Il Mercato è di fatto vincolato alle grandi lobby finanziarie e alle multinazionali che svolgono azione direttive a livello planetario.Di fronte ad esse non esistono più i singoli stati, non esiste più l’Italia, espropriata oramai dal suo mercato, dai suoi interessi che sono divenuti secondari rispetto a quelli di chi veramente detiene il governo del mondo (non più solamente economico, ma totale). Non mi dica che tutto questo non ha a che vedere con le idee portate avanti dall’economia neoliberista! Non mi sembra affatto di essere in contraddizione, la contraddizione semmai è nel sistema che si è instaurato a partire da quei principi.

      • gabriele fratini

        La situazione che prospetta non ha nulla a che vedere con il neoliberismo, che non c’entra nulla con lobby finanziarie e multinazionali, e in Italia non c’è mai stato. E’ stato parzialmente applicato in America e nel Regno Unito. Lei confonde il neoliberismo con il corporativismo e altri concetti.

  13. Giuseppina Di Leo

    Ringrazio Giuseppe Panetta per avermi citata tra le voci presenti nell’antologia del caro Gianmario Lucini, che purtroppo fu anche l’ultimo libro da lui curato.
    Sul discorso di Giorgio non mi trovo d’accordo sul demonizzare a tutti i costi il dato dell’esperienza o quello esistenziale in poesia, ci sono poeti che io stessa ho amato proprio a partire dal loro lato privato ed esistenziale. Diverso il discorso su tutto ciò che sa di pseudo. E un poeta riconoscibile potrebbe essere solo chi sta fuori dal giro dell’omologazione e dai cerchi magici, parentali e amicali (e siamo nel campo dell’utopia).
    Sulla poesia di Lamarque tra i testi qui presentati L’età e Madre l’altra valdese li preferisco.

  14. Roberto Agostini

    Trovo il commento di Rossella appropriato, perché vero. Tutto il resto è bla bla nato da approssimazioni abbastanza disdicevoli, come dire che il liberismo ha come unica legge quella del mercato, che è proprio il contrario, il mercato ha come unica legge il liberismo, ovvero zero=zero sotto il profilo intellettuale. Chi fa le regole fa il mercato. La Mondadori del Berlusca, per esempio, ha ragione Rossella.

    • gabriele fratini

      Il neoliberismo prevede la deregolamentazione del mercato e non quello che sostenete voi, altrimenti non è neoliberismo ma altro.

  15. Grazie a Roberto Agostini, apprezzo molto le sue parole in mia difesa.

  16. È dal 1981 che la grande editoria pubblica la Lamarque. Nel 1981 Guanda pubblica “Teresino”. Si tratta di pensierini monodirezionali della decrescita felice (grazie Almerighi per la definizione), decrescita e dimagrimento dalle tematiche impegnative. Così, la Lamarque è diventata una poetina che ha un suo nugolo (piccolo) di lettori affezionati a questo tipo di poesia “facile facile” (ho scritto). Si badi: non dico che la poesia debba essere di difficile lettura, ma certo vorrei che mi dicesse qualcosa di diverso da quello che ascolto dai discorsi delle impiegate della Upim. Ma forse mi sbaglio.

    Il problema è che gli Uffici stampa della editoria funzionano così: quando pubblicano un autore e puntano su quello, lo devono ripubblicare spesso perché ormai è diventato un “marchio” vendibile sul mercato (e se non c’è un mercato attuale, ci sarà nel futuro, e se non ci sarà nemmeno nel futuro si impone cmq un “marchio” per motivi di politica editoriale); è la logica del mercato che impone di vendere sempre nuovi prodotti del “marchio”. Così funzionano tutti gli Uffici vendite di tutte le Ditte di vendita, e l’editoria non è altro che una Ditta di vendita e gli Uffici stampa sono degli impiegati addetti alla vendita e alla valorizzazione commerciale dei prodotti in vendita.

    Ma, allora, chiedo alla Mondadori, che bisogno c’era di licenziare Antonio Riccardi se poi non cambia la linea di vendita dei suoi prodotti editoriali? Perché, sia chiaro, qui si tratta di prodotti commerciali, non di prodotti di fattura letteraria.
    Io direi, molto semplicemente, che i libri della Lamarque (come quelli di molti altri autori pubblicati dalla Editoria maggiore) sono nient’altro che prodotti commerciali che non hanno nulla del prodotto intellettuale (e pure ci sono in giro autori di poesia di rilievo intellettuale!); e gli Uffici stampa non fanno altro che il loro dovere, che è quello di far fruttare commercialmente la vendita di un prodotto commerciale. È un circolo vizioso, un perseverare nel malum direbbe un teologo! – Io che non sono un teologo, dico semplicemente che si tratta di una poesia della decrescita felice.

    Ma allora, a questo punto, al sociologo della letteratura e al critico si pone un problema: che cosa c’entra la Lamarque con la poesia italiana?

  17. Vorrei dire semplicemente questo, visto che alcuni si sono espressi in favore della Lamarque, trovandola divertente: che il compito della poesia, credo, non sia quello di divertire (soprattutto non è il suo compito primario) perché in tal caso potrebbero bastare le barzellette. Compito della Poesia è piuttosto quello di far parlare l’essere che ci abita nella forma della Bellezza.

  18. Scrive Mark Strand (19 settembre 2015, da “Il sole 24 ore”):

    «La poesia sembra perpetuamente in crisi, eppure senza meravigliare nessuno, riesce sempre a sopravvivere. (…)
    Tuttavia, se vogliamo dare un giudizio sul valore della poesia contemporanea, non dobbiamo basarci sui suoi esempi più deboli, così come non lo facciamo per quella del passato. Dovremmo tenere a mente che ogni epoca ha criticato la propria poesia, dicendo che non reggeva il confronto con le grandi opere dei secoli precedenti; chi si lamenta della poesia di oggi, quindi, non fa altro che portare avanti questo stesso rituale di accuse.
    Non c’è ragione di credere che la poesia odierna sia in declino, che sia arrivata al capolinea e che sia ormai condannata al l’irrilevanza. Non so in Italia, ma negli Stati Uniti il numero di persone che scrivono poesie è più alto che mai, e questo nonostante il fatto che le distrazioni che ci allontanano da noi stessi siano oggi molto più numerose e potenti che non in passato. Ma forse è proprio questa la ragione della crescente popolarità della poesia: gli uomini vogliono ricordarsi chi sono, vogliono fare esperienza della loro umanità, ossia della loro capacità di provare sentimenti. La poesia rappresenta quindi una difesa contro la dipendenza anestetizzante dagli slogan e dai cliché che contraddistingue la società, contro la povertà di linguaggio dei nostri politici e dei nostri telegiornali. In ogni epoca, essa offre nuovi modi per dire ciò che ha sempre detto e per ricordarci che, ieri come oggi, siamo sempre esseri umani».

    Il fatto è, caro Mark Strand, che più leggo la poesia della Lamarque più avverto la sua «dipendenza anestetizzante dagli slogan e dai cliché che contraddistingue la società»; non vedo proprio differenza alcuna. Cmq, non nutro dubbi sul fatto che si tratti di una poesia da intrattenimento, per alcuni anche piacevole, per altri, come nel mio caso, deprimente.

    • Può risultare deprimente all’adulto. Ma Vivian Lamarque adulta non è, a meno che non lo sia diventata ora che ha una certa età. Rimando al poeta fanciullo… che però si attarda nel mondo a colori. E un po’ ci gioca.

    • gabriele fratini

      Ma allora perché l’ha proposta? Come quelle antologie del passato in cui i curatori inseriscono poeti dicendo che sono modesti… ma allora perché li inseriscono?
      Apprezzo molto l’ecletticità di questo blog, ma proporre una poetessa solo per demolirla mi pare di cattivo gusto. Tanto più che da Oscar Wilde in poi la vera critica negativa è sempre l’indifferenza.
      Buona giornata.

  19. C’entra, ma con la Szymborska. Nobel a parte, Szymborska scrisse poesie che si possono definire filosofiche; si interessò della vita politica del suo paese, fu amica di Milosz e molto altro. Tutte cose che Lamarque, incurabile anche dai migliori psicanalisti, chiusa nel suo piccolo mondo non può che guardare a distanza. Per un bambino è già molto riuscire a farsi ascoltare, e magari riuscire a rendersi anche interessante agli adulti. Credo quindi che Lamarque abbia raggiunto il suo scopo.

  20. massimo

    Per me la poesia deve essere sempre bellezza e ritmo,altrimenti non suscita emozioni .

  21. manuela

    MANUELA BELLODI

    A proposito dell’articolo con relativi commenti sulle poesie di Vivian Lamarque,sono rimasta sorpresa della non comprensione di due elementi molto importanti,almeno per me : Gioco e Leggerezza.Si continua a pensare che tali elementi siano impoetici e infantili,ma,che piaccia o no
    “tutti dovremmo tendere all’infanzia”,come sostengono intellettuali e arstisti(vedi Picasso).In un mondo pesante come il nostro di oggi,riprendere contatto con il gioco,è riprendere contatto con noi stessi,liberare forze nuove e nascoste,raggiungere la leggerezza necesaria per scrivere,che non è superficialità o mancanza di cultura,ma visione delle cose e degli eventi senza condizionamenti,come solo i bambini sanno fare.Certo,oggi,il bambino è in serio pericolo di sopravvivenza fisica e psicologica,quindi lo siamo ance noi,dimenticandoci continuamente che la critica vale solo se costruttiva,soprattutto se riguarda la parola in generale,che per essere tale,deve librarsi fuori e sopra di noi.
    “Gioco di parole”
    Vola,la parola,
    al di sopra delle scuole
    e della scuola,
    vola e sorvola.

    E’ libera e forte
    la parola,

    riesce a stare
    anche da sola.

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