Sandro Montalto, Bianciardi una vita in rivolta, Mimesis 2019, pp.140 € 6, Una vita per la ribellione

Luciano Bianciardi Milano, anni '60

Luciano Bianciardi, Milano, anni Sessanta

Riportiamo qui alcuni stralci della monografia di Sandro Montalto su Luciano Bianciardi, uno degli intellettuali e scrittori italiani più originali degli anni Cinquanta e Sessanta, in quanto utilissima per ricostruire e comprendere non soltanto il valore in sé dalle opere bianciardiane ma il rapporto intellettuali-società dell’Italia provinciale e bigotta di quegli anni, retrospezione indispensabile per poter comprendere il cattivismo normografico della nuova destra conformista e razzista dell’Italia di oggi.

Ecco l’incipit  di un capitolo significativo della monografia:

Nel 1952 Luciano Bianciardi era alle soglie dei trent’anni, e agli inizi di una ampia e onnivora collaborazione ai giornali che lo avrebbe occu­pato fino agli estremi giorni della sua troppo breve vita. Si sarebbe detto un pacifico letterato di provincia: l’anno precedente, dopo la parte­cipazione alla guerra e la laurea in filosofia, e dopo essere stato per breve tempo insegnante di inglese alle medie e di storia e filosofia al Li­ceo classico, era stato nominato direttore della Biblioteca Chelliana di Grosseto, semidistrutta dalle piene del fiume Ombrone e dai bombar­damenti. In precedenza, come volontario e poi come dipendente, aveva già lavorato sodo per salvare dal fango e dai detriti migliaia di volumi 1:

No, hanno ragione quelli che dicono che io sono rozzo, che non mi so muovere. È vero, io non so nemmeno camminare, e una volta mi arrestarono per strada, soltanto perché non so camminare. E poi mi licenziarono, per lo stesso motivo. Così come licenziarono Carlo, mio nobi­le amico e vero signore, soltanto perché, diceva­no gli altri, gli attivisti, non sapeva parlare, era lento di pronuncia e rallentava il ritmo di tutta la produzione. Io non cammino, non marcio: stra­scico i piedi, io, mi fermo per strada, addirittura torno indietro, guardo di qua e guardo di là, an­che quando non c’è da traversare. Sorpreso in at­teggiamento sospetto, diceva appunto al telefono quel maresciallo del buon costume, dopo che mi ebbe fermato, caricato sul furgone nero e porta­to in questura. “Come atteggiamento sospetto?” chiesi io un po’ risentito. “Allora lei vuoi fare il furbo, nè?” disse. “Lei camminava lentamente, e si è fermato due volte. Dove andava?”. “A passeg­gio”. “Ah sì, a passeggio? Lei va a passeggio sen­za cravatta? Da solo? E non tira dritto per la sua strada? Va così lentamente? E si ferma?” Mi ten­nero chiuso a chiave una nottata intera, e intanto presero informazioni, ma non risultò nulla e mi rimandarono a casa con tante scuse. “Ma anche lei, benedetto ragazzo” concluse il maresciallo del buon costume, paterno adesso. “Anche lei, girare così”1.

Commenta Sandro Montalto:

Bianciardi subito (avendo la sensazione di parlare nel deserto) si rende conto che lo svi­luppo dell’industria culturale nell’Italia degli anni Sessanta avrebbe presto preso una deriva drammatica: la simbiosi (confusione, spesso) tra lavoro e comunicazione. Il modello lavora­tivo di Bianciardi era la fabbrica, i badilanti, o i minatori. Un modello che nasconde una qual­che forma di nostalgia e che può essere forse il limite che impedì a Bianciardi di «giocare fino in fondo la carta del cambiamento»24. Per fare un esempio, cercava probabilmente segni a suo avviso palesi di cambiamento nella socie­tà senza talvolta rendersi conto che il cambia­mento della società portava ad una evoluzio­ne dei segni stessi, così mentre si preparava la stagione delle lotte operaie lui scriveva in una lettera che aveva notato «l’assenza, palese, degli operai. Gli operai non ci sono almeno in quella Milano che è compresa nel raggio del movimento mio e dei miei colleghi, non entrano mai nel nostro rapporto di lavoro»; e gli intellettuali ci sono solo «come singoli, ma mai come gruppo», mentre «l’intellettua­le diventa un pezzo dell’apparato burocratico commerciale, diventa un ragioniere» in quella Milano che «non produce nulla, ma vende e baratta».

Milano Quartiere Quarto Oggiaro

Milano Quartiere Quarto Oggiaro, periferia nord, un condominio

Scrive Gian Carlo Ferretti:

Si può dire fin d’ora che in articoli, lettere e racconti-saggio Bianciardi non vede o non vuol vedere la vivacità e creatività della vita intellettua­le, letteraria, teatrale, cinematografica degli anni Cinquanta (e poi Sessanta) a Milano e in Italia, perché continua più o meno consapevolmente a vivere in una dimensione provinciale arroccata, perché restando fedele alla sua natura irregolare disprezza le corporazioni e le figure intellettua­li istituzionali, perché si sente più a suo agio nel mondo eterogeneo dei giornalisti, fotoreporter, pittori, cabarettisti, fuori da schieramenti e clan. E si può dire altresì per contro che Bianciardi, at­traverso le sue personali vicende esistenziali e pro­fessionali, arriva a vedere, e con grande acutezza, i segnali dei guasti, prevaricazioni, mistificazioni, stravolgimenti, appena emergenti dal nascente boom economico, e li vede in anticipo sulla stes­sa Vita agra, che del boom nel suo pieno sviluppo condurrà un disvelamento ancor più esaustivo […]. Bianciardi a livello pubblico resta sempre al di qua di una vera opposizione, ribellione e prote­sta. Non è casuale che il tono polemico-divertito degli articoli 1955-56 sull’“Unità”, sia fondamen­talmente analogo a quello degli articoli 1952-53 sulla “Gazzetta”: che cioè i bersagli metropolitani siano trattati come i bersagli provinciali. Mentre la stessa collaborazione all’“Avanti!” del 1959-60, resta nell’ambito dell’analisi ironico-critica. […] la vera rabbia, denuncia, accusa, erompe dalle lettere e conversazioni private, o dalle opere in volume che sono in certo senso al riparo dal più diretto impatto dell’attualità, della contingenza, e perciò anche dalla compromissione, con tutte le relative conseguenze.

Ed ecco le vicende legate alla traduzione e pubblicazione di Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno di Henry Miller. In una importante testimonianza sollecitata da Irene Gambacorti, Valerio Riva, allora direttore della collana in cui apparve l’opera milleriana, scrive:

Era una traduzione difficile, anche per problemi di censura, perché bisognava evitare infatti di essere accusati di aver calcato la mano su frasi od espressioni che potessero essere considerate offensive della morale corrente, o, come si diceva allora, del comune senso del pudore. Ma noi non volevamo fare una edizione corretta, volevamo invece che fosse il più possibile scrupolosamente integra ed assolutamente, assolutamente aderente al testo originario. […] Nella traduzione invece Bianciardi era stato molto libero, così la traduzione fu mandata, d’accordo con lo stesso Bianciardi, a Mario Praz, il maggior anglista dell’epoca, per la revisione. Ad ogni blocco di pagine, Praz mandava le sue osservazioni in fogli dattiloscritti fittissimi e disseminati di grande cultura: purtroppo molti di quei fogli sono andati perduti, e pochi rimangono nell’archivio Feltrinelli. Io e Veraldi trasportavamo sul manoscritto di Bianciardi le correzioni di Praz e qualche volta risolvevamo i dubbi, perché Praz a volte indicava due possibili traduzioni, e a noi toccava decidere, il lavoro ci prese, se non ricordo male, quasi tre mesi. Ogni tanto Bianciardi passava in redazione e guardava il nostro lavoro un po’ infastidito, ma consenziente: del resto questo era stato l’accordo fin dall’inizio. Al momento di pubblicare il libro io preparai tre grossi folder per circa mille pagine di documenti, articoli, giudizi critici ecc. per gli avvocati Tesone e Broc che consigliavano Feltrinelli in merito ai pericoli della pubblicazione del libro: materiale che ho poi pubblicato a parte in un volume dei Narratori Feltrinelli intitolato Prefazione ai Tropici, che uscì nel ‘61. […] Nonostante le prove a favore del libro, gli avvocati sconsigliarono Feltrinelli di pubblicare il libro in Italia, e Feltrinelli, che era un uomo coraggioso, decise per la pubblicazione, ma con l’accorgimento di fingere una pubblicazione all’estero. Era lo stesso trucco usato durante il Risorgimento dai patrioti italiani e durante il fascismo dagli antifascisti.

I Tropici in realtà furono stampati a Varese, con un marchio prestatoci da un gentile editore svizzero, mezzo clandestino pure lui. Le copie erano immagazzinate in Italia, in un capannone, non ricordo più bene se a Monza o a Sesto. La distribuzione avveniva attraverso una serie di accortezze e con qualche prudenza, ma non più di tanto: i librai lo vendevano sotto banco e l’edizione fu esaurita quasi subito. Insomma, la nostra non era proprio una vera edizione clandestina, era un po’ uno show: proprio per dare l’impressione di una edizione alla macchia, la copertina fu disegnala da Steiner in modo diverso dalle solite copertine dei Narratori. Poi il tribunale ci dette ragione e per l’occasione facemmo venire anche Miller dall’America, e fu finalmente possibile ripubblicare i Tropici nei Narratori di Feltrinelli nel 1967.

Nel 1962 esce con buon successo La vita agra, che racconta di un traduttore che lascia la pro­vincia per andare a vivere a Milano, e cova l’in­tenzione di far saltare in aria il “torracchione”, ossia il palazzo della Montecatini (e non, come diversi scritti riportano, il Pirellone), in una sorta di contrappasso delle esplosioni di grisù che cau­sarono la morte di 43 minatori della Montecatini a Ribolla, una tragedia che lo scrittore si troverà a documentare, seguendone anche i tristi sviluppi, e che lo segnerà per sempre. A Ribolla, Bianciar­di era arrivato con il bibliobus. L’azienda stava smobilitando la miniera, tre pozzi su cinque non erano più in funzione; nell’aprile 1953 durante uno degli scioperi contro i licenziamenti quaran­tacinque operai che si erano barricati per pro­testa furono portati via, ammanettati, dai cara­binieri. Bianciardi correva qua e là, intervistava, annotava. Pochi mesi dopo, l’esplosione55. Nel 1956 presso Laterza uscirà, a firma di Bianciardi e Cassola, il libro-inchiesta I minatori della Marem­ma, un vigoroso quanto documentato atto d’ac­cusa. Sei persone, direttori e capiservizio della Montecatini, furono arrestate e indagate, ma nel novembre 1959 la Cassazione li prosciolse: tutto era in regola, si trattò di pura fatalità. È da se­gnalare come nel 1960 Bianciardi avesse tradotto Ragazzo del Borstal dell’irlandese Brendan Behan (1923-1960) la cui trama ricorda molto da vicino quella di La vita agra (ma come è ovvio la cosa più importante del romanzo bianciardiano non è la trama, volutamente esile, bensì il linguaggio usato e la critica sociale). Montanelli dedica al romanzo una pagina entusiasta sul «Corriere della Sera» che fa im­pennare le vendite; poco dopo il noto giornali­sta propone a Bianciardi di collaborare a quel­lo che era pur sempre il più diffuso quotidiano d’Italia, ma lui rifiuta: aveva capito che, inevi­tabilmente, la grande macchina cerca ciò che funziona e tenta di inglobarlo, metabolizzarlo. Ma c’è anche un’altra motivazione: aveva capi­to che scrivere sul «Corriere» sarebbe significa­to non essere mai veramente libero, mentre ac­cettare, come fece, di collaborare a una testata più giovane come «Il Giorno» gli avrebbe ga­rantito un contesto più aperto e libero, senza contare che su quelle pagine scrivevano anche nomi come Giorgio Bocca, Gianni Brera, Ot­tiero Ottieri, Umberto Eco, Alberto Arbasino e il suo amico Cassola. Rifiutare, quindi, era necessario. La motivazione si può capire anche ripensando a certe riflessioni fatte ai tempi in cui girava l’Italia per promuovere La vita agra: quel libro è «la storia di una incazzatura in pri­ma persona singolare» e anche i lettori avreb­bero dovuto incazzarsi, invece è un «tripudio di applausi»56. Forse il suo lavoro non è servito a nulla. Scrive in una lettera:

Ormai poi sto girando come un rappresen­tante di commercio, ho battuto i marciapiedi dell’Emilia e adesso mi preparo a fare la mede­sima cosa nel Veneto. Viene con me Domenico Porzio e a volte sembriamo due comici da avan­spettacolo: sempre le stesse battute, e sempre la faccia di chi le dice per la prima volta. […] L’ag­gettivo agro sta diventando di moda, lo usano giornalisti e architetti di fama nazionale. Finirà che mi daranno uno stipendio mensile solo per fare la parte dell’arrabbiato italiano. Il mondo va così. Cioè male. Ma io non ci posso fare nul­la. Quel che potevo l’ho fatto, e non è servito a niente. Anziché mandarmi via da Milano a calci in culo, come meritavo, mi invitano a casa loro e magari vorrebbero… Ma io non mi concedo.

Il romanzo sembrò portargli sfortuna anche sul fronte famigliare. Maria Jatosti ricorda che la lettura del romanzo la fece stare malissimo: «Lessi il dattiloscritto subito prima che andas­se in stampa e stetti malissimo. […] So che è un modo sbagliato di leggere un libro, che è romanzo, invenzione… Ma quelle pagine rac­contavano la nostra vita, la nostra battaglia, in un modo che mi offendeva profondamente. Leggendo, provai una stretta al cuore e tanta rabbia. Il libro era fatto di tante storie vere, ma tutte filtrate dalla sua visione malata. Era una storia di angoscia senza scampo, senza vie d’u­scita. Non c’era solidarietà per nessuno, era una tremenda farneticazione sulla solitudine. La donna del protagonista non fa che dormire, leggere, passeggiare, mentre lui è solo contro tutti. Lei si svaga e lui soffre. Lei non capisce e lui combatte. Lei si addormenta e lui veglia sui mali della vita. Ma soprattutto lei si riposa, gio­ca, si annoia e lui lavora, lavora, lavora. Da solo. Ma come? E io dov’ero? Le mie angosce, la mia fatica, dov’erano? […] Quando finii di leggere il libro mi misi a piangere, mi sentivo crollare tutto il passato, cominciai a pensare che lo avrei lasciato […] Luciano non capì. Reagì al solito modo, cominciando a sfottermi e a dire a tutti quanti: “Maria s’è incazzata perché non le è pia­ciuta La vita agra. […] Litigammo, decisi dav­vero di lasciarlo, presi Marcellino e partii per Roma». Seguì un travagliato ritorno, ma «anche se non ci siamo lasciati, qualcosa tra me e Lucia­no, dopo La vita agra, era finito per sempre».

milano il naviglio pavese in secca e palazzi residenziali del quartiere barona alla periferia sud

milano, il naviglio pavese in secca e palazzi residenziali del quartiere barona alla periferia sud — milan, dry naviglio pavese channel and residence buildings of barona district at south periphery

Bianciardi si dedica, a partire dagli anni Ses­santa, alla critica televisiva diventando uno dei pionieri di questo genere così particolare1 (basti pensare alle critiche televisive di Achille Cam­panile il quale ha in comune con Bianciardi una certa insistenza sullo “specifico televisivo”, soprattutto sul valore della diretta). A partire dal 1962, per nove anni, scriverà molte criti­che per sei diverse testate (è da ricordare Mike: elogio della mediocrità, del 1959, che anticipa in molti punti il celebre articolo di Umberto Eco Fenomenologia di Mike Bongiorno), e non perderà l’occasione per alimentare l’ossessione per certi personaggi come Bistoni, il compagno “anar­chico” che cedette alle lusinghe di “Lascia o raddoppia” dove vinse rispondendo a domande sulla storia dei Longobardi. Elogia la televisione pedagogica, in primis le trasmissioni del maestro Manzi, critica i tentativi fallimentari3 e rilancia certi imprevisti fenomeni come l’esordio di un dirompente e cattivissimo Paolo Villaggio, o Dario Fo che difende dopo la sua cacciata da “Canzonissima” per aver parlato di “mafia” e di “padroni”.

Sandro Montalto nella sua ricostruzione biografica passa in rassegna i processi per oscenità e diffamazione subiti da Bianciardi nella Italia degli anni Cinquanta e Sessanta sessuofobica e conformista:

Bianciardi non era del tutto nuovo alle grane giudiziarie e alle aule di tribunale. Un processo fu intentato da un artigiano che si sentì offeso dal­la parodia che nella Vita agra si compie della sua parlata settentrionale (processo perso: l’editore è costretto a ritirare le copie in commercio e stam­pare un’altra edizione priva del breve episodio).  

Un altro [processo] gli fu intentato dall’amico Tacconi, citato col suo vero nome nel romanzo La vita agra; Bianciardi scrive in una lettera: «Oggi sono giù di morale. Tacconi Otello […] mi ha querelato per diffamazione: cioè per avere scritto che la Montecatini lo licenziò in seguito a un suo comizio di accusa contro i metodi del­la società. Io mi chiedo che mondo è questo. Ora ti lascio perché sono dagli avvocati. Sareb­be meglio piantarla di scrivere»2. È una lettera del 5 maggio 1963 all’amico Terrosi. Il processo sarà più tragico del previsto perché Otello Tac­coni, avviata la causa, muore di crepacuore, ma la vedova non molla l’osso e la causa va avanti. Ma perché Tacconi se l’è presa tanto? Perché nel romanzo l’amico Bianciardi gli ha messo in bocca qualche parolina esplosiva: Tacconi chie­de al protagonista, trasferito a Milano dalla Ma­remma, notizie del famoso “torracchione da far saltare” per vendicare i quarantatré morti della miniera di Ribolla di proprietà della Montecati­ni. Era il chiodo fisso di Bianciardi, come detto rimasto scosso dall’incidente minerario. Qual­cuno sostiene che lui è la quarantaquattresima vittima dell’esplosione, e cioè che il malessere che l’ha portato a bere fino a distruggersi e mo­rire di cirrosi era dovuto al trauma di quell’espe­rienza vissuta quasi in prima persona. In que­sto processo Bianciardi viene assolto, ma non dimenticherà facilmente l’umiliazione provata quando il giudice gli chiese se veramente voleva far saltare in aria la sede della Montecatini.

Bianciardi appare sempre combattivo, ma in realtà è sempre più deluso. Si sente anche irri­mediabilmente lontano dalla sinistra così come viene praticata: «Essere “di sinistra” non signifi­ca ormai nulla. Tutti sono di sinistra, dai cattoli­ci ai socialdemocratici, ai socialisti, ai comunisti e a quelli che si dicono con infelice neologismo “extra parlamentari” (come a significare che si son prenotati un posto in parlamento per l’indomani). Io sono anarchico, nel senso che auspico una società basata sul consenso e non sull’autorità»1. Si trova ormai alla fine di quel percorso che è iniziato con Il lavoro culturale, salutato al suo apparire come una nuova ed effi­cace espressione letteraria di quella “ribellione alla condotta burocratica” del partito comuni­sta (sono parole usate in una recensione da Vit­torio Gorresio) espressa anche in testi come La grande bonaccia delle Antille di Calvino (1957)2. Ha ormai capito fino in fondo che gli si chiede di esercitare “la professione dell’incazzato”, e che non è più un momentaneo gioco di società al quale subito dopo l’arrivo del successo ci si po­teva anche adattare un poco: ha ormai anche timore di manifestare le sue incazzature autenti­che perché potrebbero sembrare ad alcuni una posa, o l’obbedienza a una legge di mercato. Senza contare che da tempo ha smesso di crede­re che l’intellettuale libero (anarchico nel sen­so della citazione poco fa riportata) possa avere spazio e voce nella società a lui contemporanea, e scrive su questo argomento (oltre a vari con­tributi sparsi) la serie Come si diventa un intellet­tuale, pubblicata sul settimanale «ABC»4 che portò avanti numerose campagne anche co­raggiose: contro il canone RAI e gli abusi della società telefonica, a favore del divorzio e della pillola anticoncezionale, eccetera), nella quale consiglia ai giovani una certa vaghezza in fatto di politica, certi modi di parlare e gesticolare, un certo compiacimento nell’enunciazione di banalità e pseudo-verità condivise. Si tratta an­cora una volta di uno scritto divertente e tragico per quanto è aderente alla realtà, a tutt’oggi da leggere con profitto. E anche in questi anni non perde l’occasione, come ha fatto in quasi tutta la sua produzione, di rivolgere il coltello contro di sé, quindi consiglia di non perdere mai i con­tatti anche con la provincia, e ricorda: «Di che cos’altro si parla mai in provincia? Di sesso e di sport, naturalmente!». Vale a dire i due temi che più lo hanno appassionato durante la gran parte della sua ampia, spesso forsennata attività giornalistica.

Kuciano Bianciardi Sandro MontaltoUno dei modi più efficaci di ribellarsi è ri­fiutare e denunciare gli inganni operati con il linguaggio. Inganni messi in atto non tramite atti magari violenti ma tramite parole “serve”, più subdole della censura stessa, che fanno om­bra con apparente svagatezza ad altre parole forti, libere, più chiare nel dichiarare le pro­prie conseguenze. Questa attenzione è uno dei contributi più importanti di Bianciardi scrittore e intellettuale, ed è il vero filo rosso che attra­versa tutte le sue opere ben prima, e in manie­ra ben più radicale e (a saperlo ascoltare) più foriera di conseguenze, rispetto all’abusata fi­gura dell’anarchico e dell’incazzato. Qua e là, piuttosto di rado a dire il vero, alcuni studiosi tentano di demolire l’immagine, così comoda, di un Bianciardi anarchico e “in direzione osti­nata e contraria”, evidenziando come quest’o­pera multiforme eppure così concentrata su alcuni concetti-chiave nasca e viva su un lavoro incessante e quotidiano. Invece di “anarchico”, sarebbe molto più opportuno per Bianciardi un termine come “ribelle”, ad esempio: «nell’espe­rienza di Bianciardi, sembra meno pertinente impiegare un’etichetta che rinvia a una vera e propria categoria politica, del resto priva di ogni supporto militante, da parte sua. Piuttosto viene fatto di pensare, nel caso, all’atteggiamen­to mentale dell’uomo, e a un comportamen­to assimilabile all’insofferenza alla regola e a un’opposizione costante allo status quo»3. Cer­to l’autore usa volentieri la parola “anarchico”, ma la sua ben provata competenza linguistica a nostro avviso suggerisce un uso ironico: basta osservare come i suoi personaggi più “anarchi­ci”, o anarcoidi, vengano dipinti sostanzialmen­te come dei falliti.4

Come altri intellettuali (pensiamo anche solo a Pasolini e ad articoli come Nuove que­stioni linguistiche apparso su «Rinascita» nel 9 Carlo Varotti, Luciano Bianciardi, la protesta dello stile, cit., p. 123-124. Ricordiamo che Bianciardi ha tradot­to anche alcuni volumi di Cyril Northcote Parkinson (La legge di Parkinson, ed. it. 1959; La legge e i profitti, ed. it. 1960; nel 1963 uscirà in Italia anche Come si sale al vertice) dai quali ha tratto alcuni spunti per La vita agra.10 Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico), Bianciardi fu precocemente sensibi­le al formarsi di una “neolingua” figlia delle mutate condizioni sociali. Esprimerà questa attenzione-preoccupazione in romanzi come L’integrazione ma anche in articoli di grande in­teresse come i sei usciti sotto il titolo comune Pescaparole su «Avanti!» tra l’aprile e l’ottobre del 1959. Un vero e proprio «“stupidario” degli stereotipi lessicali che inflazionano l’inespres­sività moderna» dove quarantadue lemmi vengono messi alla berlina analizzandone usi, diffusione, accezioni. È interessante soprat­tutto osservare come parole distrattamente (o studiatamente) inadeguate, evasive, generi­che, fuorvianti vengano usate per celare paro­le vere, concrete, mirate, chiare: «la tendenza, spiccatissima, è di girare intorno alle parole, come per celarle dietro una nube di fumo verbale»12. Ma sarebbe troppo ingenuo (è pe­raltro uno dei più frequenti e più squallidi pro­cedimenti retorici usati in politica, aggiungia­mo) dire che alcune parole sono libere, o vere, od oneste, e altre no: come Bianciardi stesso scrive a proposito del termine (a lui così caro) “concretezza”, «l’appello alla concretezza è unanime: partiti, enti, giornali, esigono ogni giorno concretezza. Un problema concreto, un discorso concreto, una proposta concreta»; ed ecco l’esempio, decisamente significativo, di quel traduttore che, «ossessionato dalla con­cretezza», tradusse «un inglese “concrete bu­siness” in “problema concreto”. Invece voleva dire “affare del cemento”»13. Scegliendo l’ar­ma della messa alla berlina Bianciardi denun­cia l’uso strumentale delle parole le quali non possono essere iscritte a un partito o a una ide­ologia, pena un irrigidimento che le trasforma inevitabilmente in arma per i poteri forti.

La cosa interessante è che Bianciardi difende la lingua, e ne denuncia le strumentalizzazioni e perversioni, tanto nell’“alto” quanto nel “basso”: in letteratura come sui giornali, occupandosi di libri, cronaca, televisione, sport. Senza tornare ancora una volta sui romanzi più famosi, si pensi ad alcuni esempi giornalistici: nel gennaio 1963 su «Le Ore» Bianciardi criticò, sotto lo strepito­so titolo Chi va al Mulino si incrusca, lo sceneg­giato che Sandro Bolchi trasse dal romanzo di Bacchelli Il mulino del Po, osservando come il trasferimento troppo rude e semplicistico della lingua bacchelliana nel contesto dello sceneggia­to televisivo dimostrasse tutta la sua drammatica inadeguatezza al nuovo medium5. Un altro esem­pio della già citata attenzione alle peculiarità del mezzo televisivo è l’articolo Un esperimento audio­visivo, nel quale propone di ascoltare la televisio­ne ad occhi chiusi per constatare quanto spesso autori che arrivano dall’esperienza radiofonica siano incapaci di adeguarsi alle nuove necessità del nuovo mezzo.

Milano 2

Milano Periferia, scorcio

Così Pino Corrias ci descrive Bianciardi della fine degli anni Sessanta:

All’indomani del successo [con La vita agra], Bianciardi fa l’esatto contrario di quello che tut­ti, ragionevolmente, si sarebbero aspettati da lui. Non continua la strada in salita che ha fatto di lui un noto scrittore di sorprendente attualità e qua­lità, sceglie un sentiero laterale e in discesa. Non approfondisce la sua perlustrazione analizzando la nuova società del benessere. Semplicemente lascia. Abbandona i giornali, abbandona Milano, va a sedersi all’angolo. Si convince che tutte le verità da difendere non valgono la sua tosse da curare, il suo sonno senza sogni. Che il mondo, come scrive ai suoi amici grossetani, va dove deve andare e lui “non ci può fare niente”. Vanifica gran parte di quello che ha costruito, limita la sua protesta a un’alzata di spalle, anche se allonta­nandosi si fa più intensa la fiamma della sua rab­bia. Scappa senza sorrisi, e con il bicchiere pieno. Era un uomo sfinito. Senza voglie. Si faticava sempre di più a toglierlo da quel buco di vita. Viaggiare, per esempio, lo interessava meno. Si faceva tirare per i capelli, anche se poi, appena fuori, ritornava curioso di tutto. Ma gli sposta­menti, le valigie, la macchina, lo scocciavano a morte. […] Una volta siamo andati in Israele, nel 1967, subito dopo la guerra dei Sei giorni, dove lui litigò con tutti quelli che facevano le lodi sperticate di questa nazione. Aveva visto, il primo giorno, un rastrellamento e gli era basta­to, aveva visto come venivano trattati gli arabi. Quando tornò a Rapallo, per qualche settima­na, usciva di casa con la benda sull’occhio, come Moshe Dayan. Così, per prendere per il culo i filoisraeliani. Qualcuno lo fotografò, la foto uscì sui giornali.6

Al [suo] funerale infatti c’erano i parenti di Lodi, quattro malmaritate, io e il fratello alto e grosso […] Il traffico rallen­tava appena, in quel pezzo di strada da casa sua fino alla chiesona di mattoni, poi ricominciava a correre nel senso rotatorio, una macchina dietro l’altra ma ciascuna per i fatti suoi.

Una conclusione all’insegna di quell’indivi­dualismo che il boom economico ha generato e coltivato, e che Bianciardi per tutta la vita ha cer­cato di denunciare. Resta una grande tristezza, e la sensazione di qualcosa di irrisolto, e di incom­piuto. Ma forse lo scrittore nei suoi ultimi mo­menti si è sentito come quel ragazzino che nel racconto L’odore della morte, tra i fumi della feb­bre, crede di stare per morire: «chiuse gli occhi e si lasciò andare alla serena tristezza di sentirsi distante da tutti».7  

(Giorgio Linguaglossa)

1 Cfr. Giovanni Di Domenico, Da Kansas City alla Braida del Guercio. Biblioteche, bibliotecari e lettori nell’esperienza
2 Mario Terrosi, Bianciardi com’era, cit., p. 56.111
3 Arnaldo Bruni, «Io mi oppongo». Luciano Bianciardi garibaldino e ribelle, cit., p. 13.4 Nel caso di Bianciardi si può forse parlare, sulla scorta delle riflessioni di Roberto Bertoldo (Anarchismo 4 (Cfr. rivista 1 Dialogo con Tortora, «Guerin Sportivo», 13 settembre 1971 [ora in: Luciano Bianciardi, L’antimeridiano, cit., vol. 2, p. 1709).2 Cfr. anche: Nello Ajello, Lo scrittore e il potere, Laterza, Bari 1974. La recensione di Gorresio apparve su «La Stampa» il 10 agosto 1957.117]
5 13 Luciano Bianciardi, L’antimeridiano, cit., vol. II, p. 378.126
6 Pino Corrias, Vita agra di un anarchico, cit., p. 222.
7 Luciano Bianciardi, L’antimeridiano, vol. I, cit., p. 69529 Ora in: Luciano Bianciardi, L’antimeridiano, cit., vol. II, pp. 247-250.

 Luciano Bianciardi . – Nacque a Grosseto il 14 dic. 1922 da Atide, cassiere di banca, e Adele Guidi, maestra elementare. Conseguita la maturità classica presso il liceo “Carducci-Ricasoli”, si iscrisse alla facoltà di lettere e filosofia dell’università di Pisa. Ai primi del 1943, chiamato alle anni, interruppe gli studi e, dopo il corso allievi ufficiali, fu inviato nell’Italia meridionale dove, in Puglia, lo colsero il bombardamento di Foggia del luglio e l’armistizio dell’8 sett. 1943. Antifascista, nel 1945 si iscrisse al Partito d’azione.

Alla fine del 1945 poté riprendere gli studi presso la Scuola normale superiore di Pisa dove ebbe come insegnanti L. Russo, A. Capitini, D. Cantimori, G. Calogero, con il quale si sarebbe laureato nel 1947 discutendo una tesi sul pensiero di John Dewey. Dopo lo scioglimento del Partito d’azione (1947) rimase su posizioni di sinistra senza però aderire a nessuna formazione politica. In questi stessi anni venne notevolmente influenzato sia dall’opera di Gramsci, del quale si andavano pubblicando gli scritti del carcere (ampliando e integrando l’insegnamento di Russo e il suo influsso prevalentemente crociano), sia dalla cultura americana che aveva approfondito negli studi, universitari e non, di filosofia e letteratura.

Di nuovo a Grosseto, insegnò in una scuola media lingua inglese e poi storia e filosofia nel locale liceo (1949-1951). Abbandonato l’insegnamento, riorganizzò la biblioteca comunale Chelliana, danneggiata dall’alluvione del 1945, e nel 1952 ne divenne direttore, spendendo questi anni per lo sviluppo culturale e civile della sua città (fu tra gli artefici del cineclub cittadino e si impegnò, con un servizio di bibliobus, per la diffusione della lettura nel Grossetano).Gli anni tra il 1952 e il 1954 segnarono i suoi esordi giornalistici e letterari. Suoi articoli comparvero sulla Gazzetta, quotidiano di Livorno sul quale curò la rubrica “Incontri provinciali”, Belfagor, l’Avanti! (al quale avrebbe collaborato con interruzioni fino al 1963), ComunitàNuovi ArgomentiL’Automobile Il Contemporaneo (fino al 1957).

“Ho scelto di star dalla parte dei badilanti e dei minatori della mia terra – scrisse nel 1952 -, quelli che lavorano nell’acqua gelida con le gambe succhiate dalle sanguisughe, quelli che cento, duecento metri sotto terra consumano giorno a giorno i polmoni respirando polvere di silicio. Anche loro hanno bambini come il mio, hanno un avvenire da costruire” (Nascita di uomini democratici, in Belfagor, VII [1952], pp. 466-471). Legato per formazione e per scelta a tematiche classiste e libertarie, il B. avrebbe dato all’impegno letterario il senso di un diretto engagement civile, concependo l’attività culturale come strumento di denuncia e di presa di coscienza, ma anche come intervento direttamente e immediatamente militante. Non fu casuale, pertanto, che il suo primo libro, I minatori della Maremma, scritto in collaborazione con Carlo Cassola (Bari 1956), fosse una paziente ricerca e un’inchiesta appassionata sulle condizioni di lavoro e di vita nelle miniere del Grossetano (anticipazioni ne apparvero su Nuovi Argomenti nel 1954 e 1955).

Si inserisce in questa fase un episodio (maggio 1954) che avrà forte influenza sulla vita del B., tanto da tornare di frequente nei suoi scritti: la sciagura di Ribolla, l’esplosione di grisou in una miniera di lignite nella quale restarono uccisi quarantatré operai. In questo fatto il B. vide l’emblema di una sconfitta storica della classe operaia e della possibilità di rinnovare la società italiana: “la fine di un periodo, di un entusiasmo, di una speranza collettiva, e l’avvio di una situazione di chiusura in cui pareva dover cadere l’intero paese. Sprofondò in una crisi spaventosa e di lì a poco fuggì a Milano” (Terrosi, 1985, p. 87).

A Milano dal luglio 1954, già attivo nel gruppo redazionale dei Contemporaneo, diretto da C. Salinari, e collaboratore di Cinema nuovo, diretto da G. Aristarco, fu chiamato da Fabrizio Onofri a svolgere il lavoro di redattore nella nascente casa editrice di Giangiacomo Feltrinelli, dove lavorò fino al 1957, allorché fu licenziato. L’anno stesso pubblicò per le stesse edizioni l’ironico libello Il lavoro culturale. Gli anni tra il 1954 e il 1962 furono particolarmente duri e difficili sia per l’isolamento in cui il B. si venne a trovare, sia per le difficoltà economiche (è di questo periodo anche la rottura del matrimonio e l’inizio di una nuova relazione). Il suo maggior cespite venne dalle traduzioni dall’inglese (eseguì la versione italiana di circa ottanta opere), lavoro che a partire dal licenziamento dalla Feltrinelli e per tutta la vita avrebbe costituito la sua principale occupazione. Scrisse un secondo romanzo (L’integrazione, Milano 1960), finché la pubblicazione della Vita agra (ibid. 1962) gli portò successo di pubblico e di critica.

Fra le traduzioni del B., pur se la scarsa autonomia verso le molte case editrici per le quali lavorò spesso non gli consentì di effettuare scelte, è comunque rinvenibile una traccia dei suoi interessi nel percorso (prevalentemente americano) che lega scrittori come J. Steinbeck, W. Faulkner, J. London, S. Bellow, I. Shaw, T. Williams, J. Barth, il sociologo C. Wright Mills, lo storico P. J. Taylor, J. F. Kennedy. In alcuni casi il lavoro di traduttore del B. ha costituito vere e proprie operazioni culturali: la brillante versione italiana dei Tropicidi H. Miller (autore con il quale il B. strinse rapporti di amicizia e verso cui riconosce un debito letterario) e la pionieristica traduzione (1961) di J. Kerouac e di altri autori della Beat Generation.

Sulle ragioni dei trasferimento a Milano il B. fornisce più volte una spiegazione metaforica. Egli deve compiere una missione affidatagli dai compagni degli operai morti nella miniera di Ribolla: far saltare il “torracchione” della Montecatini, azienda responsabile della sciagura. “Pensai che la lotta, quassù, si poteva condurre con mezzi migliori, più affinati, e a contatto diretto con il nemico” (Lettera da Milano, in Il Contemporaneo, 5 febbr. 1955, p. 2). Ma la Milano degli anni Cinquanta – con una classe operaia disgregata e abbrutita dalla fatica, con una cultura di sinistra accademica, antiquata e parolaia, e perciò inservibile, con le sezioni dei partito comunista burocratizzate e in mano ad intellettuali dei ceti medi, con la sua angosciosa solitudine metropolitana e, sopra ogni cosa, con il dominio dell’ideologia e della pratica del neocapitalismo – gli apparve ancora più chiusa e indisponibile della provincia che aveva lasciato. “Da qui si usciva in due modi, pensai: o coi piedi avanti, o raccontando la propria rabbia” (lettera del febbraio 1964 a G. Rabiti, in Angelini, p. 8).

Nel Lavoro culturale il B. aveva narrato le speranze e l’eclisse delle speranze della propria generazione (maturata con la Resistenza), vissute in provincia (trasfigurata, attraverso il mito letterario americano, in una sorta di Grosseto-Kansas City), quando, nel  “fecondo e confuso periodo della ricostruzione non tanto economica quanto morale e civile” (Angelini, p. 20), sembrava che molti sogni di libertà e progresso sociale avrebbero potuto avverarsi. Già qui, nel mimetico sdoppiamento che il B. compie tra i due protagonisti (Luciano Bianchi e Marcello, il fratello), si intravedono le due paradigmatiche risposte possibili ad uno sviluppo sociale e politico tendente non già all’esaltazione della libera espressione bensì alla subordinazione dell’individuo alle leggi della produzione: l’integrazione in quell’ingranaggio sociale e produttivo che si voleva distrutto o, quanto meno, diverso, oppure l’aspra (agra) condizione dell’irriducibile. Questo sdoppiamento sarebbe stato presente anche nel secondo romanzo (L’integrazione, appunto), ambientato nella Milano del boom economico degli anni dinquanta, tra le redazioni delle case editrici e l’ossessionante meccanismo produttivo il cui significato si perde nell’ingranaggio stesso divenuto fine e destinatario obbligato di tutte le attenzioni e le energie.

Con La vita agra, il romanzo più noto e letterariamente considerato il più riuscito, il B. chiudeva questo ciclo narrativo. Autobiografico come i precedenti, ma privo della dicotomia tra integrazione e ribellione, il libro narra dell’isolamento di un intellettuale nel periodo del boom, portando a deciso compimento la scelta più radicale. Lo scenario è anche qui la Milano del “miracolo italiano”, dove l’io narrante (un traduttore) ha scelto di rifiutare l’integrazione nell’industria culturale e di lavorare in proprio, perseguitato da mille richieste (i “tafanatori”) e dalla quotidiana angoscia di non riuscire a tradurre le venti cartelle che gli assicurano la sopravvivenza. Unici lenimenti (ma non tali da costituire una speranza) vengono ad essere il liberatorio erotismo di un forte vincolo affettivo e la scelta della propria irriducibilità a rotella dei meccanismo, genesi stessa, quest’ultima, della propria condizione, insieme, di autenticità e di “devianza”.

Nella Vita agra – ha scritto Gessani (pp. 53-55) – “l’io non esiste più in modo alcuno, e guardarlo significa ormai guardare l’agitazione insulsa di parole e di messaggi incapaci di ordinarsi in qualche modo ed organizzarsi. Come, vivendo il mondo del lavoro proletario, Bianciardi scopre soltanto un lavoro degradato, così, affrontando finalmente l’io, non trova che letteratura, angoscia e senso dell’assurdo. Ma questo assurdo dilagante non ha un carattere metafisico e non è nemmeno un caso psicologico: è l’assurdo, vissuto in prima persona, di una società malata e forse morente, nella quale la sovrabbondanza degli stimoli nasconde squallore morale, solitudine ed incapacità di vivere in modo pieno e compiuto… Bianciardi ha messo infine la sua carica d’esplosivo dentro il palazzo, anche se l’ha dovuta mettere da solo e non, come aveva sperato partendo da Grosseto, con l’aiuto di una organizzazione vasta ed impegnata”.

Il B., che con la Resistenza e la ricostruzione aveva assorbito i valori della solidarietà e dell’uomo come fine con l’inflessibile rigore morale e intellettuale dei militante azionista, resta annichilito davanti al trionfo del neocapitalismo. I suoi primi libri (che infatti più che un giudizio letterario ne chiedono – caso inconsueto nella letteratura italiana, ma frequente nelle culture letterarie francese e americana – uno morale e civile) sono forse la testimonianza più esplicita e diretta di un consapevole no alla società di massa. In questo no è stata legittimamente intravista una premonizione del Sessantotto, ma esso assume una carica dirompente di portata ancor più radicale se inteso (collegato con le coeve elaborazioni del pensiero critico occidentale) come contributo alla fondazione di un’antropologia dell’uomo moderno.

Il successo dei libro da un lato sottrasse in parte il B. agli affanni della precarietà economica ed esistenziale (pur procurandogli alcune situazioni spiacevoli sul piano umano e giudiziario), dall’altro gli chiarì subito come il sistema avesse vinto ancora una volta prendendo per brillante scherzo letterario il travaglio di un’esistenza: “Finirà che mi daranno uno stipendio mensile solo per fare la parte dell’arrabbiato italiano. Il mondo va così – cioè male. Ma io non ci posso fare nulla. Quel che potevo fare l’ho fatto e non è servito a niente” (in Terrosi, 1985, p. 99). Si trasferì a Sant’Anna di Rapallo nel luglio 1964, e li continuò le collaborazioni con periodici e quotidiani e il mestiere di traduttore che sempre considerò il suo vero lavoro.

Nel dispersivo periodo che va da La vita agra Aprire il fuoco (1962-69) il B. collaborò ad antologie per la scuola media e fu coautore di alcune sceneggiature per radio, televisione e cinema (da segnalare I Nicotera, sceneggiato televisivo scritto, insieme con G. Cesarano, nel 1968). Collaborò, inoltre, a molte testate tra le quali l’Unità (1963, all’edizione piemontese aveva già collaborato nel 1955-56), Il Giorno (1963,66), Le Ore (1963-65), Abc (1965-68), Playmen (1969-70), in particolare con novelle e rubriche televisive e sportive. Va segnalata inoltre la cessione dei diritti per la realizzazione di due film: La vita agra (regia di C. Lizzani, 1964, con U. Tognazzi e G. Ralli) e Il merlo maschio (regia di P. Festa Campanile, 1971, con L. Buzzanca e L. Antonelli, tratto dal racconto Il complesso di Loth del 1968).

Sul piano più propriamente letterario, in questo periodo il B. approfondì il filone, già in precedenza sperimentato, ruotante attorno a tematiche risorgimentali. Nella rilettura del B., il Risorgimento diviene simbolo della possibilità di costruire una società di eguali e degli enormi ostacoli che vi si frappongono, fino allo stravolgimento delle speranze e delle idealità iniziali. Tra i libri “risorgimentali” del B. vi sono lavori di divulgazione storiografica (Da Quarto a TorinoBreve storia della spedizione dei Mille, Milano 1960; Daghela avanti un passo!, ibid. 1969; Garibaldi, ibid. 1972), ma la vena più propriamente letteraria emerge in La battaglia soda (ibid. 1964), interessante esperimento linguistico (è scritto in un italiano ottocentesco), e Aprire il fuoco (ibid. 1969).

L’ultimo romanzo del B. (Aprire il fuoco, scritto nel marzo 1968) è la fantasiosa rivisitazione dell’insurrezione antiaustriaca delle Cinque giornate di Milano, situata però nel marzo 1959, con un curioso intreccio di passato e presente per cui nella lotta contro Radetzky si incontrano personaggi come papa Giovanni XXIII, Giorgio Bocca ed Enzo Jannacci. Sedata la rivolta e tornati gli Austriaci a Milano, il narratore (ancora in prima persona) si trova in esilio a Nesci (non è difficile riconoscervi Sant’Anna di Rapallo), in attesa o di un segnale che ridia vita alla rivolta o, più probabilmente, degli sgherri di Radetzky; pronto, in entrambi i casi, ad aprire il fuoco. Nel libro l’accentuazione fantastica, quasi surreale, dà il senso di una sconfitta irrimediabilmente consumata a cui si accompagna un lucido presagio – quasi un anelito – di morte.

Nell’autunno 1970 egli tornò a Milano dove ebbe modo di collaborare ai settimanali TempoGuerin sportivo.

Il B. morì a Milano, di cirrosi, il 14 nov. 1971.

Tra gli altri suoi scritti citiamo i volumi: Viaggio in Berberia, Roma 1969, narrazione di un’escursione in Africa settentrionale, e Il peripatetico e altre storie, postumo, Milano 1976, che raccoglie le più importanti pubblicazioni minori.

Fonti e Bibl.: Per una bibl. degli scritti su e del B. (compresi traduzioni e alcuni inediti) si veda M. C. Angelini, LB., Firenze 1980 (volume della collana del “Castoro” della Nuova Italia), al quale rimandiamo, limitandoci qui ai pochi altri titoli essenziali: M. Terrosi, Bcom’era (lettere di LBad un amico grossetano), Grosseto 1974; W. Mauro, LB., in Letteratura italianaI contemporanei, V, Milano 1974, pp. 1351-1368 (riedito in Letteratura italNovecentoI contemp., IX, ibid. 1979, pp. 8903-8920); G. Pampaioni, in L. Bianciardi, Lavita agra, Milano 1974, pp. 7-12; O. Del Buono, in L. Bianciardi, Aprire il fuoco, Milano 1976, pp. IVI; M. Terrosi-A. Gessani, L’intellettuale disintegratoLB., Roma 1985 (contiene lo scritto dei Terrosi del 1974 e un saggio del Gessani di taglio filosofico-esistenziale, che si manifesta particolarmente adatto, più di quello meramente letterario, a cogliere compiutamente l’ambito e la portata del discorso bianciardiano).

10 commenti

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10 risposte a “Sandro Montalto, Bianciardi una vita in rivolta, Mimesis 2019, pp.140 € 6, Una vita per la ribellione

  1. Giuseppe Gallo

    Questa ritorno al Bianciardi dei primi anni ’50 è un regalo che non possiamo perderci. Come non ricordare il grido del protagonista de “La vita agra” contro la modernità produttiva e consumistica dell’Italia di quel periodo:“Io mi oppongo. Occorre che la gente impari a non collaborare, a non farsi nascere bisogni nuovi e anzi a rinunciare a quelli che ha.”? (L. Bianciardi, La vita agra, Rizzoli Ed. 1962). Per alcuni critici è stato un urlo “inattuale e intempestivo”, per altri frutto di “ribellismo” anarcoide. Perché questa sottovalutazione? Bianciardi, in quanto traduttore degli americani, aveva il privilegio di conoscere in anteprima le pagine della futura tragedia capitalistica. È strano che sia lui che Pavese abbiano scelto l’annullamento di se stessi mentre gli oppositori politici del sistema produttivo e consumistico collaboravano attivamente a renderlo plausibile e accettabile. La borghesia gongolava e le masse operaie, costrette dalla sopravvivenza, producevano nella speranza del futuro consumo. Così facendo il Meridione è stato svuotato, di tutto: forze umane e forze intellettuali, lingua e costumi, e non si è più ripreso. “Rinunciare ai bisogni”, vecchi e nuovi, avrebbe avuto in seguito, una designazione popolare, quella della decrescita felice. Purtroppo, a quel modello di sviluppo non si è opposto nessuno, ovvero tanti, ma con astruserie, ideologie altisonanti, astrattismi intellettualoidi, congegni infernali, ecc. E noi siamo ancora qui, a leccarci le ferite e le crepe della perdita di un retroterra culturale che non era solo puro e semplice mondo contadino…

  2. gino rago

    Domanda secca di un giornalista-intervistatore a Luciano Bianciardi:
    « Mi dica, Bianciardi Luciano, nato a Grosseto nel 1922, senza Giovanni Verga, Carlo Emilio Gadda ed Henry Miller, da Lei tradotto in italiano e conosciuto personalmente, avremmo avuto Luciano Bianciardi e La vita agra?»

    Risposta di Bianciardi:
    «No.Riconosco in Verga-Gadda-Henry Miller i miei veri 3 maestri…»

    N.B.
    Invito Giorgio Stella a far comprendere meglio l’essenza vera del suo commento rivolto a Sandro Montalto…
    (gino rago)

  3. gino rago

    Ringrazio Giorgio Stella per avere accolto l’invito a chiarire il senso e l’essenza del suo precedente commento con una risposta limpida e civile.

    (gino rago)

  4. giorgio stella

    Grazie a lei Gino Rago e a tutti gli amici dell’OMBRA Linguaglossa sa quanto mi dispiaceva.
    giorgio stella

  5. gino rago

    ATTENZIONE ATTENZIONE: TRIESTE E’ IN PERICOLO

    Tutti sappiamo che nell’Impero austro-ungarico Trieste è stato l’unico porto
    adriatico-occidentale di tutto l’Impero di Sissa e di Franz Joseph.
    Dopo la disgregazione dell’Impero d’Austria e Ungheria a causa della cocente sconfitta dall’Italia inflitta agli austro-ungarici nel novembre 1918 (il Bollettino della vittoria di Armando Diaz in questo è chiarissimo) Trieste è stata definitivamente italiana. Ma il suo è diventato uno dei tanti porti italiani…
    Mentre con l’Austria è stato fin dagli inizi il solo porto austriaco nel mar Adriatico…
    Ora Salvini è a Trieste, non da solo, ma con importanti politici ungheresi…
    Amici fidati e amiche fedeli che ben conoscono Trieste e le vicende triestine
    mi informano di qualche disegno salviniano non dichiarato ma strisciante di ungherizzazione di qualche molo del porto triestino-giuliano, mentre Fedriga governatore del Friuli Venezia Giulia ha intensificato sotterranei rapporti con la destra austriaca…. Nel frattempo Putin si aggira per le nostre contrade.
    Amici, amiche, poeti, lettori de L’Ombra
    FATE CIRCOLARE QUESTE NEWS

    grazie

  6. Giuseppe Gallo

    Gentile Stella, forse occorre un ulteriore chiarimento. Ho capito bene? Fu per il marito di Ripa di Meana la cosa più importante della sua vita avere un libro con dedica di Bainciardi?
    Carissimo amico, Gino Rago, troppo sottile il tuo intervento… è come chiedere a qualcuno chi sono stati i genitori… da noi in Calabria solitamente si è soliti domandare: -A cu’ appartieni?
    Almeno il tuo Bianciardi è stato sincero!
    Perché non entrare nel vivo della polemica se c’è da polemizzare?

  7. gino rago

    TRIESTE
    Il Molo Audace e la Rosa dei Venti.

    Nel 1740, presso la riva, affondò la nave San Carlo e si utilizzò il relitto come base per la costruzione del molo che prese il nome della nave naufragata. Il molo separa il Bacino di San Giorgio dal Bacino di San Giusto del Porto Vecchio. All’inizio era più corto e misurava solamente 95 metri di lunghezza ed era unito alla riva tramite un ponte di legno. Nella seconda metà del 1700 fu allungato di 19 metri e nel 1860 di altri 132 metri, raggiungendo così la lunghezza di 246 metri. Il ponte fu poi eliminato, unendo il molo alla terraferma. Al molo San Carlo attraccavano navi passeggeri e mercantili. Il 3 novembre del 1918, terminata la Grande Guerra, la prima nave italiana ad entrare nel porto di Trieste e ad attraccare al molo San Carlo fu l’incrociatore Audace che così diede il suo nome al molo.
    Nel tempo, con lo spostamento dei traffici marittimi in altre zone del porto, il molo Audace perse progressivamente la sua funzione mercantile, ed oggi vi attraccano saltuariamente solo imbarcazioni di passaggio.
    Il molo è rimasto così un frequentato luogo di passeggio, una passerella protesa sul mare e che completa la passeggiata sulle rive ed in piazza Unità d’Italia.
    Una Rosa dei Venti in bronzo su una colonna di pietra bianca, è posta alla fine del Molo Audace per commemorare l’approdo, il 3 novembre 1918, dell’incrociatore Audace, prima nave italiana ad entrare nel porto di Trieste alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando Trieste divenne Italiana. L’epigrafe al centro della Rosa recita: “Qui approdò la R. nave Audace prima col vessillo d’Italia – III NOVEMBRE MCMXVIII”

  8. giorgio stella

    Gentile Giuseppe Gallo il marito della Ripa di Meana nn ebbe un libro autografo ma dedicato nn posso citare il titolo è ovvio… in un’intervista ma nn posso citare quale ovvio pure questo per ‘copertura di rete’ se Vuole mi contatti alla mia mail, dice appunto il nostro che una delle cose nn la cosa più bella della sua vita fu che Bianciardi gli dedicò appunto un libro. Per ulteriori chiarimenti, se di polemica si parla e pure abbastanza pesantemente, sono io il primo a darli favorendone i suggerimenti senza comparazione per conto di terzi che di conseguenza li sminuisce prima degli stessi. La mia polemica mi pare di averla scusata avanti gli amici dell’Ombra confermo ho declinato un rancore personale ad un unicum a cui non appartiene.
    Gentili saluti Giorgio Stella.

  9. Giuseppe Gallo

    Gent.mo Giorgio Stella, è stato più che esauriente. Grazie!

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