Edith Dzieduszycka, Poesie inedite da L’immobile volo con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa, La vita è una serie di collisioni con il futuro, Il decadimento delle categorie psicologiche, le psicologie tendono alla psicosi, L’Io è stato ridotto a nuda voce

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Le pareti del Foro interiore di agostiniana memoria sono diventate pareti di prigione

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

«Le categorie psicologiche… sono diventate categorie politiche. Le tradizionali linee di demarcazione tra psicologia da un lato e filosofia politica e sociale dall’altro, sono state rese antiquate dalla condizione dell’uomo della nostra epoca: processi psichici un tempo autonomi e identificabili vengono assorbiti dalla funzione dell’individuo nello stato – dalla sua esistenza pubblica. Problemi psicologici diventano problemi politici: il disordine individuale rispecchia più direttamente di prima il disordine dell’insieme, e la cura del disturbo personale dipende più di prima dalla cura del disturbo generale. L’epoca tende al totalitarismo anche dove non ha prodotto stati totalitari. Fu possibile elaborare e praticare una psicologia come disciplina particolare finché la psiche fu in grado di contrapporsi al potere pubblico, finché vi fu una vera vita privata, realmente desiderata e in grado di creare da sé le proprie forme».

(Herbert Marcuse,  Eros and Civilisation, 1955, trad it. Eros e Civiltà, Einaudi, 1964 p. 47)

Ortega Y Gasset ha scritto: «La vita è una serie di collisioni con il futuro: non è una somma di ciò che siamo stati, ma di ciò che desideriamo essere. L’uomo è l’essere che ha assolutamente bisogno della verità e viceversa, la verità è l’unica cosa di cui l’uomo ha essenzialmente bisogno, il suo unico bisogno incondizionato»2; ma potremmo anche capovolgere il suo assunto affermando che l’uomo è l’essere che non ha assolutamente bisogno della verità, la verità è l’unica cosa di cui l’uomo non ha assolutamente bisogno.

La problematica che Edith Dzieduszycka affronta in questo libro è esattamente questa: è possibile vivere autenticamente nel freudiano Principio di realtà? È possibile un barlume di felicità nell’ambito del freudiano Principio di piacere delle odierne società occidentali evolute a capitalismo dispiegato e a repressione invisibile e capillare? È possibile pensare e parlare in maniera autentica nell’ambito della categoria della «confessione» e del «monologo interiore» e del «flusso di coscienza»? E, in ultimo, è possibile l’elaborazione dello stesso pensiero cosiddetto libero costretto entro il circolo ermeneutico del discorso rivolto ad un interlocutore? Ad un interlocutore risponditore?. Domande inquietanti, dalla profondità abissale che ci portano nel cuore del problema dei problemi.

Il libro è costituito da due «voci», una maschile e l’altra femminile, ridotte alla «nuda vita»L’Io è stato ridotto a nuda voce. Due «voci» monologanti, presumibilmente due persone conviventi o sposate dei giorni nostri di un qualsiasi luogo insignificante dell’Occidente evoluto che mettono in opera una «confessione» separata, a compartimenti stagni, in camere separate, blindate dalla incomunicabilità generale. Ciascuna «confessione» avviene nell’ambito del proprio Foro interiore, ciascuna parla a se stessa per  parlare all’altra, ciascuna parla un linguaggio che l’Altro intende benissimo ma che, proprio per questo, lo fraintende e lo equivoca. Perché ciò che aziona le «voci» è la mole invisibile dell’Inconscio. Ecco spiegato il titolo L’immobile volo, in realtà i due Personaggi, le due «voci», pur legate presumibilmente da una contiguità passata e da una relazione intima pregressa, ciascuna, dicevo, è sostanzialmente «immobile», cioè incapace a superare e infrangere lo schermo del Foro interiore, la convenzione sociale della «confessione» e quant’altro. Ergo, ciascuna «voce» è  inetta e infetta,  e falsa, fortificata dalla propria falsità, falsificata dalla falsa coscienza con la quale si presenta la civiltà dell’ordine borghese dei rapporti di produzione e delle forze produttive che ubbidiscono alle regole del mercato e del capitale.

Entrambi i personaggi hanno un vissuto, vivono, si strappano le vesti, gridano e si dibattono nei meandri del teatro della «confessione», ma sembrano incapaci di andare oltre di essa,  impossibilitati a varcare le colonne d’Ercole del Foro interiore. Ciò che c’è in interiore homine è in realtà cloaca, falsità, menzogna, ipocrisia, ambiguità, narcisismo, esibizionismo,  in una parola: falsa coscienza e inautenticità. Non si dà alcuna possibilità, come scriveva Adorno, nell’ambito della falsa coscienza di attingere un sia pur lontanissimo frammento di felicità, essendo ogni felicità trafugata un piccolissimo frammento della grande infelicità degli uomini, che gli uomini si negano e negano agli altri loro simili.

Dicevo che i due personaggi dzieduszyckiani sembrano trovarsi in stanze separate da una sottile parete, tentano in tutti i modi e con tutte le proprie forze di comunicare, di aprirsi all’altro, ma quello che ottengono è una chiusura e un aumento di chiusura, una iperchiusura. Le pareti del Foro interiore di agostiniana memoria sono diventate pareti di prigione, sono inamovibili, impermeabili ai buoni sentimenti e alla presunta sincerità delle «voci», sono espressioni del regime del presentismo mediatico delle odierne società post-democratiche;  in realtà, ciascuno dei due personaggi organizza una propria strategia per porre in scacco il contendente, quella che si gioca è una partita per il potere e la volontà di potenza, per il vessillo della vittoria da erigere sul catafalco del contendente. È che le categorie psicologiche sono diventate inutilizzabili per la introspezione delle peculiarità individuali delle psicologie, e sono anche inadatte alla spiegazione dei fenomeni politici; le psicologie tendono alla psicosi, ed entrambe sono simultanee e concordanti con lo stato totalitario verso il quale quelle psicologie sono dirette.

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L’indagine sui rapporti umani è utilissima per la retrospezione della deriva autoritaria di molti paesi dell’Occidente, questo libro della Dzieduszycka rende palese ed evidente come siamo tutti dipendenti da una economia monetaria della libido e degli affetti, la cui regola aurea è: ti do tanto quanto tu dai a me, non di più, e forse di meno. È che gli affetti e le passioni sono nient’altro che idee confuse e prive di mèta, si sono ormai omologati al valore di scambio, e forse è disutile finanche indagare dove siano finite quelle passioni e quegli affetti, ma una ragione dovrà pur esserci se sono finite tutte nella rigatteria del rigattiere. Così, l’impossibilità della felicità globale attecchisce e corrode finanche la pur minima possibilità di conquistarsi la più minuscola delle felicità al portatore. E l’erotismo lascia il posto alla volontà di dominio, le passioni al totovincite dei premi organizzati dal marketing delle felicità compossibili, ciascuno infelice in quanto ci si ragguaglia senza remore alla infelicità collettiva.

Il lavoro alienato chiama in causa l’alienazione delle passioni e degli affetti e l’infelicità individuale giustifica e spiega l’infelicità globale nella quale siamo tutti irretiti qui in Occidente. I dialoghi della Dzieduszycka rendono vistoso e palese come la riproduzione allargata delle merci e del plusvalore si ripercuota sulla riproduzione allargata dell’infelicità individuale e generale delle moderne democrazie in via di sviluppo verso forme di democrazia totalitaria, dove l’incomunicabilità delle moltitudini sono ben evidenziate dalla incomunicabilità dei personaggi prigionieri in stanze separate, condizione questa omologa e parallela alla incomunicabilità dei due fori interiori.

Le categorie politiche si sono trasmutate in categorie psicologiche, ed anche estetiche, e viceversa. Il postruismo (dizione di Maurizio Ferraris)  e il truismario (dizione mia) sono categorie imperfette e precarie che dalla «nuda vita» (dizione di Giorgio Agamben) sono passate nella sfera psicologica, nella sfera politica e di qui all’estetica; ormai  le categorie sono transitabili, permutabili e mutagene; non c’è nulla di solido in esse, sono precarie, inferme, sono entità mass-mediali, entità ansiolitiche, categorie di plastica che ingolfa il pianeta totalitario. Il mondo è andato in frantumi e alla rovescia ribaltando le categorie che un tempo erano dritte e mandando all’aria le cose statuite. L’ordo rerum del capitalismo sviluppato impone il suo marchio vigoroso sui beni di consumo e sugli uomini, imprimendo sulle loro carni e sulle loro psicologie il sigillo della infelicità coniugale e generale. L’infelicità coniugale è diventata una sorta di epifenomeno della infedeltà e della infelicità generali. E così il disordine  delle menti rispecchia il disordine generale che vige nel regno del capitalismo galoppante. In queste condizioni, parlare di libertà, di felicità e di foro interiore significa partecipare inconsapevolmente o colpevolmente all’imbonimento generale delle masse e favorire la barbarie della civilizzazione ininterrotta.

Perché le ferite dello Spirito non guariscono e lasciano vistose cicatrici.

1 Ortega Y Gasset , Sull’amore, Sugarco, 1996 p. 76

[Pitture di Edith Dzieduszycka]

Edith Dzieduszycka, inediti da L’immobile volo

LEI


ma sì
lo so
certo che lo so
da tempo, tanto tempo, tempo che non sospetti
forse
ma forse sbaglio
come tu sai – credo – che io so
ma fai finta di nulla
come faccio anch’io,
così entrambi
in un livido vortice
di silenzio

.
LUI

prevedo che sarà quest’oggi una giornata no
Mi basta il suo sguardo
obliquo
sfuggente
per capire l’umore
l’oscuro meccanismo che di quando
in quando la pervade
la rode
rendendola straniera al decorso normale
pensa forse “banale” della vita vissuta
In quei casi
sto zitto
aspetto che passi

.
LEI

ti dirò mai
un giorno
quello che all’interno in fondo
a qualche botola
ogni giorno accumulo e mescolo
e giro
e schiaccio
per far posto ad altro che verrà
Ingredienti che si congiungono o si respingono
con disgusto amaro
che mai sospetteresti mi abitassero
inquilini potenti
del mio condominio
dalle finestre
chiuse

.
LUI

non si accorge
lei
che mi accorgo
io
dei suoi stati d’animo per cui sono sicuro
che sia convinta
lei
di vivere insieme ad un essere cieco
un uomo senz’acume né sensibilità
una persona rozza
ma forse ha ragione, non posso sempre stare dietro
ai suoi umori
ai suoi capricci
al suo mutismo
né passare il mio tempo a chiedermi perché
oggi
mi fa il broncio

 

LEI

da tanto tempo
dunque
nemmeno saprei dire esattamente
quanto
– perché
ora emerge?
perché
ora di più? –
s’incrociano – che dico – lungi dall’incrociarsi
parallele
diramano
su sentieri vicini
le nostre due strade senza mai incontrarsi
in seno alla foresta del non-detto
Soltanto all’orizzonte
fanno finta
d’unirsi

 

LUI

non saprei calcolare con molta precisione
da quando è scattato
quell’andazzo perverso
Ha cominciato
lei
a staccarsi
sfuggente?
O sono stato io
a sentirmi estraneo
un poco alla volta
al trantran quotidiano
per lo più prevedibile del grigio condividere
giornate mesi anni
ognuno prigioniero dei propri pensieri
ricordi e rimpianti


LEI

ieri mi è nata
– chi sa perché accadono
pensieri eventi cose
un certo giorno
proprio quello e non un altro?-
Ieri
irrefrenabile
e per me inconsueta
quasi miracolosa ma piuttosto assurda
mi è venuta
dunque
la voglia di parlarti
chi sa
forse di noi
di dirti delle cose che ancora non so
ritrovare parole
smarrite au fil des jours
frasi da imbastire come lembi strappati
che non riesco più
adesso a ricucire?

 

LUI

oggi mi sembra strana un po’ più del previsto
Mi ha guardato
prima
con insistenza
ed insieme incertezza
Questa volta
però
mi è parso diverso
direi insolito
quel modo un po’ di sbieco
di lanciarmi occhiate
Come se volesse farmi capire
qualcosa
– che poi non ho capito
ma devo confessare di avere provato poco –
Sembrava impaurita, sarà mica incinta?
Ma non ci voglio credere
sa bene che
per me…
l’argomento è chiuso

 

LEI

certe volte
vorrei
con te volare
più in alto
parlare di anima
o di morte
o di vita
di quelle cose stupide
di cui non si sa nulla
cose che non si toccano
né si vedono
né si mangiano
“Cose dell’altro mondo”
tu mi rispondi spesso con tono ironico
Ci ho provato a volte
sempre pentendomi per esserci cascata
Argomenti tabu
forse hai ragione
banalità
frase fatte e ritrite
su di loro sappiamo e soltanto
di solito sgranare

 

LUI

la coglie
di traverso
una sciocchezza detta
facendola cadere in un muso profondo
Ad intervalli brevi
la tormenta una smania
vuole filosofare
tira fuori concetti e discorsi astratti
La prendo poi in giro
questo la manda in bestia
ed il mio rifiuto di stare al suo gioco
la chiude a ricciolo dentro una fortezza
Dopo
quasi mi pento
la vorrei consolare
confessare
“Io perfino
attraverso momenti
di dubbi e vague à l’âme


LEI

sento però
salire
quella voglia
malata
di aprire la botola
dall’aria rarefatta e sentori di muffa
in cui contorti strisciano
e s’aggrovigliano
larve
sul fondo viscido e claustrofobico
i rinchiusi pensieri
ormai assuefatti
a quella vita
grama
di torpore
a quella vita che addosso
ci sta appiccicata
sempre sia quella
vita

.
LUI

però devo sapere
se quel mio pensiero è l’ipotesi giusta
me ne deve parlare
sono cose urgenti, non c’è tempo da perdere
Non riesco a chiederle se quella
è la causa
del suo atteggiamento
quasi colpevole
Se sarò troppo brusco
lei si richiuderà
e per un giorno
due quattro
chi sa quanti
non si sbottonerà e staremo
allo stallo
Una bella fatica
sopportare le donne
tentare di capirle

 

LEI

hai fiutato
– mi sembra –
questo mio impulso – senza una ragione
privo d’ogni volere ma
non ci giurerei –
impulso forse cosciente giacché mi capita di volerti
stupire
a volte
provocare
Così proprio ieri
trasmissione bizzarra
altro
mi sei sembrato
altro da te
non oso dire strano
tanto quella parola
possiede
un ché di vecchio
consunto
quasi scontato

 

LUI

aspetterò un giorno
o due
ma non di più
intanto ho il mio da fare
non posso rimanere appeso al suo volere
Farò finta di niente
col passare del tempo qualcosa verrà fuori
A volte basta poco
per socchiudere l’urna in cui galleggia
qualcosa di inespresso
Mi mostrerò paziente
questo la stupirà, sarà quasi un gioco
vedremo chi dei due per primo
cederà
Anche questo
in fondo
fa parte della trappola

.
LEI

Infatti
ieri
– ripeto perché ieri? –
quel giorno era banale
direi qualsiasi
senza nastro o medaglia
per tenerlo a memoria
Avevamo cenato alla solita ora
unica novità
avevo preparato
– da mo’ non la facevo –
una trota al limone come piace a te
e per la prima volta
messo il mio vestito a scaglie
da sirena
– non l’avevi mai visto -,
vino bianco
frizzante
dentro i calici di vibrante cristallo
e poi altri dettagli

 

LUI

Mi ha fatto trovare
la sera
al mio ritorno
imbandito il tavolo
come per una festa
lei direi molto sexy
in un vestito nuovo piuttosto
provocante
Penso d’aver sbagliato la mia congettura
Se fosse stata giusta la mia ipotesi
non avrebbe ordito una tale messa in “cena”
Non mi sono espresso
ma è stato un sollievo
M’intriga ogni tanto il suo verso imprevisto
sarà credo per questo
che sto con lei ancora
Oscuro
ambiguo lato
che forse mi attrae
gioco delle scale da scendere e salire

 

LEI

una tovaglia fresca
odorosa di bucato
sul tavolo rotondo accanto alla finestra
Invece sul carrello
un vassoio di lacca
con calici bottiglie
un mazzo di lillà dai sentori d’infanzia
In sordina gemevano
in preda a Metamorfosi
i ventitrè violini
Ho scoperto con gioia
che anche a te piacciono
Era tutto perfetto
era stucchevole
quasi mi vergognavo
un’immagine kitsch da corriere del cuore
Prevedevo il tuo ghigno
lo davo per scontato
ma ti sei trattenuto
forse avrai capito che ti aspetto
al varco

.
LUI

devo però ammettere che
conciata così
sei piuttosto arrapante
– quasi non ricordavo –
pure un po’ patetica
vista la cosa
a mente fredda
Scommetto che nel bagno
per completare il quadro hai acceso candele
Vado a controllare
Invece non ci sono, delusione!
ora ti tolgo un punto
A parte quel dettaglio non manca proprio
niente
avrai letto “Eva Nuova”
Ma mi viene un sospetto
forse il tuo scopo è prendermi in giro
recitando
sulfurea
la parte dell’allumeuse?
Aspetto lo strip-tease

 

LEI

da festeggiare dunque
non c’era proprio nulla
nulla che in mente mi salti
santo o compleanno
ricorrenza in agguato
Eravamo da soli
tu
io
e basta
però mi è sembrato
per una volta consci d’essercene accorti
di aver fatto tilt
anche parlando piano
e in modo garbato
della pioggia in arrivo
dell’aumento del gas
del frigo da comprare
degli ultimi sbarchi sulle coste nostrane
ma niente sul perché
della cena imprevista

 

LUI

ora mi viene un dubbio
fosse la ricorrenza del nostro primo incontro?
Quella del primo bacio
mi sembra troppo poco
del nostro primo viaggio?
Camere prenotate
due
in un albergo di cui
una
deserta
Di ghiaccio nella prima
il letto
di fuoco nella seconda
La data del matrimonio
quella me la ricordo
non era ieri giorno né oggi né domani
Sarà stato un capriccio
perché no
me lo godo
anche se con un’ombra di leggera vergogna

edith dzieduszycka 1

edith dzieduszycka

D’origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo dove compie studi classici. Lavora per 12 anni al Consiglio d’Europa. Nel 1966 ottiene il Secondo Premio per una raccolta di poesie intitolata Ombres (Prix des Poètes de l’Est, organizzato dalla Società dei Poeti e Artisti di Francia con pubblicazione su una antologia ad esso dedicata). In quegli anni alcune sue poesie vengono pubblicate sulla rivista Art et Poésie diretta da Henry Meillant, mentre contemporaneamente disegna, dipinge e realizza collage. La prima mostra e lettura dei suoi testi vengono effettuate al Consiglio d’Europa durante una manifestazione del “Club des Arts” organizzato da lei e alcuni colleghi di quell’organizzazione.

Nel 1968 si trasferisce in Italia, Firenze, Milano, dove si diploma all’Accademia Arti Applicate, poi Roma dove vive attualmente. Oltre alla scrittura, negli anni ’80 riprende la sua ricerca artistica, disegno, collage e fotografia (incoraggiata in quell’ultima attività da Mario Giacomelli e André Verdet), con mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Comincia a scrivere direttamente in italiano e partecipa a premi di poesia con inserimenti in numerose antologie.

Ha pubblicato: La Sicilia negli occhi, fotografia, Editori Riuniti, 2004, prefazione di Giampiero Mughini e Antonio Ducci.  Diario di un addio, poesia, Passigli Ed., 2007, prefazione di Vittorio Sermonti.  Tu capiresti, fotografia e poesia, Ed. Il Bisonte2007prefazione di Vittorio Sermonti, postfazione di Giovanni Paszkowski.  L’oltre andare, poesia, Manni Ed., 2008, prefazione di Ugo Ronfani.  Nella notte un treno, poesia bilingue, Ed. Il Salice, 2009, prefazione di Salvatore Malizia.  Nodi sul filo, racconti, Manni Ed. 2011.  Lo specchio, romanzo, Felici Ed., 2012.  Desprofondis, poesia, La città e le stelle, 2013, presentazione di Massimo Giannotta.  Lingue e linguacce, poesia, Ginevra Bentivoglio Ed., 2013, prefazione di Alessandra Mattei, illustrazioni e nota di Paola Mazzetti,  A pennello, poesia, Ed. La Vita Felice, 2013, prefazione di Elisa Govi, postfazione di Mario Lunetta.  Cellule, poesia bilingue, Passigli Ed., 2014, prefazioni di Sandro Gallo e François Sauteron. Cinque + cinq, poesia bilingue, Genesi Ed., 2014, prefazione di Sandro Gros-Pietro. Incontri e scontri, poesia, Fermenti Ed., 2015, postfazione di Anton Pasterius. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016),  Trivella, poesia, 2 ballate, Genesi (2015); Come se niente fosse, poesia, Fermenti, 2016; La parola alle parole, poesia, Progetto-Cultura (2016); Intrecci, romanzo, Genesi (2016). Haikuore, haiku, Genesi, prefazione di Luigi Celi, 2017; Bestiario bizzarro, poesia, Fermenti, prefazione di Filippo Sallusto, 2017; Squarci, racconti poetici, ProgettoCultura, pref. di Giorgio Linguaglossa, note di Linguaglossa e Luigi Celi, 2018; cosi con due gambe…, Genesi, pref. di Lorenza Mazzetti, illustrazioni di Paola Mazzetti, 2018; Poésies d’antan, Poesie del tempo che fu, La Vita Felice, pref. di Donato Di Stasi, 2018; Trame, poesia, Genesi, prefazione di Marcello Carlino, 2019.

Ha curato: Pagine sparse di Michele Dzieduszycki, Ibiskos Ed. Risolo, 2007, prefazioni di Pasquale Chessa, Umberto Giovine e Mario Pirani.  La maison des souffrances, Diario di prigionia di Geneviève de Hody, Ed. du Roure, 2011, prefazione di François-Georges Dreyfus; Le sol dérobé, Memorie di Marcel de Hody, Editions des Paraiges, (2015)

21 commenti

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21 risposte a “Edith Dzieduszycka, Poesie inedite da L’immobile volo con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa, La vita è una serie di collisioni con il futuro, Il decadimento delle categorie psicologiche, le psicologie tendono alla psicosi, L’Io è stato ridotto a nuda voce

  1. Giorgio Linguaglossa

    La notte, un film di Michelangelo Antonioni del 1961 – La differenza tra l’esistenzialismo italiano degli anni Sessanta e l’esistenzialismo di oggi. La differenza tra due incomunicabilità, quella di ieri e quella di oggi.

  2. Credo che Madre Teresa di Calcutta quando ha avvertito la necessità di scrivere i versi che compongono “Donna” abbia pensato proprio a donne come Edith de Hody Dzieduszycka. La conferma verrebbe da una presenza -lunga nel tempo e vasta nello spazio – attiva e importante nel regno della creatività, come si evince dalle sue notizie bio-bibliografiche. Una donna che ha saputo esplorare, con esiti estetici alti, le possibilità di svariati linguaggi, affiancando alla scrittura e all’arte della Parola fotografia e disegno, collage e fotocollage, pronta a misurarsi con i grandi temi del vivere e della condizione
    umana nella quotidianità e nella storia, compreso il tema lacerante della incomunicabilità, senza mai rinunciare alla forza dell’ironia e non destinando mai alla ruggine del tempo che trascorre il metallo prezioso che in lei agisce.
    Ottima l’ermeneutica di Giorgia Linguaglossa su queste poesie inedite di Edith de Hody Dzieduszycka oggi a noi proposte su questa pagina de L’Ombra il cui nucleo attraente le particelle subatomiche dell’atomo-mondo io lo segnalerei in:
    “Perché le ferite dello Spirito non guariscono e lasciano vistose cicatrici…”

    – MADRE TERESA DI CALCUTTA
    Donna

    Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
    i capelli diventano bianchi,
    i giorni si trasformano in anni….

    Però ciò che è importante non cambia;
    la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
    Il tuo spirito è a colla di qualsiasi tela di ragno.

    Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza.
    Dietro ogni successo c’è un’altra delusione.
    Fino a quando sei viva, sentiti viva.

    Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
    Non vivere di foto ingiallite…
    insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.

    Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c’è in te.
    Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
    Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.

    Quando non potrai camminare veloce, cammina.
    Quando non potrai camminare, usa il bastone.

    Però non trattenerti mai!

    (gino rago)

  3. gino rago

    Sia la nota critica dell’amico Linguaglossa sia i recentissimi versi di Edith De Hody Dzieduszycka contengono dei dati inoppugnabilmente chiari che così sarei tentato a sintetizzare: l’ansia del vero, le tensioni ascensionali verso la verità del vivere nel tempo, nello spazio, nel quotidiano, nella storia, la consapevolezza delle difficoltà della scrittura e della lingua al raggiungimento del vero.
    Per questo chiamo a testimoniare in mio favore Bertold Brecht con il suo pensiero sulle 5 difficoltà con cui è chiamato a fare i conti chi scrive la verità:

    “Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere e dipingere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere e dipingere la verità, benché essa venga soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga travisata; l’arte di renderla maneggevole come un’arma; l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi.”

    (gino rago)

  4. gino rago

    Dove ho trovato o avvertito la necessità di dire dell’ansia di verità nelle scritture e nelle rispettive lingue di Giorgio Linguaglossa e di Edith De Hody Dzieduszycka, al punto da chiamare in causa Brecht con un suo pensiero?
    In un fatto semplice, in una cifra chiara: la ricerca della verità sia in Giorgio sia in Edith agisce come desiderio ontologico, quel desiderio particolare ma anche insopprimibile del tutto simile a quello che animò Roland Barthes verso la Fotografia, cui aggiungerei la consapevolezza nei due della differenza fra studium e punctum nell’esercizio dello scrivere.

    Edith De Hody Dzieduszycka
    “[…]
    quella vita che addosso
    ci sta appiccicata
    sempre sia quella
    vita[…]”

    Giorgio Linguaglossa
    “[…]
    Ciascuna «voce» è inetta e infetta, e falsa, fortificata dalla propria falsità, falsificata dalla falsa coscienza con la quale si presenta la civiltà dell’ordine borghese dei rapporti di produzione e delle forze produttive che ubbidiscono alle regole del mercato e del capitale[…]

    (gino rago)

  5. gino rago

    A tal riguardo così scrive Barthes:
    “[…]
    Nei confronti della Fotografia, ero colto da un desiderio «ontologico»: volevo a ogni costo sapere cos’era «in sé»[…]”

    Dunque, Roland Barthes voleva afferrare attraverso il desiderio ontologico verso la Fotografia cosa in sé la Fotografia fosse per apprendere definitivamente attraverso quale caratteristica “essenziale” essa si distingueva (e si distingue) dalla comunità delle immagini. Ed è la sua esplicita dichiarazione di intenti verso il linguaggio fotografico…
    Ciò che per Roland Barthes vale e agisce verso la Fotografia vale per Giorgio e per Edith verso l’arte della parola poetica.

  6. Giorgio Linguaglossa

    mi dispiace che nessuno abbia colto la differenza tra l’esistenzialismo del film di Antonioni, La notte (1961) con questo dialogo tra due amanti di Edith Dzieduszycka. mentre i personaggi di Antonioni sembrano consapevoli di dover affrontare una situazione di crisi esistenziale, quelli della Dzieduszycka sembrano del tutto inconsapevoli, è come se la loro coscienza e auto coscienza si fosse ritirata ai minimi termini, sembrano del tutto indifesi, ingenui nella loro cecità…

    … oggi nel moderno esistenzialismo delle evidenze postruiste, epigonali e residuiste del nostro mondo teleconnesso sembra che l’unica cosa che veramente conti sia il dolore: L’unica cosa che gli esseri umani ricercano con avidità è il dolore, quello che ti abbatte senza indugio e senza remore. Anche questi personaggi dzieduszyckiani godono, hanno orgasmi nello infliggersi capziosamente e vicendevolmente dei dolori acutissimi. Ci si chiederà come sia possibile che ciò accada. E infatti mi sono trovato anch’io, nella mia qualità di ermeneuta a cercare il bandolo di questa matassa. E mi sono aggrappato alle categorie psicologico-metafisiche di Freud: Il Principio di piacere e il Principio di realtà. Eppure, c’è qualcosa del dolore che sfugge a queste categorie. In realtà penso che siamo giunti al punto nodale: abbiamo messo a punto un nuova categoria: Il Principio del Dolore.

    Penso che l’umanità si stia specializzando nel mestiere di infliggere e auto infliggersi una gran quantità di dolore e di infelicità, ma in modo gratuito, senza retro pensieri, senza esserne consapevole. I personaggi dzieduszyckiani si infliggono dolore per il solo godimento di auto infliggersi e infliggere al proprio amato/a il dolore in dosi copiose e gratuite. Altrimenti, non si spiegherebbe come due cialtroni come Salvini e Di Maio siano stati eletti e godano del suffragio della maggioranza degli italiani, a dispetto di tutte le cazzate postruiste che fanno e che dicono ogni giorno. La falsa coscienza degli uomini di oggi ha raggiunto il livello di guardia, sembra aver raggiunto il punto di non-ritorno, sembra essere giunta alla «nuda vita» (dizione di Agamben) che corrisponde alla «nuda voce» (dizione mia) della poesia dzieduszyckiana… Dalla falsa coscienza alla «nuda vita» il passo decisivo è stato fatto…

  7. In effetti questo sembra essere il tempo delle telenovelas.
    Una cosa ho notato, nella scrittura di Edith Dzieduszycka: il fatto che si avvale dell’a-capo in modo, direi eccezionale.
    Preferisce così, piuttosto che servirsi della punteggiatura.
    Ma questi sono versi-frammenti. Se la lettura non si accende, può significare che vediamo le cose al solito modo. Questo più quello. Uno sforzo che non vale mai la pena.

  8. LEI

    sento però
    salire
    quella voglia
    malata
    di aprire la botola
    dall’aria rarefatta e sentori di muffa
    in cui contorti strisciano
    e s’aggrovigliano
    larve
    sul fondo viscido e claustrofobico
    i rinchiusi pensieri
    ormai assuefatti
    a quella vita
    grama
    di torpore
    a quella vita che addosso
    ci sta appiccicata
    sempre sia quella
    vita

    Ho preferito questa poesia. Forse perché mi ricorda la Edith Dzieduszycka di “Squarci”. E’ possibile però che queste nuove di Edith siano già un passo avanti. Mah! In “Squarci” mi sono lasciai portare sulle montagne russe; sapendo che non mi avrebbe deluso, ad esempio per l’aggiunta di una qualche considerazione. Un senso. Bene, nemmeno l’ombra.
    Ora queste voci ‘dal refettorio’, che si accedono circondate di nulla…

  9. Tanto è. Ma questo è Gaber.

    Grazie OMBRA.

  10. Giorgio Linguaglossa

    Trascrivo la email inviatami da Edith Dzieduszycka

    Grazie caro Giorgio,

    per aver dato ospitalità a questo mio nuovo tentativo di doppia scrittura, sbocciato in un monologo introspettivo alternato tra un uomo e una donna, “due voci nude” senza vaso comunicante.
    Grazie per la tua analisi così approfondita, che spazia dalla filosofia alla psicologia, alla sociologia, alla storia, un’analisi che va ben al di là di quello che più modestamente credevo d’averci messo e mi ha aperto orizzonti più ampi. Risali allo scombussolamento del “capitalismo galoppante”, e scavando nel mio testo col tuo solito acume lo intravedi emblema dell’incomprensione globale, piccolo esempio sepolto nella massa del nostro caos e disfacimento quotidiano, “essendo ogni felicità trafugata un piccolo frammento della grande infelicità che gli uomini si negano, e negano agli altri loro simili.”. Sarà questo, e ne abbiamo l’illustrazione ogni giorno, seguendo l’andamento e l’estensione di tutti i problemi che stanno raggiungendo un culmine che sembra ormai senza ritorno.
    Oltre a questa tua analisi impietosa, penso ci sarà anche, se posso dire “ossimoralmente” l’esternazione interiore di sentimenti privati e primari che hanno a che fare con la differenza strutturale tra uomo e donna, queste due metà del cielo così difficili da far combaciare armoniosamente. Differenza nel loro modo di sentire e comunicare – o non comunicare -. “Prigionieri in stanze separate”, albergano modi diversi di reagire agli eventi, altri ritmi, pensieri, diverse percezioni e sensibilità. Credo sia un fatto ancestrale e fisiologico, iscritto nel nostro DNA. E’ indubitabile che siamo condizionati ed influenzati da quello che succede intorno a noi, ma rimane e rimarrà sempre questa differenza primordiale.

    Edith Dzieduszycka

    Cara Edith,

    posso solo dirti che a mio avviso questo tuo «dialogo a due voci» (quello pubblicato è solo la parte iniziale di un’opera ben più vasta) è un vero e proprio capolavoro, qui hai raggiunto, dopo Squarci del 2018 (Progetto Cultura, Roma), il livello più alto e intenso della tua ricerca poetica; qui il tuo linguaggio combacia perfettamente con i «contenuti» espressi, hai trovato d’un colpo, e come per miracolo, il linguaggio adatto, hai fotografato la crisi esistenziale del nostro tempo in modo impietoso e oggettivo. Ormai l’incomunicabilità tra gli umani ha raggiunto livelli di guardia, oltre questo livello c’è la zona neutra della psicosi, della demenza maniacale nella quale le società a democrazia imperfetta sono dirette, e la demenza maniacale può dar luogo a una nuova forma di DemoKratura nella quale siamo già immersi, quella società totalitaria ben intravista da Orwell nel suo romanzo famoso, 1984, quella civiltà che non sa che farsene dei valori dell’umanesimo e dei libri… È un ben triste futuro quello che si profila all’orizzonte, e la tua opera l’ha fotografato con fedeltà e oggettività.
    Quella crisi esistenziale degli anni Sessanta ben esemplificata nel film di Antonioni, La notte, del 1961, è finita da un pezzo, lì i personaggi cercano con tutte le proprie forze di individuare una via di uscita dalla crisi, quella di oggi invece non consente più neanche di iniziare una ricerca, ostruisce la possibilità stessa della condivisione di un messaggio comunicazionale.

  11. donatella giancaspero

    Però, almeno i due personaggi di Edith Dzieduszycka pensano qualcosa l’uno dell’altro, annotano i reciproci umori, li osservano, sebbene ciascuno dal proprio punto di vista, tentano di afferrarne il senso, anche se non arrivano mai a un aperto dialogo. Eppure, bloccati nell’incapacità di confrontarsi apertamente, l’uno e l’altra anelano a dire, a sapere:

    LEI

    […]
    Ieri
    irrefrenabile
    e per me inconsueta
    quasi miracolosa ma piuttosto assurda
    mi è venuta
    dunque
    la voglia di parlarti
    chi sa
    forse di noi
    di dirti delle cose che ancora non so
    ritrovare parole
    smarrite au fil des jours
    frasi da imbastire come lembi strappati
    che non riesco più
    adesso a ricucire?

    *
    LUI

    però devo sapere
    se quel mio pensiero è l’ipotesi giusta
    me ne deve parlare
    sono cose urgenti, non c’è tempo da perdere
    Non riesco a chiederle se quella
    è la causa
    del suo atteggiamento
    quasi colpevole
    […]

    In questa vita di coppia rappresentata da Edith Dzieduszycka, una vita di lunghi silenzi densi di riflessioni, supposizioni, dubbi, interrogativi, c’è pure uno spiraglio, una fessura, che non blinda ciascuno nel proprio Io, rendendolo invisibile all’altro. C’è pure, ancora, una possibilità, una motivazione reciproca.
    Perché l’incomunicabilità è un’altra cosa. La vera incomunicabilità, quella che vanifica e annienta la vita, è altro: è quella tra Narciso ed Eco; è quella tra il narcisista patologico – covert e overt -, quella tra il borderline, tra l’egocentrico, tra l’istrionico, tra il più “semplice” manipolatore e le vittime di tutti costoro, senza distinzione di genere, per nessuno, prede o carnefici che siano.
    Ma sarebbe errato credere all’eccezionalità, alla rarità di coppie costituite da un Narciso e un’Eco. Al contrario, oggi, nell’anormalità della società contemporanea, esse rappresentano la normalità. E c’è poco da obiettare. C’è poco da dire “ma”, “se”, “oppure”… C’è poco da giustificare. Il Narcisismo, nelle sue varie forme patologiche, è questo il Male della nostra epoca, come l’isteria è stato quello riconosciuto e studiato nel XIX secolo. Già. Ma questa è un’altra storia…

  12. Giorgio Linguaglossa

    Condivido le tue osservazioni cara Donatella, il narcisismo patologico e il narcisismo psicologico sono una gamma di patologie che si sono lentamente infiltrate e diffuse tra le masse e hanno fulmineamente invaso le menti; non è un caso che la crisi di comunicazione esistenziale di oggi sia molto differente dalla crisi della comunicazione degli anni sessanta, oggi la crisi è diventata permanente e inestirpabile, gli umani hanno bisogno della crisi, se ne cibano perché è un ottimo alibi per poter giustificare la propria impotenza e incapacità a vivere. Questa nuova condizione esistenziale è ben rappresentata dal libro di Edith Dzieduszycka di cui io ho potuto pubblicare soltanto il brano iniziale. Non è un caso che questa strisciante invasione di patologie narcisistiche avvenga in concomitanza con la involuzione delle democrazie liberali in DemoKrature illiberali qui in Occidente.

  13. Che un cambiamento sia in atto, è fuori di dubbio. Tutto sta a capire se da questo marasma se ne potrà uscire, senza troppi conservatorismi, verso qualcosa che non possiamo prevedere. Capisco le difficoltà della ragione, sono le stesse da secoli a questa parte: si teme la follia, l’irrimediabile… perdere quei pochi privilegi (sicurezze), così faticosamente conquistati; e l’idea che le cose che pensavamo non hanno in questo momento alcun significato. Non ha significato la follia, e può averli tutti. Tutte le poesie sono scritte in follia.
    Mi perdonerà Edith, se al resto non credo tanto: nessuna storia è significativa, a meno che non scivoli nel dramma. Ed è sempre un dramma. Un piccolo dramma, se lo si racconta; un vero dramma se lo si vive. In queste poesie di Edith Dzieduszycka, pare che le vicende si vadano esaurendo da loro stesse, senza che qualcuno intervenga con una parola saggia, o dirimente. Le cose lasciate così come sono, restano vive un po’. Poi saranno altre.

  14. Giorgio Linguaglossa

    Marcuse ha scritto negli anni Cinquanta:

    «È possibile che la nuova epoca di barbarie coinciderà con un’epoca di civilizzazione ininterrotta».

    Previsione funesta, direi. Io mi sono limitato a ribaltare la famosa frase di Hegel che chiude la Fenomenologia dello Spirito:

    «Le ferite dello Spirito guariscono senza lasciare cicatrici». (Hegel)

    Le ferite dello Spirito non guariscono e lasciano vistose cicatrici.

  15. Giorgio Linguaglossa
  16. donatella giancaspero

  17. donatella giancaspero

  18. Giorgio Linguaglossa

    oggi il cialtrone ministro degli Interni Salvini ha chiamato Carola Rackete “comunista” e ha aggiunto che lui come non ha paura dei mafiosi così non ha paura di una donna. Incredibile, qui siamo davanti ad uno psicopatico patologico e narcisista patologico, un millantatore, un insultatore, un cialtrone, un demagogo. Questo può accadere quando le parole di un linguaggio perdono significato, si raffreddano e possono essere usate da qualsiasi mestatore mistificatore demagogo per il proprio vantaggio personale. Questa è la «nuda vita» dei nostri giorni, questa è la democrazia che si avvia a diventare DemoKratura con l’accompagnamento musicale dei poetini e dei letterati psicopatici… che continuano a scrivere centinaia di migliaia di versi inutili e superflui…

  19. Un non-incontro dove gli oggetti sono gli inviati di un sospetto di esistenza. La ricorrenza e cioè la memoria potrebbe essere il movente di questa unione tra cadaveri del presente. Il delitto sociale è avvenuto. Ognuno indaga ancora. Poi seguirà l’olocausto di ogni memoria. Della storia.
    Potrei finire qui, ma sino a che abbiamo collegamenti di memorie vedo in questo duetto la differenza tra una consapevolezza di incomunicabilità ( ancora comunicante nel riconoscerla e nel compiacersi intellettuale del riconoscimento ) e il passo penultimo: capire che dopo l’incominicabilità c’è il reale… Alzheimer della storia.
    Si alzeranno quindi i due, svelandosi?
    O resteranno a girare in attrazione mai congiunta come astri di luce propria nell’universo. Inconsapevoli. E basta.

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