Si va verso la costruzione della forma poesia a polittico: Poesie di Marie Laure Colasson, Carlo Livia, Giorgio Stella, Francesco Paolo Intini, Giuseppe Talìa, Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa, Anche il multiverso è ragguagliabile a una costruzione a polittico, La questione del finito e dell’infinito nella nuova poesia

Gif Donna di cuori

«Nel finito c’è l’infinito» affermava Wittgenstein, e aggiungeva anche: «il finito non è in concorrenza con l’infinito»

Intorno alla costruzione della forma-poesia a «polittico»

La costruzione a «polittico» è un assemblaggio di «finiti». Ogni immagine, ogni personaggio, ogni icona è un «finito». «Nel finito c’è l’infinito» affermava Wittgenstein, e aggiungeva anche: «il finito non è in concorrenza con l’infinito». Parlare e pensare quindi la poesia come «colonna sonora» di significati e di significanti, di «composizione chiusa» o «aperta» è, dal punto di vista del «polittico», un non senso; quella è stata la poesia del novecento, che si è chiuso in un brusio generalizzato e insignificante, un rumore di fondo postruista. Sembrerà ovvio dire che per afferrare la «nuova poesia» occorrono nuove categorie, ed è quello che sta cercando di fare la nuova ontologia estetica. Andiamo alla ricerca delle nuove categorie del pensare ermeneutico.

Il problema è: parlare e pensare la forma poesia come collezione e collazione di «finiti». Considerare una parola, un nome, una immagine come figurazione di un «finito». Finora invece la poesia ha considerato il «nome» (cioè il «finito») all’interno di una colonna sonora che lo portava con sé, lo faceva viaggiare dentro la carlinga del discorso sintattico semantico unidirezionale. Ma, è ovvio che questa è una convenzione, un patto di solidarietà tra il lettore e un emittente, secondo il quale il ricevente accoglie il «nome» come facente parte di un discorso tenuto da un io plenipotenziario che sta sul podio e stabilisce le gerarchie dei significati e dei significanti. Questo, detto in breve.

Ebbene, la nuova ontologia estetica infrange questa convenzione pattizia, ci dice che quella convenzione non è più in vigore e che la nuova poesia ne farà a meno. Penso che sia legittimo. Nessuno ci potrà negare la facoltà di pensare e operare in costanza di caducazione di questa convenzione.

Se non si comprende questo assunto di base, non si comprende nulla della «nuova poesia» NOE, e si continua ad operare secondo quel rispettabilissimo patto che è stato in vigore nell’era copernicana dell’io governatore che arriva dall’inizio del Novecento con il deflagrare delle avanguardie fino ai giorni nostri postremi ed epigonici.

Adesso, con l’ontologia positiva, ne siamo fuori. La poesia dell’ontologia negativa di Heidegger ha dato risultati brillanti ma, quella ontologia fa parte ormai del passato, un passato glorioso, ma passato.

Il «finito», ogni volta che lo nominiamo, è già nell’«in-finito». E già qui siamo fuori della ontologia negativa, siamo entrati in un altro demanio concettuale. Il discorso poetico richiede la predicazione del «finito», una predicazione che non avrà mai fine e che pone stabilmente il «finito» nell’«infinito». Se riusciamo a pensare il discorso poetico in questi termini, non potremo mai più fare poesia come lo si è fatto nella tradizione poetica occidentale.
Sono stato chiaro?

E con questo penso di aver risposto in qualche modo ad Antonio Sacco che mi chiedeva lumi sulla NOE, il tempo, interno, il tempo esterno, lo spazio, la tridimensionalità, la quadri dimensionalità, la disfania, la diafania etc.

Il «non dicibile» abita la struttura del «presente», fa sì che vengano in piena visibilità le differenze di senso, gli scarti, le zone d’ombra di cui il «presente» è costituito. Alla luce di quanto sopra, se seguiamo l’andatura strofica ad esempio della poesia di Mario M. Gabriele, ci accorgeremo di quante interruzioni introdotte dalla punteggiatura ci siano, quante differenze introdotte dalla dis-locazione del discorso poetico, interpretato non più come flusso unitario ma come un immagazzinamento di differenze, di salti, di zone d’ombra, di varchi.

Nella nuova poesia della «nuova ontologia estetica», non c’è un senso compiuto, totale e totalizzante. Il senso si decostruisce nel mentre si costruisce. Non si dà il senso ma i sensi. Una molteplicità di sensi e di punti di vista. Come in un cristallo, si ha una molteplicità di superfici riflettenti. Non si dà nessuna gerarchia tra le superfici riflettenti e i punti di vista. Si ha disseminazione e moltiplicazione del senso. Scopo della lettura è quello di mettere in evidenza gli scarti, i vuoti, le fratture, le discontinuità, le aporie, le strutture ideologiche e attanziali piuttosto che l’unità posticciamente intenzionata da un concetto totalizzante dell’opera d’arte che ha in mente un concetto imperiale di identità. La nuova poesia e il nuovo romanzo sono alieni dal concetto di sistema che tutto unifica, che tutto «identifica» (e tutto nientifica) e riduce ad identità, che tutto inghiotte in un progetto di identità, che tutto plasma a propria immagine, in vista di una rivendicazione dell’Altro e della differenza come grande impensato della tra-dizione filosofica occidentale.

(Giorgio Linguaglossa)

Marie Laure Colasson

[Milaure Colasson (Marie Laure), nasce a Parigi e vive a Roma. Pittrice, ha esposto in molte gallerie italiane e francesi. Scrive poesie nella sua lingua naturale, il francese ma non ha mai pubblicato prima d’ora le sue poesie].

Le miroir jaloux
De leurs ébats
Comme chante Oscar
Se brise
En mille éclatements

Au travers des paupières
L’écume des jours
Sa bouche ouverte
Un naufrage

Sur quatre couches
De tulle superposées
Un magma savamment coloré
Aéré de plages vides
Renato peint sa magie inventée

Autour de la table
En haute voltige excelle le protagonisme
Chacun se conjugue
À la premiére personne
Exister à tout prix

Les cris stridents des mouettes
À ciel ouvert
Semblent menacer la ville
Putréfaction

“ et moi et moi et moi
Et des millions de petits chinois “
Chantait Jacques Dutronc
La suite en devenir.

*

Le specchio geloso
Dei loro trasporti
Come canta Oscar
S’infrange
In mille frammentazioni

Attraverso le palpebre
La schiuma dei giorni
La sua bocca aperta
Un naufragio

Su quattro strati
Di tulle sovrapposti
Un magma sapientemente colorato
Alleggerito da spiagge vuote
Renato dipinge la sua magia inventata

Volteggia alla grande
intorno al tavolo ed eccelle
il protagonismo
Ognuno si coniuga alla prima persona
Esistere ad ogni costo

Le grida stridenti dei gabbiani
A cielo aperto
Sembrano minacciare la città
Putrefazione

“… e io e io e io
E dei milioni di piccoli cinesi…”
Cantava Jacques Dutronc
Il seguito in divenire.

(trad. di Edith Dzieduszycka)

Carlo Livia

Cenere

È grigio eterno. La macchina dura, malata al posto del cielo. La furia di metallo al posto di Dio. Mia madre si affanna a salire, lasciando un solco di pena. I morti prendono alloggio nella pausa, fitta di pugnali femminili.

L’Essere si lacera sul fondale scosceso. Grida: fuori dallo specchio! C’è l’orfano che uccide. La rosa inesorabile fuggita dal duomo. Che non ricordo più.

Affilate le colpe del deserto. Dice il profeta vestito di arida pace. Col vento della scure come preghiera. Il padre intoccabile. Il suo sonno nero. Ritratto in lacrime che oscura le marine.

L’estranea col peccato entra ed esce dal sogno. La musica dell’amata diventa verticale. Mi chiede l’ombra delle navate. O il viale dei quindici anni. Nella gabbia delle chitarre, con l’embrione infelice.

Sono nel terzo silenzio. Senza promessa. Una vecchia macchina fruga nel mio cuore. Per addormentarmi nel lunario rosa. Passa un morbo triste. L’angelo che non mi ama.

Carne rosea e riccioli d’oro. L’apparenza viziosa. Si accartoccia subito al vento degli ulivi. Dall’alto non ci vedono. Troppo nudi nel ripostiglio. Col lume votivo che piange nel millennio.

Senza bambini. La giostra desolata.

Aspettando il tuono

Entro nello sguardo della bambina. La sua tristezza mi dissolve. L‘anima resta sola. Mi prende per mano e mi porta nel bosco. E’ Il corpo dell’antica Signora. Cresce e s’inazzurra. Dalla sua testa si staccano tre grandi uccelli. Sono orfani. Pregano il quadro vacillante.

Ho ucciso una favola di fonti. Lascia che risorga in me – dice il fiume. Fuggo nel cielo malato, con l’amante in pena. La notte sacramentale mi avvolge, travestita da eclissi contagiosa. La danza dei pianeti piange rugiada di fanciulla.

Il cielo dimagrito per le nozze. Dai più lontani luoghi di sepoltura, al ripostiglio dell’Enigma. L’algebra defunta nell’estasi d’alabastro. Il profumo della Dea langue sugli spalti. L’angelo implacabile è la sposa. Perduta nell’immenso tabernacolo.

Porta un sogno verde sulle spalle. Non sa quanto pesa. Mettilo giù – le dice il cielo. E’ un’arpa folle d’amore. Mi abbraccia nella pioggia nuda. Triste di non essere qui. Con l’addio che cambia forma ad ogni vento.

La donna che amo nasconde in sé il segreto. Cammina davanti a me nella pioggia triste, circondata dagli angeli sterminatori. Non mi consentono di raggiungerla, minacciandomi con le lingue infuocate.

Seguo la processione dell’aborto infelice. Il branco mi attraversa per copulare con la reliquia. Perdendo la vita entro nel cerchio di luce. E’ la radura boschiva da cui nasce l’apparenza. La statua senza testa decreta il mio destino: uno stuolo di manichini che parlano ma non capiscono. In fondo la foresta di sogni senza sguardi.

Dal cielo malato cadono estasi di corallo. Il ragno che inghiotte la notte fa infuriare le ombre. L’addio è troppo timido per abbracciare la sua particola. La curva paranoica cresce inglobando terribili sagrestani.

Un suicidio disadorno oscilla nella cella. Un tentacolo dell’enigma esce dal confessionale. L’eclissi contaminata si confonde col roveto ardente. L’angelo sigillato rovescia la clessidra. Nella città appena risorta preparano il giudizio.

Giorgio Stella

Il Conte Beppe Salvia è a cena con la
Marchesa Amelia Rosselli…

Entrambi hanno deciso di tenere
le finestre aperte per volarci per primo

ma tra Salò e Bètlemme il miele rosso
del piccione da caccia ha il tappo in

bocca… Guarda bene di non poter volare
male la lingua che ha dovuto rinnegare

tra le rovine del panforte e altre
lucurnie del proprio paese –

– all’altro capo dello stesso –
è rotta la macchinetta delle foto

per il censimento del primo dell’anno
mille quando la Florida fu invasa da Cuba

ed Hernry Miller si chiedeva se Tropico del
cancro fosse superiore a Tropico del capricorno:

Una veggenza in piena regola come
Il Tallone di ferro di London o Sotto il Vulcano

cantava: ‘strano il destino, arde la terra mentre un
fiume è in piena’

ma al nono piano del civico 27. di Centocelle
alle 17 del pomeriggio, morte nel pomeriggio,

la vecchia ballerina impartiva lezioni di danza
a giovani ragazze che aspettavano i genitori…

dal vetro pare che l’anziana donna parli da
sola e che all’orologio non sia stata

cambiata apposta la batteria in maniera
tale che la retta stabilita sia saldata

per la festa d’OGNI SANTI.

(Roma,1 luglio, circa le 11.00 del 1, luglio, 2019)

.

Giuseppe Talìa

L’Io nel mondo. Che destino avrà? L’Io è filosofia
E lava il mondo nottetempo, dice Celan.

In un tempo che divora il tempo, risponde Orazio.
E Kant, di risulta, l’Io puro o puro Io nega lo specchio.

Leibniz non concorda: usurpatore, o tu che canti
L’appercezione e la corrobori con il trascendentale.

Spesa settimanale: un po’ populista un po’ liberista.
Sulla bilancia l’io penso e l’io penso che penso.

Grammi di differenza. La psicologia giustifica:
Nuova esperienza, porta pazienza contano i residui

Del vissuto: la buccia, la polpa e il seme, la tridimensionalità
Del frutto. Quel che è fratto è fratto dice A. L. Lohman. Attrice.

Lucio Mayoor Tosi

In tempo

– Cosa si dovrebbe mai trovare nel nulla,
se proprio lì ogni cosa sparisce. Che vai cercando?

Seguì un concerto di dromedari. Le vacche
avevano da ridire. Eravamo capitati in un gorgo di tempo.

– Se invece che il nulla, covassi l’ambizione di poterlo
attraversare. Magari a costo di restarci secco…

E il nulla fu: lo sferragliare del tram (Primavera, nel segno
di Botticelli), l’alpino tosato, e tutte quelle… parole,

come essere in convento. A pochi metri dal mare, gente
che va su e giù per le scale mobili. – Che esista anche

un nulla virtuale? – Sarebbe il benvenuto. Nulla lo spaventa.
Il nulla è sia qui che lì.  Tiene in vita le cose, le sostiene.

– Nel nulla-spazio si muore. Nel tempo dimensionale,
è pieno di tamerici in fiore. La freccia è ormai scoccata.

Francesco Paolo Intini

L’inverno perfetto

La scacchiera in ordine, prima fila degli opliti
il Re sul trono.

Nell’ inverno puro nessuna volpe
graffia la porta, il ruggito ha steli secchi.

Tutto in poche mosse di gas fermo.
Gongola Duchamp, Il DADA all’ombra.

Mancano cerchi nel lago.
Il tempo appartiene al jazz.

La bizzarria rattrista Bucefalo.
Blocco dell’alfiere.

Basta uno specchio per muoversi da un binario all’altro
Perché lasciare la posizione?

Le Regine giocano per simmetria.
Nasce la geometria se uno solo dei soldati avanza.

C’è l’11 settembre nella macchina perfetta.
Si fermerà qualcuno a Piazza Fontana.

Un metrò che parte nel 1920
da cui scende una borsa di pelle.

Il tempo è una perdita nel serbatoio
arbitrario andare avanti nel giardino.

Ma Cesare sconfigge Vercingetorige
e il corpo di Saddam penzola dalla torre.

Poi una fluttuazione della ragione
piccolo passo per un uomo.

Ready made al Central Park
l’acqua nei polmoni di un bambino.

L’irrequietezza di un pedone forse
Impossibile da controllare dalle retrovie.

Giorgio Linguaglossa

Poesia ipoveritativa in distici

Il Re di Denari dichiara alla Dama in maschera la sua passione
sul Ponte dei Sospiri. Le nere gondole sciabordano

mentre Zeppelin vola in basso, sempre più in basso
e De Sideribus osserva il cielo stellato.

[…]

L’ultimo Lied di Lili Marlen, il coro dei soldati l’accompagna.
Entrano gli ufficiali nel salotto color fucsia.

Fanno ingresso la bella Anais con la volpedo blu, Madame Hanska
con la pelliccia di ermellino.

Fanno ingresso i Commissari in impermeabile lucido,
il cappello sulle ventitrè.

Fa ingresso Anaconda con la pelliccia di tigre
e gli autoreggenti velati.

Sesto Empirico fuma un puzzolente sigaro italiano.
Esce dalla sua tana sempre dopo il tramonto.

Scrive che Cogito è un gran maleducato, che alza la voce,
che sbatte le finestre e le porte con strepito quando discute

del «dentifricio poetico» della sua epoca e
della «Morte del sole per ipotermia».

 Definisce la poesia del suo tempo, «timbrificio tipografico»
e il pensiero, «ologramma filosofico del nulla».

[…]

Il Re di Coppe scrive una lettera a mia madre, la sua amata.
Dice  che l’amerà per sempre, per tutta la vita,

ma viene imprigionato per abbandono dell’arma e spedito in Russia
dalla quale non tornerà.

Io guardo in cinemascope  il film della mia vita, lo srotolo
all’incontrario, ne ammiro le incongruenze, le aberrazioni.

Qui c’è Mario Gabriele con la penna Dupont, c’è Gino Rago
a Trieste al caffè degli artisti che legge il giornale. 

Tutto avviene contemporaneamente, mentre il bambino
monta sulla giostra, sale sul cavallo a dondolo, saluta la madre,

scavalca il davanzale della finestra e scompare
oltre la cornice del quadro.

Cari amici,

io penso che il pluriverso non abbia un significato, e non ha neanche un significante. Il pluriverso c’è sempre stato e sempre ci sarà. Attualmente non possiamo ipotizzare altro. Pensare che esista soltanto un universo e che debba finire è contrario alla decenza. È un pensiero indecente. E poi: perché dovrebbe finire? Non c’è alcuna ragione che finisca. Le leggi che reggono l’universo sono molteplici, e cambiano a secondo dello sviluppo dell’universo, degli universi…
Un ritorno a Parmenide? Come hanno ipotizzato Heidegger e Severino? E perché no? Tutto sta a indentificare questo misterioso «essere» che starebbe alla base del «tutto». Ma ha ancora senso la parola «tutto»? ha ancora un significato?

«La gravità è un’illusione. La materia oscura non esiste. E l’univer­so funziona come un ologramma. A queste radicali conclusioni è giunto, dopo uno studio di sei anni, Erik Peter Verlinde, fisico teorico all’Università di Amsterdam, le cui idee sulla gravità sono radicalmente diverse da quelle accettate, che si rifanno a Newton e Einstein.»
(cfr. https://www.focus.it/scienza/scienze/materia-oscura-erik-peter-verlinde)

Al momento sono anch’io convinto che l’universo funziona come un ologramma. E tutto ciò che appare nella presenza è ciò che pertiene all’apparire in un istante di tempo, cioè all’ologramma.

Viviamo in un’epoca di giganteschi rivolgimenti nella concezione dell’universo e stiamo attendendo delle verifiche sperimentali che contribuiranno alla rivoluzione di un nuovo paradigma… E in tutto questo frangente la poesia italiana continua a fare i giri di valzer attorno all’io che sempiterno e semovente osserva le meraviglie del cielo stellato ed altre consimili baggianate che mi gettano nello sconforto e nella noia più tetra.

Proprio ieri una poetessa francese, Milaure Colasson, che ha letto con ammirazione le poesie di Mario Gebriele, mi ha detto che ha trovato la sua poesia di eccellente livello, anzi, di più… io le ho risposto che lo so, l’ho sempre saputo e che lo riaffermo di continuo: a mio avviso Gabriele è il poeta più innovativo che abbiamo in opera in Italia, ha fondato un nuovo paradigma, ha alzato l’asticella delle difficoltà della poesia italiana ad una altezza per gli altri inarrivabile, per tutti coloro (una massa amorfa e sterminata) che continuano a fare poesia della confessione dell’io e ad osservare le stelle, nonché le targhe delle macchine…

32 commenti

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32 risposte a “Si va verso la costruzione della forma poesia a polittico: Poesie di Marie Laure Colasson, Carlo Livia, Giorgio Stella, Francesco Paolo Intini, Giuseppe Talìa, Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa, Anche il multiverso è ragguagliabile a una costruzione a polittico, La questione del finito e dell’infinito nella nuova poesia

  1. giorgio stella

    Carissimi amici della NOE carissimo Linguaglossa che ringrazio pure del mio testo inserito in questo blog e mi scuso dei refusi e mi scuso perchè sto scrivendo di pugno causa stanchezza lavorativa dopo mi raccoglierò nei testi che ho già metabolizzato, negli stessi, doverosa la casuale come doverosa finalmente sempre grazie alla NOE e sempre a Linguaglossa che addirittura assimila ma non detiene una paternità della stessa io Giorgio Stella mi sono levato dalle scatole l’ispirazione la musa! 25 anni di ibernazione! Finalmente il destinatario non è più il mittente, i coefficienti obbligano a una cifra che non mira a nessun parametro degli stessi, i ‘filtri’ che li detenevano come circuito chiuso di un supposto vincolo di trama è abolita poichè già abbandonata nella congestione che appunto non misurandone l’intessuto la rende nota nella conversione medesima in cui era congelato il ruolo suo. Giorgio Stella

  2. giuliano fusco

    “Adesso, con l’ontologia positiva, ne siamo fuori. La poesia dell’ontologia negativa di Heidegger ha dato risultati brillanti ma, quella ontologia fa parte ormai del passato, un passato glorioso, ma passato.”

    Regna ancora il dualismo!
    ———————————-
    “Mario Gabriele è il poeta più innovativo che abbiamo in opera in Italia, ha fondato un nuovo paradigma, ha alzato l’asticella delle difficoltà della poesia italiana ad una altezza per gli altri inarrivabile, per tutti coloro (una massa amorfa e sterminata) che continuano a fare poesia della confessione dell’io e ad osservare le stelle, nonché le targhe delle macchine… ”

    Non sappiamo più quali siano le stelle o le stalle!
    —————————————
    Ma tutto sommato la magia di Artaud è nella fisica di Heidegger:” Per tanto tempo abbiamo pedinato un mostro… e alla fine scoperto che quell’essere siamo noi”.

  3. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    mentre Zeppelin vola in basso, sempre più in basso
    e De Sideribus osserva il cielo stellato.

    Attraverso le palpebre
    La schiuma dei giorni
    La sua bocca aperta
    Un naufragio

    Tutto avviene contemporaneamente, mentre il bambino
    monta sulla giostra, sale sul cavallo a dondolo, saluta la madre,

    Un metrò che parte nel 1920
    da cui scende una borsa di pelle.

    Seguì un concerto di dromedari. Le vacche
    avevano da ridire. Eravamo capitati in un gorgo di tempo.

    Basta uno specchio per muoversi da un binario all’altro
    Perché lasciare la posizione?

    Entrambi hanno deciso di tenere
    le finestre aperte per volarci per primo

    Porta un sogno verde sulle spalle. Non sa quanto pesa. Mettilo giù – le dice il cielo. E’ un’arpa folle d’amore. Mi abbraccia nella pioggia nuda.

    Spesa settimanale: un po’ populista un po’ liberista.
    Sulla bilancia l’io penso e l’io penso che penso.

    GRAZIE OMBRA.

  4. Emanuele Severino:

    la poesia è erede della festa arcaica… se i poeti mentono molto non ci può essere vita senza l’illusione della poesia, non come esercizio intellettuale di perditempo o di estetologi ma nel significato radicale della festa arcaica in cui l’uomo respira al di sopra l’oppressione… nella festa l’uomo si raccoglie ed è il momento paradisiaco dell’uomo…
    Alla fine dell’età della Tecnica la poesia ha ancora qualcosa da dire prima dell’annientamento finale dell’uomo, perché di questo si tratta…

    • Nunzia Binetti

      Feste arcaiche, riti, illusioni… Giorgio, mi fanno pensare a qualcosa che si inscrive irrimediabilmente in un sistema di natura antropologica e poi quei salotti fucsia, proposti nella tua poesia, fortemente semantici, mi hanno suggerito i seguenti versi. Grazie .

      Che ci fa qui stasera , mezza storta, la luna?
      Ha un sapore di confetto alla mandorla amara.

      Il patrono se ne va in processione tra i fedeli.
      Quanti i preti a seguire !

      Il maestro Skandiski , dipinto un violino, s’appoggiava di spalle alla tela ,già pensando ad un giallo-follia.

      Il fuochista si specchia nel fondo del mare e scompare, ammalato di schizofrenia.Lo psichiatra non riesce a salvarlo.

      Hanno detto che la festa è finita, ma Ravel non sa stare in silenzio,
      per protesta indossa un bolero verde e nero .

      I salotti sono ormai tutti fucsia . Lo sa bene chi ha una vista acutissima.
      Solo l’aquila vede.

  5. Notevoli sul piano linguistico-ritmico i versi di Marilaure Colasson la quale affronta senza tentennamenti alcuni dei temi cruciali e laceranti della storia contemporanea dell’uomo d’occidente, compreso il paradigma dello specchio…

    Basti riflettere su questi quattro versi di Marilaure Colasson

    “Le grida stridenti dei gabbiani
    A cielo aperto
    Sembrano minacciare la città
    Putrefazione”

    e un altro aspetto di Roma, per chi ci vive per scelta e/o per necessità, si impone in tutta la sua portata: la convivenza quotidiana con i gabbiani non soltanto sui cassonetti della spazzatura non svuotati. La sintesi drammatica?
    In una parola soltanto: Putrefazione…

    Una cifra si impone sulle altre: l’abilità di Marilaure Colasson di saper giocare con la forza delle immagini riportate o assunte secondo un pensiero di Emo
    al loro valore ontologico; ma per Marilaure Colasson le immagini, in armonia con un’altra idea di Emo, efficacissima, sono “come la vita” perché sono nello stesso istante come Fenice e Ifigenia…

    Senza trascurare quest’altra quartina

    “Attraverso le palpebre
    La schiuma dei giorni
    La sua bocca aperta
    Un naufragio”

    in cui si ritrova per intero il pensiero di Iosif Brodskij nell’inestricabile nodo fra immagini e parole secondo questo apoftegma brodskijano indiscutibilmente vero:

    “Le immagini rappresentano il contro movimento delle parole.
    C’è un rapporto debitorio, o creditorio, tra le immagini e le parole, uno squilibrio della contabilità, della partita doppia…”

    Ottimo l’esercizio di traduzione in italiano a opera di Edit D.

    (gino rago)

  6. Regole semplici di narrazione per tenere unito il discorso, o la sua parvenza. Solo che è narrazione NOE, che non va da nessuna parte. O dappertutto. La fuoriuscita è durante, già al primo scambio.
    E in tutto questo trovare una condizione di bellezza, di equilibrio: l’essere stato che è finito.
    In linguaggio libero ma di nuova struttura e filosofia, mettiamoci anche il caldo di stagione e sempre si tenterà con l’incastro; una presenza di verità (l’acerrimo significato). E’ poesia se il verso resta incolpevole. E il non senso, che aprirebbe all’inconscio, richiede particolare slancio. In meno gravità.

    Se personalmente mi danno, per la mania di trovarmi in ragione, quella almeno scarsa che ci renderebbe sopravvissuti, figuratevi in pittura quel che può succedere con l’ontologia del colore, il segno vivo. Conta come stai, perché potresti non farcela, o metterci tanta energia, per poi sbagliare; se le coordinate sono quelle del secolo scorso, in figure piane e bidimensionali. Lì, impaginare il gesto, da cui ci si toglie.

  7. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/07/06/si-va-verso-la-costruzione-della-forma-poesia-a-polittico-poesie-di-milaure-colasson-carlo-livia-giorgio-stella-francesco-paolo-intini-giuseppe-talia-lucio-mayoor-tosi-anche-il-multiverso-e-rag/comment-page-1/#comment-57984
    Tre filastrocche in distici di
    Silvana Palazzo

    Mondo malato

    Filastrocca del mondo malato
    perché negli anni s’è troppo scaldato.

    Scarica gas nell’atmosfera
    dalla mattina fino alla sera.

    Per salvare il mondo che muore
    poco sarebbe quello da fare

    amarlo e pulirlo in libertà
    da oggi e per tutta l’eternità.

    *

    Il mondo scompare

    Il mondo ha bisogno di cure
    vi prego chiamate il dottore

    non posso lasciar galleggiare
    i pesci dal fondo del mare

    con la pancia piena di plastica
    si arenano poi sulla spiaggia

    mi viene da dire mannaggia!
    E che dire poi del sole

    la stella tra tutte le stelle
    che brucia incessante la pelle?

    I boschi si stanno esaurendo
    per via del disboscamento

    bisogna vi prego fermare
    sennò questo mondo scompare.

    *

    Filastrocca del mondo che muore

    Filastrocca del mondo che muore
    non vorrei mai vederlo soffrire

    ma in tanti sono a fargli del male
    sera e mattina è sempre uguale.

    Se questa terra potesse parlare
    senz’altro avrebbe tanto da dire

    “mi stai distruggendo e tu non sai che
    se mi distruggi distruggi anche te”.

  8. Le miroir jaloux
    De leurs ébats
    Comme chante Oscar
    Se brise
    En mille éclatements

    Au travers des paupières
    L’écume des jours
    Sa bouche ouverte
    Un naufrage
    *
    Le specchio geloso
    Dei loro trasporti
    Come canta Oscar
    S’infrange
    In mille frammentazioni

    Attraverso le palpebre
    La schiuma dei giorni
    La sua bocca aperta
    Un naufragio

    Così inizia la poesia di Milaure Colasson. Che dire? Qui siamo davanti alla soluzione linguistica di un problema: di come una esperienza pre-linguistica sia stata tradotta in linguaggio e, quindi, in esperienza linguistica.

    Avviene questo: facciamo un esempio, quando noi diamo un bacio, esperiamo una dolcezza, una eccitazione ed un appagamento, un fatto mentale dovuto ad una congiunzione di labbra con altre labbra. Questa la si può chiamare «esperienza pre-linguistica»? Si tratta di une esperienza esclusivamente fisiologica?

    E che cos’è la poesia se non il tentativo di trasporre una esperienza, diciamo, fisiologica, vitale in esperienza linguistica e, quindi, rievocabile e trasmissibile?

    Io però non penso che le cose stiano in questi termini. Tutto ciò che facciamo nella nostra esistenza biologica e sociale è strutturato dal e nel linguaggio, non possiamo esperire alcunché che non sia già dicibile nel linguaggio. Senza il linguaggio non avremmo neanche l’esperienza di alcunché, non potremmo neanche ricordarci dell’appagamento di un bacio o del trauma di una bomba che ci scoppia vicino. È il linguaggio che struttura l’esperienza. Senza il linguaggio l’esperienza sarebbe muta, cioè non-linguistica o pre-linguistica, e quindi non potremmo mai riuscire a trasporre una esperienza nel linguaggio. Ecco, questo in breve per dire che tutti coloro che blaterano di esperienze pre-linguistiche a cui la poesia dovrebbe anelare propalano una grande sciocchezza priva di valore filosofico. È vero il contrario: noi possiamo esperire qualsiasi cosa come un bacio sulle labbra o come una bomba che ci scoppia vicino, soltanto perché disponiamo di un linguaggio, anzi, dirò di più, noi siamo il linguaggio, l’esserci è linguaggio in azione.

    Ecco, siamo arrivato al punto: l’esserci è linguaggio in azione, linguaggio che nasce. L’esserci parla veramente soltanto quando parla il linguaggio allo statu nascendi. Tutto il resto è chiacchiera informe e insignificante. La poesia è il parlare allo statu nascendi.

    Ecco, la poesia di Milaure Colasson è impegnata nel lavoro di scavo per giungere al linguaggio allo statu nascendi, al linguaggio delle parole significanti, e le parole allo statu nascendi sono prive di pronome personale e prive di verbi, letteralmente galleggiano sulla superficie amniotica del nulla dal quale il linguaggio proviene.

    Il quoziente veritativo della poesia della Colasson è tutto qui. La riuscita o la caducazione di questo tentativo si misura su questo punto. E la poetessa francese è molto rigorosa nel perseguimento di questo suo progetto: quello di far emergere nel linguaggio una serie di esperienze (intrecciate e interconnesse) che sono state dimenticate, rimosse, ricordate e di nuovo dimenticate. Il dimenticare e il rammemorare sono quindi intimamente connessi, sono le due facce di una stessa moneta. E il linguaggio poetico della Colasson custodisce sia il dimenticare che il ricordare. È la custodia di ciò che vorrebbe sfuggire al linguaggio.

    Se leggiamo la prima strofa, troveremo che il terzo verso: «Comme chante Oscar», è in realtà una interferenza, il rumore di una frase fuori contesto che entra nel contesto; la poesia di Colasson è ricca di questi fuori contesto, di queste figure di interferenza, di enunciati che intervengono e subito dopo spariscono, per riemergere in forma di altri enunciati estraniati ed estranei. La costruzione risulta così inferma e instabile, sottoposta alla aleatorietà e alla arbitrarietà dei tempi degli enunciati fuori contesto. Questi tempi fuori contesto sono indispensabili per infirmare il tempo cronologico della utilitarietà e dell’utile della vita quotidiana. Dirò di più, tutte le poesie di Colasson sono costruite sugli enunciati sghembi e sui tempi fuori contesto, sono essi che prestano alle composizioni lo scheletro spazio-temporale. Scrive in proposito Enrico Castelli Gattinara: «la poesia pone un tempo non più lineare e cumulativo, ma neppure circolare e ripetitivo. Un tempo posto e non imposto né opposto. Non un contro tempo, piuttosto un contrattempo. Un tempo altro che s’insinua nel tempo comune, convenzionato dei doveri che ci guidano e ci costringono».1

    1 E. Castelli Gattinara, Anterem 98, 2019, p. 31

  9. Dada

    Vi prego signor Ephreim. Datemi la sala.
    Vorrei fondare un cabaret di artisti.

    Si misero d’accordo. Ephreim gli diede la sala.
    Andò da alcuni conoscenti:

    «Datemi un quadro, un disegno, una stampa.
    Vorrei associare una piccola mostra al mio cabaret».

    Stampa favorevole a Zurigo. Disse:
    «Aiutatemi. Voglio fare un cabaret internazionale».

    Gli diedero dei quadri. Pubblicarono dei trafiletti.
    Il 5 febbraio a Zurigo il Cabaret.

    La signora Hennings e la signora Leconte
    Cantarono in francese e in danese.
    Tristan Tzara lesse sue poesie rumene.
    Un’orchestra di balalaiche.
    Canzoni popolari e danze russe.

    La rivista nascerà a Zurigo. Porterà il nome di “Dada”.
    Dada Dada Dada Dada. »
    Cabaret Voltarie. Zurigo. Maggio 1916

    «DADA DADA DADA. Colori contratti.
    Groviglio di opposti. Contraddizioni.

    Grottesco. Incongruenza: LA VITA»

    (gino rago) a cura di

  10. PRET-A-PORTER
    Per essere la fiamma che arde accompagno
    la legna nel bosco.
    Mettici i resti della sostanza,
    che avanza. Nelle suppellettili e nelle credenze.
    Nei cucchiaini. Nei buchi neri, nelle topaie.
    Negli avanzi sotterranei. Nelle tranvie. Nelle metropolitane.
    In fondo al mare, per questo avanzano le parole.
    Negli specchi muti delle posate e nelle luci più minuscole
    nei corridoi di ceramica e nelle tazze che sfarfallano,
    spengo la luce
    e ti racconto dei gatti al buio e dei polittici.
    Kitwoman e Kitdog. Al ballo stasera orrendo quell’abito di strass!
    Deduco che dormi.
    Il cane elegantissimo però! a soggetto,
    al mercato delle chiacchiere.
    In treno stamani, la scelta esclude i negroni, milioni di milioni.
    Vacillano su Salviti, non ricordano bene il nome del candidato.
    A parlare alla gente come si fa?
    Il taglio del silenzio,
    nelle boutique del centro. L’attesa della stesura.
    Abilitano abiti di manichini in serie.
    L’abbandono delle mani pare esplicito.
    Si odono solo ininterrotte forbici. Allinea frotte di soli sarti in regola.
    Corrono scampoli di parole. In strada
    stabilito il pensiero inevitabile, la fragranza
    attraversa immune la distanza.
    Tutti i visi incorniciati.
    Tamponano nei margini le suture, assumono
    sembianze onnipresenti. Le mani difatti articolano parole comprensibili.
    Figuratevi per convenzione racconti di ombre sviluppate
    in scene e rimontare ad arte. Gheiscia che minuziosamente
    imbastiscono fiori di carta tessendo storie d’origami made in Italy.
    Un pret a porter, concesso all’inventario della materia. Il limite inverso.
    Punte sottili che nelle fasi notturne saltellano col giorno.
    Stupefatta stasi.
    Vedessi che strano nell’ordine assunto
    gli occhi che ridono spogli di luce. Il senso non geme.
    In strada la gente traballa. Ha un alito spoglio di aglio in camicia.
    Cosa era l’odore di oboe arreso?
    Un controfagotto di luce abbuffata,
    le parole più dette. Nel sacco di Roma
    oh rovina!, una messe. Eppure
    non serbavi rancore alle pallide rive che il seme abbandona.
    Le congratulazioni ostruiscono, ingravidano
    si attorcigliano al collo. Il nodo ad una formica.
    L’alba strozzata. Quanto un torrente,
    un cimelio o un cumulo di ortiche,
    quanto le nuvole rientrate sulla bilancia. Regolari uniformi.
    Ai polsini led intermittenti. Pois sulla cravatta.
    Tutti quanti ricevemmo palette riflettenti.
    Tutti avrebbero fermato tutti. Fu convenuto un unico fischio.
    Ci posizionarono.
    Un richiamo morbido. Un fruscio incontrollato di uccelli.
    Avvenne per acclamazione.
    A seguito delle consultazioni
    maestrale di parole.
    Scoppia un vento divertito che il senso nuovo avvale.
    Ascolta pure il sibilo, la pulce d’acqua
    Narciso! Italico minuscolo cortile, tu acuto a fari spenti ed ammansito.
    Nelle grondaie che schizzano i fracassi,
    come piangono i gocciolii degli anni persi, a tesa a tesa,
    e come urlano quelle gole giovani nelle trombe plumbee
    senza cappello, senza più ombrello.
    Di cardi assunti nelle dispense aperte
    che l’occhio inganna inscatolati.
    A testa in su anche gli asparagi.

    (Frequentando L’Ombra)

    GRAZIE OMBRA.

  11. caro Mauro,

    forse è meglio che dai respiro a questa composizione, magari in distici, e poi prova a cancellare i verbi pleonastici e qualche locuzione in eccesso… di colpo ti appariranno chiari i punti deboli e i punti di forza della poesia… Anche la poesia di Gino Rago, molto bella, però a mio avviso abbisogna di un lavoro di costruzione, il polittico richiede le figure di interferenza, le cancellature, i vuoti di parole, i cambi di marcia… altrimenti diventa una esposizione, un raccontino… il che può anche andare bene, ma è un’altra cosa…

    Come scrive Lucio Mayoor Tosi:

    «Solo che è narrazione NOE, che non va da nessuna parte. O dappertutto. La fuoriuscita è durante, già al primo scambio.
    E in tutto questo trovare una condizione di bellezza, di equilibrio: l’essere stato che è finito.
    In linguaggio libero ma di nuova struttura e filosofia, mettiamoci anche il caldo di stagione e sempre si tenterà con l’incastro; una presenza di verità (l’acerrimo significato). E’ poesia se il verso resta incolpevole. E il non senso, che aprirebbe all’inconscio, richiede particolare slancio. In meno gravità».

  12. Donatella Giancaspero-Marina Petrillo- Marie Laure Colasson- Cabaret Voltaire- Tristan Tzara- Giorgio Linguaglossa
    in un polittico ipoveritativo in distici

    Gino Rago
    Un lampo di magnesio. Una vita in frantumi

    “Su quali abissi volano le aquile se aquile ancora si alzano in volo?
    Quali miserie o doni nel giorno che non onora il vero

    Per l’uomo d’occidente senza contenuto?
    Il Castello di Kafka pesa sul villaggio con i troppi uffici

    E con l’oscurità dei suoi decreti.
    Piante. Carriaggi. Alberi senza rami. Frammenti di città.

    Fumi dai fiumi. Persone. Immagini di piogge nella pioggia.
    Materia redenta. Marina Petrillo. Lo choc di Baudelaire.

    Nell’onda d’urto del tempo fra il vecchio e il nuovo
    « Involve lo Spazio in azzurrità». Autoannientamento

    Dell’ Arte. Il nulla che annienta sé stesso.
    […]
    Museum Theautrum. Dimensione atemporale della Estetica.
    Eusebio:«L’elegia mai si farà inno…»

    Nebbie sulla laguna. In Venedig in un sotoportego
    Milaure Colasson pensa di essere al Bolshoi.

    Sulle punte danza Il-lago-dei-cigni sull’alluminio di un tavolino.
    Giorgio Linguaglossa e un marxista-leninista bevono un’ombra.

    Una voce o un fiato: «Fui sposa, in abito fetale.
    Nel doppio vissi..». Tchaikovsky su una gondola.
    […]
    Cabaret Voltaire. 2016. Zurigo.
    La signora Hennings e la signora Leconte

    Cantano in francese e in danese.
    Un’orchestra di balalaiche. Danze russe.

    Tristan Tzara legge il manifesto dadaista:
    […]
    La stampa di una foto di Degas
    Vicino a un grande specchio.

    Nella foto di Degas si vede Mallarmé.
    E’ in piedi contro il muro.

    Renoir è sul sofà.
    Nello specchio (come fantasmi)

    Lo stesso Degas ( con la sua camera )
    E la moglie di Mallarmé (con sua figlia).

    Paul Valery entra dopo lo scatto.
    Ora guarda la stampa che Degas gli ha regalato:

    “Il prezzo di questa opera d’arte?”
    Nove lampade a gas

    E un istante di completa immobilità.
    Donatella Giancaspero fotagrafa

    La foto di Degas.
    Pone sulla stessa linea di mira mente,occhi e cuore.

    Trattiene il fiato e scatta.
    Nella stampa della foto di Degas

    Donatella ha messo tutto.
    I libri. I viaggi. Gli amori.

    Gli appuntamenti mancati. Le promesse mantenute.
    Un lampo al magnesio. Una vita in frantumi.

    (gino rago)

  13. Donatella Giancaspero-Marina Petrillo- Marie Laure Colasson- Cabaret Voltaire- Tristan Tzara- Giorgio Linguaglossa-Mauro Pierno-Giuseppe Talìa-Franco Intini-Francesca Dono-Lucio Mayoor Tosi- Giorgio Agamben-Mario Gabriele-Ewa Lipska-Lorenzo Pompeo-Pino Gallo-Sabino Caronia
    in un polittico ipoveritativo in distici

    Gino Rago
    Un lampo di magnesio. Una vita in frantumi

    Su quali abissi volano le aquile se aquile ancora si alzano in volo?
    Quali miserie o doni nel giorno che non onora il vero

    Per l’uomo d’occidente senza contenuto?
    Il Castello di Kafka pesa sul villaggio con i troppi uffici

    E con l’oscurità dei suoi decreti.
    Piante. Carriaggi. Alberi senza rami. Frammenti di città.

    Fumi dai fiumi. Persone. Immagini di piogge nella pioggia.
    Materia redenta. Marina Petrillo. Lo choc di Baudelaire.

    Nell’onda d’urto del tempo fra il vecchio e il nuovo
    « Involve lo Spazio in azzurrità». Autoannientamento

    Dell’ Arte. Il nulla che annienta sé stesso.
    […]
    Museum Theautrum. Dimensione atemporale della Estetica.
    Eusebio:«L’elegia mai si farà inno…»

    Nebbie sulla laguna. In Venedig in un sotoportego
    Milaure Colasson pensa di essere al Bolshoi.

    Sulle punte danza Il-lago-dei-cigni sull’alluminio di un tavolino.
    Giorgio Linguaglossa e un marxista-leninista bevono un’ombra.

    Una voce o un fiato: «Fui sposa, in abito fetale.
    Nel doppio vissi..». Tchaikovsky su una gondola.
    […]
    Cabaret Voltaire. 2016. Zurigo.
    La signora Hennings e la signora Leconte

    Cantano in francese e in danese.
    Un’orchestra di balalaiche. Danze russe.

    Tristan Tzara legge il manifesto dadaista.
    […]
    La stampa di una foto di Degas
    Vicino a un grande specchio.

    Nella foto di Degas si vede Mallarmé.
    E’ in piedi contro il muro.

    Renoir è sul sofà.
    Nello specchio (come fantasmi)

    Lo stesso Degas ( con la sua camera )
    E la moglie di Mallarmé (con sua figlia).

    Paul Valery entra dopo lo scatto.
    Ora guarda la stampa che Degas gli ha regalato:

    “Il prezzo di questa opera d’arte?”
    Nove lampade a gas

    E un istante di completa immobilità.
    Donatella Giancaspero fotagrafa

    La foto di Degas.
    Pone sulla stessa linea di mira mente,occhi e cuore.

    Trattiene il fiato e scatta.
    Nella stampa della foto di Degas

    Donatella ha messo tutto.
    I libri. I viaggi. Gli amori.

    Gli appuntamenti mancati. Le promesse mantenute.
    Un lampo al magnesio. Una vita in frantumi.
    […]
    “Franco Intini mette in cantina
    Il bosone di Higgs.

    Con l’entanglement quantistico verso lo Zero assoluto
    Un nuovo stato della materia è possibile?

    Einstein rimprovera Rutherford e Bohr
    per l’azione fantasmatica a distanza.

    Non vuole che Dio continui a giocare
    Ai dadi con l’universo.

    «Ma lasciamolo giocare, in fondo che male c’è»
    Insiste Bohr.

    Einstein gli lancia un posacenere di latta
    O di un metallo pesante in lamine sottili.
    […]
    Nell’entanglement quantistico
    L’azione su un atomo entangled si riverbera sugli altri…

    In un polittico poetico in distici entanglati
    L’atto su un verso si propaga su altri versi.

    Le parole… Uno sciame di protoni di rubidio.
    […]
    “Amleto è morto.”
    Ne dà l’annuncio Lorenzo Pompeo dall’Ungheria.

    Ma da Cracovia Lorenzo invia a Giorgio Linguaglossa
    versi di Ewa Lipska tradotti in italiano.

    Virna Lisi e Marlene Dietrich entrano con Kafka
    nello studio di Sabino Caronia,

    Tre ombre nella consolazione della sera.
    Faber Nostrum canta Il Bombarolo…
    […]
    Pino Gallo arringa da Roma la Fata Morgana,
    Sotto gli affacci di Scilla il mare si fa di olive acerbe.

    Pino Talìa porta un Mattia Preti
    Da Taverna a Firenze. Botticelli si inchina.

    Francesca Dono da Biffi regala bergamotti,
    Davanti alla Scala tutti si mettono in fila…

    Una poesia di Mauro Pierno sul Corriere della Sera.
    […]
    Visioni mistiche a san Francesco a Ripa.
    Marina Petrillo davanti a Ludovica Albertoni.

    Marmo. Drappeggio. Diaspro. La beata in estasi.
    Verso l’altare della cappella

    Marina abita parole d’amore.
    Un raggio di sole sul marmo.

    Le visioni. La tela di Gaulli. La finestra.
    Bansky-street-artist: « How the Troian War Ended

    I don’t Remember…
    Edited by Giorgio Linguaglossa»

    Letizia Leone a Mario Gabriele:
    «Chelsae Edition. Miracolo.

    Bellissima la cover della copertina»
    […]
    Nello stencil sul muro a Spaccanapoli
    Bansky dice a Benedetto Croce:

    «So perché Ludovica è in estasi.
    So anche perché ha le visioni … Junk food »

    Il Mattino di Napoli in terza pagina:
    «Al San Carlo torna Toscanini».

    Dal palco al centro del teatro
    Wagner evita lo sguardo di Verdi.

    Sigfrido o Falstaff? Le Valchirie o Nabucco?
    La Tebaldi litiga con la Callas.

    Onassis va a letto con Jacqueline Kennedy.
    L’isola greca è il centro del mondo.
    […]
    Toscanini posa la bacchetta:
    «A questo punto muore Liù.

    Turandot finisce qui. Pechino è a lutto.
    Il cancro alla gola ha ucciso il Maestro».

    Creatura che crea nella luce sul mare
    Marina Petrillo va incontro a Puccini.

    Giorgio Linguaglossa commenta
    La lettera scarlatta a Mario Gabriele

    e a Lucio Mayoor Tosi. Giorgio Agamben:
    “L’uomo di gusto nella dialettica della lacerazione..”

    Ready-made. La compagna di Duchamp usa un Rembrandt
    come tavolo da stiro.

    (gino rago)

  14. Nessun nome.

    «Ora non posso. Mi viene a prendere l’autobus parlante. Ho già
    il Crocifisso alle pareti. Barbara non c’é. Lo ripeterò sempre».

    Nessun nome da ricordare. Nessuno abbastanza famoso, o sono io
    senza memoria? Angelino dice. Marta. Mi fa una pugnetta.

    E’ l’orizzonte. Le marmotte ne sono ammirate. L’opaco viandante
    e le carrozzelle; prima, quando mancavano. Babele di stracci

    e mascolina. Maschile di “Patria”. Prime gazzose. Ah, bianco
    spinami il cuore! Abbiamo ancora da cominciare.

    ( L.M. Tosi)
    Grazie, Gino. E grazie Mauro.

  15. PRET-A-PORTER
    Per essere la fiamma che arde accompagno
    la legna nel bosco.

    Mettici i resti della sostanza,
    che avanza. Nelle suppellettili e nelle credenze.

    Nei cucchiaini. Nei buchi neri, nelle topaie.
    Negli avanzi sotterranei. Nelle tranvie. Nelle metropolitane.

    In fondo al mare, per questo avanzano le parole.
    Negli specchi muti delle posate e nelle luci più minuscole

    nei corridoi di ceramica e nelle tazze che sfarfallano,
    spengo la luce

    e ti racconto dei gatti al buio e dei polittici.
    Kitwoman e Kitdog. Al ballo stasera orrendo quell’abito di strass!

    Deduco che dormi.
    Il cane elegantissimo però! A soggetto.

    Al mercato delle chiacchiere.
    In treno oggi, la scelta esclude i negroni, milioni di milioni.

    Vacillano su Salviti, non ricordano bene il nome del candidato. Parlare alla gente come si fa?

    Il taglio del silenzio,
    nelle boutique del centro. L’attesa della stesura.

    Abilitano abiti di manichini in serie.
    L’abbandono delle mani pare esplicito.

    Si odono solo ininterrotte forbici. Allinea frotte di soli sarti in regola. Corrono scampoli di parole.

    In strada stabilito il pensiero inevitabile, la fragranza attraversa immune la distanza.

    Tutti i visi incorniciati.
    Tamponano nei margini le suture, assumono

    sembianze onnipresenti. Le mani difatti articolano parole comprensibili.

    Figuratevi per convenzione racconti di ombre sviluppate in scene e rimontare ad arte.

    Gheiscia che minuziosamente
    imbastiscono fiori di carta tessendo storie d’origami made in Italy.

    Un pret a porter, concesso all’inventario della materia. Il limite inverso.

    Punte sottili che nelle fasi notturne saltellano col giorno.

    Stasi stupefatto.
    Vedessi che strano nell’ordine assunto

    gli occhi che ridono spogli di luce. Il senso non geme. In strada la gente traballa. Ha un alito spoglio di aglio in camicia.

    Cosa era l’odore di oboe arreso?
    Un controfagotto di luce abbuffata,

    le parole più dette. Nel sacco di Roma
    la rovina, una messe. Eppure

    Le congratulazioni ostruiscono,
    ingravidano si attorcigliano al collo.

    Il nodo ad una formica.
    L’alba strozzata. Quanto un torrente,

    un cimelio o un cumulo di ortiche,
    quanto le nuvole rientrate sulla bilancia,
    regolari uniformi.

    Ai polsini led intermittenti. Pois sulla cravatta.
    Tutti quanti ricevemmo palette riflettenti.

    Tutti avrebbero fermato tutti. Fu convenuto un unico fischio.

    Ci posizionarono.
    Un richiamo morbido. Un fruscio incontrollato di uccelli. Avvenne per acclamazione,

    maestrale di parole.
    A seguito delle consultazioni.

    Un vento divertito che il senso avvale.
    Ascolta pure il sibilo, la pulce d’acqua
    Narciso!

    minuscolo italico cortile, tu acuto a fari spenti ed ammansito.
    Nelle grondaie che schizzano i fracassi,

    come piangono i gocciolii degli anni persi, a tesa a tesa, nelle trombe plumbee

    senza cappello, senza più ombrello.
    Di cardi assunti nelle dispense aperte

    che l’occhio inganna inscatolati.
    A testa in su anche gli asparagi.

    GRAZIE OMBRA.
    Ecco…
    ( Abbraccio Rago e Tosy)

  16. Donatella Giancaspero-Marina Petrillo- Marie Laure Colasson- Cabaret Voltaire- Tristan Tzara- Giorgio Linguaglossa-Mauro Pierno-Giuseppe Talìa-Francesca Dono-Lucio Mayoor Tosi- Giorgio Agamben-Mario Gabriele-Ewa Lipska-Lorenzo Pompeo-Pino Gallo-Sabino Caronia-Roland Barthes-Edith Dzieduszycka-Letizia Leone-Maria Rosaria Madonna
    in un polittico ipoveritativo in distici nel quale musicisti-artisti-poeti-scrittori-scienziati (vivi e morti) agiscono nell’atto della «estraneazione»

    Gino Rago

    Giorgio Linguaglossa porta tutte le poesie a Maria Rosaria Madonna

    Museum Theautrum. Dimensione atemporale della Estetica.
    Eusebio:«L’elegia mai si farà inno …»

    Nebbie sulla laguna. In Venedig in un sotoportego
    Milaure Colasson pensa di essere al Bolshoi.

    Sulle punte danza Il-lago-dei-cigni sull’alluminio di un tavolino.
    Giorgio Linguaglossa e un marxista-leninista bevono un’ombra.

    Una voce o un fiato: «Fui sposa, in abito fetale.
    Nel doppio vissi..». Tchaikovsky su una gondola

    Piante. Carriaggi. Alberi senza rami. Frammenti di città.
    Fumi dai fiumi. Persone. Immagini di piogge nella pioggia.

    Materia redenta. Marina Petrillo. Lo choc di Baudelaire.
    Nell’onda d’urto del tempo fra il vecchio e il nuovo

    « Involve lo Spazio in azzurrità». Autoannientamento
    Dell’ Arte. Il nulla che annienta sé stesso.
    […]
    Cabaret Voltaire. 2016. Zurigo.
    La signora Hennings e la signora Leconte

    Cantano in francese e in danese.
    Un’orchestra di balalaiche. Danze russe.

    Tristan Tzara legge il manifesto dadaista.
    […]
    La stampa di una foto di Degas
    Vicino a un grande specchio.

    Nella foto di Degas si vede Mallarmé.
    E’ in piedi contro il muro. Renoir è sul sofà.

    Nello specchio Lo stesso Degas
    E la moglie di Mallarmé con sua figlia.

    Paul Valery entra dopo lo scatto.
    Ora guarda la stampa che Degas gli ha regalato:

    «Il prezzo di questa opera d’arte?»
    Nove lampade a gas

    E un istante di completa immobilità.
    Donatella Giancaspero fotagrafa

    La foto di Degas.
    Pone sulla stessa linea di mira mente, occhi e cuore.

    Trattiene il fiato e scatta.
    Nella stampa della foto di Degas

    Donatella ha messo tutto.
    I libri. I viaggi. Gli amori.

    Gli appuntamenti mancati. Le promesse mantenute.
    Un lampo al magnesio. Una vita in frantumi.
    […]
    Nell’entanglement quantistico
    L’azione su un atomo entangled si riverbera sugli altri…

    In un polittico poetico in distici entanglati
    L’atto su un verso si propaga su altri versi.

    Uno sciame di protoni di rubidio.
    […]
    «Amleto è morto …»
    Ne dà l’annuncio Lorenzo Pompeo dall’Ungheria.

    Ma da Cracovia Lorenzo invia a Giorgio Linguaglossa
    versi di Ewa Lipska tradotti in italiano.

    Virna Lisi e Marlene Dietrich entrano con Kafka
    nello studio di Sabino Caronia,

    Tre ombre nella consolazione della sera.
    Faber Nostrum canta Il Bombarolo…
    […]
    Pino Gallo arringa da Roma la Fata Morgana,
    Sotto gli affacci di Scilla il mare si fa di olive acerbe.

    Pino Talìa porta un Mattia Preti
    Da Taverna a Firenze. Botticelli si inchina.

    Francesca Dono da Biffi regala bergamotti,
    Davanti alla Scala tutti si mettono in fila…

    Una poesia di Mauro Pierno sul Corriere della Sera.
    […]
    Visioni mistiche a san Francesco a Ripa.
    Marina Petrillo davanti a Ludovica Albertoni.

    Marmo. Drappeggio. Diaspro. La beata in estasi.
    Verso l’altare della cappella

    Marina abita parole d’amore.
    Un raggio di sole sul marmo.

    Le visioni. La tela di Gaulli. La finestra.
    Bansky-street-artist: « How the Troian War Ended

    I don’t Remember…
    Edited by Giorgio Linguaglossa»

    Letizia Leone a Mario Gabriele:
    «Chelsae Editions. Miracolo.

    Bellissima la cover di copertina»
    […]
    Toscanini posa la bacchetta:
    «A questo punto muore Liù.

    Turandot finisce qui. Pekino è a lutto.
    Il cancro alla gola ha ucciso il Maestro».

    Creatura che crea nella luce sul mare
    Marina Petrillo va incontro a Puccini.

    Giorgio Linguaglossa commenta
    La lettera scarlatta a Mario Gabriele

    e a Lucio Mayoor Tosi. Giorgio Agamben:
    «L’uomo di gusto nella dialettica della lacerazione..»

    Ready-made. La compagna di Duchamp usa un Rembrandt
    come tavolo da stiro.
    […]
    Edith Dzieduszycka parla di Michele. Traduce in italiano
    Le lacerazioni di Marie Laure Colasson.

    Maria Rosaria Madonna scrive lettere a Kavafis,
    Non sosta mai dove i treni si fermano.

    Al centro della Marketplatz
    Giorgio Linguaglossa le porta tutte le poesie

    In un trolley che sulla ghiaia d’un prato fa scintille.
    Roland Barthes parla da solo nella chambre claire:

    «Operator. Spectrum. Spectator. Studium. Punctum.
    Cerco mia madre nel portacipria d’avorio»

    Edith Dzieduszycka cerca la sua
    In una boccetta di cristallo intagliato.

    9 luglio 2019

    • […]
      Edith Dzieduszycka parla di Michele. Traduce in italiano
      Le lacerazioni di Marie Laure Colasson.

      Maria Rosaria Madonna scrive lettere a Kavafis,
      Non sosta mai dove i treni si fermano.

      Al centro della Marketplatz
      Giorgio Linguaglossa le porta Stige- Tutte le poesie

      Chiuse nel trolley che sulla ghiaia d’un prato fa scintille.
      Roland Barthes parla da solo nella chambre claire:

      «Operator. Spectrum. Spectator. Studium. Punctum.
      Cerco mia madre nel portacipria d’avorio»

      Edith Dzieduszycka cerca la sua
      In una boccetta di cristallo intagliato.

      Il luogo dei personaggi e delle situazioni indicate dalla poesia di Gino Rago è un particolare mix di «questità», di ciò che è qui ed ora, di ciò che figura nel presente (Edith Dzieduszycka, Marie Laure Colasson, Marketplatz, Giorgio Linguaglossa, Roland Barthes, Stige. Tutte le poesie, chambre claire, Maria Rosaria Madonna, Kavafis etc.). Tutto ciò configura il possibile come pensabile. E all’inverso, ciò che può essere pensato e detto è anche possibile, perché l’ontologia positiva è ciò che si dice, e il possibile, anch’esso può esser detto e, in quanto detto è quindi possibile, è una figura dell’esistente sub specie del possibile. Come dire che è tutto vero nel suo attuale esser-presente, in quanto l’attualità è tutto quel che si fa avanti nel presente, e anche quel che si fa indietro dal presente, come «altro» rispetto a quel che è dato nel presente. L’attualmente esistente è il presente, l’esistere qui ed ora come indicazione di qualcosa che sarebbe potuto essere presente in altra guisa in luogo di quel che ora si dà.

      Nel polittico la predicazione della possibilità allarga il campo d’azione dell’esser-questo in quanto coincidente con il non-essere-questo in quanto ricadente nella possibilità che ciò accada. La più radicale delle contraddizioni equivale perciò alla possibilità che le cose stiano in altro modo e in altra guisa da come si offrono alla apparenza del senso comune, per cui il possibile sarebbe questo esser-così e il questo non-essere-così, in quanto quello che decide è l’essere presente nel presente come figura del presente, nell’attualmente presente, e l’essere del passato nel presente come figura del presente, nell’attualmente presente.

      Il venire alla manifestatività dell’esserci di un questo equivale alla predicazione di una infinità di possibili «questi» di mondi «altri» rispetto a cui l’attualmente esistente è soltanto una delle possibili modalità del manifestarsi. In ciò risiede il paradosso della forma-poesia del polittico la cui pensabilità stessa ci conduce da subito alla forma paradossale secondo cui tutto il pensabile è esistente al pari di ciò che è esistente nel presente come figura del presente.
      L’esserci delle cose è il loro non-esserci se non nella manifestatività del presente, onde ne deriva che il non-esserci gode dello stesso accredito dell’esserci (equivalenza dell’esserci con un «altro da se stesso»). La forma polittico narra la manifestatività dell’esserci in ciò che è detto e per come è detto, non c’è nessun mistero che non sia solubile nella manifestatività dell’esserci nel presente; la forma polittico implica il negare e l’affermare la questità delle cose, la forma della presenza di ciò che è presente e la forma della possibilità della presenza, implica la incondizionatezza del condizionato, la inclusione dell’escluso nell’orizzonte destinale della manifestatività in ossequio al principio del: ciò che c’è è ciò che si dice, e ciò che si dice è ciò che c’è. Nel polittico ciò che si manifesta nella forma del possibile equivale a dire ciò che si manifesta nella forma non contraddittoria di ciò che esiste nel presente. Il capovolgimento, la peritropè e il salto saranno le categorie dominanti questa forma d’esistenza che perviene al presente come figura del presente, in quanto gli accadimenti accadono in quanto predicabili e, quindi, immaginabili, possibili.

      • Nunzia Binetti

        Ciao Giorgio , e proposito di salti. Eccomi con una mia, come sempre breve. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi e se essere brevi sia penalizzante in poesia. GRAZIE.

        In punta di matita smorzano i pensieri,
        mente la parola;
        stanca si adagia, stracciata come foglio.

        Partito un treno, visi che aspettano .
        Gli sguardi sul cronometro
        domandano un puntualissimo ritorno
        e stranamente avviene.

        L’abbraccio che intriga è strategia,
        vacanza in una estate tra-monti e mari amari.

        Ma ì figli hanno sempre ucciso i padri,
        ne ha colpa Darwin e lo assolviamo .

        -Non c’è più religione – dice un prete
        dei quartieri alti .

        • Posto qui un tentativo di ninnananna di

          Giorgio Stella

          N A N A N N A

          Passaparola la finestra è
          dentro il muro

          la candela
          accesa

          qui non è
          festa

          La Candelora passa l’ala del Santo
          al turno del golf –

          passaparola la luce
          accesa è sempre spenta

          la doppia lama del black runner for men
          appunto la candela accesa

          passaparola la clandestinità è latitanza
          qui non è festa al turno del golf

          Oblò non so oblò non so oblò
          non so più

          se guardarti navigare il mare
          o il coro di fantasmi nella poesia recisa

          Lontanasia non
          abita più qua

          LA PASSEGGIATA

          La vedi? è quella giù in discesa
          quante volte l’hai percorsa

          fradicio d’amore
          ed ebbro di dolore

          tornando verso casa
          quando casa più non c’era

          A post di est
          il rimmel del Lete

          ! I lumi! i lumi
          lumi! accesi!!!

          ! i lumi accesi
          i lumi-lumi!

          i lumi i lumi!!
          prima di DIO

          Morirò un giorno
          tanto per morire un giorno

          senza troppi
          piagnistei

          coi miei amici venuti
          da monasteri ormai lontani

          che formeranno dietro il legno
          una fila di capelli e cappelli

        • cara Nunzia,

          ovvio che questo tuo sia un primo tentativo di poesia in distici e ontologica ma, come scrivevo a Gino Rago, non bisogna pensare che fare nuova poesia sia cosa facile e immediata, anzi, è molto più difficile perché implica una immersione nel proprio inconscio, implica porsi la Domanda fondamentale, implica trovare le catene simboliche e iconiche… Io taglierei la prima strofa che mi sembra pleonastica e ancora imperniata sul vetusto «io». E già la composizione come vedrai ne guadagna. E poi introdurrei quei legamenti sintattici che non bisogna affatto cestinare, perché sono indispensabili per l’articolazione di un qualsiasi discorso.

          È partito il treno, visi che aspettano.
          Gli sguardi sul cronometro chiedono un puntualissimo ritorno.
          Che stranamente avviene.

          L’abbraccio che intriga è strategia,
          vacanza in una estate tra-monti e mari.

          Ma i figli hanno sempre ucciso i padri,
          ne ha colpa Darwin e lo assolviamo .

          -Non c’è più religione – dice un prete
          dei quartieri alti.

          • Nunzia Binetti

            Sì, Giorgio, sono tentativi. Grazie per il tuo consiglio . Mi è sempre piaciuto procedere per salti in poesia e credo che questo sia un presupposto che può favorire il mio passaggio alla NOE ,anche se mi occorre ancora esercizio per migliorare la costruire del distico. Un abbraccio.

        • caro Giorgio Stella,

          a me sembra che tu stia ancora nel mezzo del guado, che stai tentando di scrivere alla maniera della nuova ontologia estetica con la testa nella poesia del post-novecento epigonica e agonica. Capisco tutto questo. È difficile entrare nella «nuova poesia». In precedenza ci sei riuscito, come dimostrano gli ultimi due poemetti che hai scritto, ma questo tuo di oggi segna, a mio avviso, un passo indietro. Ma è normale fare passi indietro in una materia tanto difficile, ostica e nel corso di una rivoluzione linguistica e stilistica come quella dichiarata dall’Ombra contro Ignoti, i militi ignoti delle centinaia e delle migliaia che scrivono in modo tutto simile, stereotipato con gli strumenti del discorso unidirezionale e con la normografia dell’io. Ecco, bisogna, a mio avviso, spezzare il discorso unidirezionale e temporale, il discorso normografico basato sulla centralità dell’io. E l’unico modo è sprofondare in se stessi, abbandonare gli stupefacenti e le scorciatoie, in poesia non basta – scriveva Jakobson cinquanta anni fa – scrivere delle belle immagini e delle belle parole. A mio avviso, con le belle immagini e le belle parole si confeziona soltanto un bel Kitch.

  17. Carissimo Giorgio Linguaglossa,
    ho accolto subito il tuo segnale d’allarme:

    “[…]Anche la poesia di Gino Rago, molto bella, però a mio avviso abbisogna di un lavoro di costruzione, il polittico richiede le figure di interferenza, le cancellature, i vuoti di parole, i cambi di marcia… altrimenti diventa una esposizione, un raccontino… il che può anche andare bene, ma è un’altra cosa…”

    Devo ammettere che da quando sono e mi sento sotto la tua giurisdizione
    poetica e sotto quella de L’Ombra ho ridotto al minimo sindacale il rischio (sempre in agguato nell’atto dello scrivere) dei colpi a vuoto, dei gesti poetici sbagliati…

    E di ciò ti ringrazio.

    Non appena mi allontano dalle 2 giurisdizioni , la tua e quella de L’Ombra,
    il deragliamento del treno è inevitabile…
    grazie.
    (gino rago)

  18. giorgio stella

    Caro Giorgio Linguaglossa in effetti è così vado a tentativi qui ho proprio bleffato… cioè, ma pure inconsciamente, ho rivisitato in chiave NOE testi di vent’anni fa e di nuovo la trama… lo spettro suo… la ‘fama’ post-Virgiliana (il poeta maledetto in caso la sua maledizione lo stupefacente da te ben intuito avanti il deterrente) la grammatica addirittura ulteriormente vivisezionata come marchio contraffatto per essere venduta e ricomprata… translazioni in inglese, pure sbagliate, senza neanche citarne la fonte addirittura togliendo il nome e il cognome del poeta dal testo per seppellire meglio l’assassinio/omicicidio/suicidio/ dallo stesso nel caso del testo ‘il campo da golf…’ chiuncque arriverebbe alla ‘terra divisa da nomi’ stretta di grata di parole di Celan. Un tempo avrei rotto tutto adesso mi accorgo che non c’è nulla da rompere perchè non c’è niente e riparto non dico da zero ma dal famoso primo gradino di Kavafis. Grazie Linguaglossa, abbracci amici dell’OMBRA DELLE PAROLE che ti svincola pure da essere per forza NOE come dice Linguaglossa qui siamo tutti sullo stesso piano, attracchi senza segnale poi chi vivrà vedrà. Giorgio Stella.

  19. caro Giorgio Stella,

    «La domanda ontologica “che cosa c’è?” può allora venire articolata in due domande distinte: da una parte “che cosa c’è per noi, in quanto osservatori interni allo spazio tempo?”; dall’altra “che cosa ci sarebbe per un osservatore privilegiato, che osservasse lo spaziotempo dal di fuori?”. Dall’interno dello spaziotempo incontriamo entità tridimensionali che si estendono nello spazio e persistono nel tempo. Dal di fuori, invece, ci osserverebbero entità quadridimensionali estese sia nello spazio sia nel tempo. La Recherche prova a guardare, dall’interno dello spaziotempo, le cose come le si vedrebbero dall’esterno dello spaziotempo. La conclusione di Proust è che questo sguardo assoluto vede le cose “oltre che con gli occhi, con la memoria”. Osservati in questo modo – nella matinée Guermantes – gli ospiti della principessa appaiono finalmente al Narratore “come giganti immersi negli anni”. Nella prospettiva proustiana, la domanda ontologica “che cosa c’è per noi, in quanto osservatori interni allo spaziotempo?” ha una risposta tridimensionalista soltanto se ci si limita ad osservare con la percezione; la risposta risulta invece quadridimensionalista se si osserva anche con la memoria. Ecco perché Prosut sostiene che la vera vita sia la letteratura: perché è la vita registrata, fissata in un documento, e resa quadridimensionale.

    Il quadridimensionalismo dell’osservatore proustiano è però differente da quello dell’osservatore esterno. Per quest’ultimo non esistono passato, presente e futuro; esistono soltanto relazioni temporali di precedenza e successione. Invece per l’osservatore proustiano c’è un istante temporale privilegiato, il presente, il punto dello spaziotempo in cui l’osservazione avviene. Questo fa sì che, all’osservatore proustiano, le cose appaiano come sdoppiate, con uno sdoppiamento che si riproduce nella distinzione tra io narrante e io narrato: da una parte, un’apparenza tridimensionale che la percezione presenta come presente (come tuttora esistente); dall’altra, una profondità quadridimensionale che la memoria rappresenta come passato (come non più esistente).

    Dunque già nell’esperienza percettiva gli individui non appaiono perfettamente tridimensionali, bensì muniti di una scia quadridimensionale, di una connessione con il passato che favorisce l’integrazione di percezione e memoria. Ma con l’abitudine questa scia si stempera, perde luce. Il tempo passato – il ricordo – diventa piatto, film o scrittura sedimentata, impronta ripetuta e scolorita di una sensazione, una madeleine, un selciato sconnesso, il tintinnio di una posata provocano la resurrezione del passato, ossia fanno apparire il tempo nello spazio. Il passato, nella sua profondità quadridimensionale, è accessibile all’esperienza in quanto ricordato dalla memoria, ed è ricordato dalla memoria in quanto ripetuto dalla materia.

    Questo può apparire controintuitivo, giacché la nostra rappresentazione degli individui è tridimensionale. A ben vedere, però, la quadridimensionalità fa parte di individui comuni che rientrano nella nostra esperienza più ordinaria…».1]

    Per rispondere a Maurizio Ferraris, il problema che si pone a noi oggi, a distanza di cento anni da La Recherche, è questo:

    noi sappiamo che esso [il segno] esiste come «traccia» di un qualcosa che non le preesiste, di un passato che non è mai stato presente e che non può essere rievocato. Vale a dire che non possiamo più ripetere l’operazione di Proust, la quadridimensionalità si deve vestire di nuovi modi di rappresentare il mondo tridimensionale. Tramite la Memoria (Mnemosyne) noi possiamo sondare il mondo quadridimensionale.

    Con la nuova ontologia estetica bisogna fare un salto mortale della immaginazione, bisogna uscire mentalmente dal mondo tridimensionale per sondare e sfiorare il quadri dimensionalismo. Ecco la necessità della forma polittico.

    1 M. Ferraris, Emergenze, Einaudi, 2016, p. 26

    • Torno da Roma nella mia Bari, estrema periferia Nord, dove noto da subito la grande differenza in numero di corvi al secondo che attraversa il campo visivo.
      Non posso dire dei gabbiani perché durante il mio breve soggiorno nella capitale ne ho contati due. Grossi però e competitivi.
      Notevole anche il numero di vermi vivacissimi, credo bigattini, ovvero larve di mosca sarcophaga in libero passeggio sul marciapiede adiacente a un deposito condominiale. Lascio anche un clima fetido e umido che si attacca alla pelle. Non mi sono inoltrato aldilà della Tiburtina, né percorso l’ Aniene, contavo i pappagalli nella speranza di vedere qualche cardellino e dunque non avevo molto tempo.
      Leggevo nel futuro meraviglie che non ho incontrato.
      Forse il futuro non è altro che l’ ordine puro che ci aspettiamo dalla realizzazione delle leggi intorno ad un fatto di civiltà.
      Penso alla raccolta differenziata.
      Ma se lupi, vermi, volpi, topi e cinghiali scorrazzano liberamente per le vie della capitale, vuol dire che un certo numero di anni di vita pubblica è andato perso e il presente di lotta animale per la sopravvivenza non è per niente distinguibile dal passato.
      E dunque se i due tempi sono la stessa cosa c’è motivo di ritenere che anche il futuro sia uguale ad essi.
      In fondo ciò che risulta evidente è questo degradarsi della vita sociale a blob universale, in cui la distinzione dei particolari, ciascuno in termini di spazio tempo, avviene per questa abitudine della mente di confrontare per successione la perfezione delle leggi che concepisce, dal degrado che ne segue leggendoci sempre irreversibilità.
      Un caro saluto agli amici dell’Ombra.

      (Francesco Paolo Intini)

      • SFERA

        Incontrò il lupo. Ma senza autorizzazione a parlarne
        Sapendo che aveva denti stretti al raccordo e vista accorta per il cinghiale.

        Nella stessa macina del bigattino, sullo stesso marciapiede
        Della discarica dove l’eco gridava Castel Sant’Angelo

        Alcuni topi parlavano del futuro
        Un fiore di loto rubato a blatte

        E quello scompariva in un gilet grigio. Corvi forse
        In cui il tuono gracchiava numeri vincenti.

        È l’ora della vendetta. Le tigri non ci stanno a salti di qualità
        Le volpi si umanizzano a rincorrere sarcophaghe.

        Dante sentì il diniego di un milione di leoni
        Furono viste migliaia di lonze procedere verso il centro

        Tante non se ne videro nell’anno del Giubileo
        Né al London Bridge

        Salgono e scendono dall’Altare della Patria
        Che faranno le bottiglie, si riempiranno di benzina?

        Dov’è che si revisiona il passato?

        E non la grandine, non si aspetta la pietraia del Cielo
        Ma sampietrini da una vetrina ad una mano.

        (francesco Paolo Intini)

  20. giorgio stella

    Carissimo Linguaglossa è chiara la percezione cognitiva quella inconscia a questo punto è evasa medesima ma a – ‘sto punto – mi chiedo se ‘dopo la lirica’ (già un luogo noto a se stesso circoscritto al novecento) un verso del caro Gino Rago che non scordo tanto m’ha colpito in bene ‘dite al re / e pure alla regina’ non conservino una memoria storica qui evidente nel ‘mandate a dire all’imperatore’ equivalente ai versi di Esenin (l’uomo nero) in chiusa a una Sua poesia Linguaglossa, dove la nota risolve una riserva impossibile a chi sia chiamato o non chiamato in causa non nella ma dalla Poesia… cioè (cioè non sta in ‘in che senso’) se scrivessimo sub-novecento in NOE l’effetto contrario non si assimilerebbe a un effetto diretto solo per criterio di contrasto? poi, sempre per favore e mai per obbligo, è poco chiaro il ‘problema’ traduzione… in un fattore meramente ontologico può anche essere permanente in fondo l’ermeneutica ne è una derivante passiva ma addizzionale-estetica può autorigenerarsi in un nuovo valore che non essendo previsto a priori a posteriori ne diventa di diritto coincidente all’espediente che Lei Linguaglossa già promuove non come promessa annunciata o tentata scommessa ma come cronaca di una circostanza preventiva alla errata corrige che l’ha evidenziata…. anche questo commento indirizzato come domanda, un ‘agente esterno’ lo definirebbe ‘peso’ abusivo ‘netto nel lordo’ ‘ELEMENTO OBSOLETO’ da rimuovere in temini odiosi d’oggi… un es, adesso così… (…)
    Giorgia e Roberta sono proprio belle in quella
    fotografia peccato non si siano potute sposare –

    La provetta Robert gioca a pallone col piccolo
    Albert che loro adottarono in Russia.
    _____________________________________________
    Un abbraccio Giorgio Linguaglossa e mi scusi il Gentile Gino Rago veramente in bene chiamato in causa il suo libro l’ho ordinato assieme ad altri della NOE… ‘I PLATANI SUL TEVERE DIVENTANO BETULLE’ … quanto mi infastidiva questo titolo che dopo poco mi sembrò evocare i fasti delle antiche leggende nel ‘manifestato’ di nessuna epoca avanti nessun protagonista malgrado, ma non certo per caso risollevante nella traballante economia stilistica.
    Un abbraccio Giorgio Stella.

  21. caro Giorgio Stella,

    Nelle società della comunicazione globale i governanti non hanno più alcun bisogno di argomentare con delle ragioni la ratio del dominio. Non ha nessuna importanza il peso delle argomentazioni, quello che conta veramente è il saper parlare alla «nuda vita» di singoli alienati e traumatizzati dal ciclo del capitale. Non è più centrale la produzione per il consumo, ma il consumo per la produzione, si verifica così uno scollamento tra i ceti produttivi e i governanti, entrambi nuotano nel nulla della comunicazione e della ipercomunicazione. L’economia reale è mossa dalle ragioni inconsce della «nuda vita» piuttosto che dalle ragioni consce di essa. Ma ciò che dirige l’orchestra della comunicazione è la merce e la forma di merce. È la merce (idest l’essere sociale della merce) che come un direttore d’orchestra dirige l’orchestra della comunicazione. La distanza che separa una bottiglia di ColaCola e una Shweps da un Samsung Galaxy, è la distanza che passa dalla società opulenta alla società della comunicazione globale. Tutti i prodotti commerciali (le merci) e i prodotti culturali (altre merci) devono per forza delle cose parametrarsi, anche nella forma interna oltre che in quella esterna, volente o nolente, al dominio della comunicazione. L’arte diventa così una modalità della comunicazione, diventa efficace nella misura in cui si commisura alla legge della comunicazione.

    Ora è indubbio che un movimento come quello della nuova poesia della nuova ontologia estetica si sottrae con tutte le proprie forze al dominio dell’essere sociale delle merci, ed è indubbio che in tal senso il telos della sua direzione sia la dimensione della non-merce. È inscritto nel suo codice genetico tendere alla non-merce. E in tal senso la NOE è l’erede dell’umanesimo della civiltà europea, con tutto il senso di colpa e l’ambascia che questa codificazione comporta.

  22. giorgio stella

    Egregio Giorgio Linguaglossa con rispetto, leggo e nello stesso senza gioco di parole scompaio dall’ombra. la NOE è l’erede dell’umanesimo fa davvero paura Plotino risorga! Io La ringrazio Giorgio Linguaglossa e Voi tutti amici dell’OMBRA DELLE PAROLE e o della NOE ma devo dare le dimissioni per giunta non richieste.. è troppo tempo è tutta la vita che la poesia mi ha reclutato ora è tempo di congedo prendo addirittura una pensioncina; il fatto di nn stare in mezzo a una strada cioè quello che la poesia aveva previsto per me spronandomi all’economia detta sopra: lavoro, nn scopo più, do da mangiare al gatto, mangio da solo, accendo lumi ai miei defunti, ogni tanto penso alla mia ex-moglie, ‘spingi! spingi! spingi a ‘giò”… ‘ma se io già sò venuto’ e nn è stato per questo. Confermo addio a tutti non risponderò a nessuno dovrò annaffiare i fiori l’estate prevede vigile attenzione a loro e al gatto. Sarete sempre nel mio cuore. Giorgio Stella

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