Nove poesie di Boris Pasternàk, dal romanzo Il dottor Živàgo (1959), a cura di Antonio Sagredo

Pasternak e Mayakovsky
 .
Delle 25 poesie che Mario Socrate tradusse per pubblicarle nel novembre del 1957 in prima edizione mondiale dall’editore Feltrinelli, scrive che sono “Poesie di Jurij  Živago”; mentre  A. M. Ripellino, che ne tradusse 8, scrive: “Dal romanzo Il dottor Živàgo” (1959), marcando una distinzione tra il personaggio e l’autore. Di queste 25  ne scelsi 17, quasi 40 anni fa, che tradussi e che dopo  alcune rivisitazioni abbandonai  perché distratto e pressato da altri studi e impegni della quotidianità.
  Clara Strada Janovic, in un recente pubblicazione, quasi giustamente osserva, nella prefazione al testo tradotto e pubblicato (Feltrinelli, 2018) che “I versi del protagonista non sono un’appendice, bensì sono un complemento del racconto in prosa che li precede . Anzi, il rapporto tra le parti del romanzo può essere rovesciato: i versi finali come momento essenziale, rispetto ai quali la narrazione costituisce, a modo di introduzione, la biografia del loro autore, il dottor Živàgo. O di Boris Pasternak? Infatti le poesie del dottor Živàgo sono l’estremo frutto della creatività di Pasternàk, l’estremo approdo della sua visione di sé e del mondo, e sono da lui donate al suo eroe”.
   Si può essere quasi d’accordo con tutto, ma con l’appunto che se sono questa poesie “ l’estremo frutto della creatività di Pasternàk”, non certo sono il suo miglior frutto. E di certo se sono” l’estremo approdo della sua visione di sé e del mondo , e sono da lui donate al suo eroe”, per quanto mi riguarda – se estremo vale cronologicamente come  ultimo approdo – va bene; ma quanto alla estrema visione “di sé e del mondo”, se davvero era estrema non coincide affatto con una elevata visione della Poesia o della sua: questo era appannaggio delle sue prime raccolte.
E non sono nemmeno certo se il poeta Pasternàk le ha “donate al suo eroe”, poiché è risaputo che il poeta è un fingitore! (Pessoa). Dunque, sollecitato dal direttore di un blog che voleva una poesia sul Natale per pubblicarla, mi sono ricordato dei versi de “La stella di Natale” di Pasternàk, che ho letto e rivisitato ancora una volta; e poi sodisfatto del risultato mi son detto se valeva ancora la pena di rivisitare tutte quelle 17 che avevo scelto allora; tranne ovviamente quelle tradotte da A. M. Ripellino nel 1959.
   Mi son messo di nuovo al lavoro e armato della mia conoscenza del poeta (ho curato i tre Corsi di A. M. Ripellino rispettivamente su Majakovskij, Pasternàk e Mandel’štam con centinaia di note allo scopo di saperne mai abbastanza) e con la passione, la devozione, senza inventarmi nulla, con la lezione che la mia stessa poesia mi ha sempre donato: immaginazione più l’estro stilistico che la distingue… mi son messo dunque alla ricerca del loro “duende” (secondo quanto intende F. G. Lorca),  e il tutto contraddistinto dal dettame dello stesso Pasternàk a proposito del lavoro del traduttore, e cioè che :
Il traduttore non deve fare il calco dell’oggetto che copia, ma dare la forza vitale di questo oggetto tramutando una copia in un’opera originale, che viva a livello dell’originale in un altro sistema linguistico. Noi non rivaleggiamo con nessuno nel tradurre, curando le singole righe, ma disputiamo con intere costruzioni. Noi vogliamo assoggettare tutto quello che traduciamo al nostro sistema personale di linguaggio. I rapporti tra l’originale e la traduzione devono essere un rapporto fra base e derivato, fra tronco e pollone; la traduzione deve emanare da un autore, il quale abbia provato l’azione dell’originale molto tempo prima del lavoro di tradurre. Essa deve essere frutto dell’originale, ma anche sua conseguenza storica”.
  Adesso che il mio lavoro è terminato e rileggendolo ancora posso dirmi davvero sodisfatto. La lettura di queste 17 poesie scorre leggera anche nelle profondità e nelle complessità delle metafore e delle metonimie ecc., dei concetti, delle atmosfere tipiche del poeta… talmente leggera e comprensibile all’ascolto che si adatta perfettamente ad essere  declamata con un recitar-cantando beniano.
Otto di queste poesie sono state già pubblicate sul blog Poliscritture di E. Abate. Spero allora che queste mie traduzioni libere, e “liberate” da certe incrostazioni traduttive-stilistiche, possano suscitare un apprezzamento e, se non, almeno curiosità, non solo verso i lettori, amatori della Poesia, pure presso gli studiosi. Aggiungo che alcune poesie dello Živàgo sono state anche tradotte dal polonista e russista Paolo Statuti; dallo scrittore Paolo Ruffilli, e infine dalla stessa Clara Strada Janovic.
*
Ancora di questi tempi, anni ’70, è usanza che i bambini portino alberi di Natale ai cimiteri. Tanto ricorrente questo tema che vi è una poesia di Andrej Voznesenskij (1933-2010), intitolata Alberi di Natale: Ali / a reazione / di alberi / sfondano i soffitti… / e l’irruenza dell’albero / è come una donna nel buio / tutta nel futuro / tutta perle / con gli aghi sulle labbra. Vedi anche il Corso monografico su Majakovskij del 1971 di A.M.Ripellino op.cit., p. 76. Nel Natale di Majakovskij c’è un risentimento verso questa festività, tant’è che dice: ”Ci sarà un pieno Natale/ Così che/ persino/ si avrà noia di celebrarlo.”, ma siamo nel 1916! – Il poeta Pasternàk torna, da una passeggiata nel bosco – forse c’è stata una bufera di neve – verso casa, e si vede lui stesso come albero di Natale in movimento (4°, 5° e 6° verso). Siamo vicino ai giorni di Natale, e tutto è visto dagli occhi del poeta come evento puramente festoso: egli ama il tepore della casa, della sua camera, e quello dei parenti che gli si stringono intorno con tutte le dicerie e chiacchiere tipici del periodo natalizio. È, dunque, tutto visto, come con un occhio di bue teatrale più che cinematografico, ma non vi sono lampi di luce che saettano di qua e di là, i quali sono invece armonici e partecipano essi stessi all’evento; e mettono in evidenza ciò che si svolge fuori, come quinte esterne (le mele, i pini, il giardino, ecc. e i profumi e gli aromi relativi), mentre all’interno si muovono personaggi e cose umanizzate, recitando le rispettive parti natalizie; e ogni cosa (al melo le mele) e ogni persona, al loro posto; così le camere sono cosparse di profumi. Non c’è dissonanza, non ci sono urli, e tanto meno infelicità e tristezze, ma solo contentezza intima, privata, che traspare anche dai volti dei famigliari e degli ospiti. E poi le figure femminili vestite a festa che irrompono e che sono motivo per il poeta di “attrazione femminile che continuerà ad essere associata nell’immaginario pasternakiano al profumo degli agrumi. Nella famosa festa dell’albero di Natale dagli Sventickij Juij Živago s’inebria del profumo dei mandarini e di Tonja, premendo alle labbra il fazzoletto di lei. Ma già nell’Infanzia di Ženja Ljuvers la sensualità della madre passa alla figlia per mezzo di uno spicchio di mandarino che la rinfresca durante il viaggio nel treno”, in Boris Pasternàk, Il soffio della vita, op. cit., nota 53, p. 82; prefazione di Evgenij Pasternàk. La camera di lavoro di Pasternàk così è descritta da suo fratello Aleksandr Leonidovič: “La sua camera, già nella giovinezza, era un esempio di rara severità, di semplicità e di vuoto: un tavolo, una sedia uno scaffale per i libri. Nessun quadro, nessun oggetto d’abbellimento,. Era rimasto così anche dopo, nelle varie fasi della sua vita. Non l’ho mai conosciuta altrimenti”, in Boris-Aleksandr-Evgenij Pasternàk, La nostra vita, op. cit., p. 142. La foto di copertina di questo libro ritrae il poeta nella sua camera; si evince anche che era mancino (!?). In una seconda foto (parte inferiore della copertina) compaiono i fratelli Pasternàk con la loro madre durante una villeggiatura estiva. Il valzer a cui si riferisce Pasternàk è probabilmente quello del compositore viennese Joseph Lanner (1801-1843); ma pensiamo anche ai valzer polacchi, di cui si sentì molto attratto! Poesia gioiosa, che contrasta con un anno che ha colpito duramente il poeta, p.e. dalla morte per suicidio della Cvetaeva il 31 agosto del 1941 qualche giorno dopo aver saputo della morte di suo marito Sergej Efron.
  Pasternàk  reagisce nella maniera che gli è più congeniale: rivolgendosi alla Natura, vivificando in essa ogni creatura umana felice o infelice che sia stata; reagendo con serenità alle vicende belliche in corso (l’8 settembre del 1941 comincia l’assedio di Leningrado che termina con la vittoria russa il 27 gennaio 1944), contrapponendo alla tragedia la sua visione ottimistica, ma non certo per calcolo o opportunismo: è che il poeta guardava al dopo, quando tutto è già passato, tant’è che una sua raccolta di fine guerra s’intitola Quando il tempo si rasserena. In una poesia di questa raccolta Dopo la tempesta di neve più che simbolicamente nei primi due versi così dice: “Appena la tempesta s’è calmata,/tutt’intorno subentra la quiete”.
  Fedele a un suo principio che detta “si vive per vivere e non per prepararsi a vivere”, va avanti così tutta la sua vita; ed è quasi una risposta, forse polemica, all’amico Majakovskij tutto proiettato nel futuro, perché “malato di futuro” scrive nella sua Autobiografia Pasternàk. Queste  poesie qui presentate  sono poesie dolorose per  la Crocifissione e gioiose per la Risurrezione del Cristo, poesie per la Natura, per la Storia, per l’Uomo, e infine per la Poesia stessa.
(Antonio Sagredo, dall’Ombra delle Parole del 25 dicembre 2020)
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Separazione

Fissa un uomo dall’entrata gli interni
e non riconosce le stanze.
La partenza di lei fu come una disfatta.
E su ogni cosa segni di scompiglio.

E in ogni camera una desolazione.
E per le copiose lagrime non distingue
quanto è angosciosa la rovina,
e quanto per una inattesa emicrania.

E dal mattino che gli risuonano le orecchie.
E non sa se è cosciente, o sogna?
E perché gli ritorna in mente
il mare come pensiero ricorrente?

Fuori, più in là della brinata alla finestra,
– non si manifesta più il mondo di Dio,
presente è l’ infelice mestizia
simile a un mare desolato.

Di certo lei gli era tanto cara
in ogni sua movenza,
come alle onde sono cari gli arenili
lungo i margini della risacca.

Sono sommersi i giunchi
dai marosi dopo la burrasca,
così le sue sembianze e forme
giù nel fondali della sua anima.

Negli anni e nei tempi delle avversità
e di una esistenza inconcepibile,
la furia di un’onda della sorte
l’aveva riportata su dal fondo .

Era lei tanti ostacoli da non contarli,
abbattendo ogni lusinga,
la stessa onda le aveva data la forza
di stringersi a lui intimamente.

E, decisa, infine è partita,
è stata obbligata, forse.
La separazione logora tutti e due,
il tormento li azzanna fino alle ossa.

L’uomo è cauto e guardingo:
osserva il disordine che lei, prima
di andar via, ha causato…
il comò è svuotato.

Lui fa ordine, è quasi buio,
tutto rimette a posto come prima,
anche le stoffe disseminate ovunque
e pure un modello di taglio.

Ma con un ago lasciato
sul cucito si è punto,
ricorda che pure a lei capitava
e comincia a lacrimare di nascosto.

Convegno

La neve ammanta già le contrade,
s’accumula sui tetti sghembi.
Esco fuori per distendermi,
io ti vedrò dalla soglia:

avvolta nel pastrano autunnale
non hai cappello e né calosce,
che combatti sola col tuo smarrimento
e schiacci la neve che hai sulle labbra.

Gli alberi e i recinti
nell’oscurità si appartano.
Sola, nei turbini della neve,
sei immobile in un cantuccio.

Minuti rivoli d’acqua dai tuoi capelli
fin sulle maniche, dietro la piega.
Tutta la chioma è un luccichìo
di goccioline di rugiada.

Ma solo un ciuffo dorato
ti ravviva il volto,
il fazzolettino e la figura
e il tuo piccolo cappotto.

Sulle tue ciglia acqua e neve,
negli occhi tuoi il tormento,
e tutta la tua figura è fusa
come in un solo ammasso.

Quasi che con un pezzo di ferro
impregnato d’antimonio
t’avessero segnata
a righe sul mio cuore.

E s’è stampata per sempre
la dolcezza di quei segni,
e adesso poco m’importa
che la terra abbia un cuore di pietra.

Ed è così che s’è divisa in due
l’intera notte nevosa
e non sono capace nemmeno
di segnare un limite tra me e te.

Perché, chi siamo e di dove,
noi due già assenti alla terra,
quando solo le maldicenze
restano di questa epoca?

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La stella di Natale

L’inverno tormentava ogni cosa.
Dalla steppa il vento urlava senza requie.
Nella grotta, sul fianco della collina,
il nuovo nato aveva freddo.
Il fiato del bue lo scaldava.
C’erano nella grotta
altri animali mansueti
e sulla culla si spandeva un mite tepore.

I pastori assonnati scuotevano dai mantelli
la paglia dai giacigli e i granelli del miglio,
e scrutavano dai burroni
gli spazi della mezzanotte.
In lontananza, sepolte dalla neve: la pianura,
le pietre tombali dei cimiteri, le staccionate,
le stanghe dei carri che scorgevi nella neve,
e il cielo stracolmo di stelle incombeva sul camposanto.
E così vicino da non averla mai veduta
più umile, più discreta di un lucignolo
alla finestrina di un riparo
una stella luccicava sulla via di Betlemme

Ardeva come un pagliaio
lontana da Dio e dal firmamento,
ardeva come i bagliori di un incendio,
i fuochi di una masseria e un granaio in fiamme.
Spiccava come un covone incendiato
di paglia e di fieno
vagante per l’intero universo
turbato da quella nuova stella.
Da ogni parte intorno a lei si spandeva un fulgore
rossastro sempre più ardente e colmo di presagi,
e tre astrologhi si presentarono
al richiamo di misteriosi fuochi.

Una carovana di cammelli portava doni a non finire.
Piccoli e bardati asinelli, da sembrare più piccoli
mentre scendevano dal monte.
E, in una inspiegabile visione di tempi così imminenti,
si mostravano nelle lontananze tutte le cose che poi si compirono.
Tutto ciò che fu pensato nei secoli, tutti i sogni e i mondi,
tutto il futuro delle gallerie e dei musei,
tutti i giochi delle fate e le opere dei maghi,
e del mondo tutti gli alberi di natale, tutti i sogni dei bambini.
Tutte le ghirlande e il tremolio di tutte le candele accese,
e le meraviglie dei variopinti sfolgorii…
– e sempre più pungente e rabbioso il vento flagellava dalla steppa…
– tutte le mele e i globi dorati…
Dietro gli ontani si scorgeva un pezzo dello stagno,
lo si vedeva di là anche dal lato opposto
oltre i nidi dei corvi e le cime degli alberi.
E lungo il terrapieno si riconoscevano
i pastori, gli asini e i cammelli.
”Inchiniamoci davanti al miracolo, andiamo, andiamo anche noi”
così parlarono allacciandosi i mantelli.
Camminando nella neve si scaldavano.
Le impronte di nudi piedi era una lunga traccia di lamine lucenti,
una guida alla capanna attraverso la pianura scintillante.
E contro quelle impronte, come presso la fiamma di un moccolo,
i cani latravano ai raggi della stella.

Sembrava una fiaba la notte gelata:
per tutto il camino se ne veniva giù dai monti
innevati qualcuno che era, fra loro, invisibile.
I cani erano inquieti e guardinghi ,
e timorosi s’accucciavano ai piedi dei pastori.
Procedevano uniti alle genti per quella strada
degli angeli, per quelle contrade già conosciute.
Erano invisibili, come incorporei, trasparenti,
ma l’impronta del loro piede restava sulla via.

La gente si radunava sulla rupe. L’alba era vicina.
E già i rami dei cedri erano visibili.
Maria chiese a quelli chi fossero.
Risposero che erano pastori inviati dal cielo
e che erano lì per cantare a loro due le lodi.
Lei disse che eran troppi e di aspettare sulla soglia.
C’era una bruma cinerina fin dal primo mattino,
e qui mulattieri e allevatori battevano i piedi.
Chi camminava urlava contro quelli a cavallo;
e vicino al tronco cavo colmo d’acqua
i cammelli mugolavano e gli asini scalciavano.
I primi albori ripulivano il cielo
delle ultime stelle, come granelli di cenere.
Tanta era la gente che Maria fece entrare
soltanto i Magi traverso la soglia di pietra.
Luminoso il bambino dormiva in una culla di quercia,
pareva un raggio lunare entro un cavo tronco.
Non era avvolto dalla calda lana di pecora,
lo era dal respiro di un asino e dalle narici di un bue.

I Magi nell’ombra, al buio della capanna
balbettavano, erano ammutoliti.
Ma qualcuno in quel buio prese
con le dita uno dei tre Magi e lo spostò
a sinistra verso la mangiatoia;
quello si voltò indietro: e sulla soglia , come in visita
alla Vergine, mirava la stella di Natale.

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Miracolo

Si recava da Betania a Gerusalemme
gravato dalla malinconia dei presagi.
Sulla scoscesa un groviglio di arbusti inariditi.
Dovunque immobilità… il fumo di un rifugio,
l’aria rovente, i vimini inerti
e la totale bonaccia del Mar Morto.

E colmo di una mestizia più intensa di quella del mare
andava, quasi scortato da un minuto sciame di nuvole,
per una carreggiata polverosa verso un villaggio,
a un convegno di discepoli.

Si era già straniato nei suoi ragionamenti
che la campagna odorava d’assenzio per la tristizia.
Nel silenzio immobile soltanto la sua presenza.
E mentre la contrada, indolente, cadeva in un deliquio
ogni cosa si mescolava… il calore, il deserto,
le lucertole, i rigagnoli e le sorgenti.

C’era vicino uno sterile fico,
aveva soltanto rami e foglie.
Gli domandò: “A chi sei utile?
Che felicità mi dona la tua secchezza?

Ho fame e sete, mentre tu sei una pianta tanto arida,
che incontrarti è una miseria come col granito.
È un oltraggio la tua sterilità.
È la tua condanna per i secoli che restano”.
E il tronco del fico sussultò per la punizione senza appello.,
come per una scarica elettrica verso il parafulmine.
E l’albero in un lampo si incenerì.

Se le piante fossero state libere di crescere,
-le foglie, i rami, le radici e il tronco…
le leggi naturali forse qualcosa avrebbero realizzato.
Ma un miracolo è tale se è simile a Dio.
Quando siamo perduti e confusi, in balia del caos,
improvviso ci sorprende impreparati.

La terra

S’avventa con furia la primavera
nei palazzi di Mosca.
E dall’armadio volano via le tarme
per posarsi sulle pagliette,
e nelle cassepanche si rimettono le pellicce.

Alle finestre sui mezzanini
si mostrano vasi di fiori
e variopinte violacciocche,
e nelle camere circola un’aria nuova,
ma di polvere sono ricoperte le mansarde.

La strada ha relazioni confidenziali
con una finestra dischiusa,
e lì vicino al fiume non s’incrociano
il tramonto e la notte bianca.

E dalle corsie si percepisce forse
quel che avviene nello spazio,
e di che cosa aprile discute
con lo sgocciolìo in un imprevedibile discorso:
migliaia di cronache gli sono noti
che raccontano di condanne umane.
E sulle recinzioni sono ancora più ghiacciati
le prime luci delle albe e dei tramonti,
che si dileguano lentamente.

E fuori e dentro le mura domestiche
si fondono fiamma e sbigottimento.
E dovunque l‘aria è cambiata.
Anche i rametti dei salici sono cristallini,
pure le bianche gemme sono rigonfie,
dalle finestre ai crocicchi,
per le vie e nei cantieri.

Nella caligine perché singhiozzano gli spazi
e ha uno spiacevole aroma la terra?
La mia inclinazione è davvero questa singolarità
che quegli spazi non si rattristino,
e che al di là del più remoto sobborgo
la terra, sola e abbandonata, non si tormenti.

E quando già la primavera è alle porte,
giungono gli amici da me per un convivio,
e le serate insieme sono congedi
e i banchetti gli ultimi desideri:
perché l’arcana agitazione del dolore
infiammi il rigore dell’esistenza.

Pasternak

Boris Pasternak

Giorni cattivi

Quando entrò il Maestro a Gerusalemme
nell’ultima settimana
l’acclamazione fu totale e la gente
lo accolse con rami di palma.

E vennero giorni più foschi e spietati
perché nei cuori non c’era amore,
il cinismo inarca i sopraccigli,
e giunge l’epilogo, e la fine.

Il cielo era così piombato
che tutte le strade erano appiattite.
Intorno gli serpeggiavano come volpi
quei farisei in cerca di calunnie.

E dagli arcani poteri del tempio
fu dato in pasto alla plebaglia:
con grande fervore lo accolsero,
ora solo bestemmie e ingiurie.

Tutta quella feccia delle contrade
lo braccava con gli occhi dietro le inferriate,
ondeggiava per i tumulti sfrenati
in attesa del giudizio finale.

Circolavano voci dovunque
nei quartieri e altrove
e narravano come in sogno
la sua infanzia e la fuga in Egitto.

Ripensavano alla grande scoscesa
del deserto e alla rupe da dove
il Demonio lo lusingò con l’offerta
del potere su tutto l’universo.

Ricordavano il convito nuziale a Cana,
e i commensali turbati dal prodigio,
e il mare su cui avanzando a piedi
giunse alla barca tra la densa foschia.

E la calca dei bisognosi nella capanna,
che scendevano con la candela nel sottosuolo…
impaurita si spense all’improvviso
quando si levò il richiamato in vita.

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Maddalena

1.

E già notte e accanto c’è il mio demone…
il castigo per il mio trascorso.
Si appressano e mi azzannano il cuore
le visioni passate della depravazione,
quando, in balia dei desideri virili,
ero una stolta invasata
e i vicoli erano il mio rifugio.

Resta pochissimo tempo,
soltanto dopo ci sarà un riposo mortale.
E prima che il tempo di nuovo s’incammini
la mia esistenza già alla fine,
come un vaso d’alabastro,
distruggo davanti a te.

Oh, e ora dove dovrei essere
mio Maestro e mio Salvatore,
se nelle ore notturne sono vicino a un tavolo
dove l’eternità mi attende impaziente,
come un nuovo avventore sedotto,
da me, nella trama del mestiere.

Ma ascolta, che significa traviamento
e morte, dannazione, fuoco e zolfo,
quando sotto lo sguardo di tutti
con te, come un germoglio a un ramo,
mi sono unita nella mia sofferenza sconfinata.

Quando tu, Maestro, distendi
i tuoi piedi sulle mie ginocchia,
imparo forse ad abbracciare
la trave della croce
e, nello sconvolgimento dei sensi, sulle tue spoglie
accorro impaziente per provvedere alla tua sepoltura.

Maddalena

2.

Prima delle celebrazioni si fanno le pulizie.
Lontano dalla confusione
io spalmo con l’unguento del vaso
i tuoi piedi incorrotti.

Ho perso i sandali.
Sono accecata dalle lagrime.
In un panno sugli occhi sono finiti
ciuffetti dei miei capelli sciolti.

Sull’orlo della sottoveste ho posato i tuoi piedi,
li ho lavati con le lagrime, Maestro,
con una collana di perle li ho fasciati
e avvolti in un mantello di capelli.

È talmente limpido il futuro
come sospeso da te…
è per questo anch’io prevedo
con profetico oracolo di sibilla.

Domani il tempio sarà svelato.
Noi tutti insieme riuniti, ma distanti,
e tremerà la terra sotto i piedi
spinta a compassione di me.

Si metteranno in riga i soldati,
i cavalieri si muoveranno.
Come una tempesta sul capo
verso i cieli si leverà la croce.

Cadrò di schianto sul luogo della tua esecuzione,
sarà di ghiaccio il cuore, mi strazierò le labbra.
Sarà così tanto smisurato il tuo abbraccio
che le mani stenderai fin dove la croce ha fine.

A quale scopo tanta vastità al mondo,
tanta inquietudine e così grandiosa forza?
Tante anime e esistenze in questo mondo?
Tante dimore, e fiumi, e foreste?

Ma finiranno questi tre giorni prodigiosi
e mostreranno una così sconfinata vuotezza,
che in questo spaventoso interludio
avrò conquistato la suprema compiutezza
per il tempo della resurrezione.

L’Orto del Getsemani

I bagliori di stelle remote scagliavano
una luce impassibile agli angoli della via.
E la via circondava il Monte degli Ulivi
e scorreva, più in basso, il Chedron.

A metà via la radura era sbarrata,
quasi nascosta già si scorgeva la Via Lattea.
Ulivi d’argento e incanutiti cercavano
un passaggio nello spazio verso le lontananze.

Laggiù c’era un orto e un campo.
Allontanatosi dai discepoli, dietro il muro,
parlò: ” Dopo la morte l’anima è affranta,
trattenetevi qui e vigilate con me ”.

E rifiutò senza reagire,
all’onnipotenza e al dono dei miracoli,
come a beni avuti in prestito,
e divenne mortale come noi.

Le lontananze notturne somigliavano
alle sconfinate distese della distruzione e del nulla.
La vastità tutta dell’intero universo abbandonata,
soltanto l’orto era un luogo abitabile.

E mirando quei tenebrosi spazi senza fondo,
vuoti neri senza un principio e né una fine,
invocò il Padre suo in un sudore di sangue
perché via da lui s’allontanasse il calice mortale.

Mitigato dalla preghiera fu lo strazio mortale.
Dalla siepe tornò indietro,
ma i suoi discepoli distesi per terra,
dormivano a lato della via sull’erba.

Il Maestro disse:” Il Signore vi ha chiamati
a vivere con me e voi dormite come sassi.
Il figlio dell’uomo è giunto con la sua ora.
Lui stesso si consegnerà ai peccatori”.

Non finì di parlare che sbucò
una masnada di servi e di fannulloni,
con fiaccole e spade e a capo Giuda
con sulla bocca il bacio del tradimento.

Pietro reagì agli scherani con la spada
e tagliò un orecchio a qualcuno di loro.
Ma una voce disse:” La questione non si risolve col ferro,
la spada ritorni al suo posto.

Tu credi che non m’avrebbe difeso il Padre mio,
lui, a capo di legioni d’angeli, senza una spada per me?
Perché al solo vedermi i nemici, incapaci,
sarebbero fuggiti senza nemmeno avvicinarsi.

Ma il libro della vita ha fine alla pagina
più rara di qualsiasi bene sacro.
E quel che fu scritto è pronto a compiersi,
consenti che sia compiuto. Amen.

La successione dei secoli ricorda una parabola
e può incendiarsi durante il rapido cammino.
In nome della sua terrificante nobiltà
mi calerò nel feretro fra desiderati patimenti.

Sarò nella bara e il terzo giorno risusciterò,
e come i barconi che affrontano le acque impetuose
e come in riga per il giudizio finale
mi verranno incontro i secoli dall’oscurità.

Antonio Sagredo è nato a Brindisi il 29 novembre 1945 (pseudonimo Alberto Di Paola) e ha vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: «Malvis» (n.1) e «Turia» (n.17), 1995, Zaragoza. La Prima Legione (da Legioni, 1989) in Gradiva, ed.Yale Italia Poetry, USA, 2002; e in Il Teatro delle idee, Roma, 2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile.Come articoli o saggi in La Zagaglia: Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in Rivista di Psicologia Analitica, 1984,(pseud. Baio della Porta): Leone Tolstoj le memorie di un folle. (una provocazione ai benpensanti di allora, russi e non); in «Il caffè illustrato», n. 11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74. (A. Di Paola) (una carrellata di quella stupenda stagione teatrale).Ha curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema: Tumuli di Josef Kostohryz , pubblicato in «L’ozio», ed. Amadeus, 1990; trad. A. Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi: Edison (in L’ozio, & ., 1987, trad. A. Di Paola), e Il becchino assoluto (in «L ozio», 1988) di Vitězslav Nezval; (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová).Traduzioni di poesie scelte di Kateřina Rudčenková, di Zbyněk Hejda, Ladislav Novák, di Jiří Kolář, e altri in varie riviste italiane e ceche. Recentemente nella rivista «Poesia» (settembre 2013, n. 285), per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar Březina– La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Otokar Březina a Antonio Sagredo), trad. A. Di Paola e K. Zoufalová.

13 commenti

Archiviato in poesia russa del Novecento

13 risposte a “Nove poesie di Boris Pasternàk, dal romanzo Il dottor Živàgo (1959), a cura di Antonio Sagredo

  1. Pasternàk era un poeta dell’anima. Per quanto riguarda la scrittura i suoi romanzi, saggi, opinioni lasciano più il segno. Le sue poesie sono, appunto, un moto dell’anima.

  2. va dato atto ad Antonio Sagredo di aver ricreato in lingua italiana la poesia di Pasternàk che è, notoriamente, intraducibile in altre lingue per via delle impervie difficoltà di riproporre in un’altra lingua la sinfonia molto complessa che presiede la sua poesia in lingua russa. Me lo diceva sempre anche Donata De Bartolomeo che tradurre Pasternàk è una impresa disperata e che soltatno un pazzo si può cimentare nel tentativo, ma Antonio Sagredo c’è riuscito, con un mix di audacia e spericolatezza e perizia linguistica, e anche con un alto quoziente di divina follia…

  3. milaure colasson

    Un Grande Bravo al traduttore poeta Antonio Sagredo, per la prima volta ho potuto leggere una traduzione delle poesie di Pasternak in italiano che rende in pieno il merito al poeta russo.
    Recentemente ho lettole traduzioni delle poesie di Pasternàk pubblicate da Passigli, devo dire che nonostante la buona volontà del traduttore gli esiti non sono stati edificanti. Pasternak è difficilissimo da rendere in un’altra lingua se non si ha il coraggio di inventare un altro linguaggio e allontanarsi dal rispetto della traduzione letterale.
    Così va bene.
    Spregiudicato ed abile Sagredo nella traduzione con del talento innato…

  4. Ricevo e pubblico da Donata De Bartolomeo questo commento:

    ll mio più sincero apprezzamento ad Antonio Sagredo per queste traduzioni di uno dei miei poeti prediletti. Credetemi, non è da tutti riuscire a rendere in italiano la musicalità del testo russo, la complessità della lingua e delle immagini ma Antonio ci è riuscito appieno . Nella introduzione a “Poesie” (Einaudi, 1963) A. M. Ripellino scriveva: “Non è agevole impresa penetrare nella selva intricata dei versi di P. fitti di similitudini e di allusioni non sempre decifrabili….Ciò che più colpisce nella poesia di P. è la proliferazione delle immagini spesse e tangibili, che si ingorgano e premono l’una sull’altra in un dinamismo irrefrenabile. Certe quartine sono stipate di oggetti come un vagone dei traslochi.”
    Tradurre Pasternak, forse, più che l’impresa di un pazzo è un grande atto d’amore…
    Grazie,
    Donata De Bartolomeo

  5. Jacopo Ricciardi

    Come la narrazione riesce vibrante! Non si sente il peso della struttura del verso e dei versi, e il raccontato riesce ad accadere ora, alla lettura, trovandosi immersi nel suo corso. Un’esperienza notevolissima questa traduzione, nella quale la punteggiatura si è ritirata al minimo. Pasternak mantiene il largo respiro di una narrazione in poesia (quasi stessimo leggendo Victor Hugo) ma trattenuta in una logica tutta novecentesca che punta alla brevità, al lirico sintetico. Il miracolo è che la narrazione non ne risulta mutilata, o diminuita, o soffra di uno sforzo riducente. Pasternak utilizza la vicenda biblica di Gesù per raccontarci altro, quindi la narrazione ariosa e esteriore è con la sua ariosità contenuta senza sforzo in un’interiorità che è a sua volta racconto. Queste scatole cinesi permettono di mantenere in vita l’aria di una narrazione nel fulmine di un’interiorità; quindi l’aria trovata in un fulmine sembra essere proprio ciò che meglio corrisponda all’essere che si forma in quanto racconto, più che a un mero uomo corporeo. In effetti accade un miracolo con queste poesie: avviene che si percepisca la realtà simile a un processo di smaterializzazione, in cui un racconto dipende da un altro racconto e così via, piuttosto che si confermi costituita da certezze fisiche. 

  6. Agli elogi di Milaure Colasson, di Giorgio Linguaglossa, di Jacopo Ricciardi e di Donata De Bartolomeo vorrei aggiungere il mio.
    Desidero fare mio il commento della De Bartolomeo, studiosa della letteratura russa e grande traduttrice di alcune voci della poesia russa (forse meglio sovietica) la quale scrive:
    “Il mio più sincero apprezzamento ad Antonio Sagredo per queste traduzioni di uno dei miei poeti prediletti. Credetemi, non è da tutti riuscire a rendere in italiano la musicalità del testo russo, la complessità della lingua e delle immagini ma Antonio ci è riuscito appieno . Nella introduzione a “Poesie” (Einaudi, 1963) A. M. Ripellino scriveva: “Non è agevole impresa penetrare nella selva intricata dei versi di P. fitti di similitudini e di allusioni non sempre decifrabili….Ciò che più colpisce nella poesia di P. è la proliferazione delle immagini spesse e tangibili, che si ingorgano e premono l’una sull’altra in un dinamismo irrefrenabile. Certe quartine sono stipate di oggetti come un vagone dei traslochi.”
    Tradurre Pasternak, forse, più che l’impresa di un pazzo è un grande atto d’amore…”) e segnalare lo straordinario valore di queste traduzioni di Antonio Sagredo, forti come sono di immediatezza espositiva,
    di nitidezza di immagini, di forza metaforica e musicale, ecc.

    Anche per tali qualità le traduzioni sagrediane si impongono sia su quelle di Mario Socrate, legate troppo al gusto estetico del suo tempo, sia su altri tentativi decisamente mal riusciti come quelli recenti di Ruffilli…

  7. Poesia che si distingue nel ‘900 anche perché scevra di angoscia. Ciò è dovuto al ritmo calmo della sua scrittura. E mi sembra che Antonio Sagredo abbia ben assecondato questa caratteristica.

  8. Purtroppo non conosco il russo, dunque non sono in grado di valutare la difficoltà e lo slancio generoso dell’impresa di Sagredo, ma lo ringrazio per queste traduzioni, come per le altre otto pubblicate su Poliscritture.
    Queste poesie, con il loro slancio verso l’azzardo, per una perfetta corrispondenza di pathos e di tono smuovono dal fondo della memoria le atmosfere živaghiane, dove la vita emerge in primo piano “e nello stesso tempo si allontan[a] sul fondo, si rifugi[a] nella natura, attorniandoci come un bosco fragrante ma tenebroso, sparso di luci, radiazioni e messaggi intermittenti” (Garboli).
    Dice Živago (cito a memoria) che ha sempre inteso le parole di Cristo sulla vita eterna in un senso diverso, ed è il senso che appare nelle poesie a tema “religioso” come nelle altre: un evento mai concluso che si svolge sempre di nuovo in un presente che non è mai superato. Così la Maddalena del quadro di Georges de la Tour, che “nelle ore notturne [è] vicino a un tavolo / dove l’eternità [l’]attende impaziente”, rimarrà per sempre sull’orlo di quell’eternità, in un unico istante compresente in cui rompe il vaso di alabastro, spalma con l’unguento i piedi incorrotti del Cristo che tiene sulle sue ginocchia, e prevede ciò che avverrà “con profetico oracolo di sibilla”.
    Per rendere la compresenza nell’istante, l’attimo sospeso sul baratro dell’indicibile, e tutte le cose e i fenomeni che esso attira a sé con la forza di una rivelazione folgorante, è necessaria una lingua che sia al tempo stesso precisa, modellata sulla calma delle cose e degli oggetti, e tanto potente da attirarli in un vortice che fa capo all’avvento dell’eternità. La lingua di Sagredo riesce in questa scommessa.

  9. antonio sagredo

    Il traduttore ringrazia gli “interventisti” e per il loro entusiasmo che ancora (ed è un conforto) mostrano verso Pasternàk e dimostrano verso il traduttore, consapevole di aver fatto un buon lavoro.
    Certo gli accademici, e gli ex-accademici (già in pensione) tranne qualche rara eccezione ( e la ringrazio), non scriverebbero mai “consapevole”, poiché temono dapprima se stessi a causa di un probabile errore (e ne fanno!) che potrebbe offuscare la loro fama davanti ai posteri.
    E’ ben scritto quando mi si dice che ho la “passione” e altro, talvolta è un ingenuo coraggio affrontare una traduzione, e tutto sommato è una sfida d’affetto anche fraterno verso il poeta che si traduce (come per esempio decenni e decenni fa per un poeta ceco-moravo (forse più difficile di Pasternàk) oggetto della mia tesi: Otokar Brezina (in questo blog presentato).

    ebbene, grazie a tutti
    antonio sagredo

  10. vincenzo petronelli

    Complimenti vivissimi ad Antonio Sagredo per queste traduzioni. Amo Pasternak ed avendolo letto queste poesie ormai svariati anni fa in russo, riconosco ad Antonio uno straordinario acume, che rilancia una vecchia questione sempre aperta, relativa alla traduzione letteraria e soprattutto poetica. Di fatto Antonio ha ricreato l’universo di Pasternak, esaltando la sua visionarietà ed il suo pathos lirico, il baluginio folgorante, icastico dei suoi versi ed al tempo stesso il suo ritmo intenso, la sua complessa costruzione metaforica. Questo lavoro certosino di Antonio ci conferma che la vera traduzione poetica, specie quando si prefigge di creare un ponte fra aree linguistiche – e conseguentemente . tradizioni poetiche tra loro diverse – non possa che essere a sua volta elaborazione poetica e creativa. Un saluto a tutti gli amici dell’ Ombra.

  11. antonio sagredo

    Ben detto caro Vincenzo.
    Quanto riguarda la traduzione in se stessa la lezione “traduttiva” del poeta è nella presentazione e non posso che essere d’accordo con lui. Poi dietro di me come Angelo c’è il Maestro Ripellino che mi guida e illumina. Devo confessarTI che quando cominciai tanti anni fa la traduzione e ora prima del Natale trascorso la rivisitazione, mi appellai , per ricevere conforto, ad entrambi, Nessun slavista è capace anche per umiltà verso se stesso e poi verso il poeta che si accinge a tradurre, di realizzare questo genere di preghiera: è la poltrona la loro condanna!
    Ma vi sono delle eccezioni. Conosco tutti gli allievi di Ripellino: pochissimi di loro – col tempo noti slavisti e taluni anche bravi – sono dalla mia parte.
    Devi sapere che ho curato tre Corsi del Maestro: Pasternàk, Majakovskij e Mandel’stam arricchendoli di centinaia di note::: nessun slavista ha avuto l’ardire di fare
    Io chiedo “indulgenza” come la chiedeva Ripellino, che così scrive:
    ” A. M. Ripellino presenta nel 1957 questa sua fatica traduttiva, dei versi di Pasternàk, chiedendo “indulgenza per le inevitabili sviste, per le trovate inerti, per le interpretazioni discutibili”; e continua “ Molte volte, dopo torture interiori e ripensamenti e continue trasformazioni, l’ultima soluzione non era forse la migliore. Ma in qualche caso né lo stesso poeta né i suoi amici riuscirono a chiarirci le zone oscure.”

  12. vincenzo petronelli

    Ti ringrazio infinitamente per la tua risposta e per averci aperto lo scrigno della tua formazione, così ricca di insegnamenti, esperienze, attività ed incontri. Conosco anch’io molto bene il mondo universitario, non solo italiano, per essere stato ricercatore nell’ambito storico-antropologico – e per quanto riconosca, come giustamente tu stesso affermim che ci siano delle lodevoli eccezioni – so benissimo come il “poltronismo” e l’auto-referenzialità sia una vera cancrena che affligga il nostro universo accademico, Grazie anche per i tuoi riferimenti al grande maestro Angelo Maria Ripellino, figura a mio avviso trascurata nel nostro panorama poetico a causa, non solo della generale scarsa cultura poetica di un paese in cui la cultura poetica è ancora ferma a Carducci, ma anche per la scarsa considerazione riservata da sempre in Italia alla figura – in realtà fondamentale – del traduttore. Un caro saluto.

  13. Pingback: VISTI DA UN POETA. Tre medaglioni di Antonio Sagredo – Dalla mia tazza di tè

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