Le conseguenze sulla Poiesis della ontologia positiva, Peter Sloterdijk, La microsferologia, Mikrosphärologie, lo sviluppo degli spazi dell’intimità e dell’interiorità, La poesia posiziocentrica dell’io, Poesie di Milaure Colasson, Francesco Paolo Intini

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa, L’essere è ciò che si dice

Può sembrare una annotazione minimal, laterale. Avevo letto quella definizione di «ontologia negativa di Heidegger: “l’essere è ciò che non si dice”», tanti anni fa. E non ero riuscito a capire tutta la portata che conteneva. Poi, leggendo alcuni filosofi di oggi e, in particolare, L’aporia del fondamento (2009) di Massimo Donà, mi sono reso conto che la scoperta di essere giunti ad una ontologia positiva: «l’essere è ciò che si dice», ha conseguenze rivoluzionarie anche sui linguaggi artistici. È stato come un fulmine.

Allora, ho ripensato a tutti i miei tentativi poetici di questi ultimi 35 anni, e tutto mi si è fatto chiaro: la ricerca di un nuovo modo di espressione, che sia sul piano delle arti figurative, musicale e letterario, non può non poggiare su questo punctum fermissimum: l’ontologia positiva.

Mi meraviglia che questo piccolissimo assunto sia sfuggito ai commentatori della rivista, ma qui siamo veramente alla presa di coscienza di una rivoluzione copernicana delle pratiche artistiche.

– l’Essere è ciò che si dice

– è la Circolarità Ermeneutica che presiede il dialogo;

– è il dialogo che apre alla soluzione problematologica;

-il dialogo è l’essenza della poiesis;

– l’incontro è sempre un incontro con l’Altro, l’Altro e l’alterità sono componenti essenziali della poiesis;

– “θεραπεύεσθαι δὲ τὴν ψυχὴν ἔφη, ὦ μακάριε, ἐπῳδαῖς τισιν, τὰς δ’ ἐπῳδὰς ταύτας τοὺς λόγους εἶναι τοὺς καλούς” “L’anima, o caro, si cura con certi incantesimi, e questi incantesimi sono i discorsi belli” Platone nel Carmide – 157/a;

– “Il linguaggio è la casa dell’essere e nella sua dimora abita l’uomo”, Martin Heidegger;

– “L’essere, che può essere compreso, è linguaggio”, H.G. Gadamer;

– la relazione è fatica ed implica che “dire è u-dire”, Umberto Galimberti.

Foto selfie Jack NicholsonMilaure Colasson

Vert de l’ eucalyptus
Rose pale de la rose
Dans la transparence
D‘ un petit verre d‘ eau de vie
Sous l ‘ éclairage d ‘ une lampe de chevet
Sérénité

Oiseaux noirs des campagnes
Leurs cris étranglés
Les corbeaux

La mélancolie sonore
D‘ Erik Satie
Te vide de toute pensée
………………écoute

Une bande de rats
Vêtus de jeans troués
Fumaient des havanes
………pas des prolétaires

Perdre la vue
Michel Onfray
Comment dormir
Comment……………
Comment………………….. 

*

Verde dell’eucalipto
Rosa pallido della rosa
Nella trasparenza
d’un bicchierino  di acquavite
sotto la luce della lampada accanto al letto
Serenità

Uccelli neri delle campagne
le loro grida soffocate
I corvi

La malinconia sonora
D’Erik Satie
Ti svuota di ogni pensiero
….. ascolta

Un branco di ratti
vestiti di jeans bucati
fumavano degli avana
……..non proletari

Perdere la vista
Michel Onfray
Come dormire
Come………..
Come………..

(Traduzione di Edith Dzieduszycka)

Francesco Paolo Intini

[Le visceri di Cartesio]

                                   (a proposito della poesia di Marina Petrillo)

Rimase immobile tentando di mangiarsi le visceri
Non s’era mai visto una bottiglia prendere sul serio

La dannazione della propria anima
e rigirarla a perfezione,

Il tempo fa giochi di concia
poi passano le condanne a lasciare

Argomenti che diventano Si o No.
Essere cristallo, una risposta semplice al nulla.

Lo sguardo impietrito di Dio dal cielo di Michelangelo
l’immortalità e la damnatio del lavoro.

Si va per catene di montaggio fino al quarto cielo
Qui si attendono istruzioni su come interpretare le fondamenta.

Alzano la mano i poveri di spirito. Paolo è atterrito.
Gli altri rimangono nella contestazione.

Questa volta non c’è nulla da trasformare
Gli esperimenti dunque non hanno senso.

Azzerare tutto è improbabile
Si viaggia per teoremi su come eliminare la memoria.

La termodinamica non sbaglia un colpo.
Rimane solo l’osservatore dunque e il gioco fittizio di parole.

Ricostruire le possibilità dopo averle divorate
dove c’era lo spazio si metta il tempo.

Tra le quattro forze se ne trovi una
che dia impulso ad un istante

Essere uguale Nulla
Nulla che diventa Essere.

Facciamo un accenno al filosofo tedesco Peter Sloterdijk il quale svolge un discorso in molteplici excursus attingendo alla letteratura, alla psicanalisi e alle diverse forme d’arte figurativa, guardando all’arte non come qualcosa di omogeneo e fondato, non più possibile per la nostra epoca, ma come ciò in cui può ritrovarsi un atteggiamento autopoietico che non si lasci invischiare nella transitività dell’azione produttiva e del pensiero rappresentativo e dia mostra di sapersi convertire in una prassi esemplarmente decentrata e oblativa.
Il discorso di Sloterdijk è importante perché fornisce una sponda filosofica alla ricerca della nuova ontologia estetica per un’arte che non corrisponda più alla classica convenzione di una forma d’arte rappresentativa.
La poesia italiana, se vuole rinnovarsi, non può non prestare ascolto alla filosofia di oggi.

«Sloterdijk sostiene che in ambito estetico «l’opera d’arte può ancora dire qualcosa perfino a noi, che abbiamo disertato la forma, perché essa, in
maniera del tutto palese, non fa propria l’intenzione di opprimerci».1
I titoli dei volumi mostrano fin dall’inizio un’attenta sensibilità per le immagini materiali discusse nell’analisi psicanalitica del filosofo francese Gaston Bachelard, le cui opere vengono citate direttamente da Sloterdijk come una delle fonti principali dell’immaginario da cui vengono estratti i concetti psichici e filosofici di sfere. 2

La matrice dell’immagine è il fondamento del pensiero con cui Sloterdijk sviluppa il suo discorso, e lo accompagna per tutta la sua opera. Dalle immagini archetipiche, Sloterdijk ritrova un tesoro di espressioni da cui il pensiero attinge mantenendo sempre una visione d’insieme mediata dal vissuto psichico della dimensione inconscia. Sloterdijk attinge in diversi modi e tempi a tutta l’esperienza umana e non, contraddistinta, nel suo aspetto
essenziale e più accademico, da una ripresa ed estensione del volume heideggeriano Essere e tempo, per completare quel lavoro di ricerca del dove, che a detta dell’autore Heidegger ha interrotto bruscamente, preferendogli un chi. Sloterdijk quindi si preoccupa prima di tutto di fondare un
Essere e Spazio, e di farlo non solo attingendo alla filosofia e alla poesia, ma anche, tra gli altri, alla psico-ontologia di Jung. 3

Il suo scopo risulta nella presentazione di una filosofia ibrida alla ricerca di un fondamento archetipico oggettivo comune a tutti gli uomini, che ricalchi allo stesso tempo tutta la storia dell’Homo Sapiens, intesa come storia degli spazi psico-ontologici, dai primi sussulti di vita dell’embrione nell’utero materno ai grandi eventi cosmologici, trasformatori dei luoghi umani.

Il filosofo di Karlsruhe riprende l’immagine della sfera introducendo la sferologia (Sphärologie): lo studio di tutta l’esistenza umana, (pre-)individuale e collettiva, intesa come forma psicoantropologica sferica. Nella sferologia vengono distinte tre aree di studio, una per ogni volume.

La microsferologia (Mikrosphärologie) è lo sviluppo degli spazi dell’intimità e dell’interiorità, chiamati bolle, ricercati a partire dall’unità originaria prenatale tra embrione e grembo materno, precedente la costituzione di un vero e proprio soggetto. Sloterdijk si concentra qui brevemente sul noggetto (Nobjekte), una nuova classe ontologica di oggetti introdotta dal collega Thomas Macho, per indicare il rapporto mediale e bipolare che interessa il soggetto non ancora formatosi. Una relazione archetipica che va oltre la fenomenologia, esplorata attraverso la mistica indiana e la psicologia prenatale, che offre la struttura originaria su cui si modellerà poi la costituzione psichica dell’individuo e la sua esistenza nel mondo.
[…]
La prerogativa dell’immaginale è particolarmente rilevante qui, dato che Jung, Bachelard e Sloterdijk, ma anche Nietzsche e Heidegger, parlano e raccontano con immagini non nel senso di metafore o allegorie, ma di realtà effettive che formano direttamente l’esperienza del mondo del soggetto.
L’immagine è incorporazione del reale, nella propria I interiorità come nel mondo esterno.5
[…]
Tra le immagini dell’archetipo del Sé legate alla terra, si vedrà che in particolare sono i motivi materni a sorgere. Questo perché, come già sosteneva
Jung, l’archetipo si sviluppa nello spazio attraverso il comportamento animale, come pattern of behaviour , una delle definizioni che ha sviluppato in particolare la collaboratrice e psicanalista Jolande Jacobi.
In perfetto parallelismo con Sloterdijk, che riprenderà lo stesso discorso, l’uomo riceve l’impressione archetipica del rotondo a partire da reminiscenze inconsce prenatali.
Dall’utero materno, esperito attraverso l’unione mistica e il processo di individuazione, si ricava la forma originaria per organizzare l’abitare umano.
Il tutto viene esposto sulla base dell’unus mundus, cioè la corrispondenza psichica tra soggetto e oggetto, interiorità ed esteriorità, una medialità di completa co-interdipendenza e relazione estetica tra singolo, paesaggio e mondo, microcosmo e macrocosmo.[ Cfr. J. J. Wunenburger, Filosofia delle immagini, tr. it. di S. Arecco, Einaudi, Torino, 1999; Id., La vita delle immagini , tr. it. di R. Castoldi, Mimesis, Milano, 2007; Id., L’immaginario, tr. it. di V. Chiore, Il nuovo melangolo, Genova, 2008. Id., L’immaginario , cit., p. 32. ]

  1. Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita, tr. it. di S. Franchini, Raffaello Cortina, Milano, 2010, p. 25.
    2,3,4,5 https://www.academia.edu/39314505/Immagini_Archetipiche_nella_trilogia_Sfere_di_Peter_Sloterdijk?email_work_card=view-paper

saul steinberg polittico senza facce

A proposito del «cinismo» e della poesia posiziocentrica dell’io di oggi

Il quadro dipinto da Carlo Del Nero (che potete vedere nel post), mosaico di tessere che verrà smembrato in tante tessere singole e non esisterà più, è emblematico del modo di fare poesia dell’autore e della nuova ontologia estetica: la poesia è un assemblaggio di parole effimere, così come un quadro, che esiste adesso, qui ed ora, ma può non esistere più domani mattina, o stasera. La certezza, la consapevolezza di questo fatto in noi della nuova ontologia estetica non produce nessun rancore, nessun dolore, nessuna albagia, noi lo sappiamo da sempre che le parole scompariranno, che sono friabili e transeunti e che il loro destino sia quello di scomparire presto o tardi, e che oggi non significano più nulla …

Se c’è un aspetto che la nuova poesia non possiede è il cinismo. I cinici di oggi scrivono una poesia comunicazionale e istrionica, pensando di apparire à la page. Gli autori della nuova poesia non sono cinici e neanche disperati, sono semplicemente neutri, raffreddati. Oggi siamo tutti quanti affetti da raffreddore, un raffreddore invisibile, impalpabile, incorporeo… un po’ come le parole che abitiamo ed impieghiamo: parole neutre, raffreddate, congelate se non ibernate. Noi sappiamo che con quelle parole non possiamo costruire che cattedrali di carta che un alito di vento sgomitola…

La poesia posiziocentrica dell’io che fanno i «cinici» e che va di moda oggi è piena di un io ipertrofico, ricca di ironia e di sarcasmo narcissico, quella poesia non ci appartiene, come non ci appartiene il gesuitismo destrista e postruista dei «poeti» di comunione e liberazione che abbracciano ideologie e politiche razziste…

«…una sindrome sociale psicopatologica che è stata definita dal filosofo tedesco Peter Sloterdijk col nome di Zynismus per distinguerla dalla corrente della filosofia antica che in tedesco si chiama Kynismus.

Il cinico dei giorni nostri sarebbe, secondo Sloterdijk, un melanconico ancora in grado di controllare i suoi sintomi depressivi, mantenendo una capacità produttiva. Mentre il cinismo antico era una forma estrema di individualismo in lotta con la società del suo tempo, il cinismo moderno è qualcosa di così capillarmente diffuso nella società occidentale da costituire la vera garanzia di integrazione in qualsiasi ambito d’attività. Quanto al rapporto che l’individuo ha con sé, esso si riduce a un lavoro di auto rappresentazione, di costruzione di un’immagine di se stessi che sia conforme ai modelli suggeriti dalla pubblicità, dalla moda e dall’industria culturale.
In questo vuoto intellettuale, spirituale e affettivo sono le provocazioni del consumismo sfrenato e del neonazionalismo ad avere la meglio su qualsiasi progetto razionale…»,1

1 M. Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009, p. 107

20 commenti

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20 risposte a “Le conseguenze sulla Poiesis della ontologia positiva, Peter Sloterdijk, La microsferologia, Mikrosphärologie, lo sviluppo degli spazi dell’intimità e dell’interiorità, La poesia posiziocentrica dell’io, Poesie di Milaure Colasson, Francesco Paolo Intini

  1. Leggiamo la poesia di Milaure Colasson

    Vert de l’ eucalyptus
    Rose pale de la rose
    Dans la transparence
    D‘ un petit verre d‘ eau de vie
    Sous l ‘ éclairage d ‘ une lampe de chevet
    Sérénité

    Oiseaux noirs des campagnes
    Leurs cris étranglés
    Les corbeaux

    La mélancolie sonore
    D‘ Erik Satie
    Te vide de toute pensée
    ………………écoute

    Une bande de rats
    Vêtus de jeans troués
    Fumaient des havanes
    ………pas des prolétaires

    Perdre la vue
    Michel Onfray
    Comment dormir
    Comment……………
    Comment…………………..

    Prendo atto che è scomparso l’io e sono scomparsi i verbi. Finalmente i verbi sono scomparsi, e le parole nuotano nel bianco albume del nulla, fanno a meno dei legami sintattici, fanno a meno del legame unidirezionale e dittatoriale di quella «istanza» o «funzione» che Lacan chiama «io». E la poesia spicca proprio per questa essenzialità di dizione, per la solitudine delle parole. Le parole sono diventate entità rarefatte, diafane, appena poggiate sulla pellicola del linguaggio.

    A suo modo Milaure Colasson scrive secondo i parametri della nuova ontologia estetica senza peraltro averla mai incontrata prima in quanto la poetessa francofona che abita a Roma frequenta la rivista soltanto da pochi giorni. Ciò vuol dire, come non mi stanco di ripetere, che le cose sono nell’aria, che un poeta che abbia sensibilità linguistica non può non accorgersi che l’atmosfera delle parole è cambiata, che è cambiata la sensibilità per le parole, e sono cambiate anche le parole.

    Quelle parole di un tempo, che abitavano la sintassi di un Cesare Pavese o quella di un Sanguineti, adesso sono state messe in mora, sono state fatte sloggiare da quegli indirizzi, sono state evacuate dalla forza pubblica, il ministro della mala vita, Salvini, ha chiamato i bulldozer e ha fatto tabula rasa delle loro residenze, di quelle bidonville che erano l’accampamento delle parole di uno Zanzotto o degli apologisti epigonici di oggi. Quelle parole non esistono più, sono state bandite e rese obsolete. Ma non da noi dell’Ombra, ma dalla storia.

    Non so se sia stato il «dolore» delle parole come pensa Nunzia Binetti, io sto ai fatti: le parole si sono raffreddate, non sopportano più i massaggi cardiaci degli innamorati della parola poetica e degli esquimesi posiziocentrici del vuoto a perdere, le parole della Musa fuggono da chi vuole accalappiarle con l’accalappiacani o con lo scolapasta. Il fatto è che le parole della poesia non sanno più dove rifugiarsi, fuggono, scantonano, preferiscono dimorare negli immondezzai di Roma (Grazie sindaca Virginia Raggi!), nelle risciacquature dei lavabo, nelle pozzanghere dove ci sono cinghiali e gabbiani ad abbeverarsi…

    Il Signor Avenarius, un personaggio delle mie poesie, dice: «Le parole hanno dimenticato le parole», sono state attecchite dall’oblio delle parole, un virus pericolosissimo che ci sta decimando senza accorcergene. Siamo lentamente invasi dalle parole piene, le parole comunicazionali che troviamo in tutti i libri di poesia che si stampano oggi.

  2. milaure colasson

    Giorgio ti ringrazio per avere messo la mia poe”z”ia .In quanto a Jung non è ma tasse de thé ! Bon travail

    Il giorno mar 11 giu 2019 alle ore 08:33 L’Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internaziona

  3. Giuseppe gallo

    Carissimo Giorgio, una veloce precisazione per segnalare che m’ero accorto di quanto avevi suggerito sulla ontologia negativa di Heidegger, infatti ti scrivevo in data:

    25 maggio 2019 alle 9.19

    Caro Giorgio, trovo molto interessante l’appunto che esplichi sulla ontologia negativa di Heidegger: «l’Essere è ciò che non si dice» che oggi si rovescerebbe nel suo opposto “l’Essere è ciò che si dice.” e la sua estensione alle poesie di Marina Petrillo e di Donatella Giancaspero. Noto però, che i due assiomi hanno come radice sempre la parola e il linguaggio. Anche il “non si dice” ha bisogno di essere espresso alla stessa stregua di ciò “che si dice”. È sempre il linguaggio che deve parlare…

    Poi non abbiamo avuto modo di discuterne. Oggi hai ripreso l’argomento e hai anche richiamato il testo di Massimo Donà, Aporia del fondamento (2009). Penso che la questione sia di capitale importanza… ne è testimonianza la tua più che trentennale esperienza… dobbiamo finirla di indossare gli oscuri “pepli” di quelle poetiche che perpetuano pianti e lagni intorno a ciò che non si sa e non si può sapere… altrimenti l’unica soluzione è un silenzio immane. E non possiamo nemmeno ruotare a vuoto intorno all’indicibile perché rischieremmo di fare la fine della mosca imbottigliata di Wittgenstein per mancanza di collusione con l’esterno… dobbiamo tornare alla complessità della parola e del linguaggio: è solo in questa dimensione che bisogna sperimentare i sentieri e i percorsi… ho la vacua speranza che non siano stati tutti interrotti… In fondo già nel suo severo “Poema” Parmenide poneva a confronto la “via della notte” e la “via del giorno”…

  4. caro Giuseppe Gallo,

    Ecco l’incipit di “L’arco e la lira” di Octavio Paz, poeta e saggista tra i più significativi del nostro tempo:

    “Scrivere, forse, non ha altra giustificazione che tentare di rispondere alla domanda che ci siamo fatti un giorno e che, fino a quando non ci saremo dati una risposta, non ci darà tregua.“

    Una volta, anni fa, uno scrittore di chiacchiere poetiche mi ha fatto questa domanda: “tu che la sai, perché non ci riveli qual è la domanda fondamentale che dobbiamo porci?” – Tu comprendi bene che dinanzi alla albagia e alla truculenza ignorante di una tale domanda io sia rimasto in silenzio, cosa potevo rispondergli?

    Sempre Paz scrive:

    «La storia dell’uomo si potrebbe ridurre a quella delle relazioni tra le parole e il pensiero. Ogni periodo di crisi inizia o coincide con una critica del linguaggio. Subito viene a mancare la fede nell’efficacia del vocabolo… Persino il silenzio dice qualcosa, poiché è saturo di segni. Non possiamo sfuggire dal linguaggio… Per catturare il linguaggio non abbiamo altro modo che usarlo. Le reti da pesca per le parole sono fatte di parole… Il linguaggio, nella sua realtà ultima, ci sfugge. Questa realtà consiste nell’essere qualcosa di indivisibile e inseparabile dall’uomo. Il linguaggio è una condizione dell’esistenza dell’uomo e non un oggetto, un organismo o un sistema convenzionale di segni che possiamo accettare o disfare».1

    Ecco, caro Giuseppe, però adesso sappiamo che le famose «corrispondenze» tra le parole, ci hanno portato fuori strada, perché è proprio del linguaggio dei segni portarci fuori strada. Andare fuori strada è quella la strada. Nel linguaggio non dimora la verità, esso è la verità, la sola e unica verità di cui possiamo fare conoscenza, ma, appena preso possesso di queste verità, ecco che il linguaggio ci mostra l’altro lato della medaglia, ci indica qualcosa d’altro che la verità richiama. Senza fine. Un richiamo rimanda ad un altro richiamo. La verità è allora questo portarci fuori. La verità è ciò che si dice, non ciò che non si dice. È questa la tremenda verità della ontologia positiva. Con il che, per chi capisce la portata delle conseguenze che derivano da questo apoftegma, cambia il modo di considerare il discorso poetico e di abitare il linguaggio poetico.

    1 O. Paz, L’arco e la lira, a cura di Ernesto Franco, il melangolo, 1991 p. 33

  5. Scrive Octavio Paz ne “L’arco e la lira”:

    «Un’opera poetica pura non potrebbe esser fatta di parole e sarebbe, letteralmente, indicibile. Nello stesso tempo un’opera poetica che non lottasse contro la natura delle parole, obbligandole ad andare oltre se stesse e oltre i loro significati relativi, un’opera poetica che non cercasse di far loro dire l’indicibile, risulterebbe una semplice manipolazione verbale. Ciò che caratterizza un’opera poetica è la sua necessaria dipendenza dalla parola tanto quanto la sua battaglia per trascenderla».

  6. Scrivevo il 29 gennaio 2016 a proposito delle recensioni di libri di poesia o di romanzi:

    Giorgio Linguaglossa

    Cestiniamo le recensioni augurali

    Credo, anzi, sono convinto che anche leggere una poesia sia un’arte tremendamente complessa e terribilmente semplice. Ci sono tanti modi di leggere una poesia quante sono le scuole di critica in vigore nelle nostre università, ma tutti i metodi si completano e, alla fin fine, si elidono. E allora preferisco rimettermi al giudizio di gusto di una persona di media intelligenza e mediamente colta. Ogni volta che ho chiesto un parere critico ad una persona «normale», cioè non versata nella letteratura, e avergli sottoposto qualche poesia, devo ammettere che queste persone non hanno mai sbagliato un giudizio, hanno sempre individuato, senza esitazioni, le poesie migliori. Fatto che mi ha indotto in seria riflessione. Infatti, mi chiedevo: come è possibile tanta esattezza di giudizio da parte di una persona non versata nel settore poesia? La risposta che mi sono dato è stata molto semplice: che il pubblico non ha alcun bisogno di un critico che gli faccia la maieutica del testo e che gli spieghi perché un testo è valido o no, il lettore intelligente ci arriva da solo, e di solito non sbaglia quasi mai. Se ne può dedurre che la critica è inutile? Non so, io ne deduco che la critica che si fa oggi è pleonastica, augurale, consensuale. Personalmente, non ho bisogno di un critico che mi caldeggia un libro per sapere se il libro merita la mia lettura, anzi, guardo sempre con circospezione e sospetto un libro che gode del parere positivo dell’apparato critico istituzionale, guardo con sospetto quei libri che hanno una recensione positiva firmata da critici istituzionali. Preferisco ragionare con la mia testa. Se leggo una prefazione, è per misurare la temperatura di agiografia che quello scritto contiene e, se l’agiografia sorpassa il modus urbanus, metto da parte il libro e non lo riapro mai più. Questa almeno è la mia guida. Seguo il mio istinto. Vado per assaggi di critica e, se mi accorgo che il critico vuole gabbarmi, metto via il libro. Mi sembra un ottimo metodo. O, almeno, non ne posseggo uno migliore.

  7. Eppoi gli abbozzi,
    quante sculture.
    Hanno un giunto di perfezione.
    La pausa sopraggiunta, il solco esatto
    per la digitazione.

    (Abbraccio tutti.)
    GRAZIE OMBRA.

  8. NON DIO

    Resta un dubbio sul gatto nero
    Se i palazzi ruotano intorno.

    I fotoni eccitano le rivoluzioni
    La materia oscura inghiotte i quartieri.

    Le ombre illuminano
    E dal loro centro emergono gli occhi.

    I teologi rimasero sconvolti dalla natura della luce
    così in dettaglio non s’era mai visto l’essere.

    Se doveva pensarsi Dio
    bisognava liberarlo dai fotoni e dunque

    Le strade si riavvolsero, il traffico rimase inghiottito
    Il corpo nero diventò l’imploso di gechi e malve

    Il pazzo che scrisse “ Dio c’è” nel triangolo stradale
    è il folle che disse “ Dio è morto”.

    (Francesco Paolo Intini)

    Grazie Giorgio, ciao.

  9. Nel «dialogo» non si fa differenza tra vivi e morti. Se non vi è differenza, allora siamo tutti vivi, o tutti morti. Se morti, a che vale buttarsi dal Pont Mirabeau? Forse a togliere tra di noi il disturbo…
    “– è il dialogo che apre alla soluzione problematologica”. Non il monologo, quindi.
    Un passo in avanti nel tempo e ci si ritrova morti. Finalmente immuni. Sarebbe una delizia? Ma se siamo morti e vivi, cosa cambia? Il nostro essere in natura; che da quando abbiamo smesso di migrare ci tocca di accendere il riscaldamento… Lo dicevo stamane agli aironi che vivono qui, nelle pozze d’acqua delle risaie. Agli aironi, perché no?

  10. L’universo in realtà è buio, non c’è alcuna luce, le stelle non brillano, il sole non è luminoso…

  11. Rispolvero una e-mail a me inviata a suo tempo da Rossana Levati e la pubblico perché in essa la professoressa del Liceo Classico “V. Alfieri” di Asti solleva alcune questioni di capitale importanza sul fare e sul leggere poesia contemporanea, con un contributo critico-letterario assai prezioso.

    “[…]
    Questa notazione di Derrida mi da’ ragione della difficoltà di leggere molti autori contemporanei, diciamo del senso di vuoto che rimane dopo tante letture.
    Credo che invece stia alla base di tutto ciò che è “il mondo mitico”, che rimane aperto e disponibile alla creazione appunto di nuovi contesti comunicativi proprio in virtù di quella “allusività” e incompletezza che lo contraddistingue.

    Penso a Omero e a quella raffinata arte dell’omissione di cui parla per esempio Pietro Citati ne “La mente colorata”: sistematicamente Omero omette la conclusione di certi passaggi mitici (la fine dei Feaci, la conquista di Troia, il nuovo viaggio di Odisseo, i pensieri di Nausicaa per lui e di lui per lei, i pensieri di Penelope ecc.); ma in questo modo ha lasciato aperto e comunicativo il canale che proietta personaggi e situazioni verso di noi, come se cioè avesse messo nelle nostre mani la possibilità di “caricare” ulteriormente personaggi e vicende di significati “nostri”, ricavati proprio in quegli angoli, in quegli spazi vuoti, in quel “non-detto” che certamente casuale non è.

    Quindi il linguaggio di Omero, che sa anche essere estremamente realistico, non è poi come erroneamente si crede “mimetico” (certo sembrerebbe tale quando leggiamo la descrizione degli scudi degli eroi per esempio; solo che le scene raffigurate su questi non sono pienamente realistiche ma alludono quasi sempre ad un altrove-un mondo di pace o di amicizia, un legame familiare, un altro mito che “disloca” le vicende in un altro tempo a cui rinvia), ma anzi evocativo per queste caratteristiche di costruzione della storia innanzi tutto, e poi di allusività e incompletezza anche quando, banalmente, sembrerebbe raffigurare tutto in un apparente realismo (allusive e “aperte” sono per esempio le sue similitudini, e questo lo sapeva bene Saffo quando rielaborava i notturni di Omero).

    Tuttavia questa zona di misconoscimento è ravvisabile sempre nel pensiero mitico, anche in altri materiali mitici, mai conclusi una volta per tutte: penso alle centinaia di nuove storie di Medea, Edipo, Antigone, Elettra e altri personaggi mitici che sopravvivono alle pieghe del tempo, si insinuano nei circuiti comunicativi della modernità, a volte ci sorprendono con la loro vitalità inesausta, tanto che sempre rimane nel lettore la sensazione che non tutto su di loro sia stato detto, che ancora si possa dire qualcosa, come se la parola definitiva insomma su queste vicende non sia ancora stata pronunciata, forse perché lo spazio non è ancora stato riempito…

    Un edificio in costruzione dunque cui ognuno può dare il suo contributo, quasi una “Sagrada Familia” le cui pietre avranno misure, colori, angolazioni diverse; e questo non per caso ma proprio perché fin dall’inizio il “progetto” costruttivo era aperto e il linguaggio dei poeti non ha definito e scandito ma appunto lasciato una riserva e una possibilità eccessiva […]”

    (Rossana Levati)

  12. cari amici,

    siamo lentamente invasi dalle parole «piene», le parole comunicazionali che troviamo in tutti i libri di poesia che si stampano oggi, e quelle che usiamo tutti i giorni nei nostri commerci quotidiani. Le parole «piene» sono quelle di Salvini e company, sono quelle che chiamano a raccolta, imperative, piene di significato, piene di steccati.

    No, le parole della poesia sono un’altra cosa, esse sanno di essere deboli e fragili, sanno di non poter contare sul proprio statuto di verità ontologica, sanno di poggiare su una ontologia meta stabile, soggetta alla mutazione, soggetta al toglimento, alla de-coincisione.

    A me francamente fanno ridere le certezze dei poeti della domenica, quelli che mi dicono: «ma come fai a togliere l’io da una poesia?».

    Ecco, dinanzi a questa domanda io non ho nulla da dire. Cosa potrei dire? Tutto l’ultimo libro di Maurizio Cucchi è il discorso di un io plenipotenziario: io di qua, io di là, io così, io colà… Probabilmente, opino che se l’autore mette dappertutto l’io ne sarà convinto, sarà in buona fede, forse pensa che l’io sia un passepartout che apre tutte le porte. Io invece, molto modestamente, sono convinto che l’io chiuda tutte le porte, chiude i discorsi invece di aprirli, e li chiude perché è convinto di coincidere con l’esserci, perché crede ingenuamente nell’eternità e nella bontà epistemologica dell’io. L’io si basa su questa credenza popolare: l’io è vero, tutto il resto è falso. Opinione accettabilissima per il senso comune, ma priva di qualsiasi significato filosofico.

    È chiaro che un io di questo genere userà soltanto parole «piene», parole «vere»; dividerà le parole: di qua le parole vere e piene, di là le parole non-vere e non-piene.

  13. Guido Galdini

    A dire “io” si finisce subito.
    Per questo continuiamo a ripeterlo.

  14. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/06/11/le-conseguenze-sulla-poiesis-della-ontologia-positiva-peter-sloterdijk-la-microsferologia-mikrospharologie-lo-sviluppo-degli-spazi-dellintimita-e-dellinteriorita-la-poesia-posiz/comment-page-1/#comment-57549
    Questa è una poesia di un notissimo poeta italiano, la prendo come parametro ed esemplificazione di quello che dicevo sopra. La composizione inizia con la descrizione del pensiero dell’io, poi passa alla auto fustigazione di «noi animali», per poi proseguire con una ruminazione mentale oziosa e peregrina, del tutto vacua e irrisoria: «E laggiù dove andrò, remoto», cui segue tutta una infiorettatura di pensierini irrisori e gratuiti estrapolati dalla camera più segreta dell’io «nell’ultimo conato»…
    Ecco, qui siamo in presenza di quello che volevo dire quando parlavo di «parole piene», di parole ad uso di tutti, di parole arroganti in quanto proiezione di un «io» nascosto, ascoso in chissà quale profondità mentale. Lo dice il testo stesso, all’io «piace… assaporare la più elementare forma di dominio». Sì, il dominio delle «parole piene», che si rivelano essere parole vacue, ingorde, irrisorie, fidejussorie… Le parole della storicità dell’epoca del presentismo mediatico.

    Troppo spesso – pensavo – troppo,
    troppo spesso noi animali ci affidiamo
    alla bontà curiosa della nostra indole.

    E laggiù dove andrò, remoto,
    nella patetica smorfia verticale muore
    l’impronta, e non lo sa, e replica
    se stesso, ancora, nell’ultimo conato
    costruttivo. Del resto
    ci piace assaporare, puerili,
    la più elementare forma di dominio,
    espressione del nostro costume
    e la natura ci ingombra, ci pesa ma consiglia
    le terre più estreme, dove l’attrito procede
    e si consuma ancora più violento
    e fisico, più naturale.

    se si legge con attenzione questa composizione, ci accorgiamo che non è citato nemmeno un oggetto, tutte le espressioni appartengono al genere della decrescita felice del soliloquio plenipotenziario che è sito in un angolo remoto della mente; una ruminazione che non dice niente, che non parla al lettore, una composizione che si allontana dagli oggetti e si avvicina alla ruminazione interiore. Retropensieri di una retropia, o retropie di retropensieri, fate voi. Anzi, mi correggo, retrovie di retropie…

  15. Nunzia Binetti

    -Tu sei perfetta sintesi di un petto in cui suona una musica al mattino-
    Elena tra sé dice al risveglio, pensando da fisarmonica.

    Eccolo il ritmo, pezzi di terra morta
    sottratti in Argentina. Malinconia di un tango, senza danza.

    Che senso avrebbe un brindisi ? Non un bicchiere
    fra petali di rose sulla mensa .

    Elena sceglie una vestaglia nera ;
    il bianco della pelle la contrasta.

    Una mia prova in tema. Gaie, Giorgio. Grazie Ombra

  16. Forse la prestidigitazione.
    Le mani sporche. Un lavaggio inutile e le
    colombe verdi. Forse una centrifuga
    fatta lavorare a forza. Forse un silenzio
    senza multipli fratto
    tutte quante le resistenze. Forse un vetro
    alato, allora una manta. Forse
    un oceano di propaganda.

    GRAZIE OMBRA.

  17. Accade questo,
    che molti arrivano dallo spazio, e altri dal tempo.

    Chi dallo spazio, tende sempre ad estendersi, aggregare e convincere.
    Chi arriva dal tempo vive di attimi in sequenza, senza fine.

    Per lo spaziale, il quando è quantificabile. Un freddo calcolare.
    Per l’uomo del tempo, il quando è adesso. Fine e inizio.

    Non avremo mai pace sulla Terra.

    (May : pensierino. Giu 2019)

  18. Giuseppe Gallo

    Caro Giorgio, prima di tutto, un grazie per la chiarezza e la lucidità degli approfondimenti… ormai hai fornito tutti gli elementi per poter procedere sul sentiero dell’ontologia positiva… il resto sarà un’avventura individuale… Mi piace sottolineare, però, un altro aspetto presente nei versi di Milaure Colasson. Tu hai scritto:

    “Prendo atto che è scomparso l’io e sono scomparsi i verbi. Finalmente i verbi sono scomparsi, e le parole nuotano nel bianco albume del nulla, fanno a meno dei legami sintattici, fanno a meno del legame unidirezionale e dittatoriale di quella «istanza» o «funzione» che Lacan chiama «io». E la poesia spicca proprio per questa essenzialità di dizione, per la solitudine delle parole. Le parole sono diventate entità rarefatte, diafane, appena poggiate sulla pellicola del linguaggio.”

    Ebbene, questo tipo di scrittura mi suggerisce l’idea che la poetessa abbia subito anche il fascino della sensibilità orientale per quella “neutralità dell’immagine” presente negli Haiku, come avrebbe detto Steven Grieco-Ratheb. Per far emergere solo parole, dando ad esse il loro giusto peso, senza legami sintattici e senza la “funzione dittatoriale dell’io”, è necessario liberarle dalle incrostazioni della logica materiale, della loro concretezza comunicazionale… è necessario evocare la loro fragilità per trasformandola in essenza; le parole, in questo caso, veramente, diventano cose che non solo “nuotano nel bianco albume del nulla” (tra l’altro questa immagine mi ha provocato dei brividi), ma slittano, inesorabilmente, verso la deriva “di ciò che si dice”…

  19. caro Giuseppe Gallo,

    Milaure Colasson è una pittrice, ha sempre pensato e fatto pittura astratta o semiastratta, e questo le ha dato un grande vantaggio rispetto a tutti gli autori che scrivono poesia pensando alla poesia maggioritaria e uniformandosi ad essa. Colasson è abituata a pensare gli oggetti in quanto oggetti non in quanto funzioni dell’io o in quanto assoggettati all’io plenipotenziario. E scrive come pensa, scrive come vede gli oggetti. E questo è un grande vantaggio.

  20. Eppoi gli abbozzi,
    quante sculture.

    Hanno un giunto di perfezione.
    La pausa sopraggiunta, il solco esatto

    per la digitazione.
    Forse la prestidigitazione.

    Le mani sporche. Un lavaggio inutile e le
    colombe verdi. Forse una centrifuga

    fatta lavorare a forza. Forse un silenzio
    senza multipli fratto

    tutte quante le resistenze. Forse un vetro
    alato, allora una manta.

    Allora
    un oceano di propaganda.

    (Ho fatto prima la testa…e dopo il corpo e poi…
    lo attaccata!)

    GRAZIE OMBRA.

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