Ingeborg Bachmann, Poesie da Non conosco mondo migliore, con una Nota del traduttore, Silvia Bortoli, con Appunti critici di Steven Grieco Rathgeb e Giorgio Linguaglossa

paul celan ingeborg bachmann

Ingeborg Bachmann e Paul Celan, anni sessanta

Nota del traduttore

I testi della Bachmann* raccolti in questo volume sono prevalentemente abbozzi e frammenti in origine non destinati alla pubblicazione e che non sono passati al vaglio di una cura critica. La loro natura di appunti sparsi, spesso vergati frettolosamente a mano, a volte oscuri, crea non poche difficoltà di lettura, ma ha il grande merito di mostrare la poesia nel suo farsi, nel suo andare a tentoni, trasportando un’immagine o una parola da un testo all’altro, alla ricerca di una destinazione che spesso sarà altrove, in un’altra opera più compiuta e significativa, ma che ha inizio qui, nell’abbozzo e nel tentativo: Questi testi, spesso interrotti, spesso raggrumati in parole dalle quali balugina un senso che resta nascosto e che traspare altrove in modo ancora incompiuto, sono tuttavia di grande interesse perché ci mostrano il laboratorio della poesia di una grande figura della nostra modernità.

Traducendoli ho scelto di seguire il testo senza chiuderne il senso lì dove un’interpretazione troppo esplicita lo avrebbe forzato in modo arbitrario, cercando di offrire una traduzione compiuta ovunque fosse compiuto o largamente plausibile, e accettandone invece la precarietà e la frammentarietà dov’era precario e frammentario, accompagnandolo nella sua incompiutezza anche quando poteva risultare stridente.
Non ho voluto caricare la traduzione di note che per essere esaustive avrebbero dovuto essere moltissime; chiunque conosca un poco la lingua tedesca potrà verificare sul testo originale difficoltà, incongruenze e il modo in cui ho cercato di risolverle.

Tradurre un testo la cui trascrizione è in molti punti ancora incerta e provvisoria non può che essere una proposta, un primo tentativo. In questo primo tentativo mi è stata di grandissimo aiuto Rita Svandrlik, che mi ha confortata nei miei infiniti dubbi con la sua profonda conoscenza della poesia della Bachmann: a lei va tutta la mia profonda gratitudine. Se nonostante il suo aiuto puntuale e generoso vi sono degli errori, la responsabilità è solo mia.

[ndr. Queste poesie sono state scritte a Zurigo, Berlino e Roma, le ultime tappe della vita della Bachmann, nel periodo tra il 1962 e il 1964, alcune anche più tardi]

(Silvia Bortoli)

da Ich Weiss keine bessere Welt, Non conosco mondo migliore, Guanda, 2004 trad. di Silvia Bortoli

Steven Grieco-Rathgeb

21 luglio 2016

 “La realtà acquista un linguaggio nuovo solo tramite uno scatto morale… si ha linguaggio nuovo ogni qualvolta si verifica uno scatto morale, conoscitivo, e non quando si tenta di rinnovare la lingua in sé, come se essa fosse in grado di far emergere conoscenze e annunciare esperienze che il soggetto non ha mai posseduto. Se ci si limita a manipolare la lingua per darle una patina di modernità, ben presto essa si vendica e mette a nudo le intenzioni dei suoi manipolatori.”

Forse noi non useremmo più la parola “morale” in questo contesto. Ma invece la parola è perfetta nel suo senso di “misura”. La parola subito successiva è “conoscitivo”. E qui sta tutto il senso di quello che la poetessa vuole significare: “immorale” giocare con la lingua, “morale” cercare nella lingua una via di uscita dall’atroce e irrisolvibile dilemma del crimine nazista (che in verità solo un lunghissimo tempo può sanare).
Ricordiamo che questa poetessa ha sofferto la storia e il Nazismo quasi quanto Celan.
E Anna Ventura ha un po’ ragione, la poesia di Bachmann è stranamente fredda, talvolta potente, altre volte quasi incapace di risuscitare dal distacco quasi ossessivo da se stessa, dal rifiuto di ogni scrittura che infine diventa scrittura.
E c’è anche in lei un forte rifiuto dell’immagine come evocazione, come spinta per raggiungere una sponda salvifica, un luogo che purifica l’animo. In questo lei appartiene alla schiera di poeti quali Rozewicz, per cui valeva il famoso dictum di Adorno sulla poesia dopo Auschwitz.
Rozewicz ce l’ha fatta, con il suo tenace istinto di sopravvivenza, a superare i terribili anni 1945-1980. La Bachmann no.
Sicuramente lei, austriaca e di lingua e cultura tedesca, ha pagato con la vita l’essere nata fra quel popolo.

Appunto critico di Giorgio Linguaglossa

Scrive la Bachmann:

«Ho smesso di scrivere poesie quando m’è venuto il sospetto di ‘esserne capace’ anche quando non c’era la necessità di scriverne. E non ci saranno più mie poesie, almeno fino a che non sarò convinta che debbano essercene di nuovo, e allora saranno solo poesie talmente nuove da corrispondere veramente a tutto quel che sarà stato esperito fino a quel punto.»[1]

Per la Bachmann la scrittura poetica si configura come esperienza esistenziale, ricerca di parole autentiche. La poesia è un modo di essere, un fare, una praticaun aprire la soggettività alla irruzione di pulsioni, ritmi, parole che implicano e significano la distruzione del linguaggio poetico convenzionale e la creazione di una nuova soggettività in grado di aprirsi al nuovo linguaggio poetico.

La pratica della scrittura poetica è questa assillante fedeltà al farsi e disfarsi dei versi, lavoro minuzioso e diuturno  alle correzioni, alle frasi tronche, lavoro sugli incipit che si ripetono e si riprendono lungo il farsi del linguaggio, è questo lo stadio aurorale del nuovo linguaggio, un linguaggio più aderente alle necessità espressive della ricerca esistenziale. «La loro natura di appunti sparsi […] ha il grande merito di mostrare la poesia nel suo farsi, nel suo andare a tentoni […]. Questi testi, spesso interrotti, a volte raggrumati in parole dalle quali balugina un senso che resta nascosto e che traspare altrove in modo ancora incompiuto,  […] ci mostrano il laboratorio della poesia di una grande figura della nostra modernità.»[2]

Sono scomparse le mie poesie. / Le cerco in tutti gli angoli della stanza./ Per il dolore non so come si scriva / un dolore, non so in assoluto più nulla.// So che non si può cianciare così,/ dev’essere più piccante, una pepata metafora. / dovrebbe venire in mente. Ma con il coltello nella schiena […]// Adieu, belle parole, con le vostre promesse.

In questi versi della Bachmann si profila chiaramente la crisi del linguaggio poetico convenzionale. Cercare le parole senza prima aver aperto la soggettività ad una nuova dimensione spirituale ed esistenziale significa perdere contatto con il linguaggio. Per la Bachmann il linguaggio poetico o lo si ha o non lo si ha, lo si può acquisire soltanto tramite un lungo viaggio di ricerca esistenziale.

[1]  Ingeborg Bachmann, In cerca di frasi vere, Colloqui e interviste a cura di Christine Koschel e Inge von Weidenbaum, tr. it. di Cinzia Romani, Laterza, Bari 1989, p. 57.

[2]  V. Nota del traduttore in Ingeborg Bachmann, Non conosco mondo migliore, cit., p. 4 (corsivo mio).

Ingeborg Bachmann Hans Werner Henze 1952

Ingeborg Bachmann Hans Werner Henze 1952

Poesie di Ingeborg Bachmann da Non conosco mondo migliore (poesie scritte tra il 1964 e il 1967)

La tortura

Chi mangia col mio cucchiaio
chi dorme nel mio letto
chi spende il mio denaro
Ama, chi si gode
il mio sole? E dov’è questo sole?
È lontano.
Infatti io
sono dove
non posso essere.
Ah, lo permette chi
per un breve attimo di anni
non mi ha
amata, lo permette,
non vedete amici
non lo vedete
che dappertutto
incomincio a scavare la mia
mia tomba,
anche in questa carta in-
cido il mio nome e
penso che non vorrei riposare
ancora, che non risposerò
mai, che
persiste, questo ferro
nel corpo, questo pugno sul
cranio, questa frusta
sulla schiena, che fa
scoppiare il Kurfurstendamm
in una risata stridula,
da mille réclame
grida, che il caffè bollente
mi viene versato sulla
mano, che mi tolgono
la pelle, che mi
tagliano la carne,
mi spezzano le ossa,
e mi murano viva,
allora un piccolo squalo sega
allora salto in acqua,
mi divora, mi
divora uno squalo più grande
un pesce predatore che
si chiama dolore.
E io dondolo la testa
senza capirlo. Laggiù
una nave, passa,
la vedo, voi la vedete amici?

*

Ich trete aus mir
hervor, aus meinen Augen
Handen, Mund, ich
trete hervor aus
mir, Gute und Göttlichem
die diese Teufeleien
gut machen Muss,
die geschehen sind

*

Esco fuori da me,
dai miei occhi
mani, bocca,
esco fuori da
me, una schiera
di bontà e divino
che deve rimediare
alle malvagità
accadute

Gloriastrasse

Per sorella Ammeli

In un letto
in cui sono morti molti
senza odori, in camicia bianca
curati, come una
conversazione infinita,
in una casa in cui
si mangia puntualmente, in cui
la padrona di casa
si chiama morte e molti di più
soffrono ancora. E in molte migliaia
hanno versato il deposito

Nell’estasi della morfina
tra i dolori che
non richiedono nessuna ferita,
nessun inchino, nessun
autografo, nessuna umanità
nessun trionfo, un folle spettacolo che grida vendetta [ – – ]
Tra visite
visite, ma
visitatemi
voi che gridate vendetta

Nel vuoto, quando il
telefono non squilla mai, quando
la conversazione sterilizzata
somministra dosi, supposte, fasciature,
gocce, dosi, dolore che
però non ha dose,
Quando c’è un’unica parola
che a volte un poco
una fessura dell’inferno
ha aperto, sorella, e sorella,
E un viso
ha che ti da
da bere,
e tu ti chini
sulla sua
mano e non
osi dire
quale opera buona
tra le infime
è la più grande,

Gloriastrasse

La grazia morfina, ma non l’opera buona di una lettera.
Domande, massime a fin di bene di amici e sconosciuti.
Arrivano fiori via Fleurop. Un interminabile
telegramma richiede presenza, lontano, chissà perché

Visitatori siedono, condannati, sulla sedia dei visitatori, raccontano
guardando intensamente l’orologio davanti alla sputacchiera e alla vernice chiara,
sputano fuori la buona volontà e una vecchia battuta.

È uscito un nuovo studio sui cacciatori di teste.
Averlo sottomano e già le mani prudono.
La visita importante, introdotta dal camice bianco. dalla notte
è in piedi nella stanza, sola e solleva il bisturi, sempre la notte.

Nel tale e tale anno di questo letto ortopedico, nell’anno della fama
delle vie piramidali e delle eredità dei due sistemi nervosi.
del liquor uno e trino, con cui vengono nutrite le colombe dell’odio,
nel midollo, che resterà,
nel liquor uno e trino e nel midollo, che resterà,
e cosa fonderà la mia fama, e cosa la fama, cosa la fonderà,
qui dove mi alzo in piedi e dico alle mie province, mie
province, voi aspettate, e aspettate dove?
Nel midollo che mi resterà, nel tremore
di questa mano, io lo eseguo, io uccido, io
estraggo il mio cuore da me, lo spedisco
più lontano, è un muscolo selvaggio, dicono,
batte e sbatte le porte e
batte
dove non sono, mi trovano
nella pozzanghera in cui nuotano riso e sapienza.

e cercano un cuore, nelle piccole sfere,
nei tubi di vetro, in una melma di
sangue e una vomitata a fatica una
rigurgitata tra aghi e
bottiglie e bende,
cercano
cercano, il camice bianco cerca,
visita, e io gli regalo
vuoi? voglio
regalarti il tuo cuore.

Tessiner Greuel

Ich hatte da ein schönes Haus.
Dann wurde der Zugang gesperrt.
Die Kleider habe ich aus dem Staub
habe ich aufgehoben, einem armeren geschenkt,
die Bloss Kleider brauchen.
(Steht mir nicht, kein Zynismus.)

Enteignet, Zugug gesperrt.
Baustellen, keine Einfahrt.
Kleider nachgeworfen, ein
Teller dazu, danke gesagt,
obwohl wegen harter Erdberuhng
alles zerbrochen.

Bluhender Bezirk, auf
der Durchreise ein totes Kind,
rash beerdigt, wegen Sommergasten.
In den prachtigen Obstgarten
haben die Freunde sich rechtzeitig
zu Ruhe gesetz.

Orrore ticinese

Avevo una bella casa.
Poi è stato vietato l’accesso.
Dalla polvere ho raccolto i vestiti
raccolti, regalati a uno più povero,
di quelli che hanno bisogno solo di vestiti
(Non mi dona, niente cinismo.)

Espropriata, accesso bloccato.
Lavori in corso, vietato l’ingresso.
Lanciati dietro i vestiti, un
piatto in aggiunta, detto grazie,
benché per il duro impatto sia andato
tutto in frantumi.

Quartiere fiorito, durante il
passaggio un bambino morto,
sepolto in fretta, causa ospiti estivi.
Nei frutteti magnifici
gli amici sono andati in pensione
per tempo.

*

Ich bin ganz wild von
Tod, von dem Taft –
rauschen, von
den Wasserruschen,
ich trag ihn schon
angezogen, das kleine
Kraglein, damit das
Beil weiss, wo mein
Kopf vom Körper
zu trennen ist. Hab ich
das noch, Kopf und
Körper, oh nein,
so tausch ich del Tod,
ich habe meinen Kopf
verschenkt, hingegeben
an die Meute, aber
meinen Körper hat
niemand gehabt, der
wurde am Eingang zuruck-
gewiesen. Ein Herr sagte
mir, sagte nicht einmal, das

*

Vado davvero pazza per la
morte, il fruscio
del taffetà, le
ruches dell’acqua,
l’ho già indosso,
il piccolo colletto,
perché
la scure sappia
dove va staccata
la mia testa dal corpo. Li ho
ancora, testa e
corpo? oh no,
così inganno la morte,
ho regalato
la mia testa, l’ho gettata
al branco, ma il mio corpo
non l’ha avuto nessuno,
all’ingresso l’hanno
respinto. Un signore mi ha detto,
non ha detto neppure, questo

Ingeborg Bachmann cover

Veder nero

Arriva il giorno in cui si vede nero
si fa colazione coi morti
dalla finestra sale la nebbia
tu [ – – ] la chiave perduta

Giorno in cui si vede nero
la colazione con il lezzo scialbo favorisce pensieri di morte
dalla finestra sale la nebbia.
la mattina è spezzata da chiamate
intercontinentali e pensi tremando
al lavoro (Ma quale?)
Fai qualche commissione e corri a perdifiato
per la città. Mezzogiorno [ – – ] dolori
e stanchezza, pranzo per noia
e a minuti il sole. Vorresti
amare qualcuno ma nessuno di «loro»,

 

Anni di lutto

Gli anni non passano, c’è sale
nel caffè e sul pane imburrato,
dev’essere questa la ragione.
I miei vicini malati, neppure a loro
si può portare aiuto,
suonano, non posso aprire,
aspetto qualcun altro.

 

Addio

La carne, ben invecchiata con me,
la mano di pergamena che teneva fresca la mia
deve poggiare sulla coscia bianca,
la carne ringiovanire, a tratti,
perché più rapido si faccia qui il declino.
Sono arrivate in fretta le linee, un po’ infossate,
già tutte sulla muscolatura soda.

Non essere amati. Il dolore
potrebbe essere più grande, sta bene colui la cui porta si chiude.
Ma la carne, con la linea di sfondamento sul ginocchio,
le mani grinzose, tutto accaduto nella notte,
la scapola disfatta su cui non cresce un filo d’erba,
Una volta ha tenuto nascosto il viso.

Invecchiata di cent’anni in un giorno.
Sotto la scudisciata l’animale fidente
ha perduto
l’armonia prestabilita.

 

Memoriale

Gli oggetti
il cestino del pane
l’abbiccì del mattino
e le due tazze
conosci ancora l’abbiccì
del mattino
chi ti porge la mano
oltre il tavolo
dov’è tenuto in serbo?

Nelle mie notti insonni
disinfesto la casa
coi chierichetti
do sempre le mance
e tengo
lontane le tempeste
il temporale si scatena ancora
solo nei miei ricordi
arriva la nettezza urbana
e lava un vicolo
che porta in alto
ma le tue mani sul mio
collo e la terra dei fiori
sul mio viso,
qualcuno chiama la polizia
io invoco il cielo
perché si allentino le mani
che soffocano le mie grida

Cos’è successo al mio
giardino, chi ha
strappato i miei fiori,
quelli azzurri soprattutto, che
stavano per fiorire,
e forse i miei bambini
li avrebbero visti.

Ingeborg Bachmann

Ingeborg Bachmann

Ingeborg Bachmann (1926-1973) nasce in Carinzia, nel cui capoluogo, Klagenfurt, trascorre l’infanzia e l’adolescenza. Dopo i primi studi, negli anni del dopoguerra frequenta le università di Innsbruck, Graz e Vienna dedicandosi agli studi di giurisprudenza e successivamente in germanistica, che conclude discutendo una tesi su Martin Heidegger, dal titolo “La ricezione critica della filosofia esistenziale di Martin Heidegger”. Il suo maestro e’  il filosofo e teoretico della scienza Victor Kraft (1890-1975), ultimo superstite del Circolo di Vienna. Al tempo degli studi ha modo di intrattenere contatti diretti con Paul Celan, Ilse Aichinger e Klaus Demus. Diviene redattrice radiofonica presso l’emittente viennese “Rot-Weiss-Rot” (Rosso-Bianco-Rosso), per la quale compone la sua prima opera radiofonica, Un negozio di sogni (Ein Geschäft mit Träumen, 1952). È tuttavia in occasione di una lettura presso il Gruppo 47 che si ha il debutto letterario. Già nel 1953 riceve il premio letterario del Gruppo 47 per la raccolta di poesie Il tempo dilazionato (Die gestundete Zeit). In collaborazione con il compositore Hans Werner Henze produce il radiodramma Le cicale (Die Zikaden, 1955), il libretto per la pantomima danzata L’idiota (Der Idiot, 1955) e nel 1960 il libretto per l’opera Il Principe di Homburg (Der Prinz von Homburg). Nel 1956 vede la pubblicazione invece la raccolta di poesie Invocazione all’Orsa Maggiore (Anrufung des Großen Bären), conseguendo il Premio Letterario della Città di Brema (Bremer Literaturpreis) e iniziando un percorso di drammaturgia per la televisione bavarese. Dal 1958 al 1963 Ingeborg Bachmann intrattiene una relazione con lo scrittore Max Frisch. Nel 1958 appare Il Buon Dio di Manhattan (Der Gute Gott von Manhattan), insignito l’anno successivo del Premio Audio dei Ciechi di Guerra (Hörspielpreis der Kriegsblinden). Nel 1961 vede la luce la raccolta di racconti Il trentesimo anno (Das dreißigste Jahr), contenente numerosi elementi autobiografici e a sua volta insignito dal Premio per la Critica della Città di Berlino (Berliner Kritikerpreis). Nel 1964 le viene consegnato il premio Georg Büchner (Georg-Büchner-Preis), un anno prima della pubblicazione del saggio La città divisa (Die geteilte Stadt, 1964), ed e’ la stessa repubblica austriaca a onorarne il valore intellettuale e creativo conferendole nel 1968 il Premio nazionale austriaco per la Letteratura (Großer Österreichischer Staatspreis für Literatur). La produzione di Ingeborg Bachmann prosegue con la pubblicazione nel 1971 del romanzo Malina (Malina), prima parte di una trilogia concepita sotto il nome di “Cause di morte” (Todesarten) e trasposta nell’opera cinematografica di Werner Schroeter interpretata da Isabelle Huppert, Mathieu Carrière e Can Togay nel 1991. Solo in forma di frammenti rimangono tuttavia la seconda e la terza parte, Il caso Franza (Der Fall Franza) e Requiem per Fanny Goldmann (Requiem für Fanny Goldmann). Dopo che ancora nel 1972 viene data alle stampe la raccolta di racconti Simultan (Simultan), a cui viene attribuito il Premio Anton Wildgans (Anton-Wildgans-Preis), un incendio avvenuto durante il soggiorno nell’appartamento romano nella notte tra il 25 ed il 26 settembre 1973 la porta alla morte, che avviene il 17 ottobre. Ingeborg Bachmann e’ sepolta dal 25 ottobre 1973 nel cimitero di Klagenfurt-Annabichl. A lei è dedicato oggi il concorso letterario che annualmente si tiene nella città natale in coincidenza della ricorrenza della nascita.

 

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11 risposte a “Ingeborg Bachmann, Poesie da Non conosco mondo migliore, con una Nota del traduttore, Silvia Bortoli, con Appunti critici di Steven Grieco Rathgeb e Giorgio Linguaglossa

  1. A proposito dell’arte del tradurre ( la Bachmann tradotta da Sivia Bortoli)

    In tanti considerano Fiedmar Apel il più attendibile traduttologo tedesco contemporaneo vivente.

    Nel suo saggio sul movimento del linguaggio gli studiosi del problema del tradurre assegnano come nucleo del lavoro apeliano il ribaltamento della concezione linguistica secondo la quale nell’opera da tradurre esisterebbe un “ messaggio “del quale la traduzione si incarica di convogliarlo ai lettori in un’altra lingua.

    E’ chiaro che secondo tale concezione il traduttore viene asservito al Senso, e l’opera originale appare come una sorta di divinità da trasportare con “il minor numero possibile di scossoni….”

    Ne deriva che questa concezione obbliga il traduttore ad andare a caccia di “equivalenze” affermando l’idea di traduttore o di traduttrice come cacciatore o cacciatrice di equivalenze con il rischio di tornare a casa con il carniere vuoto, dato che per Apel nei linguaggi naturali le equivalenze non esistono.
    Quindi ne Il movimento del linguaggio secondo Friedmar Apel al centro del paradigma non può trovarsi il ‘senso’ del linguaggio ma lo stesso linguaggio.

    Ciò impone una dialettica permanente fra due poetiche: la poetica dell’autore/autrice e la poetica del traduttore/traduttrice, cioè fra il primo autore e il secondo autore e da questa dialettica scatta lo Sprachbewegung.

    Così l’arte del tradurre coincide con una dialettica permanente fra due poetiche. Perché? Perché

    «La lingua non è un’opera (ergon), ma un’attività (energheia)».

    Ed energia è anche la traduzione, energia per l’arricchimento di una qualunque cultura nazionale: («Se per avverso timore dell’inconsueto si […] vuole evitare persino lo stesso straniero, […] allora si distrugge tutto il tradurre e tutta la sua utilità per la lingua e la nazione».

    Il diverso, lo straniero, l’estraneo sono elementi di vitalità per qualunque cultura nazionale).

    Grazie agli studi sul movimento del linguaggio è possibile ricavare una concezione della traduzione come rapporto tra due poetiche, rapporto che
    « va continuamente superato
    – nello spazio (al lettore deve venire il desiderio di gettare via la traduzione, portatrice di imperfettibilità, e di imparare la lingua originale);

    – nel tempo ( ogni traduzione invecchia perché è la fotografia del rapporto tra la poetica dell’autore/autrice in un tempo X e quella del traduttore/traduttrice in un tempo Y, e quindi va di continuo superata).

    Silvia Bortoli alle prese con la poesia della Bachmann ne è totalmente consapevole:
    “[…]
    Tradurre un testo la cui trascrizione è in molti punti ancora incerta e provvisoria non può che essere una proposta, un primo tentativo. In questo primo tentativo mi è stata di grandissimo aiuto Rita Svandrlik, che mi ha confortata nei miei infiniti dubbi con la sua profonda conoscenza della poesia della Bachmann: a lei va tutta la mia profonda gratitudine.
    Se nonostante il suo aiuto puntuale e generoso vi sono degli errori, la responsabilità è solo mia.”

    Di tutta questa materia incandescente l’amico Linguaglossa è pienamente consapevole e lo riafferma in poche, nitide parole

    “In questi versi della Bachmann si profila chiaramente la crisi del linguaggio poetico convenzionale. Cercare le parole senza prima aver aperto la soggettività ad una nuova dimensione spirituale ed esistenziale significa perdere contatto con il linguaggio. Per la Bachmann il linguaggio poetico o lo si ha o non lo si ha, lo si può acquisire soltanto tramite un lungo viaggio di ricerca esistenziale…”

    (gino rago)

  2. In questa poesia (incompiuta), tra le parole, c’è aria, ma aria compressa e rarefatta; una atmosfera rarefatta e trasparente e compressa. Le parole restano come sospese su un abisso vuoto, nuotano nel vuoto, in distanze siderali l’una dall’altra, incomunicabili e incomunicate, ciascuna chiusa nella propria irrelata singolarità, incapaci di farsi carico di un significato stabile, fondante. Le parole ormai sono diventate esse stesse instabili e impermanenti; sono delle singolarità aleatorie che abitano zone limitrofe, soglie, faglie, limen tra continenti inesplorati e inesplorabili. Per noi umani è più importante l’eco delle parole più delle parole che abitano non intorno al rumore ma dentro il rumore: « L’écho n’est pas autour du bruit mais dans le bruit », scrive Bonnefoy,

    È incredibile, nella poesia della Bachmann dei primi anni sessanta, affiora quella consapevolezza che diventerà acutissima percezione sessanta anni più tardi nei poeti italiani esistenzialisti della nuova ontologia estetica della crisi delle parole, di qui la necessità di una poesia che proclami con acuta consapevolezza la propria costitutiva debolezza e transitorietà, priva di salvezza in quanto senza perdizione, ma fattasi forte grazie alla propria fragile aleatorietà e impermanenza

  3. emma rutheford

    …aveva uno pseudonimo : Ruth Keller

  4. giorgio stella

    celan mi disse un giorno bevilacqua nn si uccise per l’olocausto ma per lei… la moglie era al corrente ho lettere tra loro… abbiamo perso il più grande poeta tedesco per la fi.. – in tradotto male filamenti di sole già l’espressione nn era dedica a un caso ma a un evento in corso tra di loro. Il dott. Rago nn emerge da una sintassi definitiva, l’albore della NOE, e si confonde… solo un Ranchetti capì che la diaspora era una eccellenza primitiva , eclatante, dichiarata in una coltellata registro confermo di una morte annunciata. Qui io nn regolo la biografi-poesia allla ermini decadendone nel luogo che la ‘provincia’ (avanti la mimesi estetica etc…) ma a differenza di lui io, giorgio stella, nn scriverò mai! un necrologio contro l’uomo.
    giorgio stella

  5. Il dolore edulcorato a cui noi siamo avvezzi per cattolicesimo, quella maniera di volgere all’elegia, diventa questione di psicanalisi, un tabù. E non se ne avrebbe bisogno, che già di falsità ne abbiamo tante. La piega è quella di sfuggire sempre, e trascendere è quasi un obbligo morale.
    Da ragazzo leggevo Bassani e Giuseppe Berto, e ancora li ricordo – tanto mi piacquero. Tra psicanalisi ed esistenzialismo. Ma non ci si toglieva la pelle con le unghie. E non lo dico per masochismo: è che scrivendo sembra che poesia voglia evitare, o non sappia come fare; ché le parole del dolore se le sono accaparrate i cristiani, idem per quelle d’amore; e adesso è difficile riprenderle. Sicché uno mette distanza, pure che vada in fantascienza.
    Bachmann e Celan sembra facciano a gara, tanta è l’impressione di morte… Ma, penso, dovrebbe essere normale, come si scarta un frutto marcio dal resto; oppure Auschwitz non ha legittimato dolore e bruttezza, ma solo idealismo… Letizia Leone, nel suo ultimo libro, va con intelligenza nella direzione opposta.

  6. Nunzia Binetti

    Devo confessare, caro Giorgio , che nella tua nota critica, pur se riferita alla Bachmann, è riflesso il concetto che ho di Poesia e ciò mi stupisce. Tu dici che la poesia è “un modo di essere” e da tempo lo penso e lo vado dicendo anch’io. Parli del dolore e lo definisci fattore responsabile della frammentazione dell’unità discorsiva dei testi proposti . Sai , Giorgio ? Niente è più vero di questa tua affermazione. Il dolore esistenziale spezza il logos , lo disorienta. Superfluo sarebbe aggiungere che le poesie della Bachmann mi sono piaciute oltremodo. Personalmente non le trovo affatto fredde, bensì cariche di quel pathos, che ne sostanziano la natura tutta esistenziale. Quel pathos rivendica l’io poetico che ,in modo altalenante, si mostra e poi si cela , passando da una dimensione di carattere esperenziale alla negazione di quest’ultima e fino ad approdare ad un conclamato oggettivismo. Credo che questa bifocalità ,propria della Bachmann ,sia cosa pregevole in Poesia, anche perché non facilmente riscontrabile in altri autori. A me pare ,quindi ,che la Bachmann abbia titolo per definirsi innovatrice del modus poetandi e che -al tempo stesso -abbia trovato un perfetto equilibrio tra il cosiddetto soggettivismo e oggettivismo in Poesia ,facendoli coabitare in modo armonico e in una sorta di formula vincente dal moto circolare e perpetuo. Graditissima ed interessante proposta. Grazie, a te,Giorgio, per averla pubblicata ma anche complimenti al traduttore.

  7. Giosetta Fioroni così parla di Paul Celan
    (dal Catalogo della Mostra per Celan dell’artista di punta della popart italiana)

    Paul Celan (nato a Czernowitz, Bucovina, Romania nel 1920, morto suicida a Parigi nel 1970) è stato forse il maggior poeta in lingua tedesca del XX secolo.
    L’amica Ilana Shmueli, incontrata e prediletta negli ultimi tempi della vita a Gerusalemme, ha ben definita la lingua poetica di Celan:
    “…il suo tedesco incantato, arbitrario, che infrange ogni limite…”.

    Figlio unico di una famiglia ebrea, trascorse la giovinezza sotto l’influenza della madre che parla tedesco e lo introduce a poeti come Hölderlin e Rilke. Nel ’42 i genitori furono deportati e uccisi dai nazisti.

    Celan si rifugia a Vienna nel ’47, fuggendo dalla Romania;

    lì il 16 maggio del ’48 incontra Ingeborg Bachmann con la quale ebbe un travagliato amore…poi trasformato in sodalizio.

    Sempre nel ’48 si trasferisce a Parigi e conosce Gisele Lestrange, che si dedica all’incisione e appartiene ad una antica famiglia francese, nobile e cattolica. Si sposeranno nel dicembre del ’52. Avranno un primo figlio François, morto prematuramente e, nel ’55, Eric.

    Conosce poeti e scrittori francesi tra i quali Yves Bonnefoy, Henry Michaux, Jacques Dupin, André du Bouchet.

    Ma gli amici più importanti rimangono Ingeborg Bachmann, Nelly Sachs, Franz Wurm, Jenn Bollack, Klaus Demus e Peter Szondi…suoi interlocutori privilegiati nel discorso sulla poesia.

    Negli anni francesi, la totale dedizione alla lingua tedesca, che non abbandonerà mai, lentamente promuove un suo costante patologico isolamento.

    Alla fine del ’62 ha un primo ricovero in una clinica psichiatrica. Un secondo, nel ’65, dopo uno scontro violento con la moglie seguito da un ricovero coatto in diverse cliniche. E, ancora nel ’67, aggressione alla moglie e tentato suicidio; Gisele Lestrange chiede, nello stesso anno, la separazione.

    Nell’ottobre del ’69 fa un viaggio in Israele, dove incontra Ilana Shmueli, un’amica dell’adolescenza a Czernowitz. Si rinnova un’amicizia e nasce un legame amoroso che durerà fino alla fine-prossima della sua vita.

    Vent’anni dopo, Ilana scrive la storia di quei 17 giorni a Gerusalemme insieme a Paul Celan in un bellissimo libro ora tradotto in italiano (Quodlibet, Ilana Shmueli, “Di’ che Gerusalemme è. Su Paul Celan: ottobre 1969 – aprile 1970″).
    Durante questo soggiorno, Celan intravede la possibilità di un cambiamento di vita ma il ritorno a Parigi lo immerge di nuovo nella dolorosa Malattia.

    Sembra che solo…scrivere poesia, lo tenga ancora in vita.

    Il 12 aprile del ’70 scrive un’ultima lettera con una poesia a Ilana Shmueli, la quale percependo…”…l’intensità e insieme la non usuale formalità della lettera…” parte, troppo tardi, per Parigi.

    Circa il 20 aprile Paul Celan si getta dal ponte Mirabeau nell’acqua della Senna.
    Il fiume restituisce il suo corpo il 1° maggio.”

    (Giosetta Fioroni)

  8. Gino Rago
    Lineamenti estemporanei di teoria estetica
    (Adorno-Mandel’stam)

    Piove da due giorni. La pioggia non dà tregua.
    Piomba nella stanza quasi al buio un cavaliere.

    Appanna i vetri del balcone con un respiro denso,
    Non parla, non si gira, con l’indice destro taglia i vapori,

    Si dissolve senza una parola,
    Sui vetri un disegno e il suo calore.
    […]
    Il poeta da solo legge a bassa voce quei segni:
    «Viviamo senza neanche l’odore del paese,

    A dieci passi di distanza non si sentono le voci,
    Ovunque ci sia spazio per un mezzo discorso

    Salta sempre fuori il montanaro del Cremlino»
    […]
    Il poeta è più solo nella camera al buio,
    L’io è il vuoto fra due cose.

    “Le sue dita dure sono grasse come vermi,
    Le sue parole come fili a piombo.

    Ammiccano nel riso i suoi baffetti da scarafaggio,
    Brillano i suoi stivali.”
    […]

    Ciò che affiora è concrezione geologica,
    E’ maceria o al massimo pietra,

    Pietra nel fuoco, pietra d’inciampo.
    Il poeta sempre la riprende

    Per un un altro nuovo senso.
    […]
    “Ha intorno una marmaglia di ducetti dagli esili colli
    E si diletta di servigi di mezzi uomini.

    Chi miagola, chi stride, chi guaisce
    Se lui solo apre bocca o alza il dito.

    Forgia un decreto dopo l’altro come ferri di cavallo:
    A chi lo dà nell’inguine, a chi fra gli occhi, sulla fronte o sul muso.”
    […]
    L’oblio è disumano. Fa dimenticare
    La traccia della storia nelle cose,

    Nei suoni, nei colori , nelle parole.
    “Ogni morte è una fragola per la sua bocca”

    Nessun tiranno sa che l’arte è Mnemosyne.

    (gino rago

  9. Guido Galdini

    Riporto una mia antichissima poesia (circa 1976), composta dopo una mia visita a Parigi e la lettura dell’antologia di Paul Celan uscita in quegli anni nello Specchio.

    A Paul C.

    la conchiglia separando dalla definizione
    il crogiolo dal cielo di calamaio
    la notte è riconoscersi per le vie senza indirizzo
    piove una sottile memoria
    sull’algebra della Senna e Nôtre-Dame
    passita di mezz’agosto sulle panchine di ferro
    la Senna specchia chi non ha faccia e
    barba – la Senna sopracciglio
    scava le bare ai suicidi in flotta

    guarda le oche trafiggere il bosco e
    ritornare febbre e annientarsi nell’
    ellisse dello stagno.

  10. emma rutheford

    Con tanti ponti a Parigi sulla Senna, perché Celan scelse il Ponte Mirabeau?
    Potete spiegarmelo?

  11. Guido Galdini

    Naturalmente possiamo fare solo ipotesi.
    A me è venuta in mente la poesia di Apollinaire

    Il Ponte Mirabeau

    (traduzione di Vittorio Sereni da “Il musicante di Saint-Merry”, Einaudi, 1981)

    Sotto Pont Mirabeau la Senna va
    E i nostri amori potrò mai scordarlo
    C’era sempre la gioia dopo ogni affanno

    Venga la notte suoni l’ora
    I giorni vanno io non ancora

    Le mani nelle mani restiamo faccia a faccia
    E sotto il ponte delle nostre braccia
    Stanca degli eterni sguardi l’onda passa

    Venga la notte suoni l’ora
    I giorni vanno io non ancora

    L’amore va come quell’acqua fugge
    L’amore va come la vita è lenta
    E come la speranza è violenta

    Venga la notte suoni l’ora
    I giorni vanno io non ancora

    Passano i giorni e poi le settimane
    Ma non tornano amori né passato
    Sotto Pont Mirabeau la Senna va

    Venga la notte suoni l’ora
    I giorni vanno io non ancora

    *

    Le Pont Mirabeau

    Sous le pont Mirabeau coule la Seine
    Et nos amours
    Faut-il qu’il m’en souvienne
    La joie venait toujours après la peine

    Vienne la nuit sonne l’heure
    Les jours s’en vont je demeure

    Les mains dans les mains restons face à face
    Tandis que sous
    Le pont de nos bras passe
    Des éternels regards l’onde si lasse

    Vienne la nuit sonne l’heure
    Les jours s’en vont je demeure

    L’amour s’en va comme cette eau courante
    L’amour s’en va
    Comme la vie est lente
    Et comme l’Espérance est violente

    Vienne la nuit sonne l’heure
    Les jours s’en vont je demeure

    Passent les jours et passent les semaines
    Ni temps passé
    Ni les amours reviennent
    Sous le pont Mirabeau coule la Seine

    Vienne la nuit sonne l’heure
    Les jours s’en vont je demeure

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