Antonio Sagredo “La Metamorfosi della Finzione” DUE POESIE EDITE da “Poems” Chelsea Editions 2015 New York, traduzione di Sean Mark con POESIE INEDITE E UNA TRADUZIONE LIBERA di una poesia di Wystan Hugh Auden (1907-1973) anche nella versione di Paolo Statuti. Commento di Giorgio Linguaglossa

Born in Mexico City in 1963, Moises Levy, Architettura nella luce

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 Antonio Sagredo è nato a Brindisi il 29 novembre 1945 (pseudonimo Alberto Di Paola) e ha vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove  risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: «Malvis» (n.1) e «Turia» (n.17), 1995, Zaragoza.

La Prima Legione (da Legioni, 1989) in Gradiva, ed.Yale Italia Poetry, USA, 2002; e in Il Teatro delle idee, Roma, 2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile. Come articoli o saggi in La Zagaglia:  Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in Rivista di Psicologia Analitica, 1984,(pseud. Baio della Porta):  Leone Tolstoj – le memorie di un folle. (una provocazione ai benpensanti di allora, russi e non); in «Il caffè illustrato», n. 11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74. (A.   Di Paola) (una carrellata di quella stupenda stagione teatrale). Ho curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema Tumuli di  Josef Kostohryz, pubblicato in «L’ozio», ed. Amadeus, 1990; trad. Alberto Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi:  Edison (in L’ozio,…., 1987, trad. Alberto Di Paola), e Il becchino assoluto (in «L’ozio», 1988) di Vitězlav Nezval;  (trad. Alberto Di Paola e Katerina Zoufalová).

Traduzioni di poesie scelte di Katerina Rudčenkova, di Zbyněk Hejda, Ladislav Novák, di Jiří Kolař, e altri in varie riviste italiane e ceche. Su «Poesia» (settembre 2013, n. 285), per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar Březina- La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Ot. Brezina a Antonio Sagredo),  trad. Alberto Di Paola e Katerina Zoufalová. Nel 2015 pubblica Poems Chelsea Editions, New York. Nel 2016 dieci sue composizioni sono presenti nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma) e nel 2017 la sua prima raccolta in Italia, Intrecci con prefazione di Donato di Stasi

Herbert List - Mannequin - Vintage Gravure 1935

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 Commento di Giorgio Linguaglossa La Metamorfosi della Finzione

 Auden: “Ho il sospetto che senza qualche sottofondo comico / oggi non sia possibile scrivere genuini versi seri” (Shorts)

Antonio Sagredo è un autore completamente inedito in Italia, tradotto e apprezzato in Spagna, è quasi sconosciuto in patria. Dopo aver compiuto gli studi di slavistica all’Università la Sapienza di Roma ha lavorato presso la Banca d’Italia. Ho visto alcune foto che lo ritraggono con la Compagnia teatrale universitaria degli “Skomorochi”, nel teatro “Abaco” di Roma, diretta da Angelo Maria Ripellino, agli inizi degli anni Settanta. Lui è in prima fila, in basso, sta disteso, con gli occhi cerchiati di bistro, metà Arlecchino e metà Pierrot. D’improvviso, ho capito: Sagredo è una «maschera», non è un mortale, è caduto nella poesia italiana contemporanea come un alieno meteorite dal pianeta Marte. La sua è la poesia di un marziano. Irriconoscibile, inimitabile, invulnerabile. Sagredo ha sempre mantenuto un atteggiamento di ostilità nei confronti del ceto letterario italiano, e ne è stato, per così dire, ampiamente ricambiato con un silenzio che non sappiamo se di neutralità e cinismo o semplicemente di neghittosità. Fatto è che lungo cinquanta anni di solitario e inedito percorso poetico Antonio Sagredo si è cimentato in un itinerario irrituale e algebrico, insomma ha fatto di tutto per rendersi stilisticamente inclassificabile, irricevibile e inospitale.

È stato detto da alcuni commentatori che c’è un costante barocchismo nell’impiego dei retorismi e delle immagini nella poesia di Sagredo, un mix di alleluia cantarellante e di maledettismi blasfemi, di ipocondrismo e di elettricità che rende i suoi testi altamente godibili, ignobili e, ad un tempo, respingenti, repulsivi, come percorsi da una sottile trama di nervi sensibilissimi e cattivi che captano le minime rifrazioni quantiche dell’ambiente insonoro. I suoi versi sono onde sonoro-magnetiche autorespingenti, irriverenti, derisori, impostori, sono sfollagenti che intimidiscono e irritano; interno ed esterno sono capovolti, così come convesso e concavo, riflesso e irriflesso; è presente in questa poesia un qualcosa simile ad una forza de-gravitazionale generale del suo sistema solare, come se agisse un quoziente di perdita in direzione dell’implosione lessicale e stilistica. Una simmetria del disordine e una asimmetria del disordine.

Mi chiedo chi oggi in Europa può permettersi di scrivere con la libertà e la genialità di un menestrello e di un alchimista, di un fool e di un mago, così:

 La città aveva ciglia violette. Di mattino, finestre e corvi danzavano,
sottovoce parlavamo dei labirinti, ma la rugiada invecchiava, vanità
delle lune!

La poesia di Sagredo avvalora il noto assioma di Adorno secondo il quale «la poesia è magia liberata dalla necessità di essere verità». La poesia di Sagredo attinge la più alta vetta di «verità», appunto denegandone ogni residua qualità; non c’è nessuna «qualità» per Sagredo nel suo ergersi a «verità». La poesia di Sagredo è menzogna e sortilegio, alchimia e mania, fobia e follia, non c’è via di mezzo o di scampo: o la poesia c’è, o non c’è. Sono più di trenta anni che Sagredo è assediato, ossessionato dalla poesia. La sua ossessione è una malattia liberata dalla magia di essere verità.

È probabile che le istanze realistiche e mimetiche invalse nella poesia italiana degli anni Ottanta e Novanta del Novecento abbiano, come dire, urticato la sensibilità di Sagredo e lo abbiano, in modo incosciente e consapevole, condotto o ri-condotto, alla sua profonda e anteriore natura espressionistica che con virulenza urgeva al di sotto della patina petrarchesca e sperimentale del tardo novecento italiano con il quale, s’è capito, il poeta salentino aveva deciso da tempo di interrompere tutti i canali di collegamento.

Poesia inimitabile perché sembra zampillare da una fonte sconosciuta, anzi, dirò di più, sembra che essa non appartenga alla tradizione italiana (forse c’è in filigrana, ma molto lontano, all’orizzonte, la poesia di Angelo Maria Ripellino); il problema dell’ampio spettro lessicale e semantico è tale che nessun altro poeta del Novecento italiano può esserle ragguagliato, nessuno ha le capacità balistiche e cabalistiche di «giocare» con le parole e di portarle, di colpo e di continuo, dalla fogna all’empireo… di parlare come un Savonarola infrollito e un Torquemada travestito. È un fatto che la poesia di Sagredo sembra provenire da un altro pianeta e sembra trascritta da un’altra lingua, quella di un marziano che abbia della confusione in testa e che non riesce a translitterare le parole dalla sua eccelsa lingua nella nostra povera, prosaica, umana e terrestre.

Antonio Sagredo copAntonio Sagredo da Poems Chelsea Editions 2015

Due poesie edite

Ho costretto la parola a vivere
sotto i ponti rugginosi di umide orbite
dove le lagrime sono il metallo fuso della ragione.

Sono vissuto levitando il mio pensiero esatto
mentre il mare divorava i miei occhi insensati.

Il verdetto oppose un forse al tribunale della memoria.

E scoppiarono macelli di rime nei riformatori
strapparono l’incanto ai come di sofferenti metafore
sinistri untori segnarono a sangue la parola viva!

Smorfie d’universi… denti invisibili… non-materia…

Energia, sei oscura… il numero è caduto nei suoi misteri!
Tutta la fisica dei secoli passati è franata
in coriandoli
in filastrocche di bordelli.

Danza il futuro nel serraglio di Erodiade!

Con quali passi tumefatti ho tagliato gli ormeggi?
Con quali languide parole ho cantato: crack… crack… crack?

Roma, 7 aprile 1971

I forced the word to live
under rusty bridges of damp orbits
where tears are reason’s melted metal.

Troughh life l’ve let precise thoughts float
while seas devoured my senseless eyes.

In memory’s court the verdict was uncertain.
And reform-school rhyme-rackets burst
& stripped pained metaphors of their charm,
grim plague-spreaders branded the live word in blood!

Univers-grimaces. Non-matter. Unseen teeth.

Energy, you obscure force… In its mystery
the number drops! All physics of past centuries
crumbled in confetti
& brothel nursery rhymes.

The future dances in Hérodiade’s menagerie!

With which swollen steps did I break the moorings?
With which faint words did I sing: crack… crack… crack?

Farsesco

Passavo di cantina in cantina
le notti
tra le rosse strade di Scipione,
ieratico, sotto quei lampioni indifferenti,
poi che Roma non ha una mortalità decente.

voce:
e tu, dio, che invano guardavo negli occhi
attratto dai tuoi specchi inaccessibili
volgevi altrove i tuoi interessi divini,
come una donna accetta altri amori.

altra voce:
ma il tuo amore nessuno lo canta,
contro tutti e contro tutte
leverò le mie ossessioni
sarò… nella mia follia… un semi-serio!

Oggi è la festa della Saggezza:
ho letto tante volte i Cantici
e sono stato ucciso mille volte, come i Cesari!

Roma, maggio 1981

I spent my nights in wine taverns
down Scipio’s red street,
priest-like under those indifferent streetlights,
with Rome’s death rate still far from decent.

a voice:
and you god-into whosw eyes I stared in vain,
drawn to your mirrors just out pf my reach-
turned your godly interests elsewhere
as a woman might welcome other loves.

another voice:
but- no-one ever sings your love;
I’ll raise up my obsessions
against all men and women,
be half-serious in my madness!

Today we celebrate the Wise:
I’ve read the Canticles time and again
and like the Caesars I’ve been slain a thousand times!

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

Antonio Sagredo Poesie inedite

Quando sazio della lira sposo il gelo
in un sonno di calce sottoterra,
il sudario è una rivolta contro le mie ossa.

Sudario, è qui il punto circoscritto
– prima della vita c’è un’altra morte –
l’eredità s’è dipinta sulle labbra un testamento:
la possanza eretica di quel cardo suicida!

*

Non offrirò più istanze a un Dio estremo,
il ferrigno secolo è già morto sulla soglia.
È una fede che sopporto prima della mia rovina,
per te decreti il futuro e i rintocchi.

*

Quando giungerà il terribile natale di scintille e di tragedie
assetate i commensali con fiumare di acque feniche!
Gli zoccoli s’appestano in un silenzio di galoppo,
i sentieri hanno un volto equino come i quattro candelabri.
Leviteranno tumuli di anatemi in tumulti di calunnie,
ma noi brinderemo ai miti che hanno scavato un vuoto oblio!

*

Quella mia morte che io non vedrò mai esiliata,
affamata come una metafora geografica
griderà: sapete, l’infinito ha le ore contate!
Tutti i numeri crolleranno come antichi imperi!

*

Una volta lo spettro di noi stessi ci faceva vivi o disumani
perché un addio non fosse solo un incendio da domare,
e mi seduce il contagio che sopporta la rovina della carne,
– e più di tutte le sciocchezze temo il ferino oltraggio
e lo stupore che il coito sia meno di un prezioso, o vano istante!

*

Il mio Testamento fu ed è un Dedalo dove Pizie e Arpie
reclamano dagli Ordini la mia dissipazione, e il Canto
d’una parola che crocefissa manca un fine non spiegato
o assenta il Fondamento che la genera e la nega sussistente.

Di monili e armille il tuo sangue mi risuona allarmante
e la mente ci divide interdetti per i tuoi conforti, e mi è caro
il quadro di un atto che io non posso recitare dal Carmelo,
ma il tuo corpo sul capezzale è approntato per festini!

antonio sagredo teatro Abaco 1971 skomorochi

antonio sagredo teatro Abaco 1971 skomorochi

Wystan Hugh Auden (1907-1973)
versione libera di Antonio Sagredo

Funeral blues

Distruggete gli orologi
distruggete i telefoni
e ai cani date ossa perché stiano tranquilli,
che i pianoforti siano muti
e smorzate le note, scoprite la bara
e che entrino gli amici addolorati.

Che gli aerei scrivano tristi nei cieli
lui è morto,
sia ornato di crespo il bianco collo dei piccioni
cittadini e neri guanti abbiano i vigili.

Lui era i miei punti cardinali
i miei sei giorni lavoro
la mia pigrizia domenicale
le mie notti e i miei giorni alle dodici,
il mio cantare e parlare,
pensavo all’eternità dell’amore: che sbaglio!

Decapitate le stelle
offuscate il sole
incartate la luna
che gli oceani siano svuotati
distruggete le piante
ormai non c’è che il nulla!

(trad. Antonio Sagredo – Roma 7 novembre 2015)

Wystan Hugh Auden (1907-1973) 
Funeral blues

Stop all the clocks, cut off the telephone,
Prevent the dog from barking with a juicy bone,
Silence the pianos and with muffled drum
Bring out the coffin, let the mourners come

Let aeroplanes circle moaning overhead
Scribbling on the sky the message He Is Dead,
Put crêpe bows round the white necks of the public doves,
Let the traffic policemen wear black cotton gloves.

He was my North, my South, my East and West,
My working week and my Sunday rest,
My noon, my midnight, my talk, my song;
I thought that love would last for ever: I was wrong.

The stars are not wanted now: put out every one;
Pack up the moon and dismantle the sun;
Pour away the ocean and sweep up the wood.
For nothing now can ever come to any good.

Wystan Hugh Auden (1907-1973)
versione di Paolo Statuti

Blues funebre

Fermate tutti gli orologi, i telefoni staccate,
Un bell’osso per non abbaiare ai cani gettate,
Azzittite i pianoforti e coprite i tamburi,
Fate entrare la bara e gli amici coi volti scuri.

Gli aerei traccino un triste cerchio e sia scorto
In alto nel cielo il messaggio Egli è Morto,
Mettete il crespo sui colli dei piccioni nostrani,
E indossino guanti neri di cotone i vigili urbani.

Egli per me era i quattro punti cardinali,
La mia settimana di lavoro e i riposi domenicali,
Il mio meriggio, la mezzanotte, ciò che cantavo;
Io credevo che l’amore fosse per sempre: sbagliavo.

Spegnete tutti gli astri: nessuno ora sarà cercato;
Imballate la luna e il sole sia smontato;
Svuotate l’oceano e spazzate via il bosco,
Perché niente che sia buono ora io conosco.

(Versione di Paolo Statuti)

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17 commenti

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17 risposte a “Antonio Sagredo “La Metamorfosi della Finzione” DUE POESIE EDITE da “Poems” Chelsea Editions 2015 New York, traduzione di Sean Mark con POESIE INEDITE E UNA TRADUZIONE LIBERA di una poesia di Wystan Hugh Auden (1907-1973) anche nella versione di Paolo Statuti. Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. E’ molto chiaro il tuo commento, Giorgio. La dialettica sulle ragioni dell’essere , sembra essere il punto cruciale per Sagredo; uscire dai sistemi sovra -logici, dal paradigma che influenza la nostra percezione di verità:
    Ho costretto la parola a vivere
    sotto i ponti rugginosi di umide orbite
    dove le lagrime sono il metallo fuso della ragione.

  2. Ecco un altro autore della cui conoscenza ringrazio Linguaglossa. Aggiungo solo i complimenti al salentino Sagredo per essere riuscito a rimanere fuori dal sistema poesia italiano ed essere diventato in tal modo un valido esempio di poesia finalmente moderna.

  3. ubaldoderobertis

    In generale nella poesia di Antonio Sagredo mi sorprende l’infinita processione di tutti quei significanti che incalzano e si propagano, i continui rimandi a fatti ed eventi che spesso risalgono ai tempi della santa inquisizione. La cornice è la storia, la cultura nord occidentale.
    Il linguaggio poetico di Sagredo è inimitabile, singolare, ispessito di conoscenze, possente a volte, anche se trovo difficoltà nel decifrare molti di quegli attraversamenti che il poeta ritiene scontati. Al verso da cui emerge la bellezza segue l’altro che ti spiazza, che ti fa inorridire.
    A me, dimessamente laico, lasciano di stucco certi improvvisi scivolamenti verso il sacro, il dio, le eresie, intendendo queste come dottrine che si oppongono a ciò che propone la chiesa madre, ma sono pur sempre dottrine, linea teologiche che si scontrano dalla linea direttrice. Questi temi mi sembrano quasi una ossessione. Un furore sacro.

    e tu, dio, che invano guardavo negli occhi
    attratto dai tuoi specchi inaccessibili
    volgevi altrove i tuoi interessi divini,
    come una donna accetta altri amori.

    E ancora:

    Non offrirò più istanze a un Dio estremo,
    il ferrigno secolo è già morto sulla soglia.
    È una fede che sopporto prima della mia rovina,
    per te decreti il futuro e i rintocchi.

    In quanto alla scienza, leggo:
    Tutta la fisica dei secoli passati è franata
    in coriandoli
    in filastrocche di bordelli.
    Io penso invece che dai secoli passati nulla della Fisica sia franato. L’uomo sta cercando di fare semplicemente passi in avanti per la comprensione del mondo. E poi, ammetto serenamente che la Scienza non dà mai risposte irrefutabili, dà solo le più convincenti del momento. La Scienza è soggetta non alle frane, ma a ripensamenti e a cambiamenti di rotta, di obiettivi. Credo sia un bene! Per tutti! Possiamo procedere anche senza certezze assolute. Le certezze sono patrimonio delle religioni, in particolare di quelle monoteistiche.

    Ubaldo de Robertis

  4. Steven Grieco

    Sagredo sempre bravo in tutto, sia con i suoi versi che danno uno scapaccione ai benpensanti, ma sono di un intensissimo lirismo allo stesso tempo, sia le sue traduzioni ardite di Auden e di altri poeti. Ben venga un autore a rinfrescare le sorgenti della poesia con:

    La città aveva ciglia violette. Di mattino, finestre e corvi danzavano,
    sottovoce parlavamo dei labirinti, ma la rugiada invecchiava, vanità
    delle lune!

    Pura genialità. Non è surrealismo questo, qui la suggestione ci arriva attraverso le inferriate dei nostri stessi occhi. Ci parla di una bellezza delle cose che è stata mandata in esilio, e può solo ritornare a noi con i suoi pezzi messi all’incontrario.

  5. francesco saverio

    Da tempo che dovevo scrivere qualcosa su questo blog, non lo facevo perché temevo di far brutta figura, ma poi ho preso coraggio, e scrivo ora quel che sento. Mi sorprende che la così detta “poesia ufficiale”, direi di “Stato”, non di regime ancora, non si è fatta viva intervenendo su questo blog, intendo quesi così detti “poeti maggiori” che legiferano con premi e pubblicazioni sulle case editrici storicamente incollate alle loro poltrone oramai disfatte, propinando al lettore italiano medio e non orribili edizioni di poesie in migliaia di esemplari… poesie?, direi mondezza!
    Scrivo per difendere Antonio Sagredo, e non faccio parte affatto di quella congrega che sempre lo esalta, ma direi a ragione!
    Perdonate l’intrusione.

  6. Gentile Francesco Saverio,
    non abbia alcun timore reverenziale o altro, intervenga su questo blog con i suoi pareri quando e come vuole, questo è un blog libero, di ricerca, di stimolo e di proposta che non alza alcuno steccato verso la poesia contemporanea, non è fatto da una piccola consorteria di autori, non siamo accademici né pretendiamo di conoscere a priori qual è la poesia e che cosa non è poesia, questo è un luogo in cui si discute e si esprime il proprio parere, a volte, anzi, di frequente anche critico, senza nessuna intenzione di apparire ultimativi o alternativi. Siamo semplicemente qui.
    Quanto alla “poesia di stato” come lei dice, il fatto che essa sia assente, non significa niente, né in un senso né nell’altro, non aggiunge valore né lo diminuisce.. Noi andiamo per la nostra strada, con serietà, fatta di ricerca continua e di incertezza continua, ad altri lasciamo l’alloro delle certezze indiscusse.

  7. Non voglio mancare a un dovere di cortesia accogliendo con il silenzio queste Poesie di Antonio Sagredo. La mia assenza da “L’Ombra” in questi giorni è causata non da disinteresse ma da motivi familiari.
    Il Poeta è quasi un nuovo Antonio Sagredo rispetto a quello incontrato spesso nei “post” a lui dedicati o nelle poesie che egli stesso pubblicava come commento alle poesie altrui.
    Con la mia schiettezza affermo che quelle composizioni non mi piacevano per l’eccesso di barocchismi nell’espressione, pari a quelli che talora si vedono in certe facciate di chiese barocche appesantite dal “troppo”, mentre il Barocco in sé è bello, veramente pregevole come la musica barocca.
    Queste poesie, invece, sono per così dire sfrondate e alleggerite da quegli eccessi e il pensiero, certamente profondo e complesso (non contorto!) si lascia cogliere dal lettore con il raro piacere di addentrarsi in una fitta foresta, forse labirintica ma non “paurosa”.
    Le metafore ora non sono più esasperate, iperboliche, bensì frutto di un’immaginazione ricca e fervida che è rara nei poeti italiani.
    Conosco la Spagna e comprendo facilmente la ragione per la quale Antonio Sagredo là è molto apprezzato e pubblicato.
    Vive congratulazioni e profonda stima, gentile “nuovo” Antonio Sagredo!

    Giorgina Busca Gernetti

    • Steven Grieco

      Sono perfettamente d’accordo con Giorgina B. Gernetti. Infatti io mi riferivo nel mio commento al Sagredo delle migliori poesie, quelle che evitano troppe iperboli. E non sono poche, mi sembra.
      Di un poeta rimane sempre una rosa, una piccola scelta delle poesie migliori.
      Prendiamo un gigante come W. B. Yeats: in realtà sono solo una quarantina di poesie che oggi si leggono – l’essenza di una produzione piuttosto grande, spesso ridondante, e ormai confinata ai cultori, agli studenti, agli studiosi.
      Ma con quelle 40 poesie Yeats è l’Everest della poesia inglese del 20 secolo.

  8. Sagrè sei meno tanto forse troppo del solito, e la traduzione di Sean Mark ti da vigore e in inglese suoni bene. Complimenti

  9. attanasio cavalli

    la signora Stefanelli dice una cosa buona

  10. antonio sagredo

    “sei meno tanto forse troppo”: che Almerighi non sia una persona sobria mi fa piacere. se non lo fosse il piacere sarebbe doppio, comunque per lo più adesso molto ovunque…. ecc. e amen,

  11. Pingback: Date a Sagredo quel che é di Sagredo | Poliscritture.it

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