Giorgio Linguaglossa da Three Stills in the Frame, Selected poems (1986-2014) Chelsea Editions, New York, (2015) traduzione di Steven Grieco QUATTRO POESIE da Risposta del Signor Cogito. “La polizia segreta cerca il quaderno nero”, “La Lubjanka interroga il musicista”, “Il corvo è volato via dalla finestra”, “La polizia segreta interroga il Signor Cogito” Commento di Marco Onofrio

de chirico Ettore e Andromaca 1916

de chirico Ettore e Andromaca 1916

da “Risposta del Signor Cogito”
da “Three Stills in the Frame. Selected poems (1986-2014)” Chelsea Editions, New York p. 320 $ 20 Prefazione di Andrej Silkin Traduzione di Steven Grieco

La polizia segreta cerca il quaderno nero

I
La polizia segreta cerca il «quaderno nero».
Perquisisce ogni centimetro quadrato della abitazione
del Signor Cogito, getta le masserizie all’aria, sfonda le pareti,
smonta le mattonelle. Dicono che c’è «un sole inabissato»
da qualche parte.
II
Finestra buia. Finestra illuminata.
Enceladon è nuda esce da una porta della notte e si pettina
i capelli color rame davanti allo specchio.
Un merlo gorgheggia sull’albero. Gli uccelli tossiscono.
Lanterna rossa. Fascio di luce conica.
Un riflettore è puntato sulla faccia del Signor Cogito.
Un cono di luce sugli occhi del Signor Cogito.
La polizia segreta scava nel giardino.
Cerca ciò che non può più trovare
perché Cogito ha distrutto il quaderno nero
gettandolo nel fuoco.

III
Sono le tre. Il rintocco argentino del carillon
disturba la tranquillità del Signor Cogito.
Il suo pensiero è simile al moto del pendolo,
va dallo zenit alla fossa delle Marianne
dal fumo delle puzzolenti nazionali
all’etere del pensiero teologale.
Nella Kammerspiel c’è silenzio. Di tomba.
Improvvisamente, uno scalpiccio di passi.
I cinque poliziotti sono usciti in corridoio.
«Arrivederci», «Passate più spesso a trovarmi»,
dice agli ospiti il Signor Cogito.

.
La Lubjanka interroga il musicista

I
Le blatte si accalcano nella fessura della porta.
Il Signor K. esce dalla notte
sbatte la porta ed entra nello specchio
esce dallo specchio ed entra nel cono di luce.
Entra il commissario con un occhio di vetro.
La polizia segreta interroga la bellezza di Enceladon
mentre la Lubjanka fa catturare tutti gli uccelli.
Dispone che gli uccelli vengano impiccati
ai rami degli alberi e lasciati oscillare
come idrocaedri al vento del Favonio.
Interrogano il musicista.
Interrogano il Signor Cogito.
Cercano «un sole inabissato».
«È colpa del Signor Retro – dice il Signor Cogito –
quel maleducato è sempre avanti di un passo,
e non c’è ragione che possa voltarsi indietro».
La polizia segreta perquisisce il violino,
smonta la cassa armonica, fa a pezzi l’archetto.
II
La Lubjanka ha convocato il violinista
negli uffici della polizia segreta.
La tigre bianca siede sulla sedia rossa.
La tigre rossa siede sulla sedia bianca.
La tigre sorride.
Il Signor Retro mastica un chewingum.
La Gioconda mi guarda dalla parete.
Hanno interrotto le perquisizioni.
Hanno requisito il violino.
Hanno divelto la porta rossa e la finestra azzurra.
Hanno abbattuto le pareti.
Il Signor K. dice che il violino non ha colpe.
«Signor Cogito, non c’è nessun sole inabissato».
«C’è un solo colpevole». «È lei il colpevole».

.
Giorgio-Linguaglossa-Three Stills In the Frame 2015.

Il corvo è volato via dalla finestra

Il corvo è volato via dalla finestra.
I candelabri degli alberi fumano sotto il cielo.
Fiammeggiano d’un fuoco algido.
Il cielo è immobile. Il mare è immobile.
Il bosco è immobile.
La bottiglia e il bicchiere del quadro di Morandi
sono immobili, integri, il tempo non li ha frantumati.
La Lubjanka ha impiccato tutti gli uccelli.
Sette corvi beccano i vermi nello stagno.

Enceladon mi guarda da una cartolina.
Anche la sua bellezza è immobile.
Ha un sorriso esangue, sembra evasa
dalla prigionia del suo archetipo in fondo
al ritratto di Simonetta Vespucci.
L’intero universo è immobile.
La sedia rossa è di fronte al mare.
Il sole nero entra nella costellazione dello Scorpione.
I mocassini del Signor Cogito scricchiano
sulle falene morte e sulla polvere del parquet.
Il pensiero del Signor Cogito precede sempre
d’un palmo la giostra delle parole, indugia all’ingresso
tra il pensiero nero e il pensiero bianco.
«Tra il pensiero e la parola cade l’ombra.
Tra la parola e la sua pronuncia cade l’ombra»
dice il Signor Cogito.

Teatro. Si apre il sipario. Sedia rossa.
Il musicista prende posto sulla sedia rossa.
Imbraccia il violino.
Posa l’archetto sulle corde del violino.
All’improvviso, tutto scompare:
la sedia rossa, il musicista, il mare,
le stelle, gli alberi in fiamme.

de chirico_immagine periodo metafisico

de chirico_immagine periodo metafisico

La polizia segreta interroga il Signor Cogito

I
Si annuncia con il tinnire di monete false,
un flash al magnesio il Signor K.
La redingote del Signor Cogito
si siede di fronte alla finestra. Attende.
Il Signor K. si siede sulla sedia rossa,
emana un profumo di cipria la sua parrucca
impolverata, parla nella lingua dei corvi:
eptaedri, triedri, dodecaedri.

La polizia segreta interroga il Signor Cogito.
Chiedono notizie intorno al «suo occhio sincipitale».
Un riflettore illumina il volto del Signor Cogito.
Un trisma percorre a ritroso il volto del Signor Cogito.
Il Signor Cogito guarda attraverso la finestra.
La finestra è aperta su un paesaggio
di colline verdi, ondulate e di tigli in fiore.
Il Signor K. indugia.
Il Signor Cogito attende.
Sceglie con cura le parole,
aspetta che il buio entri dalla finestra.
Parla sempre dopo il Tramonto.
E prima dell’Aurora.

II
Il Signor Cogito dice:
«Electa una via non datur recursus ad alteram».
La tigre sorride.
«Nomina sunt consequentia rerum».
La tigre sorride.
«Dunque seguono, non possono precedere le cose».
La tigre continua a sorridere.
«Le cose le avete fabbricate ma le parole…».
La lampada al neon illumina la faccia dell’imputato.
«No, quelle non potete fabbricarle».

de chirico sketch masks

de chirico sketch masks

Commento di Marco Onofrio

Per entrare in risonanza con la poesia di Giorgio Linguaglossa (recentemente antologizzata nella traduzione inglese di Steven Grieco, con testo a fronte, per l’edizione americana Three Stills in the Frame, Selected poems (1986-2014) Chelsea Editions, New York), occorre accedere alle premesse della sua dicibilità, e dei problemi epistemici, storici e sociologici che riesce complessivamente a sollevare. Occorre dunque portarsi fino alle radici del sentire moderno; e queste radici vanno, a ben vedere, ricercate in epoca barocca, quando il mondo – grazie alle scoperte geografiche e scientifiche – si estese a dismisura, e l’uomo provò nuovo sgomento dinanzi al silenzio eterno degli spazi infiniti mentre la terra (già centro del cosmo tolemaico) veniva relegata ai margini del vuoto universale. La realtà debordò dalle cornici razionalistiche e si mostrò complessa nell’infinità del macroscopico e del microscopico. L’allegoria barocca – analizzata da W. Benjamin, nel contesto del dramma barocco, come “cartina di tornasole” di alcune aporie fondamentali della coscienza e dell’arte moderna – mette in crisi l’aspirazione classicistica rinascimentale ad armonizzare il mondo, cioè a colmare la scissione originaria prodottasi nell’uomo sia a livello teologico, sia a livello gnoseologico. Chiunque, dopo il Rinascimento, tenti il simbolo viene continuamente respinto nell’allegoria, cioè nella «dialettica priva di centro tra quanto è figurato nell’espressione, le intenzioni soggettive che lo hanno prodotto e i suoi autonomi significati». L’allegoria fa saltare il simbolico e «smantella la faccia armoniosa del mondo»: dà vita a un’arte malinconica, da terra desolata, che rivela un’insanabile lacerazione, una perdita di senso delle cose e del soggetto, una decadenza dell’umano e della storia. Come portata allo spasimo dei nervi dal dolore della ferita, la coscienza mantiene una presa critica della realtà che le permette di restituire il negativo e il caos disperso dei frantumi così come sono, senza illudersi di una possibile armonia conciliatoria.

de chirico anni Settanta

de chirico anni Settanta

Baudelaire è il primo grande esponente dell’estetica moderna in grado di prendere coscienza delle mutate condizioni epocali. La prima e la seconda rivoluzione industriale innescano lo sviluppo delle scienze applicate alle tecnologie. Le città diventano metropoli massificate. Cambia la percezione del mondo, le categorie spazio-temporali vengono continuamente riedificate dalle proprie macerie. La storia accelera. Il sempre più rapido ciclo di invenzioni e trasformazioni meccanizza l’esperienza del reale, provocando continui choc sensoriali e risposte psichiche automatiche. L’ottica a scatti del cinema è, per certi versi, omologa alla produzione della catena di montaggio. Ci si abitua alle dinamiche della visione seriale. L’artista è il flanêur estraniato e perso nella folla. Vive in uno stato di convalescenza, di ipnosi, di ebbrezza alcolica. Scrive per frammenti, lampi di immagini e sensazioni. Guarda alle cose con occhio satanico/angelico: usa l’ironia sardonica come lente di rifrazione e chiavistello per smontare il mondo. La surnaturalizzazione visionaria lo porta a sdoppiarsi, a proiettarsi negli oggetti, a immergersi nel flusso vitale fino a sfondare i limiti dello spazio e del tempo, e alla fantasmagoria dei paesaggi urbani, degli interni, delle stanze.

Da questa coscienza, travasata nella rilettura continua e aggiornata di tutto il Novecento, europeo ed extraeuropeo, compresa l’evoluzione storica della Scienza (la relatività di Einstein, il principio di indeterminazione di Heisenberg, la teoria della complessità di Prigogine, la teoria delle catastrofi di Thom, le ricerche su caso e necessità di Monod, etc.): è da tutto questo agguerrito armamento culturale che “viene” la scrittura in versi di Linguaglossa. La Stimmung iconografica della sua poesia è traducibile in un pulviscolo di suggestioni sospeso tra il sensualismo onirico di Balthus, la mitologia ludica di Savinio, le traslucide interdizioni di Giorgio De Chirico e, qua e là riemergente, una vena boshiana di allucinazioni alla Francis Bacon. Il poeta precede il critico ma viene nutrito dalle sue ricerche; il critico a sua volta sorveglia il poeta e lo punzecchia quando rischia di addormentarsi. Linguaglossa non è mai soddisfatto, riscrive continuamente, per anni. Il suo è il percorso ultratrentennale di una ricerca inesauribile attraverso la scrittura e la coscienza.

La parola linguaglossiana è lo strumento versatile che solleva e sostiene un equilibrio dinamico tra azione e contemplazione, dramma e filosofia, oggetto e pensiero, suono e silenzio. Il linguaggio di Linguaglossa nasce dal “rigoglio del magma”, è carico, plurivoco, materico, multanime: è deformato da una carica espressionistica e sospinto da un demone variantistico sperimentale, che deve tenere a bada i rischi dell’arbitrarietà, del virtuosismo, del bizantinismo, stando attento a che la poesia non divenga «hierogliphica arte degli / orpelli»:

«Sofismi, tropismi trapezoidali, bizantinismi elicoidali,

dissimmetrismi di notti atrali, disfunzioni atrabiliari,

bisticci di frasari incongrui».

Il suono è  ovviamente sfruttato anche per le sue capacità simboliche di creare significato:

«rumoreggia e sferraglia sul sipario del teatro:

incastro di motori, di ruote dentate,

rotori, rospi di tropi, ellittici tropismi».

de chirico un maestoso silenzio maschere

de chirico un maestoso silenzio maschere

Il poeta ha alle spalle il critico pungolatore, e insieme cavalcano a briglie sciolte il cavallo selvaggio di una fantasia dittatoriale, che crea regole e mondo. Una fantasia che rivendica la propria libertà dai giochi del Potere: nella composizione “Il signor K.” la tigre che rappresenta appunto il Potere ordina al poeta di suonare il violino, ma l’archetto del poeta “stride” perché egli si rivela incapace di suonare a comando: vuole suonare quando e ciò che gli pare. Cioè: la poesia può sopravvivere solo se si ritaglia uno spazio autonomo dalla macchina mondiale dell’economia e della comunicazione strumentale.

La chiave che apre il mondo poetico di Linguaglossa è un surrealismo onirocritico che mette in gioco tutta la realtà fisica, fino al livello subatomico: tutta la natura, tutta la storia, tutta la cultura (anche la Scienza). Linguaglossa giustappone e mescola i luoghi dello spazio e del tempo, proiettati su un unico piano di simultaneità. La poesia è una «idrovora narcomedusa»: succhia tutto l’esistente e l’esistibile, come un’idrovora, e ha il potere narcotizzante e marmorizzante della Medusa, che svela il volto osceno dell’orrore sotto le sembianze più “normali”, il «malessere quieto dell’esistenza». La poesia dunque

«accoppia materia e immondizie

sigizie di correaltà, apparenta

“Storia ed eoni, platonismi e crudeltà».

Dalla metafora tridimensionale di Mandel’štam, Linguaglossa trae una visione poliedrica e multipolare: come un suono stereofonico riprodotto da sorgenti simultanee. Einstein ha dimostrato che lo spazio ha quattro dimensioni (la quarta è il tempo). E Linguaglossa scrive:

«Vidi l’Angelo dai quattro volti che guardava

in quattro specchi il mio sembiante riflesso,

quadruplice barbaglio della luce».

de chirico maschere

de chirico maschere

Il discorso poetico di Linguaglossa procede senza apparenti artifici metrici sull’onda pulsante di un verso libero, spesso epico nella sua lunghezza, che agevola il processo di decostruzione dell’io attraverso la scomposizione prismatica e cinematica delle immagini. Il correlativo oggettivo è potenziato dal parallelo correlativo soggettivo: la proiezione del soggetto in alter ego dialogici, disseminati nello spazio e nel tempo, che sono (e siamo) sempre «noi, dietro il diaframma, prismatici». Il poeta «cammina come un sonnambulo», in «ipnotica ipocinesi»: è un acrobata bendato che attraversa gli universi paralleli, che percorre i livelli del reale, che entra ed esce dai racconti – fino a raggiungersi prima della nascita fisica (come accade nell’autoritratto eponimo “Tre fotogrammi dentro la cornice”). È un continuo passaggio biunivoco tra esistenza sogno irrealtà – cornice di pensiero dopo cornice – fino a sfiorare l’inarrivabile essenza. La poesia dunque come discorso anfibologico, fitto di misteriose, semplici e irrisolvibili aporie. E la vita come geroglifico di sogni, come criptogramma.

Il tono autonormativo della scrittura poetica di Linguaglossa è quello di una cronaca scettica della realtà in divenire, sospeso tra certezza dell’esistere («respiriamo dunque siamo») e messa in scacco di questa dimensione («serenamente dubitiamo / della nostra realtà»). L’atteggiamento è ironico, leggero, distaccato, oggettivo, superficiale e profondo in un sol dire (è la superficie, del resto, che nasconde la massima profondità, ovvero: «La verità è nella polvere della superficie»). Il poeta penetra oltre i limiti della ragione, abbracciando i panorami della “follia”, del caos creativo incasellabile. La ragione stessa «si camuffa in follia / e la reggia si addobba in stalla». Linguaglossa si interroga ossessivamente sul rapporto tra quadro e cornice, su «cosa c’è oltre la cornice», su come il quadro spezza la cornice e continua oltre i suoi limiti, sapendo che «il cavalletto e il pittore sono fuori quadro: noi non lo vediamo, / ma sappiamo che lui c’è».

De-Chirico-The-Two-Masks

De-Chirico-The-Two-Masks

È una poesia spesso nominale, asciugata sull’osso del proprio accadere, agglutinata intorno all’energia del verbo-motore. Anche gli aggettivi sono trattati come sostantivi, non hanno funzione esornativa. Le composizioni sembrano spesso “sceneggiature” di cortometraggi surrealisti. Linguaglossa ha nelle corde una certa vocazione teatrale: il mondo è teatro, «la storia disegna il teatro / del mondo», e il poeta recita la sua stessa poesia dal palco della propria mente, avvolto dalla nebulosa sferoide dei ricordi, degli echi, dei pensieri, inseguendo frecce vettoriali che non è facile capire se si avvicinino o si allontanino dal bersaglio. I versi montano, uno dopo l’altro, didascalie ambientali di suoni luci rumori voci, geometrie illogiche alla Escher, architetture urbane di mura, torri, archi, ponti, pontili, ambulacri, terrazze, scale, corridoi, porte (spesso numerate, a significare opzioni), e stanze, e strutture delimitanti confini, bordi catastrofici oltre i quali si spalancano abissi. Ci sono sequenze di azioni slegate, catene imprevedibili, scene misteriose che accadono… Da una fessura esce «uno stormo di uccelli / e una nuvola di anelli»; nel vuoto c’è un «drago che aleggia» e una «colluttazione di ombre che entrano / dentro altre ombre e ne escono»; è c’è «un uomo premoriente» che «percuote un gong / e dal gong escono stormi di colombe bianche»; e «dio» che «ha perso l’autobus, / sta alla fermata, aspetta, forse si è pentito»… E narrazioni che si interrompono improvvisamente, lasciando sospesa la curiosità. Il soggetto fluido di questi scenari apre una porta e… non puoi nemmeno lontanamente immaginare dinanzi a cosa ti ritroverai: sono

«i ponti delle parole che nessuno

sa dove condurranno».

Tutto procede per «frammenti di un percorso di fuga», fotogrammi random, sequenze di scene e personaggi che irrompono secondo analogie suggestive ma illogiche, e portano messaggi insensati, stranianti, decontestualizzati, o indicazioni contraddittorie e fuorvianti. Il tempo nella poesia di Linguaglossa è reversibile e interamente abitabile, è un nastro che si può riavvolgere avanti e indietro, come nei sogni. Linguaglossa crede evidentemente nell’eterno ritorno, ha imparato che «il presente è il passato e il passato è il presente», che «il prologo è simile all’epilogo», e tutte le storie e tutte le guerre e tutte le nascite e tutte le morti, sono una.

Specie nelle più recenti composizioni, Linguaglossa accentua la dimensione onirica e metafisica: tutto resta molto reale, quasi iperreale, e concreto, fisico, tangibile, ma il movimento dei versi ci porta in regioni atemporali, o meglio pancrone, dove si incontrano e colloquiano (spesso senza intendersi) personaggi fittizi (angeli, demoni, filosofi) e personaggi storici (Kafka, Mozart, Tiziano, Rembrandt, Ionesco, etc.) appartenuti ad epoche diverse. La scrittura raccoglie stralci di cronache dell’oltretomba, echi di un mondo ridotto a manicomio psitaccico: luoghi di deiezione, paesaggi col sole spento o inabissato, terre del dio tramontato. Linguaglossa parla con le ombre, che sono spesso bianche e translucide. Ci dà lo scenario del dopo-storia, il basso impero del tramonto dell’occidente, dell’umanesimo, della civiltà.

giorgio linguaglossa

giorgio linguaglossa

Questa poesia è il doppio fondo onirico della storia contemporanea. C’è un «equilibrio precario» che «regge le sorti del mondo, un fantoccio / tiene le redini di Danimarca, e nessuno / distingue la saggezza dalla follia». Linguaglossa è un contrabbandiere fugace di immagini emblematiche del nostro tempo, della nostra condizione. Le travasa così come gli arrivano dalla Storia, tutta la Storia in gioco, senza alterarle, senza spiegarle, senza ricomporle. Nell’orizzonte del mondo «forse non esiste né deve esistere l’armonia». La Terra stessa è una «cicatrice». E non c’è redenzione:

«Un’onda percorre a ritroso la Storia.

Un angelo gobbo appare sulla soglia. Piange.

“Sei tu l’angelo eletto, sei venuto ad annunciare la discordia?

Guarda, la tomba è vuota, la resurrezione non è avvenuta”.»

Sembra, infine, un poeta tradotto da una lingua europea. Il suo è un italiano dal respiro insolitamente internazionale, intessuto di riverberi europei. Le grandi esperienze della poesia moderna (in particolare slava) confluiscono nel retroterra mediterraneo da cui Linguaglossa proviene, per nascita e formazione: il risultato è avvertibile dentro una scrittura che mette felicemente a colloquio Falstaff e Amleto, le luci del Sud e le ombre del Nord, la commedia e la tragedia, il dialogo e il soliloquio, la leggerezza e la profondità. L’antologia Three Stills in the Frame dimostra esaustivamente che Giorgio Linguaglossa è uno dei pochi poeti italiani in grado di sfondare le strettoie dalla tradizione, anche quella del Novecento, per misurarsi con i più alti esiti della ricerca poetica contemporanea.

Marco Onofrio legege Emporium Biblioteca Casanatense, 2012 Roma

Marco Onofrio legge Emporium Biblioteca Casanatense, 2012 Roma

Marco Onofrio Nato a Roma nel 1971, scrive poesia, narrativa, saggistica e critica letteraria. Per la poesia ha pubblicato 9 volumi, tra cui D’istruzioni (2006), Emporium. Poemetto di civile indignazione (2008), La presenza di Giano (2010), Disfunzioni (2011), Ora è altrove” (2013). Ai bordi di un quadrato senza lati. Inoltre, ha pubblicato anche monografie su Dino Campana, Giuseppe Ungaretti, Giorgio Caproni e Antonio Debenedetti. Site: www.marco-onofrio.it

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18 commenti

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18 risposte a “Giorgio Linguaglossa da Three Stills in the Frame, Selected poems (1986-2014) Chelsea Editions, New York, (2015) traduzione di Steven Grieco QUATTRO POESIE da Risposta del Signor Cogito. “La polizia segreta cerca il quaderno nero”, “La Lubjanka interroga il musicista”, “Il corvo è volato via dalla finestra”, “La polizia segreta interroga il Signor Cogito” Commento di Marco Onofrio

  1. antonio Sagredo

    Labirinti e castelli di Piranesi e di Kafka e di tant’altri autori ossessionati e loro stessi ossessi da prospettive oblique, sottoscale alla Mandel’stam nei versi di Pietroburgo, pare di stare nei cantucci dietro le cucine maleolenti alla Emanuel Carnevali, Cartesio che non ne può più del suo sosia il Signor Cogito, il terzetto (qui sono cinque i poliziotti) del KGB furtivo e sinistro che dalla tana della Lubjanka giunge con le nere Marusje (letteralmente : Mariette; cellulari o piccoli carrozzoni, furgoncini per il trasporto dei carcerati e poeti come futuri ospiti siberiani) e poi ancora baluginano i corvi di Poe a gracchiare: never more! never more! (parole “beate” secondo Mandel’stam che s’intendeva come Roman Jakobson… di parole!), il nerastro quaderno dei delitti e delle pene: Beccaria!, il silenzio tombale e irrespirabile nella Kammerspiel, e di nuovo Cogito onnipresente come una prostitua sotto le lanterne rosse ai crocicchi che dà del filo da torcere alla segreta polizia, e tutt’intorno gli oggetti immobili che ti fissano come carnefici di Morandi a star lì a far smorfie… e quadri e zodiaci perfidi a far l’occhiolino alla Vespucci Simonmetta: oroscopi di cartapesa spacciati per oracoli!, ci manca molto a noi Arcimboldo e pure Arlecchino!, ma non è assente il praghese e nero Ponte di Carlo coi loro suicidi (Nezval-Edison)… si potrebbe imbastire ciarlando ancora di fantasmi ed ectoplasmi questo mondo che fu caro a un celebre slavista palermitano – siciliano come questo autore il cui padre naturale tanto gli somiglia!), non siamo ancora stufi che gungono con tutti gli strumenti a percussione e corde e tasti e svolazzi di note dovunque gli scarafaggi del signor K., dovunque!, e non sai chi è la primadonna: Cogito o K.? E infine qualche citazione in latino mi fa pensare al cupo e dialettico Holan… qui c’è un po’ dell’armamentario barocco che prelude ai paurosi uomini meccanici del ‘700… antesignani dei robot sono dunque i personaggi che l’autore ci propone e ci propina a profusione… ah questi mondi come mi sono noti fino al sangue!
    Professori, voi non conoscete il pensiero bianco-nero, del Signor<Cogito!

    • “qualche citazione in latino mi fa pensare al cupo e dialettico Holan…”
      Tanti, pur non essendo il poeta Vladimìr Holan, ogni tanto inseriscono nei loro scritti qualche citazione in latino.
      Queste di Giorgio L., poi, sono molto note.

      Giorgina BG

  2. Lettura molto coinvolgente sia delle poesie di Giorgio Linguaglossa sia dell’ampio saggio di Marco Onofrio.
    Mi spiace non poter scrivere di più oggi.
    Mi serve un sorriso. Il “pensiero bianco-nero del Signor Cogito” che cos’è? Una tastiera del pianoforte? Oppure i colori della…?
    No. Non scrivo sciocchezzuole.
    Un caro saluto a entrambi

    Giorgina

  3. Steven Grieco

    Dietro le parole e le iperboli, decostruzione del verso, infaticabile, continua, beffarda, indefessa decostruzione di ogni parametro estetico della poesia italiana degli ultimi 100 anni.

    • ubaldoderobertis

      Il verso di Giorgio Linguaglossa in cui fa riferimento al dipinto di Morandi, mi ha fatto riflettere sul vuoto. Quello che attornia gli oggetti. Nel caso specifico bicchiere e bottiglia. Per come essi vengono posti in relazione è un vuoto organico. La pittura come organizzazione del vuoto, origine, principio di ogni possibile raffigurazione. La Scienza opera alla stessa maniera, ed anche poesia del Linguaglossa, che ha una concezione di apertura verso il pensiero scientifico, va intesa come un contornare, delimitare il vuoto, e sapientemente organizzarlo.
      Marco Onofrio, nel suo superlativo commento di presentazione, spiega molto bene che il Linguaglossa “ mette in gioco tutta la realtà fisica, fino al livello subatomico: tutta la natura, tutta la storia, tutta la cultura, anche la Scienza,” ed evidenzia che la parola poetica di Giorgio “è lo strumento che sostiene un equilibrio dinamico tra azione e contemplazione, dramma e filosofia, oggetto e pensiero, suono e silenzio. (e Morandi può essere considerato pittore del silenzio.) Marco Onofrio ha aggiunto che la fantasia del Linguaglossa cavalca a briglia sciolte dentro un “pulviscolo di suggestioni/ sensualismo onirico /, mitologia/ traslucide interdizioni di De Chirico, una vena di allucinazioni/ echi e pensieri che inseguono frecce vettoriali che non è facile capire se si avvicinino o si allontanino dal bersaglio.” Onofrio ci ha detto molte altre cose interessanti e tra queste che il Linguaglossa: “nelle più recenti composizioni accentua la dimensione onirica e metafisica: tutto resta molto reale, quasi iperreale, e concreto, fisico, tangibile.”
      E’ vero che tutto resta molto reale, ma credo che Egli voglia mantenersi alla dovuta distanza dal reale inquietante evocando spesso la bellezza (di Enceladon) per dissimulare il mostruoso.
      Io credo che l’opera del Linguaglossa, con quel suo sguardo che sembra sbucare da ogni dove,(filosofico, psicologico, sociologico, scientifico,) con l’alta considerazione che ha del bello, inteso come elemento fondamentale di protezione dall’orridità della vita, possa sicuramente contribuire a rinnovarne la dignità della poesia italiana.
      Ubaldo de Robertis

  4. ubaldoderobertis

    correzione:
    ed anche LA poesia del Linguaglossa

  5. Cito dal vocabolario Treccani la spiegazione del termine “traslato”. È necessario perché tutta la mia poesia non la si può capire se non si tiene presente questa categoria, che è al contempo linguistica e ontologica, e che costituisce la chiave di accesso alla mia poesia:

    traslato (ant. translato) agg. e s. m. [dal lat. translatus, part. pass. di transferre «trasferire, trasportare»]. –

    « 1. letter. Trasferito, trasportato, con valore di participio (anche unito all’ausiliare per formare un tempo composto): vidimi translato Sol con mia donna in più alta salute (Dante); io credo (e ’l giurerei) che in quelle piante Abbia la reggia sua Pluton traslata (T. Tasso). Con riferimento ai resti mortali di persone, è adoperato a volte anche nell’uso non letterale. (però sempre sostenuto): le salme dei caduti saranno traslate in patria; le reliquie del santo furono traslate nella cattedrale.

    2. a. agg. Metaforico: la parola è usata qui in un senso traslato.

    b. Come s. m., metafora o, più genericamente, figura retorica: in questa accezione, la parola è un t.; l’uso dei t.; per traslato, locuzione. con cui s’introduce la definizione del sign. figurato, metaforico di una parola (per es.: «radice indica la parte da cui si sviluppa la pianta, e, per traslato, l’origine di qualche cosa»). I traslati più comuni, nella retorica moderna, sono la metafora in senso stretto, la metonimia e sineddoche, l’antonomasia, la perifrasi, la litote, l’ironia, l’iperbole, l’apostrofe, la preterizione, ecc. (v. le rispettive voci) ».

    Con un appunto: che il traslato nella mia poesia diventa la categoria centrale. è come se noi, nella nostra vita quotidiana, vedessimo e vivessimo in una dimensione “altra”. Tutta la mia poesia abita una dimensione, appunto, spostata. In fin dei conti, il simbolo, la metafora, la metonimia, la perifrasi etc. che sono tutte categorie linguistiche, si trovassero spostate in una dimensione che sta a metà tra il grottesco e l’onirico, il quotidiano e il surrazionale. Tra Bulgakov e Kafka.

    Questo punto di vista mi ha dato la opportunità di decostruire la poesia del Novecento italiano (come acutamente scrive Steven Grieco) per riparametrarla in un altro orizzonte. Così, dopo molti molti anni di tentativi sono riuscito a chiudere i conti con la poesia di Montale (cioè il maggior poeta italiano del Novecento) e fare (almeno lo spero, questo era nei miei propositi) qualcosa di nuovo in una direzione nuova in un nuovo orizzonte degli eventi.
    Per esempio, Il Signor Cogito ed il Signor K. sono personificazioni, per antonomasia, di qualcosa d’altro. Sono traslati. Sono vettori simbolici e significazionisti, si badi, non sono semantemi, non sono significanti, cioè non hanno valore significante, ma, appunto, valore simbolico e metaforico in senso traslato. Uno psicoanalista avrebbe della materia da trattare! In tal senso credo che la mia poesia possa essere definita realistica, nel senso di uno specchio convesso che rifletta il reale. Appunto, quello è il realismo.

    • Gentile Giorgio,

      “Il Signor Cogito ed il Signor K. sono personificazioni, per antonomasia, di qualcosa d’altro. Sono traslati” tu scrivi. Mi è sempre stato chiaro, a maggior ragione dopo la tua esaustiva analisi e il saggio davvero ammirevole di Marco Onofrio. Morandi e soprattutto De Chirico sono quasi la raffigurazione pittorica di certe tue “immobilità” di sapore metafisico.

      Giorgina

  6. antonio sagredo

    Gentile Giorgina B. G.,
    volevo dire che Holan usa (non solo lui ovviamnerte) spesso citazioni latine di poeti latini… l’atmosfera è similare per alcuni tratti a certe altre di Holan nei suoi poemi: tutto qui; la citazione latina di Giorgio non riporta una citaziione latina di Holan,
    ma intendo come strategia linguistica, una consuetudine stilistica, ecc

    • Gentile Antonio S.,

      non intendevo dire, infatti, che le citazioni di Giorgio L. riportano citazioni latine di Holan, ma che non il solo Holan inserisce citazioni latine nei suoi testi. Ripeto, come sopra, che le citazioni latine inserite da Giorgio sono tra le più note, quasi come “per aspera ad astra”, “ad maiora”, “pecunia non olet”, “melius abundare quam deficere”, “absit iniuria verbo” e cento altre.
      Comprendo che il tratto stlistico dell’uno è simile a quello dell’altro ( e di molti altri) se ci si riferisce all’uso di citazioni latine.
      Tutto chiarito, Grazie

      Giorgina BG

  7. Caro Antonio e cara Giorgina,

    la mia poesia vive in una atmosfera che sta a metà tra il Bulgakov di Il Maestro e Margherita e il Kafka della Metamorfosi e del Processo. Il protagonista è un diavolo, il Signor K., il quale assume diverse personificazioni (il commissario con l’occhio di vetro, il corvo, il Signor Faust etc.), Il Signor K. è un diavolo di terza categoria, inviato sulla terra da uno sconosciuto demiurgo che gli ha conferito mano libera per introdurre la discordia e la tirannia tra gli uomini; ma il Signor K. ha anche un’altra qualità, quella di Faust, di conferire al musicista (che non sa suonare) di suonare con il violino i “Capricci” di Paganini e altre famose opere dell’arte musicale. Il Signor Cogito è la personificazione del filosofo e del poeta il quale non accetta di venire a patti con la proposta corruttiva del Signor K.. – Tutto il poema (ancora inedito) è una lotta senza esclusione di colpi tra il Signor K. che tenta di corrompere il filosofo e il Signor Cogito che resiste con tutte le forze del suo intelletto ai raggiri e agli inganni del diavolo.
    Il significato traslato mi sembra ovvio. È di oggi che si parla. Della corruzione che il sistema demotico mediatico pone in essere per ottenere la capitolazione intellettuale e umana dell’intellettuale moderno.
    È ovvio che per affrontare una tale tematica e un tale contenuto avevo bisogno di una forma-poesia molto diversa da quella che trovavo a disposizione nella tradizione stilistica italiana, avevo bisogno di voltare pagina sia al post-sperimentalismo, sia al paradigma montaliano del dopo “Satura”, sia alla poesia che si fa a Milano e a Roma, tutti involucri stilistici che non mi potevano essere utili in alcun modo. Così, ho dovuto ricominciare daccapo. È un po’ anche il tragitto che ha compiuto Antonio Sagredo per formulare il suo inimitabile stile che è stato definito “barocco”. Insomma, la nuova poesia esigeva di dover pagare un dazio stilistico e ideologico. E ritengo di aver pagato questo dazio con gli interessi per allontanarmi dalla tradizione italiana del Novecento e ricominciare daccapo. Ho ricominciato dalla prosa per comprimerla nella forma-poesia. Era ed è un compito difficilissimo. Ho accettato cmq il rischio ed ho tentato l’impresa di un nuovo stile, in ciò aiutato da quella Lingua della traduzione che mi ha offerto un aiuto imprevisto e inaspettato. Il mio italiano ne è risultato così ampliato e fortificato, intendo che il mio linguaggio mi sembra solido, aderente al simbolico e all’immaginario. È un italiano che ha circumnavigato gli stili del tardo Novecento italiano per creare, dall’esterno, un nuovo linguaggio che obbedisse ad un’altra stilematica. Uno stile di provenienza prosastica.

    • Caro Giorgio,
      leggerò con vivo interesse il tuo poema di cui i primi esempi mi attraggono per la tematica e la peculiarità dei personaggi metaforici. Quanto alla corruzione odierna (ma anche antichissima), per il tipo “de repetundis” vale il motto “pecunia non olet”, ma servirebbe una miriade di altri motti latini per descriverla. Mancherebbero, ovviamente, quelli relativi alla manipolazione mediatica, dati i tempi e i mezzi! Allora si manipolava solo “verbis”, a tu per tu o di fronte a un pubblico.
      Però usava l’espressione “de ambitu” per indicare la campagna di acquisto dei voti a favor proprio o del proprio signore.
      “Ambire” significava andare in giro a convincere i votanti sulla scelta del candidato cui dare il voto, “verbis” e spessissimo “pecunia”, tanto “pecunia non olet” in tutta la vastità del significato,
      Anche “temporibus antiquis” la corruzione dilagava ovunque.
      *
      Interessante il tuo percorso per ottenere il tuo attuale linguaggio poetico.
      Lode alla poesia di Tomas Tranströmer !
      Un saluto
      Giorgina

  8. Ricevo e trascrivo la email di LAURA CANCIANI:

    Caro Giorgio, Molti, la quasi totalità degli aspiranti poeti di oggi dimentica che la grande rivoluzione della poesia moderna l’ha fatta il poeta svedese Tomas Tranströmer. La costruzione della sua poesia ha aperto una nuova dimensione. E tu hai visto con grande acutezza questa nuova situazione della poesia moderna e ne hai tratto le dovute conseguenze. Hai ricominciato dal punto là dove Tranströmer era arrivato.

    Tomas Tranströmer (1931)

    LE PIETRE

    Sento cadere le pietre che abbiamo gettato,
    cristalline negli anni. Nella valle
    volano le azioni confuse dell’attimo
    gridando da cima a cima degli alberi, tacciono
    nell’aria più leggera del presente, planano
    come rondini da cima
    a cima dei monti finché
    raggiungono l’altopiano più remoto
    lungo la frontiera con l’aldilà.
    Là cadono
    le nostre azioni cristalline
    su nessun fondo,
    tranne noi stessi.

    SULLA STORIA (PARTE V)

    Fuori, sul terreno non lontano dall’abitato
    giace da mesi un quotidiano dimenticato, pieno di avvenimenti.
    Invecchia con i giorni e con le notti, con il sole e con la pioggia,
    sta per farsi pianta, per farsi cavolo, sta per unirsi al suolo.
    Come un ricordo lentamente si trasforma diventando te.

    MOTIVO MEDIEVALE

    Sotto le nostre espressioni stupefatte
    c’è sempre il cranio, il volto impenetrabile. Mentre
    il sole lento ruota nel cielo.
    La partita a scacchi prosegue.

    Un rumore di forbici da parrucchiere nei cespugli.
    Il sole ruota lento nel cielo.
    La partita a scacchi si interrompe sul pari.
    Nel silenzio di un arcobaleno.

  9. Gino Rago

    In Three Stills in the Frame, magnificamente tradotta da S.Grieco, Giorgio Linguaglossa ripropone il dialogo in poesia, rompe con il passato linguistico
    della lirica italiana, interpella la coscienza estetica del nostro tempo, apre verso il futuro con immagini transtromeriane d’alta limpidezza e forte densità, offrendo ai lettori una persuasa e nuova “via d’accesso alla realtà”,traslando la motivazione dell’Accademia di Svezia, del 2011,nell’assegnazione del Nobel per la Letteratura all’autore di Sorgegondolen. L. Canciani suggerisce una buona chiave di lettura della nuova ricerca poetica di Giorgio L.che, segnalandosi come incrocio tra musica, pittura,buio, luce, silenzio e parola, si mostra in grado di stabilire
    relazioni tra “parti della realtà che le lingue e i modi di vedere convenzionali
    sono soliti mantenere separate”, come di sé affermò lo stesso Transtromer,
    in piena fedeltà all’idea di poesia come meditazione attiva volta a ridestare
    l’uomo, non ad addormentarlo…

  10. GiuseppeC

    Credo che dal punto di vista pratico occorra fare promozione ed opera di divulgazione dei volumi bilingui della Chelsea Editions di Alfredo de Palchi, che da fuori Italia ha sicuramente più netta percezione dei valori, nonché minori legami sistemici, nelle sue scelte editoriali. Saluti.

  11. Cercherò di procurarmelo, da quel po’ che ho letto è un libro da avere

  12. Condivido il pensiero di Cornacchia, il lavoro di Chelsea Editions è prezioso proprio per le scelte personali del suo ispiratore: Alfredo De Palchi. uomo e intellettuale libero come nessuno qui in Italia, forse proprio perché vive da 50 anni oltre Atlantico

    http://www.chelseaeditionsbooks.org/

    http://www.amazon.com/gp/product/0986106135?keywords=antonio%20sagredo&qid=1444657392&ref_=sr_1_1&s=books

    http://www.spdbooks.org/Search/Default.aspx?PublisherName=Chelsea%20Editions

  13. attanasio cavalli

    e tutti i lettori del blog perché non comprono questi volumi di Poesia? Invece di andare per librerie dove trovano poesia di merda!

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