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Ewa Lipska da L’occhio incrinato del tempo titolo originale: Droga pani Schubert (Cara signora Schubert, 2012) a cura di Marina Ciccarini (Armando, 2014) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

foto selfie 1

Cara signora Schubert

Ewa Lipska, poetessa e pubblicista, è nata a Cracovia il 10 ottobre 1945. Nella stessa città si è diplomata presso l’Accademia di Belle Arti. Dal 1970 al 1980 responsabile del settore poesia della casa editrice Wydawnictwo Literackie. Dal 1995 al 1997 direttrice dell’Istituto Polacco di Vienna. Cofondatrice e redattrice di diverse riviste letterarie, tra cui il mensile “Pismo”. Vicepresidente del PEN Club polacco. Ha ricevuto diversi importanti premi per la sua creazione letteraria. Le sue poesie sono state tradotte in molte lingue. Autrice di numerose raccolte poetiche, tra le ultime: Ja (Io, 2004), Pogłos (Rimbombo, 2010), per la quale ha ricevuto il premio “Gdynia”, e Droga pani Schubert… (Cara signora Schubert…, 2012).

Per il suo anno di nascita e per quello del debutto, avvenuto nel 1967 con il volume Wiersze (Poesie), Ewa Lipska appartiene al gruppo di poeti della “Nowa Fala”, in polacco “nuova ondata” o “nouvelle vague”, o detta anche “generazione ‘68”, vale a dire gli autori nati intorno alla metà degli anni ’40, come: Stanisław Barańczak, Adam Zagajewski, Ryszard Krynicki, Julian Kornhauser e Krzysztof Karasek (nato nel 1937). La poetessa tuttavia rifiuta ogni appartenenza a qualsivoglia gruppo  e da anni manifesta coerentemente la propria individualità creativa, sempre peculiare, come peculiari ed espressivi sono la sua dizione poetica, le metafore, la densità di significato, il paradosso. Qualcuno a tale proposito ha detto che la creazione di Ewa Lipska è nella poesia polacca contemporanea, quello che l’ablativo assoluto è nella sintassi latina, cioè un sintagma a sé stante. La sua poesia si concentra sui sentimenti della sofferenza e della paura, sulla fragilità dell’esistenza condannata a morire. Piotr Matywiecki, poeta, critico letterario e saggista scrive:

«La poesia di Ewa Lipska si distingue per la sua immaginazione insolitamente vivace. Con sorprendente disinvoltura nel suo mondo si può paragonare una classe scolastica alla storia dell’umanità, il traffico stradale al moto della mente, una malattia a un avvenimento pubblico. (Questo è anche il “metodo” poetico della Szymborska). Si avrebbe voglia di dire la Lipska è una poetessa sociale nel senso che non c’è per lei niente di intimo che non sia al tempo stesso quotidiano, formulabile sociologicamente».

(Paolo Statuti)

foto volto Malika Favre

grafica Malika Favre

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

 Il titolo originale del libro è Cara signora Schubert, chissà perché poi cambiato, dall’editore italiano,  con quell’orribile e banale L’occhio incrinato del tempo. Forse all’editore sembrava troppo «semplice» quel titolo. Anche qui, come vedete, è in azione il filtro del conformismo e della omologazione verso il basso, addirittura i titoli dei libri vengono cambiati in stile «ultroneo». La forma prescelta da Ewa Lipska è la più semplice in assoluto, una serie di lettere indirizzate ad una signora dal nome corrivo e convenzionale: Schubert. E che si dice in queste lettere? Niente di trascendentale, si parla di un reale poroso, corrivo, sciatto, convenzionale, in uno «stile [che] non vale niente», scritte di «pugno degli Dei», ovvero, degli uomini del nostro tempo corrivo e banale. E la poesia? La poesia di Ewa Lipska non può che sortire fuori dalla metratura di questo «mondo». Chiede la poetessa: «dove andremo ad abitare Dopo»?. Domanda corriva che richiede, ovviamente, una poesia corriva.

Ecco, mi piace questa poesia fatta di stracci, di corrivo, di rottami linguistici, scritta in uno stile minimalista, terra terra, volgare come è volgare il nostro «mondo», dove ci sono tante cose: «Una cena con Nerone / all’Hotel Hassler di Roma»; ci sono pezzi di cronaca: «l’Unione Europea? Il XXI secolo»;  ci sono incisi mozzafiato: «Tutto ciò che ci ha amato, cara / signora Schubert, non ha più via d’uscita»;  «cara signora Schubert le porgo i miei saluti dal Labirinto»; dove «Greta Garbo è sempre più simile a Socrate». E, infine, l’ironico augurio: «siccome credo nella vita d’oltretomba, ci incontreremo senz’altro nel Grande Collisore di Adroni».

 Qual è la differenza tra la poesia di Ewa Lipska e quella che si confeziona in Italia oggi? (in particolare mi riferisco alla antologia di poesia femminile pubblicata da Einaudi a cura di Giovanna Rosadini nel 2014). La poesia maggioritaria che si fa oggi in Italia consta di commenti, una fenomenologia para giornalistica che va verso la narrazione indiscriminata delle questioni dell’io e delle sue adiacenze, una fenomenologia del banale, priva di direzionalità laterali e trasversali, priva di verticalità, di diagonalità, di salti posizionali, temporali e spaziali. Direi che questa è un modo di scrittura che privilegia la banalità. È la negazione dello stile, con l’io posticcio e artefatto governatore del piccolo mondo dell’io e delle sue adiacenze. Ewa Lipska invece va dritta dentro i problemi di oggi, la poetessa polacca lascia cadere le domande, una dopo l’altra, come una collana di perle nere, con apparente negligenza: «Cara signora Schubert, che fare dell’eccesso di memoria?»; «Come si entra nella storia, cara signora Schubert?». Ma si tratta di domande fondamentali, quelle di cui dovrebbe occuparsi la poesia di serie “A”.

foto Malika Favre ritratto

grafica Malika Favre

Uno spettro si aggira per l’Europa: una fame di riconoscibilità,

una sete di omologismo. Il problema cui si trova davanti la poesia di oggi è quello di una forma-poesia riconoscibile. Gli scrittori e soprattutto i «poeti» mirano a creare qualcosa di immediatamente riconoscibile e identificabile. Il problema di una forma-poesia riconoscibile, è sempre quello: se l’«io» sta in un luogo, immobile, anche l’«oggetto» sta in un altro luogo, immobile anch’esso.

Il discorso poetico diventa un confronto tra il qui e il là, tra l’io e il suo oggetto, tra l’io e il suo doppio, e il discorso lirico assume un andamento lineare. Ma, se poniamo che l’oggetto si sposta, l’io vedrà un altro oggetto che non è più l’oggetto di un attimo prima; di più, se anche l’io si sposta di un metro, vedrà un oggetto ancora differente, anche posto che l’oggetto se ne fosse stato fermo nel suo luogo tranquillamente per un bel quarto d’ora. E così, il discorso lirico (o post-lirico) si può sviluppare tra due postazioni in stazione immobile. Altra cosa è invece se le due posizioni, ovvero, i due attanti, cambiano il loro luogo nello spazio; ne consegue, a livello sintattico, un moto di ripartenza, di stacco e di arresto e, di nuovo, di stacco. Avremmo una poesia che non si muove più secondo un modello lineare ma secondo un modello non-lineare. Voglio dire che già Mallarmé aveva distrutto il modello lineare dimostrando che esso era una convenzione e null’altro e, come tutte le convenzioni, bisognava derubricarla e passare ad uno sviluppo non più lineare ma circolare della poesia.

Gran parte della poesia contemporanea che si fa in Europa parte da un assunto acritico: dalla stazione immobile dell’io, con l’io al «centro del mondo», attorno al quale ruota tutta la fenomenologia degli oggetti; in modo consequenziale i giri sintattici, anche se di illibato nitore e rigore metrico, si dispongono in modo lineare, come tipico di una tradizione recente: l’io di qua e gli oggetti di là, in un costante star-di-fronte.

Questo tipo di impostazione, intendo quello della stazione immobile dell’io e della distanza fissa tra l’io e gli oggetti, conduce, inevitabilmente, al pendio elegiaco. L’elegia ti costringe a cantare la «distanza». L’elegia è tipicamente consolatoria. In definitiva, il dialogo tra l’io ed il suo oggetto si rivela essere un dialogo posizionale, posizionato, «convenzionale». Infine, chiediamoci: che genere di poesia scrivere in un’epoca afflitta, come scrive la Lipska, da «eccesso di memoria»? E non è questa la domanda cruciale che si pongono anche i poeti della «nuova ontologia estetica»?

 

ewa-lipska

Ewa Lipska

da Droga pani Schubert (Cara signora Schubert, 2012)

 

Tra

Cara signora Schubert, mi chiedo dove andremo ad abitare Dopo. Dopo, cioè là dove prima c’era la fabbrica che produceva la vita d’oltretomba. Sarà tra ciò che non abbiamo fatto e ciò che non faremo più.

Il nostro mondo

Cara signora Schubert, il nostro mondo è come una lettera scritta di proprio pugno dagli Dei, ma lo stile non vale niente…

UE

Cara signora Schubert, ricorda ancora
l’Unione Europea? Il XXI secolo, Quanti anni sono trascorsi…
ricorda il grano ecologico? la depressione del lusso?
e il nostro letto che sfrecciava sull’Autostrada del Sole? Era la [nostra]
giovinezza, cara signora Schubert, e per quanto gli orologi
persistano nella propria opinione, tengo questo tempo
ben stretto nel pugno. Continua a leggere

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Konstantin Bal’mont (1967-1942) Dieci poesie inedite a cura di Paolo Statuti, con un Appunto critico di Giorgio Linguaglossa

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Константин Дмитриевич Бальмонт, Konstantin Dmitrievič Bal’mont, poeta, critico e traduttore, fu uno dei primi poeti simbolisti dell’Epoca d’Argento della letteratura russa. Nacque il 15 giugno 1867 nel villaggio di Gumnišci, nei pressi di Vladimir, da una nobile famiglia. Della sua infanzia e adolescenza egli scrisse nella sua autobiografia: «I miei migliori maestri di poesia furono la nostra tenuta, il frutteto, i ruscelli, le paludi, il fruscio delle foglie, le farfalle, gli uccelli e le aurore».

Nel 1884 fu espulso dal ginnasio per essere entrato a far parte di un gruppo rivoluzionario. Quando frequentava la facoltà di Legge all’Università di Mosca, partecipò a una rivolta studentesca e fu espulso anche da lì. Poco dopo fu riammesso agli studi, ma non li terminò. Nel 1889 lasciò l’università per la letteratura. Su ciò che influì maggiormente sul corso della sua vita, Bal’mont scrisse: «E’ difficile elencare le esperienze che hanno lasciato un’impronta nella mia vita, ma ci proverò: la lettura di Delitto e Castigo quando avevo 16 anni e poi I fratelli Karamazov a 17. Quest’ultimo libro mi ha dato più di ogni altro libro al mondo. Il mio primo matrimonio (quando avevo 21 anni, e che finì col divorzio cinque anni dopo), il mio secondo matrimonio quando ne avevo 28. I suicidi di molti miei amici quando ero giovane. Il mio stesso tentativo di suicidio (a 22 anni), quando mi gettai dalla finestra al terzo piano, riportando fratture multiple, ma che portò a un risveglio senza precedenti della mia mente e della volontà di vivere. La scrittura di poesie (la prima a 9 anni, poi a 17 e 21) e i viaggi in Europa (restai particolarmente impressionato da Inghilterra, Spagna e Italia).

Dopo vari tentativi falliti finalmente riuscì a pubblicare la sua prima raccolta di poesie nel 1890. Ma fu un fiasco e Bal’mont distrusse quasi l’intera edizione. Poi, anziché scrivere, si dedicò alla traduzione, sfruttando anche le sue straordinarie capacità linguistiche e la conoscenza di una dozzina di lingue. Tradusse così in russo, tra gli altri, Poe, Ibsen, Calderon, Verlaine, Baudelaire, Whitman, nonché opere di poeti armeni e georgiani. Nel 1893 pubblicò l’intera opera di Percy B. Shelley in russo. Ma tradusse anche da altre lingue slave, dall’indiano e dal sanscrito. Il successo conseguito come traduttore lo spronò a pubblicare altri suoi lavori, e così nel 1894 vide la luce la raccolta “Sotto i cieli del nord”, in cui cantava l’astratta bellezza di favolosi paesaggi boreali, seguita da “Il silenzio” nel 1898. Queste opere gli procurarono il riconoscimento e il successo tanto attesi.

Konstantin Dmitrievič Bal_mont CoverLa poesia simbolista di Bal’mont si esprimeva attraverso allusioni e ritmi melodiosi. Divenne l’impressionista della poesia, del suo mondo fatto di delicate osservazioni e fragili sentimenti. Nel 1903 uscirono le sue raccolta più belle: “Saremo come il sole” e “Soltanto l’amore”. La sua popolarità era ora all’apice. La sua poesia diventò la nuova filosofia che segnò l’inizio dell’Epoca d’Argento. Nella creazione successiva Bal’mont mutò l’intonazione lirica in un tono più aggressivo e alquanto sorprendente. Egli protestava contro l’ingiustizia in generale, ma il suo spirito ribelle esplose nella controversa poesia “Il piccolo sultano”, nella quale egli criticava lo zar, e questo gli procurò l’esilio da San Pietroburgo e il divieto di abitare nelle città sedi di atenei. Allora il poeta lasciò la Russia, divenne un esiliato politico e viaggiò molto nei vari continenti. Nel 1913, in occasione del trecentesimo anniversario della dinastia dei Romanov, a tutti gli emigrati politici fu concessa l’amnistia e Bal’mont poté tornare in Russia. Nel 1917 egli accolse con entusiasmo la Rivoluzione di Febbraio, ma non mostrò lo stesso gradimento per quella di Ottobre. Soprattutto non poteva accettare la nuova politica volta alla soppressione dell’individualità. Egli ricevette un visto temporaneo e nel 1920 lasciò la Russia per sempre. Si stabilì a Parigi con la famiglia. Nell’esilio scrisse 22 libri dei circa 50 che costituiscono il suo patrimonio letterario. La sua poesia però era in declino. Inoltre non riusciva a inserirsi nella comunità degli immigrati russi e si isolò da essi. La nostalgia per la sua terra lo tormentava. Dopo il 1930 i segni dei suoi disturbi mentali si fecero sempre più evidenti, e le sue condizioni furono peggiorate dalla povertà, e soprattutto dal digiuno di scrittura. In realtà finì vittima della pazzia.
Morì il 23 dicembre 1942 nella Francia occupata dai nazisti, all’età di 79 anni e fu sepolto nella piccola città di Noisy-le-Grand. Sulla lapide fu semplicemente scritto: KONSTANTIN BAL’MONT, POETA RUSSO.

Strilli Rago

Grafica dei Frammenti di Lucio Mayoor Tosi

Bal’mont ebbe una grande influenza sulla letteratura e poesia russa, liberandole dai vincoli della vecchia scuola e creando nuovi mezzi espressivi. Egli aveva, tra l’altro, una straordinaria abilità di trattare i suoni, combinando le parole in modo da esprimere le impressioni poetiche in modo musicale. A questo proposito, Renato Poggioli, critico specializzato in letteratura russa e illustre studioso di critica comparata, ha scritto: «Egli riduce la poesia soprattutto a suono, ad “amore sensuale della parola”, o, per usare le sue parole, a una “illusione canora”». Il poeta Andrej Belyj lo definì un uomo solitario e vulnerabile, completamente fuori dalla realtà: «Non riusciva ad amalgamare e armonizzare i tesori ricevuti dalla natura, spendendo la sua ricchezza spirituale senza uno scopo preciso». Marina Cvetaeva disse di lui che “avrebbe dato a un bisognoso il suo ultimo pezzo di pane, il suo ultimo ciocco di legna”. Mark Talov, un traduttore russo che nel 1920 si trovò senza un soldo a Parigi, ricordava quante volte, dopo aver lasciato la casa di Bal’mont, egli si trovava del denaro in tasca; il poeta (egli stesso molto povero) preferiva aiutare in modo anonimo, per non mettere in imbarazzo un visitatore. Il poeta Valerij Brjusov scrisse di lui: «Regnava sulla poesia russa all’inizio del Novecento… Genio spontaneo, viaggiatore instancabile, idolo di tutta la sua generazione, distintosi per le sue avventure amorose e azioni stravaganti».

Strilli Gabriele

Appunto di Giorgio Linguaglossa

Nel saggio Sull’interlocutore degli anni Dieci, Osip Mandel’štam pone a confronto la poesia di un poeta «nuovo»: Baratynskij e quella di un poeta simbolista all’epoca molto noto: Konstantin Bal’mont. Lo scritto di Mandel’štam è una radicale stroncatura non tanto della poesia di Bal’mont quanto dell’intero simbolismo russo degli anni venti. Insomma, Mandel’štam colpisce Bal’mont ma il suo vero obiettivo è ridimensionare il simbolismo, ridimensionare l’influenza di Aleksandr Blok, il più grande e famoso poeta simbolista russo dell’epoca. Mandel’štam aveva ben chiaro in mente che l’affermazione dell’acmeismo avrebbe dovuto passare attraverso la stroncatura e il superamento del simbolismo. Delle due, l’una. Non c’era una via di mezzo percorribile. La grande intelligenza poetica di Mandel’štam mette a fuoco l’obiettivo del movimento acmeista.

Non posso non pensare alla analogia con la situazione della poesia in Italia, oggi: la nuova poetica della «nuova ontologia estetica» dei giorni nostri in Italia non potrà affermarsi se non a danno della poesia del minimalismo romano milanese e del post-minimalismo delle poesie «corporali» in auge ad esempio nella poesia «femminile» della collana bianca dell’Einaudi. Qui non ci devono essere possibili ambiguità, e lo dico a scanso di equivoci affinché i più timidi si ritirino dalla competizione. La conflittualità tra le due petizioni di poetica è frontale ed ineliminabile. Continua a leggere

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Antologia n. 2 nuova ontologia estetica – poesie inedite di Pavel Arsen’ev (1986) e Ryszard Krynicki (1943), Adeodato Piazza Nicolai, Giuseppe Talia, Antonio Sagredo – traduzioni di Paolo Galvagni e Paolo Statuti con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Strilli Giancaspero

(grafica degli “strilli” di Lucio Mayoor Tosi)

Giorgio Linguaglossa
31 agosto, 2017

C’è una «logica» delle metafore e delle metonimie. Un linguaggio poetico privo di logica è un linguaggio poetico scombiccherato, claudicante, incomprensibile. Per questo un poeta come Valéry parlava della poesia che ha la precisione di una «matematica applicata». Anche nel linguaggio poetico c’è una «logica».
La logica è la grammatica profonda del linguaggio, al di là della sua grammatica concettuale che ne è la sintassi. È Essa che pone in evidenza le relazioni di senso (che non si dicono in quel che si dice ma che si mostrano, e che ciascuno è in grado di comprendere in quanto semplice utilizzatore di lingua naturale).
Il linguaggio poetico è la tematizzazione esplicita di ciò che è contenuto nel linguaggio naturale; per cui il secondo viene prima del primo. È un linguaggio in quanto scritto, decontestualizzato, in cui tutto è chiaro, univoco, intelligibile da subito perché costruito per questo scopo. È il prodotto della riflessione del linguaggio su se stesso, l’esplicitazione delle sue strutture di senso soggiacenti alle relazioni dei parlanti immersi nel linguaggio naturale.
Dal linguaggio relazionale del linguaggio naturale al linguaggio poetico c’è una frattura e un abisso, un salto e un ponte.
La problematizzazione del linguaggio poetico si esprime, quale suo luogo naturale, in metafore e in immagini. Tutto il resto appartiene al demanio discorsivo-assertorio che ha la funzione politica di convincere un uditorio. A rigore, si può sostenere che un linguaggio poetico privo di metafore e immagini non è un linguaggio poetico. E con questo scopriamo l’acqua calda, ma è indispensabile ripeterlo, anche adesso in tempi di semplicismo filosofico-poetico.
Lo scetticismo – che data da Satura (1971) in giù nella poesia italiana – ha dato i suoi frutti avvelenati: ha ridotto la poesia italiana ad ancella dei mezzi di comunicazione di massa, ad un surrogato di essi; l’ha resa sostanzialmente un linguaggio non differenziato da quello della «comunicazione».
Un aneddoto, circa alla metà degli anni novanta a Milano venne stilato un «manifesto», redatto, mi sembra da un certo Italo Testa e sottoscritto da personaggi noti, che sollecitava la rivalutazione della «comunicazione» in poesia. All’epoca, ci restai di princisbecco, adesso non mi meraviglio più di nulla, ormai la poesia-comunicazione ha invaso ogni pertugio di buon senso. All’epoca, avevo pubblicato (1995) sul n. 7 di Poiesis il «Manifesto della nuova poesia metafisica», che andava in direzione diametralmente opposta.
Di fatto, da Satura in poi fino ai giorni nostri, non c’è stato nessun poeta italiano degno di stare allo stesso livello di un Tranströmer, questo è un nodo che finora non è stato sciolto dell’Istituzione poesia così come si è solidificata oggi in Italia.
La poesia che si fa oggi in Italia è un linguaggio ingessato (nel migliore dei casi) e un linguaggio comunicazionale (nel peggiore).

Strilli Grieco
Due poesie di Ryszard Krynicki

[Tra i massimi poeti polacchi contemporanei, Ryszard Krynicki nasce il 24 giugno del 1943 nel lager austriaco di Wimberg, a Sankt Valentin. Ha ottenuto diversi premi letterari, tra cui il premio internazionale Kościelski (1976), è anche traduttore dal tedesco di Brecht, Nelly Sachs, Paul Celan. Il volume Punkt magnetyczny (Il punto magnetico, 1996) contiene un’ampia scelta di versi delle sue raccolte precedenti, tra cui Akt urodzenia (Atto di nascita, 1969), Organizm zbiorowy (Organismo collettivo, 1975), Nasze życie rośnie (La nostra vita cresce, 1978), la sua ultima raccolta è Kamień, szron (Il sasso, la brina, 2004). Nel 1988 Krynicki ha fondato la casa editrice a5, che pubblica poesia contemporanea, tra cui Herbert e Szymborska.
Gli esordi di Krynicki nel 1968 sono legati al movimento di Nowa Fala (Nuova Ondata), composto da poeti dello spessore di Zagajewski, Karasek, Barańczak, Kornhauser, accomunati da uno sguardo lucido e critico sul regime e dalla volontà di rispecchiarne, nella maniera più fedele, il grigiore e la disperazione quotidiani.
Nella sua poesia si riscontra la presenza di un tono quasi oracolare innestato su di un lessico sobrio, spoglio, schietto, a volte sarcastico, a volte umorale. I tratti sopra segmentali entrano con pieno diritto nella poesia occupando un posto d’onore. Esponente di spicco della generazione della Nowa Fala, Krynicki ha un timbro, una voce individuale. La sua voce si esprime bene nei momenti in cui prende posizione con interrogativi incalzanti e alti, quando può prendere posizione nei confronti del regime e della storia. Sue poesie sono reperibili nell’antologia “Almanacco dello specchio 2007”, Mondadori.]

Strilli Rago
Il poeta è pudico

Il poeta è pudico.
Lo è perché parla di sé, anche se in minima parte, immette nella poesia un moto, l’emozione di un istante vissuto proprio così, lì o altrove, ma comunque vissuto.
Almeno lo dovrebbe.
C’è chi immagina e racconta; ci inonda di versi profondi, ridondanti e colti che però non hanno vita.
Ci si può difendere da versi così? Mah!
Se piacciono, sono pur sempre poesia: falsa, copiata sbirciando componimenti di altri, ma di base una certa sensibilità c’è.
Io ho un sistema: scelgo un momento mio della giornata, butto i pensieri e leggo a voce alta, fingendomi l’autore e poi mi interrogo.
Posso dire di essere stato onesta nella lettura? Ho interpretato bene il suo pensiero? E come ne esce il suono? Scivolano le parole, o si arrotolano su se stesse?
Ecco, rispondendo a tutto questo ottengo delle prime risposte che saranno convalidate o smentite da poesie successive.
Non ho mai provato a leggere le poesie in altre lingue che la mia. Deve essere una esperienza esaltante.
Purtroppo mi difetta la pronuncia di molti idiomi, quindi è una esperienza che non farò mai.
Accetto senza riserve, quindi, il dire di questo autore. La semplicità dello scritto (e la bravura del traduttore: non scordiamoli mai) ne fa un testo prezioso.

Effetto di estraniamento

Preferisco leggere i miei versi in una lingua straniera:
occupato a rigirare cautamente in bocca
i sassolini della pronuncia corretta
sento meno la spudoratezza della mia confessione.

(traduzione di Paolo Statuti)

Strilli Leone

Due poesie di Pavel Arsen’ev

[Pavel Arsen’ev è nato nel 1986 a San Pietroburgo, dove vive tuttora. È ricercatore presso l’Ateneo pietroburghese (cattedra di teoria della letteratura). Pubblica versi e articoli nel sito http://www.polutona.ru, su riviste russe e straniere. Dal 2009 organizza il festival di poesia sull’Isola Kanonerskij a San Pietroburgo. È il redattore capo dell’almanacco “Translit”. Ha pubblicato le raccolte To, čto ne ukladyvaetsja v golove [Quello che non si ripone nella testa] (2005), Bescvetnye zelënye idei jarostno spjat [Idee verdi incolori dormono furenti] (2011). Suoi versi in traduzione italiana sono apparsi in Tutta la pienezza del mio petto (Lietocolle 2015)].

quando è giunta l’ora di pagare il vino
tutti in un attimo sono ritornati sobri
hanno spento la loro trasgressione francese
hanno acceso il razionalismo francese
e con zelo improbabile hanno cominciato
a contare la quota di partecipazione di ciascuno
nelle follie brille

Secondo la costituzione

il presidente risulta
il presidente conduce
il presidente introduce
il presidente è a capo
il presidente ha il diritto di fermare
il presidente viene eletto
il presidente emana
il presidente ha il diritto
il presidente può essere eletto
il presidente può avvalersi
il presidente può consegnare
il presidente insignisce
il presidente designa
il presidente non può occupare
il presidente provvede
il presidente possiede
il presidente promulga
il presidente si rivolge
il presidente determina
il presidente libera
il presidente realizza
il presidente revoca
il presidente porta
il presidente presenta
il presidente accetta
il presidente firma
il presidente conferisce
il presidente inizia
il presidente interrompe
il presidente scioglie
il presidente decide
il presidente pone
il presidente conferma
il presidente forma
il presidente introduce
il presidente emane
il presifentr decide
il presidente pone
il presidente conferma
il presidente forma
il presidente introduce
il presidente
forse

(Traduzione di Paolo Galvagni)

Strilli Dono

Giorgio Linguaglossa
19 giugno 2017 alle 15.44

Scrivevo qualche tempo addietro:
“… c’è stato un tempo in cui quell’aggettivo era una «forma verbale», cioè indicava una «azione» (la rifrazione della luce su di un corpo e il riflesso di quella luce su di un altro corpo). Ora, in prosa non è più possibile scrivere dando ascolto a questo complesso problematico, ma in poesia sì, è assolutamente necessario fare apparire al di sotto dell’aggettivo la sua vera sostanza verbale. Che cosa voglio dire? Voglio dire semplicemente che la poesia diventa viva e significativa se noi teniamo presente il valore verbale di azione insito in ogni parola, e che nella costruzione sintattica e semantica poniamo attenzione alla «azione» che costituisce il comune denominatore verbale sia dell’aggettivo che del sostantivo. La costruzione sintattica è analoga allo spazio che viene ad essere deformato dalla presenza della gravità della materia. La costruzione sintattica e semantica non è un in sé dato per definitivo, ma è una forma del pensiero che si adatta alla «gravità della materia verbale»”.

Strilli Tosi

GiuseppeTalia (ex Panetta)
11 novembre 2014 alle 22:02
.
Gran bel discorso, caro Linguaglossa, condivisibile. Il male di noi poeti occidentali è che “copuliamo” troppo, e copuliamo con noi stessi, ci facciamo tante pippe mentali. E allora Linguaglossa, rileggi Thalìa e trova quante copule vi siano, 3, 4 (funzionali ma non necessarie) su 80 pagine? E nei Fiori di U? 2 copule superflue su circa 200 versi (ho controllato).
Allora, il mio miglior haiku zen? Questo:

Rotola l’estate
si stacca dalla pianta
il fico d’india.

Quello più intrigante? Quest’altro:

Il gatto all’alba
ascolta il concerto
sognando le ugole.

Giuseppe Talia (ex Panetta)
12 novembre 2014 alle 20:17

Lack of memory. Il grande male del nostro nuovo secolo.
Mnemosine, figlia del cielo (Urano ) e della terra (Gea), nella velocità dell’oggi, a chi può essere paragonata? Se dicessi a suo fratello Crono farei una pubblicità occulta a una nota marca di orologi.
E allora, il passato cerchiamo di farlo rivivere nell’immediato. Proviamo a fermarlo, andiamo contro-tempo.

da Salumida (2010)

I vicoli di pietra sussurravano
E tu padre germogliavi d’urla
Un cerotto alla morfina piano
Cambiava i grumi delle tue pupille
Il limone giallo t’assomigliava
Magro come un gambo di nebbia
Si nasce e il mondo cambia colore
L’infanzia verde il sole giallo
Arancione in quei tramonti
Che dicono tutto
Si cresce, non si finisce mai
Di crescere, rosso, olivastro
Con gote di quel che non sai
Una caduta in bicicletta
La ferita e il sangue porpora
Nessun ideale se non il bucaneve
Il tempo carico di luce
Pieno di odori e di sapori
Sapessi dove sono anima mia
Sono dove il sole mi sbatte
Sulle rocce che si sfaldano
Sono dove il vento costruisce
Le rocce con nuovi granelli
E la pioggia solidifica e lava
Sono dove il falco fa il suo nido
E volteggia per sempre portando
Un insetto una lucertola o niente
Dove i pesci saltano sull’onda
E s’affondano nei sabbiali
Coralli ancora teneri
Sapessi a volte come il fumo
Il vapore della terra sale in aria
In piccole gocciole trasparenti
Dove la montagna erutta fuoco
Fonde l’acciaio e l’agape
La gemma che non ha valore
Ci insegna a ricordare tutto
Quando saremo fluttuanti
Fra metafore spente
Su una nave spaziale
Strapiena di gente
Notte di tuoni acqua e vento
Un finimondo finito in fretta
Un frantoio unto e dilavato
Di nuovo il sole brucia
Della frescura temporalesca
Con vigore si vendica
Stelle nella lavastoviglie
Sassi stellari e navicelle
Di sapone nello scarico
Della discarica dei gabbiani
Ingorghi di clacson e polveri
Sottili nelle viscere di Eva
Con un Adamo dal pomo torto
Nel secchio del riciclaggio
Anche oggi i passerotti
Hanno beccato le briciole
Sul balcone
Venuti a luce d’autunno
Sono volati via di colpo
Non appena la finestra

È un finale interrotto questo di Giuseppe Talia che ci richiama alla mente la poesia di Petr Král per certi suoi aspetti psichici. Il poemetto di Talia è del 2010, ha una vitalità che deriva a mio avviso dal pochissimo spazio concesso ai verbi, l’azione verbale è del tutto assente; similmente, è assente la copula «è», anch’essa messa in castigo. Il fatto è che così priva di verbi la poesia di Talia sta come slegata, sciolta, le parole sono come tanti palloncini che vanno verso il cielo e lì si perdono; prive della gravità esercitata dai verbi le parole acquistano leggerezza e gassosità, sembrano non raggiungere mai la stabilità (apparente) del significato. Una Musa last minute tanto cara a Giuseppe Talia, appesa alla improvvisazione del momento, quasi una esecuzione jazz.

(g.l.)

Strilli Gabriele
da La Musa last minute (inedito)

Guido Oldani

Fiacco di clorofilla e di gambe d’argilla
Detenuto nel container come scontenuto
Betoniera terminale del poeta mantenuto
Cementizzato nell’ars poetica, oldaniano
Realismo militante, con antologie allappanti
Per l’infelice vita di codeina e di camomilla.

Strilli Ventura

Due poesie di Adeodato Piazza Nicolai

Tu luna
Lassù come ti senti?
Sverginata allunata
calpestata espropriata
sembri perfino dimagrita.
Cosa direbbe Leopardi?
Scivolerebbe forse
una lacrima
sulle sue guancie?
Non saprei dire ma soffro
una pena infinita…
Se fossi un barbone
itinerante ti amerei
con occhi sognanti
però non lo sono.
Spreco così
parole malconcie
a lenire un poco
questa ferita.

©2017 Adeodato Piazza Nicolai
Vigo di Cadore, 13 luglio, ore 5:00

dall’ontologia estetica di Ajvaz

In piena umiltà inseguiamo il paradosso
della classica meta-poesia un po’ dimenticata
o messa in cantina poiché (la crediamo)
sia rimasta senza benzina. Forse meglio tuffarsi
nei labirinti borgesiani o perdersi nella sua
biblioteca infinita. Anche Jung e Jodorowski
ci conducono in fiumi sotterranei che a volte
spuntano sulla superficie, ma solo come frammenti
e lamenti delle viscere poetiche sotterrate
da troppe teorie sparpagliate a vanvera un po’
dappertutto …

E il teorema di Zeno ha ancora qualche
valore? Un disonore studiarlo tuttora? Da tempo
tento di varcare certi confini immaginari, muraglie
illusionarie. Non voglio ritornare né all’alfa né all’omega.
Lasciatemi remare e poi ascoltare il fruscio delle vele
sulla barca mai costruita dalle mie mani,
chissà se ci sono altri porti sepolti da esplorare…

© 2017 Adeodato Piazza Nicolai
Vigo di Cadore, 27 giugno, ore 18:30

Strilli Linguaglossa
Giuseppe Talìa
13 luglio 2017 alle 22.18

A proposito di luna, eccone tre scritte parecchi anni fa.
La prima, calza a pennello a proposito degli ultimi atti vandalici commessi all’istituto Falcone (e tutti questi “strani” roghi che bruciano in Campania, in Calabria, in Sicilia ?)

Morto il chiarore
la luna incanutita
rotola giù e si scioglie
come un’aspirina
S’acquieta il fragore
nell’aria ammutolita
si ferma sulle soglie
e scoppia come mina
E’ strage nel furore
la Torre dei Pulci ferita
Roma Milano le spoglie
e quel sospetto che affina.
La seconda, una luna che si specchia nel danno ambientale.

Dove sei?
In fondo a quale pozzo
Galleggi nel percolato?
Un cerchio di luce ! Morta?
Uno spicchio
Forse specchio
Madre?
Faccia butterata
Inguaribile
Cuore di lupo
Con ciaspole e piccone
Il biancore di neve
Candrama
Forgi il falcetto
Mieti i gambi storti.
La terza, un primo quarto (di luna)

una
sono una
non certo trina
mi vesto di crinolina
e cresco da notte a mattina
deambulante dea creta dell’universo
sono la luna di quando crescono le fragole
la luna di quando i cervi perdono le corna
minimo falcetto lievito nel sommerso
madreperla nell’immenso concesso
e porto fortuna porto sfortuna
sono di fiume e di laguna
nel cielo di china
non sono trina
sono una
una

Strilli Giancaspero

Poesia di Antonio Sagredo

Non ho mai desiderato una forma perfetta
che fosse soltanto poesia e prosa insieme
per un non comprendersi rivolto a tutti
con una misera sofferenza per il poeta e il suo lettore.

La poesia è decente quando è estranea a se stessa:
da noi si genera tutto ciò che già sapevamo,
gli occhi sono fissi per accogliere perfino una tigre,
senza requie lei nella luce con la sua coda immobile.

È ingiusto pensare che la poesia è soggetta agli angeli,
umilmente si crede che siano dei demoni.
L’umiltà dei poeti si genera in luoghi conosciuti,
la loro superbia è possanza della consapevolezza.

Quale creatura irrazionale desidera il potere degli angeli
che una sola lingua ciarlano in una casa non loro.
E che felici e gioiosi donano labbra e dita
per non mutare a loro vantaggio la sua destinazione?

Perché ciò che ieri era sano è stato disprezzato,
tutte le creature non hanno idea di come io sia triste
poi che invano ho cercato una maniera
per odiare l’Arte con estrema severità.

Mai c’è stata un’epoca in cui si leggevano libri ottusi
per avere gioia e felicità con Intolleranza e avversità.
È la stessa cosa di quando non si è letta nessuna pagina
di opere che ci giungono dalla Clinica delle Felicità.

(marzo, 2016 à la maniere di Milosz)

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Poesie di Gino Rago, Steven Grieco Rathgeb, Kikuo Takano, Boris Pasternak, Samuel Beckett – Tre traduzioni di una poesia di Samuel Beckett – What is the word (Qual è la parola) di Beckett –  La petizione panlinguistica delle poetiche del secondo Novecento – Nuova ontologia estetica, Dialoghi e Appunti: Salvatore Martino, Paolo Statuti, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa 

Steven Grieco Rathgeb

 POESIE DEL MONSONE

 Per Chunni Kaul

1
Si dice che il poeta abbia un suo paesaggio

                                 “spoglio”

bianco-nero nella penombra
nel sogno variopinto del mondo

ecco il poeta

                                            apre le porte    apre le porte

2
Leggevo Seferis nel tempo delle piogge
a lungo dialogando
con la casa buia a mezzogiorno

Nella stanza accanto, una pittrice silenziosa.
Persone assenti gremivano l’aria.

Fuori, verde tuonante:
brezza che non soffia muove qualche foglia del banano.
Un cielo grave sulle strade ferme in ogni direzione.

Verde tuonante sulla vetrata, il grande geco.

Verde tuonante, ora pioggia sul tetto,
nella stanza di là, fra i mobili,
la mano di lei traccia colori nell’aria scura.

Dalla porta socchiusa le foglie del banano.
Dalla porta entravano strisciando i lunghi vermi del monsone.

Di esotico non esiste niente.

(da Supersimmetria, Jaipur, luglio 1996)

DALLA COLLINA DI BELLENDA

In effetti, non sappiamo più
se questo è scrivere o non scrivere.

Oltre un punto indefinito spariscono
anche le cose di cui scriviamo,
rimane solo la traccia del loro migrare:
e noi che ancora scendiamo sugli scogli
per studiare il mare, ad esempio,
lo spumeggiare che è già noi.

Perché le parole hanno un bell’inseguirsi
laddove il senso se ne libera: oltre
il punto di significazione
che non fornisce più certezze.

Solo dopo l’inspirazione sapremo meglio:
in questo tornare espirando
verso il suo silenzio.

(Ventimiglia, 2011)

Gino Rago
(Dal postmoderno decadentistico al postmoderno forte):

Il Vuoto non è il Nulla
Preferiva parlare a se stesso. Temeva l’altrui sordità.
“L’intenzione dello Spirito Santo è come al cielo si vada.
Non come vada il cielo”.
(…)
A Pisa tutti tremarono.
Il poeta vero ama la nascita imperfetta delle cose. Come fu.
In principio…Il vero poeta lo sa.
E’ nei primissimi istanti dell’universo materiale.
Non c’è lo spazio. Non c’è il Tempo.
Non si può vedere nulla. Perché per vedere ci vogliono i fotoni.
Ma in principio i fotoni non ci sono ancora.
Né si può ‘stare’. Perché per stare ci vuole uno Spazio.
Nessuno può ‘attendere’ (o ‘aspettare’).
Perché per poter attendere o aspettare ci vuole un Tempo.
(…)
In principio. Nei primissimi istanti… E’ solo il Vuoto.
Il Vuoto soltanto che non è il Nulla. E’ un Vuoto zeppo di cose.
E’ come il numero zero. Lo zero che contiene tutti i numeri.
I negativi e positivi che sommati giungono allo zero.
In Principio… Nei primissimi istanti il Vuoto. E il Silenzio.
Ma il silenzio che contiene tutti i suoni. Il silenzio di Cage.
E l’universo materiale? Viene dalla rottura della perfezione.
(…)
E’ stata l’imperfezione a produrre questa meraviglia?
Sì. Il Tutto viene dalla imperfezione.
Ma i paradigmi nuovi faticano a lungo prima d’essere accettati.
Finché Luce non si stacchi dalla materia opaca.
Ma se la luce si distacca esistono i fotoni, il moto, l’attrito.
Il tempo e lo spazio. L’uomo che scrive la vita.
La poesia che scoppia dal vuoto che fluttua.

Helle Busacca e Pasolini nella grafica di Lucio Mayoor Tosi

Giorgio Linguaglossa

Caro Gino Rago,

questa tua poesia è una delle punte più alte della «nuova ontologia estetica». Hai abbandonato alle ortiche la vecchia e antiquata concezione delle parole che parlano dell’«io» e del «tu», la tua poesia ricomincia daccapo, alla maniera di Lucrezio, dal De rerum natura. Riprendi a tessere il filo del discorso poetico dall’origine, dal nulla e dal tutto.

L’essere, ed è questo l’enorme problema della metafisica, sfugge alla predicazione, non risponde al predicato, non rientra nel linguaggio nel quale sembra, tuttavia, in qualche modo, anche risiedere come all’interno di una dimensione illusoria (come un palazzo fatto di specchi che si riflettono l’un l’altro), nella quale l’io pensa di esserci; ma, allora questo è il luogo di un grande abbaglio se l’io della percezione immediata crede ingenuamente in ciò che vede e sente. Ed è appunto questo ciò che fa il linguaggio della poesia: far credere in quel grande abbaglio. Ma è, per l’appunto, un abbaglio, una illusione. Per questo la poesia ha a che fare più con l’illusione e l’abbaglio piuttosto che con le categorie della certezza e della verità, che filosofi come Platone ed Eraclito non potevano accettare perché avrebbe messo in dubbio ciò su cui si edifica il mondo dell’edificabile, il mondo dei concreti e delle certezze, del nomos e del logos, parole altisonanti che all’orecchio della Musa invece suonano false e posticce.

L’io, per quanto manifesto, reperisce altrove il suo statuto ontologico,
nella sua mancanza costitutiva, che lo costituisce come impalcatura del soggetto.

l’io mento, è la vera dimensione dell’io penso.

L’abbaglio, l’illusione, l’illusorietà delle illusioni, lo specchio,
il riflesso dello specchio, il vuoto che si nasconde dentro lo specchio,
il vuoto che sta fuori dello specchio, che è in noi e in tutte le cose,
che è al di là delle cose, che è in se stesso e oltre se stesso,
che dialoga con se stesso…

Il mondo dell’innominabile, delle petizioni cieche in quanto prive di parole che stanno nell’inconscio, una volta raggiunto il Realitätprinzip, e cioè la dimensione propriamente linguistica, ecco che indossa l’abito di parole. Ma non sono quelle le parole che la petizione chiedeva, sono altre che la petizione non aveva previsto, né avrebbe mai potuto immaginare.

La petizione panlinguistica propria delle poetiche del Novecento scivolava invariabilmente nell’ombelico autoreferenziale, in quanto diventata ipoteca panlinguistica. […]
Il linguaggio poetico, in quanto potenza del rinvio, fame inappagata di senso
per via della stessa logica differenziale che vedeva nel gioco dei rinvii
la sua sola consistenza, si autonomizzava, si chiudeva su se stesso
e diventava linguaggio che si ciba di linguaggio. Una dimensione auto fagocitatoria.

Nella dimensione auto fagocitatoria scivola inevitabilmente ogni petizione panlinguistica.

Che lo si voglia o no, la poesia del post-Novecento, così come è stato per la poesia del Novecento, è stata colpita a morte dal virus del panlogismo, sconosciuto ad altre epoche e alla poesia di altre civiltà.
Nulla è più disdicevole dell’atteggiamento panlogistico proprio delle poetiche sperimentali e post-sperimentali che pretendono di commutare una ipoteca linguistica in petizione di poetica, in intermezzo ludico facoltativo.

C’è sempre qualcosa al di fuori del discorso poetico, qualcosa di irriducibile,
che resiste testardamente alla irreggimentazione nel discorso poetico.
Ecco, quello che resta fuori è l’essenziale.

L’unica sfera in cui si dà Senso è nel luogo dell’Altro, nell’ordine simbolico.
Allora, si può dire, lacanianamente, che «il simbolo uccide la “Cosa”».
Il problema della “Cosa” è che di essa non sappiamo nulla, ma almeno adesso sappiamo che c’è, e con essa c’è anche il “Vuoto” che incombe sulla “Cosa” risucchiandola nel non essere dell’essere.
È questa la ragione che ci impedisce di poetare alla maniera del Petrarca e dei classici, perché adesso sappiamo che c’è la “Cosa”, e con essa c’è il “Vuoto” che incombe minaccioso e tutto inghiotte.

È stato possibile parlare di «nuova ontologia estetica», solo una volta che la strada della vecchia ontologia estetica si è compiuta, solo una volta estrodotto il soggetto linguistico che ha il tratto puntiforme di un Ego in cui convergono,cartesianamente, Essere e Pensiero, quello che Descartes inaugura e che chiama «cogito». Solo una volta che le vecchie parole sono rientrate nella patria della vecchia metafisica, allora le nuove possono sorgere, hanno la via libera da ostruzioni e impedimenti perché con loro e grazie a loro sorge una nuova metafisica. Continua a leggere

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Julia Hartwig (1921-2017) Undici poesie – definita da Miłosz, La grande dama della poesia polacca – a cura di Paolo Statuti

Laboratorio di poesia 8 marzo 2017

Roma, Laboratorio di poesia 8 marzo, 2017 Libreria L’Altracittà

Julia Hartwig era nata a Lublino il 14 agosto 1921, quest’anno avrebbe compiuto 96 anni. Il giorno 15 luglio 2017 Julia Hartwig è deceduta in Pennsylvania. Il suo debutto risale al 1938, quando aveva appena 17 anni. Prese parte alla II guerra mondiale come staffetta dell’Armata Nazionale. Al tempo stesso frequentò i corsi di filologia romanza e polacca presso l’Università clandestina di Varsavia. Negli anni 1947-1950 soggiornò in Francia, grazie a una borsa di studio del governo francese, lavorando nel contempo nell’Ambasciata polacca a Parigi. Nel 1954 sposò il poeta e scrittore Artur Międzyrzecki (v. articolo e poesie sul blog di Paolo Statuti). Insieme al marito  trascorse alcuni anni negli USA (1972-1974). A gennaio del 1976 sottoscrisse il “Memoriale101”, in segno di protesta per le progettate modifiche antidemocratiche della Costituzione polacca. Negli anni 1986-1991 fu membro attivo di “Solidarność”.

Questa poetessa, che il premio Nobel Czesław Miłosz definì “la grande dama della poesia polacca”, occupa un posto di primo piano e a se stante nella letteratura polacca contemporanea. Nei suoi versi arguti, raffinati, sempre tesi alla comprensibilità da parte del lettore, spesso alla gravità abbina l’ironia, allo sconforto la visione onirica, la gioia di esistere, alla tangibilità dei sensi. Cos’è la poesia per Julia Hartwig? Èla descrizione del mondo, è il prendere nota di esso. È dare un nome a ciò che si è visto: un volto scoperto nella folla, una persona (come quella vecchia donna notata una domenica pomeriggio su una panchina lungo l’East River). Un elemento del paesaggio ancora inosservato. I numerosi ricordi di viaggio: uno scoiattolo al Regent Park, un villaggio al confine spagnolo, dove sulla terrazza di una vecchia casa su un pendio “una ragazza con la cuffietta bianca serve succulente trote, una località in Portogallo, dove “in un caffè debolmente illuminato e con le pareti scrostate/gli scrittori sorseggiano il vino/nella vicina taverna qualcuno canticchia sul palco un fado/dalla scura collina si vedono le vacillanti luci di Lisbona”. È un prendere nota della realtà: con affetto, con una chiarezza lungi da esperimenti formali, anche se a volte ai limiti tra veglia e sogno. È un prendere nota con la speranza di scoprire qualche altro significato nascosto o non ancora capito fino in fondo.

Tra le sue opere ricordiamo in particolare le raccolte di poesie e di prose poetiche: Pożegnania (Addii, 1956), Wolne ręce (Mani libere, 1969), Dwojstość (Duplicità, 1971), Czuwanie (Veglia, 1978), Chwila postoju (Un attimo di sosta, 1980), Obcowanie (Compagnia, 1987), Czułość (Tenerezza, 1992), Zobaczone (Visto, 1999), Nie ma odpowiedzi (Non c’è risposta, 2001), Błyski (Lampi, 2002), Gorzkie żale (Amari lamenti, 2011); le monografie letterarie: Apollinaire (1962), Gérard de Nerval (1972); i diari: Dziennik amerykański (Diario americano, 1980) – un meraviglioso libro sull’America, Zawsze powroty. Dziennik podróży (Sempre ritorni. Diario di viaggio, 2001); le traduzioni della poesia francese (tra gli altri: Rimbaud e Apollinaire). Insieme al marito ha realizzato l’antologia di poeti americani Opiewam nowoczesnego człowieka (Canto l’uomo contemporaneo, 1992). Julia Hartwig ha scritto anche saggi e libri per bambini. Ha ricevuto diversi importanti premi letterari e i suoi libri sono stati tradotti in molte lingue, tra cui l’italiano.

 

julia hartwig_1

Julia Hartwig

Poesie di Julia Hartwig 

Il bambino nella carrozzina tende le mani alle foglie che cadono fitte.
Ancora non sa che vanno a zigzag tra esse vaporosi defunti, vampiri, ragnatele di silfidi dell’estremo oriente portate qui in viaggio, innominati fantasmi dai molti occhi.
Attraversano a nuoto il giardino autunnale, tirandosi dietro una striscia di primi rigidi soffi.
Si riscaldano agli ultimi raggi, felici del calore.

 

Il prato

Voglio chiamare questo prato
senza parole prendete questo quadro da sotto le palpebre
sì e anche questo profumo prendete
e non sbagliate la musica
là c’era una sinfonia per archi di erbe
dei temi un giallo e lilla bouquet musicale senza pecche
eine kleine tagesmusik
delicata nei varchi del respiro
e passi passi come in sogno
e inoltre passi così lucidi
come se la testa fosse una bella calcolatrice
o una lucente tromba che un sensato sole suona
così cogliere i fiori di un amore impetuoso
così nel sorriso andare incontro
così dare in eterno questo inchino del monte
l’ombra che cade nella valle la scultura di un pendio
la bramosia il presentimento della fine
così morire nel profumo di trifoglio e di fieno
nelle apparenze delle nebbie negli incensi dell’umidità
asfissiata accecata dalle torture della luna
chiamo ma chi mi sentirà
colui che qui dopo di me morirà di ammirazione
dunque inutilmente voglio dare questo prato
un prato sempre diverso
un prato sempre diverso
ah Continua a leggere

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Andrzej Titkow POESIE SCELTE – l’ONTOLOGIA DELL’INESISTENZA Traduzione e presentazione a cura di Paolo Statuti

foto Diego_Cajelli_Bridge

Diego Cajelli Bridge

Andrzej Titkow, poeta, regista, sceneggiatore polacco, è nato a Varsavia il 24 marzo 1946. Come poeta ha debuttato nel 1963 sul settimanale Tempi moderni, e come regista cinematografico nel 1971 con il documentario In questa non grande città. Ha realizzato più di 80 documentari e alcuni film a soggetto. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: Introduzione a un poema non scritto (1976), Annotazioni, scongiuri (1996) e Cantico dei Cantici al contrario (2016).

Di quest’ultima raccolta egli dice: «E’ come un diario lirico tenuto per più di mezzo secolo. La poesia è stata il mio primo amore e non l’ho mai tradita. A volte penso di  essere soltanto un poeta che fa anche dei film. Solo la poesia, come in genere l’arte, riesce a reggere il peso esistenziale del singolo individuo, ad esprimere le sue gioie e sofferenze, la sua impotenza verso ciò che lo aspetta. Seguo da tanto tempo il mio proprio sentiero e cerco di non accrescere il caos. Ancora non ho detto tutto e sono sempre pronto ad accogliere nuove sfide».

Il giornalista e poeta polacco Ludwik Lewin, in un suo articolo dal titolo Andrzej Titkow ovvero l’ontologia dell’inesistenza, scrive: «Fin dall’inizio la filosofia di Titkow è stata dolorosa. Dolorosa fisicamente. Con il dolore terminano (e iniziano?) i tentativi di amare, di descrivere la propria esistenza e il proprio posto tra gli uomini: “qualcuno mi ha colpito egli era me, io ero lui, ma mi doleva il braccio, mi dolevano gli occhi”… E gli uomini? Sono, ma non ci sono, come quando “si intravvedeva la separazione, benché non si fossimo ancora incontrati” e là, dov’è “quella ragazza così vicina, che è intoccabile”. E io? “Io cinto di me da ogni lato, ma non autosufficiente, esigo un nome”. Di fronte alla relatività del tempo, alla reiterazione, interscambiabilità e immobilità degli eventi, i nomi hanno un senso? “Ciò che non è avvenuto domani a Budapest, Accadrà oggi a Parigi…” La relatività cronologica e geografica conduce all’impotenza, e il suo effetto deve essere l’incompiutezza…Le poesie di Titkow parlano delle apprensioni, dei timori, degli spaventi che prova ognuno di noi. E – paradossalmente – riescono a mitigarli».

 

Andrzej Titkow part_1

Andrzej Titkow 

Poesie di Andrzej Titkow 

 Risposta

con ponderazione dalle parole troncare
con la scure del verso tutto il superfluo
e le parole comporre finché risuoni una musica soave
ma questo mondo non conosce armonia
dunque tutto ciò che potrò fare è chinarmi
e bere a volontà dal pigro fiume del consueto
è così che nasce il verso
che non riuscirà ad annotare
o qualcosa che annoto con cura benché verso più non è
volentieri ti do ragione – la Danimarca è una prigione
ma la prigione più amara è nell’intimo –
questo silenzio

1968

La protesi

Non so da quando, da quanto tempo colui
che parla in mio nome non è più
me stesso, non so da quando, con che diritto parlano
con la mia bocca i nemici, gli amici nonché
il passante comune, lo statista sfinito
dalla vita, grigio come il muro, sotto il quale ogni giorno
si ferma, per riprendere fiato
Non so a chi appartiene questa voce
che emana da me, voce che potrebbe
essere la cosiddetta voce della coscienza –
tanto è smorzata, incolore, randagia
Davvero non so chi parla in mio nome
e in nome di chi parla in me questo ventriloquo
Colui che parla, benché non sia me stesso,
vuole essere udito oltre le parole, nelle parole
e a dispetto delle parole vuole essere ascoltato,
tra le molte voci vuole riconoscere la sua voce
Questo caso, quale io sono, questa necessità
che il mio io crea, cinto di me da ogni lato,
ma non autosufficiente, esige un nome

1973

 A cena

                                          – Amleto, dov’è Polonio?
                                          – A cena.
                                          – A cena? dove?
                                          – Non là, dove egli mangia, ma là, dove mangiano lui Continua a leggere

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Per una Ontologia dell’Essere sociale di Nicolai Hartmann – Per una critica dell’Esserci  e dell’essere-per-la-morte in Heidegger con una poesia di Czesław Miłosz “Orfeo e Euridice” nella traduzione di Paolo Statuti – Orfeo, l’antesignano dell’Esserci moderno -Ars Poetica – Czesław Miłosz, 1957 con Commento di Giorgio Linguaglossa – Brani tratti da Giuseppe Pedota Dopo il Moderno CFR, 2012 pp. 120 € 13

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«L’espressione esser-gettato sta a significare l’effettività dell’esser consegnato… L’effettività non è la fatticità, il factum brutum della semplice-presenza, ma un carattere dell’essere dell’esserci, inerente all’esistenza, anche se, innanzi tutto, nel modo dell’evasione».1 Con questa impostazione categoriale di Heidegger  l’esserci è imprigionato nel mondo del «si», l’esserci non ha un orientamento, resta preda dell’inautenticità e non può uscirne, è privo di volontà, di pensiero e di azione. L’esserci è bloccato nell’esser-gettato nell’esistenza immobile, surrogato teologico della condanna divina alla espiazione di una colpa che trascende l’esserci. Ma c’è una via per Heidegger che definisce una via di uscita da questa condizione di immobilità dell’esserci, ed è la via per la morte, l’essere-per-la-morte. L’inautenticità per Heidegger ha sempre il sopravvento sull’autenticità. C’è una sola via di uscita da questo impasse: l’essere-per-la-morte. Questa è  l’agghiacciante conclusione di Heidegger.

Scrive Heidegger: «Con questa tranquillizzazione che sottrae all’esserci la sua morte, il Si assume il diritto e la pretesa di regolare tacitamente il modo in cui ci si deve, in generale, comportare davanti alla morte. Già il “pensare alla morte” è considerato pubblicamente un timore pusillanime, una debolezza dell’Esserci e una lugubre fuga davanti al mondo. Il Si non ha il coraggio dell’angoscia davanti alla morte».2 «L’anticipazione svela all’esserci la dispersione nel si-stesso e, sottraendolo fino in fondo al prendente cura avente cura, lo pone innanzi alla possibilità di essere se stesso, in una libertà appassionata, affrancata dalle illusioni del Si, effettiva, certa di se stessa e piena di angoscia: La libertà per la morte».3

L’esasperazione semantica di una «libertà per la morte» indica chiaramente un lapsus filosofico. Non v’è «libertà» ma costrizione per la morte. È esattamente all’opposto che si dà la «libertà» nell’equivalenza della «illibertà». Insomma, come diceva Adorno: «non si dà libertà nell’illibertà generale». Qui il problema dell’inautenticità è connesso inestricabilmente a quelli della «libertà» e della «illibertà»; entrambe queste categorie vivono e prosperano soltanto nell’ambito della alienazione. Una esistenza alienata pone il dilemma insolubile tra libertà e l’illibertà, ma è nell’ambito della alienazione e soltanto in essa che può prosperare questa antinomia, al di fuori dell’alienazione questa dicotomia perde il suo valore ontologico e diventa un epifenomeno della storialità. Una esistenza ricca di senso può affrontare una morte ricca di senso. Socrate, con la sua morte, ne è un esempio. Gesù, con la sua morte, ne è un esempio. Nel senso che sia Socrate che Gesù mediante la decisione anticipatrice, hanno potuto intravvedere liberamente la possibilità della morte e accettarne le conseguenze, con tutto il dramma dell’angoscia connessa alla loro ingiusta morte (angoscia come impossibilità di accedere alla azione liberatrice).

Per questo Spinoza ha scritto che una filosofia genuina deve occuparsi della vita e non della morte, così come anche Epicuro rilevò che chi vive, fintanto che vive, non ha nulla a che fare con la morte, che resta al di fuori del demanio della vita e delle cose attinenti alla vita. Per questo l’ontologia ha a che fare con la vita, e nulla ha a che fare con la morte. La dove c’è la morte, non c’è più ontologia. Soltanto in una esistenza piena di senso si può operare autenticamente verso la vita. Al di fuori del senso della vita è vano parlare finanche della morte, che non occupa alcun demanio della vita. La decisione anticipatrice la si ha soltanto nell’ambito della vita e per la vita delle generazioni future, in questo senso e soltanto in questo senso essa ha a che fare con l’ontologia dell’essere sociale. Per Heidegger invece l’uomo cade vittima del «si», e questa caduta lo pone nell’impossibilità di adire alla autenticità, e non può che soccombere tra le cose della menzogna e dell’ipocrisia. Per Heidegger l’uomo gettato nell’inautenticità è vittima della «angoscia», per la quale non c’è riscatto.

foto-chess

Scrive Heidegger: «Se l’Esserci esiste, è anche già gettato in questa possibilità. Innanzi tutto e per lo più l’esserci non ha alcuna “conoscenza” esplicita o teorica di essere consegnato alla morte e che questa fa parte del suo essere-nel-mondo. L’esser-gettato nella morte gli si rivela nel modo più originario e penetrante nella situazione emotiva dell’angoscia. L’angoscia davanti alla morte è angoscia “davanti” al poter-essere più proprio, incondizionato e insuperabile. Il “davanti-a-che” dell’angoscia è l’essere-nel-mondo stesso… L’angoscia non dev’essere confusa con la paura davanti al decesso. Essa non è affatto una tonalità emotiva di “depressione” contingente, casuale, alla mercé dell’individuo; in quanto situazione emotiva fondamentale dell’esserci, essa costituisce l’apertura dell’esserci al suo esistere come esser-gettato per la propria fine».4

Qui Heidegger ci presenta un concetto astratto e vuoto della «angoscia», una entità immodificabile, eterna, eternamente addossata all’Esserci, un concetto della teologia formalmente de-teologizzato, che presuppone una posizione del tutto passiva dell’Esserci il quale non può sottrarsi ad un destino già scritto e dinanzi al quale non v’è possibilità di azione, o di liberazione. Il gioco delle categorie heideggeriane si rivela essere un gioco di bussolotti vuoti. Categorie svuotate di esistenza. Etichette. Segnali semaforici di un essere immodificabile. In questo contesto categoriale l’azione di uscita dalla inautenticità e dall’angoscia viene prescritta, anzi, viene del tutto cancellata. Alla inautenticità heideggeriana non c’è altra via di scampo che soccombere anticipando a se stessi la visione della propria morte.

Una categoria completamente assente nella ontologia di Heidegger è quella della «azione» (con la connessa categoria della «volontà»). Quando, come e dove nasce e si sviluppa l’«azione», qual è la sua direzionalità e il perché della «azione». Ecco, tutta questa problematica è misteriosamente assente nella ontologia di Heidegger. Ma ciò è comprensibile, perché attraverso la categoria dell’«azione» tutto il castello di categorie heideggeriane verrebbe a periclitare fragorosamente se soltanto la si  prendesse in considerazione.

L’ontologia di Heidegger ha al suo centro l’essere dell’esserci, l’uomo isolato e alienato tra le due guerre mondiali. La sua analitica dell’esserci mostra a nudo le categorie ontologiche di questo ente, l’esserci,  scisso e alienato, isolato anche nella sua vita quotidiana. L’ontologia di Hartmann invece parte dalla critica del modo in cui sorgono le categorie dalla vita quotidiana, le connessioni categoriali, gnoseologiche e psicologiche che garantiscono la sopravvivenza dell’ente umano nell’ambito della vita naturale e sociale. L’ontologia di Nicolai Hartmann5 riabilita il primato del pensiero nell’ambito della vita quotidiana, e di qui riparte per la delucidazione delle immagini del mondo religiose, filosofiche e scientifiche. Il realismo ingenuo della vita quotidiana e sociale dell’uomo è il miglior antidoto contro le distorsioni di una visione che adotta un punto di vista antropocentrico dell’uomo alienato e isolato nella sua fissità storica e biologico-sociale. Per Hartmann, in polemica con il concetto di angoscia in Heidegger: «l’angoscia è proprio la peggior guida che si possa immaginare verso ciò che è autentico e caratteristico»..6

foto-donna-macchina-e-scarpaNella poesia di Miłosz che segue abbiamo la esemplificazione della ricerca del “reale”. Orfeo si muove nell’ambito del «realismo ingenuo», si reca nell’Ade per recuperare la sua amata Euridice. Orfeo  è l’antesignano dell’Esserci moderno. Come l’Esserci di Heidegger è imprigionato nell’inautenticità e non può sortirne che attraverso la decisione anticipatrice della morte, così Orfeo è un eroe dotato di autenticità,  scende nella terra, fino alle foci dell’Ade per strappare agli Inferi la sua amata, simbolo della bellezza, e riportarla in vita sulla terra, alla piena luce del sole. Orfeo lotta per la vita, vuole la vita. Ma, appunto, la Euridice che lui vede è soltanto un simbolo, un eidolon del “reale”, non il “reale”, perché Euridice è morta, ed il linguaggio poetico è impotente, non può riportarla in vita, può solo raffigurare la sua immagine fatta di nebbia e di non-vita. Il “reale” è irraggiungibile anche per la poesia, e non può nulla Orfeo con la sua lira a nove corde dinanzi al «Limite» costituito dalla «Morte». Per il pensiero mitico greco, l’esserci di Orfeo è avventura, azione, rivoluzione del Empireo e degli Inferi. Orfeo è l’eroe autentico che si batte contro la morte, per la vita, per riportare in vita l’amata Euridice.

Czesław Miłosz

Orfeo e Euridice

Sulle lastre del marciapiede all’ingresso dell’Ade
Orfeo era piegato dal vento impetuoso,
che gli tirava il soprabito, faceva roteare matasse di nebbia,
si agitava nelle foglie degli alberi. I fari delle auto
ad ogni afflusso di nebbia si smorzavano.

Si fermò davanti alla porta a vetri incerto
se le forze lo avrebbero sorretto in quell’ultima prova.

Ricordava le parole di lei: “Sei un uomo buono”.
Non lo credeva molto. I poeti lirici
hanno di solito, pensava, un cuore freddo.
E’ quasi un limite. La perfezione dell’arte
si ottiene in cambio di tale imperfezione.

Soltanto il suo amore lo riscaldava,
lo rendeva umano.
Quando era con lei, diversamente pensava di sé.
Non poteva deluderla, adesso che era morta.

Spinse la porta. Percorreva un labirinto di corridoi,
di ascensori.
La luce livida non era luce, ma oscurità terrestre.
I cani elettronici gli passavano accanto senza frusciare.
Scendeva un piano dopo l’altro, cento, trecento,
sempre più giù.
Sentiva freddo. Era consapevole di trovarsi
nel Nessunluogo.
Sotto migliaia di secoli rappresi,
nel cenerume di putrefatte generazioni,
quel regno sembrava senza fondo e
senza fine.

Lo circondavano i volti di una calca di ombre.
Alcuni li riconosceva. Sentiva il ritmo del proprio sangue.
Sentiva con forza la sua vita insieme con la sua colpa
e temeva d’incontrare quelli cui aveva fatto del male.
Ma essi avevano perso la capacità di ricordare.
Guardavano altrove, indifferenti a lui.

Come sua difesa aveva la lira a nove corde.
Portava in essa la musica della terra contro l’abisso,
che addormenta tutti i suoni col silenzio.
La musica lo dominava. Allora era remissivo.
Si arrendeva al canto imposto,
in estasi.
Come la sua lira, era soltanto uno strumento.

Finché giunse al palazzo dei governanti di quel regno.
Persefone, nel suo giardino di peri e meli seccati,
nero di nudi rami e di grumosi rametti,
e il suo trono, funereo ametista – ascoltava.
Egli cantava il chiarore dei mattini, i fiumi nel verde.
L’acqua fumante di un riflesso rosato.
I colori: cinabro, carminio,
siena bruciata, azzurro,
i piaceri di nuotare presso
gli scogli di marmo.
Il convito sulla terrazza nel chiasso
del porto dei pescatori.
Il sapore del vino, del sale, delle olive, della senape,
delle mandorle.
Il volo della rondine e del falco, il solenne
volo di uno stormo
di pellicani sul golfo.
Il profumo di fasci di lillà nella pioggia d’estate.
Cantava che componeva le sue parole contro la morte
e che nessuna sua rima lodava il nulla.

Non so, disse la dea, se tu l’ami,
ma sei giunto fin qui per riprenderla.
Ti sarà restituita. A una sola condizione.
Non ti è permesso parlarle. E sulla via del ritorno
di voltarti, per vedere se ti segue.

Ermes portò Euridice.
Il suo volto era diverso, affatto grigio,
le palpebre abbassate, sotto di esse l’ombra delle ciglia.
Avanzava come irrigidita, condotta dalla mano
della sua guida. Ah, come voleva pronunciare
il suo nome, svegliarla da quel sonno.
Ma si trattenne, sapendo che aveva accettato
la condizione.

Si avviarono. Prima lui, e dietro, ma non subito,
il battito sonoro dei sandali e quello tenue
dei piedi di lei impediti dalla veste come sudario.
Il sentiero in salita era fosforescente
nell’oscurità, simile alle pareti di un tunnel.
Si fermava e restava in ascolto. Ma allora
anche essi si fermavano, una fievole eco.
Quando riprendeva a camminare, risonava il duplice battito,
una volta gli sembrava più vicino, poi di nuovo lontano.
Sotto la sua fede cresceva il dubbio
e lo avvolgeva come freddo convolvolo.
Non sapendo piangere, piangeva per la perdita
delle speranze umane nella rinascita dei morti,
perché adesso era come ogni mortale,
la sua lira taceva e sognava senza difesa.
Sapeva di dover credere e non sapeva credere.
E a lungo doveva durare l’incerta veglia
dei propri passi contati nel torpore.

Albeggiava. Apparvero i gomiti delle rocce
sotto l’occhio luminoso dell’uscita dal sottosuolo.
E accadde ciò che aveva presentito. Quando girò la testa,
dietro a lui sul sentiero non c’era nessuno.

Il sole. E il cielo e le nuvole su di esso.
Soltanto ora sentì gridarsi dentro: Euridice!
Come vivrò senza di te, o consolatrice!
Ma profumavano le erbe, durava basso il ronzio delle api.
E si addormentò, con la guancia sulla calda terra.

(traduzione di Paolo Statuti)

M. Heidegger Essere e Tempo p. 213

2 Ibidem p. 254

3 Ibid. p. 266

4 Ibid p. 379

5 N. Hartmann La fondazione dell’ontologia Milano, Fabbri, 1963, p. 130 sgg. trad it. di F. Barone

6 Ibid. p. 197

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Ritengo opportuno riproporre alcuni brani significativi del libro di Giuseppe Pedota (2012) per avere uno sguardo retrospettivo del nostro recentissimo passato, perché non si può capire il presente e le sue possibili derive filosofiche, estetiche e politiche se non si osserva attentamente il passato, recente e non. (G.L.)

Brani tratti da Giuseppe Pedota Dopo il Moderno CFR, 2012 pp. 120 € 13

Quello che un critico come Giorgio Linguaglossa vede attraverso la cortina di nebbia della «nuova ideologia del conformismo», è la «nuova insensibilità» delle masse post-culturali nella situazione del Dopo il Moderno, fenomeno cresciuto all’ombra del letargo politico dell’Italia e dell’Europa. La parola «impegno» è ormai invecchiata e fuori corso, il «qualunquismo», il «talqualismo» e il «turismo poetico» della poesia delle giovani generazioni è una spia allarmante di questo conservatorismo di massa. Ormai nessuno delle nuove generazioni si pone la domanda di comprendere il mondo con spiegazioni, ipotesi, responsabilità; una pedestre mitologia della scrittura che la mia generazione aveva debellato, riacquista vigore e credibilità: lo scrivere bene, l’innocenza dello scrittore, addirittura la «irresponsabilità dello scrittore», l’aura (che ritorna!) delle parole poetiche di certa poesia femminile, l’invasione delle storie d’amore catechizzate, drammatizzate e agghindate secondo uno smaccato (e ingenuo) montaggio di pezzi del cuore infranto. È ritornata la retorica della bella e dannata interiorità e del buonismo, ottimi sostituti della riflessione politico-estetica sulla situazione attuale di quello che il critico romano chiama «discorso poetico».

«Questa spoliticizzazione dell’arte, – scriveva nel 1953 Roland Barthes ne Il grado zero della scrittura – della Letteratura, non può essere accidentale, particolare. È l’espressione di una crisi generale che si potrebbe così definire: ideologicamente la borghesia non ha più realtà immediata, moltiplica gli schermi, i ricambi, le meditazioni: quasi non le si riconosce più una fisionomia».[1]

Forse oggi (e basta dare uno sguardo al proliferare dei blog letterari) siamo nel bel mezzo di una nuova forma di conformismo: un omologismo che non tollera l’esistenza di un diverso assetto del pensiero. C’è una simil-critica di cortigiani e una critica che non ha diritto di cittadinanza. È l’ideologia dell’omologismo che qui si annuncia.

Oggi, anche nella situazione di disarmo generale dell’intelligenza del Dopo il Moderno, non ci può essere altra strada che quella di un nuovo impegno e di una nuova responsabilità dello scrittore e del discorso poetico. Mi stupisce che critici e autori delle nuove generazioni come Salvatore Ritrovato e Stefano Dal Bianco rivalutino invece la «irresponsabilità» della scrittura letteraria. Questi autori dicono che lo scrittore non ha delle «risposte» da dare al suo pubblico, confondendo due concetti molto diversi e distanti tra loro, anzi, a mio avviso oggi lo scrittore è tanto più «responsabile» proprio in quanto non ha alcuna «risposta» da offrire in garanzia al lettore. Io piuttosto direi che oggi, molto più di ieri, il ruolo dello scrittore dipende dalla tragicità di un linguaggio impossibile. È questo il problema.

Il critico romano rivendica, con sottile ironia socratica, che oggi l’unica forma possibile di scrittura è davvero quella del talqualismo delle «scritture letterarie denaturate alla Valerio Magrelli e alla Vivian Lamarque»; «al di fuori del minimalismo sembra non esserci nient’altro che il minimalismo. Ma non è vero. Bisogna dirlo con forza ai giovani: non imitate i modelli deresponsabilizzanti offerti dai falsi padri. La via da seguire è esattamente l’opposta: la critica radicale ai falsi padri e ai falsi modelli che essi rappresentano». Sono scritture che hanno avuto successo e hanno fatto scuola. E chi osa mettersi contro il successo e i grandi marchi editoriali che li hanno pubblicati? Ed ecco spiegato il successo di epigoni degli epigoni come la poesia di Gianni D’Elia e di Franco Buffoni. È un epigonismo che si autogenera e che sembra non avere mai fine. Qui, credo, siamo andati ben oltre l’«ideologia del conformismo», siamo entrati, senza che ce ne siamo resi conto, nella nuova situazione dell’omologismo e dell’emulazione di massa. 

L’arte e la letteratura europea dagli anni Novanta del Novecento in poi, segnano una lenta e inarrestabile crisi della grande cultura novecentesca? Non so, può darsi. Il fatto indiscusso è che la poesia dell’ultima decade del Novecento sembra avviata in una inarrestabile deriva epigonica delle grandi direttrici della cultura novecentesca. Si profila una interminabile cultura epigonica, la crisi di identità di una cultura. Nel frattempo, nel 1989 crolla il muro di Berlino, scompare il limen con la divisione in due parti dell’Europa e dell’Italia (un fenomeno simile a quello del crollo di una diga). Ciò che in qualche modo contribuiva, almeno in Italia, a tenere in vita una visione critica è venuto meno, in più c’è stato l’esaurimento di un modello di sviluppo delle economie capitalistiche del mondo occidentale e la fine della prima Repubblica. Scrive Linguaglossa:

«Oggi, noi non possiamo comprendere la crisi della cultura epigonica del minimalismo senza gettare lo sguardo al di là di essa, a quegli sviluppi dell’arte contemporanea che sembrano prefigurare uno sbocco, una via di uscita dall’arte dei minimalia

[1] R. Barthes Il grado zero della scrittura Lerici, Milano, 1969 p. 15

Ars Poetica – Czesław Miłosz, 1957

Ho sempre aspirato a una forma più capace,
che non fosse né troppo poesia né troppo prosa
e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
né l’autore né il lettore, a sofferenze insigni.
Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
sbattiamo quindi gli occhi come se fosse sbalzata fuori una tigre,
ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.
Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi di un angelo.
È difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.
Quale uomo ragionevole vuole essere dominio dei demoni
che si comportano in lui come in casa propria, parlano molte lingue,
e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?
Perché ciò che è morboso è oggi apprezzato,
qualcuno può pensare che io stia solo scherzando
o abbia trovato un altro modo ancora
per lodare l’Arte servendomi dell’ironia.
C’è stato un tempo in cui si leggevano solo libri saggi
che ci aiutavano a sopportare il dolore e l’infelicità.
Ciò tuttavia non è lo stesso che sfogliare mille
opere provenienti direttamente da una clinica psichiatrica.
Eppure il mondo è diverso da come ci sembra
e noi siamo diversi dal nostro farneticare.
La gente conserva quindi una silenziosa onestà,
conquistando così la stima di parenti e vicini.
L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
e ospiti invisibili entrano ed escono.
Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia,
perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.

(Czesław Miłosz, Poesie Adelphi, Milano, 1983, traduzione di Pietro Marchesani)

Giorgio Linguaglossa

Commentando questa poesia di Czeslaw Milosz “Ars poetica” del 1957, scrivevo:

Proviamo a ragionare intorno a ciò che vuole dirci il poeta polacco nella poesia sopra citata:
Il momento espressivo-metaforico della forma-poesia è uno spazio espressivo integrale (che può essere colto in un sistema concettuale filosofico, che oggi non c’è per via della latitanza di pensiero estetico da parte dei filosofi). Il momento espressivo coincide con il linguaggio, e il linguaggio è condizionato dai linguaggi che l’hanno preceduto… se il momento espressivo si erige come un qualcosa di più di esso, degenera in non-forma (si badi non parlo qui di informale in pittura come in poesia!), degenera in mera visione del mondo, cioè in politica, in punto di vista condizionato dagli interessi di parte, in chiacchiera, in opinione, in varianti dell’opinione, in sfoghi personali, in personalismi etc. (cose legittime, s’intende ma che non appartengono alla poesia intesa come «forma» di un «evento»).

Il problema di fondo (filosofico, ed estetico) della poesia della seconda metà del Novecento (che si prolunga per ignavia di pensiero in questo post-Novecento che è il nuovo secolo), è il non pensare che il problema di una «forma» non può essere disgiunto dal problema di uno «spazio», e quest’ultimo non può essere disgiunto dal problema del «tempo» (tempus regit actum, dicevano i giuristi romani). Ora, il digiuno di filosofia di cui si nutrono molti auto poeti, dico il problema di pensare questi tre concetti in correlazione reciproca, ha determinato, in Italia, una poesia scontatamente lineare unidirezionale (che segue pedissequamente e acriticamente il tempo della linearità metrica), cioè che procede in una sola dimensione: quella della linea, della superficie… ne è derivata una poesia superficiaria e unidimensionale. E, si badi: io dico e ripeto da sempre che il maggiore responsabile di questa situazione di imballo della poesia italiana è stato il maggior poeta del Novecento: Eugenio Montale con Satura (1971), seguito a ruota da Pasolini con Trasumanar e organizzar (1968). Ma queste cose io le ho già spiegate nel mio studio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana 1945-2010 edito da EiLet di Roma nel 2011.

In questa sede posso solo tracciare il punto di arrivo di questo lungo processo: il minimalismo e il post-minimalismo.

Con questa conclusione intendevo tracciare una linea di riflessione che attraversa la poesia del secondo Novecento, una linea di riflessione che diventa una linea di demarcazione.
Delle due l’una: o si accetta la poesia unidirezionale del post-minimalismo magrelliano (legittima s’intende), che prosegue la linea di una poesia superficiaria e unidirezionale che ha antichi antenati e antichi responsabili (parlo di responsabilità estetica) precisi; o si opta una linea di inversione di tendenza da una poesia superficiaria a una poesia tridimensionale che accetta di misurarsi con una «forma più spaziosa», seguendo e traendo le conseguenze dalla impostazione che ha dato Milosz al problema della poesia dell’avvenire. La poesia citata di Milosz è un vero e proprio manifesto per la poesia dell’avvenire, chi non comprende questo semplice nesso non potrà che continuare a fare poesia superficiaria (beninteso, legittimamente), ma un tipo di poesia di cui possiamo sinceramente farne a meno.

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Ubaldo De Robertis La poesia italiana dal dopoguerra ad oggi, per ragioni storico-culturali, ha sottovalutato e abbandonato la metafora – La metafora e l’immagine sono una zavorra per la poesia? Una poesia di Tadeusz Różewicz : La caduta, traduzione di Paolo Statuti

Caro Giorgio Linguaglossa,

 tu scrivi:

 “ La poesia italiana dal dopoguerra ad oggi, per ragioni storico-culturali, ha sottovalutato e abbandonato la metafora quale via privilegiata al discorso poetico, l’ha trattata come una sorella bruttina e stupida da non mostrare in pubblico nelle occasioni pubbliche. Il risultato è stato che, senza rendercene conto, abbiamo sposato l’idea assurda che facendo guerra alla metafora si potesse scrivere poesia moderna. Così, privando il discorso poetico della metafora, scrivere poesia è diventata una cosa di estrema facilità, era (ed è) sufficiente mettere in linea (come nella prosa) delle parole, magari lambiccate o prosasticamente attrezzate, per fare poesia. A mio avviso, era (ed è) una via errata che ha finito per portare la poesia italiana in un vicolo cieco.
Basti pensare ad una cosa estremamente evidente: quando sorge il bisogno di una metafora? (lo chiedo ai poeti e ai critici), ma è semplice: la metafora sorge quando ci si trova dinanzi ad una «assenza», quando non abbiamo parole per indicare una «cosa» che altrimenti non potremmo nominare: una «cosa» non esiste se non abbiamo la corrispettiva parola che la indica; e questo che cos’è se non una metafora? La parola (al suo sorgere) è naturalmente una metafora, che poi l’uso di milioni di persone durante decine o centinaia di anni svigorisce e appanna fino a farla diventare parola normale, cioè consunta, consumata, e quindi insignificante. Senza la metafora non potremmo nominare ciò che linguisticamente non appare, ovvero, ciò che è «assente». Se ne deduce che Parola e Metafora vanno di pari passo.”

So che la questione è complessa ma penso sia utile al dibattito che stai conducendo sulla poesia i seguenti passaggi che ho tratto dallo studio e dal pensiero di  Różewicz:

punto A)

Se il motto dell’Avanguardia è produrre poesia con “il minimo delle parole e massimo contenuto” facendo un ampio uso di metafore, Tadeus Różewicz ribalta questa strategia che risparmia le parole eliminando la metafora: il verso è libero, senza punteggiatura, si accostano elementi dissimili che offrono nuove possibilità interpretative. Al contrario “la metafora e l’immagine ritardano l’incontro fra il lettore e la materia essenziale del componimento poetico

Miłosz parla così del poeta della seconda generazione dell’avanguardia:«Non conosco nella poesia europea del nostro secolo nulla di più penetrante: il  suo respingere ritmo metro e metafora, indica una specie di orrore per la  grande “arte” come se fosse qualche cosa di amorale, un voler essere completamente nudo di fronte alla sofferenza umana. L’opera degli anni Ottanta si presenta sempre più spoglia di immagini e subisce un processo di sintesi e di diminuzione delle parole. La metafora scompare per lasciar spazio a frasi sempre più elementari.

La musica – il suono e l’immagine – la metafora, non sembrano più delle ali che trasmettono la poesia dal suo autore al destinatario, ma una zavorra di cui ci si deve liberare affinché la poesia si innalzi e che sia pronta non per un ulteriore volo, ma per un’ulteriore vita.

Różewicz si rende conto che questa strada potrebbe portare la poesia al suicidio, o al silenzio, eppure crede che sia necessario correre questo rischio. Nella sua poesia ci sono immagini e metafore ma c’è una continua aspirazione alla rinuncia della metafora-immagine.

Queste sono parole di Różewicz: “Seguendo le orme di Aristotele, i poeti e i critici affermano che la cosa più importante in poesia sia l’uso efficace delle metafore ed esso determina l’individualità e la genialità del poeta. Immaginiamo di aver eliminato l’immagine-metafora, cosa ci resta? La paura di avere tra le mani solo una manciata di parole – la prosa, l’opposto della poesia. Vorrei far notare che l’immagine resta lo scopo principale nella produzione dei poeti contemporanei. I poeti elaborano l’immagine ad uso del destinatario, attraverso l’immagine danno vita a una piccola rivelazione del mondo e dell’immaginazione. Sono come dei residui di rituali magici e di incantesimi. Sono gli sforzi della gente che crede nell’esistenza della poesia in abstracto.

Più la veste esteriore di una poesia è complessa, ornamentale e sorprendente, peggio è per il momento lirico che spesso non riesce a farsi strada fra i decori artificiosi aggiunti dai poeti. Sono lontano dall’imporre a chiunque questo genere di pensieri, eppure ritento in continuazione e attacco l’immagine da tutti i fronti, sperando di toglierla come elemento decorativo e superfluo. A mio parere la lirica moderna sarebbe il risultato dello scontro tra i fenomeni e i sentimenti, tra i sentimenti e le cose. L’immagine in tal caso sarebbe d’aiuto, ma non necessaria. L’immagine che viene ampliata eccessivamente dal poeta si nutre di un’immaginazione artificiale, inventata, distrugge il germe e il seme della poesia lirica. Infine danneggia sé stessa, togliendo l’immaginazione al dramma che si verifica all’interno della poesia . La poesia non si fa tramite il rimando di immagini, esse ne rappresentano lo strato più superficiale. Più la veste esteriore di una poesia è complessa, ornamentale e sorprendente, peggio è per il momento lirico che spesso non riesce a farsi strada fra i decori artificiosi aggiunti dai poeti.

In una certa fase risulta che tutta la nostra esperienza poetica e la capacità di costruire immagini non abbiano senso, benché esse esigano da noi una grande cultura, tanta laboriosità, originalità e altre caratteristiche tanto apprezzate dai critici. Ritengo dunque che il ruolo della metafora “come guida più eccellente e rapida” tra autore e destinatario sia molto problematico.

In pratica il poeta, con l’aiuto dell’immagine, è come se illustrasse il verso, egli illustra la poesia. Intanto ciò che accade nel mondo dei sentimenti non vuole più mostrarsi attraverso le metafore più belle e riuscite, ma vuole apparire da sé. Vuole mostrarsi all’improvviso e nella sua univocità, vuole darsi al lettore.

La metafora e l’immagine non accelerano, bensì ritardano l’incontro tra il lettore e la materia vera e propria dell’opera poetica. A mio parere quell’opera dovrebbe correre dal suo autore al destinatario liberamente, non dovrebbe trattenersi alle belle e affascinanti (dal punto di vista estetico) fermate stilistiche. Questa è la differenza fondamentale tra i miei saggi, la mia pratica poetica e tra ciò che i poeti dell’Avanguardia hanno fatto nella poesia polacca.”

Tadeusz Różewicz

La caduta ovvero elementi verticali e orizzontali nella vita dell’uomo contemporaneo

Tanto
tanto tempo fa
c’era un solido fondo
che l’uomo poteva
toccare

l’uomo che vi giaceva
grazie alla sua sconsideratezza
o grazie all’aiuto del prossimo
era guardato con spavento
interesse
odio
gioia
era additato
ma egli a volte
si alzava
si risollevava
macchiato e grondante
.
Era un solido fondo
si potrebbe dire
un fondo borghese

un fondo era per le signore
e un altro per i signori
in quei tempi c’erano
ad esempio donne corrotte
screditate
c’erano bancarottieri
un genere oggi quasi
sconosciuto
il suo fondo aveva il politico
il prete il commerciante l’ufficiale
il cassiere e l’erudito
un tempo c’era anche un altro fondo
oggi esiste ancora un vago
ricordo
ma il fondo non c’è più
e nessuno può
toccare il fondo
o restare in fondo

Il fondo che rammentano
i nostri genitori
era una cosa costante
sul fondo
tuttavia
si era
specificati
l’uomo perduto
l’uomo smarrito
l’uomo che
si risolleva
dal fondo

dal fondo si potevano anche
tendere le braccia chiamare “dal profondo”
adesso questi gesti non hanno
alcun senso
nel mondo contemporaneo
il fondo è stato rimosso

l’incessante caduta
non favorisce atteggiamenti
pittoreschi posizioni
salde

La Chute la Caduta
è ancora possibile
solo in letteratura
nel sogno nella febbre
ricordate il racconto

sull’onestuomo
non corse in aiuto
sull’uomo che praticava la “dissolutezza”
mentiva era schiaffeggiato
per questa fede

il grande defunto forse l’ultimo
moralista francese contemporaneo
ricevette nel 1957
il premio

com’erano innocenti le cadute

ricordate
le antiche
Confessiones
del vescovo di Hippo Regius

C’era un pero nelle vicinanze della nostra vigna,
che non allettava né per l’aspetto, né per il sapore.
Noi giovani ignobili dopo aver tirato in lungo i
nostri scherzi per le strade, secondo un’infame
abitudine, ci recammo là, nel cuore della notte,
per scuotere la pianta e raccogliere le pere.
Ne cogliemmo una quantità enorme, ma non per
farne una scorpacciata, ma per gettarle ai porci.
Anche se ne assaggiammo qualcuna, fu solo per
il gusto della cosa proibita. Ecco il mio cuore, Dio,
ecco il mio cuore di cui hai avuto pietà, quando
esso si è trovato in fondo all’abisso…

“in fondo all’abisso”

peccatori e penitenti
santi martiri della letteratura
agnelli miei
siete come bimbi al petto
che entreranno nel Regno
(peccato che esso non ci sia)

– Lei, padre, crede in Dio? – gridò di nuovo Stavroghin
– Credo.
– È stato detto che la fede sposta le montagne. Se uno
crede e ordina alla montagna di spostarsi, quella si
sposterà…mi scusi l’indiscrezione, ma m’interessa
sapere se lei, padre, farà spostare la montagna
.
simili domande faceva il “mostro” Stavroghin
e ricordate il suo sogno
il quadro di Claude Lorraine
alla Galleria di Dresda
“qui vissero uomini bellissimi”
Camus
La Chute la Caduta
Ah, mio caro, per l’uomo che è solo, senza
dio e senza padrone, il peso dei giorni è terribile

quel lottatore dal cuore di bambino
immaginava
che i canali concentrici di Amsterdam
fossero un girone dell’inferno
dell’inferno borghese
naturalmente
“qui siamo nell’ultimo girone”
diceva a un compagno occasionale
nel bar
l’ultimo moralista
della letteratura francese
prese dall’infanzia
la fede nel Fondo
Doveva credere profondamente nell’uomo
Doveva amare profondamente Dostojevskij
doveva soffrire perché
non c’è l’inferno il cielo
l’Agnello
la menzogna
gli sembrava di aver scoperto il fondo
di giacere sul fondo
di essere caduto

Invece

il fondo non c’era più
lo capì senza volerlo
una signorina di Parigi
e scrisse un componimento
sul coito buongiorno tristezza
sulla morte buongiorno tristezza
e i lettori riconoscenti
da entrambi i lati
di quella chiamata allora
cortina di ferro
lo compravano
a peso d’oro
quella signorina signora
quella signorina quella signora
ha capito che il Fondo non c’è
che non ci sono i gironi dell’inferno
che non c’è il risollevamento
e non c’è la Caduta
tutto si svolge
nel noto
limitato spazio
tra
Regio genus anterio
regio pubice
e regio oralis

e ciò che un tempo era
il vestibolo dell’inferno
fu trasformato
da una letterata di moda
in vestibulum
vaginae

Chiedete ai genitori
forse ricordano ancora
l’aspetto del vecchio Fondo
il fondo della miseria
il fondo della vita
il fondo morale

la “Dolce vita”
o Cristina Keller
viveva nel fondo
il rapporto di lord Denning
afferma
tutto il contrario
Il Mons pubis
da questa vetta
si stendono vasti
crescenti orizzonti
dove sono vette
dov’è l’abisso
dov’è il fondo

a volte ho l’impressione
che il fondo dei contemporanei
si trovi poco sotto la superficie
della vita
ma forse è un’ulteriore illusione
forse esiste ai “nostri giorni”
la necessità di costruire
un nuovo
Fondo adatto
alle nostre necessità

Mondo Cane
perché questo quadro mi fece
una grande impressione che cresce ancora
che cresce sempre
Mondo Cane ein Faustschlag ins Gesicht
Mondo Cane film senza stelle
Mondo Cane
dove si mangia si balla si uccidono gli animali
“si fa l’amore” si balla si prega si muore
colorito reportàge
sull’agonia
sull’agonia dei vecchi
sulla cucina cinese
sull’agonia di uno squalo
sui condimenti
sull’uccisione delle vecchie
automobili
ricordo lo schiacciamento delle forme
lo schiacciamento del metallo
il frastuono e lo stridore
l’annientamento delle carrozzerie
le viscere metalliche dell’automobile
il cimitero delle automobili
un altro modo di dipingere
i quadri a ritmo di musica celeste
a Parigi l’impronta del corpo su tele bianche
il velo di santa Veronica
i volti dell’arte
le bocche dei milionari e delle loro donne
la frittura di formiche insetti e larve
neri mucchietti in scodelle d’argento
le labbra di chi mangia
labbra rosse in Mondo Cane
grandi lucide labbra rosse
si muovono in Mondo Cane

Poi è iniziata la discussione
sul capitolo III dello schema relativo alla Chiesa
al popolo di Dio e al laicato

Il cardinal Ruffini
ha spiegato
che il concetto di Popolo di Dio
è assai impreciso
poiché il III capitolo
non ha ottenuto la maggioranza qualificata
dei voti è stato rinviato
alla Commissione Liturgica
per essere riesaminato

C’era un pero nelle vicinanze della nostra vigna, che non
allettava né per l’aspetto, né per il sapore…confessò Agostino

avete notato che
gli interni delle moderne case di Dio
rammentano
la sala d’aspetto di una stazione
ferroviaria di un aeroporto

Cadendo non possiamo
assumere la forma
di una posizione ieratica
le insegne del potere cadono di mano

cadendo coltiviamo i nostri giardini
cadendo alleviamo i figli
cadendo leggiamo i classici
cadendo eliminiamo gli aggettivi

la parola cade non è
la parola adatta
non chiarisce il movimento
del corpo e dell’anima
in cui scorre l’uomo contemporaneo

le persone ribelli
gli angeli dannati
cadevano all’ingiù
l’uomo contemporaneo
cade in tutte le direzioni
contemporaneamente
in giù in alto di lato
a forma di rosa dei venti

un tempo si cadeva
e ci si rialzava
verticalmente
adesso si cade
orizzontalmente

(1963 in Volto terzo, 1968)

Ubaldo De Robertis leggeUbaldo de Robertis ha origini marchigiane e vive a Pisa. Ricercatore chimico nucleare, membro dell’Accademia Nazionale dell’Ussero di Arti, Lettere e Scienze. Nel 2008 pubblica la sua prima raccolta poetica, Diomedee (Joker Editore), e nel 2009 la Silloge vincitrice del Premio Orfici, Sovra (il) senso del vuoto (Nuovastampa). Nel 2012 edita l’opera Se Luna fosse… un Aquilone, (Limina Mentis Editore); nel 2013 I quaderni dell’Ussero (Puntoacapo Editore). Nel 2014 pubblica: Parte del discorso (poetico), del Bucchia Editore. Ha conseguito riconoscimenti e premi. Sue composizioni sono state pubblicate su: Soglie, Poiesis, La Bottega Letteraria, Libere Luci, Homo Eligens. E’ presente in diversi blogs di poesia e critica letteraria tra i quali: Imperfetta Ellisse, Alla volta di Leucade, L’Ombra delle parole. Ha partecipato a varie edizioni della rassegna nazionale di poesia Altramarea. Di lui hanno scritto: G. Linguaglossa, F. Romboli, G.Cerrai, N. Pardini, E. Sidoti, P.A. Pardi, M. dei Ferrari, V. Serofilli, F. Ceragioli, M.G. Missaggia, M. Fantacci, F. Donatini, E.P. Conte, M. Ferrari, L. Fusi. È autore di romanzi Il tempo dorme con noi, Primo Premio Saggistica G. Gronchi, (Voltaire Edizioni), L’Epigono di Magellano, (Edizioni Akkuaria), Premio Narrativa Fucecchio, 2014, e di numerosi racconti inseriti in Antologie, tra cui l’Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016 a cura di Giorgio Linguaglossa.

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UNA POESIA di Tadeusz Różewicz “La caduta ovvero elementi verticali e orizzontali nella vita dell’uomo contemporaneo” Versione e Presentazione di Paolo Statuti – Commento di Giorgio Linguaglossa 

Polonia Esecuzione di 56 civili polacchi a Bochnia durante l'occupazione della Germania nazista della Polonia; 18 December 1939

Esecuzione di 56 civili polacchi a Bochnia durante l’occupazione della Germania nazista della Polonia; 18 December 1939

Presentazione di Paolo Statuti

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Questo poema di Tadeusz Różewicz va considerato come un’aspra critica rivolta a ogni mortale dei nostri giorni. Il titolo stesso ha un significato estremamente ironico, che rasenta quasi il sarcasmo. L’idea essenziale che il poeta vuole trasmettere ai lettori è che la gente odierna si trova in una condizione morale notevolmente peggiore rispetto a tanto tempo fa,  quando “si cadeva verticalmente”. Il “fondo” dell’uomo contemporaneo si trova assai vicino. Oggi cadiamo non in giù, ma di lato. Attualmente l’uomo è un essere degenerato, privo di valori e principi fondamentali, e per questo si trova costantemente sul fondo. L’uomo è caduto così in basso, che ormai può muoversi solo in senso orizzontale – in uno stato di perenne degenerazione.
Nel poema l’autore ricorre alla storia della letteratura, tramite diversi riferimenti. Ricorda la figura di Albert Camus che nel 1957 ricevette il premio Nobel. Różewicz lo definisce “l’ultimo moralista francese contemporaneo”, e tratta ironicamente il suo romanzo sulla caduta morale dell’uomo. Si ricollega anche alle Confessioni di sant’Agostino che fu vescovo di Hippo Regios (Annaba in Algeria) negli anni 396-430. È un’opera teologica con diversi elementi autobiografici. In essa il filosofo descrive la sua ricerca della verità, cui legherà poi la sua vita. Il rapporto di Różewicz con questa dissertazione filosofica e morale è alquanto ironico – egli deride la convinzione che tutti coloro che hanno sottoposto le proprie opere a Dio, entreranno nel regno divino, nella cui esistenza egli non crede. Troviamo anche un riferimento ai romanzi di Françoise Sagan e un frammento del dialogo sulla fede fra Stavroghin e il religioso, tratto da I demoni  di Dostojevskij. Anche questo è un campo in cui il poeta può ironizzare. In questo poema Różewicz ribadisce con forza la sua pessimistica visione dell’uomo, della sua caduta e della scomparsa della moralità.
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Tadeusz-Rozewicz 2

Tadeusz Różewicz

Poeta, drammaturgo, novelliere e saggista, Tadeusz Różewicz – da qualcuno definito “specchio e sismografo della realtà contemporanea” – è senza dubbio il più illustre scrittore polacco della generazione cui la guerra tolse la prima giovinezza. È nato il 9 ottobre 1921 a Radomsko. Durante il periodo dell’occupazione si mantenne dando lezioni private e lavorando saltuariamente come operaio e corriere. Nel 1942 terminò la scuola clandestina per sottufficiali. Negli anni 1943-44 combatté nei reparti partigiani dell’Armata Nazionale.
Il primo volume di poesie, uscito nel 1947,  è intitolato non a caso Niepokój (Inquietudine, 1947). È l’inquietudine dell’uomo scampato allo sterminio, che lotta affinché le atroci esperienze che ha vissuto non si ripetano più. Ancora più incisive, da questo punto di vista, sono le due successive raccolte Czerwona rękawiczka (Il guanto rosso, 1948) e Pięć poematów (Cinque poemi, 1950). Il poeta penetra sempre più profondamente nelle questioni che lo travagliano, e sempre più faticosamente cerca la salvezza nell’osservazione dei mutamenti che avvengono nel suo paese. L’inquietudine morale continuerà a tormentare il poeta anche nei poemi Równina (La pianura, 1954) e Srebrny kłos (La spiga d’argento, 1955), nonché nel successivo volume Rozmowa z księciem (Colloquio con il principe, 1960). Il moralista non può permettere alla sua coscienza di quietarsi davanti a un mite quadretto della natura o in un pacifico idillio. Różewicz risveglia incessantemente le coscienze, perché la coscienza inquieta determina la ricerca della verità, e la ricerca della verità porta alla ricerca del bello. Różewicz è concreto e misurato. Cerca di cogliere l’essenza di un fatto, di un fenomeno, mette a fuoco ciò che vede e ne evidenzia gli elementi essenziali.
Negli anni ’50 lo scrittore, pur continuando ad esprimersi nella poesia, iniziò la sua attività di novelliere e di drammaturgo. Sono apparse così le sue raccolte di racconti Opadły liście z drzew (Sono cadute le foglie dagli alberi, 1955),Przerwany egzamin (L’esame interrotto, 1960), Wycieczka do muzeum (Gita al museo, 1966) e Śmierć w starych dekoracjach (Morte tra le vecchie scene, 1970). Caratteristica specifica delle novelle di Różewicz è l’ostinata ricerca dell’umanità in ogni frammento di vita. E’ una prosa incredibilmente condensata, dai molti sottotesti, che scava il realismo dalle vicissitudini umane. Lo scrittore diventa maestro di una nuova prosa, che si può definire realismo poetico. Spesso intreccia elementi occasionali, brandelli di conversazione, il balbettìo di un ubriaco, annunci, frammenti di trasmissioni radiofoniche e televisive, di giornali e di libri. Tutto gli serve come materiale da costruzione, tutto si amalgama nel crogiolo della sua arte.
Altrettanto inquietante e originale come la poesia e la prosa, è la drammaturgia di Różewicz. Lo scrittore, giustamente definito un classico vivente, è sempre fedele a se stesso, alla sua visione del mondo, alle sue ossessioni e alla sua poetica. “Kartoteka” (Cartoteca, 1960), è il dramma di tanti uomini vissuti nel mondo della seconda metà del XX secolo, un mondo in cui lo scrittore scorge molti sintomi di caos e di crisi dei valori tradizionali.
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Tadeusz Różewicz 4

Tadeusz Różewicz

Nei suoi drammi Różewicz è riuscito magistralmente a “spiare” lo stile di vita di certi gruppi sociali, il cui obiettivo è soltanto l’arricchimento e le cui aspirazioni sono esclusivamente di natura consumistica. Ad esempio in Akt przerywany (Atto interrotto, 1970), bersaglio dello scrittore diventa il livellamento, l’appiattimento dei costumi, che riguarda non solo la sfera dei problemi quotidiani, ma si imprime anche nella psiche dell’uomo contemporaneo, impoverendone la vita interiore.
Różewicz – drammaturgo ha creato una nuova forma teatrale, nella quale trovano posto la vita concreta, l’iperbole poetica, l’ironia e il grottesco. Il dramma Pułapka (La trappola, 1982), ritenuto da molti un capolavoro, è basato sulla figura di Franz Kafka. Vi si ritrovano fatti della vita di questo scrittore e alcuni echi dei suoi diari. Meditando su Kafka, Różewicz scrive anche di se stesso e un po’ anche di tutti noi, delle nostre paure, del destino dell’uomo – “animale immolato” del XX secolo, “intrappolato” dalla metafisica. La prima trappola di ogni essere umano è l’esistenza stessa. “Sono una trappola, il mio corpo è una trappola in cui sono caduto dopo la nascita”, dice Kafka nel dramma di Różewicz.
Scrive il drammaturgo: “Cosa mi lega al teatro? Al teatro mi lega il desiderio di scrivere un dramma veramente realistico e al tempo stesso poetico. Non è una cosa facile, perché non so in cosa si differenzi il teatro poetico da quello realistico. Considero tutta la mia creazione come un’incessante polemica con il teatro contemporaneo e con le recensioni teatrali.
Nel suo libro “Il teatro della comunità” il regista Kazimierz Braun scrive: “Dopo Wyspiański e Witkacy, dopo Gombrowicz e Mrożek, proprio Różewicz, a mio avviso, è il più autorevole drammaturgo del teatro polacco contemporaneo. Attualmente proprio lui traccia l’indirizzo delle ricerche più importanti”. E’ inutile dire che i drammi di Różewicz sono rappresentati sulle scene di tutto il mondo, inclusa  l’Italia.
polonia occupazione tedesca

polonia occupazione tedesca

“Tanti anni sono dovuti passare, prima di riuscire a capire che lo scrittore poeta non ha il diritto di disprezzare, ma ha soltanto il diritto di amare” – ha scritto Różewicz nel volume di saggi Przygotowanie do wieczoru autorskiego (Preparazione a una serata d’autore, 1971), e forse in questa affermazione  risiede la verità sull’evoluzione di questo scrittore, la cui creazione ha sempre reagito vivacemente sia alle grandi crisi politiche del nostro tempo, sia a tutti i fenomeni della sfera esistenziale, culturale, di costume, attraverso i quali un umanista del rango di Różewicz non può passare indifferente. Giustamente ha detto Konrad Górski che “non si diventa umanisti per caso. La passione del conoscere in un umanista nasce da un’esigenza istintiva, per capire il senso della vita, per scorgere il legame tra l’enigma del mondo e il destino morale dell’uomo”. Queste parole si adattano alla perfezione a tutta l’opera di Tadeusz Różewicz.
Da tanti anni mi occupo di letteratura polacca e conosco bene questo scrittore. Ma c’è una cosa che continua a stupirmi: che cioè non abbia ricevuto il Nobel per la Letteratura, al pari di Henryk Sienkiewicz (1905), Wladyslaw Reymont (1924), Czesław Miłosz (1980) e Wisława Szymborska 1996). In ogni caso ormai è troppo tardi, perché questa grande figura della letteratura polacca è scomparsa il 24 aprile del 2014.
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Altre opere di Tadeusz Różewicz:
Poesia
“Czas, który idzie” (Il tempo che va, 1951)
“Wiersze i obrazy” (Versi e immagini, 1952)
“Nic w płaszczu Prospera” (Il nulla nel mantello di Prospero, 1962)
“Duszyczka” (Piccola anima, 1979)
“Płaskorzeźba” (Bassorilievo, 1991)
“Recycling” (Recycling, 1998)
“Nożyk profesora” (Il coltellino del professore, 2001)
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Teatro
“Grupa Laokoona” (Il gruppo del Laocoonte, 1961)
“Śmieszny staruszek” (Il vecchietto ridicolo, 1965)
“Wyszedł z domu” (Se n’è andato di casa, 1965)
“Spaghetti i miecz” (Gli spaghetti e la spada, 1967)
“Przyrost naturalny” (Incremento demografico, 1968)
“Na czworakach” (Carponi, 1972)
„Białe małżeństwo” (Matrimonio bianco, 1974)
“Odejście Głodomora” (La partenza del morto di fame, 1976)
“Do piachu” (Morto e sepolto, 1979)
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Polonia Ghetto_Uprising_Warsaw

Polonia assedio del Ghetto di Varsavia

Commento di Giorgio Linguaglossa
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 Tadeusz Różewicz (1921-2014)  nasce a Radomsko nel 1921 sulla linea ferroviaria Varsavia-Vienna, città all’epoca di 20.000 abitanti, città di provincia. Nel novembre del 1944 il fratello Janusz, capo partigiano, viene fucilato dai nazisti, evento che avrà grande influenza sulle scelte di poetica di Tadeusz. Nel 1947 esce Niepokój (Inquietudine) che viene accolto con giudizi lusinghieri dai maggiori poeti delle generazioni precedenti. Anche il secondo volume Czerwona rekawiczka (Il guanto rosso) viene accolta con giudizi lusinghieri e disparati a causa di un nuovo sistema di versificazione e una nuova tematizzazione dei temi della sua poesia. Różewicz  proviene dall’esperienza traumatica della seconda guerra mondiale e dall’orrore dei campi di concentramento, la sua poesia è un prodotto della catastrofe della cultura, una riflessione che ha al centro la domanda: Che cos’è l’uomo? Che cosa è diventato? Ci sarà un avvenire per l’uomo figlio dell’Occidente? – Różewicz si chiede se sia ancora possibile scrivere poesia dopo Auschwitz e dopo la dissoluzione delle “Forme”:
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Queste forme un tempo così ben disposte
docili sempre pronte a ricevere
la morta materia poetica
spaventate dal fuoco e dall’odore del sangue
si sono spezzate e disperse
.
La risposta, in sede estetica, sarà la rivoluzione delle forme, l’adozione del verso libero e l’impiego di un polinomio frastico organizzato secondo i tempi e i modi della prosa. La poesia di Różewicz riporta il linguaggio poetico al grado zero della scrittura, elimina la differenza tra poesia e prosa, si prosasticizza, indossa i vestiti della povertà, assume un tono asseverativo, assertorio, sarcastico, dimesso, gnomico e colloquiale, mescola abilmente il parlato con il ready made, la citazione con la semplice proposizione del quotidiano, il dialogo con il soliloquio, gli enunciati frastici sono impiegati come frangiflutti della significazione, sono abilmente snodati e snodabili, ribaltabili e sovrapponibili grazie all’impiego di una pluralità di voci che intervengono nella composizione senza preavviso alcuno, ma inserendo gli enunciati liberamente, svincolati da ogni schema preordinato. Il risultato estetico è una prosodia sorprendentemente ricca, frastagliata e vissuta, ritmicamente snodabile, capace di aderire alle tematiche più diverse come un vestito che sembra, volta a volta, tagliato su misura. Una poesia che ricorda certe composizioni cubiste, che integra le suggestioni del costruttivismo e del surrealismo, ma di un surrealismo passato al vaglio della sua severità polacca. Scrive Silvano De Fanti: «Il registro stilistico viene dunque improntato a una decisa propensione per la metonimia, sostenuta dalla giustapposizione di elementi dissimili o incongrui che offrano nuove possibilità semantiche svelando ciò che sta oltre la parola, lontano dalle associazioni tradizionali, e corredata da insistenti elencazioni, coordinate per paratassi o per asindeto, tendenti a manifestare i frammenti circostanti che ricreano il caos del mondo dopo la distruzione. Stava soprattutto qui la precoce rottura con la poetica dell’Avanguardia; stava altresì nell’uso ben più largo del lessico quotidiano e nella ‘debanalizzazione’ del banale, inteso come tutto ciò che rivela le verità ‘ordinarie’, ovvero il parlare diretto, la parola concreta, la naturalezza, il senso comune: “dopo una breve escursione nella terra dove regnavano e regnano il ‘senso poetico’ e la ‘bellezza’, faccio ritorno al mio ‘immondezzaio’” (…) La “morte della poesia” così spesso proclamata da Różewicz – metafora paradossale, ché in realtà portò il poeta a generare una nuova poesia – stava proprio nella consapevolezza della mancanza di una lingua che fosse in grado di esprimere l’esperienza, e che… lo spinse a penetrare e a rivoltare dall’interno quella stessa lingua. L’uomo di Niepokój è sopravvissuto alla catastrofe da lui stesso provocata»*
È la misura e la precisione del dettato poetico che farà di Różewicz il progenitore della poesia polacca moderna. Un grande poeta modernista che ha saputo formulare nella nuova sintassi del modernismo le domande più inquietanti e scomode del nostro tempo. È la scoperta più sconvolgente di Różewicz quella di interrogare l’uomo senza qualità che è sortito fuori dalla seconda guerra mondiale: l’uomo è diventato quella cosa senza identità dei nostri giorni:

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Poeta Tadeusz Różewiczczerwiec  1979 r. soaPAP/PAI/Reprodukcja

Tadeusz Różewicz 1979

Sono nessuno
the dogs leap on Actaeon
Fu condotto
al luogo di pena
il 24 maggio 1945
alle ore quindici
Ich bin Niemand
Mein Name ist Niemand
lo riconobbi dagli occhiali
e dai peli sulla faccia
aveva allora 60 anni
portava una rozza uniforme
scarponi militari
cintura e lacci
si toglievano alle persone
rinchiuse in gabbia…
.
Nella poesia di Różewicz si entra subito dentro una stanza, dentro una situazione, dentro un personaggio. È il primo poeta del nuovo modernismo europeo che utilizza il discorso letteralizzato (facilitato in ciò dalla sua lunga esperienza di scrittore di drammi), di qui l’impiego continuo di dialoghi, di inserzioni di parlato, di ready made, di enunciati di cronaca, di divagazioni improvvise e apparentemente slegate del filo conduttore del discorso. Ma Różewicz fa anche uso del discorso indiretto, del correlativo oggettivo del correlativo soggettivo (cioè lo spostamento del soggetto, lo spaesamento e la dislocazione del soggetto). Różewicz fa uso della sapienza antica e antichissima dei saggi cinesi, di Lao Tzu quando questi scrive: «La via è vuota, ma usandola, non si riempie». C’è qui l’esperienza della negazione e dell’affermazione, l’una accanto all’altra. L’esperienza del vuoto e del pieno, del vero e del falso. Gli opposti non si elidono ma si potenziano. In tal modo, la poesia rafforza alla ennesima potenza la carica semantica del proprio linguaggio, nega e afferma allo stesso tempo la medesima cosa. Voi direte, ma come è possibile? Come è possibile dire con il discorso poetico una cosa e, immediatamente dopo, negarla? C’è qui un esercizio di doppiezza, forse? – No, qui è in azione il pensiero poetico che dispone della sua autorità, che tratta tutto ciò che tratta con la sovranità che è riservata ad un sovrano assoluto. Soltanto la poesia ha questo attributo, di dire e di fare ciò che crede. Al contrario del romanzo il quale invece non può permettersi tanta e tale libertà, se non altro perché un cambio di marcia deve essere spiegato e accompagnato da una preparazione narrativa. In poesia, invece, non c’è bisogno di tutto ciò, la poesia è libera di fare i salti mortali che vuole, se lo desidera. La poesia di Różewicz fa proprio questo principio compositivo (che è anche un principio epistemologico, di poetica), entra subito dentro le situazioni e le illumina dall’interno con la lampada di Diogene di una nuova visione del fare poesia e di come leggere il mondo.
[Le altre opere poetiche del poeta polacco sono: Czerwona rękawiczka (Il guanto rosso, 1948) e Pięć poematów (Cinque poemi, 1950). Równina (La pianura, 1954) e Srebrny kłos (La spiga d’argento, 1955), e Rozmowa z księciem (Colloquio con il principe, 1960). Seguiranno Superstite, degli anni sessanta Correzione di bozze, degli anni ottanta, Una poesia degli anni novanta, e degli anni duemila: Perché scrivo?. Nel 2007, è uscita in Italia, grazie all’impegno e alla cura di Silvano De Fanti, un’antologia della sua vasta produzione, dal titolo Le parole sgomente. Poesie 1947–2004 (Metauro)].
Różewicz apprezzava l’opera pittorica di Burri, apprezzava l’informale materico del pittore italiano il quale creava con il materiale bruto «immondezzai organizzati»:
.
affamato nel campo di lavoro
componeva con i rifiuti
il mondo nuovo
tra le morti e i rifiuti
creò la bellezza
diede prova di una nuova interezza.
.
Anche per il poeta polacco i rifiuti e i letamai sono diventati illustrazione e simbolo della crisi della cultura nella seconda metà del XX secolo:
.
vicino al mio cuore
l’immondezzaio metropolitano
il poeta degli immondezzai è vicino alla verità
più del poeta delle nuvole
gli immondezzai pieni di vita
di sorprese.
.
Różewicz si rende conto che l’arte si trova in un momento di passaggio, lo fa con la consueta sfumatura ironica:
.
Un’epoca si sta concludendo
inizia
un’epoca nuova e a volte gli artisti si sentono
in dovere
di creare un’opera degna
dei nostri grandi straordinari
tempi
invece pian piano vediamo
che un’epoca si è conclusa
un’altra è iniziata
alcuni se ne sono accorti
altri no
.
polonia 1945-fine-seconda-guerra-mondiale

1945-fine della seconda guerra mondiale

Altri ancora «sono appesi immobili ormai quasi belli», già classicizzati seppur giovani (Afro, Spazzapan, Music, Consagra, Corpora) Uno dei segnali più inquietanti del trapasso da un’epoca all’altra? Nel 1957 il poeta aveva visto a Parigi «l’albero realistico» di Mondrian che «si faceva astratto / moriva e partoriva / una proposta nuova». Ora, solo cinque anni dopo, in America la scimpanzè Betsy dipinge quadri tachistes e ne ha venduto uno per 350.000 franchi… «Das Spiel mit den Möglichkeiten»: l’espressione artistica di oggi – inizio anni ’60 – tende a essere un gioco delle possibilità, un gioco – sembra questo il giudizio di Rozewicz – di cui l’artista cerca ancora di stabilire delle regole. L’unica vera consapevolezza pare essere un diverso atteggiamento etico: non più “partecipante”, ma “testimone”. E la parte conclusiva del poema, intitolato “Diritti e doveri” e anch’essa ricca di topoi intertestuali iconografici, sembra esserne l’esemplificazione poetica attraverso la parafrasi dei primi versi del poema di W.H. Auden “Musée des Beaux Arts”, che a sua volta descrive il dipinto di Brueghel “La caduta di Icaro”. Un tempo, nel vedere Icaro in caduta, il poeta avrebbe gridato a tutti gli astanti di guardare, di assistere al dramma del figlio del sogno in atto di precipitare:

.

ma adesso adesso non so
so che l’aratore deve arare la terra
il pastore custodire le greggi
l’avventura di Icaro non è la loro avventura
deve andare a finire così
E non c’è nulla di
sconvolgente nel fatto
che la bella nave continui a navigare
verso il porto stabilito.
.
È il tema della fine della poesia che ritorna in modo ossessivo nella poesia di Różewicz. In Et in Arcadia Ego (1950) scrive:
.
il musicante ha chiuso il violino
nella custodia
si è seduto al tavolino
i camerieri ripiegano le tovaglie
le vele
.
La festa è finita. I camerieri se ne vanno, ripiegano le tovaglie…
.
Siamo alla fine di un’epoca, il musicista scompare così com’è scomparso il poeta… È questa profonda consapevolezza che fa la grandezza della poesia di Różewicz. Pochi poeti del Novecento hanno avuto così netta la percezione della fine di una civiltà e della sua arte più sublime, la poesia, quanto il poeta polacco.

.

Tadeusz Różewicz 4

Tadeusz Różewicz

Tadeusz Różewicz
La caduta ovvero elementi verticali e orizzontali nella vita dell’uomo contemporaneo
.
Tanto
tanto tempo fa
c’era un solido fondo
che l’uomo poteva
toccare
.
l’uomo che vi giaceva
grazie alla sua sconsideratezza
o grazie all’aiuto del prossimo
era guardato con spavento
interesse
odio
gioia
era additato
ma egli a volte
si alzava
si risollevava
macchiato e grondante
.
Era un solido fondo
si potrebbe dire
un fondo borghese
.
un fondo era per le signore
e un altro per i signori
in quei tempi c’erano
ad esempio donne corrotte
screditate
c’erano bancarottieri
un genere oggi quasi
sconosciuto
il suo fondo aveva il politico
il prete il commerciante l’ufficiale
il cassiere e l’erudito
un tempo c’era anche un altro fondo
oggi esiste ancora un vago
ricordo
ma il fondo non c’è più
e nessuno può
toccare il fondo
o restare in fondo
.
Il fondo che rammentano
i nostri genitori
era una cosa costante
sul fondo
tuttavia
si era
specificati
l’uomo perduto
l’uomo smarrito
l’uomo che
si risolleva
dal fondo
.
dal fondo si potevano anche
tendere le braccia chiamare “dal profondo”
adesso questi gesti non hanno
alcun senso
nel mondo contemporaneo
il fondo è stato rimosso
.
l’incessante caduta
non favorisce atteggiamenti
pittoreschi posizioni
salde
.
La Chute la Caduta
è ancora possibile
solo in letteratura
nel sogno nella febbre
ricordate il racconto
.
sull’onestuomo
.
non corse in aiuto
sull’uomo che praticava la “dissolutezza”
mentiva era schiaffeggiato
per questa fede
.
il grande defunto forse l’ultimo
moralista francese contemporaneo
ricevette nel 1957
il premio
.
com’erano innocenti le cadute
.
ricordate
le antiche
Confessiones
del vescovo di Hippo Regius
.
C’era un pero nelle vicinanze della nostra vigna,
che non allettava né per l’aspetto, né per il sapore.
Noi giovani ignobili dopo aver tirato in lungo i
nostri scherzi per le strade, secondo un’infame
abitudine, ci recammo là, nel cuore della notte,
per scuotere la pianta e raccogliere le pere.
Ne cogliemmo una quantità enorme, ma non per
farne una scorpacciata, ma per gettarle ai porci.
Anche se ne assaggiammo qualcuna, fu solo per
il gusto della cosa proibita. Ecco il mio cuore, Dio,
ecco il mio cuore di cui hai avuto pietà, quando
esso si è trovato in fondo all’abisso…
.
“in fondo all’abisso”
.
peccatori e penitenti
santi martiri della letteratura
agnelli miei
siete come bimbi al petto
che entreranno nel Regno
(peccato che esso non ci sia)
.
– Lei, padre, crede in Dio? – gridò di nuovo Stavroghin
– Credo.
– È stato detto che la fede sposta le montagne. Se uno
crede e ordina alla montagna di spostarsi, quella si
sposterà…mi scusi l’indiscrezione, ma m’interessa
sapere se lei, padre, farà spostare la montagna
.
simili domande faceva il “mostro” Stavroghin
e ricordate il suo sogno
il quadro di Claude Lorraine
alla Galleria di Dresda
“qui vissero uomini bellissimi”
Camus
La Chute la Caduta
Ah, mio caro, per l’uomo che è solo, senza
dio e senza padrone, il peso dei giorni è terribile
.
quel lottatore dal cuore di bambino
immaginava
che i canali concentrici di Amsterdam
fossero un girone dell’inferno
dell’inferno borghese
naturalmente
“qui siamo nell’ultimo girone”
diceva a un compagno occasionale
nel bar
l’ultimo moralista
della letteratura francese
prese dall’infanzia
la fede nel Fondo
Doveva credere profondamente nell’uomo
Doveva amare profondamente Dostojevskij
doveva soffrire perché
non c’è l’inferno il cielo
l’Agnello
la menzogna
gli sembrava di aver scoperto il fondo
di giacere sul fondo
di essere caduto
.
Invece
.
il fondo non c’era più
lo capì senza volerlo
una signorina di Parigi
e scrisse un componimento
sul coito buongiorno tristezza
sulla morte buongiorno tristezza
e i lettori riconoscenti
da entrambi i lati
di quella chiamata allora
cortina di ferro
lo compravano
a peso d’oro
quella signorina signora
quella signorina quella signora
ha capito che il Fondo non c’è
che non ci sono i gironi dell’inferno
che non c’è il risollevamento
e non c’è la Caduta
tutto si svolge
nel noto
limitato spazio
tra
Regio genus anterio
regio pubice
e regio oralis
.
e ciò che un tempo era
il vestibolo dell’inferno
fu trasformato
da una letterata di moda
in vestibulum
vaginae
.
Chiedete ai genitori
forse ricordano ancora
l’aspetto del vecchio Fondo
il fondo della miseria
il fondo della vita
il fondo morale
.
la “Dolce vita”
o Cristina Keller
viveva nel fondo
il rapporto di lord Denning
afferma
tutto il contrario
Il Mons pubis
da questa vetta
si stendono vasti
crescenti orizzonti
dove sono vette
dov’è l’abisso
dov’è il fondo
.
a volte ho l’impressione
che il fondo dei contemporanei
si trovi poco sotto la superficie
della vita
ma forse è un’ulteriore illusione
forse esiste ai “nostri giorni”
la necessità di costruire
un nuovo
Fondo adatto
alle nostre necessità
.
Mondo Cane
perché questo quadro mi fece
una grande impressione che cresce ancora
che cresce sempre
Mondo Cane ein Faustschlag ins Gesicht
Mondo Cane film senza stelle
Mondo Cane
dove si mangia si balla si uccidono gli animali
“si fa l’amore” si balla si prega si muore
colorito reportàge
sull’agonia
sull’agonia dei vecchi
sulla cucina cinese
sull’agonia di uno squalo
sui condimenti
sull’uccisione delle vecchie
automobili
ricordo lo schiacciamento delle forme
lo schiacciamento del metallo
il frastuono e lo stridore
l’annientamento delle carrozzerie
le viscere metalliche dell’automobile
il cimitero delle automobili
un altro modo di dipingere
i quadri a ritmo di musica celeste
a Parigi l’impronta del corpo su tele bianche
il velo di santa Veronica
i volti dell’arte
le bocche dei milionari e delle loro donne
la frittura di formiche insetti e larve
neri mucchietti in scodelle d’argento
le labbra di chi mangia
labbra rosse in Mondo Cane
grandi lucide labbra rosse
si muovono in Mondo Cane
.
Poi è iniziata la discussione
sul capitolo III dello schema relativo alla Chiesa
al popolo di Dio e al laicato
.
Il cardinal Ruffini
ha spiegato
che il concetto di Popolo di Dio
è assai impreciso
poiché il III capitolo
non ha ottenuto la maggioranza qualificata
dei voti è stato rinviato
alla Commissione Liturgica
per essere riesaminato
.
C’era un pero nelle vicinanze della nostra vigna, che non
allettava né per l’aspetto, né per il sapore…confessò Agostino
.
avete notato che
gli interni delle moderne case di Dio
rammentano
la sala d’aspetto di una stazione
ferroviaria di un aeroporto
.
Cadendo non possiamo
assumere la forma
di una posizione ieratica
le insegne del potere cadono di mano
.
cadendo coltiviamo i nostri giardini
cadendo alleviamo i figli
cadendo leggiamo i classici
cadendo eliminiamo gli aggettivi
.
la parola cade non è
la parola adatta
non chiarisce il movimento
del corpo e dell’anima
in cui scorre l’uomo contemporaneo
.
le persone ribelli
gli angeli dannati
cadevano all’ingiù
l’uomo contemporaneo
cade in tutte le direzioni
contemporaneamente
in giù in alto di lato
a forma di rosa dei venti
.
un tempo si cadeva
e ci si rialzava
verticalmente
adesso si cade
orizzontalmente
.
1963 in Volto terzo, 1968

.

Tadeusz Różewicz Paolo Statuti 1990

Tadeusz Różewicz e Paolo Statuti 1990

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo “L’albero che era un principe” (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).
   Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.
   Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.
   A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica anche le sue traduzioni di poesia polacca, russa e inglese. Negli ultimi anni sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie polacche di: Marek Baterowicz, Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska, Konstanty Ildefons Gałczyński, Anna Kamieńska. Di prossima pubblicazione: Anna Świrszczyńska e Tadeusz Różewicz. Della poesia russa: Aleksander Puškin, Boris Pasternak e Osip Mandel’štam. A gennaio del 2016 è uscita la sua prima raccolta di poesie “La stella errante” (Ed. GSE).
   Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

 

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Józef Czechowicz (1903-1939) POESIE SCELTE “La musica di via Złota”, Attraverso i confini”, “In campagna”, “Sogno idilliaco”, “Cervello di anni 12”, “Rimpianto”, “Nei pressi della stazione centrale di Varsavia”, “Nel paesaggio” – traduzione e presentazione a cura di Paolo Statuti

foto ornamento astratto azteco

ornamento astratto azteco

Presentazione di Paolo Statuti

Józef Czechowicz nacque a Lublino il 15 marzo 1903. Scrittore, drammaturgo, critico, traduttore e soprattutto poeta di avanguardia nel ventennio tra le due guerre, co-fondatore del gruppo poetico Reflektor e della omonima rivista, dove nel 1927 apparve la prima raccolta delle sue poesie Pietra, accolta assai favorevolmente dalla critica. Nel 1920 partecipò come volontario alla guerra polacco-bolscevica. Negli anni ’30 riunì intorno a sé un cospicuo numero di poeti della seconda avanguardia (tra i quali Stanisław Piętak, Bronisław Ludwik Michalski, Józef Łobodowski). Redattore di molte riviste letterarie e per l’infanzia, collaborò anche con la Radio Polacca scrivendo radiodrammi. Nel maggio del 1932 il poeta insieme con Franciszka Arnsztajnowa fondò l’Unione dei Letterati di Lublino.

Józef Czechowicz è uno dei poeti più originali del suo tempo. Nei suoi primi versi egli crea un’atmosfera onirica e di serenità. Tutte le sue poesie provocano una forte suggestione ipnotica. Descrive il paesaggio della campagna, in cui un ruolo determinante è svolto dalla natura che circonda l’uomo da ogni lato. Il soggetto lirico vede il fiume, il campo, la segala, il bestiame che torna dal pascolo. Perfino il sogno profuma di fieno. Il poeta con descrizioni metaforiche agisce sui sensi – si serve dei colori, dei suoni, degli odori.

Ma alla vigilia della seconda guerra mondiale l’ammirazione della natura nella creazione di Czechowicz lascia lentamente il campo al catastrofismo. Nelle sue visioni profetiche si avvertono l’inquietudine e i timori per le sorti del mondo e dell’uomo. Appaiono motivi e simboli apocalittici ripresi dalla Bibbia: fumo, incendio, diluvio. Cresce il senso di solitudine.

Nella sua ultima raccolta Nota umana troviamo il presentimento della morte, riconosciuto poi come profetico. Czechowicz infatti morì il 9 settembre 1939, a soli 36 anni, nella sua città natale durante un bombardamento. La sua poesia è straordinariamente musicale. Egli si considerava un “virtuoso della musicalità”. Il mondo poetico di Czechowicz è rappresentato soprattutto dalla campagna e dal villaggio e le principali tonalità psichiche sono la moderazione, la tenerezza e l’insicurezza. Il timbro affettivo dominante è il rammarico, l’elegia e la principale ossessione è la morte. Arcadia e Catastrofe coesistono e si incrementano a vicenda.

Nel 1955 i poeti Seweryn Pollak e Jan Śpiewak, dando alle stampe una raccolta di poesie scelte di Józef Czechowicz, scrissero: “gli amanti della poesia leggono e leggeranno i suoi versi con autentica commozione. Si avverte in essi un soffio di onestà, una toccante nota profondamente umana”. Forse soprattutto per questo il poeta Józef Czechowicz mi è particolarmente caro.

Józef Czechowicz

Józef Czechowicz

Poesie di Józef Czechowicz tradotte da Paolo Statuti

La musica di via Złota

Il cielo cambia, benché la sera non si sia quietata,
il vento bisbiglia ancora, prima di assopirsi.
Il vento fruscia di violetto.
Il vento – non più vento – un sorriso.

Dalla via Domenicana il canto di un coro;
le fanciulle lodano Maria.
Dall’arcidiaconato per accompagnamento
arie di un solitario violino.

Silenzio musicale delle case
congiunte con l’arco dell’iride,
sulla fronte della chiesa un raggio
ricade come ciocca.

E adesso qualcuno ha teso il silenzio,
batte in esso col pugno di bronzo
la campana serale
grondando di forza del metallo
prende a sonare sotto la croce della chiesa:
uno – due – tre – – – –

(1934)

Attraverso i confini

con monotonia il cavallo solleva la testa
la criniera ritmicamente ogni istante ricade
ruote ruote
erbe

tintinna l’assonnata semivita
lungo un viottolo erboso del bosco
in basso in basso
nel campo

al crepuscolo nella stoppia inciampa
la luna rossa e scura
io grido
dorata focaccia

non c’è niente neanche il sonno solo lo stridio delle ruote
la notte nebbiosa lunga veglia
io grido focaccia dorata
io grido le ruote in basso nel campo focaccia dorata

(1932)

In campagna

Il fieno profuma di sogno
il fieno profumava nei vecchi sogni
i pomeriggi in campagna riscaldano di segala
il sole suona il fiume di balenanti lamiere
vita – campi – trama di fili dorati

Di sera attraverso il cielo una passerella
la sera e il vespro
le mucche da latte tornano alle fattorie
a ruminare nel trogolo colmo di crepuscolo
Di notte sotto i bracci delle croci nei bivi
si spande l’azzurra tarlatura delle stelle
nuvolette siedono davanti alla soglia del prato
sono sfere di bianca peluria
un soffione

la luna si reca a lavare fazzoletti argentei
i grillini stridono nelle biche
non c’è di che aver paura

Il fieno profuma di sogno
celata è in esso una melodia religiosa
mi accosta guance infantili
protegge dal male

(1927)

Jozef czechowicz-zalSogno idilliaco

dal soffitto della notte che pende
attraverso il fruscio di ranuncoli e artemisie
il gorgoglio della pioggia sbufferebbe come incubo
ma sono note le parole di scongiuro zolfo
lanute criniere di cavalle

la Vergine Maria camminava tra le stelle
leniva la Vergine Maria il bruciore delle anime sofferenti
ed io sto nel tuono temo la mezzanotte
perché restate con chi dorme e con i sogni
non tormentate andate via dove volete
corvi lupi orsi cervi
amen

o tenebra così limpida adesso
ha brillato sulla veranda il tuo pettine d’argento
questo quieto parlare nel fosso
è il calamo
annuncia la confessione d’acqua
le stelle mariane terge con le dita
e a noi come parlare quando dietro il vetro – il frutteto
e più lontano arnie terreni di aneto e di carote

purificaci chiunque e ovunque tu sia
andate via da noi opere di uomini e animali
per questo ci inginocchiamo nella paglia come morti
da innumerevoli anni

(1939)

Cervello di anni 12

nembi più in alto più in basso le note
sguazzano sciolte nell’azzurro
sguazzano anche le mie scarpe
in un rivo di vento d’estate

le nicchie coi san giovanni
in una coroncina di erba appassita
raggiunte da una nube
inattesa di farfalle

più oltre lungo la strada verso il prato
su una collina d’argilla
va al ferrovia
il convolvolo ha superato i binari

fino al prato il sentiero s’incurva
giù dal terrapieno
calpestando l’erba del fiume
un ragazzino nudo spumeggia
là dove i pini finiscono
coprendo la città
getta cento esili piccole mani
il cervello di anni 12

tra gocce di fiordaliso
sulle scaglie dell’onda
svolazza il vivace capriccio
di uno snello torso-spirale

un grido o mezzodì o torrente
bocca e pugni pieni del grido
nell’estasi del sole come motore
brucia il cervello di anni 12

guardo il giorno va oltre il mezzodì già asimmetrico
presto la sera si stenderà come montagna
il vento ha mosso l’erba ma non i camini della fabbrica
l’oro del fiume diventerà grigio

ragazzo ragazzo domani o dopodomani
la nuda gioia che non è lievito di vita
si chiuderà per sempre come a chiave
nel 1936 guarderai il fiume da sotto l’elmo

(1930)

Rimpianto

la testa che imbianca e splende come doppiere
quando trasvolano i nastri argentei dei venti
porto nei fondi delle stradine
le rondini garriscono sul fiume
è poco va’

andare guardare sogni festini scene
di sinagoghe i vetri in frantumi
la fiamma che ingoia le grosse gomene
la fiamma d’amore
la nudità

ascoltare dei popoli affamati il ruggito
che è voce diversa dal pianto degli affamati
cala la sera di questo mondo
le narici fiutano la rossa mungitura
dal bruciante diluvio
ci chiediamo a vicenda chi sei

in tutti noi mirabilmente moltiplicato
sparerò a me stesso e morirò più volte
io nel solco con l’aratro
io tra i codici giurista
dal grido gas soffocato
io assopita tra i ranuncoli
e bambino torcia umana
in chiesa da una bomba colpito
e impiccato incendiario
io nera crocetta nelle lettere

o mietiture di rombi e di lampi
riuscirà il fiume a togliersi la ruggine di sangue fraterno
prima che i pilastri delle città si risolleveranno
giungerà allora un turbine di rondini
sibilerà sulla testa un’ala attraverso un’oscurità d’uccelli
va’ va’ oltre

(1939)

Nei pressi della stazione centrale di Varsavia

dalle finestre bagliori
nel nichel il buffet regnava
la fontanina dei fiori
verso il soffitto sprizzava

ondeggiano là le tendine
sfondo all’ombra dei grassoni
nell’alba avvolta di brine
e nell’ora dei lampioni

alcolica sinfonia
fughe di verdure e pane
sonate nell’agonia
serpeggia una viva fame

una fame latra sputa
un’altra spezza le dita
una terza cosa fiuta
nell’androne intimorita

facce della fame irsute
dai molti occhi diversi
son le lune decadute
di abbandonati universi

tossiscono sopra il pelo
di una sciarpa logorata

per esse io vi rivelo
Gerico sarà annientata

(1939)

Nel paesaggio

il fruscio dei castagni in basso il canto marino
si spengono al crepuscolo le candele degli alberi in fiore
la strada nel bosco in faccia al sole s’indora doppiamente
di fruscio e di sera scuriscono i recessi
dondolandosi come erba rigogliosa
le ragazze snelle sui cavalli

un colle all’incrocio dei viottoli
là una cappellina fresca come corallo
nella penombra una croce là un angelo
gli ex voto abbandonati dei pescatori
una stagione dimenticata da tempo
in un vaso spezzato è ammuffita la morte dei papaveri

il mare mormora i castagni
i cavalli con gli zoccoli intorbidano l’oro sull’acqua
di quelle che vanno una ha alzato la mano
e dà il segnale movendolo in aria come remo
perché è rimasto presso la cappella un puledro smarrito
ha guardato dentro ha toccato col morbido labbro la porta
ha nitrito puerilmente in alto non si sa che cosa

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo “L’albero che era un principe” (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).
   Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.
   Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.
   A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica anche le sue traduzioni di poesia polacca, russa e inglese. Negli ultimi anni sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie polacche di: Marek Baterowicz, Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska, Konstanty Ildefons Gałczyński, Anna Kamieńska. Di prossima pubblicazione: Anna Świrszczyńska e Tadeusz Różewicz. Della poesia russa: Aleksander Puškin, Boris Pasternak e Osip Mandel’štam. A gennaio del 2016 è uscita la sua prima raccolta di poesie “La stella errante” (Ed. GSE).
   Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

 

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POESIE SCELTE DEL POETA LITUANO EDUARDAS MIEŽELAITIS (1919-1997)  Presentazione e traduzione di Paolo Statuti “L’oceano”, ” Le cascate del Niagara, ovvero a passeggio con Walt Whitman”, ” Iperbole”, “L’Elmetto e il Crespigno”, ” L’uomo”

Eduardas Mieželaitis manifestazione politica comunista Lituania

manifestazione politica comunista Lituania

Dal 1940, anno in cui fu invasa dall’Armata Rossa e annessa all’Unione Sovietica, la Lituania per 50 anni è rimasta separata dal mondo. Moltissimi scrittori furono costretti a emigrare. Ma le idee della libertà e dell’indipendenza, anche se manifestate attraverso allusioni e metafore, sono state sempre presenti nella coscienza degli scrittori di questo paese. Nella produzione letteraria lituana pre-indipendenza (riconquistata nel 1990) prevaleva l’impostazione ideologica. Storie di guerra, dopoguerra e tematiche relative alla realtà industriale. Tra i primi che contribuirono con i loro scritti a liberarsi dal realismo socialista ci furono diversi poeti, tra i quali Eduardas Mieželaitis.
Nacque a Kareiviškis il 3 ottobre 1919 e morì a Vilno il 6 giugno 1997. Raggiunse la notorietà a metà degli anni ’40, diventando uno degli autori più popolari nella Lituania Sovietica del dopoguerra. Poeta di grande talento, svolse un ruolo rilevante nella rinascita della qualità e della struttura lirica della poesia lituana. Amalgamando gli elementi folk tradizionali e le tecniche moderne associate al simbolismo e all’espressionismo letterario, Mieželaitis aspirava a creare una sintesi delle forme poetiche: versi canonici e versi sciolti, prosa e dialogo, musicalità e dissonanza. Egli intendeva la poesia come un mezzo per esplorare il significato e lo scopo dell’arte, e come relazione tra l’artista e la realtà. E’ considerato il principale innovatore nello sviluppo della letteratura lituana.
Esponendo il suo credo in una delle sue biografie, Mieželaitis dice: “Dimmi come consideri l’uomo e ti dirò chi sei. In altre parole – quali sono i tuoi principi umani e quale grado di umanesimo hai raggiunto. Perché l’uomo è un continente inesplorato verso cui punta costantemente l’ago della bussola umanistica.” L’autore analizzando l’uomo rivolge particolare attenzione alle sue mani: se le mani creano, o distruggono. “Le mani – dice Mieželaitis – rivelano l’uomo, dicono tutto di lui. Quanto egli ha creato e quanto ha distrutto.”
Molto belle sono le sue poesie dedicate ad Adam Mickiewicz e a Mikolajus Konstantinas Čiurlionis (1875-1911) – il Pittore della Musica, molto legato alla Polonia e soprattutto a Varsavia. Di lui Romain Rolland (1866-1944) ha scritto: “Mi è difficile esprimere a parole l’eccitazione che questo straordinario artista ha suscitato in me, come uno che non solo ha arricchito l’arte della pittura, ma che ha anche ampliato il nostro orizzonte nella sfera della polifonia. E’ un continente spirituale del tutto nuovo e Čiurlionis è il suo primo Cristoforo Colombo.” Da alcuni critici egli è considerato un precursore di Kandinskij.
Molti versi di Mieželaitis sono nati dai suoi numerosi viaggi. Dalle impressioni riportate nei suoi viaggi in Italia, scaturiscono le sue personali interpretazioni della pittura e della scultura italiane (Giotto, Beato Angelico, Leonardo, Michelangelo). Il tema dell’eterno circolo della natura (unificazione e differenziazione) nonché nella vita spitituale dell’uomo sotto ogni latitudine, è il costante e inseparabile motivo che svolge un ruolo fondamentale nelle poesie scritte da Mieželaitis nella seconda metà della sua vita.
Tra le sue raccolte poetiche ricordiamo in particolare: Tėviskes vejas (Vento del luogo natale, 1946), Svetimi akmenys (Pietre straniere, 1957), Žmogùs (Uomo, 1962), Lyriniai etiudai (Studi lirici, 1964), Antakalnio barokas (Il barocco di Antakalnis, 1971), Postskriptumai (Post scripta, 1986).
Presento qui alcune poesie di Eduardas Mieželaitis. Questa volta, non conoscendo il lituano e benché io sia restio a tradurre da una lingua intermedia, mi sono servito della versione inglese non rimata, preferendola a quella polacca, nella quale i poeti-traduttori hanno conservato spesso le rime esistenti, costringedoli in tal modo a creare soluzioni alternative rispetto alla letteralità dei testi originali.
Eduardas Mieželaitis 1

Eduardas Mieželaitis

L’oceano

Oceano!..
Vecchio come il nostro mondo è l’oceano,
anche i poemi che gli hanno dedicato sono vecchi,
eppure è sempre in movimento,
in perpetuo movimento,
e io mi sento come un’isola fusa nel suo stampo.
Lo ammetto, ci ripetiamo, siamo banali,
forse dopo tutto siamo infantili,
ma perché non paragonare la vita umana al mare?
Se le nazioni e la gente sono paragonate a isole,
perché allora non essere avvicinate al mare?
I poeti ci hanno giurato: “La vita è un oceano senza fine”,
ma bagnata nelle pozzanghere delle proprie lacrime.
Perciò noi sveliamo l’ingannevole idea
di navigare soli attraverso l’oceano
dimenticando le nostre paure…

Che incantevole elemento!
Osservando il suo moto che lascia senza fiato,
perfino affrontando i suoi venti vuoi restare,
perché il sapore del suo sale ti affascina,
e l’inno delle sue onde continui a sentire
come in una conchiglia…

Rigirati, oceano!
Tu ancora non hai provato tale libertà e sollievo…
Anche se alcune navi giacciono immobili nei tuoi fondali,
più nuovi vascelli – tuo orgoglio – accolgono la brezza…
Rigirati, o marosi di popolo!
Rigirati, umanità oceano!

Cosa io sono non lo so:
una piccola barca o un’isola, cioè qualcosa di solido,
non importa, o vita diletta, non risparmiare il mio cuore,
percuotilo come roccia con le tue onde senza sosta…

Io ammiro l’elevata umanità oceano,
io mi rallegro dei suoi flutti che lambiscono i continenti.
Che qualche snob tratti pure con scherno questa nozione,
ma per me la vita – l’umanità – e l’agitato oceano
è un’immagine che non invecchia mai,
essa offusca molte altre
tutte apparentemente nuove e audaci…
Rigirati, o mare pieno di vita!
Rigirati, o marosi di popolo!

Guarda, con mani di poetica devozione
noi terremo la madre Terra in movimento,
in perenne movimento…

Eduardas Mieželaitis cover

Le cascate del Niagara, ovvero a passeggio con Walt Whitman

1.
Stretta, come le parole nei sonetti, nella sua cornice di rive,
obbedendo ai canoni, scorre l’epica acqua del fiume,
come gli eventi in perenni poemi, come l’albero
della canoa che portava Hiawatha,
e come il fumo grigio del tabacco contorto dal vento,
che si levava nella quiete del meriggio dal suo calumet;
lenta come un tempo la Santa Maria di Colombo
veleggiava adagio, nella brezza medioevale.
Ed ecco, a un tratto, l’orlo del precipizio…Come un esercito
spinto in flussi umani a una guerra fratricida,
precipita a piombo nell’abisso e con fragore
rombano le trombe marziali.

2.
Ma ora al diavolo l’armonia,
al diavolo i canoni –
nessuna penna potrebbe frenare il ritmo dell’acqua.
Al diavolo i versi,
qui non servono a nessuno,
perché nel chiasso e nel tumulto del torrente
non li sentirebbe neanche il più sensibile orecchio.
Qui i versi devono essere assordanti come il tuono
o, almeno, come salve di cannoni,
perché qui legioni di acqua sfrenata sono in guerra.
Al diavolo anche la logica,
poiché qui prevale l’illogico
e nulla è rimasto delle regole geometriche.

Qui la forza prende il sopravvento.
La brutalità esce furiosa in superficie,
calpestando i deboli coi suoi piedi.
Qui domina una selvaggia massa irrompente,
qui di acqua infuria una guerra civile.

Qui le razze acquatiche
nera e bianca, rossa e gialla si mescolano,
e la democrazia della Natura trionfa.
Acqua e parole
sono bianchi e neri, rossi e gialli democratici
che infrangono l’intera struttura dei vecchi canoni,
infrangono le eterne e armoniose dittature,
creando un caos monumentale.

Qui non udrai mai il flauto del pastore.
Qui i tamburi rombano e le trombe di ottone erompono.
Ma sopra tutto questo inferno pende nell’aria
la colorita armonia del cielo –
l’arcobaleno
che incorona l’argentea testa di Walt Whitman,
il re del caos, il filosofo e il satiro,
mentre dalla sua nivea barba come briciole di pane
si versano sonore parole:
“And mind a word of the modern –
the word En Masse.”

Io dico a Walt Whitman:
una sola parola, come individuo, non ha senso,
perché non può mai vincere in nessuna battaglia.
Oggi vincitrici saranno le parole en masse –
eserciti di parole, brigate e legioni di parole,
movimenti di parole, rivoluzioni e rivolte,
e nascerà una nuova società di parole, parole – democratici,
un nuovo sistema democraticamente organizzato.

Questa cascata di parole
non può più essere stretta
nei confini dei giambi, dei dattili e così via,
perché ci sono troppe parole – intere masse di parole,
e per controllarle altre leggi e sistemi sono richiesti.
I loro versi originano dalle piene del fiume,
dalle raffiche di vento, dal sordo frastuono dei torni
e dallo schianto dei tuoni.
Il loro ritmo è l’asimmetria,
la pulsazione del disordine
che dominano in Natura.
Ma da questo caos emergerà
una magnifica caotica armonia.

E le parole prenderanno il colore da tutte le razze umane,
dalla terra, dall’acqua del mare, dall’erba e dall’acciaio.
E sopra la caotica massa d’acqua del Niagara
splenderà la bianca arruffata testa del vecchio Walt Whitman,
il grande Pan della poesia.

3.
Agghindo i miei versi come una bambola;
le faccio le trecce di rime,
e la lascio andare graziosa e linda,
bene acconciata come la testolina di mia figlia,
in perfetto ordine – una vera bambola.

Ma a volte come un giovane puledro essa scalpita,
all’improvviso prende un’altra strada,
e allora la poesia si scatena,
tanto che neanche Aleksandr Blok
avrebbe potuto tenerla a freno.

Ma ha senso comprimerla in rigidi canoni,
nel loro corto letto di Procuste,
se le metafore si mostrano e i versi ignorano la scansione,
se l’immagine, sguainata la spada, vuole sfidare il canone
e lottare finché uno dei due non soccomba?

Vale la pena restringere l’amplitudine del ritmo?
Dobbiamo sempre seguire la regola comune
e tessere come gli altri bardi – Dio onnipotente! –
continuare a tessere, spaventati dalle novità,
attorno all’asse giambo-trocaico?

Ora ditemi: i fiumi frequentano forse il giambo?
E la brezza si serve dei giambi?
Ditemi: ogni cosa che attraversa il cosmo
sembra forse anche di poco un nostro giambo terrestre
o un nostro trocheo? – ditemi, vi prego!

Allora perché dobbiamo ridurre la scala di un poema?
Lasciamo alla nostra poesia completa libertà.
Agghindo a volte la mia poesia, se necessario,
la pettino, perché sia in ordine, prima di mostrarla!
Ma in realtà la poesia-bambola non fa per me!

4.
Sono tornato alle mie rive, voi direte…
Sì, è vero!
I vortici, la cascata
formano quest’epoca.
Ma tornare dalla cascata
non è come tornare
alla massima velocità della Santa Maria,
o alla canoa di Hiawatha,
o al fumo contorto del suo calumet.

Qui il ritorno
è quello di un cavallo uscito dalla battaglia,
che tende nervosamente tutti i muscoli.
Nel nostro caso, il ritorno è accompagnato
dai ricordi del vortice della cascata.

Un fiume che precipita da un dirupo
scorre più lento, ma non ritorna.
E così noi abbiamo due canuti poli
sulle opposte rive del fiume:
il cieco Omero dai capelli bianchi
e Walt Whitman dai capelli bianchi.

Uno con le sue foglie di lauro,
l’altro con le sue foglie d’erba –
entrambi hanno verdi corone,
e attraverso il Niagara
si tendono la mano.

Eduardas Mieželaitis 2

L’Elmetto e il Crespigno

Accanto a un tronco marcito
Bagnato dall’acqua di una fonte
Un elmetto arrugginisce, afflitto,
E su di esso, temerario,

Come un audace alpinista
Si arrampica un vermetto. Vicino
Un uccellino esamina la spiaggia
Dove pensa di costruire il nido.

Le ultime schegge di ghiaccio
Si sciolgono e si mutano in rivoli.
Ma quale fiore nell’erba
Al vecchio elmetto si stringe?

Da sotto il suo cerchio di acciaio
Lo guarda un fragile crespigno.
Sfioragli il capo con la mano –
E’ vivo – imperituro…

Iperbole

Cos’è il cielo?
Cosa sono le stelle? Non sono semplici occhi blu?
Cos’è la luna? Non è un sopracciglio a forma di arco?
Non sono i tuoi tratti che nella mia poesia nascono
Disegnati nello spazio, e lasciati nei cieli a splendere?

Io disegno nello spazio
Il tuo viso effimero
Dalle stelle, dall’aria – con le tinte del tramonto,
Coi trilli dell’usignolo – una parodia
Di un poeta bambino che piange tristemente.

Disegno
Il tuo viso effimero dal nulla,
Dallo spazio, dal tempo, dai fulgidi tragitti degli uccelli,
Dai suoni, dal lampo, dalla pioggia, dal vento, dalla neve
E dai più astratti punti nel labirinto delle galassie.

Io posso sentire
La tua liscia pelle dipinta coi colori dell’aria,
Il mio occhio è attratto dal blu del tuo sguardo,
Il mio quadro ha il tuo profumo – il profumo
Del lillà che danza al chiaro di luna.

Ho appeso il ritratto
Qui, nel mio solaio,
E lo imploro di restare, come sogno che svanisce.
No, non è poeta chi non deruba i cieli,
Non è pittore chi non aggiunge le stelle ai propri colori.

Cos’è il cielo
Se le stelle sono i tuoi occhi e la luna – il tuo sopracciglio,
Il tramonto – le tue labbra che fluttuano come visione.
Il tuo immenso, immenso effimero ritratto
Disegnato da niente nello spazio
E’ il mio cielo!

L’uomo

Noi con due piedi sul globo della Terra.
Noi con due mani tese alla sfera del Sole.

Così tra il globo della Terra
e la sfera del Sole
io
sto…

Tonda è la mia testa – come il globo della Terra –
nel cui centro – come strati di carbone e metalli –
si trova il mio cervello che non vale di meno.
Io lo scavo
e ricavo
dall’acciaio
ogni genere di mezzi giganteschi:
treni
che collegano paesi lontani
tra loro,
navi che solcano gli oceani con ogni tempo,
aerei
che superano l’uccello in volo,
missili
veloci quasi come la luce
e rapidi
come il volo del mio pensiero…

Tonda è la mia testa – come la sfera del Sole –
dal cui centro nelle quattro direzioni
stupendi raggi si riversano:
essi alimentano la vita sulla Terra,
vi incoraggiano la nascita perpetua…

Cos’è la Terra?
Cosa vale senza di me?

…Un tempo una gigantesca e misera palla senza vita
vagava nelle sconfinate distese dello spazio…
La luna come specchio di notte da lontano
rifletteva la sua faccia brutta e butterata…
In miseria allora mi ha creato
e ha foggiato la mia testa come il Sole e la Terra…
La piccola palla – cioè la mia testa – è maturata in fretta,
ha superato il grande globo della Terra
e ora serve come suo asse permanente…
Quando è successo di ubbidire alle mie mani
Io ho rivelato la sua sorprendente bellezza…
E’ la Terra che ha creato me quindi
ma sono io
che l’ha rimodellata e l’ha resa
più nuova, più giovane e più splendida
che mai…

Coi miei piedi saldamente posati sulla Terra
e le mie braccia sempre tese verso il Sole,
io sto
come un ponte
che unisce la Terra
e il Sole
lungo il quale
verso la Terra
il Sole scende,
lungo il quale
verso il Sole
la Terra sale…

Tutte le splendide creazioni
io le ho foggiate dalla madre Terra
con le mie mani ingegnose,
non smettono mai di girarmi intorno
come una giostra variopinta…

…Le guardo girarmi intorno:
città con ponti e piazze,
case con ascensori e scale.
autovetture come insetti sulle ruote,
strutture di cemento e acciaio.
Vedo girare intorno alla mia testa veloci aeroplani,
e intorno ai miei piedi lunghi treni,
transatlantici che solcano acri
di mare e di oceano,
trattori e torni
che si muovono ruggendo,
io vedo lasciare le mie mani
come colombi in volo
molti satelliti e astronavi…

Di bell’aspetto, forte, di spalle larghe –
come un ponte che unisce la Terra
e il Sole –
io sto
al centro
del pianeta
irradiando sorrisi di luce solare
in tutte e quattro le direzioni.
Questo sono io –
l’uomo.

paolo statuti

Paolo Statuti

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo “L’albero che era un principe” (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).
Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.
Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.
A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica anche le sue traduzioni di poesia polacca, russa e inglese. Negli ultimi anni sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie polacche di: Marek Baterowicz, Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska, Konstanty Ildefons Gałczyński, Anna Kamieńska. Di prossima pubblicazione: Anna Świrszczyńska e Tadeusz Różewicz. Della poesia russa: Aleksander Puškin, Boris Pasternak e Osip Mandel’štam. A gennaio del 2016 è uscita la sua prima raccolta di poesie “La stella errante” (Ed. GSE).
Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.
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POESIE SCELTE di Paolo Statuti da “La stella errante” (2016), con 2 poesie inedite e 14 poesie edite – Commenti di Nazario Pardini e Giorgio Linguaglossa

de_chirico sole_sul_cavalletto_1973Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: Il principe-albero e Gocce di fantasia (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo L’albero che era un principe (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).

Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.

Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi. A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica in particolare le sue traduzioni di poesia polacca e russa. Recentemente sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie di: Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska e sono in corso di stampa: K.I. Gałczyński, Anna Kamieńska e Anna Świrszczyńska e Tadeusz Rozewicz.  Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

pittura Henri Matisse 1941

Henri Matisse 1941

dalla Prefazione di Nazario Pardini

«…ciò che muove questa nostra avventura terrena… si riverbera in un canto “splendidamente monotono”, come sapeva dire, da par suo, Cesare Pavese della poesia. E qui ciò che domina è quella semplicità espressiva che i poeti raggiungono solo dopo anni di pensamenti, di meditazioni, di rielaborazioni di dati e suggestioni. Sta qui la grandezza del poeta: saper spiattellare su un vassoio d’argento un’anima zeppa di ogni conflittualità interiore; nel saperla proporre con spontaneità, e con un linguismo accessibile e conturbante; diretto e arrivante.

La cosa più difficile per uno scrittore è quella di saper tradurre l’intimità culturale e intellettiva in semplicità verbale. È quella la continuità, la monotonia che un poeta deve raggiungere perché ne divenga il marchio di fabbrica, il suo copyright; a ché nel tempo si faccia originalità e compattezza del suo poetare. Vita, sì! Qui c’è tutta con il potere del sogno, dell’amore, del memoriale, dell’inquietudine, della saudade, e della coscienza del tempus fugit: “ogni sera l’ombra ti fa muta”. Luci e ombre che nella loro simbiotica fusione offrono quel substrato di melanconia che fa parte del fatto di esistere. Ed è già presente, fin dai primi versi, la 6 Prefazione visione di un tempo che logora senza pietà, consumando le nostre speranze, le nostre illusioni.

.

(…) La sera faccio il bilancio
della giornata:
non è mai poco
non è mai molto
è quello che mi aspettavo
Affrettatevi però
prima che mi scada
la licenza di vendita (La bancarella)

.

Un bilancio abbastanza triste, che scaturisce da una visione obiettiva e oggettiva del mondo che attorno ci ruota senza sconti; un redde rationem ultimativo e finale sul nostro soggiorno umano; una licenza che non può essere rinnovata e che segna la scadenza del nostro esser-ci. Il Poeta parte da piccoli fatti, da realtà minime che ci stanno attorno, e con abilità metaforizzante, con giochi analogici, sa elevarsi al di sopra della stessa realtà per trarne conclusioni di generoso impatto emotivo; una fede che gli permette di trasferire all’azzurro le bellezze del Creato. Sono tante le configurazioni fenomeniche e le vicissitudini esistenziali accumulate negli anni. È lì che hanno covato, nel suo animo, trasformandosi in immagini di valore ontologico. Ed è da lì che l’Autore attinge per fare della sua storia un “poema” denso di intimi riflessi, di giochi di melanconica terrenità.

.

Lo sai che senza di te
non potrei vivere
che senza di te
non potrei nemmeno morire (Malinconia)

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D’altronde gli ingredienti più redditizi per un canto di effusione lirico-emotiva sono proprio la memoria e il sentimento: una fecondità con cui tornano in campo
antiche primavere. È in quelle che il Poeta si rifugia per sfuggire alla tristezza della quotidianità. Ne fa un’alcova rigenerante, un mondo virtuale zeppo di volti e accadimenti di forte impatto umano.

.

A volte tornano immagini dimenticate
come nuovo stupore
a volte tornano parole dimenticate
come nuova scoperta
a volte tornano persone dimenticate
come nuova amicizia o nuovo amore
e ogni anno torna
il fresco odore della primavera
e il dorato sorriso dell’autunno
e ogni volta
l’anima ringiovanisce un po’
eppure è sempre più vecchia (Ritorni)

.

Ed è proprio la natura, con i suoi frammenti cromatici, con le sue parvenze simboliche, a farsi collaboratrice fedele nel ritrarre un esistere zeppo di sottrazioni, di autunni cadenti, o di soli imbronciati; nel farsi volume di un essere in cerca della sua consistenza.

.

Il fruscio delle foglie secche
punge il corpo
come vespa invisibile
sbatte una finestra
con monotona perfidia
oggi anche il sole fa il broncio
*
sbocconcellato da una grigia trina
che puzza di pioggia
se tu almeno fossi qui
mi diresti
che il fruscio delle foglie
è uno scherzo di Chopin
che la finestra che sbatte
è una tachicardia
e che una lettera non scritta
non è poi la fine del mondo (La lettera)

.

Ritratto perfetto di un mélange fra sentimento e ricordi che, col suo procedere monotono, sembra voglia potenziare l’epigrammatica condizione intimistica del Nostro: l’abito chiaro, gli occhi spenti, i saluti plastificati, le avide occhiate, il clic degli interruttori, i sogni, i ronfi, le coscienze archiviate. Tutto si condensa in una spietata successione di fatti e momenti, di sguardi e profumi, di suoni e gesti che danno luogo a una continuità scontata, a un persistere di accidents vissuti e rivissuti.

.

(…) L’abito scuro della sera
gli occhi accesi delle case
le avide occhiate
il clic degli interruttori
il cigolio delle reti
i sogni i ronfi
le coscienze archiviate (Continuità)

.

Ma non è raro che l’attenzione e la sensibilità del Poeta si soffermino su visioni accattivanti, su oggettivazioni traslate con interventi di natura etimo-fonica e simbolica di resa immaginifica per una sana poesia.

.

Roma, ogni notte
ti getti nei vortici
del tuo amante
e scorrete insieme
finché la draga dell’alba
non ti ripesca
grondante di luce
e di amore (Roma)

.

Una vera pittura suggestiva, una vera pennellata forgiata con ars inveniendi dove l’alba si fa draga grondante di luce e di amore: sinestetici tocchi ricamati di merletti fatti a mano; lavorati da mani artigiane aduse a tagli e ritagli;
a fantasie di urgente creatività. Né mancano sorpresa e meraviglia dinanzi al mistero che avvolge e sconvolge un poeta cosciente della miseria umana quando prova a misurarsi col tutto; dacché c’è questo tentativo da parte sua di avventurarsi in navigazioni di difficile approdo, in contemplazioni di stelle e di infiniti che lo sperdono in mondi impossibili, in contemplazioni stranianti.

.

(…) Una strada buia
in montagna
camminando a testa in su
pensando
ora la Terra è inerme
sotto il fuoco incrociato
del Cielo
Stelle leggiadre e superbe
sprofondate nel baratro dell’infinito
sembrano sapere qualcosa
e di tanto in tanto strizzano l’occhio (Stelle)

.

E l’opera si dipana in confessioni di un lirismo accattivante ed energico, dove il verso, con plastica morbidezza, accompagna i picchi ispirativi, le vertigini paniche e le meditazioni vitali […] Un caleidoscopio di perlustrazioni emozionali e di incontri onirici che rende questo “poema” plurimo, polivalente, disteso su scarti semantici e soluzioni linguistiche lontane da insidie di luoghi comuni e di epigonismi.

pittura Henri Matisse - 1947

Henri Matisse – 1947

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Paolo Statuti fa poesia coma fa pittura, pratica olio e pastello per quadretti postlirici lindi e pinti, ed essenziali, con un tocco magico di ironia e una componente surreale che è poi la sua compagna di viaggio domestica. Un donchisciottesco mulinare di mulini a vento lirici questi versi di Statuti, come indicano sia la copertina che la immagine posta su di essa. Il suo concetto di poesia è la semplicità, la domesticità, l’essenzialità avulsa da astratti intellettualismi e chimismi lirici o antilirici; per Statuti  la poesia è come la vita, misteriosa e inafferrabile, non la si può arrestare nell’attimo del tempo storico ma scorre via fluida e sfuggente come l’acqua, è una «stella errante»  che non si sa da dove venga e non si sa donde va. Una stella solitaria che la Musa si diverte ad incendiare d’un fuoco fatuo e debole. La poesia di Statuti ama indossare il saio francescano, i sandali di Francesco, la divisa della povertà, non ama la poesia degli intellettuali, costipata di intelligenza e di indigenza spirituale. Credo che la Musa ami questa poesia, perché la Signora rifugge l’inautenticità dei letterati e la noia dei supponenti; che sono poi le medesime ragioni che me la rendono affine e intimamente autentica.

pittura Henri Matisse - 1939

Henri Matisse – 1939

Due poesie inedite

Roma

Roma, ogni notte
ti getti nei vortici
del tuo amante
e scorrete insieme
finché la draga dell’alba
non ti ripesca
grondante di luce
e di amore.

Nato con la camicia

80 anni fa…
Forse sono nato con la camicia, forse…
di certo so che avevo occhi
di un azzurro inquieto –
come disse mia madre –
mani destinate a scrivere
e a dipingere,
orecchie sensibili
a parole e suoni…

Ora sono qui
in una camera d’ospedale,
con un orecchio sordo
che cercano di riparare,
e mi giungono ovattate
le parole del medico di turno:
“Come sente, signor Paolo?”
“Sento un fruscio di bosco,
ma non gli uccelli,
sento la brezza marina
ma non il grido dei gabbiani,
sento il mormorio del mare
ma non il fragore delle onde.
“Beh, lei può dirsi ancora fortunato” –
afferma il dottore.

Fuori della finestra
le nuvole scorrono pigre,
al cielo grigio
fa da tappeto
un bosco scuro,
guardo gli alberi
insolitamente immobili –
la quiete prima della tempesta?
Paolo Statuti Copertina 'La stella errante'Poesie di Paolo Statuti da “La stella errante” (2016)

Vita

Ogni giorno vai smerciando astuta
il logoro corredo dei tuoi stracci,
ti sforzi di ridere e scherzare
ma ogni sera l’ombra ti fa muta.

Il gufo

Solchi i flutti della notte
senza gorgheggi senza frulli
scivoli via silenzioso
sovrano del buio
i tuoi occhi – una corona
di topazi e smeraldi.
Come vorrei potermi celare
nelle tue soffici piume
e accarezzare con te
il velluto della notte!

A Masečín

A mia figlia

Il gallo chicchiriava presto
la mattina,
ma non m’infastidiva,
anzi mi rallegrava.
Schiamazzavano le galline
e ognuna credeva
d’essere la favorita.
Scrosciava la pioggia
e scorreva via,
scorreva via
come la vita.

Senzatetto

Ho dato qualcosa a un senzatetto,
mi ha sorriso e ringraziato:
grazie tante, signore…
vede, io sono schiavo
della mia povertà,
ma sono felice
della mia libertà.
Poi se n’è andato.
Lo guardavo allontanarsi:
lasciava sul terreno
le sue enormi impronte
di umanità.

La lettera

Il fruscio delle foglie secche
punge il corpo
come vespa invisibile
sbatte una finestra
con monotona perfidia
oggi anche il sole fa il broncio
sbocconcellato da una grigia trina
che puzza di pioggia
se tu almeno fossi qui
mi diresti
che il fruscio delle foglie
è uno scherzo di Chopin
che la finestra che sbatte
è una tachicardia
e che una lettera non scritta
non è poi la fine del mondo.

Ho visto un uomo…

Ho visto un uomo
con un buco nella scarpa
Il vestito mostrava
il lungo sfregamento
contro il tempo
Si è avvicinato al banco
dei liquori
la vodka nei suoi occhi
sgorgava dalla roccia
saltellava allegra
tra i ciottoli
la fissava pensando
com’è fresca
com’è limpida
peccato…
Mansueto mi ha sorriso
e se n’è andato
come Adamo –
cacciato dal paradiso
Ho visto un uomo
con un buco nella scarpa

Il sorriso della rosa

Ad Olga

Quando la rosa si schiude
sorride
e dai petali affiora l’anima,
come dal viso della Gioconda.
Il suo colore non conta,
la rosa è sempre bella,
e sorride…sorride
fino all’ultimo sospiro.
Le spine sono il suo destino,
il suo ornamento ingiunto,
la lieve malinconia
del suo sorriso.

Poesia

Se non sai cos’è la poesia,
immagina d’esser sordo
e udire scendere
dal cielo un accordo…
immagina d’esser cieco
e vedere accendersi
il fuoco del tramonto…
immagina d’esser muto
e poter dire:
tu piccola stella
risplendi, tremando
d’infinito…

Vecchio violoncello

Vecchio violoncello
annerito dal tempo
e accantonato
come una cosa inutile
ora sei come un fiume
di voci imprigionate
di carezze represse
sei come un nido abbandonato…
Ricordo il nonno
che ti stringeva a sé
per eseguire “il Cigno”
tutta la casa allora si fermava
per ascoltare
e anche gli uccelli tacevano
solo le tende vibravano
la sala si mutava in un lago
e il cigno scivolava via
fiero della sua bellezza
e del suo soffice candore
e noi lo seguivamo…
Com’è irreale
ora il tuo silenzio
rotto soltanto
dai rumori della strada
che non cessano mai…

Tadeusz Różewicz Paolo Statuti 1990

Tadeusz Różewicz e Paolo Statuti 1990

La mia ultima preghiera

Mio Dio,
quando mi chiamerai,
accoglimi con un sorriso
per come sono,
per quello che ho fatto
e non fatto nel bene e nel male,
non essere un giudice severo,
sii misericordioso,
ma con tutto il cuore t’imploro,
non farmi tornare mai più
su questo Pianeta:
potrei essere un corrotto
o un terrorista,
un padre senza lavoro
oppure un analfabeta,
un mafioso o un camorrista,
un bambino che muore di fame,
un clandestino annegato,
una donna violentata,
una pianta malata tra i rifiuti,
un pesce soffocato dalla plastica,
un uccello avvelenato
dall’aria inquinata.
Se devo rinascere, mio Dio,
trovami un luogo
nell’immenso universo,
lontano dall’uomo
e vicino ai saggi animali,
e se mi vedrai triste e solo
mandami un Tuo angelo
con tre ali,
sì, un angelo poeta,
musicista e pittore,
con una poesia da tradurre,
una cantata da ascoltare
e una tela da dipingere insieme.
Grazie, mio Dio e adesso –
l’ultimo favore –
che la mia anima
sia per sempre preda
del Tuo Infinito Amore

Il pianoforte

Pianoforte di casa mia,
pieno di tarli e di nostalgia,
che bel suono un tempo avevi,
quanti applausi ricevevi!
Ora sei solo con le corde antiche –
le tue mute care amiche.
Ricordo che cantavo con te
Fior di giaggiolo: eravamo in tre
con la mamma che accompagnava,
mentre Beethoven ci guardava.
Vicino a te pende ancora il diploma
che la mamma prese a Roma.
Ora vivi solo di ricordi
di tante note, di tanti accordi.
Chopin ti ha lasciato la sua impronta
e quando fuori la pioggia gronda,
risuona il preludio della goccia,
che batte e ribatte sulla roccia…
Vecchio pianoforte così scordato,
Pieno di acciacchi e così forato,
La polvere che copre la tua armonia
è la cipria del tempo che vola via.

La Festa dei Morti

Oggi i Morti sono assai indaffarati:
all’alba sono già svegli
si fanno gli auguri a vicenda
si baciano e si abbracciano
si presentano ai nuovi abitanti
poi si preparano ad accogliere
con gioia chi li viene a visitare
coi fiori in mano
e il passo incerto
Oggi i Morti rivivono con noi:
ascoltano i nostri sospiri
leggono i nostri desideri
asciugano le nostre lacrime
o fotografano i nostri sorrisi…
pregano con noi
Poi quando ce ne andiamo
e il silenzio torna ad avvolgere
i marmi le fronde e i lumini accesi
ancora per un po’ ci pensano
poi si riaddormentano felici
cullati dai nostri ricordi

Volava una nuvola…

Volava una nuvola
sfiorando le guglie,
lasciando sui tetti
batuffoli bianchi.
Rumore di passi:
qualcuno a casa tornava,
e come la nube
brandelli di vita
sulla strada lasciava.
Raccolse un ramo
e lo scagliò lontano,
poi come distratto
accarezzò due gatti
e un cane randagio
e salutò la luna.
Chi era?
Chissà,
forse un poeta

 

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Rafael Alberti (1902-1999) – POESIE SCELTE. Un poeta tra amore e politica. Una vita segnata dall’impegno e dall’esilio. “Non mi pento, non sarò mai un ex comunista”. Traduzione di Paolo Statuti

 

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Dal sito La Repubblica.it – “Cultura & Scienze”, nel giorno della morte di Rafael Alberti:

Cadix (Spagna). Un arresto cardiaco ha fermato per sempre “quel sagittario irrequieto e vagabondo”, come lui stesso amava definirsi, nella sua casa del sud della Spagna a El Puerto De Santa Maria. Rafael Alberti, poeta, scrittore, pittore esiliato dal regime franchista, aveva 96 anni ed era l’ultimo rappresentante della “Generazione 27”, il movimento cui appartenevano Garcia Lorca e Vicente Aleixandre. Nato il 16 dicembre 1902, lascia giovane l’Andalusia per Madrid, ma rimane attaccatissimo alla sua patria. Si fa strada presto nel mondo dei versi e del surrealismo. Sono del 1929 le dolorose liriche “Sugli angeli” (“Sobre los angeles”). Quegli anni li passa con Federico Garcia Lorca, Salvator Dalì, Pablo Picasso, amici e compagni di strada. Il primo premio importante lo riceve nel 1925 con la raccolta “Marinero en tierra”, un canto d’amore per il mare con cui riceve il premio nazionale della letteratura. Degli anni ’60 sono i suoi “Poemi d’amore”, i versi per “Roma, pericolo per i viandanti”, “Gli otto nomi di Picasso”. Le più recenti rime “Amore in bilico” sono dedicate all’erotismo e alla donna, alla sua nuova e giovane compagna. Ma è l’impegno politico a prendere il sopravvento e a stravolgere tutta la sua vita. Fin dai primi anni Trenta diventa un militante del Partito comunista spagnolo. Studia teatro nell’Unione Sovietica e dirige con la moglie Maria Teresa Leon – scomparsa nell’88 – la rivista rivoluzionaria Octubre. Dal ‘36 al ’39 partecipa alla guerra civile nelle file repubblicane. Dopo la vittoria di Francisco Franco, viene costretto all’esilio prima in Francia, poi in Messico, Argentina e Italia. E ogni volta che qualcuno parla di sofferenza risponde: “Non mi pento di niente. Non sarò mai un ex comunista”. In Spagna torna soltanto nel 1977, nella sua città, dove nel 1990 si era risposato con Maria Asuncion Mateo, 44 anni più giovane di lui, e dove oggi il suo cuore si è fermato. Le sue ceneri saranno sparse nella baia di El Puerto De Santa Maria.

(28 ottobre 1999)

Alcune poesie di Rafael Alberti nella versione di Paolo Statuti

Ballata di ciò che disse il vento

L’eternità potrebbe essere benissimo
solamente un fiume
essere un cavallo dimenticato
e il tubare
di una colomba smarrita.

Quando l’uomo si allontana
dagli uomini, viene il vento
che subito gli dice altre cose,
aprendogli le orecchie
e gli occhi ad altre cose.

Oggi mi sono allontanato dagli uomini,
e solo, in questo baratro,
a lungo guardavo il fiume
e ho visto soltanto un cavallo
e ho udito solamente
il tubare
di una colomba smarrita.

E il vento allora si è avvicinato,
come di sfuggita,
e mi ha detto:

L’eternità potrebbe essere benissimo
solamente un fiume,
essere un cavallo dimenticato
e il tubare
di una colomba smarrita.

Ritorno dell’amore recentemente apparso

Quando tu sei apparsa, io soffrivo nell’interno più fondo
di una caverna senza aria e senza uscita.
Mi agitavo nell’oscurità, agonizzando,
udendo un rantolo come battito di ali
di un uccello invisibile.
Hai sparso su di me i tuoi capelli
e io mi sollevai fino al sole e vidi che erano l’aurora
che sul mare aperto a primavera si distende.
Fu come se fossi giunto nel più bel
porto di mezzogiorno. Annegavano in te
i paesaggi più splendenti:
chiare, aguzze vette con rosate
corone di neve, fonti nascoste
nelle ricciute ombre dei boschi.
Ho imparato a riposare sui crinali
e a scendere lungo fiumi e pendii,
a intrecciarmi nei rami tesi
e a fare del sonno la mia morte più dolce.
Mi hai aperto il bosco e i miei floridi anni
di recente venuti alla luce, giacevano
sotto la carezza della tua spessa ombra,
lasciando il cuore al libero vento
e accordandolo al verde suono del tuo.
Già andavo a dormire, e a svegliarmi sapendo
che non penavo in una caverna oscura,
agitandomi senza aria e senza uscita.
Perché tu finalmente sei apparsa.

Ritorno dell’amore nei vividi paesaggi

Crediamo, amore mio, che quei paesaggi
si sono addormentati o sono morti con noi
nel tempo, nel giorno in cui vi abitavamo;
che gli alberi perdono la memoria
e le notti se ne vanno, lasciando all’oblio
ciò che le hanno rese belle e forse immortali.

Ma basta il più lieve palpito di una foglia,
una stella cancellata che respira all’improvviso,
per vederci ugualmente lieti di occupare
i luoghi che ci tennero uniti.
Ed ecco ti svegli oggi, amore mio, al mio fianco,
tra i frutici di ribes e le fragole nascoste
al riparo del forte cuore dei boschi.
Là c’è l’umida carezza della rugiada,
le polveri delicate che rinfrescano il tuo giaciglio,
gli elfi felici di ornare le tue lunghe chiome
e i misteriosi alti scoiattoli che versano
sul tuo sonno il minuto verde dei rami.

Sii felice, foglia, sempre: che tu non abbia mai l’autunno,
foglia che mi hai portato
col tuo lieve tremito
l’aroma di tanta cieca età luminosa.
E tu, stellina smarrita, che mi apri
le intime finestre delle mie notti più giovani,
non cessare mai la tua luce
sopra le tante alcove che all’alba ci addormentavano,
e su quella biblioteca con la luna
e quei libri dolcemente caduti,
e sui vigili boschi che destati cantavano per noi.

Tra il garofano e la spada

(Guerra alla guerra per la guerra.) Vieni qui.
Volgi le spalle. Il mare. Apri la bocca.
Una sirena urta contro una mina
e un arcangelo annega, indifferente.

Tempo di fuoco. Addio. Urgentemente.
Chiudi gli occhi. E’ il monte. Tocca.
Saltano le cime frantumando la roccia
e si uccide un bosco, inutilmente.

C’è anche sulla luna la dinamite? Andiamo.
Morte alla morte per la morte: guerra.
In verità, pensa il toro, il mondo è bello.

Già i rami bruciano.
Apri la bocca. (Il mare. Il monte.) Chiudi
gli occhi e sciogliti i capelli.

La colomba

Si sbagliò la colomba,
si sbagliava.
Per andare al nord, si trovò al sud,
pensò che il grano fosse l’acqua,
si sbagliava.

Pensò che il mare fosse il cielo,
che la notte fosse l’alba,
si sbagliava,
si sbagliava.

Che le stelle – la rugiada,
che il calore – la neve,
si sbagliava,
si sbagliava.

Che la tua gonna fosse la tua blusa,
che il tuo cuore – la sua casa,
si sbagliava,
si sbagliava.

Lei si addormentò sulla riva,
tu sulla cima di un ramo.

Pensò che il mare fosse il cielo,
che la notte fosse l’alba,
si sbagliava,
si sbagliava.

Che le stelle – la rugiada,
che il calore – la neve,
si sbagliava,
si sbagliava.

Che la tua gonna fosse la tua blusa,
che il tuo cuore – la sua casa,
si sbagliava,
si sbagliava.

Ritorni di Chopin attraverso le mani già andate

A mia madre che tutti noi univa
nella musica del suo vecchio piano.

Dapprima era nella sala da pranzo, era nella dolce
sala da pranzo dei sei: Agustin e Maria,
Milagritos, Vicente, Rafael e Josefa.
Da lì mi vengono ora, d’inverno, distanti,
già quasi persi, cancellati dalla memoria i miei,
i fratelli che non sapevo elevare alla mia altezza;
da lì adesso mi giunge questo accordo di acqua,
da lì anche, adesso,
questo notturno ramo di bosco con moto,
questa riva di mare, questo amore, questa pena
che oggi, con un velo di lacrime, mi uniscono a voi,
attraverso le mani felici che furono.

Poi nell’angolo in penombra di una stanza,
lontano dalla sala da pranzo dei sei,
quando di nuovo vicino a voi, perduto,
quasi infinitamente perduto mi sentivo,
molto tardi, già molto tardi,
quando di nuovo arrivava il sonno,
un accordo di acqua, un ramo notturno,
una riva, un amore, una pena a voi
dolcemente mi univano,
attraverso le mani stanche che furono.

E adesso, distante,
più infinitamente di allora, espulso prima
dalla sala da pranzo, più tardi dall’angolo
in penombra della stanza,
tremante,

con il cuore trafitto dall’inverno, Maria,
Vicente, Milagritos, Agustin e Josefa,
uno, il sesto, Rafael, di nuovo si unisce a voi,
con il ramo, l’amore, con il mare e la pena,
attraverso le mani rimpiante che furono.

Ritorno dell’amore sulle sabbie

Stamane, amore, abbiamo vent’anni.
Vanno volutamente piano, intrecciandosi,
le nostre ombre scalze per la strada tra i giardini,
che oppongono agli azzurri del mare i loro verdi.
Tu sei sempre un’apparizione,
sei la luce giunta una buia sera,
quando il giovane senza meta dalla città ritarda,
pensoso, di proposito il suo ritorno a casa.
Tu sei sempre quella che al mio fianco
va cercando il segreto declivio delle dune,
il recondito pendio della sabbia, il celato
canneto che crea
cortine agli occhi marini del vento.
Là sei, là sono davanti a te, controllando
l’alta temperatura delle onde felici,
il cuore del mare ciecamente sorto,
morendo in frammenti di dolce sale e di spume.
Poi, tutto ci guarda allegro, sulle rive.
I castelli in rovina sollevano i loro merli,
le alghe ci offrono corone e le vele,
preso il volo, vogliono cantare al di sopra delle torri.

Stamane, amore, abbiamo vent’anni.

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COMUNICAZIONE DI SERVIZIO: IN OCCASIONE DEL PERIODO DI FESTIVITA’ IL BLOG SOSPENDE DA OGGI L’ATTIVITA’ E LA RIPRENDERA’ LUNEDI 2 GENNAIO 2016. LA REDAZIONE AUGURA BUONE FESTE A TUTTI GLI INTERLOCUTORI SPERANDO CHE L’ANNO VENTURO CI SI RITROVI IN UN MONDO MIGLIORE, Thanks, gracias, Vielen Dank, grazie, merci, teşekkür ederiz, ขอขอบคุณ, obrigados … con l’occasione del clima natalzio pubblichiamo la poesia di Zbigniew Herbert “Ipotesi su Barabba” nelle 2 versioni: di Valeria Rossella e di Paolo Statuti

zbigniew herbert accende una sigaretta

zbigniew herbert

Zbigniew Herbert

Domysły na temat Barabasza

Co stało się z Barabaszem? Pytałem nikt nie wie
Spuszczony z łańcucha wyszedł na białą ulicę
mógł skręcić w prawo iść naprzód skręcić w lewo
zakręcić się w kółko zapiać radośnie jak kogut
On Imperator własnych rąk i głowy
On Wielkorządca własnego oddechu

Pytam bo w pewien sposób brałem udział w sprawie
Zbawiony tłumem przed pałacem Pilata krzyczałem
tak jak inni uwolnij Barabasza Barabasza
Wolali wszyscy gdybym ja jeden milczał
stałoby się dokładnie tak jak się stać miało

A Barabasz być może wrócił do swej bandy
W górach zabija szybko rabuje rzetelnie
Albo założył warsztat garncarski
I ręce skalane zbrodnią
czyści w glinie stworzenia
Jest nosiwodą poganiaczem mułów lichwiarzem
właścicielem statków – na jednym z nich żeglował Paweł do Koryntian

lub – czego nie można wykluczyć –
stał się cenionym szpiclem na żołdzie Rzymian

Patrzcie i podziwiajcie zawrotną grę losu
o możliwości potencje o uśmiechy fortuny

A Nazareńczyk
został sam
bez alternatywy
ze stromą
ścieżką
krwi

Ipotesi su Barabba

Cosa ne è stato di Barabba. Ho chiesto nessuno lo sa
Libero da catene uscì sulla bianca via
poteva svoltare a destra proseguire dritto svoltare a sinistra
girare in cerchio erompere in un canto di festa come un gallo
Egli Imperatore delle proprie mani della propria testa
Egli Governatore del proprio respiro

Lo chiedo perché in certo modo ho preso parte all’affare
Attratto dalla folla davanti al palazzo di Pilato gridavo
così come gli altri libera Barabba Barabba
Acclamavano tutti se io solo avessi taciuto
sarebbe accaduto esattamente quello che doveva accadere

E forse Barabba è tornato alla sua banda
Sulle montagne uccide rapido saccheggia per bene
Oppure ha messo su un negozio, fa ceramiche
e monda nell’argilla della creazione
le mani macchiate dal delitto
È portatore d’acqua mulattiere usuraio
proprietario di navi – su di una Paolo faceva vela per Corinto
oppure – cosa non da escludersi
è diventato una spia preziosa al soldo dei Romani
Guardate e ammirate il gioco da vertigine del destino
su possibilità potenze sorriso della fortuna

E il Nazareno
è rimasto solo
senza alternativa
con uno scosceso
sentiero
di sangue

(c) by Valeria Rossella

Ipotesi su Barabba

Che ne è stato di Barabba? Ho chiesto nessuno lo sa
Liberato dalla catena si avviò sulla strada bianca
poteva voltare a destra andare dritto voltare a sinistra
fare una giravolta cantare con gioia come un gallo
Lui Imperatore delle proprie mani e della propria testa
Lui amministratore del proprio respiro

Chiedo perché in un certo senso presi parte alla questione
Attratto dalla folla davanti al palazzo di Pilato gridavo
come gli altri libera Barabba Barabba
Gridavano tutti se solo io avessi taciuto
sarebbe successo esattamente come doveva succedere

E Barabba forse tornò alla sua banda
Sui monti uccide in fretta rapina ad arte
Oppure aprì una bottega di vasi
e le mani macchiate di delitti
purifica nell’argilla della creazione
E’ un acquaiolo un mulattiere un usuraio
proprietario di navi – su una di esse Paolo andò dai Corinzi
oppure – ciò che non si può escludere –
è diventato un’apprezzata spia al soldo dei Romani
Guardate e ammirate il vertiginoso gioco del destino
o potenze della possibilità o sorrisi della fortuna

E il Nazzareno
rimase solo
senza alternativa
col ripido
sentiero
di sangue

(C) by Paolo Statuti

 

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Velemir Chlebnikov nella poesia di Gennadij Ajghi (1934-2006) traduzione a cura di Paolo Statuti e Presentazione di Dmitrij Aleksandrovič Paškin

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Evgenia Arbugaeva Slava_observatory-

Questa è la mia traduzione di un articolo del musicista e storico della letteratura russa Dmitrij Aleksandrovič Paškin, nato nel 1977. L’articolo è del 2002. (Paolo Statuti)

Presentazione di Dmitrij Aleksandrovič Paškin

…Tra gli autori che hanno dedicato i propri versi a Velemir Chlebnikov troviamo anche Gennadij Ajghi, uno dei poeti contemporanei più interessanti. In occasione del centenario della nascita di Chlebnikov, nel 1985 egli scrisse un saggio, pubblicato in Russia soltanto nel 1994, dal titolo Foglie al vento della festa, inserendovi un ciclo di sette strofe basate su un tema unico, con una propria valenza creativa e una profonda autoanalisi. Fanno da contrappunto a questi versi l’immagine degli occhi azzurri: “…e risplende l’anima dagli occhi azzurri…”, “…innumerevoli e solitari – gli occhi di Velemir…”. Tutto il testo del ciclo si tinge di azzurro, fin dalla prima strofa. Una delle fonti di questa immagine la troviamo nella biografia di Chlebnikov: la maggior parte dei contemporanei, descrivendo i lineamenti del poeta, invariabilmente si soffermavano su questo dettaglio degli occhi azzurri; basta ricordare il famoso paragone di David Burljuk “occhi come un paesaggio di Turner…” Per Ajghi gli occhi di Velemir sono limpide stelle; questa comune metafora assume un accento sorprendente, quando il discorso cade proprio su Chlebnikov. Questa profondità, purezza, qualcosa di primordiale, gli era insito, come a nessun altro; persone così diverse tra loro come Nadežda Pavlovič, Anatolij Marienhof, Vadim Šeršenevič, Ivan Gruzinov, – tutti vedevano nei suoi occhi come lo splendore dell’eternità o, più esattamente, una certa atemporalità. V. Šeršenevič: “Chlebnikov fissa lo spazio con i suoi occhi abbagliati”; N. Pavlovič: “Era sorprendente. Proprio gli occhi di un bambino e di un chiaroveggente”…Ma in Gennadij Ajghi gli occhi costantemente si trasformano e assumono i lineamenti del volto…: “e sempre più luminosa è l’immagine, sempre più diafana…” Ciò che colpisce è che il volto di Chlebnikov risulta in qualche modo anche il volto di Ajghi. “In ogni sua pagina-quadro appare il volto del mondo, il volto di Dio…”, scriveva V. Novikov. E nella seconda strofa del ciclo dedicato a Chlebnikov, egli dice: “anch’io sono un po’ il volto!” – Ajghi guarda Chlebnikov e vede se stesso; il poeta a un tratto mostra non semplicemente l’affinità creativa o la comunanza delle concezioni, no, Ajghi vede in sé e in Chlebnikov lo stesso Volto: quello della Poesia, dell’Universo, l’immagine dell’infinito…In Ajghi troviamo un gran numero di richiami a concrete creazioni di Chlebnikov. Un altro refrain del ciclo è rappresentato dalle parole ripetute due volte: “ferito dalle pallottole assonnate di Chlebnikov”… La profondità dell’immagine si decifra soltanto attraverso un richiamo a un contesto storico. Ajghi come studioso era sicuramente a conoscenza della reazione di Majakovskij (riferita da Roman Jakobson), dopo aver letto un frammento del poema Sorelle-folgori di Chlebnikov: “Ah, se sapessi scrivere come Vitja!..” Per Majakovskij una confessione decisamente fenomenale, unica, assolutamente priva di analogie! E ciò fu detto a causa dei seguenti versi di Chlebnikov: “Dalla strada dell’alveare//Pallottole come api.//Vacillano le sedie…” Da queste pallottole risultò ferito anche Ajghi: egli fece esattamente eco alle parole sfuggite a Majakovskij, stendendo attraverso decenni il filo del riconoscimento e dell’entusiasmo per l’acutezza e la precisione della frase poetica di Chlebnikov. Ma il refren conduce oltre; nel finale del ciclo sono indicate le circostanze e il luogo dell’azione: la periferia di Mosca e la necessità di alzarsi il giorno dopo alle nove del mattino. Organizzando con questa indicazione un particolare cronotopo, Ajghi sposta il testo in una realtà del tutto diversa, nel mondo del sonno, gettando un ponte dalla realtà del lavoro notturno, finché è buio, al mondo ultraterreno e sonnolento dell’ispirazione poetica…

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Evgenia Arbugaeva Weather_man

Il tema del sonno occupa nella poesia di Ajghi un posto del tutto particolare, è uno specifico stato della coscienza, è la chiave per capire tutta la sua creazione; egli stesso dice: “Il sonno per me è un genere…” Nel ciclo Foglie al vento della festa, non possiamo non rilevare la parola “дорози” (strade) dell’antico slavo, anziché “дороги” (strade) del russo moderno, usata da Chlebnikov nella sua poesia O Rus’, sei tutta un bacio nel gelo.. (1921) e ripresa due volte da Ajghi nella seconda strofa del ciclo tra virgolette. Anche qui egli mostra in primo luogo ancora un’altra fonte chlebnikoviana del suo “colorito” poetico e, in secondo luogo, si serve di un tratto tipico della poetica di Chlebnikov: l’amore per i termini del vecchio slavo, per l’antico russo. Non a caso appare anche la frase sulle “leggi del tempo” e l’immagine della struttura del verso, così importante per la tarda creazione di Chlebnikov.

Il ciclo del giubileo è non solo un omaggio al Budetljanin, ma anche una riflessione sulla creazione poetica nella sua categoria superiore, una riflessione sulla eterna e creativa auto espressione dell’anima. Svelando di poesia in poesia tutti i nuovi tratti della creazione di Chlebnikov, Ajghi al tempo stesso mostra il suo ritratto e il colloquio acquista qualitativamente un’altra dimensione: il discorso si avvia subito in nome di due anime affini che contemplano l’eternità: in nome di Ajghi-Budetljanin, in nome del Poeta. Immergendosi interamente nella propria creazione, Ajghi, come Dante dietro a Virgilio, procede dietro a Chlebnikov – guida, esamina l’occulto, dove trova non tanto un alleato, quanto le stesse profondità dell’Io. “E i suoi sogni – sogni di beatitudine”, scriveva l’autore a proposito di Chlebnikov. Tale beato e puro suo sogno di Velemir, sogno di se stesso e, in fin dei conti, dell’Anima cosmica, primordiale, traspare dai versi di Gennadij Ajghi, asceticamente parchi, ma brucianti come acido cloridico, vaghi e irritanti , come il ricordo dei sogni dell’infanzia. 

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Evgenia Arbugaeva Weather_man

Presentazione di Paolo Statuti

     Gennadij Nikolaevič Ajgi, il poeta nazionale della Ciuvascia, nacque il 21 agosto 1934 nel villaggio di Šajmurzino nella Repubblica dei Ciuvasci. Trascorsa l’infanzia nella sua terra natale, è rimasto sempre legato alla cultura ancestrale e alla lingua ciuvascia. Fino al 1969 il suo cognome fu Lisin. Uno degli antenati del poeta pronunciava la parola “chajchi” (“quello”) senza la prima lettera, e così si formò il soprannome di famiglia “Ajgi”. Egli cominciò a scrivere poesie in ciuvascio e pubblicò i suoi primi versi nel 1949. Dal 1952 visse stabilmente a Mosca. Dal 1960 cominciò a scrivere poesie anche in russo, grazie soprattutto all’incoraggiamento di Boris Pasternak, da lui conosciuto anni prima e che diventò suo grande amico. Ma per la sua poesia innovativa Ajgi fu accusato di formalismo e dichiarato persona non grata nella sua Ciuvascia, i cui campi e boschi pervadono la sua creazione. Per dieci anni lavorò al Museo Majakovskij, ciò che gli permise di approfondire la sua conoscenza dell’avanguardia russa della prima parte del XX secolo. La moderna poesia francese (soprattutto Baudelaire) ebbe anch’essa su di lui un’influenza determinante, ma il suo personale panteon includeva anche Nietzsche, Kafka, Norwid, Kierkegaard e molti scrittori religiosi.

Nel 1972 vinse il premio dell’Académie Française per la sua antologia della poesia francese in ciuvascio. Durante gli anni di Brežnev visse in condizioni precarie, mantenendosi con i magri compensi per le traduzioni. Grazie alla perestrojka la sua vita cambiò radicalmente. Gli fu permesso di pubblicare in patria e fu riconosciuto come una figura chiave della neoavanguardia russa. Cominciò a essere tradotto in molte lingue e a partecipare a diversi festival e congressi internazionali di poesia. Visitò quattro volte la Gran Bretagna, sentendo una particolare affinità con la Scozia, dove fece un pellegrinaggio alla tomba di Robert Burns, e con Londra, la città del suo amato Dickens. Sei volumi delle sue poesie sono stati pubblicati in inglese.

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Gennadij Ajgi anni Settanta

Gennadij Nikolaevič Ajgi

Ajgi è rimasto una figura controversa. Scrivendo come tra il sonno e la veglia, egli creò una poesia piena di silenzi, che suggerisce visioni, ansietà e gioie, e che può essere diversamente interpretata. La sua poetica è pacata e semplice, rifiuta la ricchezza del lessico e la retorica di alcuni suoi contemporanei, inoltre è intensamente orale – il pubblico era affascinato dalla sua potente dizione. E’ il poeta del silenzio e della luce. Una delle sue raccolte porta una epigrafe attribuita a Platone: “La notte è il tempo migliore per credere nella luce”.

Tradusse in ciuvascio molta poesia russa, francese, ungherese e polacca e i sonetti danteschi, mentre le sue poesie sono state tradotte nella maggior parte delle lingue europee. Ha ricevuto diversi prestigiosi premi internazionali e nel 2000 è stato il primo a ricevere il Premio Boris Pasternak. Scrive Damiano Rebecchini: “Pur vicina alla lirica francese del Novecento, la poesia di Ajgi è profondamente radicata nella tradizione poetica russa, ispirandosi in particolare all’opera di Osip Mandel’štam e di Boris Pasternak. Caratterizzata da un intenso impressionismo lirico, essa accoglie spesso dalla natura suoni e suggestioni che generano un tessuto fonico e ritmico accentuato dal verso libero, e a volte si muove verso un originale sperimentalismo, in alcuni casi orientato a esplorare la dimensione del sogno”.

“Col passare degli anni è cambiata la mia definizione della poesia, – disse il poeta in una delle interviste. – Prima dicevo: è la gravità della parola, adesso dico: la poesia è il respiro e l’uomo è il respiro. Respiro e ispirazione provengono dalla stessa radice… La poesia è il respiro di Dio. Noi fioriamo / soltanto per un tocco / di un’altra forza benevola e pacata, – ricorda Ajgi, – e l’essenza della poesia è questo tocco… La poesia è eterna… Essa come la neve – esiste dappertutto. Si scioglie, di nuovo cade, ma essa…è. La poesia è la neve. La poesia essenzialmente non cambia. Essa si autocustodisce. Ciò che in essa passa – è un’altra faccenda. E in questo senso la poesia non ha né ieri, né oggi, né domani”.

In italiano alcune poesie di Ajgi sono incluse nelle raccolte Poesia russa contemporanea da Evtušenko a Brodskij, a cura di G. Buttafava (1967) e Antologia ciuvascia. I canti del popolo del Volga, a cura di A. Scarcia (1986). Gennadij Ajgi è morto a 71 anni il 21 febbraio 2006. Come di consueto pubblico qui alcune sue poesie nella mia versione.                                

Gennadij Nikolaevič Ajgi 6

Gennadij Nikolaevič Ajgi

Gennadij Ajghi

 Foglie al vento della festa

(Nel centenario di Velemir Chlebnikov)

1

il fuoco come esclamativo di Chlebnikov

2
con l’azzurro dell’anima di Velemir
tagliano infantili – candide
con suono innocente strade *
è la voce di un bambino e il saggio
sguardo di un contadino! e le strade
nello stesso Campo – Russia
si uniscono e divergono:
con l’immagine lontana di Velemir!
anch’io sono un po’ il volto! talvolta
come se dal dolore già quasi musorgskiano!
e tagliano – come curano – la tristezza in taciti campi
nelle strade del volto chinato – in questo minuto
dall’azzurro celato – le strade *

3

ferito dalle “pallottole assonnate” di Chlebnikov
sussulto – visibile
dagli angoli – creati con impulsi
dalla frana del sonno! – schiarendosi
di bianchezza – interrotta da una quantità
di immagini dell’anima dalla profondità dell’oblio
penetranti – senza volti

4

ma le stelle

limpide (ed eterne saranno
se
il Tempo si annullerà) limpidi
innumerevoli e solitari –
gli occhi di Velemir
l’Ultimo
il Primo

5

“l’intelaiatura io ho posto” tu stesso dicevi
delle poetiche travi
di tronchi di metafore che splendono – solide
con suono vasto – naturale
come l’aria – nel tempo della messe!
puro legname “da lavoro”
più del novantapercento
nel quale il tritume degli obbligatori “poetismi”
non c’è – come non c’è il lusso
in una casa di contadini

6

e risplende l’anima dagli occhi azzurri
dalla rete delle illusorie “leggi del tempo”
e sempre più luminosa è l’immagine: sempre più vicina
e più trasparente che ha amato la spiga come un bambino

7

ferito dalle “pallottole assonnate” chlebnikoviane
finisco di dire – sussultando
per le estremità e i distrutti centri
del sonno che vede e del sonno
che non vede – disperdendo – me
e l’operazione – svegliarsi
il 29 alle 9
di mattina a Mosca – in periferia

23-29 settembre 1985, Mosca

* Nel testo russo: „дорози”, anziché “дороги”.
(Versione di Paolo Statuti)

Poesia di Velemir Chlebnikov

O Rus’, sei tutta un bacio nel gelo!

O Rus’, sei tutta un bacio nel gelo!
Azzurreggiano le notturne strade. *
Da un lampo azzurro le labbra sono fuse,
Azzurreggiano insieme quello e quella.
Di notte un lampo si sprigiona
A volte dalla carezza di due bocche.
E le pellicce a un tratto avvolge agile,
Azzurreggiando, un lampo senza sensi.
E la notte splende saggiamente e nera.

Autunno 1921

* Nel resto russo: “дорози”, anziché “дороги”

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Czesław  Miłosz “Orfeo ed Euridice”, DUE VERSIONI A CONFRONTO di Francesco M. Cataluccio e Paolo Statuti con un Appunto di Giorgio Linguaglossa e DUE POESIE sul tema “Orfeo ed Euridice” di Annamaria De Pietro e Antonio Sagredo

De Chirico la metafisica

Giorgio De Chirico la metafisica

Su Sollecitazione di Antonio Sagredo, pubblichiamo di seguito due versioni della celebre poesia di Czesław  Miłosz “Orfeo ed Euridice” non al fine di stabilire quale sia la traduzione migliore ma allo scopo di mostrare come ogni versione di una poesia non può che rispecchiare la personalità intellettuale, i gusti personali e la sensibilità di ciascun traduttore, in quanto la lingua della traduzione è  un linguaggio di ricezione, di trasbordo da una lingua ad un’altra, di un “contenuto” estraneo alla lingua di ricezione. Operazione utilissima alla lingua di ricezione perché ne amplia le possibilità e le potenzialità denotative e connotative. Operazione utilissima, anzi, direi indispensabile anche per le sorti dei linguaggi poetici e narrativi i quali potranno trarre vantaggio da questo lavoro di trasbordo.

Per l’occasione, pubblichiamo anche due poesie di Annamaria De Pietro e di Antonio Sagredo sul tema di “Orfeo ed Euridice”.

Giorgio Linguaglossa

Czeslaw Milosz 1

Czesław Miłosz

Czesław Miłosz
Orfeo ed Euridice
(trad. Francesco M. Cataluccio)

In piedi sui lastroni del marciapiede all’ingresso dell’Ade
Orfeo si piegava nel vento impetuoso,
che sbatacchiava il suo cappotto, sollevava gomitoli di nebbia,
si rivoltava tra le foglie degli alberi. Le luci delle auto
a ogni soffio di nebbia si smorzavano.

Si fermò di fronte alle porte a vetri, incerto
se gli bastassero le forze per quest’ultima prova.

Ricordava le sue parole: «Tu sei buono».
Non ci credeva poi tanto. I poeti lirici
hanno di solito, come sapeva, un cuore freddo.
È questa in fondo la loro condizione. La perfezione dell’arte
non si ottiene senza questa menomazione.
Soltanto il suo amore lo riscaldava, lo umanizzava.
Quando era con lei, aveva anche un’altra opinione di sé.
Non poteva deluderla ora, che era morta.

Spinse la porta. Percorse il labirinto dei corridoi. Ascensori
La luce livida non era luce, ma crepuscolo terreno.
Cani elettronici lo superavano senza un fruscìo.
Scendeva un piano dopo l’altro, cento, trecento, all’ingiù.
Sognava. Aveva la sensazione di trovarsi nel Nulla.
Sotto migliaia di secoli raggelata,
su una traccia cinerea ove le generazioni arsero,
questo regno sembrava non avere né fondo né limite.

Lo circondavano volti di ombre in ressa.
Alcuni li riconobbe. Sentiva il ritmo del proprio sangue.
Sentiva forte la propria vita assieme con la sua colpa
ed ebbe paura di incontrare quelli a cui aveva fatto del male.
Ma loro avevano perso la capacità di ricordare.
Guardavano altrove, indifferenti.

Per difendersi aveva la lira a nove corde,
nella quale portava la musica terrestre contro l’abisso
che seppellisce ogni suono col silenzio.
La musica lo dominava. Era allora privo di volontà.
Si abbandonava alla dettatura della canzone, come rapito.
Come la sua lira, diventava solo uno strumento.
Finché non giunse al palazzo dei signori di quella terra.
Persefone, nel suo giardino di peri e meli rinsecchiti,
nero di rami nudi e di fuscelli bitorzoluti,
ascoltava dal suo lugubre trono di ametista.

Cantò il chiarore dei mattini, i fiumi nel verde.
La fumante acqua della rosea alba.
I colori: cinabro, carminio,
terra di Siena, azzurro,
Il piacere di nuotare in mare vicino alle scogliere di marmo.
Banchettare sulla terrazza affacciata sul chiasso di un porto di pescatori.
Il sapore del vino, del sale, dell’olio, della senape, delle mandorle.
Il volo della rondine, del falco, dello stormo
di pellicani sopra la baia.
Il profumo del mazzo di lillà sotto la pioggia estiva.
Il fatto che aveva composto sempre parole contro la morte
e nessun dei suoi versi glorificava la ricerca del nulla.

Non so, disse la dea, se l’amavi,
ma sei venuto fin qui, per salvarla.
Ti sarà restituita. A una condizione però.
Non ti è permesso parlare con lei. E nella strada del ritorno
voltarti, per vedere se ti stia dietro.

Ed Ermes portò Euridice.
Il suo volto non era quello di sempre, completamente grigio,
le palpebre abbassate, e, al di sotto, l’ombra delle ciglia.
Avanzava rigidamente, guidata dalla mano
del suo accompagnatore. Di pronunciare il suo nome
aveva una gran voglia, di risvegliarla da quel sonno.
Ma si trattenne, sapendo di aver accettato la condizione.

Si mossero. Prima lui, e dietro, ma non subito,
lo scalpiccio dei sandali del dio e il leggero calpestio
delle gambe di lei strette dal vestito come da un velo funebre.
Il ripido sentiero sotto la montagna fosforeggiava
nelle tenebre, come le pareti di un tunnel.
Si fermava e ascoltava. Ma anche loro
si arrestavano, l’eco si affievoliva.
Quando riprendeva il cammino, allora si sentiva il loro duplice passo,
a tratti gli sembrava più vicino, poi di nuovo lontano.
Nella sua fede aumentò il dubbio
e si avvinghiò a lui come una fredda edera.
Incapace di piangere, pianse sulla perdita
dell’umana speranza nella resurrezione dei morti.
Perché adesso era come un qualsiasi mortale,
la sua lira taceva e nel suo sogno era senza difesa.
Sapeva che doveva aver fede e non ne era capace.
Così rimase per quello che sembrò un tempo interminabile
contando i suoi passi nel torpore semicosciente.
Albeggiava. Apparve un anfratto roccioso
sotto l’occhio luminoso dell’uscita sotterranea.
E avvenne ciò che aveva intuito. Quando voltò la testa,
dietro di lui sul sentiero non c’era nessuno.

Sole. E cielo, e là le nuvole.
Soltanto ora esplose dentro di lui il grido: Euridice!
Come farò a vivere senza di te, o mio conforto.
Ma l’erba profumava, ronzavano basse le api.
E si addormentò, con la guancia sulla tiepida terra.

 

Czeslaw Milosz called Marek Hlasko “the idol of Poland's young generation in 1956.”

Czeslaw Milosz called Marek Hlasko “the idol of Poland’s young generation in 1956

Czesław Miłosz

Orfeo ed Euridice
(Versione di Paolo Statuti, 26/29 novembre 2012)

Sulle lastre del marciapiede all’ingresso dell’Ade
Orfeo era piegato dal vento impetuoso,
che gli tirava il soprabito, faceva roteare matasse di nebbia,
si agitava nelle foglie degli alberi. I fari delle auto
ad ogni afflusso di nebbia si smorzavano.

Si fermò davanti alla porta a vetri incerto
se le forze lo avrebbero sorretto in quell’ultima prova.

Ricordava le parole di lei: “Sei un uomo buono”.
Non lo credeva molto. I poeti lirici
hanno di solito, pensava, un cuore freddo.
E’ quasi un limite. La perfezione dell’arte
si ottiene in cambio di tale imperfezione.

Soltanto il suo amore lo riscaldava, lo rendeva umano.
Quando era con lei, diversamente pensava di sé.
Non poteva deluderla, adesso che era morta.

Spinse la porta. Percorreva un labirinto di corridoi, di ascensori.
La luce livida non era luce, ma oscurità terrestre.
I cani elettronici gli passavano accanto senza frusciare.
Scendeva un piano dopo l’altro, cento, trecento, sempre più giù.
Sentiva freddo. Era consapevole di trovarsi nel Nessunluogo.
Sotto migliaia di secoli rappresi, nel cenerume di putrefatte generazioni,
quel regno sembrava senza fondo e senza fine.

Lo circondavano i volti di una calca di ombre.
Alcuni li riconosceva. Sentiva il ritmo del proprio sangue.
Sentiva con forza la sua vita insieme con la sua colpa
e temeva d’incontrare quelli cui aveva fatto del male.
Ma essi avevano perso la capacità di ricordare.
Guardavano altrove, indifferenti a lui.

Come sua difesa aveva la lira a nove corde.
Portava in essa la musica della terra contro l’abisso,
che addormenta tutti i suoni col silenzio.
La musica lo dominava. Allora era remissivo.
Si arrendeva al canto imposto, in estasi.
Come la sua lira, era soltanto uno strumento.

Finché giunse al palazzo dei governanti di quel regno.
Persefone, nel suo giardino di peri e meli seccati,
nero di nudi rami e di grumosi rametti,
e il suo trono, funereo ametista – ascoltava.
Egli cantava il chiarore dei mattini, i fiumi nel verde.
L’acqua fumante di un riflesso rosato.
I colori: cinabro, carminio,
siena bruciata, azzurro,
i piaceri di nuotare presso gli scogli di marmo.
Il convito sulla terrazza nel chiasso del porto dei pescatori.
Il sapore del vino, del sale, delle olive, della senape, delle mandorle.
Il volo della rondine e del falco, il solenne volo
di uno stormo di pellicani sul golfo.
Il profumo di fasci di lillà nella pioggia d’estate.
Cantava che componeva le sue parole contro la morte
e che nessuna sua rima lodava il nulla.

Non so, disse la dea, se tu l’ami,
ma sei giunto fin qui per riprenderla.
Ti sarà restituita. A una sola condizione.
Non ti è permesso parlarle. E sulla via del ritorno
di voltarti, per vedere se ti segue.

Ermes portò Euridice.
Il suo volto era diverso, affatto grigio,
le palpebre abbassate, sotto di esse l’ombra delle ciglia.
Avanzava come irrigidita, condotta dalla mano
della sua guida. Ah, come voleva pronunciare
il suo nome, svegliarla da quel sonno.
Ma si trattenne, sapendo che aveva accettato
la condizione.

Si avviarono. Prima lui, e dietro, ma non subito,
il battito sonoro dei sandali e quello tenue
dei piedi di lei impediti dalla veste come sudario.
Il sentiero in salita era fosforescente
nell’oscurità, simile alle pareti di un tunnel.
Si fermava e restava in ascolto. Ma allora
anche essi si fermavano, una fievole eco.
Quando riprendeva a camminare, risonava il duplice battito,
una volta gli sembrava più vicino, poi di nuovo lontano.
Sotto la sua fede cresceva il dubbio
e lo avvolgeva come freddo convolvolo.
Non sapendo piangere, piangeva per la perdita
delle speranze umane nella rinascita dei morti,
perché adesso era come ogni mortale,
la sua lira taceva e sognava senza difesa.
Sapeva di dover credere e non sapeva credere.
E a lungo doveva durare l’incerta veglia
dei propri passi contati nel torpore.

Albeggiava. Apparvero i gomiti delle rocce
sotto l’occhio luminoso dell’uscita dal sottosuolo.
E accadde ciò che aveva presentito. Quando girò la testa,
dietro a lui sul sentiero non c’era nessuno.

Il sole. E il cielo e le nuvole su di esso.
Soltanto ora sentì gridarsi dentro: Euridice!
Come vivrò senza di te, o consolatrice!
Ma profumavano le erbe, durava basso il ronzio delle api.
E si addormentò, con la guancia sulla calda terra.

*

Antonio sagredo teatro politecnico-1974

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

Antonio Sagredo
Prima stazione e seconda stazione

prima stazione

Ritornava a casa…
e sognava di ritornare a casa senza la sua Euridice,
i vortici delle foglie non avevano nulla di geometrico candore,
né un sognato giuramento o un qualsiasi invito a una danza,
ma lungo il viale agonizzavano sotto i platani i suoi propositi
avvizziti dal freddo e dal gelo…
mi tallonava il sangue dei suoi occhi equini!
Le sue tasche erano rattoppate e gonfie per i fallimenti della storia.
Raccoglieva in buste di plastichina,
come dopo un omicidio o uno sterminio,
avanzi di candelabri, croci e scimitarre.
Ovunque un pus epatico precedeva il suo cammino!
Ma quali i suoi pensieri, in un attimo, nel suo cervello arcaico
dopo tre milioni di anni tutti vissuti nel secolo trascorso?
O erano soltanto gli ultimi lamenti di rancidi tramonti,
o gli amori pagani dell’ippocampo esplosi
con gioia irripetibile in emozioni da leggenda inavvertita,
prima che il dolore della cognizione generasse muraglie
di coscienze e di credenze per fermare una evoluzione?
E con lei ritornavo da un martirio di gesti non compresi,
mano nella mano, immobili!
E su tutto la maledizione terrestre… che ci univa!
Ritornavamo verso le nostre orme,
calchi di fango, marce foglie e torbidi liquami ci guidavano,
ma gli alti concetti sulla spugnosa creazione
ci lasciavano interdetti e, per noi, splendidi eretici,
da tempo erano caduti in prescrizione l’esistenze di un dio qualsiasi
e di un nulla in quei giorni della fatale Pentecoste…
e lei, la compagna già infedele,
corrosa dall’ansietà dei miei sguardi si era indispettita,
come un’acida zitella affetta da erogene nevrosi taurine.
seconda stazione
Ritornava, in versi, a casa…
non cantava più in versi
e, a occhi aperti, lungo il viale dei platani
dopo aver visto il secolo trascorso in un istante,
come accade prima di morire…
per quel poco di vissuto ch’era rimasto
e per il resto dei suoi limpidi pensieri aveva già bruciato
gli avanzi di tre fedi passate in giudicato,
ma le scarpe erano già corrose come le sue parole dal salmastro.
E con lei ritornavo dal supplizio di parole non comprese,
mano nella mano, ammutoliti!
e su tutto la maledizione pagana… che ci univa!
Ritornava, e già spargeva le ceneri di generazioni non nate,
proclami e parole intorno alle rauche medaglie delle foglie…
dove appuntarle se non nel vuoto o sul nulla
se non c’erano né corpi e bare, alberi, case e altari?!
La sua lira stonava le note estreme di un requiem non scritto ancora!
Lacrimosa…
Lui, rovinato, dalle sue lacrime!
Lacrimosa…
E danzava Euridice il suo canto di tarantola,
imitava il suo stesso oblio,
mimava la nostalgia di quello sguardo che ancora non giungeva –
dai suoi occhi!
Non si stancava di ridere.
Non si stancava di morire.
Non si stancava di morire del rider ch’io feci!

*

annamaria de pietro 2010 febb

annamaria de pietro 2010 febb

Annamaria De Pietro
Prosopopea di Orfeo (*)

Da fiume a fiume lei fluì – Euridice –.
Da serpe a serpe discese e scendeva
– ed io a ponente scesi, e giù strisciai
e lacerai la veste contro il sasso
dello stipite in fumo, e la bagnai
contro un’acqua che al sasso discendeva,
e io non sapevo donde avesse passo.
Ma scendeva, e io scendevo a grado basso
sempre più al basso, alla casa indecente
dei senza sguardo, dei senza radice.
E tesi corda agli occhi, e lei riottenni,
occhi di vetro accecati ai millenni,
dei senza ascolto, dei senza dove.
E parlarono: non ti volterai
se non con danno e perdita –. Di fronte
e ovunque dritto a me di acqua che piove
io vidi al basso, giù, mentre pioveva
lo specchio nero dell’acqua cadente.
Il lago d’acqua dritta fu Euridice –
e per non più vederla io mi voltai.
Forse una vela, o un albero di altrove,
o la sua stessa veste alba e ponente
rapì girando la forma felice,
forse il pilone umido del ponte.

La stella mi spezza le mani calando le spranghe
i rocchetti dei raggi di ferro voraci valanghe
io batto alle porte di Hamelin pugni di sangue
io stanco insistendo le scolte che sognano stanche.
Buttateli dentro la terra questi vostri bambini
io poi ci provo suonando a portarveli indietro.
Ho infilato gli anelli d’argento su tutte le dita
che fanno dei suoni alle corde, che sono argentini –
e la polvere entra nei sandali, e la sabbia di vetro.
Io suono la musica e ditemi quando è finita.

(*) Da Venti fusioni a cera persa, Piero Manni, Lecce 2002.

Annamaria De Pietro è nata a Napoli, dove ha vissuto fino all’adolescenza, da padre napoletano e madre lombarda. Vive da tempo a Milano. Ha cominciato a scrivere non occasionalmente, ma sempre, in età matura. La sua prima pubblicazione in versi risale al 1997: Il nodo nell’inventario (Dominioni Editore, Como 1997). Sono seguiti Dubbi a Flora (Edizioni La Copia, Siena 2000), La madrevite (Manni, Lecce 2000), Venti fusioni a cera persa (Manni, Lecce 2002). Nel 2005 pubblica un libro in napoletano, Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, 2005), col quale paga il suo tributo alla città d’origine, poco amata, mai più visitata. Nell’ottobre del 2012 esce Magdeburgo in Ratisbona (Milanocosa Edizioni, Milano, 2012). Ultima pubblicazione Rettangoli in cerca di un pi greco. Il Primo Libro delle Quartine (Marco Saya Edizioni, Milano 2015).

Antonio Sagredo (pseudonimo Alberto Di Paola), è nato a Brindisi nel novembre del 1945; vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove  risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: «Malvis» (n.1) e «Turia» (n.17), 1995, Zaragoza.; la Prima Legione (da Legioni, 1989) in Gradiva, ed.Yale Italia Poetry, USA, 2002; e in Il Teatro delle idee, Roma, 2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile.

Come articoli o saggi in La Zagaglia:  Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in Rivista di Psicologia Analitica, 1984, (pseud. Baio della Porta):  Leone Tolstoj – le memorie di un folle. (una provocazione ai benpensanti di allora, russi e non); in «Il caffè illustrato», n. 11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74. (A.   Di Paola) (una carrellata di quella stupenda stagione teatrale).

Ho curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema :Tumuli di  Josef Kostohryz , pubblicato in «L’ozio», ed. Amadeus, 1990; trad. A. Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi:  Edison (in L’ozio,…., 1987, trad. A. Di Paola), e Il becchino assoluto (in «L’ozio», 1988) di Vitězlav Nezval;  (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová). Traduzioni di poesie scelte di Katerina Rudčenkova, di Zbyněk Hejda, Ladislav Novák, di Jiří Kolař, e altri in varie riviste italiane e ceche. Recentemente nella rivista «Poesia» (settembre 2013, n. 285), per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar Březina- La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Ot. Brezina a Antonio Sagredo),  trad. Antonio Di Paola e Katerina Zoufalová. È stata pubblicata l’Antologia, per Chelsea Editions di New York, Poems di Antonio Sagredo.

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Giorgio Linguaglossa. Per una Ontologia dell’Essere sociale di Nicolai Hartmann – Per una critica dell’Esserci  e dell’essere-per-la-morte in Heidegger con una poesia di Czesław Miłosz “Orfeo e Euridice” nella traduzione di Paolo Statuti – Orfeo, l’antesignano dell’Esserci moderno

Heidegger nella casa di campagna

Heidegger nella casa di campagna

Giorgio Linguaglossa. Per una Ontologia dell’Essere sociale di Nicolai Hartmann – Per una critica dell’Esserci  e dell’essere-per-la-morte in Heidegger

 «L’espressione esser-gettato sta a significare l’effettività dell’esser consegnato… L’effettività non è la fatticità, il factum brutum della semplice-presenza, ma un carattere dell’essere dell’esserci, inerente all’esistenza, anche se, innanzi tutto, nel modo dell’evasione».1 Con questa impostazione categoriale di Heidegger  l’esserci è imprigionato nel mondo del «si», l’esserci non ha un orientamento, resta preda nell’inautenticità e non può uscirne, è privo di volontà, di pensiero e di azione. L’esserci è bloccato nell’esser-gettato nell’esistenza immobile, surrogato teologico della condanna divina alla espiazione di una colpa che trascende l’esserci. Ma c’è una via per Heidegger che definisce una via di uscita da questa condizione di immobilità dell’esserci, ed è la via per la morte, l’essere-per-la-morte. L’inautenticità per Heidegger ha sempre il sopravvento sull’autenticità. C’è una sola via di uscita da questo impasse: l’essere-per-la-morte. Questa è  l’agghiacciante conclusione di Heidegger.

filosofia geworfenheitScrive Heidegger: «Con questa tranquillizzazione che sottrae all’esserci la sua morte, il Si assume il diritto e la pretesa di regolare tacitamente il modo in cui ci si deve, in generale, comportare davanti alla morte. Già il “pensare alla morte” è considerato pubblicamente un timore pusillanime, una debolezza dell’Esserci e una lugubre fuga davanti al mondo. Il Si non ha il coraggio dell’angoscia davanti alla morte».2 «L’anticipazione svela all’esserci la dispersione nel si-stesso e, sottraendolo fino in fondo al prendente cura avente cura, lo pone innanzi alla possibilità di essere se stesso, in una libertà appassionata, affrancata dalle illusioni del Si, effettiva, certa di se stessa e piena di angoscia: La libertà per la morte».3

heidegger nello studio

heidegger nello studio

L’esasperazione semantica di una «libertà per la morte» indica chiaramente un lapsus filosofico. Non v’è «libertà» ma costrizione per la morte. È esattamente all’opposto che si dà la «libertà» nell’equivalenza della «illibertà». Insomma, come diceva Adorno: «non si dà libertà nell’illibertà generale». Qui il problema dell’inautenticità è connesso inestricabilmente a quelli della «libertà» e della «illibertà»; entrambe queste categorie vivono e prosperano soltanto nell’ambito della alienazione. Una esistenza alienata pone il dilemma insolubile tra libertà e l’illibertà, ma è nell’ambito della alienazione e soltanto in essa che può prosperare questa antinomia, al di fuori dell’alienazione questa dicotomia perde il suo valore ontologico e diventa un epifenomeno della storialità. Una esistenza ricca di senso può affrontare una morte ricca di senso. Socrate, con la sua morte, ne è un esempio. Gesù, con la sua morte, ne è un esempio. Nel senso che sia Socrate che Gesù mediante la decisione anticipatrice, hanno potuto intravvedere liberamente la possibilità della morte e accettarne le conseguenze, con tutto il dramma dell’angoscia connessa alla loro ingiusta morte (angoscia come impossibilità di accedere alla azione liberatrice).

martin heidegger nel bosco alla fontana

martin heidegger nel bosco alla fontana

Per questo Spinoza ha scritto che una filosofia genuina deve occuparsi della vita e non della morte, così come anche Epicuro rilevò che chi vive, fintanto che vive, non ha nulla a che fare con la morte, che resta al di fuori del demanio della vita e delle cose attinenti alla vita. Per questo l’ontologia ha a che fare con la vita, e nulla ha a che fare con la morte. La dove c’è la morte, non c’è più ontologia. Soltanto in una esistenza piena di senso si può operare autenticamente verso la vita. Al di fuori del senso della vita è vano parlare finanche della morte, che non occupa alcun demanio della vita. La decisione anticipatrice la si ha soltanto nell’ambito della vita e per la vita delle generazioni future, in questo senso e soltanto in questo senso essa ha a che fare con l’ontologia dell’essere sociale. Per Heidegger invece l’uomo cade vittima del «si», e questa caduta lo pone nell’impossibilità di adire alla autenticità, e non può che soccombere tra le cose della menzogna e dell’ipocrisia. Per Heidegger l’uomo gettato nell’inautenticità è vittima della «angoscia», per la quale non c’è riscatto.

Scrive Heidegger: «Se l’Esserci esiste, è anche già gettato in questa possibilità. Innanzi tutto e per lo più l’esserci non ha alcuna “conoscenza” esplicita o teorica di essere consegnato alla morte e che questa fa parte del suo essere-nel-mondo. L’esser-gettato nella morte gli si rivela nel modo più originario e penetrante nella situazione emotiva dell’angoscia. L’angoscia davanti alla morte è angoscia “davanti” al poter-essere più proprio, incondizionato e insuperabile. Il “davanti-a-che” dell’angoscia è l’essere-nel-mondo stesso… L’angoscia non dev’essere confusa con la paura davanti al decesso. Essa non è affatto una tonalità emotiva di “depressione” contingente, casuale, alla mercé dell’individuo; in quanto situazione emotiva fondamentale dell’esserci, essa costituisce l’apertura dell’esserci al suo esistere come esser-gettato per la propria fine».4

Heidegger in his hut

Qui Heidegger ci presenta un concetto astratto e vuoto della «angoscia», una entità immodificabile, eterna, eternamente addossata all’Esserci, un concetto della teologia formalmente de-teologizzato, che presuppone una posizione del tutto passiva dell’Esserci il quale non può sottrarsi ad un destino già scritto e dinanzi al quale non v’è possibilità di azione, o di liberazione. Il gioco delle categorie heideggeriane si rivela essere un gioco di bussolotti vuoti. Categorie svuotate di esistenza. Etichette. Segnali semaforici di un essere immodificabile. In questo contesto categoriale l’azione di uscita dalla inautenticità e dall’angoscia viene prescritta, anzi, viene del tutto cancellata. Alla inautenticità heideggeriana non c’è altra via di scampo che soccombere anticipando a se stessi la visione della propria morte.

Una categoria completamente assente nella ontologia di Heidegger è quella della «azione» (con la connessa categoria della «volontà»). Quando, come e dove nasce e si sviluppa l’«azione», qual è la sua direzionalità e il perché della «azione». Ecco, tutta questa problematica è misteriosamente assente nella ontologia di Heidegger. Ma ciò è comprensibile, perché attraverso la categoria dell’«azione» tutto il castello di categorie heideggeriane verrebbe a periclitare fragorosamente se soltanto la si  prendesse in considerazione.

martin heidegger a passeggio

martin heidegger a passeggio

L’ontologia di Heidegger ha al suo centro l’essere dell’esserci, l’uomo isolato e alienato tra le due guerre mondiali. La sua analitica dell’esserci mostra a nudo le categorie ontologiche di questo ente, l’esserci,  scisso e alienato, isolato anche nella sua vita quotidiana. L’ontologia di Hartmann invece parte dalla critica del modo in cui sorgono le categorie dalla vita quotidiana, le connessioni categoriali, gnoseologiche e psicologiche che garantiscono la sopravvivenza dell’ente umano nell’ambito della vita naturale e sociale. L’ontologia di Nicolai Hartmann5 riabilita il primato del pensiero nell’ambito della vita quotidiana, e di qui riparte per la delucidazione delle immagini del mondo religiose, filosofiche e scientifiche. Il realismo ingenuo della vita quotidiana e sociale dell’uomo è il miglior antidoto contro le distorsioni di una visione che adotta un punto di vista antropocentrico dell’uomo alienato e isolato nella sua fissità storica e biologico-sociale. Per Hartmann, in polemica con il concetto di angoscia in Heidegger: «l’angoscia è proprio la peggior guida che si possa immaginare verso ciò che è autentico e caratteristico»..6

Czeslaw Miłosz

Czeslaw Miłosz

Nella poesia di Miłosz che segue abbiamo la esemplificazione della ricerca del “reale”. Orfeo si muove nell’ambito del «realismo ingenuo», si reca nell’Ade per recuperare la sua amata Euridice. Orfeo  è l’antesignano dell’Esserci moderno. Come l’Esserci di Heidegger è imprigionato nell’inautenticità e non può sortirne che attraverso la decisione anticipatrice della morte, così Orfeo è un eroe dotato di autenticità,  scende nella terra, fino alle foci dell’Ade per strappare agli Inferi la sua amata, simbolo della bellezza, e riportarla in vita sulla terra, alla piena luce del sole. Orfeo lotta per la vita, vuole la vita. Ma, appunto, la Euridice che lui vede è soltanto un simbolo, un eidolon del “reale”, non il “reale”, perché Euridice è morta, ed il linguaggio poetico è impotente, non può riportarla in vita, può solo raffigurare la sua immagine fatta di nebbia e di non-vita. Il “reale” è irraggiungibile anche per la poesia, e non può nulla Orfeo con la sua lira a nove corde dinanzi al «Limite» costituito dalla «Morte». Per il pensiero mitico greco, l’esserci di Orfeo è avventura, azione, rivoluzione dell’Empireo e degli Inferi. Orfeo è l’eroe autentico che si batte contro la morte, per la vita, per riportare in vita l’amata Euridice.

de chirico il ritorno di Orfeo

de chirico il ritorno di Orfeo

Czesław Miłosz
Orfeo e Euridice

Sulle lastre del marciapiede all’ingresso dell’Ade
Orfeo era piegato dal vento impetuoso,
che gli tirava il soprabito, faceva roteare matasse di nebbia,
si agitava nelle foglie degli alberi. I fari delle auto
ad ogni afflusso di nebbia si smorzavano.

Si fermò davanti alla porta a vetri incerto
se le forze lo avrebbero sorretto in quell’ultima prova.

Ricordava le parole di lei: “Sei un uomo buono”.
Non lo credeva molto. I poeti lirici
hanno di solito, pensava, un cuore freddo.
E’ quasi un limite. La perfezione dell’arte
si ottiene in cambio di tale imperfezione.

Soltanto il suo amore lo riscaldava,
lo rendeva umano.
Quando era con lei, diversamente pensava di sé.
Non poteva deluderla, adesso che era morta.

Spinse la porta. Percorreva un labirinto di corridoi,
di ascensori.
La luce livida non era luce, ma oscurità terrestre.
I cani elettronici gli passavano accanto senza frusciare.
Scendeva un piano dopo l’altro, cento, trecento,
sempre più giù.
Sentiva freddo. Era consapevole di trovarsi
nel Nessunluogo.
Sotto migliaia di secoli rappresi,
nel cenerume di putrefatte generazioni,
quel regno sembrava senza fondo e
senza fine.

Lo circondavano i volti di una calca di ombre.
Alcuni li riconosceva. Sentiva il ritmo del proprio sangue.
Sentiva con forza la sua vita insieme con la sua colpa
e temeva d’incontrare quelli cui aveva fatto del male.
Ma essi avevano perso la capacità di ricordare.

Guardavano altrove, indifferenti a lui.
Come sua difesa aveva la lira a nove corde.
Portava in essa la musica della terra contro l’abisso,
che addormenta tutti i suoni col silenzio.
La musica lo dominava. Allora era remissivo.
Si arrendeva al canto imposto,
in estasi.
Come la sua lira, era soltanto uno strumento.

Finché giunse al palazzo dei governanti di quel regno.
Persefone, nel suo giardino di peri e meli seccati,
nero di nudi rami e di grumosi rametti,
e il suo trono, funereo ametista – ascoltava.
Egli cantava il chiarore dei mattini, i fiumi nel verde.
L’acqua fumante di un riflesso rosato.
I colori: cinabro, carminio,
siena bruciata, azzurro,
i piaceri di nuotare presso
gli scogli di marmo.
Il convito sulla terrazza nel chiasso
del porto dei pescatori.
Il sapore del vino, del sale, delle olive, della senape,
delle mandorle.
Il volo della rondine e del falco, il solenne
volo di uno stormo
di pellicani sul golfo.
Il profumo di fasci di lillà nella pioggia d’estate.
Cantava che componeva le sue parole contro la morte
e che nessuna sua rima lodava il nulla.

Non so, disse la dea, se tu l’ami,
ma sei giunto fin qui per riprenderla.
Ti sarà restituita. A una sola condizione.
Non ti è permesso parlarle. E sulla via del ritorno
di voltarti, per vedere se ti segue.

Ermes portò Euridice.
Il suo volto era diverso, affatto grigio,
le palpebre abbassate, sotto di esse l’ombra delle ciglia.
Avanzava come irrigidita, condotta dalla mano
della sua guida. Ah, come voleva pronunciare
il suo nome, svegliarla da quel sonno.
Ma si trattenne, sapendo che aveva accettato
la condizione.

Si avviarono. Prima lui, e dietro, ma non subito,
il battito sonoro dei sandali e quello tenue
dei piedi di lei impediti dalla veste come sudario.
Il sentiero in salita era fosforescente
nell’oscurità, simile alle pareti di un tunnel.
Si fermava e restava in ascolto. Ma allora
anche essi si fermavano, una fievole eco.
Quando riprendeva a camminare, risonava il duplice battito,
una volta gli sembrava più vicino, poi di nuovo lontano.
Sotto la sua fede cresceva il dubbio
e lo avvolgeva come freddo convolvolo.
Non sapendo piangere, piangeva per la perdita
delle speranze umane nella rinascita dei morti,
perché adesso era come ogni mortale,
la sua lira taceva e sognava senza difesa.
Sapeva di dover credere e non sapeva credere.
E a lungo doveva durare l’incerta veglia
dei propri passi contati nel torpore.

Albeggiava. Apparvero i gomiti delle rocce
sotto l’occhio luminoso dell’uscita dal sottosuolo.
E accadde ciò che aveva presentito. Quando girò la testa,
dietro a lui sul sentiero non c’era nessuno.

Il sole. E il cielo e le nuvole su di esso.
Soltanto ora sentì gridarsi dentro: Euridice!
Come vivrò senza di te, o consolatrice!
Ma profumavano le erbe, durava basso il ronzio delle api.
E si addormentò, con la guancia sulla calda terra.

(traduzione di Paolo Statuti)
1M. Heidegger Essere e Tempo trad. it. Longanesi 1980 p. 213
2 Ibidem p. 254
3 Ibid. p. 266
4 Ibid p. 379
5 N. Hartmann La fondazione dell’ontologia Milano, Fabbri, 1963, p. 130 sgg. trad it. di F. Barone
6 Ibid. p. 197

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Antonio Sagredo “La Metamorfosi della Finzione” DUE POESIE EDITE da “Poems” Chelsea Editions 2015 New York, traduzione di Sean Mark con POESIE INEDITE E UNA TRADUZIONE LIBERA di una poesia di Wystan Hugh Auden (1907-1973) anche nella versione di Paolo Statuti. Commento di Giorgio Linguaglossa

Born in Mexico City in 1963, Moises Levy, Architettura nella luce

Born in Mexico City in 1963, Moises Levy, Architettura nella luce

http://www.chelseaeditionsbooks.org/http://www.amazon.com/gp/product/0986106135?keywords=antonio%20sagredo&qid=1444657392&ref_=sr_1_1&s=bookshttp://www.spdbooks.org/Search/Default.aspx?PublisherName=Chelsea%20Editions

 Antonio Sagredo è nato a Brindisi il 29 novembre 1945 (pseudonimo Alberto Di Paola) e ha vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove  risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: «Malvis» (n.1) e «Turia» (n.17), 1995, Zaragoza.

La Prima Legione (da Legioni, 1989) in Gradiva, ed.Yale Italia Poetry, USA, 2002; e in Il Teatro delle idee, Roma, 2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile. Come articoli o saggi in La Zagaglia:  Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in Rivista di Psicologia Analitica, 1984,(pseud. Baio della Porta):  Leone Tolstoj – le memorie di un folle. (una provocazione ai benpensanti di allora, russi e non); in «Il caffè illustrato», n. 11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74. (A.   Di Paola) (una carrellata di quella stupenda stagione teatrale). Ho curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema Tumuli di  Josef Kostohryz, pubblicato in «L’ozio», ed. Amadeus, 1990; trad. Alberto Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi:  Edison (in L’ozio,…., 1987, trad. Alberto Di Paola), e Il becchino assoluto (in «L’ozio», 1988) di Vitězlav Nezval;  (trad. Alberto Di Paola e Katerina Zoufalová).

Traduzioni di poesie scelte di Katerina Rudčenkova, di Zbyněk Hejda, Ladislav Novák, di Jiří Kolař, e altri in varie riviste italiane e ceche. Su «Poesia» (settembre 2013, n. 285), per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar Březina- La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Ot. Brezina a Antonio Sagredo),  trad. Alberto Di Paola e Katerina Zoufalová. Nel 2015 pubblica Poems Chelsea Editions, New York. Nel 2016 dieci sue composizioni sono presenti nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma) e nel 2017 la sua prima raccolta in Italia, Intrecci con prefazione di Donato di Stasi

Herbert List - Mannequin - Vintage Gravure 1935

Herbert List – Mannequin – Vintage Gravure 1935

 Commento di Giorgio Linguaglossa La Metamorfosi della Finzione

 Auden: “Ho il sospetto che senza qualche sottofondo comico / oggi non sia possibile scrivere genuini versi seri” (Shorts)

Antonio Sagredo è un autore completamente inedito in Italia, tradotto e apprezzato in Spagna, è quasi sconosciuto in patria. Dopo aver compiuto gli studi di slavistica all’Università la Sapienza di Roma ha lavorato presso la Banca d’Italia. Ho visto alcune foto che lo ritraggono con la Compagnia teatrale universitaria degli “Skomorochi”, nel teatro “Abaco” di Roma, diretta da Angelo Maria Ripellino, agli inizi degli anni Settanta. Lui è in prima fila, in basso, sta disteso, con gli occhi cerchiati di bistro, metà Arlecchino e metà Pierrot. D’improvviso, ho capito: Sagredo è una «maschera», non è un mortale, è caduto nella poesia italiana contemporanea come un alieno meteorite dal pianeta Marte. La sua è la poesia di un marziano. Irriconoscibile, inimitabile, invulnerabile. Sagredo ha sempre mantenuto un atteggiamento di ostilità nei confronti del ceto letterario italiano, e ne è stato, per così dire, ampiamente ricambiato con un silenzio che non sappiamo se di neutralità e cinismo o semplicemente di neghittosità. Fatto è che lungo cinquanta anni di solitario e inedito percorso poetico Antonio Sagredo si è cimentato in un itinerario irrituale e algebrico, insomma ha fatto di tutto per rendersi stilisticamente inclassificabile, irricevibile e inospitale.

È stato detto da alcuni commentatori che c’è un costante barocchismo nell’impiego dei retorismi e delle immagini nella poesia di Sagredo, un mix di alleluia cantarellante e di maledettismi blasfemi, di ipocondrismo e di elettricità che rende i suoi testi altamente godibili, ignobili e, ad un tempo, respingenti, repulsivi, come percorsi da una sottile trama di nervi sensibilissimi e cattivi che captano le minime rifrazioni quantiche dell’ambiente insonoro. I suoi versi sono onde sonoro-magnetiche autorespingenti, irriverenti, derisori, impostori, sono sfollagenti che intimidiscono e irritano; interno ed esterno sono capovolti, così come convesso e concavo, riflesso e irriflesso; è presente in questa poesia un qualcosa simile ad una forza de-gravitazionale generale del suo sistema solare, come se agisse un quoziente di perdita in direzione dell’implosione lessicale e stilistica. Una simmetria del disordine e una asimmetria del disordine.

Mi chiedo chi oggi in Europa può permettersi di scrivere con la libertà e la genialità di un menestrello e di un alchimista, di un fool e di un mago, così:

 La città aveva ciglia violette. Di mattino, finestre e corvi danzavano,
sottovoce parlavamo dei labirinti, ma la rugiada invecchiava, vanità
delle lune!

La poesia di Sagredo avvalora il noto assioma di Adorno secondo il quale «la poesia è magia liberata dalla necessità di essere verità». La poesia di Sagredo attinge la più alta vetta di «verità», appunto denegandone ogni residua qualità; non c’è nessuna «qualità» per Sagredo nel suo ergersi a «verità». La poesia di Sagredo è menzogna e sortilegio, alchimia e mania, fobia e follia, non c’è via di mezzo o di scampo: o la poesia c’è, o non c’è. Sono più di trenta anni che Sagredo è assediato, ossessionato dalla poesia. La sua ossessione è una malattia liberata dalla magia di essere verità.

È probabile che le istanze realistiche e mimetiche invalse nella poesia italiana degli anni Ottanta e Novanta del Novecento abbiano, come dire, urticato la sensibilità di Sagredo e lo abbiano, in modo incosciente e consapevole, condotto o ri-condotto, alla sua profonda e anteriore natura espressionistica che con virulenza urgeva al di sotto della patina petrarchesca e sperimentale del tardo novecento italiano con il quale, s’è capito, il poeta salentino aveva deciso da tempo di interrompere tutti i canali di collegamento.

Poesia inimitabile perché sembra zampillare da una fonte sconosciuta, anzi, dirò di più, sembra che essa non appartenga alla tradizione italiana (forse c’è in filigrana, ma molto lontano, all’orizzonte, la poesia di Angelo Maria Ripellino); il problema dell’ampio spettro lessicale e semantico è tale che nessun altro poeta del Novecento italiano può esserle ragguagliato, nessuno ha le capacità balistiche e cabalistiche di «giocare» con le parole e di portarle, di colpo e di continuo, dalla fogna all’empireo… di parlare come un Savonarola infrollito e un Torquemada travestito. È un fatto che la poesia di Sagredo sembra provenire da un altro pianeta e sembra trascritta da un’altra lingua, quella di un marziano che abbia della confusione in testa e che non riesce a translitterare le parole dalla sua eccelsa lingua nella nostra povera, prosaica, umana e terrestre.

Antonio Sagredo copAntonio Sagredo da Poems Chelsea Editions 2015

Due poesie edite

Ho costretto la parola a vivere
sotto i ponti rugginosi di umide orbite
dove le lagrime sono il metallo fuso della ragione.

Sono vissuto levitando il mio pensiero esatto
mentre il mare divorava i miei occhi insensati.

Il verdetto oppose un forse al tribunale della memoria.

E scoppiarono macelli di rime nei riformatori
strapparono l’incanto ai come di sofferenti metafore
sinistri untori segnarono a sangue la parola viva!

Smorfie d’universi… denti invisibili… non-materia…

Energia, sei oscura… il numero è caduto nei suoi misteri!
Tutta la fisica dei secoli passati è franata
in coriandoli
in filastrocche di bordelli.

Danza il futuro nel serraglio di Erodiade!

Con quali passi tumefatti ho tagliato gli ormeggi?
Con quali languide parole ho cantato: crack… crack… crack?

Roma, 7 aprile 1971

I forced the word to live
under rusty bridges of damp orbits
where tears are reason’s melted metal.

Troughh life l’ve let precise thoughts float
while seas devoured my senseless eyes.

In memory’s court the verdict was uncertain.
And reform-school rhyme-rackets burst
& stripped pained metaphors of their charm,
grim plague-spreaders branded the live word in blood!

Univers-grimaces. Non-matter. Unseen teeth.

Energy, you obscure force… In its mystery
the number drops! All physics of past centuries
crumbled in confetti
& brothel nursery rhymes.

The future dances in Hérodiade’s menagerie!

With which swollen steps did I break the moorings?
With which faint words did I sing: crack… crack… crack?

Farsesco

Passavo di cantina in cantina
le notti
tra le rosse strade di Scipione,
ieratico, sotto quei lampioni indifferenti,
poi che Roma non ha una mortalità decente.

voce:
e tu, dio, che invano guardavo negli occhi
attratto dai tuoi specchi inaccessibili
volgevi altrove i tuoi interessi divini,
come una donna accetta altri amori.

altra voce:
ma il tuo amore nessuno lo canta,
contro tutti e contro tutte
leverò le mie ossessioni
sarò… nella mia follia… un semi-serio!

Oggi è la festa della Saggezza:
ho letto tante volte i Cantici
e sono stato ucciso mille volte, come i Cesari!

Roma, maggio 1981

I spent my nights in wine taverns
down Scipio’s red street,
priest-like under those indifferent streetlights,
with Rome’s death rate still far from decent.

a voice:
and you god-into whosw eyes I stared in vain,
drawn to your mirrors just out pf my reach-
turned your godly interests elsewhere
as a woman might welcome other loves.

another voice:
but- no-one ever sings your love;
I’ll raise up my obsessions
against all men and women,
be half-serious in my madness!

Today we celebrate the Wise:
I’ve read the Canticles time and again
and like the Caesars I’ve been slain a thousand times!

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

Antonio Sagredo Poesie inedite

Quando sazio della lira sposo il gelo
in un sonno di calce sottoterra,
il sudario è una rivolta contro le mie ossa.

Sudario, è qui il punto circoscritto
– prima della vita c’è un’altra morte –
l’eredità s’è dipinta sulle labbra un testamento:
la possanza eretica di quel cardo suicida!

*

Non offrirò più istanze a un Dio estremo,
il ferrigno secolo è già morto sulla soglia.
È una fede che sopporto prima della mia rovina,
per te decreti il futuro e i rintocchi.

*

Quando giungerà il terribile natale di scintille e di tragedie
assetate i commensali con fiumare di acque feniche!
Gli zoccoli s’appestano in un silenzio di galoppo,
i sentieri hanno un volto equino come i quattro candelabri.
Leviteranno tumuli di anatemi in tumulti di calunnie,
ma noi brinderemo ai miti che hanno scavato un vuoto oblio!

*

Quella mia morte che io non vedrò mai esiliata,
affamata come una metafora geografica
griderà: sapete, l’infinito ha le ore contate!
Tutti i numeri crolleranno come antichi imperi!

*

Una volta lo spettro di noi stessi ci faceva vivi o disumani
perché un addio non fosse solo un incendio da domare,
e mi seduce il contagio che sopporta la rovina della carne,
– e più di tutte le sciocchezze temo il ferino oltraggio
e lo stupore che il coito sia meno di un prezioso, o vano istante!

*

Il mio Testamento fu ed è un Dedalo dove Pizie e Arpie
reclamano dagli Ordini la mia dissipazione, e il Canto
d’una parola che crocefissa manca un fine non spiegato
o assenta il Fondamento che la genera e la nega sussistente.

Di monili e armille il tuo sangue mi risuona allarmante
e la mente ci divide interdetti per i tuoi conforti, e mi è caro
il quadro di un atto che io non posso recitare dal Carmelo,
ma il tuo corpo sul capezzale è approntato per festini!

antonio sagredo teatro Abaco 1971 skomorochi

antonio sagredo teatro Abaco 1971 skomorochi

Wystan Hugh Auden (1907-1973)
versione libera di Antonio Sagredo

Funeral blues

Distruggete gli orologi
distruggete i telefoni
e ai cani date ossa perché stiano tranquilli,
che i pianoforti siano muti
e smorzate le note, scoprite la bara
e che entrino gli amici addolorati.

Che gli aerei scrivano tristi nei cieli
lui è morto,
sia ornato di crespo il bianco collo dei piccioni
cittadini e neri guanti abbiano i vigili.

Lui era i miei punti cardinali
i miei sei giorni lavoro
la mia pigrizia domenicale
le mie notti e i miei giorni alle dodici,
il mio cantare e parlare,
pensavo all’eternità dell’amore: che sbaglio!

Decapitate le stelle
offuscate il sole
incartate la luna
che gli oceani siano svuotati
distruggete le piante
ormai non c’è che il nulla!

(trad. Antonio Sagredo – Roma 7 novembre 2015)

Wystan Hugh Auden (1907-1973) 
Funeral blues

Stop all the clocks, cut off the telephone,
Prevent the dog from barking with a juicy bone,
Silence the pianos and with muffled drum
Bring out the coffin, let the mourners come

Let aeroplanes circle moaning overhead
Scribbling on the sky the message He Is Dead,
Put crêpe bows round the white necks of the public doves,
Let the traffic policemen wear black cotton gloves.

He was my North, my South, my East and West,
My working week and my Sunday rest,
My noon, my midnight, my talk, my song;
I thought that love would last for ever: I was wrong.

The stars are not wanted now: put out every one;
Pack up the moon and dismantle the sun;
Pour away the ocean and sweep up the wood.
For nothing now can ever come to any good.

Wystan Hugh Auden (1907-1973)
versione di Paolo Statuti

Blues funebre

Fermate tutti gli orologi, i telefoni staccate,
Un bell’osso per non abbaiare ai cani gettate,
Azzittite i pianoforti e coprite i tamburi,
Fate entrare la bara e gli amici coi volti scuri.

Gli aerei traccino un triste cerchio e sia scorto
In alto nel cielo il messaggio Egli è Morto,
Mettete il crespo sui colli dei piccioni nostrani,
E indossino guanti neri di cotone i vigili urbani.

Egli per me era i quattro punti cardinali,
La mia settimana di lavoro e i riposi domenicali,
Il mio meriggio, la mezzanotte, ciò che cantavo;
Io credevo che l’amore fosse per sempre: sbagliavo.

Spegnete tutti gli astri: nessuno ora sarà cercato;
Imballate la luna e il sole sia smontato;
Svuotate l’oceano e spazzate via il bosco,
Perché niente che sia buono ora io conosco.

(Versione di Paolo Statuti)

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Gennadij Nikolaevich Ajgi (1934-2006) POESIE SCELTE: L’ovario, Il cammino, Un acero nella periferia della città, La neve, Finestre su piazza Trubna in primavera, Da 28 variazioni su canti popolari ciuvasci e udmurti. Traduzione e Presentazione di Paolo Statuti (Inediti in italiano) con un Appunto di Giorgio Linguaglossa

Gennadij Ajgi anni Settanta

Gennadij Ajgi anni Settanta

da https://musashop.wordpress.com del 2 ottobre 2015

Appunto di Giorgio Linguaglossa

“La notte è il tempo migliore per credere nella luce” (Gennadij Ajgi)

 Sono particolarmente felice che l’intuizione di Steven Grieco (il quale aveva letto in russo e nella traduzione inglese la poesia di Gennadij Ajgi negli anni novanta), di tradurre e pubblicare in italiano la poesia del ciuvascio Gennadij Ajgi sia stata accolta da Paolo Statuti il quale ha tradotto questi inediti in italiano di un poeta di grande importanza per la storia del modernismo europeo, perché è indubbio che le radici della poesia di Gennadij Ajgi siano moderniste e affondano nell’humus della cultura poetica russa e sovietica. Così, anche in terra sovietica, si è manifestata la crisi della ragione come crisi del soggetto poetante. Gennadij Ajgi prende atto, in specie nelle poesie della maturità degli anni ottanta e novanta, della  crisi del punto di partenza che unifica la nostra concezione del mondo, quella crisi che determinerà la frammentazione del logos e della narrazione incentrata sul presupposto dell’io lirico. La ragione occidentale si muove verso la crisi, e Gennadij Aji ne prende atto e la racconta con i suoi mezzi espressivi. Entra in crisi il soggetto cartesiano del Cogito, la cui funzione, ricordiamolo, è di essere il fuori-questione di ogni domanda possibile in quanto è essa stessa, la crisi, ad essere non nominata in quanto fuori-questione del «soggetto». Ma il «soggetto» è in crisi in quanto la crisi costituisce il fuori-questione. Appunto questo determinerà l’approdo alla poesia popolare ciuvascia e udmurti di Gennadij Ajgi, come tentativo di aggrapparsi all’io lirico passando per il «noi» della poesia popolare. Ma saranno gli esiti ultimi di questa crisi a determinare il movimento della poesia di Gennadij Ajgi verso la rappresentanza del «noi» piuttosto che verso quella dell’«io».

Gennadij Ajgi con il figlio

Gennadij Ajgi con il figlio

 

Onto Giorgio Linguaglossa.blu

Giorgio linguaglossa

 

Presentazione di Paolo Statuti

     Gennadij Nikolaevič Ajgi, il poeta nazionale della Ciuvascia, nacque il 21 agosto 1934 nel villaggio di Šajmurzino nella Repubblica dei Ciuvasci. Trascorsa l’infanzia nella sua terra natale, è rimasto sempre legato alla cultura ancestrale e alla lingua ciuvascia. Fino al 1969 il suo cognome fu Lisin. Uno degli antenati del poeta pronunciava la parola “chajchi” (“quello”) senza la prima lettera, e così si formò il soprannome di famiglia “Ajgi”. Egli cominciò a scrivere poesie in ciuvascio e pubblicò i suoi primi versi nel 1949. Dal 1952 visse stabilmente a Mosca. Dal 1960 cominciò a scrivere poesie anche in russo, grazie soprattutto all’incoraggiamento di Boris Pasternak, da lui conosciuto anni prima e che diventò suo grande amico. Ma per la sua poesia innovativa Ajgi fu accusato di formalismo e dichiarato persona non grata nella sua Ciuvascia, i cui campi e boschi pervadono la sua creazione. Per dieci anni lavorò al Museo Majakovskij, ciò che gli permise di approfondire la sua conoscenza dell’avanguardia russa della prima parte del XX secolo. La moderna poesia francese (soprattutto Baudelaire) ebbe anch’essa su di lui un’influenza determinante, ma il suo personale panteon includeva anche Nietzsche, Kafka, Norwid, Kierkegaard e molti scrittori religiosi.

Nel 1972 vinse il premio dell’Académie Française per la sua antologia della poesia francese in ciuvascio. Durante gli anni di Brežnev visse in condizioni precarie, mantenendosi con i magri compensi per le traduzioni. Grazie alla perestrojka la sua vita cambiò radicalmente. Gli fu permesso di pubblicare in patria e fu riconosciuto come una figura chiave della neoavanguardia russa. Cominciò a essere tradotto in molte lingue e a partecipare a diversi festival e congressi internazionali di poesia. Visitò quattro volte la Gran Bretagna, sentendo una particolare affinità con la Scozia, dove fece un pellegrinaggio alla tomba di Robert Burns, e con Londra, la città del suo amato Dickens. Sei volumi delle sue poesie sono stati pubblicati in inglese.

Gennadij Nikolaevič Ajgi

Gennadij Nikolaevič Ajgi

Ajgi è rimasto una figura controversa. Scrivendo come tra il sonno e la veglia, egli creò una poesia piena di silenzi, che suggerisce visioni, ansietà e gioie, e che può essere diversamente interpretata. La sua poetica è pacata e semplice, rifiuta la ricchezza del lessico e la retorica di alcuni suoi contemporanei, inoltre è intensamente orale – il pubblico era affascinato dalla sua potente dizione. E’ il poeta del silenzio e della luce. Una delle sue raccolte porta una epigrafe attribuita a Platone: “La notte è il tempo migliore per credere nella luce”.

Tradusse in ciuvascio molta poesia russa, francese, ungherese e polacca e i sonetti danteschi, mentre le sue poesie sono state tradotte nella maggior parte delle lingue europee. Ha ricevuto diversi prestigiosi premi internazionali e nel 2000 è stato il primo a ricevere il Premio Boris Pasternak. Scrive Damiano Rebecchini: “Pur vicina alla lirica francese del Novecento, la poesia di Ajgi è profondamente radicata nella tradizione poetica russa, ispirandosi in particolare all’opera di Osip Mandel’štam e di Boris Pasternak. Caratterizzata da un intenso impressionismo lirico, essa accoglie spesso dalla natura suoni e suggestioni che generano un tessuto fonico e ritmico accentuato dal verso libero, e a volte si muove verso un originale sperimentalismo, in alcuni casi orientato a esplorare la dimensione del sogno”.

“Col passare degli anni è cambiata la mia definizione della poesia, – disse il poeta in una delle interviste. – Prima dicevo: è la gravità della parola, adesso dico: la poesia è il respiro e l’uomo è il respiro. Respiro e ispirazione provengono dalla stessa radice… La poesia è il respiro di Dio. Noi fioriamo / soltanto per un tocco / di un’altra forza benevola e pacata, – ricorda Ajgi, – e l’essenza della poesia è questo tocco… La poesia è eterna… Essa come la neve – esiste dappertutto. Si scioglie, di nuovo cade, ma essa…è. La poesia è la neve. La poesia essenzialmente non cambia. Essa si autocustodisce. Ciò che in essa passa – è un’altra faccenda. E in questo senso la poesia non ha né ieri, né oggi, né domani”.

In italiano alcune poesie di Ajgi sono incluse nelle raccolte Poesia russa contemporanea da Evtušenko a Brodskij, a cura di G. Buttafava (1967) e Antologia ciuvascia. I canti del popolo del Volga, a cura di A. Scarcia (1986). Gennadij Ajgi è morto a 71 anni il 21 febbraio 2006. Come di consueto pubblico qui alcune sue poesie nella mia versione.

 

Gennadij Nikolaevič Ajgi Poem

Gennadij Nikolaevič Ajgi Poem

Poesie di Gennadij Ajgi tradotte da Paolo Statuti

 L’ovario

(Dall’omonimo poema ciuvascio)

Ad R. A.
che io sia tra di voi
come polverosa moneta trovata
tra fruscianti banconote
in una lubrica tasca di seta:
potrebbe risonare a piena voce
ma non ha niente su cui battere

quando rombano i contrabbassi
e quando si rammenta
come nell’infanzia il vento fumava
di pioggia in un mattino autunnale –

che io sia
un’attaccapanni verticale
sul quale si possono
appendere non solo cappotti
ma si può appendere anche qualcosa
più pesante di un cappotto

e quando non crederò più in me stesso
che sia viva la memoria
per ridarmi la tenacia
per sentire di nuovo sul viso
la pressione dei muscoli degli occhi Continua a leggere

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Tadeusz Różewicz (1921-2014) UNA POESIA “Sono nessuno” dedicata a Ezra Pound, “Elpenore”, “Canto della gabbia” Presentazione e traduzione di Paolo Statuti con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Polonia assedio del Ghetto di Varsavia

Polonia assedio del Ghetto di Varsavia

Poeta, drammaturgo, novelliere e saggista, Tadeusz Różewicz – da qualcuno definito “specchio e sismografo della realtà contemporanea” – è senza dubbio il più illustre scrittore polacco della generazione cui la guerra tolse la prima giovinezza. E’ nato il 9 ottobre 1921 a Radomsko. Durante il periodo dell’occupazione si mantenne dando lezioni private e lavorando saltuariamente come operaio e corriere. Nel 1942 terminò la scuola clandestina per sottufficiali. Negli anni 1943-44 combatté nei reparti partigiani dell’Armata Nazionale.

Il primo volume di poesie, uscito nel 1947,  è intitolato non a caso Niepokój (Inquietudine, 1947). E’ l’inquietudine dell’uomo scampato allo sterminio, che lotta affinché le atroci esperienze che ha vissuto non si ripetano più. Ancora più incisive, da questo punto di vista, sono le due successive raccolte Czerwona rękawiczka (Il guanto rosso, 1948) e Pięć poematów (Cinque poemi, 1950). Il poeta penetra sempre più profondamente nelle questioni che lo travagliano, e sempre più faticosamente cerca la salvezza nell’osservazione dei mutamenti che avvengono nel suo paese. L’inquietudine morale continuerà a tormentare il poeta anche nei poemi Równina (La pianura, 1954) e Srebrny kłos (La spiga d’argento, 1955), nonché nel successivo volume Rozmowa z księciem (Colloquio con il principe, 1960). Il moralista non può permettere alla sua coscienza di quietarsi davanti a un mite quadretto della natura o in un pacifico idillio. Różewicz risveglia incessantemente le coscienze, perché la coscienza inquieta determina la ricerca della verità, e la ricerca della verità porta alla ricerca del bello. Różewicz è concreto e misurato. Cerca di cogliere l’essenza di un fatto, di un fenomeno, mette a fuoco ciò che vede e ne evidenzia gli elementi essenziali.

Negli anni ’50 lo scrittore, pur continuando ad esprimersi nella poesia, iniziò la sua attività di novelliere e di drammaturgo. Sono apparse così le sue raccolte di racconti Opadły liście z drzew (Sono cadute le foglie dagli alberi, 1955), Przerwany egzamin (L’esame interrotto, 1960), Wycieczka do muzeum (Gita al museo, 1966) e Śmierć w starych dekoracjach (Morte tra le vecchie scene, 1970). Caratteristica specifica delle novelle di Różewicz è l’ostinata ricerca dell’umanità in ogni frammento di vita. E’ una prosa incredibilmente condensata, dai molti sottotesti, che scava il realismo dalle vicissitudini umane. Lo scrittore diventa maestro di una nuova prosa, che si può definire realismo poetico. Spesso intreccia elementi occasionali, brandelli di conversazione, il balbettìo di un ubriaco, annunci, frammenti di trasmissioni radiofoniche e televisive, di giornali e di libri. Tutto gli serve come materiale da costruzione, tutto si amalgama nel crogiolo della sua arte.

polonia fucilazioneAltrettanto inquietante e originale come la poesia e la prosa, è la drammaturgia di Różewicz. Lo scrittore, giustamente definito un classico vivente, è sempre fedele a se stesso, alla sua visione del mondo, alle sue ossessioni e alla sua poetica. “Kartoteka” (Cartoteca, 1960), è il dramma di tanti uomini vissuti nel mondo della seconda metà del XX secolo, un mondo in cui lo scrittore scorge molti sintomi di caos e di crisi dei valori tradizionali.

Nei suoi drammi Różewicz è riuscito magistralmente a “spiare” lo stile di vita di certi gruppi sociali, il cui obiettivo è soltanto l’arricchimento e le cui aspirazioni sono esclusivamente di natura consumistica. Ad esempio in Akt przerywany (Atto interrotto, 1970), bersaglio dello scrittore diventa il livellamento, l’appiattimento dei costumi, che riguarda non solo la sfera dei problemi quotidiani, ma si imprime anche nella psiche dell’uomo contemporaneo, impoverendone la vita interiore.

Różewicz – drammaturgo ha creato una nuova forma teatrale, nella quale trovano posto la vita concreta, l’iperbole poetica, l’ironia e il grottesco. Il dramma Pułapka (La trappola, 1982), ritenuto da molti un capolavoro, è basato sulla figura di Franz Kafka. Vi si ritrovano fatti della vita di questo scrittore e alcuni echi dei suoi diari. Meditando su Kafka, Różewicz scrive anche di se stesso e un po’ anche di tutti noi, delle nostre paure, del destino dell’uomo – “animale immolato” del XX secolo, “intrappolato” dalla metafisica. La prima trappola di ogni essere umano è l’esistenza stessa. “Sono una trappola, il mio corpo è una trappola in cui sono caduto dopo la nascita”, dice Kafka nel dramma di Różewicz.

Scrive il drammaturgo: “Cosa mi lega al teatro? Al teatro mi lega il desiderio di scrivere un dramma veramente realistico e al tempo stesso poetico. Non è una cosa facile, perché non so in cosa si differenzi il teatro poetico da quello realistico. Considero tutta la mia creazione come un’incessante polemica con il teatro contemporaneo e con le recensioni teatrali.

Nel suo libro “Il teatro della comunità” il regista Kazimierz Braun scrive: “Dopo Wyspiański e Witkacy, dopo Gombrowicz e Mrożek, proprio Różewicz, a mio avviso, è il più autorevole drammaturgo del teatro polacco contemporaneo. Attualmente proprio lui traccia l’indirizzo delle ricerche più importanti”. E’ inutile dire che i drammi di Różewicz sono rappresentati sulle scene di tutto il mondo, inclusa  l’Italia.

Esecuzione di 56 civili polacchi a Bochnia durante l'occupazione della Germania nazista della Polonia; 18 December 1939

Esecuzione di 56 civili polacchi a Bochnia durante l’occupazione della Germania nazista della Polonia; 18 December 1939

“Tanti anni sono dovuti passare, prima di riuscire a capire che lo scrittore poeta non ha il diritto di disprezzare, ma ha soltanto il diritto di amare” – ha scritto Różewicz nel volume di saggi Przygotowanie do wieczoru autorskiego (Preparazione a una serata d’autore, 1971), e forse in questa affermazione  risiede la verità sull’evoluzione di questo scrittore, la cui creazione ha sempre reagito vivacemente sia alle grandi crisi politiche del nostro tempo, sia a tutti i fenomeni della sfera esistenziale, culturale, di costume, attraverso i quali un umanista del rango di Różewicz non può passare indifferente. Giustamente ha detto Konrad Górski che “non si diventa umanisti per caso. La passione del conoscere in un umanista nasce da un’esigenza istintiva, per capire il senso della vita, per scorgere il legame tra l’enigma del mondo e il destino morale dell’uomo”. Queste parole si adattano alla perfezione a tutta l’opera di Tadeusz Różewicz.

Da tanti anni mi occupo di letteratura polacca e conosco bene questo scrittore. Ma c’è una cosa che continua a stupirmi: che cioè non abbia ricevuto il Nobel per la Letteratura, al pari di Henryk Sienkiewicz (1905), Wladyslaw Reymont (1924), Czesław Miłosz (1980) e Wisława Szymborska 1996). In ogni caso ormai è troppo tardi, perché questa grande figura della letteratura polacca è scomparsa il 24 aprile del 2014.

Sono uscite in Italia le seguenti raccolte di poesie di Tadeusz Różewicz:
Colloquio con il principe (129 poesie), a cura di Carlo Verdiani, Mondadori 1964
Il guanto rosso e altre poesie (45 poesie), a cura di Carlo Verdiani e Pietro Marchesani. Scheiwiller 2003
Bassorilievo (26 poesie), a cura di Barbara Verdiani, Scheiwiller 2004
Le parole sgomente. Poesie 1947-2004 (52 poesie), a cura di Silvano De Fanti, Metauro 2007

Della raccolta di prossima uscita in italiano sono inserite 32 poesie di Różewicz, di cui 17 inedite, mentre 3 sono inserite nella raccolta del 1964 e non sono state più pubblicate. Malgrado Różewicz non sia un nome nuovo alla editoria italiana, egli continua a essere ancora troppo poco noto nel nostro paese. Devo arguire che sia rimasto “intrappolato” nelle anguste reti della slavistica italiana, che purtroppo non è esente da rivalità e gelosie. Mi auguro dunque che con una più oculata divulgazione, che lasci fuori eventualmente i santoni della slavistica nostrana, la mia raccolta di prossima pubblicazione con la EditLet contribuisca a dare a Tadeusz Różewicz quello che è di Tadeusz Różewicz.
                                                                                                         Paolo Statuti

Altre opere di Tadeusz Różewicz:
Poesia

“Czas, który idzie” (Il tempo che va, 1951)
“Wiersze i obrazy” (Versi e immagini, 1952)
“Nic w płaszczu Prospera” (Il nulla nel mantello di Prospero, 1962)
“Duszyczka” (Piccola anima, 1979)
“Płaskorzeźba” (Bassorilievo, 1991)
“Recycling” (Recycling, 1998)
“Nożyk profesora” (Il coltellino del professore, 2001)

Teatro

“Grupa Laokoona” (Il gruppo del Laocoonte, 1961)
“Śmieszny staruszek” (Il vecchietto ridicolo, 1965)
“Wyszedł z domu” (Se n’è andato di casa, 1965)
“Spaghetti i miecz” (Gli spaghetti e la spada, 1967)
“Przyrost naturalny” (Incremento demografico, 1968)
“Na czworakach” (Carponi, 1972)
„Białe małżeństwo” (Matrimonio bianco, 1974)
“Odejście Głodomora” (La partenza del morto di fame, 1976)
“Do piachu” (Morto e sepolto, 1979)

polonia occupazione tedesca

polonia occupazione tedesca

Commento di Giorgio Linguaglossa

 Tadeusz Różewicz (1921-2014)  nasce a Radomsko nel 1921 sulla linea ferroviaria Varsavia-Vienna, città all’epoca di 20.000 abitanti, città di provincia. Nel novembre del 1944 il fratello Janusz, capo partigiano, viene fucilato dai nazisti, evento che avrà grande influenza sulle scelte di poetica di Tadeusz. Nel 1947 esce Niepokój (Inquietudine) che viene accolto con giudizi lusinghieri dai maggiori poeti delle generazioni precedenti. Anche il secondo volume Czerwona rekawiczka (Il guanto rosso) viene accolta con giudizi lusinghieri e disparati a causa di un nuovo sistema di versificazione e una nuova tematizzazione dei temi della sua poesia. Różewicz  proviene dall’esperienza traumatica della seconda guerra mondiale e dall’orrore dei campi di concentramento, la sua poesia è un prodotto della catastrofe della cultura, una riflessione che ha al centro la domanda: Che cos’è l’uomo? Che cosa è diventato? Ci sarà un avvenire per l’uomo figlio dell’Occidente? – Różewicz si chiede se sia ancora possibile scrivere poesia dopo Auschwitz e dopo la dissoluzione delle “Forme”:

Queste forme un tempo così ben disposte
docili sempre pronte a ricevere
la morta materia poetica
spaventate dal fuoco e dall’odore del sangue
si sono spezzate e disperse

La risposta, in sede estetica, sarà la rivoluzione delle forme, l’adozione del verso libero e l’impiego di un polinomio frastico organizzato secondo i tempi e i modi della prosa. La poesia di Różewicz riporta il linguaggio poetico al grado zero della scrittura, elimina la differenza tra poesia e prosa, si prosasticizza, indossa i vestiti della povertà, assume un tono asseverativo, assertorio, sarcastico, dimesso, gnomico e colloquiale, mescola abilmente il parlato con il ready made, la citazione con la semplice proposizione del quotidiano, il dialogo con il soliloquio, gli enunciati frastici sono impiegati come frangiflutti della significazione, sono abilmente snodati e snodabili, ribaltabili e sovrapponibili grazie all’impiego di una pluralità di voci che intervengono nella composizione senza preavviso alcuno, ma inserendo gli enunciati liberamente, svincolati da ogni schema preordinato. Il risultato estetico è una prosodia sorprendentemente ricca, frastagliata e vissuta, ritmicamente snodabile, capace di aderire alle tematiche più diverse come un vestito che sembra, volta a volta, tagliato su misura. Una poesia che ricorda certe composizioni cubiste, che integra le suggestioni del costruttivismo e del surrealismo, ma di un surrealismo passato al vaglio della sua severità polacca. Scrive Silvano De Fanti: «Il registro stilistico viene dunque improntato a una decisa propensione per la metonimia, sostenuta dalla giustapposizione di elementi dissimili o incongrui che offrano nuove possibilità semantiche svelando ciò che sta oltre la parola, lontano dalle associazioni tradizionali, e corredata da insistenti elencazioni, coordinate per paratassi o per asindeto, tendenti a manifestare i frammenti circostanti che ricreano il caos del mondo dopo la distruzione. Stava soprattutto qui la precoce rottura con la poetica dell’Avanguardia; stava altresì nell’uso ben più largo del lessico quotidiano e nella ‘debanalizzazione’ del banale, inteso come tutto ciò che rivela le verità ‘ordinarie’, ovvero il parlare diretto, la parola concreta, la naturalezza, il senso comune: “dopo una breve escursione nella terra dove regnavano e regnano il ‘senso poetico’ e la ‘bellezza’, faccio ritorno al mio ‘immondezzaio'” (…) La “morte della poesia” così spesso proclamata da Różewicz – metafora paradossale, ché in realtà portò il poeta a generare una nuova poesia – stava proprio nella consapevolezza della mancanza di una lingua che fosse in grado di esprimere l’esperienza, e che… lo spinse a penetrare e a rivoltare dall’interno quella stessa lingua. L’uomo di Niepokój è sopravvissuto alla catastrofe da lui stesso provocata»*

È la misura e la precisione del dettato poetico che farà di Różewicz il progenitore della poesia polacca moderna. Un grande poeta modernista che ha saputo formulare nella nuova sintassi del modernismo le domande più inquietanti e scomode del nostro tempo. È la scoperta più sconvolgente di Różewicz quella di interrogare l’uomo senza qualità che è sortito fuori dalla seconda guerra mondiale: l’uomo è diventato quella cosa senza identità dei nostri giorni:

Sono nessuno
the dogs leap on Actaeon
Fu condotto
al luogo di pena
il 24 maggio 1945
alle ore quindici
Ich bin Niemand
Mein Name ist Niemand
lo riconobbi dagli occhiali
e dai peli sulla faccia
aveva allora 60 anni
portava una rozza uniforme
scarponi militari
cintura e lacci
si toglievano alle persone
rinchiuse in gabbia…

polonia-bombardamenti

polonia-bombardamenti

Nella poesia di Różewicz si entra subito dentro una stanza, dentro una situazione, dentro un personaggio. È il primo poeta del nuovo modernismo europeo che utilizza il discorso letteralizzato (facilitato in ciò dalla sua lunga esperienza di scrittore di drammi), di qui l’impiego continuo di dialoghi, di inserzioni di parlato, di ready made, di enunciati di cronaca, di divagazioni improvvise e apparentemente slegate del filo conduttore del discorso. Ma Różewicz fa anche uso del discorso indiretto, del correlativo oggettivo del correlativo soggettivo (cioè lo spostamento del soggetto, lo spaesamento e la dislocazione del soggetto). Różewicz fa uso della sapienza antica e antichissima dei saggi cinesi, di Lao Tzu quando questi scrive: «La via è vuota, ma usandola, non si riempie». C’è qui l’esperienza della negazione e dell’affermazione, l’una accanto all’altra. L’esperienza del vuoto e del pieno, del vero e del falso. Gli opposti non si elidono ma si potenziano. In tal modo, la poesia rafforza alla ennesima potenza la carica semantica del proprio linguaggio, nega e afferma allo stesso tempo la medesima cosa. Voi direte, ma come è possibile? Come è possibile dire con il discorso poetico una cosa e, immediatamente dopo, negarla? C’è qui un esercizio di doppiezza, forse? – No, qui è in azione il pensiero poetico che dispone della sua autorità, che tratta tutto ciò che tratta con la sovranità che è riservata ad un sovrano assoluto. Soltanto la poesia ha questo attributo, di dire e di fare ciò che crede. Al contrario del romanzo il quale invece non può permettersi tanta e tale libertà, se non altro perché un cambio di marcia deve essere spiegato e accompagnato da una preparazione narrativa. In poesia, invece, non c’è bisogno di tutto ciò, la poesia è libera di fare i salti mortali che vuole, se lo desidera. La poesia di Różewicz fa proprio questo principio compositivo (che è anche un principio epistemologico, di poetica), entra subito dentro le situazioni e le illumina dall’interno con la lampada di Diogene di una nuova visione del fare poesia e di come leggere il mondo.

[Le altre opere poetiche del poeta polacco sono: Czerwona rękawiczka (Il guanto rosso, 1948) e Pięć poematów (Cinque poemi, 1950). Równina (La pianura, 1954) e Srebrny kłos (La spiga d’argento, 1955), e Rozmowa z księciem(Colloquio con il principe, 1960). Seguiranno Superstite, degli anni sessanta Correzione di bozze, degli anni ottanta, Una poesia degli anni novanta, e degli anni duemila: Perché scrivo?. Nel 2007, è uscita in Italia, grazie all’impegno e alla cura di Silvano De Fanti, un’antologia della sua vasta produzione, dal titolo Le parole sgomente. Poesie 1947–2004 (Metauro)].

Różewicz apprezzava l’opera pittorica di Burri, apprezzava l’informale materico di Burri il quale creava con il materiale bruto «immondezzai organizzati»:

affamato nel campo di lavoro
componeva con i rifiuti
il mondo nuovo
tra le morti e i rifiuti
creò la bellezza
diede prova di una nuova interezza.

 Tadeusz Różewicz 1979

Tadeusz Różewicz
1979

Anche per il poeta polacco i rifiuti e i letamai sono diventati illustrazione e simbolo della crisi della cultura nella seconda metà del XX secolo:

vicino al mio cuore
l’immondezzaio metropolitano
il poeta degli immondezzai è vicino alla verità
più del poeta delle nuvole
gli immondezzai pieni di vita
di sorprese.

Różewicz si rende conto che l’arte si trova in un momento di passaggio, lo fa con la consueta sfumatura ironica:

Un’epoca si sta concludendo
inizia
un’epoca nuova e a volte gli artisti si sentono
in dovere
di creare un’opera degna
dei nostri grandi straordinari
tempi
invece pian piano vediamo
che un’epoca si è conclusa
un’altra è iniziata
alcuni se ne sono accorti
altri no

Altri ancora «sono appesi immobili ormai quasi belli», già classicizzati seppur giovani (Afro, Spazzapan, Music, Consagra, Corpora) Uno dei segnali più inquietanti del trapasso da un’epoca all’altra? Nel 1957 il poeta aveva visto a Parigi «l’albero realistico» di Mondrian che «si faceva astratto / moriva e partoriva / una proposta nuova». Ora, solo cinque anni dopo, in America la scimpanzè Betsy dipinge quadri tachistes e ne ha venduto uno per 350.000 franchi… «Das Spiel mit den Möglichkeiten»: l’espressione artistica di oggi – inizio anni ’60 – tende a essere un gioco delle possibilità, un gioco – sembra questo il giudizio di Rozewicz – di cui l’artista cerca ancora di stabilire delle regole. L’unica vera consapevolezza pare essere un diverso atteggiamento etico: non più “partecipante”, ma “testimone”. E la parte conclusiva del poema, intitolato “Diritti e doveri” e anch’essa ricca di topoi intertestuali iconografici, sembra esserne l’esemplificazione poetica attraverso la parafrasi dei primi versi del poema di W.H. Auden “Musée des Beaux Arts”, che a sua volta descrive il dipinto di Brueghel “La caduta di Icaro”. Un tempo, nel vedere Icaro in caduta, il poeta avrebbe gridato a tutti gli astanti di guardare, di assistere al dramma del figlio del sogno in atto di precipitare:

ma adesso adesso non so
so che l’aratore deve arare la terra
il pastore custodire le greggi
l’avventura di Icaro non è la loro avventura
deve andare a finire così
E non c’è nulla di
sconvolgente nel fatto
che la bella nave continui a navigare
versi il porto stabilito.

È il tema della fine della poesia che ritorna in modo ossessivo nella poesia di Różewicz. In Et in Arcadia Ego (1950) scrive:

il musicante ha chiuso il violino
nella custodia
si è seduto al tavolino
i camerieri ripiegano le tovaglie
le vele

La festa è finita. I camerieri se ne vanno, ripiegano le tovaglie…

Siamo alla fine di un’epoca
il musicista scompare così com’è scomparso il poeta…

È questa profonda consapevolezza che fa la grandezza della poesia di Różewicz. Pochi poeti del Novecento hanno avuto così netta la percezione della fine di una civiltà e della sua arte più sublime, la poesia, quanto il poeta polacco.

Polen, Halbkettenfahrzeuge

Polen, Halbkettenfahrzeuge

Tadeusz Różewicz

Sono nessuno

the dogs leap on Actaeon

Fu condotto
al luogo di pena
il 24 maggio 1945
alle ore quindici

Ich bin Niemand
Mein Name ist Niemand

lo riconobbi dagli occhiali
e dalla barba
aveva allora 60 anni

portava una rozza uniforme
scarponi militari

cintura e lacci
si toglievano alle persone
messe in gabbia

nei giorni afosi
girava in mutande
verdi-oliva e maglietta

le sbarre della gabbia furono rinforzate

diceva che dalla pazzia
l’aveva salvato un’antologia di liriche
che aveva trovato nella latrina

that from the gates of death,
that from the gates of death:
Whitman or Lovelace found
on the jo – house seat at that
in cheap edition!

Whitman liked oysters

stringo alleanza con te
Walt Whitman

Ti ho detestato
abbastanza a lungo
vengo da Te
come bambino adulto
che aveva un caparbio
padre

sono Nessuno
conoscete Nessuno?

il poeta è un animale
immerso nel mondo
per questo è così insicuro
di fronte al mondo

und schritt im Käfig
auf und ab
ohne einen Blick
nach draussen zu werfen

poi lo misero
nel recinto degli animali

calcò sull’erba
un sentiero circolare
che non conduceva
all’abbeveratoio

la danza dell’intelletto
tra le parole

tadeusz rozevicz

tadeusz rozevicz

trovò il manico
di una vecchia scopa
il manico si trasformò
nelle sue mani
in una spada
una racchetta da tennis
una stecca da biliardo
un bastone da passeggio

Interrogatorio
nel tribunale di stato
del distretto di Columbia
13 febbraio 1946

Il signor Pound è qui
Voglia alzarsi e mostrarsi
Alla corte
Grazie

– Qualcuno conosce il signor Pound?
– Io lo conosco
– La poesia che lei ha letto era buona?
– Penso che quello che ho letto fosse in regola
– Il fatto che avesse mania di grandezza
e una buona opinione di sé
è una cosa singolare anormale?
– Non nel caso di un poeta
– Ed egli è uno dei poeti
più illustri
– Sì
– Capisce egli di aver commesso un tradimento?
– L’accusato ritiene di possedere la chiave
della pace mondiale
tramite la comprensione e la spiegazione di Confucio
– Soffre di psicosi?
– Sì. Penso che soffra di mania di grandezza
e di mania di persecuzione…
Entrambe tipiche degli stati
paranoici

Dalla cella della morte
fu trasferito
alla “Gorillakäfig”

il poeta è un animale
immerso nel mondo
per questo è così insicuro
di fronte al mondo

the dogs leap on Actaeon
stava nella gabbia
per gli animali feroci
di giorno
accovacciato in un angolo della gabbia
di notte
nella luce dei riflettori

i guardiani tacevano

a volte un soldato passando
si fermava
osservava lo strano esemplare
poeta animale traditore
“padre della letteratura contemporanea”

gettava nella gabbia
sigarette cioccolata frutta
andava oltre
il vecchio bofonchiava
Usura usura usura
Rothschild Roosewelt Morgenthau
Usura usura usura
approvava le stragi hitleriane
il miglior fabbro

Ich bin Niemand
mein Name ist Niemand

the dogs leap on Actaeon

l’amore per il prossimo lo praticavano Quelli
che respinsero la lettera della legge

sempre commettevo soltanto errori
le parole per me hanno perso il loro significato
risvegliato
mi stupisco

Tadeusz Różewicz

Tadeusz Różewicz

Elpenore come hai raggiunto questa buia riva?
Sei venuto a piedi? Precedendo i Naviganti?
Ed egli in risposta:
La triste sorte e molto vino. Dormivo nel focolare di Circe…
Uomo senza fortuna e senza nome.

CANTO DELLA GABBIA

Chi può Kto może
non vuo’ nie chce
Chi vuo’ Kto chce
non può nie może
Chi sa Kto wie
non fa nie czyni
Chi fa Kto czyni
non sa fare nie umie
e così la vita se ne va!

(Versione di Paolo Statuti)

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: Il principe-albero e Gocce di fantasia (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo L’albero che era un principe (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).

   Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.

   Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.

   A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica in particolare le sue traduzioni di poesia polacca e russa. Recentemente sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie di: Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska e sono in corso di stampa: K.I. Gałczyński, Anna Kamieńska e Anna Świrszczyńska e Tadeusz Rozewicz.

   Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

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