Archivi del giorno: 30 novembre 2015

Monia Gaita POESIE SCELTE da “Madre terra” “Dal niente”, “Mio padre” “Mi mancherà”, “In questa terra”, “Sono lontana”, ” Io straripai”, “Io non so come accadde”  (Passigli, 2015) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

foto Brigitte Bardot foto anni sessanta

Brigitte Bardot foto anni sessanta

Monia Gaita è nata a Imola (BO) il 7-11- 71 ma vive da sempre a Montefredane, paese d’origine in provincia di Avellino. Tra le sue pubblicazioni: Rimandi, Ferroluna, Chiave di volta, Puntasecca, Falsomagro, Moniaspina e Madre terra. Giornalista e critico letterario, organizza eventi culturali nella sua Irpinia, tra i quali Primavera in reading. Promuove con la Pro Loco di Montefredane il Premio di Poesia e Giornalismo “Giuseppe Pisano”. Collabora a Gradiva, rivista italo-americana di poesia fondata da Luigi Fontanella. E’ presente in numerose antologie e la sua scrittura si connota per un uso libero della lingua che punta a coniugare lessemi ricercati e parole attinte al quotidiano in  felice e originale mescidanza.

foto nudo di salle

nudo di spalle davanti allo specchio

Commento di Giorgio Linguaglossa

Direi che l’abito linguistico di Monia Gaita è fin troppo adiacente e speculare all’«io» di cui questa poesia è ricca come una folta vegetazione equatoriale. La poesia è vista come espressione di una femminile confessione di verità laica. E qui sta il punto critico della poesia della Gaita. In generale, possiamo affermare che la poesia è una maschera che rivela la propria identità più fedelmente di quanto non possa fare un abito stretto alla vita. La poesia ama indossare maschere e trucchi posticci, e réclame, e luci psichedeliche, prossimità ed adiacenze (come ci dice sempre Adam Vaccaro). Forse è qui il limite di fondo di questa poesia, che non stacca il volo verso la meta-poesia quando dovrebbe. La poesia della Gaita si dirige, forse con un eccesso di timidezza, verso la dimensione del discorso poetico sentimentale, evita di abbassare i toni e il registro linguistico, forse per un gesto riduttivo o di misura. Non che non ci sia un registro stilistico composito: alcuni sintagmi di matrice culta e  antica («La luce si espanse», «un eschimo di stelle», «estuò», ) si  alternano con dizioni proprie della lirica primo novecentesca («E nel poligono di viole (…) rivive il cuore»); altrove ci sono incipit alla Pavese («la morte, pensavo, / non ci ha diviso»); c’è una ostensione del discorso lirico che l’autrice spezza con interruzioni e stacchi bianchi. Ma l’appunto inevitabile che ne consegue è che qui che la «poesia lirica» di Gaita accusa un, come dire, arretramento ad un, direi  equivoco e controverso, concetto di poesia inteso come lirica «antica».  C’è un sentimento antico in questa poesia di Monia Gaita, che vuole essere fedele alla tradizione lirica della poesia femminile recente di cui si intuiscono i nomi (Antonella Anedda, Silvia Bre, Mariangela Gualtieri etc.) in un mondo che si è, purtroppo, o per ventura, sliricizzato e volgarizzato e ridotto in frantumi. Ecco come la Gaita tratta l’anima bella della poesia:

Tiziana
il tuo dolore è un campo coltivato,
sopra non vi maturano i frutti
e il vuoto congiunge il proprio centro
sui secondi

Un’acquerugiola di niente
si riproduce per metastasi
sul cuore

Con un sentimento del tempo più vicino al cuore che alla ragione, la poesia della Gaita procede sovente in modo «sentimentale» («Scrivere / e rompere l’involucro d’uguale / alle giornate»), con le scarpe strette della lirica in un mondo che non sa più che farsene di essa. In questa inconseguenzialità vive questa poesia, tra una «metastasi» e «un farmaco di pace». Si avverte l’attesa estatica di una epifania. L’«io» resta in attesa, sospeso, in bilico «con i morti e con i vivi», tra le due dimensioni, sta come in attesa e ruota attorno a se stesso.

Monia Gaita volto

Monia Gaita

 Monia Gaita, Poesie

Dal niente

Scrivere
e rompere l’involucro d’uguale
alle giornate,

trovare una parola,
guardarla aprirsi un varco
nel fascio di una frase

ed intonarla nell’insieme
come cornice al quadro.

Non so da dove sgorghi

se dall’intimità di viscere
del cielo

o dove il polso della Terra
s’interpone
tra l’ossigeno
e la sete.

Tutti i millenni la cavalcano:

ne serrano il respiro
raspando nell’indugio

che dal poroso giglio di un’insegna
un raggio affiori

e cali a piombo nelle vene
dal niente

una misura.

.
Mi mancherà

Ho pensato
a tutte le morti che sono state,
a quelle che sono,
a quelle che saranno,

a quell’enorme portone spalancato
che accoglierà i viventi
senza sprecar parole.

Rotto ogni patto con il mondo,
calpesteremo un altro pavimento
e abbracceremo i fari della pace

prosciolti dalla colpa,
illesi dall’infermo.

Ma fin dal principio
di quella nuova storia di perfetto,

mi mancherà
quel ponte indocile
lasciato alle mie spalle,

l’amore dai disastri irreparabili,
l’inutile richiesta d’un perché

che spiuma
in gridi appesi e intirizziti,

dentro l’acqua.

Monia Gaita 2

Monia Gaita

Mio padre

Mio padre
comprime parassiti,

converte in dolce
l’acre delle piante,
coniuga i suoi pensieri
alle lumache.

Consacra al cielo
il giallo delle prugne,
congrega moli mortuarie
ai calabroni,

disèreda malerbe
e crescite di stento

dal suo campo.

E a sera,
prima che il buio divori la ragione,

cala una particella di purezza
in fondo agli occhi,

goccia di fedeltà,
disputa di fatica
ad una svolta,

senso abitato e aperto
lungo il caos.
In questa terra Alla Calabria e al mio amico
Domenico Cara

Il mare ha scaglie bianche
sotto lo schematismo fisso
delle rocce

dove schiarisce
la fronte d’un mistero
senza tempo.

Il sole,
coi denti a sciabola,
si scinde in più correnti,

scioglie la comitiva delle nuvole,
scola sul collo di bottiglia
d’una palma.

Compare e scompare una nave
all’orizzonte
mentre sconfino

nei pascoli a matita
delle forme.

In questa terra
l’insonnia è antica
al fuoco della notte,

nel debito cresciuto a dismisura
dentro i sassi,
disposti in fila e a dune

dopo me.
Monia Gaita Madre-terra-100x160

monia-gaita 3

monia gaita foto di Rino Bianchi tutti i diritti riservati

Sono lontana

Ho provato a cercarti
mio Dio
e ho creduto di vederti
dove l’argine d’un fiore
alla furia delle acque
diviene opuscolo di remi

per risalire
all’origine dei cieli,
a quell’orlo di tetto,
orma profonda e prima,
da cui siamo caduti.

Ma la conca d’oro
dal pendolo che oscilla
si è spezzata
e crescono le ortiche adesso
al tentativo.

Sono lontana
dalla sostanza ossea del tuo dire
mentre rimargino
ferite e disinneschi
al poco avere.

Sei nell’insegna provvisoria
di questo vento che m’assedia.

Sei la pupilla d’irrisolto
che dilata,

la tavola di ombre
che s’allunga
nella sera.

Monia Gaita 2

monia gaita foto Rino Bianchi tutti i diritti riserfvati

Io straripai

Io straripai nel tuo letto stellato

dove anche il variare più innocuo
sapeva di fine, di trauma,
di piaga.

Io contai la tua solitudine:

erano fionde e collane incostanti
che traboccavano
da una trapunta di anni.

E qualche tralcio d’edera
ancora piove arcobaleni
sulla mano.

Con lingua spedita
mi parla di te
e si attorciglia ai miei mattini.
Li sferza una voragine di brame.

Quanto t’ho amato in silenzio!
Quanto spergiuro di tempo
ritolto dal legno…

E quanti inutili calici ti porsi!

Tutto inghiottito nel nulla,
in un grumo,
in un tonfo.

Io non so come accadde

Io non so come accadde,
semplicemente accadde
che congiungesti la tua
alla mia riva,

un brivido, un ringhio
dentro il fermaglio d’un secondo.

Io non so come accadde,
una sera come tante
che la tua voce
si fece compatibile alla mia,

compilò un codice di fiamme,
di salice, di sangue.

Io non so come entrasti
nel mio intreccio complesso di nodi.

Io non so come tu,
intruso, genuflesso,
componesti il dissidio,

ubriaco fradicio di me
fino alle ossa.

E adesso temo che crolli
il muro di noi due,
che frani la cima,

che il fremito di mare del tuo fondo
la traccia divori

nella crepa.

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