POESIE SCELTE di ENIS BATUR  a cura di Marisa Papa Ruggiero Traduzione di Işıl Saatçioğlu

Istanbul

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 Enis Batur, (Esckisehir, in Anatolia, 1952)  è considerato il maggior poeta turco nell’attuale panorama letterario medio-orientale. Ha studiato a Istanbul, ad Ankara, a Parigi. Ha ricevuto, fin dagli anni trascorsi al Liceo francese di Saint – Joseph di Istanbul, una educazione improntata sulla cultura europea; e dal 1970 si stabilisce a Parigi dove si laurea in Lettere nel 1974 soggiornandovi  a lungo. Ha soggiornato, negli anni successivi, anche a Napoli, Roma, Ankara, Esckisehir.  A Roma è stato invitato, insieme a ad altri autori italiani e stranieri da Maria Luisa Spaziani a far parte della “Cattedra di Poesia” da lei fondata. Dal 1999 al 2003 ha insegnato alla Université Francophone de Galatasaray a Istanbul.

Animatore culturale, scrittore di saggi, di cinema, di musica, dà vita ad alcune riviste di Arte e di Letteratura e ben presto  assume la direzione della prestigiosa rivista Sanat Dunyamiz. Diviene, tra l’altro, direttore editoriale della importante casa editrice turca Remzi Kitabevi a Istanbul. Dal 1992 al 2004 ha diretto la Yapi Kredi, sempre a Istanbul, e ha curato la pubblicazione di Proust, Sartre, Celine, Derrida, Focault, Barthes.

Ampia la sua produzione poetica, narrativa, saggistica, il cui successo di critica e di pubblico è pieno e immediato nonostante la sua apertura verso la cultura occidentale. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue: italiano, persiano, arabo, inglese, tedesco, francese e rumeno. La traduzione in lingua italiana della maggior parte dei suoi lavori è stata curata da Işıl Saatçioğlu, studiosa di letteratura e valente saggista. Tra i suoi critici: Dogan Hizlan, Melih Cevdet Anday.

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La sua opera, in lingua turca, contiene un centinaio di titoli, per la maggior parte testi di poesia. Eros ve Hgades e Una solitudine medievale risalgono al 1973; seguono: Libro intermedio, Vangelo secondo Satana, 1979; Serbatoio (Sarnic, 1985); Lucerna (1981); Divan grigio (poema ottomano, 1990) Prove di coma; Cosa fatata (Perisey): una raccolta di liriche composte dal 1985 al 1992, premiata dal prestigioso Sureye Odulu e recensito da Hizlan. Seguono: Scritti e sigilli, (Yazilar ve Tugralar) Fondazione Piazzolla, Roma, 1992 che raccoglie la sua opera poetica dal 1973 al 1987; il poema: Le sarcophage des pleureuses, pubblicato con la casa editrice francese Fata Morgana, (2000); Imago mundi a cura di Işıl Saatçioğlu e recensito da Maio Luzi, edito da Garzanti, Milano, 1994. Ha inoltre pubblicato i poemetti: Talismano e tragedia; Route serpentine (Artes Sud); Penceler (Artigli). In prosa: Seme di cocomero; i romanzi: La pomme e Conoscenza amaro (Artes Sud, 2004); Diario di Saint Nazaire (Meet 2001). Tra i saggi: Mio labirinto-biblioteca (Blu Rotondo, 2006); Questa matita è un camaleonte, 1988; Poesia e ideologia: uno studio sulle letterature europee, (1979).

Enis Batur è il poeta turco vivente che ha maggiormente contribuito a recare una innovativa impronta occidentalizzante alla poesia turca contemporanea, imprimendo un decisivo “sigillo d’identità” alle nuove generazioni del suo paese; un paese costituito, come è noto, da molteplici forze eterogenee data la compresenza di diverse etnie linguistiche, ideologiche, religiose talora in forte contrapposizione tra loro: da quelle liberali e moderatamente progressiste aperte all’Occidente europeo, a quelle ancorate a resistenze integraliste.

L’intensa attività letteraria di Enis Batur introduce nuove tonalità foniche ed espressive  riuscendo a conciliare senza forzature modernità e mito, suggestioni e risonanze del leggendario mondo medio-orientale delle origini con le più avanzate ricerche formali sul linguaggio: l’introduzione di sapienti filtri linguistici nella struttura  frastica, la scansione ritmica del verso, la centralità, tutta occidentale dell’io, la sua coscienza esistenziale e simbolica che da Dante va perpetuandosi fino a Pound e oltre.

enis batur 5Le scelte artistiche di Batur fin dagli inizi degli anni Ottanta appaiono, dunque, ben delineate sulla base di una ricerca sperimentale sulla materia linguistica con l’introduzione di dissonanze  espressive e foniche, di  “cortocircuiti” interni al gioco verbale al fine di piegarne la struttura oltre il referente specifico, senza tuttavia violarne la peculiarità semantica originaria. Spazialità, simbolismo, colore, sono i cardini di questa scrittura che visualizza la complessità di ruoli archetipici dell’ “intellettuale-vate” e del “monaco-errante” sintetizzati nelle espressioni: “mesih-aydin” e “kasis-sair” che traspaiono nella tensione frastica del testo.

Il poeta, secondo la visione baturiana, non può non avvertire la responsabilità di arricchire la poesia dell’apporto vitale di tutti i suoi rami, di farne fluire la linfa nel grande “tronco-serbatoio” del corpus poetico, ponendo in rilievo la simbologia del doppio  attraverso l’immagine ricorrente del “grande uccello” (che abbraccia nel volo i due orizzonti che spaziano da Levante a Ponente) nel quale il poeta, alla ricerca costante di un equilibrio attraverso la poesia, s’identifica.

Batur è il poeta dell’io sdoppiato, dei tanti io disseminati in innumerevoli altri come tanti se stesso fino ad esaurire quasi se stesso nello scambio: (…) Un continuo viaggio in cui vado fuori di me, ovvero un viaggio verso il mio vero io. Un viaggio-processo in cui egli vive problematicamente fino in fondo la propria condizione metamorfica. Nel Sarcofago delle donne che piangono, sembra approdare a un finale congiungimento con l’altro da sé nell’unità dell’io.

(Marisa Papa Ruggiero)

Istanbul di notte

Istanbul di notte

da Serbatoio

.
Papiro, inchiostro, piuma d’oca.
Dalla mia radice sorge un boato verso la vetta
verso il nucleo di un evo scuro,
apro dinanzi a me un atlante: di scala infinita,
che copre la terra, i cieli e oltre i cieli,
un atlante per monte e vallata, mar interno, alto mare, mar morto,
un atlante per il mio volto derviscio vagante per monti e valli,
per la mia voce di vate, il mio sguardo di monaco errante.
Flaneur, wanderer, santo vagabondo
Immerso in invincibili stupori: dov’è il mio nido,
dov’è il muto monumento di deserto eretto da me
al signore-padrone che ho ucciso, dove sono i bambini
che di notte partorisco senza fine: d’improvviso calo su di me
come un incubo, come fossi un acquazzone
non invocato:
seppur trabocco e faccio traboccare
trascorro dappertutto.

.
*

Mio sosia, mio simile, mio specchio: crolla
l’era e nel vento, che turbina le pagine
di tutti i calendari verso il vuoto, si mescolano i giorni e le notti.
Si fermano gli orologi
e non riusciamo più a fissare
sulle facce contrastanti delle lancette
quel sottile equilibrio.
E una vite non combacia ormai
nel giro che la spana, un verbo
mi si aggira sulla punta della lingua e
un imponente uccello,
veloce, muto e acuto
dispone al volo le ali dentro me,
e dal limitare di un volo senza ritorno,
guarda in lontananza, con pena e un po’ d’orgoglio,
l’infinita aritmetica
degli orizzonti che seguono all’orizzonte,
e come saettando da un arco
senza aprire le ali
si allontana dalla gravità,
con l’invisibile forza della sua sorgente invisibile.

enis batur

enis batur

 

 

 

 

 

 

 

 

Imago mundi

Ecco, leggo sul mio corpo le impronte
pian piano: il tatuaggio irato sulla spalla sinistra
è del secolo in cui erravo in una nave genovese,
mercante ambulante. Più giù, sulla coscia
l’ombra del pugnale. Le macchie che talvolta trascorrono
sul mio indecifrabile viso sono ricordo
di una malaria indiana. I miei occhi?
I miei occhi sono senza luce, sono senza storia:
pietrificati a Pompei dallo sgomento, cavati a Ninive
da una statua di gatto in oro massiccio,
forse caduti da un affresco,
sono due valori vani,
volati via forse con le loro espressioni complesse
da un’icona il cui volto
il tempo in fretta rode.

enis batur

enis batur

da Fumo

Si sono aggirate dentro i miei sogni d’argento
di notte in notte
le donne tartare dalle grandi mammelle
e un cavallo schiuma,
ha battuto le grondaie la pioggia,
sui tetti di lamiera
sulla scaletta di un accordo
si è arrampicato su e giù
il pianoforte senza sosta,
era settembre
oppure fra settembre e ottobre
un mese in cui nessuno ha conosciuto nessuno?
fumo di sigaretta in una stanza e silenzio,
ci eravamo riuniti Vladimir, Sergei e io,
quanto era privo di senso suicidarsi,
non suicidarsi.
Ho girato dentro un sonno d’argento
dietro alle selvagge cavalle bianche,
sono passato velocemente davanti alle mie fasce
e alla mia pietra,
ho visto: in una stanza incendiati tutti
si erano riuniti
il Tempo che avevo trafitto, il fumo di sigaretta,
il proiettile uscito dalla canna
– mi sono svegliato,
mentre stavo per fermare: due treni in me scontrati.

.
(traduzione di Işıl Saatçioğlu, in Scritti e Sigilli
Vladimir e Sergej sono i nomi, rispettivamente, dei poeti Maiakovskij e Esenin).

*

Guardava i gabbiani di continuo.
Non capiva: perché nel vuoto
innalzandosi uno, uno discendendo
trascorrevano il loro tempo
alla ricerca di un equilibrio
che di nuovo si sarebbe spezzato.
Un suo amico pensava alle cose da fare
credeva a ciò che pensavano
di nuovo pensava “forse di continuo
devono mettere alla prova le ali”
aveva detto, e di nuovo cercava
alla domanda che lui stesso aveva posto
tutte le repliche adatte: pensare alle cose da fare
senza dar retta ai loro pensieri
era rivoltarle come un guanto.
Anche i gabbiani facevano così, d’altronde:
s’innalzava uno, planava un altro,
cercavano per un precario equilibrio il punto d’oro.

.
[la serie: Pençeler (Artigli), raccoglie 25 poesie]

enis batur

enis batur

Sul Finire dell’Anno degli Aztechi
(…)
Io sono andato alla fine del buio.
Lì ho gridato quando erano mute le finestre
e le porte chiuse a chiavistello:
è ritornata l’eco e mi ha colpito
sul volto: se sono affondato, sedimento, nel mio fondo
non mi agiti più nessuno.

La silloge Perisey raccoglie liriche costruite con sensibilità scenica come in una ideale stanza, ritrae momenti di vita colti nell’immediatezza di esperienze relazionali.

.
da Fugue, IV scena

(…)

“L’avrei dovuta portare nelle mie città”
aveva detto l’uomo. “Nelle mie vie,
nei miei vicoli ciechi, nelle case in cui
ho traslocato senza fine, nessuna delle quali ho dimenticato”.

.
da Facce, V

Non vergognatevi del male c’è in voi, io
amo il fuoco che vi si spande sulle guance,
amo io il male e l’intimo che lievita su
dal vostro collo. Lo si potesse svelare,
se solo poteste stracciarvi la camicia
da cima a fondo. Conterei ad una ad una
le vostre ciglia biondissime mentre cola
e risale il petto, una mano appassitami
nel fuoco, l’altra sui vostri orecchi:
bionda peluria sottile, mammella,
cascata.

da Facce, VI

così lucente, il sole d’estate. I pori della pelle opaca
aperti alle vie d’acqua salata, brillano i suoi occhi
se toglie gli occhiali: uno marrone, l’altro verde:
questi capelli dalla radice grigia, quest’inizio
di rughe e da una mappa di fine indefinita: correndo
di espressione in espressione appaiono e scompaiono
negli Specchi Magici dolore, nostalgia, tocchi d’ape
e cotone. È un pesante vocabolario il vostro viso,
sapessi leggerlo.

 

marisa papa ruggiero

marisa papa ruggiero

 Marisa Papa Ruggiero studi di formazione artistica compiuti a Milano e a Napoli. (Corsi post diploma di Graphic Design, di Arti Applicate, Corso di Pittura, Accademia Belle Arti e diploma di laurea. A Napoli, dove da anni vive e opera, ha svolto attività didattica e artistica. E’ intensamente attiva sia sul fronte della scrittura creativa, con particolare riguardo alla poesia, sia su quello della verbo-visualità, con partecipazione a mostre e a raccolte antologiche.

Dal 1991 decorrono le sue pubblicazioni di poesia in volume con: Terra emersa, Napoli, collana L’assedio della poesia; Limite interdetto, Salerno-Roma, ed. Ripostes, 1993; Origine inversa, con nota critica di M. Bettarini, Napoli, Alfredo Guida Editore, 1995; Campo giroscopico, con prefazione di Michele Sovente, Quarto – Napoli, ed. Riccardi, 1998; Persephonia, con prefazione di Mario Lunetta, Lecce,  Pietro Manni Editore, 2001; Oblique ubiquità, in Locus solus, Ed. Riccardi 2003; Passaggi di confine, con prefazione di M. Fresa, Salerno, ed. L’arca felice, 20011;  Di volo e di lava, prefazione di Giancarlo Pontiggia – Alessandria,  Puntoacapo editrice, 2013. Tra i lavori in prosa: Le verità bugiarde – 2008, e alcuni libri d’artista. Suoi testi poetici sono stati rappresentati a Napoli dal gruppo di cultura teatrale L’Ascolto. E’ presente con brevi saggi critici, con testi poetici e in prosa in riviste italiane ed estere, in siti web e in blog letterari dedicati alla poesia, oltre che in raccolte antologiche. Ha partecipato come redattrice alla fondazione di alcune riviste napoletane di ricerca letteraria; attualmente è redattrice della rivista di poesia: Levania.

6 commenti

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6 risposte a “  POESIE SCELTE di ENIS BATUR  a cura di Marisa Papa Ruggiero Traduzione di Işıl Saatçioğlu

  1. La Turchia, per la sua particolare vicenda storica e per la sua posizione geopolitica di porta dei Balcani, è sempre stata un paese in bilico tra il vecchio sultanato ottomano e l’innovazione laica partita dai giovani turchi di Kemal Ataturk. Non avevo mai letto un poeta turco e per questo ringrazio la redazione e soprattutto la sig.ra Ruggiero per questa interessante e originale proposta. Questa poesia risente in tutto e per tutto delle vicende legate alla nazione dell’autore. Un inseime di suggestione, di sensualità di legami difficilmente districabili. Una poesia sospesa tra anacronismo tipicamente orientale e un nuovo che è comunque omologazione all’occidente.
    Esempio
    da Facce, VI

    così lucente, il sole d’estate. I pori della pelle opaca
    aperti alle vie d’acqua salata, brillano i suoi occhi
    se toglie gli occhiali: uno marrone, l’altro verde:
    questi capelli dalla radice grigia, quest’inizio
    di rughe e da una mappa di fine indefinita: correndo
    di espressione in espressione appaiono e scompaiono
    negli Specchi Magici dolore, nostalgia, tocchi d’ape
    e cotone. È un pesante vocabolario il vostro viso,
    sapessi leggerlo.

    è singolare questo ritratto che sembra quello del cantante David Bowie.

  2. Tappeto Volante

    Una luminosa notte di Natale a New York,
    un mattino di giugno pigro da morire a Toledo,
    autunno lamentoso a Praga,
    mesi d’estate da passare a dorso d’asino a Cnosso:
    Invoco un’ampia geografia per Voi,
    in questa mappa affollata: Richiamo sin d’ora
    tutto ciò che potrà essere: avevamo pestato foglie a La Paz,
    ad Alessandria l’orticaria ci era esplosa addosso.
    Le nostre biciclette rubate a Kyoto, i nostri corpi
    che stavamo per sacrificare sull’Ayers Rock
    s’erano amati sull’elegante sobrio peschereccio
    che beccheggiava nell’Oceano Indiano,
    a New York la mattina di Capodanno mi si era ritrovato
    morto nel letto: Il sogno deciso che in un attico
    Vi aveva svegliato nella veglia, in quel tempo verso il mattino.
    Biglietti prenotati, valigie preparate,
    ho tirato su la cartina logora dal cassetto
    in alto a sinistra – bisogna pur sapere quale tappeto vola,

    (Enis Batur, in Perişey)

    Mi sembra che ci sia una indubbia occidentalizzazione e uno spiccato esotismo nella poesia di Enis Batur, un autore molto prodigo a giudicare dalle sue cento pubblicazioni, e forse questo può essere un limite per un poeta, quello di un eccessivo numero di pubblicazioni. Posta tra due mondi culturali: l’Oriente e l’Occidente, la poesia di Batur rischia sovente di smarrirsi, di smarrire il proprio centro di gravità per non errare e rischiare di smarrire la propria voce.

  3. antonio sagredo

    IIntanto sarei curioso di sapere la posizione di Batur come è nei riguardi la figura di Erdogan, che intuisco come/quale se il poeta cita i due poeti russi. Poi sempre per curiosità il rapporto (che penso ci sia) tra la traduttrice M. P. Ruggiero e A. M. Ortese (poi che la sua raccolta Terra emersa mi fa pensare quasi ovviamente al “Mare non bagna Napoli”): almeno nel titolo. —————— E ora a questi versi, presentati, che quanto ai contenuti sono godibili poi che scorgi una atmosfera “turca” comunque persistente per fortuna, nonostante le ” contaminazioni” occidentali (si fa per dire!). Ma è sempre la forma (lo stile quasi mancante) che mi opprime, poi che si usano aggettivi e verbi che, divengono insensati, se legati banalmente, intendo normalmente da secoli, ai sostantivi. (questo io giudico dalla traduzione, e posso sbagliarmi); ma se scorro i versi…
    apro dinanzi a me
    che copre la terra,
    vagante per monti e valli
    per la mia voce di vate, il mio sguardo di monaco errante.
    d’improvviso calo su di me
    come fossi un acquazzone
    seppur trabocco e faccio traboccare
    trascorro dappertutto.
    che turbina le pagine
    di tutti i calendari verso il vuoto, si mescolano i giorni e le notti.
    Si fermano gli orologi
    e non riusciamo più a fissare
    quel sottile equilibrio
    E una vite non combacia ormai
    nel giro che la spana,
    sulla punta della lingua
    guarda in lontananza,
    senza aprire le ali
    con l’invisibile forza della sua sorgente invisibile.
    ——————————————————————————————
    Posso continuare ancora… ma si badi bene o male come volete che questa mia maniera d’analizzare versi e parole o altro vale per me stesso dapprima spietatamente, e per altri autori sono ancora più spietato perché da altri più bravi di me non mi giunge quell’aiuto che attendo da decenni!

    Allora io faccio davvero fatica a considerare queste parole (anche se estrapolate) tra di loro legate da filamenti linguistici che appartengono all’usuale linguaggio quotidian-banale – che è privo di forza… e dunque quale forza e canto possono portare ad un verso (alla poesia) se immesse in non cosa… se verso non è!
    Scusatemi. >> A. S.

    • Marisa Papa Ruggiero

      Desidero in primo luogo far osservare che la traduttrice dei brani qui riportati è la scrittrice e critica Isil Saatcioglu, come tra l’altro evidenziato nel testo; seconda cosa: non posso che ritenermi onorata per essere stata accostata ad A. M. Ortese! Ma non riesco a scorgere, ahimè, dei punti di riferimento con la grande scrittrice che il buon A. Sagredo ci vede, a parte la semplice circostanza che mi trovo a vivere nella stessa città di mare da lei descritta nel famoso romanzo…
      Riguardo poi, la validità dei versi, non so se sia sufficiente basarsi su dei personali parametri stilistici / poetici per emettere sentenze perentorie e definitive; sono sicuramente molteplici e complesse le circostanze, come tutti ben sappiamo, non sarò certo io ad elencarle, che agiscono su una “forma-poesia”, in particolar modo se si tratta di esperienze non del tutto affini alla nostra formazione.

  4. antonio sagredo

    Gentile Marisa P. R. ho ben inteso chi è la traduttrice – non mi son spiegato chiaro: la domada circa il rapporto del poeta col presidente turco è in effetti rivolto alla traduttrice, che sarei lieto da questa avere una risposta – sempre se le è possibile col Suo tramite. – Quanto riguarda la Ortese ho inteso il titolo della Sua raccolta (solo il titolo! poi che non conosco i suoi versi) come collegato al testo di A.M.O. in qualche maniera. Credo che comunque tutte le scritrrici napoletane – da non scordare la Remondino – siano collegate a quella che ritengo sia la loro Madre. Ma Le invio dei versi che dedicai alla Ortese:
    [dedicata a A. M. Ortese
    morta a Rapallo il 9 marzo 1998]

    Scrivere è tornare a casa,
    trovare una pace o un se stesso.
    È separare il fuoco dalla terra.
    È non ritrovarsi più insensati.

    Saranno gli alberi inumati con l’ossigeno
    e la visione sarà letale per le radici.
    I polmoni, mostruosi, non cederanno il sangue,
    la sorgente è divisa e secca come una soglia.

    Scrivere è trovare a casa un ritorno,
    è dare la pace a un se stesso sparso.
    È decapitare l’esilio di una ferita
    lieve: un giusto inganno, un falso avvento.

    In tutto credo come i bambini… ai massacri,
    al sangue equino dei loro occhi sbalorditi,
    e alla Natura ancora, al Respiro, alla Ragione in croce!
    Non darmi più, intelligenza, il valore esatto delle cose!

    antonio sagredo
    Vermicino, 10-23 giugno 1997
    (pubblicata in “Poemas”, Zaragoza, 2001)

  5. Marisa Papa Ruggiero

    Ho sempre apprezzato, caro Sagredo, la passione che metti nei tuoi versi, la forza delle visioni, e in queste dedicate alla Ortese, trovo in più, una tonalità intimistica, pensosa che mi piace molto, che ben si addice alla sensibilità della poetessa.
    Vorrei qui riportare anch’io una poesia che mi è molto cara di Anna Maria, s’intitola “Le stagioni sono passate”; mi ha sempre emozionato in quest’autrice la straordinaria sensibilità del suo sentire sempre in accordo con la coerenza che ha messo in tutte le sue scelte, intellettuali e di vita, una vita travagliata da ogni tipo di avversità e poi, la cosa più grande: l’unicità della sua solitudine!
    Le Stagioni sono passate
    quasi in danza, cento volte.
    Ho dei poveri petali di rosa,
    ho qualche fredda foglia argentata:
    non so se torneranno più.
    Io quando piansi, quando poi risi
    dentro quell’ilare danza; ma poi,
    stanca: lasciatemi, dissi. Ed ora
    esse non ci sono più.
    Non è inverno, né estate,
    né autunno, né primavera
    (addio, falde di neve,
    addio, carezze d’aprile,
    mari azzurri, boschi dorati)
    e non è mattina né sera.
    Ma s’io tocco un sasso col dito
    ancora sento tiepido il sole,
    su quel povero sasso,
    e penso che la mia vita
    gli è sorella. Una stella
    viene, e non mi saluta.
    Nessuno mi conosce più.

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