Jacopo Ricciardi, Il frammento non lo trovo io, Così sono sbucato in un corridoio del carcere di Regina Coeli, di Giorgio Linguaglossa, Poesie kitchen Francesco Paolo Intini, Mauro Pierno, Gino Rago, Vicissitudini della gallina Nanin, E la poesia italiana che fa, continua con i suoi stereotipi?

Gif Bulgakov Il Maestro e Margherita

Gif dal film Il Maestro e Margherita

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Jacopo Ricciardi

Il frammento non lo trovo io. Il frammento non trova io. Il frammento si trova da solo. Guardo la tartaruga fracassata in terra davanti a me. Io l’ho lanciata e ho sbagliato. Il frammento che cerco è già pronto, devo solo cucinarlo per bene. Ma dove lo trovo? Se il mondo che ho davanti è fatto da tante unità, e devo fare di quelle unità un frammento debole, un residuo, devo prendere l’ombra di quelle unità che sono le parole, e capire che le parole in quanto ombre sono le vere cose, e devo trattarle, friggerle magari, con attenzione in una poesia strutturata con parole d’ombra che sono ‘cose’ vere. Il mondo che ho davanti sta dopo quelle ‘cose’. È vero allora che la realtà è una discarica.
E la realtà ha situazioni (dentro cui essa si muove; le vicende vi si dibattono dentro, le attraversano per momentanei brani e lembi di situazioni), o concezioni (che la sintetizzano e la radicano, a volte in un modo a volte in un altro moltiplicandosi come spazi di tempo; l’elaborazione si elabora e il suo meccanismo ha un trascorrere, una simulazione di tempo, ripetuta in isole di tempi, allungate, protratte), o condizioni (ossia il modo delle cose di essere l’una al fianco dell’altra in relazioni multiple, contradditorie, occupandosi a vicenda, un pezzo dell’una in un pezzo dell’altra, confrontandosi, senza venire a capo di nulla, anzi per non venirne a capo; soggetti e oggetti in promiscua azione, ogni cosa in per nel sull’altra, confondendosi e provocandosi), o tradimenti (ogni cosa si divora allontanandosi fino all’infinito, all’estremo, vincendo e fallendo contemporaneamente, in un distanziamento di una deriva; il vicinissimo e il lontanissimo convivono, bruciano e collassano quasi che un’ombra si alimentasse di altre ombre), o si consuma (ogni cosa lasciata a se stessa col suo universo di esperienza-relitto, in viaggio con le altre cose in un elenco inesauribile di universalità; il consumarsi senza sosta e senza termine ne dà l’universo tra irripetuti universi di ‘cose’ lasciati a se stessi, privati di una sola creazione per tutti e arricchiti di una sola creazione per ognuno), o negazione (caduta libera di spazi attraverso tempi e tempi attraverso spazi lasciando apparire veri lampi di strascichi spazio temporali; con ‘cose’ frammentate di presenze sparse).
Situazioni (Gino Rago), concezioni (Giorgio Linguaglossa), condizioni (Marie Laure Colasson), tradimenti (Francesco Paolo Intini), consumazioni (Mario Gabriele) e negazioni (Jacopo Ricciardi), sono le caratteristiche apparenti della realtà che ora funzionano come meandri della discarica, dove si perdono e vengono ritrovate le ‘cose’ ossia le parole che riemergono attraverso la vastità di questi meandri che le fanno riapparire in quanto realtà fatta dell’ombra (mentale) che si rimodella fisicamente, abitando questi meandri fisici della realtà non più apparente, e da questi riconcretizzando un mondo di comportamenti e leggi di un futuro presente.
La mente riconosce le situazioni, e le può ricreare, anzi può essere una situazione, e quindi inserire i frammenti nelle situazioni della mente. La mente ha dei meandri come eventi proiettivi. Ora il punto è capire se la mente riconosce l’architettura delle situazioni nella realtà apparente e le porta dentro di sé, potendo diventare situazione di sé, per far riemergere i frammenti delle parole da quei meandri, oppure la mente è fatta da una struttura che è stata autoriconosciuta come situazioni e ha modellato la realtà apparente su di sé in quanto situazioni mentali, nascondendosi in un’apparenza che la stessa ha prima creato e poi tolto riconoscendosi originaria matrice. Ma allora cosa sono le situazioni mentali? È un modo della mente di mettere in relazione i frammenti, cioè di farli apparire ad ogni meandro con un certo fondamento, un certo modo di apparenza, di concretizzazione, di occupazione di un luogo, una proiezione che permette un certo tipo di mostrarsi reale. La mente ha più meandri, e sono meandri umani; si ha la sensazione che la mente abbia una struttura che possa essere anche non umana (extraterrestre?) ma noi abbiamo la mente umana e solo quella possiamo far funzionare. L’intelligenza artificiale può essere una mente non umana? Le parole sono cosa umana, e possono aprire all’umano e alla mente umana. Quanti sono i meandri di cui è capace? Forse quanti sono i viventi. Ognuno può attivare un proprio piano di meandro.

Giorgio Linguaglossa

caro Jacopo,

stanotte ho sognato che l’ultimo giorno di lavoro in ufficio prima di andare in pensione avevo stipato tutte le mie cose dell’Ufficio in una cassa di legno, ma era troppo ingombrante e pesante per portarla via semplicemente… in qualche modo ci ho provato. Degli agenti preposti ai cancelli mi hanno riconosciuto e mi hanno salutato. Io ho salutato loro. Ero un po’ imbarazzato per via della cassa ingombrante, infatti mi chiedevo: «E adesso che cosa penseranno di me? Che ho rubato le cose dall’ufficio?», ma fortunatamente gli agenti non ci hanno fatto caso. Così sono sbucato in un corridoio del carcere di Regina Coeli (dove ho lavorato per molti anni). Il giorno dopo sarei andato in pensione, e dovevo portarmi via quella cassa… Così sono uscito lungo la via della Lungara. Ero in automobile ma la strada era ostruita da dei lavori e quindi non potevo passare, avrei dovuto fare un giro lunghissimo per passare. Così mi accigevo a fare il tragitto lungo quando… mi sono svegliato. E mi sono chiesto: «Dov’è la cassa»?

È che dentro quella cassa ci stanno tutte quelle cose che non ho potuto portare via con me. C’è tutto il mio passato, a me stesso sconosciuto. Forse la poesia, nella poesia si ritrova il passato, che però nel frattempo è diventato irriconoscibile. E allora non ci resta che oscillare in quella zona mediana tra passato e futuro che non è il presente, perché il presente non esiste, ma è un frammezzo. È in questo frammezzo che dobbiamo lavorare con la poiesis. Quando tu scrivi che «la mente ha più meandri», tocchi un punto importante, ma come faccio a riconoscere le cose che sono stipate nella cassa se non le posso più riconoscere perché sono diventate irriconoscibili? Le vere esperienze sono quelle che sono andate via e sono scomparse. Con la poesia non possiamo fare altro che una copia di quelle esperienze che sono ormai scomparse, una copia di un originale che non c’è più.

È che per la poesia non abbiamo un linguaggio già pronto, altrimenti non sarebbe poesia ma kitsch. Il linguaggio poetico e il linguaggio narrativo tendono sempre più ad assomigliare ai linguaggi da rotocalco. Anche il lingaggio del politico tende ai linguaggi telemediatici. Non c’è via di uscita: i linguaggi artistici prendono a modello inconsapevole i linguaggi telemediatici. Quando invece il linguaggio poietico lo dobbiamo trovare andando contro corrente in un perenne stato di eccezione durante il quale sospendiamo ogni linguaggio del già detto, restiamo senza parola, senza linguaggio… In questa condizione esistenziale, quando ci manca il linguaggio, sentiamo che qualcosa di essenziale ci sfugge ma non riusciamo a dire che cosa sia, è solo una sensazione, una impressione…

Scrive Agamben:
«Governare la nuda vita è la follia del nostro tempo. Uomini ridotti alla loro pura esistenza biologica non sono più umani, governo degli uomini e governo delle cose coincidono».

E ancora: «Una cultura che si sente alla fine, senza più vita, cerca di governare come può la sua rovina attraverso uno stato di eccezione permanente. La mobilitazione totale nella quale Jünger vedeva il carattere essenziale del nostro tempo va vista in questa prospettiva. Gli uomini devono essere mobilitati, devono sentirsi ogni istante in una condizione di emergenza, regolata nei minimi particolari da chi ha il potere di deciderla. Ma mentre la mobilitazione aveva in passato lo scopo di avvicinare gli uomini, ora mira a isolarli e a distanziarli gli uni dagli altri»

E la poesia italiana che fa? Continua con i suoi stereotipi e con il concetto lineare e reflessologico di mimesis del reale presunto e presupposto?; ma, chiediamoci, quel reale che ci hanno raccontato, non è scomparso?, non si è inabissato con tutto il bagaglio del senso, del significato e del non senso?, non è affondato con l’inabissarsi dell’ideologia della mimesis?. La poesia continua ad essere narrata come se quel reale fosse lì con il linguaggio che abbiamo già pronto, davanti a noi in attesa di essere fotogrammato. Ma quel reale è diventato ideologia, feticcio, surrogato, simulacro del senso comune, non è più possibile accoglierlo nella sua postura così com’è e per come si presenta nell’ideogramma dell’ideologia. E viene scambiato con la poesia dell’io, con la poesia monodica, con la poesia della disperazione posticcia, fasulla e invereconda. Quello che è posticcio e inverecondo è la postura della poesia che si auto nomina maggioritaria per via di elezione e di cooptazione…

Francesco Paolo Intini

QUALCOSA SCENDE DAL CALENDARIO FORSE BILE O UN VERSO NASCOSTO.

Il 22 febbraio cominciarono i lavori.
Un’ oca innamorata del suo fegato.

Ci volle un ginecologo al capezzale
Che sapeva dove mettere le mani.

Il calendario in bianco.
Ottobre nascosto dietro Maggio.

Ci fu il modo di sporcarsi le mani ma poi
iniziarono i registri a compilarsi.

Il peso della visione e l’importanza
Delle virgole nel sistemare i primi.

Dietro front delle pallottole.
Si torna nei tamburi. Niente Bucharin.

Una postilla abolisce gli sgabelli.
Esenin recita al capezzale d’Isadora.

C’è Filini di fronte. Sapete?

L’Asl prende di petto la Questio.
Non accade niente senza un depistaggio.

Caino ucciso da suo fratello.
Revenge di un petalo sul catrame.

Lenin si riprende dall’urto delle arterie
Rimesso in piedi dallo zar Nicola.

Salta un piano per far fuori la partita
Escludere peschi dalle avanguardie.

Ossigeno liquido condensa Elio.
Un profumo sistema i papaveri.

Prendere il ‘69 e rovesciare la corolla.
Scoprire se tra gli stami c’è albume d’uovo.

Tutto in un pacchetto per Natale.
Sonno diffonde cloroformio.

Il gran ritorno della bile nell’ intestino.
Ferlinghetti morto, Andy vivo.

foto 4 gallineGino Rago
Vicissitudini della gallina Nanin, ultimo atto

Nanin decide di scolarsi una bottiglia di Rosso di Montalcino,
cantina Belvedere 1997,
comincia senza freni a delirare:
«Sì , è vero, detesto il mio papà,
quel Lucio Mayoor Tosi, lui è dei 5Stelle
ed io sono una democratica del PD!
Adesso basta con questa Alleanza,
è innaturale, anzi, contro natura, è un trans,
e Zingaretti un crossdresser!
Adesso faccio colazione a letto con uova e pancetta
mentre il segretario del PD se la spassa con quella vecchia befana
di Ursula Andress…
Dice che la sogna anche di notte
stesa tra i rododendri e i platani di Villa Borghese.
Ma io gli rendo pan per focaccia!».

Saltella qua e là e va ad appollaiarsi
sulla ringhiera del balcone dell’Ufficio Affari Internazionali
di via Pietro Giordani 18.
Nanin sa che il Direttore, il critico Giorgio Linguaglossa,
come ogni mercoledì
a quell’ora è tra le lenzuola con la nuova amante,
Madame Hanska, la giovanissima moglie di un poeta di Boemia.
La porta è socchiusa.
Entra nella Room n.3 al 5 piano.
Sul comodino tra due finestre che ricevono luce dalla via
sono poggiati cinque libri:
Jukebox all’idrogeno di Allen Ginsberg,
I platani sul Tevere diventano betulle di Gino Rago,
La lugubre gondola di Tomas Tranströmer,
Fuga da Bisanzio di Iosif Brodskij,
Rapporto dalla città assediata di Zbigniew Herbert.

Il dottor Ricciardi, il nuovo commissario della Garbatella,
quello della serie televisiva di Rai1
fa irruzione con tre agenti e un cane poliziotto antidroga.
Cadono sull’asfalto di via Pietro Giordani:
una cornice in finto argento,
un riquadro con due segni di pennarello viola ,
un albero di natale con palline rosse
un abat-jour di ottone, una zucca di Hallowen,
un cero a forma di piramide,
una statuetta in bronzo della dea Shiva che suona il piffero,
un sacchetto di lavanda, una barchetta di Jaipur,
due candelotti a forma di cilindri,
un Rolex falso, due mollette per appendere i panni…
e altro che non ricordo.

Madame Colasson riceve una telefonata anonima:
«Corra subito a via Pietro Giordani,
all’Ufficio Affari Internazionali c’è un pandemonio!,
sta succedendo di tutto!, non perda tempo!…».
Si avvolge un foulard giallo intorno al collo,
mette due gocce di Chanel n.5 ai lobi delle orecchie,
prende la borsetta The Bridge color cuoio,
la forcina appuntita che serve per reggere i capelli
e, com’è come non è, irrompe nella Room n.3, sorprende la Nanin.
la gallina della cover dell’Antologia Poetry Kitchen
a letto con il noto critico.

Grida.
«Lei è una ladra, una spiona, una poco di buono…».
Interviene uno degli agenti in tenuta antisommossa
e, non si sa come,
da una pistola parte un colpo
che invece di attingere la Nanin colpisce un gabbiano che passava di lì,
la gallina si finge morta, tutti esultano…
gridano:
«Così si chiude per sempre la storia della gallina Nanin!».
Ma si sbagliano di grosso…

Mauro Pierno

Questa fine di cucchiaini nel reparto più piccolo.
Sebbene poi per disordine anche qualche cucchiaio nello scomparto delle forchette.

La genesi, la paleogenetica, l’antropologia degli arti ancora attivi
ma tanto a chi vuoi che interessi? E’ una gara atipica, sospinta dalle sopracciglia.

Tutte le batterie sono scariche e le consonanti attive.
Una accezione sospetta la gravidanza nella mitologia.

Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per Progetto Cultura Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti:  NATOMALEDUE” è in preparazione.

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma (via Pietro Giordani, 18 – 00145). Per la poesia pubblica nel 1992 pubblica Uccelli (Scettro del Re) e nel 2000 Paradiso (Libreria Croce). Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Georg Trakl. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, insieme a Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Libreria Croce, Roma). Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto (LietoColle). Per la saggistica nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980–2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato, Mimesis, Milano. Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000–2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e una antologia della propria poesia bilingue italiano/inglese Three Stills in the Frame. Selected poems (1986-2014) con Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Nel 2017 esce la monografia critica su Alfredo de Palchi, La poesia di Alfredo de Palchi (Progetto Cultura, Roma) e nel 2018 il saggio Critica della ragione sufficiente e la silloge di poesia Il tedio di Dio, con Progetto Cultura di Roma.  Ha curato l’antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019. Nel 2014 fonda la rivista on line lombradelleparole.wordpress.com  con la quale, insieme ad altri poeti, prosegue nella ricerca di una «nuova ontologia estetica»: dalla ontologia negativa di Heidegger alla ontologia positiva della filosofia di oggi,  cioè un nuovo paradigma per una poiesis che pensi una poesia all’altezza del capitalismo globale di oggi, delle società signorili di massa che teorizza la implosione dell’io, l’enunciato poetico nella forma del frammento e del polittico. La poetry kitchen o poesia buffet.

Gino Rago, nato a Montegiordano (Cs) nel febbraio del 1950 e vive tra Trebisacce (Cs) e Roma. Laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza di Roma è stato docente di Chimica. Ha pubblicato in poesia: L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005),  I platani sul Tevere diventano betulle (2020). Sue poesie sono presenti nelle antologie Poeti del Sud (2015), Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2016). È presente nel saggio di Giorgio Linguaglossa Critica della Ragione Sufficiente (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018). È presente nell’Antologia italo-americana curata da Giorgio Linguaglossa How the Trojan War Ended I Dont’t Remember (Chelsea Editions, New York, 2019) È nel comitato di redazione della Rivista di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole”. È redattore delle Riviste on line “L’Ombra delle Parole”.

Jacopo Ricciardi, poeta e pittore, è nato nel 1976 a Roma dove vive e lavora. Ha curato dal 2001 al 2006 gli eventi culturali PlayOn per Aeroporti di Roma (ADR) e ha diretto la collana di letteratura e arte Libri Scheiwiller-PlayOn. Ha pubblicato diversi libri di poesia, Intermezzo IV (Campanotto, 1998), Ataraxia (Manni, 2000), Poesie della non morte (con cinque decostruttivi di Nicola Carrino; Scheiwiller, 2003), Colosseo (Anterem Edizioni, 2004), Plastico (Il Melangolo, 2006), Sonetti Reali (Rubbettino, 2016), Quarantanove Giorni  (Il Melangolo, 2018), le plaquette Il macaco (Arca Felice, 2010), Mi preparo il tè come una tazza di sangue (Arca Felice, 2012), due romanzi Will (Campanotto, 1997) e Amsterdam (PlayOn, 2008) e un testo dialogato Quinto pensiero (Il Melangolo, 2015). Suoi versi sono apparsi nell’antologia Nuovissima poesia italiana (a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi; Mondadori, 2004) e sull’Almanacco dello specchio 2010-2011 (Mondadori, 2011), e sulle riviste PoesiaL’immaginazioneSoglieResine, Levania e altre. Ha partecipato con sue poesie a due libri d’artista, Scultura (Exit Edizioni, 2002 – con Teodosio Magnoni), Scheggedellalba (Cento amici del libro, 2008 – con Pietro Cascella). Ha collaborato con Il Messaggero in una rubrica di letteratura a lui dedicata: Passeggiate romane. Ha scritto di arte su Flash Art onlineArt a part of cult(ure) e Espoarte. Ha al suo attivo diverse mostre personali, E fiorente e viva e simultanea, Galleria WA. BE 190 ZA (Roma, 2001),  Nella nebbia dell’esistente, Area 24 (Napoli, 2010), Materie senza segno, Lipanjepuntin (Roma, 2010), Dialoghi d’arte, L’originale (Milano, 2011), Una stanza tutta per sé. Visioni da Shakespeare, Casa dei Teatri (Roma, 2012), Paesaggio terrestre, Area24 (Napoli, 2015), e diverse collettive Epifania, Galleria Giulia (Roma, 2000), Maestri di oggi e di domani, Galleria Giulia (Roma, 2001), Biennale del Mediterraneo, interno Grotte di Pertosa (Salerno, 2002), XXIX Premio Sulmona, Ex Convento di Santa Chiara (Sulmona, 2002), Segnare / disegnare Accademia di San Luca (Roma, 2009), ADD Festival 2011, Macro (Roma, 2011), 90 artisti per una bandiera, Chiostri di San Domenico (Reggio Emilia, 2013), Accademia Militare (Modena, 2013), Vittoriano (Roma, 2013), Ex Arsenale Militare (Torino, 2014), Tribù, Area24 (Napoli, 2014). Ha pubblicato due cataloghi d’arte delle sue opere: Jacopo RicciardiNella nebbia dell’esistente, prefazione di Nicola Carrino, Area24 Art Gallery, 2009; Jacopo Ricciardi, Paesaggio Terrestre, opere 2008-2014, a cura di Sandro Parmiggiani, Grafiche Step Editrice, 2015.

Mauro Pierno è nato a Bari nel 1962 e vive a Ruvo di Puglia. Scrive poesia da diversi anni, autore anche di testi teatrali, tra i quali, Tutti allo stesso tempo (1990), Eppur si muovono (1991), Pollice calvo (2014); di  alcuni ne ha curato anche la regia. In poesia è vincitore nel (1992) del premio di Poesia Citta di Catino (Bari) “G. Falcone”; è presente nell’antologia Il sole nella città, La Vallisa (Besa editrice, 2006). Ha pubblicato: Intermezzo verde (1984), Siffatte & soddisfatte (1986), Cronografie (1996), Eduardiane (2012), Gravi di percezione (2014), Compostaggi (2020). È presente in rete su “Poetarum Silva”, “Critica Impura”, “Pi Greco Aperiodico di conversazioni Poetiche”. Le sue ultime pubblicazioni sono Ramon (Terra d’ulivi edizioni, Lecce, 2017). Ha fondato e dirige il blog “ridondanze”.

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16 risposte a “Jacopo Ricciardi, Il frammento non lo trovo io, Così sono sbucato in un corridoio del carcere di Regina Coeli, di Giorgio Linguaglossa, Poesie kitchen Francesco Paolo Intini, Mauro Pierno, Gino Rago, Vicissitudini della gallina Nanin, E la poesia italiana che fa, continua con i suoi stereotipi?

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2021/03/13/jacopo-ricciardi-il-frammento-non-lo-trovo-io-cosi-sono-sbucato-in-un-corridoio-del-carcere-di-regina-coeli-di-giorgio-linguaglossa-poesie-kitchen-francesco-paolo-intini-gino-rago-vicissitudini/comment-page-1/#comment-72743
    La questità di cose della poesia kitchen

    C’è, in ogni poesia kitchen, una determinata questità di cose, le quali cose avvengono in quanto sono in presenza, cioè costituiscono una attualità esperienziale. Nelle tre poesie dei tre autori qui pubblicati emerge che non v’è più una arché dal cui cominciamento la poesia prende luogo, si sviluppa e termina nel medesimo luogo, ma ci sono più luoghi disparati dove delle cose disparatissime prendono il luogo della presenza, cioè vengono in presenza e se ne vanno con la stessa facilità con cui sono venute in presenza. Qui sono le «cose» ad essere protagoniste, non Sua Maestà l’io. E questo è un fatto problematico, perché le «cose» non rispondono più all’io plenipotenziario che le ha nominate (come vuole una certa tradizione ermeneutica) ma soltanto a chi le ha chiamate in presenza, le «cose» galleggiano nella presenza, appaiono irresponsabili in quanto si danno in formazioni gratuite e onnilaterali.

    La questità delle cose presenti in una poesia kitchen è totalmente diversa dalla questità di cose presenti in una poesia normo direzionata dall’io esperienziale. Questo fatto è del tutto evidente, incontrovertibile. Di conseguenza, la ricchezza, la contraddittorietà e la problematicità delle «cose» presenti in una poesia kitchen dipendono dal fatto che esse sembrano essersi liberate, sciolte dai rapporti di produzione e dalle forze produttive che le hanno prodotte. Così, anche le parole sembrano essersi liberate dalla soggezione alla sintassi delle lingue storiche e si danno senza alcun ordine apparente. E questo è un prodotto storico del capitalismo finanziario del nostro mondo globale, che fa apparire le «cose» e le parole come per magia, di qua e di là, nel mondo virtualreale. Le «cose», liberate dai loro contesti di cosità, appaiono leggere e friabili, insignificanti e aleatorie. Così poi tutto va a finire in una gran confusione:

    Questa fine di cucchiaini nel reparto più piccolo.
    Sebbene poi per disordine anche qualche cucchiaio nello scomparto delle forchette.

    Oppure, nella fantasmagoria della gallina Nanin che si è ribellata al suo papà, tale Lucio Mayoor Tosi, e se ne va in giro a far guai. È che gli oggetti sembrano essersi liberati della loro forma di merce e si mostrano come feticci dotati di mana, di forze allucinatorie…

  2. L’ha ripubblicato su RIDONDANZEe ha commentato:
    La questità delle cose presenti in una poesia kitchen è totalmente diversa dalla questità di cose presenti in una poesia normo direzionata dall’io esperienziale. Questo fatto è del tutto evidente, incontrovertibile. Di conseguenza, la ricchezza, la contraddittorietà e la problematicità delle «cose» presenti in una poesia kitchen dipendono dal fatto che esse sembrano essersi liberate, sciolte dai rapporti di produzione e dalle forze produttive che le hanno prodotte. Così, anche le parole sembrano essersi liberate dalla soggezione alla sintassi delle lingue storiche e si danno senza alcun ordine apparente…(…)
    Linguaglossa

  3. testo improvvisato alla maniera della poetry kitchen!

    K. scende da una astronave del 3778 e atterra a Cape Canaveral.
    Dichiara al mago Woland che ha deciso di intervenire in prima persona negli eventi del mondo.

    – John Kennedy è sorridente, come sempre, usa il dentifricio Mentadent plus antiplacca –
    telefona al presidente Nixon.
    Gli dice di il cosmo è stato conquistato dalla NASA grazie ai cannoni satellitari e ai buchi neri interstellari teleguidati dal sommozzatore galattico John Barison che fa il bagno sulla spiaggia di Copacabana in compagnia di Ursula Andress.

    Primo episodio di Star Trek, 8 settembre 1966: «Giornale di bordo del Capitano, data astrale 1312.4. L’impossibile è successo. Abbiamo raccolto un segnale d’emergenza, il messaggio di pericolo di una navicella scomparsa oltre due secoli fa».
    Inizia così il primo episodio (intitolato “Oltre la galassia”) di Star Trek, serie tv di fantascienza che fa il suo esordio sulla NBC.
    L’ideatore Gene Roddenberry si vedrà dedicato un asteroide (4659 Roddenberry) e un cratere su Marte!

    Il commissario Montalbano fa arrestare il segretario del partito democratico Nicola Zingaretti.
    Il PD si autoscioglie.
    Nascono le correnti.
    Escono fuori tanti nanetti di nome Salvini che mangiano sandwich alla nutella.

    Al “Papeete beach” la tgirl Korra Del Rio si innamora di Rocco Siffredi e si lanciano col paracadute su Marte.

    Ma non è finita qui perché la crossdresser Eva Kant si innamora di Diabolik e viene incorniciata nei fumetti degli anni settanta.
    Tex Willer spara un colpo e abbatte il poeta Gino Rago.

    Inizia la serie “Stargate SG-1”: Un portale che permette di trasferirsi istantaneamente da un pianeta all’altro.
    I due protagonisti, il colonnello Jack O’Neill e il dottor Daniel Jackson, dovranno vedersela con nuovi mondi alieni.

    Umberto Eco è il misterioso assasino del romanzo “Il nome della rosa”.
    In un universo parallelo il presidente Trump incita i suoi fans alla rivolta.

    Sharon Stone, in un altro universo,
    accavalla le gambe durante il famoso interrogatorio
    e il generale Massimo Decimo Meridio,
    comandante delle legioni del Nord, combatte nell’arena da gladiatore.

    2001 “Odissea nello spazio”, un film di Stanley Kubrick. Una scimmia colpisce con un osso di femore le ossa di altre scimmie antropomorfe.

    Il 18 settembre 1975 un uomo fugge dal futuro e si va a rinchiudere nella dispensa della abitazione del critico Giorgio Linguaglossa Ufficio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani 18.
    Proprio il giorno della laurea del noto critico.
    Il pappagallo Totò se ne accorge, gli dice: «Buongiorno Signor Cogito,
    “Noi veniamo dopo.
    Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera,
    può suonare Bach o Schubert, e quindi,
    il mattino dopo,
    recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz”.*»

    * «Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach o Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz». Sono parole di George Steiner, contenute nella prefazione di Linguaggio e silenzio.

  4. La poetry kitchen è una entità frastica profondamente intessuta di ibridazioni

    La poetry kitchen è una entità frastica profondamente intessuta di ibridazioni.
    Ogni ibridazione è complessione di elementi semplici.1 Quando dico ibridazione propongo una lettura dissettiva, esuberativa, infiltrativa, virale, coniugativa, permissiva, ultronea, profilattica, erratica del termine, etc., mi riferisco ai margini di interfaccia e di poliedricità di qualunque centro sui quali poggia l’ibridazione, ovviamente priva di alcun centro. L’ibrido accetta la sua natura a-dialettica ed ellittica. Ovviamente, stiamo parlando di una anti dialettica ellittica che consente alla dialettica di sopravvivere in qualche modo e purchessia.
    L’ibrido accetta l’idea che il suo profilo venga declinato e adulterato dalla dentrificazione dell’esterno e dalla esternalizzazione dell’interno. E ciò viene reso possibile per il medio dei linguaggi della tecnica, del supporto tecnologico, che non corrisponde più ad alcuna concezione ergonomica o umanistica. L’ibrido considera l’innesto come processo adulterativo, esuberativo, esornativo, cioè di ampiamento di spazi di virtualità, di ridondanza e di risonanza. L’ibrido si lascia fecondare e infiltrare dalla tecnica, non pretende di giustapporla a qualcosa d’altro, giacché tutto è tecnica o risponde alla medesima legge cui è sottoposta la tecnica. La tecnica una volta entrata nel testo diventa familiarmente estranea, non sarà un docile supporto ma imporrà le proprie leggi di ibridazione e di esondazione dell’autentico e della verità, sconvolgerà le membra disiecta delle singole funzioni e le consentirà al meglio, o, al meno peggio. E lo statuto di verità del discorso poetico, come di qualunque discorso, ne verrà inquinato in quanto ibridato.
    La stessa identità dell’uomo non è definita, in quanto egli stesso è un essere non-finito: riconoscere questa non-definizione implica riconsiderare l’uomo e concepire la sua essenza come un qualcosa in continuo divenire e mutazione. In questo divenire l’uomo si «ibrida» in quanto vivente che muta inserito in un ambiente. L’ibridazione umana avviene sia con l’ambiente naturale sia con l’ ambiente tecnico o, come lo definisce Leroi-Gourhan, con l’«involucro artificiale» da egli stesso creato. Per quanto riguarda la tecnica, la commistione tra l’uomo e l’ambiente e, dunque, lo scaturire della stessa, secondo il postumanesimo, dà luogo a una nuova identità per l’uomo che sembra avviarsi verso la formazione di un ‘post-uomo non più legata ai topoi dell’Umanesimo, né al concetto di persona. È con l’ausilio della tecnica che questo «non-più-uomo», può superare i propri limiti fino a ottenere funzioni che il suo corpo naturale non avrebbe mai consentito. Il riferimento al concetto di protesi è legittimo ma inserito in un contesto più universale. Per il postumanesimo la tecnica sarebbe l’unico verificabile salvagente dell’umano, nel quale la protesi non è soltanto un aiuto, un potenziamento dei propri arti, ma la chiave di volta che consente il raggiungimento di una nuova fase dell’evoluzione. Il principio della protesi come sostituto di un organo o ampliamento delle funzioni di esso, lascia il passo a una considerazione di esso quale contributo addizionale e potenziante delle funzioni biologiche e fisiologiche. Latecnica non è naturale, ma artificiale e in questa artificialità è superiore a tutte le soluzioni ideate dall’uomo. Tutto ciò per il postumanesimo è l’ibrido uomo-macchina. Nel concetto stesso di ibridazione, inoltre, è implicito l’eco dell’alterità in quanto si ibrida solo ciò che è altro e nel suo essere altro si fonde con qualcosa che si contrappone ad esso. La tecnica è, per il paleantropologo Leroi-Gourhan, il marchio di fabbrica della specie Homo sapiens, nel senso di capacità di esternalizzazione di una peculiare funzione intellettiva che si esplicita in manipolazione o tecnicità in generale. L’interazione tra uomo e ambiente produce la tecnica, non come potenziamento, bensì come naturale conseguenza dell’approccio peculiarissimo che l’Homo manifesta nei confronti dell’ambiente circostante.
    Sono leparole stesse a farci fare esperienza della nostra costitutiva impotenza, che non deriva da un errore grammaticale del nostro linguaggio ma dalla sua struttura differenziale. Lungi dal presentarsi come una magica via d’accesso al mondo, il linguaggio si presenta come una tecnica radicalmente a-umana, caratterizzata non dalla decifrabilità da parte del soggetto ma dall’iterabilità stessa del segno, dalla sua possibilità di essere ripetuto e inserito all’interno di una rete composta da altri segni. Il suo carattere tipico è quindi proprio l’assenza del ricevente empiricamente determinato, che diviene così virtuale. In termini luhmaniani, la sua natura propria si potrebbe dire, è l’autoreferenza. L’insieme dei concetti di cui ci serviamo per auto-definirci, sono esprimibili soltanto perché abbiamo un linguaggio, e segnano la radicale distanza da noi stessi in quanto prodotto di una tecnica. A ciò è dovuta la nostra impossibilità di accesso alla comprensione della vita e di noi stessi. È lo sviluppo tecnico del linguaggio che ci consente la comprensione del mondo e di noi stessi.

    1 M. Donà, L’aporia del fondamento, Mimesis, Milano, 2008, p. 418: «Ogni complexio di elementi semplici, in quanto formante “un” insieme, è monade – se non altro in quanto è oggetto per la monade in cui io stesso consisto, ossia per la mia disposizione rappresentatrice».

  5. Mariella Grazia Loredana De Santis

    Caro Giorgio, questa volta con la tua lettera a Jacopo, oltre ad avermi al solito sollecitata, mi hai quasi commossa. Un abbraccio, Mariella

    Il giorno sab 13 mar 2021 alle ore 08:21 L’Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internaziona

    • cara Mariella,

      mi fa piacere ritrovarti, qui, in questo luogo virtuale/reale.
      Spero che tu stia bene.
      Ti rispondo con il finale della mia filastrocca caosferica kitchen postata sopra:

      Il 18 settembre 1975 un uomo fugge dal futuro e si va a rinchiudere nella dispensa della abitazione del critico Giorgio Linguaglossa Ufficio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani 18.
      Proprio il giorno della laurea del noto critico.
      Il pappagallo Totò se ne accorge, gli dice: «Buongiorno Signor Cogito.
      “Noi veniamo dopo.
      Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera,
      può suonare Bach o Schubert, e quindi,
      il mattino dopo,
      recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz”.*»

      * «Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach o Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz». Sono parole di George Steiner, contenute nella prefazione di Linguaggio e silenzio.

  6. A me, come ai poeti della poetry kitchen di oggi su L’Ombra (Mauro Pierno, Francesco Paolo Intini, Giorgio Linguaglossa) piaceTi la vita fatta a pezzi,
    la vita che rompe i suoi insopportabili orditi.
    E mi pare che abbiamo fatto i conti anche con Il Grande Dittatore, secondo la concezione barthesiana di écriture, secondo cui:
    «Fare letteratura […] riesce davvero solo se chi scrive, forzando la propria natura, bucando il guscio di granito in cui prospera incontrastato Il Grande Dittatore del proprio Io, riesca a connettersi a tutto e a ogni cosa, dalla materia inerte alla più insignificante creatura e da queste alla
    più lontana esplosione stellare».
    In particolare con la gallina Nanin è come se io scrivessi a più mani, non fosse altro che così, per dirla ancora con Barthes, Il Grande Dittatore da solista si trova anzi, è costretto a cantare in coro.

  7. antonio sagredo

    a Andrzej Nowicki

    FRAGMENT…AZIONE

    Ti stai avvicinando al più lontano dei pensieri radianti:
    – quello che non esiste ancora e che possiede il tutto
    – quello che sarà in tutti i luoghi ancora sconosciuti
    – quello che rimanda la conoscenza ad altra conoscenza,
    come una risacca senza requie e che sa il mobile infinito.

    Il traguardo è già dietro alle tue spalle ed è un luogo
    conquistato, ma altri luoghi affollano nuovi pensieri
    e molteplici spazi aspettano i soggetti: quante filosofie
    ancora abbiamo da conquistare! Le Muse vogliono baciare
    l’ultimo frammento, invano! Brunite sono le parole nei cieli!
    L’imperfezione giuliana trionfa sul concetto monolitico:
    spazza via l’assoluto indegno, le totalità inutili!

    La parola-ingresso frantuma l’autostrada in milioni di sentieri!
    Rivoli di culture s’intrecciano, si assorbono, si superano…
    Lo specchio degli Artefici s’è rotto! Si spargono dovunque luminose
    scintille di pensieri: volano via le vele dei Saperi – per altre terre!

    Antonio Sagredo
    Vermicino, 16 settembre 2010

  8. Nella città buia.
    di Lucio Mayoor Tosi

    Nella città buia, nel teatro spento; giù, nel profondo
    scorrere del tempo, dove fantasmi risalgono la via.

    Al termosifone appeso in chiare lettere “Ho un lavoro”
    “Dormo poco”. “Tutta qui la vita, nella stoffa del pigiama”.

    Salute! Cade luce azzurrata sotto il lenzuolo, sotto i palazzi,
    sotto le auto parcheggiate. Un rischiarato nulla cherubino,

    dove aspettano le anime, che i corpi si trasformino in polvere
    magica per la terra, e nuvole umane facciano tramonti.

    Chiuse le birrerie. Case con tante finestre si contendono
    l’oggetto del desiderio: principesco qui.

    Giorno mondo mentale discussione e distanza cambio
    letto riscaldamento. E lavo i piatti.

    da https://mayoorblog.wordpress.com/2021/03/13/nella-citta-buia/

  9. caro Lucio,

    ho l’impressione che nella tua poesia la distassia sia una condizione esistenziale e psicologica (le due cose vanno insieme), che c’è una tua necessità interiore di disporre, così e così, le parole in modo interferente, dove cioè ciascun sintagma interferisce ed exterferisce con tutti gli altri sintagmi. Insomma, voglio dire che c’è una sorta di anarchia della tua condizione psicologica che diventa anarchia epistemologica e quindi anarchia del dettato poetico. E fin qui, bene, anche questo è un atteggiamento kitchen, un modo di porsi gestualmente davanti alle parole evitandone la direzionalità verso un significato compromesso. È che le parole stesse che tu abiti, sono compromesse, nel bene e nel male, più nel male che nel bene, quelle stesse parole che adulterano il tuo discorso poetico e lo inquinano… ma tu ti diverti in questo gioco con le parole come con il gatto e il topo, con questo flipper dove le parole sbattono di qua e di là senza cercare alcunché in quanto prive di contenuto veritativo e di auto certificazione o di verificazione esistenziale.

    • È vero, caro Giorgio, alcune parole sono ballerine di seconda fila. Cherubino, anima, polvere magica e tramonti, seppure umani. Altre in sequenza sono proprio spazzatura dei giorni. Anche in pittura do spazio al tresh, qualche pennellata sbagliata la lascio sempre. Ma senza compiacimento. È una grande famiglia.

  10. copio e incollo.

    Il direttore e fondatore della rivista di cultura e politica Micromega ha annunciato di avere costruito un modo per farne proseguire le uscite dopo che il gruppo Gedi (editore di Repubblica, Stampa ed Espresso, tra gli altri) aveva rinunciato a continuare a pubblicarlo.
    “ho costituito “MicroMega edizioni impresa sociale s.r.l.”, che da adesso in poi pubblicherà la rivista. Società non profit: non potrà distribuire utili fra i soci. Tutto sarà reinvestito per allargare le attività di MicroMega.
    La testata è stata rilevata a diverse condizioni, tra le quali la proibizione di avere, per anni quattro, anche come soci di minoranza, “società editrici, anche non italiane, ovvero soci di società editrici”.
    Perciò, dovremo farcela da soli, diventando editori a partire da zero, con enormi difficoltà che stiamo già sperimentando ogni giorno (anche per il venire meno di economie di scala).
    Abbiamo comunque ottenuto che Gedi, a costi contenuti, per tutto il 2021 continui a essere il nostro fornitore tipografico, curando anche distribuzione e abbonamenti. Senza tali accordi avremmo dovuto interrompere la pubblicazione della rivista per almeno sei mesi”.

  11. Due case. Due rubinetti, due orecchie. Due arcate.
    La sinfonia è rotta. Il foglio sotto promette bene.

    Il secolo decimonono ha la stessa simulazione.
    Due gambe, due forchette – In campo la var –

    Senza non potremmo, un inciampo rapido.
    Due tacchetti, due email, due assi da stiro.

    Le ripercussioni devastanti. Due occhi, due borse, due pantofole, due galline. Due scatole di cartone.

    Due brunetta. Due draghi, due grillo.
    Due brunetta. due draghi, due grillo.

    Due pigiami, due auto, due vaccini, un richiamo. Cinque superpotenze.

    Due dentifrici, due spazzolini, due crème caramel,
    due porte, due uscite, due aerei, due navi. Tre Venezie.

    Due cantanti.
    Grazie Ombra.

  12. Klimt.

    Scrivere sul filo della perdita di senso è poetica del lavoro. Impegno politico
    di distruzione, assunzione, pallamano per carnivori. Manca solo l’etichetta.

    Parti tranquillo. Aspetteremo il tuo ritorno qui sulla terra. Hai braccia, gambe
    orecchio musicale; sapone, il bacio di mamma. La scogliosi. Sei ben malato.

    Meglio, dovrai ingegnarti a risolvere da te, inetto ai giorni, senza avvenire.
    Ma con trepide foglie d’argento, lumache salve da bollitura, serenate a nessuno.

    Anima lingua, sereno ardente.

    May mar 21
    Questa poesia è stata per me un fiero pasto.

    • “Questa poesia è stata per me un fiero pasto”
      (Lucio Mayoor Tosi.)

      *
      Lo stomaco ha una postura ignobile.
      Myanmar, Cartagine e tutti i babilonesi.

      Nella seconda casella mancano solo due numeri per la quaterna: 28 e 68! Il trenta è già uscito?

      L’ ottantotto? È uscito! Il diciassette? Pure!
      Dai, dai, controlla il 29!

      La monaca di Monza?… Cinquantacinque!
      Il Conte di Montecristo?… Ventidue!

      La gallina?… undici! Il coperchio della pentola a pressione?…A pressione?…Si a pressione?… Settantotto!

      45? La fuga da Alcatraz. 72? Il tavolo con le rotelle.
      24? Il bastone. Il 69? Fellini. 35 e 36 i cammelli.

      *
      “In particolare con la gallina Nanin è come se io scrivessi a più mani, non fosse altro che così, per dirla ancora con Barthes, Il Grande Dittatore da solista si trova anzi, è costretto a cantare in coro.”
      (Gino Rago.)

      Alè, OMBRA.
      (Un abbraccio a Lucio e a Gino)

  13. Tiziana Antonilli

    Giorgio, il tuo sogno mi ha fatto tornare in mente una frase dello storico Marc Bloch : ‘ La conoscenza del passato può illuminare il presente, ma la consapevolezza dei problemi presenti può orientare lo sguardo a ritrovare i segni utili a ricostruire il passato ‘ . Il passato contenuto nella cassa del sogno , allora, potrebbe essere ricostruito leggendo il presente.

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