La poesia come Zona ZTL, La Zona ZTL come categoria del politico e del poietico, La percezione distratta, il frammento, la leggerezza, Lo spazio espressivo integrale, di Giorgio Linguaglossa, Due poesie di Lucio Mayoor Tosi, Nota di lettura a Legati i maiali, di Teodora Mastrototaro, Lucio Mayoor Tosi, Covid garden

Covid garden 2BASSA

Lucio Mayoor Tosi, Covid garden 2, acrilico, 2020

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Giorgio Linguaglossa

La poesia come Zona ZTL
La percezione distratta, il frammento, la leggerezza

Il ripristino della percezione distratta e il concetto di immagine come «dialettica della immobilità» (dizione di Benjamin), sono elementi concettuali importantissimi per comprendere un certo tipo di operazione estetica della poesia e del romanzo moderni: Salman Rushdie, Orhan Pamuk, fino alla poesia di Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, Marie Laure Colasson…

Come scrive Jacopo Ricciardi:

«Il soggetto stesso è una verità priva di qualsiasi certezza. Il soggetto allora ha una caratteristica oggettuale (ed è vero che si genera una doppia lente: il soggetto che è oggetto, e l’oggetto che è soggetto), e l’io è dissolto.»

Dalla dissoluzione dell’io bisogna pur trarre le conseguenze, la forma di scrittura non può non recepirne le ripercussioni al proprio interno, una nuova forma-poesia e una nuova forma-narrativa non sono cose gratuite, occorre rimettere tutto in discussione, questa è la ragione che ci spinge verso una nuova fenomenologia del poetico. Il mondo sta rapidamente cambiando sotto la spinta della pandemia, sotto i nostri occhi, non possiamo fingere che niente sia accaduto e che niente accada. L’implosione dei 5Stelle e del PD sono qui sotto i nostri occhi, non possiamo guardare al presente con gli occhiali del passato, quelli della decrescita felice che si è mutata in decrescita infelice, come volevasi dimostrare.

Ad un giovane autore che mi ha inviato le sue poesie ho scritto che le sue poesie si riferiscono ad un reale che semplicemente non c’è, che doveva cambiare il reale delle sue poesie prima di poter pensare di cambiare il reale del reale.
È successo che sono decine di anni che la poesia italiana usa il linguaggio invece di im-piegarlo, lo usa come si usa un fazzoletto di carta. Errore madornale, il linguaggio non è un fazzoletto di carta, non puoi usarlo, non puoi fare con il linguaggio il trucco delle tre carte. È il linguaggio che crea il reale.

Ad esempio, la poesia di Mario Gabriele, di Gino Rago, di Marie Laure Colasson è una tipica poesia della percezione distratta, una poesia che ha accettato l’idea della leggerezza, della levità e della superficie.
Io un tempo (nel 1992 quando ho pubblicato il mio libro di esordio, Uccelli), pensavo che le parole della poesia dovessero essere «vere», «pesanti». Errore. Mi sbagliavo, e la mia poesia dell’epoca reca la traccia di quell’errore. Leggerezza, levità e superficie non equivalgono affatto a sciocchezza e banalità, tutt’altro.

Tanto più oggi che viviamo in mezzo ad una rivoluzione permanente (che non è certo quella della dittatura del proletariato ma quella della dittatura delle emittenti linguistiche… anche le immagini sono percepite dall’occhio come icone segniche, immagini linguistiche…), oggi la percezione distratta è diventata il nostro modo normale di interagire con il mondo, anzi, il mondo si dà a noi sub specie di percezione distratta e di immagini in movimento… con buona pace di chi pensa ancora la poesia con schemi concettuali pre-baudeleriani…

Così commenta Alessandro Alfieri nel saggio citato: «I frammenti sono da un lato prodotti della cultura del consumo, della moda, della meccanizzazione dell’agire, ma su un altro livello sono anche promessa di futuro, possibilità offerta agli uomini di scardinare la storia dei vincitori e il tempo mitico del sempre-uguale».

Ecco, io penso invece che il «frammento» della nuova fenomenologia del poetico rifletta proprio la mancata promessa di «Bonheur», nel futuro non c’è felicità alcuna…

La poesia come Zona ZTL

Il governo Draghi è una sorta di Zona ZTL, surroga la disfatta della politica dei partiti con la governabilità garantita dalla Amministrazione ZTL, il che potrebbe anche essere il male minore o il bene massimo possibile oggi. Le Zone ZTL sono ormai diventate una categoria della politica. Ma sono diventate anche la categoria della poesia e della narrativa ufficiale, quella governamentale, che sforna dozzine di romanzi, gialli e poesie selfie ogni giorno per il semplice fatto che la governamentalità si basa e si alimenta sul terreno della riproducibilità delle forme poetiche e narrative, tutte pusillanimi e tutte bacate. Scatole vuote di ogni contenuto.

C’è una metafora, quella della mossa del cavallo, cui si ricorre. Della mossa capace di sbaragliare il campo del conformismo immobile del letterario poetico. In questo caso, il ricorso ad essa è pertinente. La mossa aprirebbe una diversa prospettiva, brucerebbe ogni rendita di posizione, compresa quella delle attuali istituzioni letterarie, impedirebbe di sostituire alla ricerca di una linea politica assente la ricerca delle alleanze, delle affiliazioni e delle cooptazioni per continuare governare la scatola vuota; manderebbe in soffitta i feticci delle immagini dei padri scelti (Sereni, Sanguineti, Penna, Raboni e minori), per avvallare una nuova proposta di politica estetica, quella della poetry kitchen e della nuova fenomenologia del poetico. Quelle immagini, quei feticci, quelle narrazioni ora sono diventate di comodo, da promettenti all’origine, si sono rivelate laterali e conformiste, prodotto di una storia conclusa, a cui non si può più attingere.

Lucio Mayoor Tosi

Si gioca sul filo della perdita di senso. Dopodiché viene naturale che si incontri, con Marie Laure Colasson, la leggerezza. Diversa da Alice nel paese delle meraviglie; futura, nel senso che futuro è il tempo spensierato dell’infanzia… che ricordiamo e non ricordiamo, ma sappiamo di averla misteriosamente compromessa. Sogniamo, qui, un mondo libero che assomigli almeno un poco al mentale. E voilà!

Sono aghi di pino, quelli che servono al pittore
per dipingere graffi; con questi sperando

di aggirare il lettore occidentale.
Le sue morbide clavicole. Il Passamontagna.

«Nella Bibbia, già si parlava del festival di Sanremo».
«In case basse riposano ghiande e porcospini».

(May, mar 2021)

Due.

Erano creature dantesche, si dileguavano nella notte
senza preavviso neanche un sospiro senza quiete.

Si sarebbero sposati di lì a poco: corno di rinoceronte!
Ma intanto erano due, di cui uno cieco l’altro sordo.

Mentre uno si mette in mostra, l’altro sogna.
Dice che è la variante 117. Per caso una bella caviglia.

Qui è tutto bianco. Il mare tranquillo, l’alba dei giorni
si è fermata, il capitano ha offerto il caffè;

ci siamo detti la vita, scambiati i quaderni. Poi come arbitri
fuori dal campo di calcio, ci siamo salutati.

«Tutto finisce» disse uno all’altro. Perché erano sempre due.
E non c’è verso, o verbo, che possa cambiare.

Lo spazio espressivo integrale

Lo spazio espressivo integrale di ogni testo poetico lo puoi intendere, in accezione epistemologica, soltanto quando si comincia a pensare l’idea di un ancoraggio ontologico per guardare alla poiesis come a un campo di tensioni linguistiche essenzialmente storiche, come un sistema instabile di tensioni dove ciascuna cerca di prevalere sulle altre in vista del raggiungimento dello stato di quiete del dominio sulla materia linguistica avversa, in parole povere, sugli altri registri linguistici. Lo stile altro non sarebbe quindi che la risultante di queste forze in gioco che si contendono l’egemonia e la preminenza sulle forze soggiogate e vinte.
In altre parole, un testo poetico è vivo e vitale soltanto quando questo campo di tensioni linguistiche e stilistiche si mantiene in vita e si alimenta di sempre nuove forze in gioco come un campo aperto tra i vari contendenti.

Vorrei segnalare un tentativo poetico di una giovane poetessa nata a Bari nel 1979.

Teodora Mastrototaro
da Legati i maiali

In fondo al muro l’intonaco ha una muffa che sembra essersi smarrita,
la stessa forma irregolare delle macchie sul culo di certi bovini.
Sul bordo del canale di scolo l’acqua che sbatte sembra il lamento smarrito di certi maiali.

La falena che vola impazzita intorno alla luce della lampadina
ha lo stesso movimento smarrito vibrante e scalpitante di certi puledri.
Uno schizzo di sangue incrostato da tempo si è smarrito sgorgando dal collo di certi montoni.

A fine giornata chiudiamo la porta e dentro la stanza rimane la morte
che resta da sola a giocare con l’occhio schizzato dalla cavità orbitale
del cavallo in fila.

Il destino aporetico della nuda vita degli uomini del nostro tempo è ben indicato da un libro di Teodora Mastrototaro (Marco Saya Editore, 2020), nel quale si narra della vicenda della macellazione dei maiali (allegoria della condizione umana) con un linguaggio crudo e diretto di marca espressionistica. L’allegoria degli umani sotto indicati dalla rappresentazione dei maiali condotti ad esecuzione, riesce convincente. L’idea di scrittura che sta alla base del libro è un modello di realismo espressionistico.
Gli uomini «nel luogo stesso – la nuda vita – che segnava il loro asservimento» (1) politico – vivono inconsapevolmente (al pari dei maiali) la nuda violenza che assurge a vigenza vuota e incondizionata in un mondo in cui le categorie giuridiche «non rispecchiano più alcun comprensibile contenuto etico» (2). L’autrice investiga il fondo animale cui è stata ridotta la nuda vita degli umani sotto l’imperio del capitalismo di oggi. Che cos’è questo dispositivo?, la questione della nuda vita si fa tangibile: che cos’è, infatti, «quel che definisce i dispositivi con cui abbiamo a che fare nella faseattuale del capitalismo». (3), se non l’odierno assurgere della nuda vita ad assolutezza, ad in-differenza, a radicale de-soggettivazione ad opera di una proliferazione sempre più asfissiante di dispositivi tecnico-social-governamentali, nella loro «immane parodia dell’oikonomia teologica» (4). «Nella non verità del soggetto [contemporaneo] non ne va più in alcun modo della sua verità».(5), scrive Agamben e, come si vede, il compito affidato al pensiero è proprio quello del tentativo d’assunzione e revoca di questo vacuum etico-veritativo.
Il campo è per Agamben il luogo assoluto edemblematico del consolidamento della nuda vita e dello stato d’eccezione in quanto tali, il
paradigma biopolitico del moderno, dove la nuda vita satura interamente il luogo della politica. Analogamente, per la Mastrototaro, il campo di concentramento dei maiali che sono ammassati in vista dell’esecuzione capitale, è affine al campo di concentramento degli umani, anch’essi ammassati nell’oikonomia in vista del compimento del sacrificio della propria nuda esistenza. Ma ciò, sapientemente, nel libro, non è mai detto, l’autrice fa silenzio intorno a questo evento.

1 Cfr. G. Agamben, Mezzi senza fine. Note sulla politica, Bollati Boringhieri, 1996, pp. 13.
2 Ibidem p. 103.
3 G. Agamben, Che cos’è un dispositivo?, Nottetempo, Roma 2006, p.30
4 Ibidem p. 34.
5 Ibidem p. 31.
6 Ibidem p. 36.

14 commenti

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14 risposte a “La poesia come Zona ZTL, La Zona ZTL come categoria del politico e del poietico, La percezione distratta, il frammento, la leggerezza, Lo spazio espressivo integrale, di Giorgio Linguaglossa, Due poesie di Lucio Mayoor Tosi, Nota di lettura a Legati i maiali, di Teodora Mastrototaro, Lucio Mayoor Tosi, Covid garden

  1. Lo strenuo tentativo di comunicare, non già ad intellettuali e letterati ma all’umanità senza numero e categorie, per il mercato inesistente, è la fissazione. Da qui, più che il tono basso, l’azione di recupero del senso fuggitivo: l’esserci, per me, di un istante di attenzione, non comprensibile ma che arriva; e sembra quindi che ci si intenda sull’imprevisto, come che la poesia voglia dire qualcosa di vero – se vero è tutto ciò che è stato.
    Non si capisce? Vi è una logica anche in questo non capire: di necessità virtù! Il fare distratto e la leggerezza hanno qualità temporali, quali il momentaneo e l’accadimento. Con ciò ridare vita al gesto di scrittura, segno di come viva l’attenzione. Il resto all’inconscio. Ma lo stesso effetto è prodotto da comunicati stampa e pubbliche dichiarazioni.

  2. antonio sagredo

    non la definirei “fissazione” che è termine volgare, meglio è OSSESSIONE. e anche il concetto dell’ “esserci” è privo di valore da quando l’esistenzialismo lo ha svuotato. La Poesia non dice mai qualcosa di vero, se mai finge di “dire”, ma dire non è esatto, meglio è “dettare”
    E se mai è la scrittura del gesto, e non il contrario che conta per il Poeta. E ancora con l’inconscio! che per me significa regressione, passatismo, ecc.
    Necessario è che la liberazione dai concetti pregressi sia anticipata da questo: che la liberazione in sè si liberi dell’umAno, e poi si può iniziare a dettare… dettare e non dire!
    IL DETTARE opponendosi al Dire distrugge la narrazione, e da qui inizia la passione, il DUENDE…

  3. Carlo Livia

    Caro Giorgio, le tue osservazioni critiche sull’uso di lemmi e icone del sacro che mi conducono in un viluppo senza uscita, estraneo all’evoluzione profana degli altri autori della rivista, mi hanno indotto a qualche riflessione che tento di condividere.

    Per me esiste solo il sacro, il confine col profano è stato creato dal potere che ha sempre preteso di assumerne il monopolio, escludendo gli altri, quindi per me non si tratta di profanarlo o di annientato, ma di rinominarlo, riformandone lo scenario ontologico e l’ethos che ne promana.

    ” Il sacro è un elemento della struttura della coscienza, non della sua storia. L’esperienza del sacro è indissolubilmente legata allo sforzo compiuto dall’uomo per costruire un mondo che abbia un significato. Ierofanie e simboli religiosi costituiscono un linguaggio pre-riflessivo, che essendo un linguaggio sui generis necessita di una ermeneutica propria. ”
    Mircea Eliade

    Esattamente questo intendo per poesia, una lingua pre o metarazionale in grado di ridare senso al mondo, svincolando il pensiero dalle catene delle pregresse, obsolete mitologie e inevitabili implicanze dogmatiche e normative, cioè dalle strutture religiose fatte di interdizioni, prescrizioni, rituali, ecc.

    Rifondare, rinominare, non annientare il sacro, come è evidente in tutta l’evoluzione speculativa e teologica post-idealista, in cui non ha più posto l’hybris della ragione che si autosacralizza, smarrendo senso e prospettive.

    “Qual’è il senso della nostra esistenza e degli altri viventi? Saper rispondere a tale domanda significa avere sentimenti religiosi. Direte, ma che senso ha porre questa domanda? Rispondo: chi crede che la vita sia priva di significato, non solo è infelice, ma appena in grado di vivere. ”
    Albert Einstein

    Rifondare, rinnovare paradigmi e strutture del linguaggio, la “casa dell’Essere” ( ma sarebbe più giusto dire la sua prigione ), abbattendo vincoli e confini, spalancandone le sbarre per cercare “l’anello che non tiene”, vista la sua inoppugnabile eteronomia ontologica con gli enti, è la forma che assume la prospettiva euristica, epistemologica del nuovo linguaggio poetico per ritornare alla verità del sacro, non per auto-annientarsi sulla riva del silenzio.

    Come quando Alice in “Oltre lo specchio” si addentra nel bosco dove le cose non hanno nome. Incontra un cerbiatto che si lascia abbracciare senza paura. Ma appena escono dal bosco e ricordano il proprio nome, il terrore risorge, e il cerbiatto fugge.

    “Come un cane” pensa K. quando viene sgozzato alla fine del processo, e “gli sembra che la sua vergogna debba sopravvivergli”. Resta un sentimento, un eccesso, un residuo spirituale indistruttibile, per opporsi e delegittimare il mondo che il linguaggio e l’ethos convenzionale hanno plasmato e strutturato razionalmente eteronomo, incongruente, aporetico rispetto alla verità della coscienza, alle istanze cognitive del sentimento.

    o Dio che ciangelli
    e la tua porta di fracassi – come un’
    auto che varca il roso cancello, passa la tua
    severa ordinanza, ma io non posso! seguirti!
    tu troppo ti nascondi troppo premi il tuo pistone da pericolo.
    Tu non hai dolcezza? Tu non distribuisci caldamente le
    Felicità? , come un puro flauto dal becco sì sottile è
    la tua ostilità – tu attiri
    per poi ripulsare le gioie barbare.

    Amelia Rosselli

    La violenza icastica, eretica, iconoclasta, al limite della blasfemia di questo testo è paragonabile al pensiero dei grandi sovvertitori di dogmi e teofanie, come Eckhart, Bruno, Spinoza, o al Cristo di Dostojevski davanti all’inquisitore, che simbolicamente indica una completa kenosis del divino, auspica un uomo che assume la libertà e la dignità di un Dio.

    Lo stesso sentimento di stupore e ribellione contro un destino di annientamento spirituale, una deriva nichilista che implica la negazione di un’incoercibile ansia di liberazione e salvezza dalla tenebra, di una teofania negativa, di un’eclissi del sacro, si evince anche dall’inquietudine dell’invocazione di Celan al nulla.

    ” Nessuno ci impasta più, da terra e fango,
    nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
    Nessuno.

    Che tu sia lodato, Nessuno.
    È per amor tuo
    che vogliamo fiorire.
    Incontro a
    Te.

    Noi un Nulla
    fummo, siamo, reste-
    remo fiorendo.
    La rosa del Nulla.
    La rosa di Nessuno.

    Con
    lo stimma anima chiara
    lo stame cielo deserto,
    la corona rossa
    per la parola di porpora
    che noi cantammo al di sopra,
    ben al di sopra
    della spina.

    Paul Celan

  4. antonio sagredo

    “La violenza icastica, eretica, iconoclasta, al limite della blasfemia di questo testo è paragonabile al pensiero dei grandi sovvertitori di dogmi e teofanie, come Eckhart, Bruno, Spinoza, o al Cristo di Dostojevski davanti all’inquisitore, che simbolicamente indica una completa kenosis del divino, auspica un uomo che assume la libertà e la dignità di un Dio.”….
    Vi è chiaramente una forte esagerazione nell’intervento di Carlo Livia, il quale fa trasparire una debolezza per la Rosselli e per Celan.
    Ma non è questo il punto.
    .—–

    Al banchetto della sacra mortalità tu volgevi altrove il suo sguardo basedowico.
    Avevi nelle mani il cerebro di Dio sezionato allegramente da occhiceruli teologi.
    Ricordavi che la giostra del pensiero illumina gli orrori della teofania ultraterrena,
    ma con gli occhi di una chiavica tu miri la bellezza delle pellicole impiccate ad una corda.

    Ad ogni passo una stazione che rideva… 12 stazioni di applausi, battimani straniati e
    3 cadute come esche ad una sarabanda di dèmoni: non c’è sabbia, né palme nei deserti!
    Il parallelo s’impone, come nei massicci le creste, ai trionfi del rogo dei santi eretici:
    stazioni di carbone sono le ossa… la fine è che gli occhi cercano orbite cave!

    Ogni parola ha mozzato la sua lingua! La bocca è orfana di grida! Stridono gelose le banderuole!
    Verità azzanna la ruggine del Verbo e – del perdono! — Io vedevo il canto degli uccelli e delle acque,
    le sonnolente carezze materne, i campi – rossi di papaveri… credevo: libertina orfanezza è l’infanzia!
    Ho trascorso le mie età sotto la cenere eretica. Ora sogno – gli anelli – di Saturno!

    Antonio Sagredo
    Roma, 22 febbraio 2014

  5. caro Carlo Livia,

    Sul nichilismo

    Penso di interpretare il pensiero della redazione tutta se osserviamo questo precetto: quell’ospite ingombrante che è il nichilismo è già qui da tempo, tra di noi, e non possiamo far finta di non vederlo e di non sentirlo, e non possiamo liquidarlo con una battuta scherzosa…

    Scrive Heidegger:

    « Comincia… l’età della compiuta mancanza di senso (…) Nell’epoca della compiuta mancanza di senso giunge a compimento l’essenza dell’età moderna»2]

    «La mancanza di senso in cui si compie la trama metafisica dell’età moderna è conoscibile come il compimento essenziale di questa epoca soltanto se viene vista congiuntamente a quel cambiamento dell’uomo in subjectum e alla determinazione dell’ente come rappresentatezza e fabbricatezza (Vor- und Hertgestelltheit) di ciò che è oggetto. Si vede allora che la mancanza di senso è la conseguenza prefigurata della definitività dell’inizio della metafisica moderna. La verità come certezza diventa la concordia instaurabile con l’ente nel suo insieme, predisposto per l’assicurazione della sussistenza dell’uomo riposto solo su se stesso. Questa concordia non è né imitazione né immedesimazione nell’ente vero “in sé”, ma è super potenziamento calcolante (verrechnende Ubermachtigung) dell’ente mediante lo sprigionamento dell’enticità nella macchinazione. Quest’ultima vuol dire quella essenza dell’enticità che si predispone alla fattività (Machsamkeit). Corrispondentemente a questo statuire, il rappresentare è il calcolante, assicurante misurare passo per passo gli orizzonti che delimitano tutto il percettibile, la sua spiegabilità e la sua utilizzazione.
    L’ente viene lasciato libero nelle sue possibilità di divenire, viene stabilizzato in esse in quanto frutto di macchinazione. La verità come concordia assicurante dà alla macchinazione la preminenza esclusiva (…) La mancanza di radura (das Lichtung-lose) dell’essere è la mancanza di senso (Sinnlosigkeit) dell’ente nel suo insieme».3]

    caro Carlo,

    È l’età della fine della metafisica che si rivela come età della mancanza di senso. Non siamo io o la poetry kitchen a decretare la «mancanza di senso» ma è il destino storico-epocale dell’ente nelle condizioni in cui l’ente storicamente si trova che manifesta l’apertura o la chiusura dell’ente. La Sinnlosigkeit (la mancanza di senso) è ciò che annuncia la «mancanza di radura» dell’essere (das Lichtung-lose).
    La tua personale ricerca del «senso» nella «mancanza di senso» è rispettabile, forse anche ammirabile ma si rivela un Gestell, una imposizione, un dispositivo del soggetto che «vuole», con un atto soggettivo, imprimere nel mondo il sigillo dell’atto del senso. È quello che fanno le religioni costituite, è comprensibile, ma non può essere l’atto di un uomo libero, libero da qualsiasi pastoia, libero dalla distinzione del sacro dal profano, che, come acutamente tu noti, è una istituzione del Potere, un dispositivo del Potere e in questo dispositivo il pensiero teologico e giuridico occupa la parte centrale di esso. La distinzione tra il sacro e il profano è la premessa, la presupposizione e la giustificazione di tutte le successive distinzioni divisioni: bianco e nero, guelfi e ghibellini, comunisti e fascisti, salariati e padroni etc. etc.

    Infine, un ultimo appunto: l’ingresso della categoria del «sacro» nella ermeneutica del testo (come tu fai) è una scelta molto discutibile, io penso erronea: non si può misurare la profondità di un testo poetico con il termometro della presenza o della assenza del «sacro», altrimenti tute le poesie sarebbero delle preghiere, e le preghiere sarebbero tutte poesie.

    1] M. Heidegger, Nietzsche 1961, trad it. Franco Volpi, Adelphi, 1994, p. 556
    2] Ibidem Nietzsche, trad. it. Adelphi, 1994 pp. 554, 557]
    3] Ibidem p. 559

  6. L’ha ripubblicato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Nessuno ci impasta più, da terra e fango,
    nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
    Nessuno.

    Che tu sia lodato, Nessuno.
    È per amor tuo
    che vogliamo fiorire.
    Incontro a
    Te.

    Noi un Nulla
    fummo, siamo, reste-
    remo fiorendo.
    La rosa del Nulla.
    La rosa di Nessuno.

    Con
    lo stimma anima chiara
    lo stame cielo deserto,
    la corona rossa
    per la parola di porpora
    che noi cantammo al di sopra,
    ben al di sopra
    della spina.

    Paul Celan

  7. Un saluto di benvenuta sulle pagine dell’Ombra a Teodora Mastrototaro. La nostra Bari si conferma ancora una volta, terra fertile per la nascita di nuova poesia. Ciao

  8. Questo il testo completo:

    CARTA STRACCIA IN RISALITA DAL CESTINO

    Cos’è quest’aprirsi di meandri?
    Quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica?

    Si chiama Robespierre e porta la parrucca.
    Per un certo tempo la testa sottobraccio.
    Ora respira e arriccia i polpi sul lungomare.

    Chi conforta chi?
    Faust al capezzale di Mefistofele.

    Carismatico il pipistrello di Baudelaire
    Qui Islero, il mio cuore schizza spade nella rena.

    Ce ne andammo dagli scogli
    Giocando a golf, raccontando il parto
    Di un orca a feto.

    Sarajevo è il mar Rosso e dunque niente sparo.
    L’ Asburgo sull’auriga ringrazia Osiride

    La strada dei manometri per i gas nervini.
    Nessun angelo segnerà le vostre bombole.

    La notte che respirai iprite resuscitarono mille fanti
    Alla stazione di Bari invece sollevai un angelo
    Bello era e senza Kelvin da prestare

    Oh Curie tra le bombe e le fin de siècle
    C’è del Radio con un Sé sull’etichetta.

    Il seguito è perfetto.

    L’impazienza prova un corto di Charlot.
    Nasce Filini nel fodero degli occhiali.

    Nessun gesto è desolato
    ma un martello pigia un piede ogni secondo.

    Un pizzico di Margherita, un grammo di Elena
    Il settimo di riposo, il sesto si tuffi al porto.

    Di fronte alla Vittoria
    Un sottopasso nel canale d’Otranto.

    Il male ha un’onda anomala, soltanto un po’ dolente :
    Di virus infettato da un ago nel deltoide.

    (Francesco Paolo Intini)

  9. Quando postai la foto della scheda (in questa pagina) su fb, un amico scrisse che quella era l’immagine del futuro della terra. Una definizione che mi piacque tanto e che trovo ancora azzeccata.
    Erano giorni che ci passavo sopra, il lato No della Luna e niente più. A distanza di tempo, vedo che quella foto è nel suo futuro, intatta e pura, sempre piacevole. Il mondo reale, quello con la freccia del tempo gli è scivolato di sotto, ha partorito magnolie e a due passi nuove generazioni di colombi si azzuffano per una mollica.
    Non giuro sulla piacevolezza della malva e nemmeno dei carrelli del supermercato che gli stavano accanto. Si è ritirata in tubetti di tempo che conservo gelosamente. Uno strascico di questa malattia che contagia la mia ZTL e che non guarisce con pillole di nostalgia e nemmeno con radiazioni di ossi di seppia. Mi raccomandano pezzi di ricambio del 2300 o forse di qualche secolo più in là. Occhi di teflon, cuore di germanio sistemati alla rinfusa negli scaffali a prezzi modici.
    Nell’iride è registrato quello che serve per riprendersi l’entropia e non soffrire di troppa matematica certezza. I palazzi intendo con gli annessi e connessi di luci e gerani. Nessuno che ospiti un geco e in troppe cantine maneggiano gru per riprodursi. Ma anche i piani di sopra dove si raccomanda a un buco nero di fare il suo dovere nella via lattea e non schierarsi con gli scansafatiche, improduttivi, comunisti dalla parola priva di onore e significato.
    Troppe scuse si sono trovate per non inquadrare e schedare i ramoscelli caduti per caso dai balconi. Per troppo uso di alcol o per stanchezza o per essersi svegliati nel bel mezzo di un film ed essere presi di mira da una chiave impugnata sapientemente da Charlot.
    Vallo a trovare un giorno di sole che una lucertola si stenda su un ramo di fico e un palazzo non seduca con i suoi occhi a mandorla

    PER UNA SCHEDA SU PRATO (2018)

    (Abstract: Il significato vuoto apparve su prato,
    lato occidentale di una coop e dentro
    i bar di germanio.
    Anche via Redavid era spenta -le auto parcheggiate ai relais
    I capitoli del Principe come tombini aperti nel formaggio
    molecole di acido butirrico sotto i piedi del Valentino)

    Un vento silenzioso portava jazz e denti smaglianti
    Soltanto il cielo fragola aveva
    un capezzolo di conforto

    il timore dell’allunaggio alla mercè
    di formiche- che avrebbe fatto la mafia dei colombi
    se non ci fosse stato il pizzo da pagare?

    l’essere adorato e penzolare
    o addirittura stramazzare al suolo
    come un chiodo che si configge nel suolo patrio
    o un capopartito sulla terra rossa.

    (Francesco paolo Intini )

  10. Carlo Livia

    THE PLATEAUX OF MIRROR

    se non parla convoca gli aghi
    le stanzette bipolari, la polvere delle casematte

    altri io strisciano sui contorni
    ma il gorgo è sempre lì, che urla nell’amianto

    oppure trasloca nel terzo raggio
    nei dialoghi fra le sepolture

    c’è un dolore al centro della luce
    di notte è un’acqua muta

    l’amore è un nulla che ferisce la sintassi
    una spina nel fianco dell’ora di punta

    la bestia si lecca gli angoli di lutto
    che dal cielo sembrano peccati

    ha un sonno obeso di lunghe mitosi
    misteri umidi nel vento psichico

    l’uragano ha dimenticato la cristalliera
    dove lei arrossisce sottovoce
    e ripone i suoi celibi

    la clessidra, contagiata dal silenzio delle madonne
    segna avvoltoi, verande infelici, parole di neve sull’acqua

    l’attimo terminale indossa il sogno del violoncello
    davanti al precipizio soffice

    il Demiurgo ha un pallore malsano
    getta il follicolo in perifrasi infinite

    il congegno profetico è stato seppellito vivo
    con le sue protesi appena nate

    ma il messaggio vaga ancora nel frutteto
    con i neutrini a vista

    • caro Carlo,

      a mio modesto avviso qui hai compiuto un vero triplice salto mortale e sei atterrato, vivo e vegeto spero, nella poetry kitchen.
      La poesia kitchen non è un «oggetto governistico», come dice Luciano Canfora nella intervista che segue, non ambisce ad andare al governo delle istituzioni democratiche della poesia italiana, quella che si fa colà è cucina per poveri di spirito e non fa testo.

  11. https://www.huffingtonpost.it/entry/luciano-canfora-lultima-metamorfosi-del-pd-portaborse-di-draghi_it_604a371ac5b636ed3378c8a9?ncid=other_huffpostre_pqylmel2bk8&utm_campaign=related_articles

    Intervista a Luciano Canfona di Alessandro De Angelis

    D. Professor Luciano Canfora, lei nel suo ultimo libro Metamorfosi si chiede perché la sinistra si vergogni delle sue origini e da questa rinuncia alla critica dell’esistente fa discendere l’assenza dell’anima di oggi. Scriviamo l’ultimo capitolo del libro, sull’attuale crisi del Pd.

    Ringrazio per questa considerazione delle mie capacità profetiche, cercherò di essere all’altezza. La premessa è già contenuta nella diagnosi fatta in questi giorni da Arturo Parisi. Il Pd è diventato un oggetto subalterno a qualunque interlocutore lo porti al governo.

    D. Game over. Completata la metamorfosi.

    Beh. È un oggetto “governistico” che non ha un rapporto con una base intesa non come un mero serbatoio di voti, ma come popolo dentro cui trovare una identità. Credo che il Pd non abbia sezioni, una struttura territoriale degna di questo nome. Ed è la ragione per cui è passata l’idea demenziale che il segretario del partito lo eleggono i passanti attraverso il rituale comico delle primarie. Uno passa e vota… Ma le pare?

    D. Qui arriviamo al nodo di un partito che, parafrasando Gianni Cuperlo, è più forte nel Palazzo che nel paese e che però è riuscito negli ultimi dieci anni a rimanere sempre al governo, pur perdendo le elezioni. Non è la fotografia di una sinistra che si è irrimediabilmente persa?

    Non è più un partito di sinistra. Ha sostituito al bagaglio intellettuale e pratico suo caratteristico, una parola priva di senso che diventa un Santo Graal discriminante: l’europeismo. Mi chiedo cosa significhi. Siamo tutti europeisti, ma stai con i lavoratori o con i detentori del capitale? Con gli sfruttati o con chi trae profitto dal lavoro dipendente? Un continente non è un’idea politica, magari lo era nella testa di Altiero Spinelli che diceva “l’Europa, se ci sarà, dovrà essere socialista”. Citano Spinelli ma non hanno letto il Manifesto di Ventotene.

    D. Però europeismo non è un’opzione neutra. È l’opposto del sovranismo che, quella costruzione la metteva in discussione. Si può discutere di un’Europa socialista o conservatrice, ma prima deve esserci l’Europa. O sbaglio?

    Sovranismo è una parola inventata e priva di contenuto. Dire che la sovranità nazionale è un disvalore è una stupidaggine. Se una cosa è giusta, anche se la dice un uomo di destra, non cessa di essere giusta. Ad esempio, la difesa della sovranità nazionale di fronte al capitale finanziario non è sbagliata.

    Lo ammetto, mi ha fatto saltare la scaletta preparata per questa conversazione. Torniamo all’8 settembre del Pd: occupazione del Nazareno, dirigenti sbandati, Grillo che si candida, Letta richiamato per salvare il salvabile.

    D. Sa cosa mi colpisce, che non si stia parlando per nulla della presa di posizione seria e garbata da parte del presidente della fondazione De Gasperi Domenico Cella il quale ha contestato le procedure attraverso cui è nato il governo Draghi. Governo che senza l’accorrere devoto del Pd non sarebbe mai nato. Il Pd è il portaborse di Draghi.

    Prego? Cosa c’è di strano? Il capo dello Stato ha fatto appello un appello alle forze politiche e il Pd, con un certo mal di pancia e senza entusiasmo, lo ha accolto.

    La Costituzione prevede l’appello del presidente al Parlamento semmai, non l’appello alle forze politiche. Ripeto: portaborse. L’errore è stato non andare alle Camere e chiedere la fiducia. Non mi dica anche lei che non si poteva votare, perché si vota in tutto il mondo.

    D. Sono state appena rimandate le amministrative, ma non ci infiliamo in questa discussione. Le chiedo: cosa rappresenta Enrico Letta? Lei lo vede solo come l’esecutore dell’agenda Draghi o l’espressione di un riformismo moderno, capace di dialogare con Draghi, ma anche di ricongiungere riformismo e popolo?

    Ho un’ottima considerazione di Letta come studioso, ha avuto un grande successo a Parigi. Persona fine, colta, vittima del bullismo renzismo che il Pd ha ancora dentro di sé. Cosa riesca a fare questo uomo intelligente, colto e molto educato, non lo posso sapere. Temo si troverà alle prese con squali dentro fuori il suo partito. Poi, sa, magari avremo delle sorprese. Nessuno pensava che Mossadeq avrebbe cacciato lo Scià di Persia.

    D. Come si spiega il collasso dopo Draghi? Cioè che proprio il partito che poteva avere più nel Dna questo tipo di soluzione è quello che ne ha pagato maggiormente gli effetti?

    Invidio le persone che conoscono il Dna. Perché lo ha nel Dna? Nel senso che avendo già praticato harakiri ai tempi di Monti è il partito dell’harakiri? Era matematico prevedere che il cittadino che lo ha votato si chiedesse: ma per chi ho votato?

    D. Draghi è una dura necessità. Cogliere, nella necessità, l’opportunità sarebbe il compito della politica. Lei questa opportunità la vede oppure, come parecchi a sinistra, vede solo la preparazione di uno sbocco inevitabile a destra, dopo averla ripulita del sovranismo?

    Lo sbocco a destra c’è già stato. Gli unici partiti che crescono sono la Lega e la Meloni che ha superato il Pd nelle intenzioni di voto. Era ovvio che accadesse. Dopo anni di contrapposizione frontale è complicato dire: “Possiamo governare assieme senza problemi”. Se la realtà coincidesse con l’elite non ci sarebbero problemi, ma la società è più grande e funziona diversamente, chiede verità. Dovrebbero uscire da questo circolo autoreferenziale nel quale si sono imbottigliati.

    D. Non pensa che sia un errore lasciare Draghi alla destra?

    È un meccanismo mentale già conosciuto, penso agli ultimi cancellieri della Repubblica di Weimar, dal 1930 al 1933 venivano elogiati perché si riteneva che con loro il partito nazionalsocialista sarebbe stato tenuto a bada. E alla fine? Quei cancellieri consegnarono al capo di quel partito il governo della repubblica. Draghi fa il premier, ha intorno alcuni ministri suoi, altri, per dirla alla De Gaulle, sono la ricreazione. Ma l’unico che interloquisce con Draghi, che va lì a protestare, condizionando, è Salvini, come nel caso delle chiusure.

    D. Tutto questo condizionamento non lo vedo. Proprio sulle chiusure c’è una robusta continuità col governo precedente. E, aggiungo, menomale.

    Io vedo che è l’unico interlocutore che parla, in un clima di conformismo mediatico su questo governo.

    D. Ci sono due scuole di pensiero sulla fine dell’esperienza giallorossa. C’è chi vede in quel governo un’esperienza di sinistra che la borghesia ha liquidato utilizzando Renzi per arrivare a un equilibrio moderato. Personalmente ci ho visto poca sinistra e tanto governismo che, alla fine, è imploso su contraddizioni mai sciolte.

    Non penso che fosse un governo di sinistra. A me è parso il meno peggio. Per esempio su terreni di cui si parla poco come nel caso del dicastero dell’Interno: almeno non avemmo col Conte 2 nuove situazioni tipo Gregoretti, Carola Rackete. eccetera.

    D. Claudio Petruccioli, in un’intervista al Riformista, critica la subalternità della sinistra in quell’esperienza e il suo essere orfana di Conte, neanche fosse Allende.

    Non riesco a seguire questa impostazione perché non mi piace il metodo consistente nel combattere una posizione altrui rendendola la comica. Se cioè attribuisco ai partiti la visione estatica di Conte uguale ad Allende, posso combatterla ridicolizzandola. Ma non è corretto. La vera subalternità è quella di tutta la stampa italiana di fronte all’attuale premier. Mi viene in mente un articolo della Stampa di Torino del 2 dicembre 34: “Il Duce pratica ogni giorno a Villa Torlonia uno sport: il lunedì marcia ad andatura rapida e cadenzata, il martedì nuota…. E così via”..

    D: La parola più abusata, in questa esperienza, è dopoguerra, evocando l’unità nazionale di allora. Allora però fu una scelta, oggi il frutto del default della politica. Non è un paragone del tutto infondato?

    Potremmo farlo rispetto alla guerra dei trent’anni, l’Europa a pezzi… Paragoni della mezza cultura che non sa come cavarsela. Amico mio, è qualunquismo parlare di default. Non ha fallito la politica, ci sono state precise responsabilità di qualcuno, cioè Renzi.

    D. Le chiedo: il Pd ha ancora un senso o sono venuti meno i presupposti per cui è nato?

    Basta ricordarsi come è nato il “partito a vocazione maggioritaria” come lo definì Veltroni. Che vuol dire? Che il Padreterno ha detto: sarai grande? Che Jahvè sul Sinai ha detto all’autoproclamato Mosè “porterai il popolo alla salvezza”?. È nato da una abdicazione completa, basta vedere il Pantheon di partenza con Norberto Bobbio, John Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King. Il decadimento è frutto, tra l’altro, di quella scelta autolesionistica.

    D. Vado ancora più diretto: questo partito è riformabile o è come l’Urss, irriformabile in attesa che precipiti un evento esterno?

    Bella domanda. Qualche mese fa forse avrei detto: forse è ancora riformabile. Ora lo penso molto meno.

    D. Dia un consiglio a Letta.

    Di non cadere nell’errore commesso la volta precedente. Di non fidarsi di coloro che lo vogliono rassicurare.

    • I pochi comunisti si rassegneranno ad avere l’ennesimo conduttore democristiano? Hai voglia… il contenuto politico sta nel porre a confronto l’immagine di Letta con quella di Conte: trova la differenza!
      Per me sono idee da ufficio stampa. La prassi è ormai divenuta mentalità. Grazie a Veltroni (oggi scrittore di successo) – qui citato a proposito da Canfora per via del “partito a vocazione maggioritaria” (una specie di malattia) – poi a gente come Rosato e Orfini… Ma faccio gli auguri, che la prossima adunanza sia decisiva.

  12. «Tutto finisce» disse uno all’altro. Perché erano sempre due.
    E non c’è verso, o verbo, che possa cambiare.
    §
    Vogliamo parlare del merito? Delle cassapanche fine settecento
    infilate sotto il mento, dello street food?

    Della cultura forse, del puntaspilli perso a Porta Portese
    Dell’almanacco del giorno? Del capezzolo spuntato su Marte?

    Edmond le indico le esatte coordinate WGS84
    il piano di fuga, la donna di picche e tutto il kit per la salvaguardia,

    il bisbiglio continuo, le luci accese e senza incomodare ne generali
    ne colpi di scatole le lascio tutto sul comodino.

    Cosi nel flusso continuo di una news permanente, nel pugno,
    la posizione non cambia. Bau! Bau! (detto in cinese)
    §
    se non parla convoca gli aghi
    le stanzette bipolari, la polvere delle casematte

    altri io strisciano sui contorni
    ma il gorgo è sempre lì, che urla nell’amianto

    oppure trasloca nel terzo raggio
    nei dialoghi fra le sepolture

    c’è un dolore al centro della luce
    di notte è un’acqua muta

    l’amore è un nulla che ferisce la sintassi
    una spina nel fianco dell’ora di punta

    la bestia si lecca gli angoli di lutto
    che dal cielo sembrano peccati

    ha un sonno obeso di lunghe mitosi
    misteri umidi nel vento psichico

    l’uragano ha dimenticato la cristalliera
    dove lei arrossisce sottovoce
    e ripone i suoi celibi

    la clessidra, contagiata dal silenzio delle madonne
    segna avvoltoi, verande infelici, parole di neve sull’acqua

    l’attimo terminale indossa il sogno del violoncello
    davanti al precipizio soffice

    il Demiurgo ha un pallore malsano
    getta il follicolo in perifrasi infinite

    il congegno profetico è stato seppellito vivo
    con le sue protesi appena nate

    ma il messaggio vaga ancora nel frutteto
    con i neutrini a vista

    Grazie Ombra.
    Grazie Tosi, grazie Livia.

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