Guido Galdini, Poesie da Appunti Precolombiani, Arcipelago Itaca, 2019, con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa, La questione della problematizzazione interna dei linguaggi artistici

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La questione della problematizzazione interna dei linguaggi artistici

Guido Galdini (Rovato, Brescia, 1953) dopo studi di ingegneria opera nel campo dell’informatica. Ha pubblicato le raccolte Il disordine delle stanze (PuntoaCapo 2012) e Gli altri (LietoColle 2017). Alcuni suoi componimenti sono apparsi in opere collettive degli editori CFR e LietoColle. Ha inoltre pubblicato l’opera di informatica aziendale in due volumi: La ricchezza degli oggetti: Parte prima – Le idee (Franco Angeli 2017) e Parte seconda – Le applicazioni per la produzione (Franco Angeli 2018).

Strilli Gabriele2

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

La questione della problematizzazione interna dei linguaggi artistici

I linguaggi artistici sono quei tipi particolari di linguaggi che sono stati sottoposti ad una intensa problematizzazione interna. È attraverso la problematizzazione interna che i linguaggi si rinnovano, e una attività ermeneutica dei linguaggi artistici ha il compito di mettere in evidenza questa problematizzazione. Ma ogni intensa problematizzazione della forma-poesia comporta inevitabilmente un processo di de-soggettivazione. V’è qui in azione un orizzonte problematologico che de-coincide il soggetto spingendolo verso la de-soggettivazione.

Conosco non da oggi la poesia di Guido Galdini per comprendere come una intensa problematizzazione della forma-poesia lo abbia occupato e preoccupato in tutti questi ultimi anni. Galdini ha osservato con sfiducia crescente la forma-poesia degli ultimi decenni della poesia italiana; il problema per un poeta attento e sensibile era (ed è) fuoriuscire da quell’imbuto che dopo Composita solvantur (1995) di Fortini è diventata una esigenza non più comprimibile. È così che con questo singolarissimo libro il poeta di Brescia ha optato per una diversione tematica radicale, per una poesia che avesse ad oggetto la propria problematizzazione interna, ma l’ha fatto con una mossa spiazzante, con un dribbling, adottando a tematica centrale la colonizzazione dell’America del sud da parte degli spagnoli. Questa tematica apparentemente non avrebbe nessun aggancio con i miti e i riti di oggi della nostra civiltà tecnologica, eppure, a ben guardare con è così, anche noi oggi, abitanti dell’Italia repubblicana posta al confine meridionale dell’Europa, siamo abitati da una potenza coloniale ostile, solo che non ne abbiamo contezza, perché ci risulta invisibile, e la poesia che si scrive oggi in Italia men che mai, risulta anch’essa invisibile in quanto non attinta da alcuna consapevolezza della propria situazione problematica. Il vero problema è lo stato di soggezione e di sudditanza degli abitanti italiani del XXI secolo rispetto ad un Moloch invisibile e pervasivo che ha invaso l’Occidente. La poesia a mio avviso ha il compito di  rendere visibile ciò che è invisibile. Ma, come fare? È questo il problema: come fare per rendere visibile ciò che non è visibile?

È un discorso assertorio quello di Galdini che percorre i binari della poesia del novecento e del post-novecento, dove una voce monologante ci narra una storia; ma non è la storia che a me, in qualità di ermeneuta, personalmente sta a cuore, ma il «modo» di raccontarla; nel «modo» si situa l’istanza problematizzante delle forme artistiche, questo «modo», quello di Galdini, mi rende edotto della crisi interna dei linguaggi poetici convenzionali che ormai rendono obsoleto il discorso di un «io» plenipotenziario che legifera, di una «voce esterna» che governa e narra gli eventi. La scrittura poetica di Galdini si situa in bilico su questo crinale, tra il prima e il poi, tra il governo dell’io e il non-io, accetta e continua il discorso etero diretto del post novecento dove una «voce esterna» narra gli eventi. Penso che prima o poi anche Galdini dovrà decidere se rinunciare alla convenzione della «voce esterna» che governa e narra gli eventi per compiere il passo decisivo, andare oltre il Rubicone, transitare ad una nuova forma-poesia che faccia a meno della istanza di un soggetto plenipotenziario.

Può sembrare una annotazione laterale… avevo letto quella definizione di «ontologia negativa di Heidegger, “l’essere è ciò che non si dice”» almeno venti anni fa. E non ero riuscito a capire tutta la novità rivoluzionaria che conteneva. Poi, leggendo alcuni filosofi di oggi e, in particolare, L’aporia del fondamento (2009) di Massimo Donà, mi sono reso conto che la scoperta di essere giunti ad una ontologia positiva ha conseguenze rivoluzionarie anche sui linguaggi artistici. È stato come un fulmine.

Allora, ho ripensato a tutti i miei tentativi poetici di questi ultimi 35 anni, e tutto mi si è fatto chiaro: la ricerca di un nuovo modo di espressione, sia sul piano delle arti figurative, musicale e letterario, non può non poggiare su questo punctum fermissimum: l’ontologia positiva.

  • È la Circolarità Ermeneutica che presiede il dialogo;
  • È il dialogo che apre alla soluzione problematologica;
  • Il dialogo è l’essenza della poiesis;
  • L’incontro è sempre un incontro con l’Altro, l’Altro e l’alterità sono componenti essenziali della poiesis;
  • “θεραπεύεσθαι δὲ τὴν ψυχὴν ἔφη, ὦ μακάριε, ἐπῳδαῖς τισιν, τὰς δ’ ἐπῳδὰς ταύτας τοὺς λόγους εἶναι τοὺς καλούς” “L’anima, o caro, si cura con certi incantesimi, e questi incantesimi sono i discorsi belli” Platone nel Carmide – 157/a;
  • “Il linguaggio è la casa dell’essere e nella sua dimora abita l’uomo”, Martin Heidegger;
  • “L’essere, che può essere compreso, è linguaggio”, H.G. Gadamer;
  • La relazione è fatica ed implica che “dire è u-dire”, Umberto Galimberti.

Poesie di Guido Galdini da Appunti Precolombiani

Dresda, Persepoli, Tenochtitlan,
e tutti gli altri nomi
riconsegnati alla polvere,
ci fanno sospettare che sia impossibile
convivere troppo a lungo
con il ricatto della bellezza;
verrà sempre qualcuno, prima o poi,
a liberarci da questo peso:
la rovina è stata la rovina o la costruzione?
*

lo zero, vanto intellettuale dei Maya,
era rappresentato da una conchiglia
oppure da un fiore con tre petali:
in una terra soffocata dagli dei
almeno il nulla doveva essere gentile.
*

è ormai noto che i conquistatori del Messico
approfittarono dell’attesa per il ritorno,
previsto proprio quell’anno,
del principe dal mare d’oriente;
e qui s’inoltrano le riflessioni
sulle coincidenze che diventano catastrofi

ma non risulta che nessuno tra gli eruditi
abbia avanzato l’ipotesi
che Cortés fosse realmente il serpente piumato,
il miglior serpente piumato
che la storia si era potuta permettere.
*

costruiscono i templi sopra altri templi,
le piramidi rivestono altre piramidi:
il passato va protetto nascondendolo.
*

la vera morte sopraggiunge soltanto
dopo aver incenerito il cadavere;
gli Yanomami ne conservano i resti
in recipienti di zucca
che li accompagnano in tutti i loro passi

man mano ne abbandonano
una manciata al terreno,
in un progetto di attenuazione che porta
dal dolore al ricordo, dal ricordo all’oblio.
*

una coppia di turisti tedeschi
è scomparsa nel parco di Tikal,
malgrado le ricerche, di loro
non è stata rinvenuta alcuna traccia:
si presume che li abbia divorati
un giaguaro, forse assunto dalla direzione
per completare la realtà delle passeggiate.
*

secondo una fonte dell’epoca
lo Yucatan prese il nome
da “ma c’ubah than”,
la risposta che diedero i nativi
alle domande degli stranieri del mare,
e che significava semplicemente
non capiamo le vostre parole:
in questo modo, come si addice ai disguidi,
divenne un luogo anche l’incomprensione.
*

il palmo della mano era la parte
prelibata del corpo
riservata nel banchetto ai guerrieri;
e noi, che ogni occasione è propizia
per aumentare la sfiducia in noi stessi,
non ci rendiamo più nemmeno conto
di possedere questa saporita virtù.
*

per alleviare il peso della cattura
Cortés intratteneva Moctezuma
al patolli, un gioco d’azzardo dell’epoca,
si vincevano piccoli oggetti d’oro
che entrambi poi donavano agli spettatori;
il condottiero barava,
l’imperatore si limitava a sorridere:
era in palio la dignità, non le briciole.
*

le impronte rinvenute a Cerro Toluquilla,
vecchie almeno di trentottomila anni,
erano le orme degli uomini in arrivo
o quelle degli dei che si stavano allontanando?
*

per giorni e giorni d’assedio la città
era vissuta immersa nel frastuono,
tamburi, strepiti, trombe di conchiglie,
urla e lamenti di chi, per combattere,
non aveva altre armi oltre alla voce

ma allorché Quauhtemoc si consegnò agli invasori
cadde un silenzio improvviso e totale:
circondato da secoli di rumori
quel silenzio non s’è ancora interrotto.
*

i Mixtechi, il popolo delle nubi,
riuscivano a comprendere la lingua
fino a circa sessanta chilometri da casa,
la distanza che era data percorrere,
a piedi, in due giorni di viaggio:
il limite dell’altrove era segnato
in modo indelebile dalle impronte

per noi che abbiamo perduto
la consuetudine della strada
ogni centimetro è diventato incomprensibile.
*

quando ad Hatuey, un cacicco di Cuba,
prima del supplizio proposero di convertirsi
per ottenere il suo posto nel cielo,
chiese loro se il cielo era il luogo
dove vivono, dopo morti, gli spagnoli

ricevuta una risposta affermativa
dichiarò che preferiva l’inferno:
anche in tema di paradiso,
quando si entra propriamente nel merito,
le opinioni finiscono per divergere.

*

i cani, i tacchini e le api
sono le specie animali
allevate dai Maya;
il cibo, la dolcezza, l’amicizia,
a questi mezzi hanno assegnato
il compito di difenderli dal futuro:
anche loro non hanno avuto il coraggio
di accontentarsi delle stelle.
*

tutti i popoli conquistati e raccolti
sotto il giogo dell’impero del sole
pare non fossero
del tutto grati del proprio stato di sudditi;
accolsero quindi il manipolo d’invasori
come Dei sopraggiunti
per offrir loro la liberazione

più intricato fu poi chiedere ad altri Dei
di liberarli dagli Dei liberatori:
ma tutto questo non fa eccezione
all’uso promiscuo, che si fa ovunque nei tempi,
della perenne parola libertà.
*

non c’è riflesso che possa perturbare
le maschere di pietra verde di Teotihuacan;
soltanto l’ombra di quei volti senza pupille
riusciva a reggere lo sguardo delle piramidi,
soltanto chi è senza sguardo si può permettere
di oltrepassare gli equivoci della vista.
*

Chichén Itzà non è riuscita a sfuggire
alla prescrizione del son et lumière;
un serpente di luce scodinzola
lungo la scalinata del Castillo,
l’equinozio si ripete ogni notte,
accontenta i turisti,
concede loro di credere
che siamo riusciti ad intrappolare
persino il primo giorno di primavera.
*

Tollàn, il canneto, la terra
dove ogni cosa ebbe inizio,
Tollàn è ovunque
non siamo mai stati

ogni luogo raggiunto
smette di poter essere Tollàn,
la meta è una circostanza
che non ha niente a che fare con l’arrivo.
*

i sacerdoti di Xipe Totec,
il dio mixteco della primavera,
indossavano, dopo averle scorticate,
la pelle delle vittime sacrificali

la natura si riveste e si spoglia
e si riveste in abiti di distruzione,
cresce il germoglio sul marcire degli arbusti,
succhia la linfa alle carcasse sepolte,
s’inebria del tepore del terriccio

come informano i poeti modernisti
la crudeltà non è solo un pretesto:
quante notti di nebbia, per la luce d’aprile.
*

la diversa modalità di sacrificio
conferma l’adeguatezza dei loro passi
per raggiungere senza affanno la precisione:
ai maschi strappavano il cuore, le femmine
venivano invece decapitate

cosa infatti di più esatto nel ritrarre
la perizia inclemente di ogni amore:
voi perdete la testa,
a noi rubano il cuore.
*

il maggior punto d’incomprensione
lo si raggiunge di fronte alla crudeltà
men che gratuita, dannosa
per chi l’ha comandata o commessa:
gli encomenderos che per passatempo
nelle ore d’ozio sterminavano i propri schiavi,
ritrovandosi privi
di sufficiente forza lavoro;
la precedenza che per decreto era data
ai convogli dei deportati
rispetto a quelli dei militari feriti
di ritorno dal fronte

come più consona appare
la cura di Gengis Khan
nell’innalzare torri di teste umane,
ad assedio concluso,
per incoraggiare alla resa
gli abitanti delle città successive,
oppure il massacro preventivo
di Cortés a Cholùla,
che insinuò nei superstiti
la convinzione di trovarsi di fronte
a chi leggeva senza impedimenti
nel nascondiglio dei loro pensieri

tuttavia è un modo pavido, il presente,
di affrontare l’oceano dell’orrore,
nel tentativo di stabilire
una gradazione alla profondità delle tenebre;
come se avendo
davanti a noi la vastità della foce
continuassimo a preoccuparci soltanto
di misurare la frenesia dei torrenti.
*

giunsero i Maya assai prossimi
alla costruzione di un arco di volta,
ma non seppero far altro che ammassare
muri sempre più spessi, in modo tale
che s’incontrassero al vertice
per completare il soffitto

cosa fu che impedì loro di aggiungere
la discrezione della chiave di volta, il tassello
che scarica la spinta sui suoi lati,
deludendo la gravità?
non fu forse nessun altro motivo
che uno scrupolo del loro spirito attento,
la preoccupazione di non alleviare
con troppa astuzia il peso dell’universo.

10 commenti

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10 risposte a “Guido Galdini, Poesie da Appunti Precolombiani, Arcipelago Itaca, 2019, con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa, La questione della problematizzazione interna dei linguaggi artistici

  1. Ieri sera ad una piacevole cena in casa di Edith Dzieduszycka (c’erano, tra gli altri, Letizia Leone, Marie Laure Colasson, Silvio Raffo, Luciano Nota, Annamaria Curci, Rita Mellace…) un interlocutore mi ha chiesto che cos’era la nuova ontologia estetica e, in parole povere, che cosa è la poesia di oggi.
    Ecco io ho risposto più o meno così:

    non ci saremmo mai imbattuti nella NOE se non vivessimo in un periodo di grande crisi (economica, politica, sociale e spirituale, e quindi anche stilistica), alla quale dobbiamo in qualche modo rispondere, trovare un senso alla crisi e malgrado la crisi; anche perché l’unico modo di uscire da una crisi devastante come quella che l’umanità sta vivendo nel nostro tempo, è attraversarla, trovare un senso alla crisi. Anche il non-senso sarebbe una risposta plausibile alla crisi che stiamo vivendo. Le bombe deflagrate nello Sri Lanka ci riguardano molto da vicino. La guerra civile della Libia ci riguarda molto da vicino. La guerra civile (strisciante) che da almeno un anno affligge l’Italia è un sintomo evidentissimo di questa Grande Crisi.

    Ecco, io sono del parere che questa Mega Crisi sia la causa efficiente della NOE. Noi tutti scriviamo la poesia che scriviamo in preda ad una frantumazione e de-valorizzazione di tutti i valori ai quali facevamo riferimento fino appena a ieri. Ecco, tutti quei valori, improvvisamente, oggi non valgono più, sono andati in disuso, sono stati rottamati. Oggi noi abbiamo di tutti quei valori soltanto delle schegge, dei rottami, dei frammenti, nient’altro ci resta di integro, tutto è stato frantumato e rottamato. La NOE non può che riflettere questa Mega Crisi dei valori e delle parole (che quei valori portano). Non è affatto colpa nostra né forse neanche merito nostro se abbiamo abbracciato una nuova ontologia estetica. Probabilmente, anzi, sicuramente dopo di noi verranno altre ontologie estetiche, il mondo non si ferma certo alla NOE, ma adesso, in questo preciso momento segnato dalle lancette dell’orologio della storia, è il momento della NOE.

    • SULLO SCAPPAMENTO

      Uno dopo l’altro arrivano i nomi.
      Il ripristino del pianto ciclico intorno ai nuclei.

      Patmos in fondo è un’isola morta. Stella di neutroni.
      Dove abitò Giovanni e brevemente Pasolini.

      Ma anche oggi è possibile che dall’olio bollente
      Salti fuori un osso d’elio.

      Frutto della rivoluzione celeste
      E delle crisi ricorrenti.

      La diagnosi di furto d’arte è errata.
      Non sgorga nessun’acqua miracolosa a Bologna.

      Mezzadria e cuciture di arti.
      Materne pieghe nel parallelo di Guernica.

      (…)

      Nessuna delle stragi ha materiale fossile tra i reperti.
      Si risale dal sorriso all’orrore quindi all’annichilimento.

      Petrolio sgorga in val padana. Fluido terrore nelle visceri del Po.
      Senza carezze d’autore, ingabbiature e tubi per le raffinerie.

      Si dichiara impossibile la Conoscenza.
      Scavare tra i binari secchi è scolastica.

      Asserisce di essere morto. A metafisica assente corrispondono
      ospedali chiusi e scioglimento dei poli.

      (…)

      A lungo hanno viaggiato e si sono moltiplicati.
      Un avvoltoio si dichiara stukas per aver ragione di un toro.

      Le bombe sono ogive di afa insopportabile.
      Scoppiano di prestazione, odiano il sotterramento.

      Il Dio triangolo fa quadrato sulle sue previsioni.
      Quanti tiri di dadi affidare a Geremia?

      Un miracolo se l’ora scorre a lancette ferme.
      (…)

      Per ognuno che si dissolve
      si stenta a credere che ebbe carne di diamante.

      Scalpitano il due agosto come avessero inventato lo scappamento.
      Senza bisogno di un Tempo a governare il bilanciere.

      (Francesco Paolo Intini)

  2. In campo fossile
    che i tecnici picchettano

    stanno distese enormi mani.
    Ed è proprio vero quello che i paleontologi

    sostengono, non sono orme
    ma solchi che il suolo avevano sarchiato.

    – Le gigantesche mani di Polifemo non c’entravano – ne fu dato annuncio.

    La popolazione non colse il senso
    e soltanto al minimo ridusse il verso.

    GRAZIE Galdini,
    lettura che disfa la poesia e confeziona la Storia.

    GRAZIE OMBRA.

  3. giorgio stella

    è vero come dice Linguaglossa che Galdini a un certo momento dovrà sottrarsi all’io o decidersi allo stesso ma io nei suoi versi avverto una linearità così esclusiva già essa stessa da diventare deterrente di qualsiasi scelta. La linearità di Galdini è compresa in superficie da uno spazio fertile, sub-nostro ‘incolto riferire’… appunto il riferire, montaggio di un io narrante è già diviso dalla linearità che l’ha diviso… mi pare insomma che Galdini abbia già scelto la divisione assolutamente non casuale considerandone l’ironia che l’attraversa. Gardini dovrà decidere quello che ha già scelto, la linearità periodica conferma di una ‘coincidenza’, appunto non casuale: l’ironia lineare dell’io deterrente e via all’infinito…

  4. Queste poesie di Guido Galdini sembrano scritte ricalcando l’appunto, l’annotazione. Il resto, l’eventuale paccottiglia delle descrizioni è lasciato andare. Si rende quindi simile alla NOE, ma con riuscita indipendenza. Evviva!
    Rileggendole oggi, a distanza di poco tempo da quando L’Ombra le presentò, ho riprovato le stesse piacevoli emozioni e la sorpresa. Erano qui, non le avevo affatto dimenticate, il che non sempre accade (il web facilita ma non imprime come un libro).
    Per uscire dal discorso lineare, diciamo in direzione di una frammentazione, basterebbe un artificio: quello di spostare la posizione degli asterischi.

  5. giorgio stella

    la commozione emotiva é il riassunto di una eco totale; se ne vale il taglio fresco il resto non dovrebbe essere surgelato – e lì l’incontro, tra l’introvabilità di un libro come non fosse mai stato scritto e ora nel digitale l’elemento di qualsiasi ‘produttore’ lo ritenga valido ma sempre se lo tiene per se. La parola è breve, la poesia immortale.

  6. Talìa

    E’ da parecchi mesi che tengo sott’occhio la poesia di Franco Intini, qualcosa ancora non mi convince, c’è un Dio di troppo, compare in ogni testo, irrisolto, quasi un giustificativo, un prezzemolo di ogni minestra, ma il fatto è che non ne capisco la ragione ultima, se nel flusso della prosodia questo Dio intiniano abbia un valore o un disvalore. Non se ne capisce, ancora, la natura.

    • Penso ad un dio che sta sullo sfondo dei miei testi e talvolta emerge nell’economia della poesia esattamente come fanno altre figure ricorrenti ad es. l’entropia, le rivoluzioni e i loro protagonisti e certe date emblematiche come quella delle stragi, per poi scomparire.
      Se poi si va più a fondo si dovrebbe scoprire (ma non è detto, né si richiede) che esprime (o si cerca di farlo) il principio opposto a quello della irreversibilità degli eventi, rendendo possibile l’impossibile, contraddicendo il secondo principio. Tutte le figure lavorano come pedine di una scacchiera il cui essere e non essere, dipende dal giocatore e dal suo avversario. Uno specchio dell’esistenza a cui concorrono Vita e Morte ed in cui leggere valore o disvalore è impossibile (a parer mio):

      “Perché non è possibile cogliere Dio con i propri sensi? Per quale ragione si nasconde tra mille e mille promesse e preghiere sussurrate e incomprensibili miracoli? (…) Perché continua a vivere in me (…) anche se io lo maledico e voglio strapparlo dal mio cuore? E perché nonostante tutto Egli continua a essere uno struggente richiamo di cui io non riesco a liberarmi?”. (Il settimo sigillo 1957-Ingmar Bergman)

      Nell’epoca della morte di Dio probabilmente in queste parole di Antonius (il protagonista principale del film) mi sembra di leggere il fulcro dell’elaborazione del lutto.
      ciao

  7. giorgio stella

    breve sottratto assalta
    a giuntura
    […]
    per mina
    accolto presepe
    […]
    cocomeri cambiano
    paesi
    […]
    targhe delivery-
    bici – mani gambe

    [a toosy al nostro Piero Ciampi!]

  8. Ho corretto diversi errori di impaginazione delle poesie di Guido Galdini. Adesso i testi possono essere letti nella disposizione originale del libro. Galdini impiega il procedimento della glossa a margine di una storia. Procedura già impiegata con successo da Giampiero Neri con L’aspetto occidentale del vestito del 1976.

    Rivitalizzare la procedura della glossa è impresa complessa e ardua. Io sarei dell’opinione di suggerire a Galdini di utilizzare la glossa come elemento frastico di un genere di composizione più vasto e articolato quale può essere il «polittico» della nuova ontologia estetica. Penso che sarebbe lo svolgimento naturale della sua ricerca poetica.

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