Due poesie di Francesco Paolo Intini, con Una Nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

Marie Laure Colasson Abstract_11

Marie Laure Colasson, Abstract

Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio “Inediti” (Words Social Forum, 2016) e “Natomale” (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (“Sylvia e le Api”. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Una raccolta dei suoi scritti: “ NATOMALEDUE” è in preparazione. 

 Francesco Paolo Intini

Treno di mezza estate

I cercatori d’ombra conoscono l’ordito del giorno
Buttarsi a capofitto, imitazione del ranocchio.

Vennero arruolati i pini
I tronchi in un seme.

La civetta smobilitò le sue prede.
Non pensò ai figli.

La costruzione di un treno affidato ai binari
E in fondo il collasso di un istante.

L’attimo è rivoluzionario. Si riacquista il dolore
Sul tavolo dell’ anestesia. I muri respingono pallottole.

Colui che cade in un cortile
Ritorna dagli aguzzini.

Ciliegie invece di scoop.

L’odore acuto del cloroformio pervade una Russia al giorno.
La frequenza cardiaca prende il posto dell’invenzione della pistola.

Zenone, padrone d’ alberghi, introdusse il subaffitto
inventò lo sfruttamento senza limiti.

Guantanamo in un’isola dell’Egeo
sulla punta di una matita.

(….)

Rod Steiger non è più Benito
Ora è il bandito Miranda, Juan

Dinamite su un treno improbabile
Con traditori molto probabili sull’unico binario

Sonnecchiare mentre arrivano gli opliti.
Dov’è il fronte?

Truppe scelte, pezzenti campesinos
Abituè di jene e pulci nel ventre del pitone.

Il tempo è la pozzanghera di Brown
Sbattono qui e là Leonida irreversibili.

(…)

Il platino ha cuore puro e mani generose.
Perlasca-uno dei suoi atomi- .

La pioggia acida passava inerte.
Ebbe a dire gocce nere sulle labbra.

Alcune riempirono persino le ossa.
Tutti si era soggetto senza ascoltare pronuncia.

Pupi sulla fossa comune.
Anche l’autunno 69 tornò gennaio.

Un unico ritratto folgorò il vuoto tra le nuvole
E arrivò fino a noi.

La numerazione riavvolse la cima.
Mentre la divisione si interessava dello zero.

Alcune gru ricostruirono le strade ferrate.
Parole pure da un metallo nobile.

Dalla spuma di un concorso di bellezza
nacquero Levi e materiali inossidabili.

Affidargli un catasto
o lasciarli all’esterno dei sussidiari?

Il passo successivo fu di occupare il silenzio.
I pappagalli non potettero fare a meno del verde

Mentre la Luna si assentava per vizio
Non era mai presente alle rivoluzioni degli altri

E quando si trattava di farci caso
Faceva i nomi da fucilare.

Marie Laure Colasson Abstract_10

Marie Laure Colasson, Abstract

Giorgio Linguaglossa

Non c’è più un orizzonte di attesa per la poesia

caro Francesco Paolo Intini,

mi chiedo: ma tu da dove vieni?, davvero. Mi chiedo: ma tu prima del 2019 che poesia scrivevi? Davvero, la tua scrittura sembra quella di un marziano, a metà prodotto di improvvisazione e per l’altra metà prodotto di un ritrarsi dal linguaggio. È come se tu ti fossi lasciato alle spalle a un miliardo di chilometri di distanza la poesia dell’io, quella della toponomastica e quella della onomastica che è stata fritta e rifritta in questi ultimi decenni di poesia italiana a Milano e a Roma e poi un po’ a macchia d’olio un po’ dappertutto in provincia. Tu hai compiuto il più grande passo indietro dal linguaggio poetico italiano ed europeo che abbia mai letto, sì, hai inferto un colpo durissimo a Lega e 5Stelle e anche al PD della democrazia parlamentare della poesia italiana, e hai rottamato il linguaggio poetico benestante e bene e male educato dei nipotini della società della stagnazione e della recessione di questi ultimi due decenni.

Noi sappiamo, noi della nuova ontologia estetica, che parlare di senso e di non-senso è un parlare antiquato, un parlare di anticaglie dello spirito. La tua poesia ne ha preso atto e ha messo nel ripostiglio del dimenticatoio tutto quello che doveva essere dimenticato, ossia, la poesia italiana bene educata degli ultimi cinque decenni di democrazia parlamentare della oligarchia dello sciocchezzaio di massa.

Penso che la tua poesia sia rivoluzionaria perché è al di qua del bene e del male, non al di là, perché parla di cose serissime che sono andate a finire al mattatoio e al rottamatoio, che sono ruzzolate nel fumo delle discariche abusive. Il tuo modo di dis-connettere i polinomi frastici è il miglior modo per indicare ai PM che non c’è più niente da fare, che la dis-connessione è avvenuta ed è tuttora in corso d’opera, che sono saltate le particelle congiuntive del discorso e anche quelle avversative, che sono saltati i verbi e anche i pronomi personali… che è saltato un po’ tutto quanto come su una montagna di dinamite, come il ponte Morandi di Genova…

E tu hai capito una cosa importantissima, che non c’è più un orizzonte di attesa per la poesia. La poesia è rimasta senza orizzonte oltre che senza un pubblico. Ancora ai miei tempi, durante gli anni sessanta e primissimi settanta c’era ancora un pubblico della poesia, anche se in via di assottigliamento. Voglio dire un pubblico che si aspettava qualcosa dalla poesia, che cosa non lo sapeva, doveva essere la poesia a dirglielo. Oggi non c’è più un orizzonte di attesa, e quindi l’autore di poesia osserva il linguaggio come uno spettatore che osserva un paesaggio senza orizzonte. Voglio dire che quel guardare non è più un guardare, è un vedere, è un vedere le cose piatte. Così, la poesia è rimasta oltre che priva di un orizzonte anche del linguaggio, non ha più un linguaggio, e questo fa sì che la tua poesia abbia in sé qualcosa della improvvisazione e qualcosa di notevolmente superiore: la consapevolezza della futilità di tutte le questioni estetiche dell’estetica classica delle avanguardie e post-avanguardie del novecento, perché quelle lì volevano rottamare ancora qualcosa, quel qualcosa che oggi non c’è più da un bel pezzo.

Come abbiamo appreso da Marx, l’occultamento e il travestimento sono modalità che si presentano nella modernità delle società odierne. Direi che queste sono anche delle categorie che si offrono alla poetica e all’estetica. Nel tuo procedere poetico, occultamento e travestimento costituiscono un elemento fondante, nel senso che fondano delle maschere che fuoriescono dal nulla del fondale e che ritornano nel nulla del fondo, che si inabissano nello sfondo.

«La poésie doit etre faite par tous. Non par un. Questa frase del poeta franco-uruguaiano Isidore Lucien Ducasse, più conosciuto con lo pseudonimo di conte di Lautréamont, sintetizza molto bene la scomparsa dell’azione letteraria nell’età della comunicazione in cui tutti scrivono, ma nessuno legge, tutti parlano, ma nessuno ascolta».1

1 M. Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009 p. 59

Marie Laure Colasson Abstract_2

Marie Laure Colasson, Abstract

Francesco Paolo Intini

Caro Giorgio, leggo queste tue parole restandone davvero sbalordito. Raramente qualcuno si è pronunciato sui miei versi, figuriamoci positivamente. Spesso, frequentando siti di poesia, ho incontrato avversione, talvolta cattiveria proprio per quell’assenza di centralità del significante di cui tu parli in un recente post e che tuttora domina la scena nazionale. Non è qui dunque che ho iniziato a farlo. Interessarmi di poesia per me ha sempre avuto un significato di ricerca di strumenti linguistici e filosofici, adeguati al livello di scontro sociale che abbiamo sotto gli occhi. Che altro può avere senso che non stia nel narcisismo di massa e nell’asservimento ai mercati? Se nel frattempo mi sono perso la corsa ai titoli di Stato dei concorsi nazionali è avvenuto perché parole come “successo, gloria, notorietà, etc.” non hanno mai attecchito nemmeno tra i “desiderata” dell’alter con la tavola periodica alle spalle che mi consente di nutrire me e i miei figli e che mi addestra all’arte delle trasformazioni come alla disciplina scientifica nel raggiungimento degli scopi. Abbiamo un mostro sotto i piedi, ci camminiamo sopra, possiamo ritrovarci a tu per tu con esso in ogni istante. Si tratta di scoprire le fattezze del Proteo moderno per non esserne travolti. Se a questo scopo occorre una rivoluzione copernicana che tolga l’Io dal centro dell’universo è giusto che ciò avvenga anche se con un ritardo di cinquecento anni. La mia poesia, da questo punto di vista, rappresenta un’evoluzione necessaria di quella precedente il 2019 che comunque è storia e preistoria per comprendere l’attuale come Hubble lo è nei confronti del cannocchiale. Qui riporto un solo esempio .
Un caro saluto e grazie infinite.

I funzionanti

È stato facile avere la meglio sui cartoni vuoti
poi, senza le ossa si sono afflosciati
e una pioggia li ha sciolti
punizione di Dio per i troppi peccati di paglia

Tutto ciò che si poteva desumere dalle scale mobili
era lì, luminosa certezza:
compassi
righe
emanatori d’ingegneri
cremagliere scarne di sospiri acciaiosi

Tutto ciò che ammassato creava tempo

Cadevano dalle coop gli scaleni
le accelerazioni casuali

Tutti fermi a guardare il caso
schiantarsi dal centesimo piano
sul marciapiede
mentre le grammatiche concepivano
libri contabili

Ah sì,
c’erano gli uomini che funzionano
i cerchi che non possono digerire senza pigreco
tutti a disegnare la stessa sfera
la luna ingrigita da funzioni d’onda
immaginare giostre che girano l’universo
e riversare qui le delizie

Hanno trovato come resistere alla meraviglia
dicendo che la lussuria del trapezio
non paga

È così lapalissiano che le passioni non pagano!

Non è che lo scafandro si sia aperto
ed il buio non atterrisca
è che non dondolano al maestrale
e in sostanza funzionano a meraviglia

28 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, critica della poesia, nuova ontologia estetica, Senza categoria

28 risposte a “Due poesie di Francesco Paolo Intini, con Una Nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

  1. Una bellissima sorpresa. Grazie ancora.
    ciao

  2. Per Iosif Brodskij corre l’obbligo, dopo la fine del novecento e della poesia modernista europea, porsi tre domande terribili:

    Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della storia?
    Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?
    Quale è il compito della poesia dinanzi a questi eventi epocali?

  3. giorgio stella

    Carissimo Francesco Paolo Intini saranno neanche 3 mesi che studio la NOE… non che un tempo [cioè l’altro ieri] non ti avrei capito ma l’io sarebbe stato sublimato dalla paternità del testo che consapevolmente o no mi attribuivo… ora scriveva Borges “sono più fiero dei libri che ho letto che di quelli che ho scritto” … questo è il caso. Le parole, banale, vivono già di un’eccentricità loro, specularne tale proprietà ha portato ad esiti [pure presi sul serio] che oggi abbiamo il dovere di dimenticare… non è un atto civile una
    missione ma il nichilismo è congelato nel ricordo qualsiasi sia il mittente avanti il destinatario. La tua poesia è sferica, un mutuo soccorso evade i versi dall’oblio che già di convergenza è permeato, quasi santo. ma è un oblio a priori e non a posteriori viceversa-latitante alla coincidenza in cui appare [Adorno-indietro]; versi a te periferici di una totale somma di posterità non per il nulla ma al nulla contrario nel nulla, mi fa rivenire in mente l’epigrafe [ora non mi chiedere come si scrive Solgenisky diciamo) del primo volume del ‘Il primo cerchio‘: “COL DIVIETO DI SEDERSI DI GIORNO E DI PARLARE PER ANNI… [rifacendomi ai lager del tuo scritto precedente intessuto pure in questi] ‘Colui che cade in un cortile/Ritorna dagl’aguzzini.’… sono cristiano ma devo prenderne atto pure pentendomene….

    Pupi sulla fossa comune.
    Anche l’autunno 69 tornò gennaio.
    [un abbraccio giorgio stella]
    _____________________________________________________

  4. giorgio stella

    epigrafe scusate… scrivendo di pugno davvero essendo troppo concentrati si sbaglia ma il concetto è invariato.

  5. Una volta Kierkegaard scrisse che «una proposizione è astratta quando è priva del pronome personale».
    Ecco. Una poesia si può definire «astratta» quando è priva del pronome personale io, tu, egli, noi, voi, essi.
    È un processo storico che lo decide, non lo decidiamo né io, né Francesco Paolo Intini, né Marie Laure Colasson, né nessun altro.

    Ecco perché una pittrice come Marie Laure Colasson fa pittura «astratta», perché è venuto meno il collegamento delle immagini e dei colori con l’«io».
    Quei colori della Colasson hanno qualcosa di intimo e di arbitrario, ma noi non ci perdiamo in essi come può avvenire davanti ad una tela di Rotcko o di un Kandinsky.

    Dinanzi ai colori della Colasson invece noi non ci perdiamo, ne siamo allontanati, come di cosa estranea a noi, come di un corpo estraneo. Si tratta di colori estraniati, che estraniano. Guardavo di frequente quelle tavole con i colori e non mi capacitavo di quel che vedevo e di quel che sentivo, avvertivo qualcosa che non mi sapevo spiegare. Adesso ho capito, si tratta di colori che non vengono e non stanno, colori che baluginano un attimo e se ne vanno… Il pittore li ritrae nell’attimo del loro ritrarsi, un attimo prima del loro definitivo scomparire inghiottiti dalla notte del nulla.

    In questo trovo una particolare specularità tra queste tavole della Colasson e la poesia di Francesco Paolo Intini. Sia le fraseologie «astratte» di Francesco Intini che la pittura «astratta» della Colasson sono governate dalla medesima legge del nulla che tutto inghiotte con voracità e opacità.

  6. giorgio stella

    Carissimo Francesco Paolo Intini c’é un film che nessuno ricorda si intitolava ‘un lupo mannaro americano a Londra‘… post-kafka il nostro è rigenerato dal morso di un lupo… ecco i lupi ci hanno azzannato [locanda chiusa] e il nostro contributo è l’informazione polittico di tale trasformazione in atto.
    ______________________________________________
    ho finito adesso l’antologia di Giorgio Linguaglossa ‘Com’è finita la guerra di troia non ricordo.’ [edizioni progettocultura eruro 18]… Ai testi di Maria Rosaria Madonna mi sono inginocchiato, dico davvero senza screditare gli altri tutti degni di nota.
    giorgio stella

  7. Come Tiresia:

    Vien facile pensare che in futuro nessuno più scriverà qualcosa di artistico, almeno non come lo abbiamo inteso fino ad oggi. La memoria meccanizzata tratterrà, per tutti, la gran parte delle informazioni. Questo non significa affatto che diventeremo come robot. Semplicemente vedremo sviluppate altre qualità, tutte inerenti al qui e ora. Detto in altre parole, il nostro centro esistenziale si sposterà, dalla testa al ventre. Due dita sotto l’ombelico. Storia e metafisica saranno considerati antichi modi per pensare.
    In particolare la Storia verrà letta come un susseguirsi di morti uccisi. I nostri discendenti si dispiaceranno per noi, e per loro stessi, per come ci sono sempre andate le cose.

    Ora, scrivere è eminentemente una attività mentale; una mente indebolita, anche se resa per questo più agile, non tenterebbe con piacere alla fatica. Quindi in avvenire si avrà bisogno di testi d’autore, da interpretare con inventiva. E i poeti dovrebbero cominciare a considerare l’eventualità di offrirgli qualcosa da rappresentare – esattamente come noi ancora oggi mettiamo in scena opere scritte 2500 anni fa.

    Ho anche idea che le persone di domani avranno sviluppato capacità telepatiche. Quindi, davanti a una rappresentazione – poniamo un 3D accessibile da casa – gli spettatori reagiranno come i nostri antenati con le ombre cinesi. Di più, perché tutto sarà vero. Dialogheranno con noi di questo tempo, o almeno, sapendo che non abbiamo ancora sviluppato qualità telepatiche, ci proveranno. Prova ne sono le poesie in neo-lingua di Maria Rosaria Madonna, che a me sembrano scritte in perfetta simbiosi con una monaca di clausura o una religiosa dai bollenti spiriti, del ‘600. Esperienza “past life” priva di superstizione.

    I testi che scriviamo ci sono davanti, così come stanno davanti al passato i testi che oggi trattano della nostra storia. Nostra è l’immaginazione, ma le parole arrivano come suggerite. E va bene, l’inconscio… ma forse tutto è inconscio, sicché anche le categorie frodiane andranno riconsiderate.

  8. Verbale N.7 della riunione della Redazione della Rivista cartacea mensile

    La Parola Disabitata

    Alle ore non segnate da nessun orologio terreno del giorno non presente su nessun calendario dell’anno sconosciuto, dopo avere consultato la rivista on line lombradelleparole.wordpress.com.,
    la Redazione de La Parola Disabitata dopo attenta lettura

    P R E N D E
    atto che:

    – La storia letteraria è un libro di ricette. Gli editori sono i cuochi. I filosofi quelli che scrivono il menu. Gli scrittori e i preti sono i camerieri. I critici letterari sono i buttafuori. Il canto che sentite sono i poeti che lavano i piatti in cucina.

    – Tutta la cultura dopo Auschwitz, compresa la critica urgente ad essa, è spazzatura.

    – Al posto del problema gnoseologico kantiano, come sia possibile la metafisica, compare quella di filosofia della storia, se sia possibile comunque un’esperienza metafisica

    – Ogni felicità è frammento di tutta la felicità che si nega agli uomini e che essi si negano

    – Gli uomini vivono sotto il totem di un sortilegio: che la vita abbia un senso o che non ne abbia alcuno

    – Immediatezza e feticismo sono ugualmente non veri e che anche la disperazione è l’ultima ideologia, utilissima forse per l’autoconservazione
    di quell’ angelo zoppo che ci venne incontro e disse, senza guardarci: “malediciamo il nome di Dio.”

    – Nessuno è capace di amare e così ciascuno crede di essere amato troppo poco perchè “Le epoche della felicità sono i suoi fogli vuoti” (Hegel).

    – Sortilegio e ideologia sono la stessa cosa (T.W. Adorno)

    – L ’uomo è l’essere che progetta di essere Dio. Dio, valore e termine ultimo della trascendenza, rappresenta il limite permanente in base al quale l’uomo si fa annunciare ciò che è. Essere uomo significa tendere ad essere Dio, o, se si preferisce, l’uomo è fondamentalmente desiderio di essere Dio (J.P. Sartre)

    – L’angoscia… perpetua il sortilegio come il freddo tra gli uomini (T.W. Adorno)

    D E L I B E R A
    C H E
    per affrontare le 3 questioni cruciali poste sul tappeto da Giorgio Linguaglossa, che la Redazione ripropone di seguito:

    1 – Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della storia?
    2- Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?
    3 – Quale è il compito della poesia dinanzi a questi eventi epocali?

    O C C O R R E
    prendere coscienza della necessità di
    TORNARE AD ABITARE LA PAROLA

    perché

    LA POESIA E’ SCRITTURA DELLA NOSTRA PREISTORIA

    La Redazione

    del mensile cartaceo

    La Parola Disabitata,
    mentre esprime ammirazione a Lucio Mayoor Tosi per la lucidità del suo commento,
    I N V I T A

    tutti a prendere coscienza di almeno di 2 fatti:

    1- La critica accademica ha le armi spuntate, ha fatto il suo tempo e non è in grado di riconoscere il nuovo in poesia;

    2- Eufonia del suono di certo fonosimbolismo, armonia di colori e soavità del canto altro non sono che pacchianeria imposta dall’industria cultural-editoriale dominante.

    Letto, approvato, sottoscritto
    (seguono firme, già evaporate al contatto con la carta)

  9. Pubblico qui l’ennesima scrittura di un mio polittico, in piena coscienza di una poesia che si può scrivere Dopo la fine della Metafisica:

    Dialogo tra il Signor K. e Cogito

    La luna d’alabastro. Brilla.
    Notte. Un grido acutissimo l’attraversa.

    L’Angelo della cosiddetta oscurità precipita
    e atterra sullo spartito del musicista,

    prende comoda dimora sul leggio, tra i fogli
    della quinta sinfonia di Beethoven.

    Il Signor K. entra dalla finestra,
    piega le sue ali nere dietro le spalle.

    Si siede, si serve un cognac,
    estrae un sigaro cubano dal gilè giallo.

    [L’occhio di vetro di K. saltellava]

    […]

    «Veda, Cogito, che dire, ho preso stabile dimora
    in questo pianeta

    denominato Terra… terza orbita del sistema solare
    a 149. 598. 262 chilometri dalla palla di fuoco chiamata Sole…

    vi ho messo salde radici…
    del resto, è l’unico luogo abitato dagli umani;

    mi creda, Cogito, la menzogna deve essere più logica
    della verità… la legge del nulla che tutto inghiotte con voracità e opacità».

    Una mano esce dallo sfondo, prende la parola
    dall’attaccapanni, una bocca chiede dell’acqua con l’Alka Seltzer

    e Gin Fizz… mastica noccioline, pasticcini…

    […]

    In quel mentre, entrò ansimante l’amante di Cogito,
    la signorina Lulieta Lleshanaku in giarrettiere e perizoma con dolciumi

    su un vassoio, calici di cristallo e un Asti spumante Brut.
    «Buongiorno Cogito, oggi, pesce d’aprile!».

    [Nel giardino, il rosmarino e la lavanda sono in piena fioritura.
    Nello studio del filosofo, la foto dell’imbianchino campeggia sulla parete.

    Sul tavolo, i resti della colazione, macchie di caffè e di vino
    sulla tovaglia a quadretti.]

    […]

    «Del resto, caro filosofo, in questo luogo,
    la Terra, dico, la moneta più stabile è quella dell’impero,

    quella dell’immortalità tanto cara a voi umani. Sbaglio?;
    veda, Cogito, l’idea dell’immortalità

    ama la stabilità, l’immobilità del tempo,
    La moneta corrente è un’idea corriva, lo so, e anche

    un po’ oziosa, non crede?, però, Le concedo
    una moratoria, un usufrutto,

    altri cento anni del nostro sodalizio di inimicizia
    e di ostilità».

    […]

    [Il suo occhio di vetro saltellava]

    «L’onda d’urto dell’oscurità, dice il mio amico
    Gino Rago, viaggia a tale folle velocità,

    ché presto spazzerà via dalla terra gli omuncoli di cui Ella discute,
    il vuoto e il pieno della loro marmellata guasta

    e del suo monologo postruista», replicò il filosofo…

    [L’occhio di vetro di K. saltellava]

    K. prese l’insetticida e lo spruzzò sul volto di Cogito,
    poi si aggiustò il nodo della cravatta.

    «Per rinascere, sono dovuto morire.
    Cogito, mi creda, la morte è una gran corbelleria;

    in verità, sì, lo ammetto, una jattura, sono disperato, sono rimasto solo,
    non ho altri che Voi…»

    […]

    «Vostra Maestà», replica il violinista «io sono qui,
    a Vostra disposizione…».

    Sulla zucca di K. siede un cappello tirolese, rosso,
    a punta, con bon bon; ai piedi, calzature italiane in vernice,

    made in Varese, extra lux,
    l’elegantissimo frac avvolge il corpo magrissimo

    di K.; scarpe rosse con plateau e tacchi a spillo 16,
    dondola lievemente i fianchi… «pussy pussy, Signor filosofo!»;

    «Benvenuto nella poesia della chiacchiera postruista,
    mister Cogito».

    [L’occhio di vetro di K. saltellava]

    «Per rinascere, sono dovuto morire!».

    • Un tentativo di risposta
      alle 3 questioni poste da Iosif Brodskij,
      rilanciate da Giorgio Linguaglossa:

      1 – Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della storia?
      2 – Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?
      2- Quale è il compito della poesia dinanzi a questi eventi epocali?
      Gino Rago
      Cara Signora Eeva Liisa Manner

      Troppo alto il ramo con la mela
      O troppo basso chi la vuole cogliere?

      Qualcuno si solleva,
      Qualche altro abbassa il ramo.
      […]
      Lo scintillio del bronzo appena fuso
      O le sue patine-fuochi d’artificio…

      Non più.
      Né la levigatezza del marmo senza vene.

      La materia grezza. La pietra.
      La colata di cera rappresa.

      La ruggine sul ferro.
      I rottami, gli avanzi, i detriti.

      I rimasugli di fonderie, gli scarti,
      Gli scampoli nelle sartorie,

      I vetri rotti negli angoli delle vie,
      Le parole delle nuove poesie…
      […]
      Siamo uomini del dopo Hiroshima
      In filiformi tralicci di gabbie.

      Alberi. Fiumi. Uomini. Fiori.
      Nessuno cerca il suono che manca,

      A meno che il suono non significhi niente:
      Ni-ente, non-ente.

      Tutti vogliono un nome,
      Perché ogni nome è una benedizione,

      Ma che cosa è un nome?
      Un occhio che brilla tra passato e futuro.

      E invece è una maledizione,
      La nostra maledizione.

      Limature. Vinavil. Sagome. Legno.
      Le nuove parole sono gli stracci.

      Apri la porta senza bussare:
      Un mucchio di cenci in un sacco di iuta.
      […]
      Se non a Lei a chi altri confidare
      Che la flanella dell’infanzia era morbida

      Quando il Tempo di Newton non ci disturbava.
      Dalla Finlandia un sibilo nel mio dormiveglia:

      «La Poesia è l’eco che si ascolta quando la vita è muta».
      È Lei ogni notte quella eco.
      […]
      Il mio amico di Istanbul** in un verso ha scritto:
      «La notte è la tomba di Dio,

      Il giorno la cicatrice del dolore»
      La cicatrice del dolore,

      E’ la stessa di quella che Lei vede nel suo specchio?
      […]
      «Quale specchio?»
      Lei giustamente chiede,

      «Lo specchio dove il tempo si incrina
      E Greta Garbo assomiglia a Socrate…»

      Non mi dà la risposta, che importa.
      Importante è che il poeta ponga domande.
      […]
      Thomas Bernhard, in cantina:
      «Tutti qualche volta alzano la testa,

      Credono di dover dire la verità,
      O quella che sembra la verità.

      Poi di nuovo incassano la testa nelle spalle…
      E questo è tutto»

      A Piazza Mastai
      Sei personaggi in cerca di bottiglie di Dalmore,

      «Il Whisky… il demone degli scrittori »
      Valentino Bompiani crede di essere un libro.

      L’anima del Brasile… Pelè. Il samba.
      O Jorge Amado …?

      Il Signor T. da Stoccolma. Un messaggio
      Al mio amico di Istanbul**:

      «La strada dei poeti non finisce mai,
      L’orizzonte corre sempre in avanti».

      (gino rago)

      ** E’ Giorgio Linguaglossa
      N. B. Ho dovuto ri-proporre il polittico, opportunamente bonificato.
      Quello precedente, riletto, presentava dei refusi.

      (gino rago)

    • caro Gino Rago,

      tu scrivi:

      «Sei personaggi in cerca di bottiglie di Dalmore»
      e
      «La strada dei poeti non finisce mai,
      L’orizzonte corre sempre in avanti»

      il dato di fatto da cui tu prendi le mosse è che la poesia odierna è rimasta orfana dell’io, è rimasta priva di un orizzonte di attesa, e inoltre, è una poesia anedonica. Un linguaggio poetico sterile, intimamente cacofonico e amusaico del tutto inidoneo all’impiego poetico, ma tu invece di trincerarti nella narrativizzazione e nella poesia postruista ed euforbica degli epigoni sei andato al di là. Non sono più i personaggi che vanno alla ricerca degli attori ma personaggi che corrono dietro le «bottiglie di Dalmore».

      Potrebbero sembrare, le tue, ad un lettore superficiale, delle annotazioni estemporanee, e invece si tratta di considerazioni che vanno al nocciolo della questione. «Dopo la distruzione delle forme» avvenuta in questi ultimi settanta anni, siamo arrivati alla distruzione dell’orizzonte di attesa. È stato qualcosa che ha colpito al cuore la poesia del soggetto panopticon, dell’io plenipontenziario. L’io è stato de-fondamentalizzato, il soggetto legiferante è stato de-localizzato e l’ontologia negativa di Heidegger è stata sostituita con una ontologia positiva.

      Si tratta di eventi epocali di cui la poesia italiana che si fa oggi non ha contezza alcuna, ma che la nuova ontologia estetica ha sollevato con tutto il conseguente peso di tali gigantesche problematiche. La nostra, la tua risposta sono state quella di apprestare e mettere a punto un nuovo dispositivo estetico che si esprime in distici, il cosiddetto «polittico», con salti temporali e spaziali, con sovrapposizione di immagini, di citazioni dirette e indirette, di personaggi e di punti di vista.

      Una poesia, il «polittico» di sconvolgente novità e di enorme difficoltà di esecuzione. Il poeta ritorna ad essere poeta artifex, demiurgo della materia e dello spirito. Un risultato di estrema audacia.

    • Un tentativo di risposta di Gino Rago
      alle 3 questioni poste da Iosif Brodskij,
      rilanciate da Giorgio Linguaglossa:

      1 – Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della storia?
      2 – Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?
      2- Quale è il compito della poesia dinanzi a questi eventi epocali?

      Gino Rago

      Cara Signora Eeva Liisa Manner

      Troppo alto il ramo con la mela
      O troppo basso chi la vuole cogliere?

      Qualcuno si solleva
      Qualche altro abbassa il ramo.

      […]
      Lo scintillio del bronzo appena fuso
      O le sue patine-fuochi d’artificio…

      Non più.
      Né la levigatezza del marmo senza vene.

      La materia grezza. La pietra.
      La colata di cera rappresa.

      La ruggine sul ferro.
      I rottami, gli avanzi, i detriti.

      I rimasugli di fonderie, gli scarti,
      Gli scampoli nelle sartorie,

      I vetri rotti negli angoli delle vie,
      Le parole delle nuove poesie…

      […]

      Siamo uomini del dopo Hiroshima
      In filiformi tralicci di gabbie.

      Alberi. Fiumi. Uomini. Fiori.
      Nessuno cerca il suono che manca,

      A meno che il suono non significhi niente:
      Ni-ente, non-ente.

      Tutti vogliono un nome,
      Perché ogni nome è una benedizione,

      Ma che cosa è un nome?
      Un occhio che brilla tra passato e futuro.

      E invece è una maledizione,
      La nostra maledizione.

      Limature. Vinavil. Sagome. Legno.
      Le nuove parole sono gli stracci.

      Apri la porta senza bussare:
      Un mucchio di cenci in un sacco di iuta.

      […]

      Se non a Lei a chi altri confidare
      Che la flanella dell’infanzia era morbida

      Quando il Tempo di Newton non ci disturbava.
      Dalla Finlandia un sibilo nel mio dormiveglia:

      «La Poesia è l’eco che si ascolta quando la vita è muta».
      È Lei ogni notte quella eco.

      […]

      Il mio amico di Istanbul** in un verso ha scritto:
      «La notte è la tomba di Dio
      E il giorno la cicatrice del dolore»

      La cicatrice del dolore,
      E’ la stessa di quella che Lei vede nel suo specchio?
      […]
      «Quale specchio?»
      Lei giustamente chiede,

      «Lo specchio dove il tempo si incrina
      E Greta Garbo assomiglia a Socrate…»

      Non mi dà la risposta, che importa.
      Importante è che il poeta ponga domande.
      […]

      Thomas Bernhard, in cantina:
      «Tutti qualche volta alzano la testa,

      Credono di dover dire la verità,
      O quella che sembra la verità.

      Poi di nuovo incassano la testa nella spalle…
      E questo è tutto»

      A Piazza Mastai
      Sei personaggi in cerca di bottiglie di Dalmore,

      «Il Whisky… il problema degli scrittori »
      Valentino Bompiani crede di essere un libro.

      L’anima del Brasile… Pelè. Il samba.
      O Jorge Amado …?

      Il Signor T. da Stoccolma. Un messaggio
      Al mio amico di Istanbul**:

      «La strada dei poeti non finisce mai,
      L’orizzonte corre sempre in avanti».

      ** E’ Giorgio Linguaglossa

      *
      caro Gino Rago,

      tu scrivi:

      «Sei personaggi in cerca di bottiglie di Dalmore»
      e
      «La strada dei poeti non finisce mai,
      L’orizzonte corre sempre in avanti»

      il dato di fatto da cui tu prendi le mosse è che la poesia odierna è rimasta orfana dell’io, è rimasta priva di un orizzonte di attesa, e inoltre, è una poesia anedonica. Un linguaggio poetico sterile, intimamente cacofonico e amusaico del tutto inidoneo all’impiego poetico, ma tu invece di trincerarti nella narrativizzazione e nella poesia postruista ed euforbica degli epigoni sei andato al di là. Non sono più i personaggi che vanno alla ricerca degli attori ma personaggi che corrono dietro le «bottiglie di Dalmore».

      Potrebbero sembrare, le tue, ad un lettore superficiale, delle annotazioni estemporanee, e invece si tratta di considerazioni che vanno al nocciolo della questione. «Dopo la distruzione delle forme» avvenuta in questi ultimi settanta anni, siamo arrivati alla distruzione dell’orizzonte di attesa. È stato qualcosa che ha colpito al cuore la poesia del soggetto panopticon, dell’io plenipontenziario. L’io è stato de-fondamentalizzato, il soggetto legiferante è stato de-localizzato e l’ontologia negativa di Heidegger è stata sostituita con una ontologia positiva.

      Si tratta di eventi epocali di cui la poesia italiana che si fa oggi non ha contezza alcuna, ma che la nuova ontologia estetica ha sollevato con tutto il conseguente peso di tali gigantesche problematiche. La nostra, la tua risposta sono state quella di apprestare e mettere a punto un nuovo dispositivo estetico che si esprime in distici, il cosiddetto «polittico», con salti temporali e spaziali, con sovrapposizione di immagini, di citazioni dirette e indirette, di personaggi e di punti di vista.

      Una poesia, il «polittico» di sconvolgente novità e di enorme difficoltà di esecuzione. Il poeta ritorna ad essere poeta artifex, demiurgo della materia e dello spirito. Un risultato di estrema audacia.

      (Giorgio Linguaglossa)

  10. La totalità dell’arte e della poesia di oggi, ovvero, degli ultimi decenni, è un’arte e una poesia sostanzialmente anedonica, scritta da persone anedoniche e indirizzata a una generalità di persone anedoniche, cioè incapaci di provare una emozione linguistica o emozione di carattere astratto, cioè sublimato.
    Recenti ricerche hanno dimostrato che a determinare la complessità psicopatologica dell’anedonia vi sarebbero diversi e molteplici fattori: genetici, ambientali, culturali e sociali, i quali, a causa dell’interazione reciproca, contribuirebbero alla sua insorgenza clinica e sociale in alcuni strati della popolazione e in particolari ceti socio-culturali delle odierne società a comunicazione di massa, ovvero, «negli spazi integralmente depoliticizzati delle nostre società postdemocratiche» (Giorgio Agamben, Intervista sotto indicata).

    Che cos’è l’anedonia?

    Quali sono i suoi sintomi e le cause? E come si cura?
    In psichiatria, l’anedonia è l’incapacità, parziale o addirittura totale, di provare appagamento o interesse per attività comunemente ritenute piacevoli, come ad esempio dormire, nutrirsi o il sesso. Questo tipo di invalidità è considerata in primo luogo come un disturbo dell’umore e, di conseguenza, può essere annoverata tra le malattie mentali, quali schizofrenia o i disturbi della personalità.

    Il termine anedonia venne coniato alla fine dell’800 dallo psicologo francese Théodule Ribot per definire una sensazione contraria all’edonia, ovvero quell’attitudine generalmente positiva orientata alla ricerca e al conseguimento del piacere in ogni sua forma. Ma solo più tardi venne associata ad uno stato di anestesia organica, cioè ad un abnorme disinteresse per il piacere, specie per quello legato al cibo, al sesso, al sonno, e così via.

    «… agli inizi degli anni Sessanta il sociologo tedesco Arnold Gehlen individua un fenomeno di cristallizzazione culturale che segna la fine del mondo dell’azione. Per Gehlen la cristallizzazione è appunto quella condizione che interviene allorquando le possibilità contenute in un certo contesto sono tutte sviluppate nel loro patrimonio fondamentale: la società diventa tanto uniforme e omogenea che non ci sono più differenze culturali e personali. Secondo questa impostazione, nulla di veramente importante e di decisivo può più accadere: tutte le attività sono coinvolte in questo processo generale di restringimento e raggrinzimento, una specie di “esonero” (Etntlastung) da quell’ambizione di rapporto con l’essenziale e il decisivo su cui si fondava la possibilità dell’azione».1

    1 M. Permiola, op. cit. p. 130

  11. Homo Sacer. Intervista a Giorgio Agamben

    Antonio Lucci

    Il 25 ottobre 2018 è uscita in edizione unica per i tipi Quodlibet l’opera che ha tenuto Giorgio Agamben impegnato per vent’anni, vale a dire il progetto Homo sacer. Questo, apertosi con il volume omonimo, uscito nel 1995, si è concluso, infatti, con quello che porta la numerazione IV.2, L’uso dei corpi, uscito nel 2014. Nei volumi che fanno parte di quest’opera sono stati definiti e introdotti nel dibattito filosofico concetti che poi diverranno patrimonio comune (anche nel loro essere stati spesso oggetto di critiche) della filosofia contemporanea: quello di “sacertas”, di “nuda vita”, di “campo”, di “forma-di-vita”, la dicotomia “bios/zoe”, per nominarne solo alcuni. L’enorme successo in particolare del primo volume del progetto nel mondo anglosassone ha creato le premesse per la diffusione dei dibattiti avanzati da Agamben a livello planetario (Agamben è al momento, con ogni probabilità, il filosofo italiano più conosciuto all’estero), tra i cui effetti di ritorno vi è anche quella che poi sarebbe stata definita Italian Theory, ossia un movimento di autoriflessione e di interrogazione della filosofia italiana sulle proprie categorie fondative, che ha investito anche (e soprattutto) il mondo anglofono – interessato a comprendere come un pensatore come Agamben potesse essere posto in dialogo con altri autori, sempre italiani, che hanno animato i dibattiti teorico-critici dei decenni scorsi (tra tutti Toni Negri e Roberto Esposito).
    *

    L’intervista che segue, che si concentra principalmente sul progetto Homo sacer e sulla struttura del volume in uscita, è frutto di una riflessione di chi scrive riguardo alle questioni “architettoniche” dell’opera agambeniana. Oltre a dovere un sincero ringraziamento a Giorgio Agamben per l’occasione di dialogo, vorrei in questa sede ringraziare l’amico Carlo Salzani per i preziosi suggerimenti che mi hanno portato alla formulazione di alcune delle domande presentate.

    Antonio Lucci: Giorgio Agamben, escono in questi giorni, per Quodlibet, in un’edizione unica i nove volumi di Homo sacer, un lavoro che l’ha tenuta occupata, praticamente, per vent’anni. Lei stesso, nella prefazione all’ultimo dei volumi della serie, L’uso dei corpi, sosteneva che un’opera «può essere solo abbandonata», rifiutando, all’epoca, di mettere la parola “fine” al progetto. In questa edizione completa, Lei vede, a tre anni di distanza dalla pubblicazione dell’ultimo volume del progetto, un lavoro definitivamente chiuso, o qualcosa ancora passibile di integrazioni?

    Giorgio Agamben: Nel pensiero, come nella vita, non è facile sapere che cosa è definitivamente chiuso e che cosa è ancora aperto. Una genealogia della politica occidentale come quella che ho intrapreso in Homo sacer potrebbe continuare senza fine. In questo senso, l’opera compiuta è sempre un frammento. L’apparenza di compiutezza di un’opera è dovuta piuttosto a ragioni per così dire architettoniche e stilistiche ed è soltanto perché l’edificio mi sembrava aver raggiunto una forma coerente che ho potuto abbandonarlo. Un’integrazione in senso tecnico è la lunga nota di quindici pagine sul concetto di guerra che ho aggiunto a Stasis in questa edizione. Ma preferisco considerare altre ricerche che ho pubblicato e potrò eventualmente pubblicare in futuro come opere autonome. Del resto ognuno dei nove volumi qui raccolti era nato con una vita propria e la loro composizione in un insieme non segue soltanto criteri logici e concettuali. Se il primo livello di una composizione filosofica è certamente concettuale, l’ultimo, come ricordava Benjamin, è di ordine musicale.

    Antonio Lucci: Una domanda riguardante l’architettura generale del progetto, che prende il nome complessivo dal volume I: Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita. Originariamente questo volume è l’unico a non essere numerato, il che potrebbe dare l’idea che il volume fosse stato pensato per essere autoconclusivo. D’altra parte, la chiusura dello stesso libro apriva già all’epoca alla possibilità di un ampliamento futuro delle ricerche lì presentate, come indica il passaggio conclusivo: «Se chiamiamo forma-di-vita questo essere che è solo la sua nuda esistenza, questa vita che è la sua forma e resta inseparabile da essa, allora vedremo aprirsi un campo di ricerca che giace al di là di quello definito dall’intersezione di politica e filosofia, scienze medico-biologiche e giurisprudenza. Ma prima occorrerà verificare come, all’interno dei confini di queste discipline, qualcosa come una nuda vita abbia potuto essere pensato e in che modo, nel loro sviluppo storico, esse abbiano finito con l’urtarsi a un limite oltre il quale esse non possono proseguire, se non a rischio di una catastrofe biopolitica senza precedenti» (Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, p. 211).
    Quando ha pensato e scritto questo primo testo, aveva già in mente di non limitarsi a un solo volume, ma di fare di Homo sacer un progetto?

    Giorgio Agamben: Anche se sapevo con certezza che avevo intrapreso una ricerca di lungo respiro, non avevo ancora un’idea precisa della sua articolazione. Ho cominciato a intravederla con maggior chiarezza mentre lavoravo a Stato di eccezione. Compresi, cioè, che una ricerca come la mia doveva necessariamente comportare una serie di indagini archeologiche, che sono quelle che sono andate a formare la seconda sezione dell’opera (oltre allo stato di eccezione, la guerra civile, il giuramento, l’economia, l’ufficio – e va da sé che altre avrebbero potuto aggiungersi). Quanto all’ultima sezione, come la sua citazione suggerisce, ero consapevole fin dall’inizio che doveva essere dedicata a una definizione della forma-di-vita.

    Antonio Lucci: I primi tre volumi usciti nel progetto, Homo sacer, Ciò che resta di Auschwitz e Stato d’eccezione, sono chiaramente animati da un interesse politico. Nel primo vengono teorizzate due delle categorie filosofiche che avranno poi più successo nella seconda metà degli anni Novanta e nel primo decennio del nuovo millennio: quella di “nuda vita” e di “campo”. Si sono serviti di queste categorie filosofi, antropologi, sociologi, persino geografi. Nei libri successivi però, l’interesse politico esplicito sembra lasciare il posto all’analisi archeologica e i due succitati concetti perdono un po’ la loro centralità, mi sembra. Ritiene questi due concetti ancora centrali per la Sua filosofia?

    Giorgio Agamben: Non ha senso distinguere l’analisi archeologica da quella politica. Una ricerca filosofica che non ha la forma di un’archeologia rischia oggi di finire nella chiacchiera. E non solo perché l’archeologia è la sola via di accesso alla comprensione del presente, ma perché l’essere si dà sempre come un passato, ha costitutivamente bisogno di un’archeologia. I due concetti che lei ha menzionato, avevano il loro posto e il loro senso in una ricerca archeologica sulla struttura del potere e non possono essere separati da questa. Certo, al loro apparire a metà degli anni novanta, questi due concetti suscitarono polemiche e scandalo, e faticai non poco per far capire in che senso la produzione della nuda vita definiva l’operazione fondamentale del potere e perché il campo e non la città fosse il paradigma politico della modernità. Oggi, negli spazi integralmente depoliticizzati delle nostre società postdemocratiche (ndr. corsivo mio), in cui lo stato d’eccezione è diventato la regola, quei concetti sono diventati quasi banali. Comunque si preferisce spesso usarli in modo generico, al di fuori del contesto in cui erano stati creati e dal quale sono inseparabili; alcuni hanno perfino semplicemente rovesciato la nuda vita e la biopolitica in categorie positive, operazione quanto meno incauta.

  12. Ci sono le rivoluzioni eterne, di moto circolare\ellittico intorno ad un astro e quelle in cui un potere sostituisce un altro, di un istante in confronto al tempo siderale. Queste ultime sono di nostra competenza mentre vorremmo mettere le mani anche sulle altre. Non sappiamo bene perché continuiamo a chiamarle così perché si tratta più che altro di descrivere dei punti caldi del nostro soggiorno sul pianeta.
    Fatto sta che esistono o sono sempre esistiti degli sbalzi di umore dell’ homo sapiens. Lo squilibrio tra tempo e non tempo è sempre a favore del primo come risulta evidente dall’avanzare delle lancette in un solo senso relegando il secondo a compiti di retroguardia diciamo pure da intelletto indagatore che reclama bocconi di entropia in diminuzione, come riportare al punto di partenza chi cade da un secondo piano della questura-e chissà quando è avvenuto realmente o solo nella testa di Solzenitzin-o riportare al gelo della guerra fredda l’autunno 69, anno di lotte calde e di inizio stragi, rivoluzionario in molti sensi. Ecco, il referente della poesia è per me questo tempo di molti sensi e senza sensi che a guardarlo bene e da debita distanza appare come una pozzanghera senza moto rettilineo uniforme ma di moto Browniano che ci vuole un Einstein per capirci qualcosa. Quante figure sono qui? Basta il fotogramma di un istante qualsiasi senza storia per vederlo. Tutte che finiscono nel nulla che definisce l’esistenza di ognuno.

    “Il pittore li ritrae nell’attimo del loro ritrarsi, un attimo prima del loro definitivo scomparire inghiottiti dalla notte del nulla”.(Linguaglossa)

  13. Della superficialità senza profondità.
    Macchie di olio. La costanza delle ultime di F.P.Intini.
    Senza nessuna profondità calando appena un retino in presa diretta. Poesia ammare ed untuose.
    “Ciliegie invece di scoop.”
    Questo sapore untuoso inaffondabile, tutto NOE.

    Un saluto caro Intini.
    Lettura forte!
    GRAZIE OMBRA.

  14. L’ha ripubblicato su RIDONDANZEe ha commentato:
    «La poésie doit etre faite par tous. Non par un. Questa frase del poeta franco-uruguaiano Isidore Lucien Ducasse, più conosciuto con lo pseudonimo di conte di Lautréamont, sintetizza molto bene la scomparsa dell’azione letteraria nell’età della comunicazione in cui tutti scrivono, ma nessuno legge, tutti parlano, ma nessuno ascolta».1

    Treno di mezza estate
    Poesie di Francesco Paolo Intini

  15. Una risposta
    alle 3 questioni poste da Iosif Brodskij,
    rilanciate da Giorgio Linguaglossa:
    1 – Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della storia?
    2 – Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?
    2- Quale è il compito della poesia dinanzi a questi eventi epocali?

    Gino Rago
    Cara Signora Eeva Liisa Manner

    Troppo alto il ramo con la mela
    O troppo basso chi la vuole cogliere?

    Qualcuno si solleva,
    Qualche altro abbassa il ramo.
    […]
    Lo scintillio del bronzo appena fuso
    O le sue patine-fuochi d’artificio…

    Non più.
    Né la levigatezza del marmo senza vene.

    La materia grezza. La pietra.
    La colata di cera rappresa.

    La ruggine sul ferro.
    I rottami, gli avanzi, i detriti.

    I rimasugli di fonderie, gli scarti,
    Gli scampoli nelle sartorie,

    I vetri rotti negli angoli delle vie,
    Le parole delle nuove poesie…
    […]
    Siamo uomini del dopo Hiroshima
    In filiformi tralicci di gabbie.

    Alberi. Fiumi. Uomini. Fiori.
    Nessuno cerca il suono che manca,

    A meno che il suono non significhi niente:
    Ni-ente, non-ente.

    Tutti vogliono un nome,
    Perché ogni nome è una benedizione,

    Ma che cosa è un nome?
    Un occhio che brilla tra passato e futuro.

    E invece è una maledizione,
    La nostra maledizione.

    Limature. Vinavil. Sagome. Legno.
    Le nuove parole sono gli stracci.

    Apri la porta senza bussare:
    Un mucchio di cenci in un sacco di iuta.
    […]
    Se non a Lei a chi altri confidare
    Che la flanella dell’infanzia era morbida

    Quando il Tempo di Newton non ci disturbava.
    Dalla Finlandia un sibilo nel mio dormiveglia:

    «La Poesia è l’eco che si ascolta quando la vita è muta».
    È Lei ogni notte quella eco.
    […]
    Il mio amico di Istanbul** in un verso ha scritto:
    «La notte è la tomba di Dio,

    Il giorno la cicatrice del dolore»
    La cicatrice del dolore,

    E’ la stessa di quella che Lei vede nel suo specchio?
    […]
    «Quale specchio?»
    Lei giustamente chiede,

    «Lo specchio dove il tempo si incrina
    E Greta Garbo assomiglia a Socrate…»

    Non mi dà la risposta, che importa.
    Importante è che il poeta ponga domande.
    […]
    Thomas Bernhard, in cantina:
    «Tutti qualche volta alzano la testa,

    Credono di dover dire la verità,
    O quella che sembra la verità.

    Poi di nuovo incassano la testa nelle spalle…
    E questo è tutto»

    A Piazza Mastai
    Sei personaggi in cerca di bottiglie di Dalmore.

    Un messaggio da Stoccolma.
    Il Signor T. al mio amico di Istanbul**:

    «La strada dei poeti non finisce mai,
    L’orizzonte corre sempre in avanti».

    (gino rago)

    ** E’ Giorgio Linguaglossa

    *
    caro Gino Rago,
    tu scrivi:
    «Sei personaggi in cerca di bottiglie di Dalmore»
    e
    «La strada dei poeti non finisce mai,
    L’orizzonte corre sempre in avanti»
    il dato di fatto da cui tu prendi le mosse è che la poesia odierna è rimasta orfana dell’io, è rimasta priva di un orizzonte di attesa, e inoltre, è una poesia anedonica.

    Un linguaggio poetico sterile, intimamente cacofonico e amusaico del tutto inidoneo all’impiego poetico, ma tu invece di trincerarti nella narrativizzazione e nella poesia postruista ed euforbica degli epigoni sei andato al di là. Non sono più i personaggi che vanno alla ricerca degli attori ma personaggi che corrono dietro le «bottiglie di Dalmore».

    Potrebbero sembrare, le tue, ad un lettore superficiale, delle annotazioni estemporanee, e invece si tratta di considerazioni che vanno al nocciolo della questione. «Dopo la distruzione delle forme» avvenuta in questi ultimi settanta anni, siamo arrivati alla distruzione dell’orizzonte di attesa.

    È stato qualcosa che ha colpito al cuore la poesia del soggetto panopticon, dell’io plenipontenziario. L’io è stato de-fondamentalizzato, il soggetto legiferante è stato de-localizzato e l’ontologia negativa di Heidegger è stata sostituita con una ontologia positiva.

    Si tratta di eventi epocali di cui la poesia italiana che si fa oggi non ha contezza alcuna, ma che la nuova ontologia estetica ha sollevato con tutto il conseguente peso di tali gigantesche problematiche. La nostra, la tua risposta sono state quella di apprestare e mettere a punto un nuovo dispositivo estetico che si esprime in distici, il cosiddetto «polittico», con salti temporali e spaziali, con sovrapposizione di immagini, di citazioni dirette e indirette, di personaggi e di punti di vista.

    Una poesia, il «polittico» di sconvolgente novità e di enorme difficoltà di esecuzione. Il poeta ritorna ad essere poeta artifex, demiurgo della materia e dello spirito. Un risultato di estrema audacia.

    (Giorgio Linguaglossa)

    **

    Come sarebbe possibile scrivere una nota critica così densa, colta, pertinente come questa, che l’amico Giorgio Linguaglossa allestisce intorno ai miei versi, senza porsi alcune questioni cruciali, per la poesia, ma anche per la critica, come quelle
    – delle nuove categorie ermeneutiche;
    – dei nuovi orizzonti ontologici, colti nel passaggio dall’ontologia negativa a quella positiva;
    – del Logos (nel senso di stile, retorica, lessico).

    Anche da questa nota è chiaro che si fa ormai non più colmabile il solco che l’ermeneutica di Giorgio Linguaglossa scava con le categorie stabili della critica accademica.

    Sul distico e sul polittico in distici è stato dichiarato quasi tutto e a più riprese
    su tantissime pagine de L’Ombra delle Parole.

    I distici e soprattutto i polittici in distici possono far tendere la scrittura poetica verso traguardi di compiutezza inusitata, prossima alla perfezione cui si può tendere non quando non c’è più niente da aggiungere ma, via l’io, ripudiati gli aggettivi, ridotti al minimo anche i verbi, quando non c’è più nulla da togliere.

    La perfezione della scrittura è quando non c’è più nulla da togliere.

    (gino rago)

  16. Scrive Giorgio Agamben nella intervista postata sopra:

    «Una ricerca filosofica che non ha la forma di un’archeologia rischia oggi di finire nella chiacchiera. E non solo perché l’archeologia è la sola via di accesso alla comprensione del presente, ma perché l’essere si dà sempre come un passato, ha costitutivamente bisogno di un’archeologia.»

    Vorrei riprendere l’argomentazione di Agamben sostituendo una sola parola: «filosofica» con «poetica». Credo sia perfetta così:

    «Una ricerca poetica che non ha la forma di un’archeologia rischia oggi di finire nella chiacchiera. E non solo perché l’archeologia è la sola via di accesso alla comprensione del presente, ma perché l’essere si dà sempre come un passato, ha costitutivamente bisogno di un’archeologia.»

  17. Nunzia binetti

    Caro Giorgio , domandi a Franco Intini dove fosse prima d’ora . Franco era tra i pochissimi poeti che apprezzo e per cui soffrivo, per via del mancato riconoscimento ufficiale che tu , finalmente, e al contrario di altri ,hai inteso riconoscergli. Talvolta gli ho detto espressamente quanto geniale fosse la sua poesia e un giorno gli consigliai di proporsi a te , convinta come ero ,che tu Giorgio, e solo tu , saresti stato in grado di stigmatizzare il valore dei suoi versi, davvero innovativi. Il comune lettore, il comune poeta e i critici che spesso affollano le giurie dei premi letterari, sonnecchiando , non riuscirebbero e non riescono a comprendere quanto Intini scrive. Essi hanno bisogno di interfacciarsi con una forma poesia, non solo tradizionale, ma che soprattutto esprima -attraverso una discorsività piana e lineare -un senso compiuto. Il seguente stato di cose dimostra quanto pochissimi ,oggi, siano dotati di adeguate competenze utili a distinguere un prodotto artistico da un prodotto che mai lo sarà. Per Intini l’io non è mai stato al centro del mondo e mai è stato al centro della sua poetica. L’incontro con l’Ombra, poi, è stato per lui salutare. Sostanzialmente gli ha permesso di far uso del polittico ,calzante a pennello con le sue risorse espressive. Pertanto ,Giorgio, gioisco nel sapere Franco qui nell’Ombra e ancor più nel leggere i tuoi elogi a lui. Grazie a Franco per esserci e grazie a te per averlo portato alla luce e all’attenzione dei competenti membri di questo straordinario ed unico gruppo di ricerca.

    • cara Nunzia,
      il nostro è un percorso di ricerca per chiunque voglia migliorare e svecchiare la propria poesia. Non mi meraviglia che Francesco Paolo Intini non sia stato apprezzato come merita, questo è il destino di tutti gli innovatori. La nostra Italia che è malata di gerontocrazia odia profondamente chi osa dire qualcosa di nuovo e di diverso, la paleontocrazia è il male dell’Italia, lo vediamo nella politica, nella vita civile, nella vita sociale… gli italiani amano la flat-landia, parente stretta della flat-tax, e i letterati sono gli ultimi dopo gli ultimi, i più chiusi conservatori, i più anemici.

      Ecco la risposta di un giovane poeta, Antonio Sacco, ad un mio invito a partecipare al dibattito sulla nuova poesia e sulla nuova ontologia estetica.

      caro Giorgio,

      mi fa molto piacere questa tua richiesta [di studiare la NOE) e posso dirti che senz’altro parteciperò al dibattito. Sono curioso di approfondire la NOE, ho appena iniziato a intuire su quali basi poggia questo nuovo modo di far poesia. La lettura del tuo articolo, che mi hai consigliato nella risposta, mi ha chiarito alcuni aspetti di base della nuova ontologia estetica ma è ancora troppo poco per me. Il pilastro fondamentale della nuova ontologia estetica costituito sul fatto che il Tempo non ha alcuna linearità, e che trasporlo nella linearità sintattica e semantica del discorso unidirezionale è un atto di falsificazione e conduce ad una poesia convenzionale, “vecchia” e poco originale mi è chiaro e lo avallo ma, se da un punto di vista concettuale e teorico lo capisco, non riesco ancora a realizzare il modo su cui si basa questo nuovo tipo di far poesia. Parlo proprio a livello pratico, delle caratteristiche che deve possedere una poesia basata sulla NOE (per ora, a tal proposito, so che la linearità che procede dal soggetto al predicato e giunge al complemento oggetto è fallace). Qualcuno, inoltre, nelle risposte ha parlato di quadridimensionalità della poesia, vorrei capire…

      Comunque spero che questi dubbi mi verranno chiariti leggendo i prossimi articoli dell’Ombra. Ho deciso di dare precedenza allo studio degli articoli più recenti che partono dal Gennaio 2019 poi agli altri più vecchi.
      Ti tengo aggiornato.

      Un caro saluto

      Giorgio Linguaglossa
      1 luglio 2019 alle 10:13

      Ecco un mia poesia polittico in distici. Questa è la strada che seguo da alcuni anni per giungere ad una nuova poesia. Mi rendo conto che dal punto di vista della poesia che si fa oggi in Italia può sembrare quantomeno astrusa, e incomprensibile, ma penso che si tratti di un errore prospettico: il nuovo non può essere riconosciuto dai contemporanei, specie dopo 50 anni di dormitorio pubblico della poesia.

      Poesia ipoveritativa in distici

      Il Re di Denari dichiara alla Dama in maschera la sua passione
      sul Ponte dei Sospiri. Le nere gondole sciabordano

      mentre Zeppelin vola in basso, sempre più in basso
      e De Sideribus osserva il cielo stellato.

      […]

      L’ultimo Lied di Lili Marlen, il coro di soldati l’accompagna.
      Entrano gli ufficiali nel salotto color fucsia.

      Fanno ingresso la bella Anais con la volpedo blu, Madame Hanska
      con la pelliccia di ermellino.

      Fanno ingresso i Commissari in impermeabile lucido,
      il cappello sulle ventitre.

      Fa ingresso Anaconda con la pelliccia di tigre
      e gli autoreggenti velati.

      Sesto Empirico fuma un puzzolente sigaro italiano.
      Esce dalla sua tana sempre dopo il tramonto.

      Scrive che Cogito è un gran maleducato, che alza la voce,
      che sbatte le finestre e le porte con strepito quando discute

      del «dentifricio poetico» della sua epoca e
      della «Morte del sole per ipotermia».

      Definisce la poesia del suo tempo, «timbrificio tipografico»
      e il pensiero, «ologramma filosofico del nulla».

      […]

      Il Re di Coppe scrive una lettera a mia madre, la sua amata.
      Dice che l’amerà per sempre, per tutta la vita,

      ma viene imprigionato per abbandono dell’arma e spedito in Russia
      dalla quale non tornerà.

      Io guardo in cinemascope il film della mia vita, lo srotolo
      all’incontrario, ne ammiro le incongruenze, le aberrazioni.

      Qui c’è Mario Gabriele con la penna Dupont, c’è Gino Rago
      a Trieste al caffè degli artisti che legge il giornale.

      Tutto avviene contemporaneamente, mentre il bambino
      monta sulla giostra, sale sul cavallo a dondolo, saluta la madre,

      scavalca il davanzale della finestra e scompare
      oltre la cornice del quadro.

  18. Ecco un esempio probante di colonna sonora tipicamente mezzo novecentesca, una sorta di proto modello stilistico che ha contribuito a formare il gusto medio delle accademie e del pubblico della poesia. Una sorta di modello normografo.

    Sandro Penna,
    La veneta piazzetta

    La veneta piazzetta,
    antica e mesta, accoglie
    odor di mare. E voli
    di colombi. Ma resta
    nella memoria – e incanta
    di sé la luce – il volo
    del giovane ciclista
    vòlto all’amico: un soffio
    melodico: «Vai solo?».

  19. Ed ecco qui alcuni versi di Zbigniew Herbert, tratti da L’epilogo della tempesta (Poesie 1990-1998), a cura di Francesca Fornari, Adelphi, 2016 p. 90, dai quali si può evincere che l’io è scomparso, al suo posto è subentrato un impersonale e anche la metafora è scomparsa per far luogo ad un movimento musicale a solenoide tutto giocato sulla differance tra due parole: «fantasma» e «spettro». Ecco, qui siamo già sulla via della Nuova poesia europea. Siamo già dentro la nuova ontologia estetica.

    È di pessimo gusto
    imporre a chi
    si esercita nel mestiere di fantasma
    di diventare – improvvisamente –
    uno spettro

  20. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/07/31/due-poesie-di-francesco-paolo-intini-con-una-nota-di-lettura-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-58851
    Polittico con Marie Laure

    In tutti questi anni mi sono esercitato per diventare un’Ombra.
    E invece mi sono scoperto un Estraneo.

    Non è stato affatto difficile come credevo.
    È accaduto mentre affrancavo una lettera per mio padre al fronte.

    Indosso la divisa da aviatore. Volo su Vienna. Lancio di manifestini colorati.
    Prima guerra mondiale.

    Io non sono io, è un altro me stesso il pilota.
    Il monoplano tossisce, scalpita.

    Teatro. Marie Laure esegue 32 fouettés
    mentre K. esamina con attenzione la punta delle sue scarpe.

    Nel teatro c’erano quindi stanze
    ed io avevo una sola chiave.

    Il mio compagno di scuola esegue un esercizio sul trapezio
    mentre Maire Laure cade alla 32ma fouetté.

    Apro quella stanza.
    C’è mio padre nella neve col cappotto dell’Armir.

    Carnevale di Venezia. Mia madre dà il braccio a Brodskij sul ponte di Rialto.
    La Regina di Cuori ama il Re di Denari.

    Cogito osserva col cannocchiale i crateri della luna.
    La lettera è stata spedita

    ma non è mai arrivata a mio padre
    perché mi trovo nel futuro.

    Così, è accaduto che mia madre è diventata eterna.
    Adesso si chiama Irina

    ed è entrata in un romanzo della Nemirovskij.
    Ama, non ricambiata, un bellimbusto

    dalle rime facili…

    • Caro Giorgio,
      l’impressione è che tu abbia trovato una diversa misura al tuo frammento: nel mini spazio riscontro una fluidità che sento più gradevole alla lettura rispetto ad altre tue composizioni; meno fredde le parole, meno glaciale l’autocritica formale, meno le asperità discorsive. Noto questo, e vediamo se sei d’accordo: che il discorso, qualsiasi esso sia, si compone per dinamiche interne al linguaggio, che definirei involontarie, dovute a legami di senso in progressione; che sono però legami semantici, di forma; quindi vuoti, che non cercano epilogo, né di giungere a dimostrazione. Il linguaggio fa da locomotiva, si muove su binari ma tantissimi sono gli scambi, sì che il viaggio pare senza destinazione. Poi, a lettura più approfondita, si troveranno le implicazioni e i significanti; ma questo sarebbe del vecchio modo di leggere, di seguito e per accumulo matematico dei significati; la qual cosa si rende impossibile se con lettura, diciamo così, fenomenologica.
      Mi capita spesso, quando leggo poesie NOE nell’uno e poi nell’altro modo, che ogni poesia, la stessa, sembri diversa. Molto diversa. Come di un altro universo. Mi accade anche nella revisione delle mie, che in lettura tradizionale abbiano un senso – che però vorrei mantenere – ma in senso NOE ne abbiano un altro, che muove nella direzione di un piacere estetico diverso, che mi esalta maggiormente.

      • caro Lucio,

        sono contento che la poesia sia di tuo gradimento, mi è venuta mentre ero a Cerchiara di Calabria il 13 agosto insieme a Gino Rago per presentare il Libro di Filomena Rago, Immagine di una immagine.

        Molte cose e molti ricordi si erano presentati alla mia memoria: un mio compagno delle elementari che poi da grande lo incontrai e appresi esser diventato un trapezista; mio padre che doveva partire per il fronte russo nella seconda guerra mondiale; il passo di danza di Marie Laure Colasson, la fouetté, Il bellimbusto del romanzo della Nemirovskij, Brodskij nella fotografia che lo ritrae sul Ponte di Rialto a Venezia; la mia infantile passione per fare l’aviatore di monoplani… tutte queste cose sono confluite assieme nella forma del distico. In fin dei conti che cos’è il passo della ballerina classica se non un mirabilissimo e leggerissimo distico? Nella memoria c’è tutto, è lì che dobbiamo cercare. Come scrive Andrea Emo, Dio è nella memoria, l’assoluto è nel passato. Fare poesia è il tentativo di riscrivere il passato nel Presente, eternizzare il Presente nella sua forma oppositiva.

        Certo, chi volesse trovare in una poesia NOE i giochi di assonanze e i significanti di Sandro Penna e di Zanzotto, sarebbe fuori strada, quella lì è la poesia di un tempo lontanissimo che non avrebbe più senso ripescare, replicare e conservare, sarebbe una operazione da frigorifero. Il miglior modo per far rivivere la tradizione non è imitarla, ma tradirla, falsificarla. Il senso della NOE è questo mettere in liquidazione tutti i tropi della poesia del novecento, ma proprio tutti. E ripartire da quella liquidazione. Tal che un lettore che leggesse una poesia NOE la troverebbe irragionevole, irriconoscibile…

        • In ordine al principio di oppositività inerente al distico ecco una riflessione più generale, filosofica, sulla struttura oppositiva originaria di Massimo Donà:

          «Dunque, in rapporto al problema delle infinite possibili forme del differenziarsi, non possiamo fare a meno di concentrare la nostra attenzione su quella che, in quanto forma oppositiva originaria, deve esser presupposta da tutte le altre forme particolari di oppositività (quali, ad esempio, quella che fa, di una nuvola, qualcosa di differente da un albero, oppure quella per cui, anche del tavolo su cui ora sto scrivendo, devo appunto dire che differisce da quello su cui scrivevo un minuto fa).
          Il fatto è che ogni distinzione determinata presuppone l’opposizione originaria; quella in cui, a distinguersi, sono appunto l’essere (quello predicabile di ogni determinato, e dunque anche di quello costituentesi come ‘essere’ di una certa determinazione) e il nulla – ogni oppositività si regge infatti solo in forza di una solida positività, che sappia fare, degli opposti, due reali determinazioni. Due determinazioni, cioè, ‘realmente‘ opponentisi. Perciò, queste ultime si oppongono solo in quanto la loro positività riesca a costituirsi come reale positività – e dunque, solo in quanto la loro positività (il loro essere) riesca davvero ad opporsi al nulla (da cui, solamente, essa può esser determinata, in quanto pura positività).
          Degli opposti, infatti, si può dire innanzitutto che ‘sono’; e dunque si può dire che sono così e così determinati, solo in quanto l’essere sia; ossia solo in quanto l‘essere non sia un nulla.

          Ecco perché non si può assolutamente dire che l’orizzonte della positività costituisca il presupposto a partire dal quale, solamente, qualcosa come una differenza può esser posto; infatti, non c’è ‘essere’ se non nel darsi di una differenza – essendo proprio quest’ultima, ciò che ‘fa essere’.
          nessuna distinzione, dunque, tra il differire ontico ed il differire ontologico – come avrebbe invece voluto Heidegger. Non essendo in alcun modo pensabile un essere, se non come essere dell’essente.
          Di cos’altro possiamo dire che ‘è’, infatti, se non di questo o quel determinato? Nessun’altra esperienza dell’essere si dà mai all’uomo – stante che lo stesso essere in quanto essere si dà al pensiero sempre come “così e così determinato”; cioè come diverso dall’albero e dalla casa. Per cui, anche dire, dell’essere, “che è”, è dire l’essere di un determinato.
          Insomma, la positività è un identico sempre differenziantesi nella positività di questa o di quella determinazione; anche quando la si volesse pensare come mera positività, essa sarebbe tale. Ecco perché non è in alcun modo pensabile una positività originaria, in cui differenziarsi (rispetto al nulla) sarebbe senz’altro distinguibile dal differenziarsi degli enti l’uno rispetto all’altro.».1

          1 M. Donà, L’aporia del fondamento, Mimesis, 2008 pp. 31 e segg.

  21. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/07/31/due-poesie-di-francesco-paolo-intini-con-una-nota-di-lettura-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-58856
    Posto qui tre poesie in distici di Bruno Di Giuseppe Broccolini scritte alla maniera della nuova ontologia estetica, perché penso che sia doveroso segnalare i tentativi di altri poeti di scrivere nel nuovo modo.

    Anonymous

    Quando, poi,quasi tutta diradata quella densa bruma
    cieca e fastidiosa, ecco il rosso, rosso filante e netto

    di una turgida, sfacciata rosa. Comunque soltanto un
    attimo di riposo, pausa estrema di un livore incombente

    pesante quanto quella lorda croce sulle terga di un
    Jesus, forse, non più paziente. Ormai allocati a un di

    presso, in avveduto loco nell’attesa proprio di niente.
    Un niente infestato di clamori tanti che, sorpresi ed

    assai tentennanti, dall’orrore assatanati, in un solo
    attimo in altro spazio di forza traslocati. Solo sogno!
    II
    Croce ferma in cresta d’alpe issata, fra ciottoli
    grigi, dopo l’inclinata china su incerta mulattiera

    pian piano trasportata. Da quella vetta già sudata
    ampio e terso il belvedere ché a pochi passi bovini

    al pascolo, pian piano dimenanti dietro il ritmico
    rintocco martellato della capobranco. Strana la vita

    pur anco quella degli animali il cui pensiero meno
    stralunato ché quasi sempre fisso su cibo e ripari.

    Così noi, bipedi umani, dannati al di lui potere, il
    pensiero, sempre nel buio pesto, peggio de’ somari.
    III
    E le lucrate speranze, i giovanili sogni pian piano
    tutti al redde rationem. E dopo una vita vissuta da

    codeste benedette, maledette speranze disperate, la
    degna ricompensa d’un dittatore, quello dell’ignoto.

    Così ingabbiati in galere dalle solide ferree cinte
    nessuna via di fuga, niente squarci fra lo spinato filo

    e nulla di noto “ al di là dell’erto muro”. Ma il fine
    ultimo sì, codesto sì di bocca in bocca più che testato.

    La morte, dama dal drappo nero, indifferente alle umane
    cose, vincente sempre all’ultimo assalto fra spine di rose.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.