Francesco Destro, Due poesie più altre inedite – Con una Lettera di intenti

 

Man Ray devant un portrait de Kiki des années 1930 - 1954 /Michel Sima /sc

Man Ray, In front of Kiki de Montparnasse

Francesco Destro è nato a Padova nel 1994. Studente di Lettere Moderne, nel 2016 ha pubblicato la raccolta Così dolce la sera (Eretica Edizioni) con la prefazione di Alessandro Quasimodo. La sua seconda raccolta, Humanum est, è in attesa di pubblicazione. 

Lettera di intenti

… ho pensato di proporvi queste due poesie che, in un certo senso, sono due facce della stessa medaglia. La prima, Pollicem vertere, è nata due mesi fa come riflessione in seguito alla petizione per rimuovere il quadro Therèse dreaming di Balthus da un museo di NY. Appresa la notizia, ho pensato all’ennesimo caso di rifiuto di considerare qualsiasi espressione artistica come qualcosa che vada continuamente decifrato, preferendo un’idea di arte come semplice intrattenimento dei sensi o vuoto formalismo.

La seconda, Conforme agli standard, è nata invece da un senso di avvilimento dopo l’ennesima spettacolarizzazione e mercificazione della violenza, visto che più testate giornalistiche hanno condiviso il video (non necessario, quantomeno a mio avviso) della donna gettata sui binari, desolante e recente fatto di cronaca. Da qui, ho pensato a quell’essere sempre pronti a filmare o fotografare, ma soprattutto all’ipocrisia di certe persone, a quel condannare il “puramente possibile” (riferimento a Croce e alla sua idea di arte) e all’assurdità di certi “standard della comunità” virtuali e non, come pure all’idea di osceno e a come il popolo ami contraddirsi, imbrogliarsi da sé (pasolinianamente parlando, “er popolo è sempre colpevole” ).

Nei giorni della tentata censura, nei cinema usciva con successo il film su Egon Schiele, cosa che ha rafforzato la mia idea di ipocrisia e di contraddizione (chiaramente, non pretendendo sia un fattore immancabile ed universale).

Scherzosamente, se mi capita di parlare di poesia sostengo che ogniqualvolta si legge una composizione ci si trova di fatto nella condizione di pagare (in tempo, in denaro o in entrambi) per leggere le ‘paturnie’ di qualcun altro. Ebbene, quand’è che questa spesa si rivela proficua?
Arthur Schnitzler scrisse che degli aforismi per primi ci annotiamo quelli che ci danno conferma di ciò che abbiamo pensato o avvertito (in altre parole, che ci danno ragione). Per moltissime poesie il meccanismo è lo stesso: nei versi si cerca traccia di un riscontro, di una consolazione, di un reciproco vissuto. Il poeta, offrendo il suo tentativo di esprimere quell’inesprimibile di cui l’uomo non ha che vaga percezione, dona parole in cui il lettore trova riparo e che solo leggendo comprende di aver già dentro sé.
Tuttavia, pienamente consapevole che la Poesia non esaurisce in questo il suo compito, ritengo che nelle sue plurime manifestazioni dovrebbe continuare ad essere in grado anche di provocare, di sollecitare, di instillare un dubbio, così da andare oltre il genere dominante della poesia-confessione e quel tentare di ridurre la poesia a semplice intrattenimento dei sensi o vuoto formalismo (come l’Arte in generale, mi sembra; significativi sono i recenti tentativi di censura ‘collettiva’ di quadri sulla spinta del politicamente corretto e del progressismo più becero e ignorante).
Da qui si sviluppa la mia ricerca poetica. Nell’assiduo confronto con il nostro Zeitgeist rivendico, quantomeno personalmente, la necessità di una poesia non ermetica, inutilmente autoreferenziale o vuoto esercizio stilistico (seppur mi capiti di negare coi fatti queste due ultime intenzioni), fondata sull’esigenza di apparire e di piacere, di far vedere che (questo soprattutto pensando alla mia generazione, troppo spesso costantemente focalizzata su temi amorosi, mal di schiena e uccellini che fastidiosi cantano di prima mattina e banalizzati anche solo per la resa espressiva).

Seppur avverta anch’io una certa sfiducia nelle parole e sia nutrito dall’impressione di vivere in un oggi in cui più che mai si è fiacchi liberti di una fiacca età (lontane ma profetiche, queste parole di Ada Negri), con tutta la mia inesperienza cerco di restare il più possibile coerente con una responsabilità etica della scrittura che non sia, come più volte espresso fra queste pagine, “un’innocua contemplazione del mostro del Moderno”, cercando inoltre di non arrendermi a quel “raffreddamento delle parole” (fenomeno della “nuova ontologia estetica” qui ampiamente descritto) trovando un compromesso fra la prosaicità e il recupero di parole alte, poetiche o inconsuete nel tentativo di coinvolgere, anche ironicamente, il lettore in questo sforzo (penso a una poesia in cui invito chi legge ad armarsi di vocabolario prima di continuare nella lettura).

In altre parole, tendo a ricercare sì una condivisione di sentimenti ed impressioni (interrogandoci, perché umani, sull’amore, sul rapporto con sé stessi, con e tra gli altri) ma anche un’invito alla riflessione senza avere la pretesa di fornire risposte (in questo, probabilmente acquisisce un senso il mio uso ricorrente di punti di domanda, del forse e del condizionale).
Credo infatti in quella poesia che è un’avida supplica al mondo e a sé stessi di farsi comprendere e raccontare (o meglio, narrare); in quella poesia capace di spezzare l’inanellarsi di banalità e ripetizioni (o dissimularvisi per distruggerla dall’interno) e che spinge per far uscire la figura del poeta dal ruolo marginale cui è stato (o si è?) confinato, guardando con nuova volontà (ma senza cadere in ulteriori epigonismi) al ‘poeta giullare e ribelle’ e condannando il ‘poeta saltimbanco’ che non pone serietà e responsabilità nel proprio lavoro. In tutto questo, ecco il mio scrivere poesie perché non riesco a farne a meno, e non perché immagino siano gli altri a non poter farne a meno. Cercando, fra mille personali contraddizioni, di evitare che ciò che scrivo non sia che un guazzabuglio di parole, e nulla più.

Foto Man Ray to the selfie generation

Man Ray, to the selfie generation

Dittico

Pollicem vertere

“La pornografia è una forma d’arte decaduta”
(Philip Roth, L’animale morente)

Non lo toglieranno, alla fine:
il pollice verso stavolta
non ha sortito effetto.
Resterà lì, smacco in olio su tela,
dimostrazione in cornice
che in fondo è cosa vera,
la fallibilità di certe petizioni.

La censura, vedi, ormai è democratica;
l’arte degenerata: designazione collettiva.
L’osceno, invece, davvero è solo
negli occhi di chi guarda?

(ecco, guarda caso, forse proprio Balthus
potrebbe aiutarci a venirne a capo)

Perché vedi, fa piacere, ci si sente bene, più puliti
ad additare e condannare, a stare dalla parte
del pubblico invece che dell’attante
– spesso più vero, compiuto e consapevole
di quel suo essere simulante.

(ma tu, mi raccomando, tu questo
fa’ finta di non saperlo)

Una firma lava la coscienza, l’unione
fa la forza, l’opera d’arte non è più un simbolo,
ci pensiamo noi a definirla una volta per tutte.
Insomma toglietela, levatela via, fatela sparire!,
così intollerabilmente conforme
agli standard della comunità.

Ciò che è certo è che l’arte non ha più diritti né doveri:
che se ne stia tranquilla, che non scuota, che non provochi,
lasciandoci liberi di confonder daccapo
il Bello col piacevole e, se ci avanza un po’ di tempo,
di fare ressa al botteghino per quel nuovo film su Schiele.

Non è anche questa pornografia?
Non è anche questa volgarità?

Ma come non ho detto,
chiedo scusa,
l’oscenità è soggettiva
e stavolta è negli occhi
di chi non vuol vedere.

Francesco Destro con Alessandro Quasimodo foto Rita Iacomino

Francesco Destro con Alessandro Quasimodo

Conforme agli standard

“Il giornalismo e in genere la rapidità di diffusione delle notizie inutili e mostruose
è il danno maggiore che l’umanità sopporta in questo secolo.”
(Ennio Flaiano, Diario degli errori)

L’ho sentito prima, alla radio, e poco fa me l’ha ripetuto mia madre.
Hai visto? Mi verso il caffè, annuisco, dalla bocca esce un sì.
È forse importante dirle che in realtà ho semplicemente sentito,
quando da tempo non è più un problema confondere
il sentire con il vedere, l’immaginare con il sapere?

L’ha spinta sulle rotaie, mentre il metró passava.
Una mano amputata, dicono. Senza rimedio, precisano.
Una lite, ipotizzano. Un qui pro quo, minimizzano.

So già che sarà una notizia che mi accompagnerà per tutta la giornata.
La troverò sulle locandine, nei quotidiani, sviscerata, approfondita,
– complice il fatto che il fattaccio risale a ieri –
amici virtuali la condivideranno, sempre più immagini
cominceranno a girare, tacito da ogni gola salirà il grido
“ancora, ancora, vogliamo di più, ne vogliamo ancora!”:
l’aberrante è il nuovo oppio dei popoli,
vivere è diventato un esercizio d’accusa e di discolpa.

Presto o tardi salterà fuori un video, tempo che monti il caso,
che lo scandalo si diffonda, che l’intrecciarsi dell’incriminare
e del recriminare faccia il suo corso, che le visualizzazioni
ripaghino dell’attesa di pubblicare il materiale,
di decidere quali secondi di pubblicità infilarci:
è un orrore tenuto al guinzaglio.

La carne amputata è diventata carne da macello,
la mano che ha spinto ora è capro espiatorio
– per oggi, domani invece chi sarà?
Lui è peggio di me, di noi tutti che commentiamo.
Qui, certo, qui è sempre qualcun altro.

So che è un vizio che ci si può togliere.
Oggi no, oggi non chinerò il capo
avvicinando lo schermo per veder meglio,
è venuta a mancare quella curiosità morbosa;
oggi non mi rassicura questa sofferenza altrui,
quel ripetermi “io una cosa così non la farei mai”.

No, non mi serve unirmi al coro di condanne,
di minaccie, di ingiurie, di battibecchi e di sarcasmi,
non ho bisogno di questa comunione irriflessa,
di quest’ultima proposta nel catalogo di mostruosità
liberamente sfogliabili, di quest’ennesima violenza
servita per essere consumata.

Com’è ridicolo, in fondo:
condanniamo il puramente possibile
e ci imbeviamo del realmente accaduto;
per tanti, non è altro che uno spettacolo,
una mise en scène splendidamente iperrealista.

Il popolo, come sempre, ama imbrogliarsi da sé.
Io, per qualche istante, mi sento superstite fra vinti.

Gif Manichino

da Humanum Est

Datemi libertà, quella libertà
che mai e sempre si dovrebbe chiedere,
quella che prima ancora che diritto
è dovere, quella per cui troppo
è il sacrificio, e mai abbastanza.
Datemi libertà di dare il meglio
per quest’avida supplica al mondo
e a me stesso di farci comprendere
e raccontare; datemi libertà
per cominciare a sapere chi sono,
per farmi stare vivo, per trovare
parole che danno senso al nostro
andare e arrivare e ripartire,
a ciò che so, che credo e che vorrei.
Datemi libertà, né selvaggia
né violenta, di dare sfogo a questa
febbre non manifesta, di amare
questa mia bellezza, di dare forma
e consistenza a questo modo
di conversare con l’esistenza,
alla fugacità dell’impressione,
a ciò per cui contro o per comun ragione
non è questione di vita o di morte
ma dà importanza alla vita e alla morte.
Datemi libertà, ammessa e concessa,
di morire e di rinascere, e di
morire ancora, di essere alca
che si spinge sovra il mare per poi
tuffarsi nell’acqua di un nuovo giorno
e lì, finalmente, dire: il sole
è entrato, non lasciamolo più uscire.

*

Di che parlare, debole dei miei vent’anni?
Meglio sarebbe tacere
in attesa di tempi più densi
mettendo da parte questi versi azzardati,
frutto di uno spirito che ben ancora non sa
come intende realizzarsi.

E credetemi, è difficile stabilire
– nella conclamata inutilità di questa fatica
quale momento
o scorcio
o stato d’animo
vada ricordato e messo in versi,
su quale aspetto
o faccenda
o storiella
valga effettivamente la pena
soffermarsi e meditare.

Lo ammetto, mi piacerebbe
riuscire a dir di più.

Mancano le parole, il sentimento,
tutti quei domani ancora da affrontare,
dèi e persone con cui incrociarsi
senza veramente incontrarsi;

mancano le idee, la fatica del lavoro,
una maggior voglia di lottare e di capire
per cosa, o per chi, esatto contrario
di questo aspirare a qualcosa di più,
a raccontar e ragionar meglio, in modo
diverso, forse in fondo pure peggio.

Nel frattempo, intonando l’Universo
con l’esilità della mia voce, incespico
– incerto, ventitreènne.

(E di adesso poi, cosa render noto?
Accartocciandomi su me stesso,
m’assale il dubbio di non aver vissuto)

*

Ricordi, nella solitudine di certe sere,
quel tepore che invadeva appena
infinite e oscure stanze,
quel tuo riemergere
e annegare nuovamente
e sempre con maggior lentezza?

Ricordi, in un’aria talora da commedia,
quel tuo bisogno di luoghi comuni,
di verità fatte e di certezze simulate,
di cose già dette, semplici da ripetere,
come pure quell’arrenderti

a parole
che forse un tempo avevano un senso,
a pietre
che invece di portare a fondo
trascinano in avanti?

E ricordi, nella realtà dell’apparenza,
quel tuo voler e non voler fuggire,
spasmi di icarismo immersa nel brago,
quel tuo essere muta e incorporea,
inganno prima ancora che danno?

Non ricordi male.
Nelle astuzie dell’incerto
solo e soltanto ti resta da capire
se ancora adesso
è tutto come allora.

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15 commenti

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15 risposte a “Francesco Destro, Due poesie più altre inedite – Con una Lettera di intenti

  1. Silvia Leuzzi

    buongiorno a voi, vorrei sapere se avreste voglia di leggere il mio libro di poesie, che è stato pubblicato dall’Associazione Liberi Autori circa un anno fa, dal titolo I Temi della Poesia – Se per caso foste interessati alla lettura per un’eventuale recensione vi potrei inviare una copia in formato pdf Certa di un vostro pronto riscontro, porgo distinti saluti Silvia Leuzzi

    Il giorno ven 29 giu 2018 alle ore 08:09 L’Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internaziona

    • Per Francesco Destro;mi conforta constatare che ci siano ancora tanti giovani disposti a “militare” nella poesia,a credere nel suo valore.La strada che porta alla letteratura (e alla poesia in particolare)è molto più aspra di quanto si possa immaginare.L’errore di oggi è credere che, invece, sia una passeggiata ,Lo stesso equivoco, spesso, si ripete anche relativamente ad altre manifestazioni artistiche:ma l’oro resta oro, e il dorato, prima o poi, perde il suo scintillio inconsistente.

  2. Mi associo a quanto scritto da Anna Ventura, una delle voci più autentiche della poesia italiana di oggi per dire a Francesco Destro che la poesia non è cosa per opportunismi o doppiogiochismi, bisogna avere il coraggio di essere profondamente se stessi. Fare poesia è una strada in salita, ripidissima, ben pochi riescono a scalarla.

  3. Gentile Anna Ventura, la ringrazio per le sue parole, monito prezioso che condivido appieno. Ringrazio anche Giorgio Linguaglossa per avermi concesso questo spazio. Seguo sempre (con un po’ di fatica e molta attenzione) le varie voci e personalità affini alla NOE, tentando di metabolizzare le vostre conoscenze, le vostre riflessioni, i vostri scritti e poeti di riferimento. È una continua occasione per rimettersi in discussione e ampliare (o rinnovare) le proprie idee in ambito artistico e letterario. Se c’è occasione, più avanti vi proporrei volentieri anche dei frammenti tratti da un lavoro in corso d’opera, in cui tento un approccio completamente diverso alla Poesia, anche per merito delle riflessioni nate dalle letture che offre questa rivista.

    Francesco Destro

  4. gino rago

    E’ un poeta che distingue nettamente ‘il possibile’ dal ‘realmente accaduto’,
    e non è poco; e poi reiterando il ‘ricordi’ in altro testo, Francesco Destro mi pare che tenda in una persuasa icasticità verso un certo quadrimensionalismo proustiano, inserendo appunto il ricordo o la facoltà del ricordo come quarta dimensione accanto alla lunghezza, alla larghezza, alla profondità rispetto agli eventi [per approfondire questo tema decisivo della quarta dimensione per una poesia nuova che si spinga verso nuovi paradigmi estetici consiglierei a questo giovine poeta, consapevole dei propri strumenti espressivi, la lettura del saggio psicofilosofico “Critica della Ragione Sufficiente”, di Giorgio Linguaglossa].

    Gino Rago

    • Genti.mo Gino Rago, la ringrazio per il suo commento e per il suggerimento, che seguirò appena possibile. Quello del ‘quadrimensionalismo proustianoì è un appunto molto interessante, considerazione su un lato del mio lavoro poetico che non avevo percepito direttamente. La ringrazio! Un saluto

      Francesco Destro

  5. Ho soltanto commentato un post di Poetarum Silva , quegli miei strampalati…

    https://poetarumsilva.com/2018/03/30/maurizio-milano-blatte-resupine/

    e l’autore mi ha fatto pervenire il libro.
    Per riconoscenza Vi giro alcune sue a caso
    Da Blatte resupine di Maurizio Milano classe 1991
    ~
    Ma qui si può solo guardare
    per ore
    le saracinesche impazzire
    ricche d’inverno.

    Alla periferia della stagnola,
    le nuove ali dell’alba nuova
    sospingono al gioco i monelli,
    e quelli, vanno a occultare il destino

    e le bustine
    nei muretti
    dai secchi
    ingranaggi.

    ~
    Il racconto è un corridoio dalle
    varietà profonde
    col terrore che il ritmo delle
    ciabatte profonde.

    Forma e ordine sono due colombe,
    come ernie d’aria
    chiedono le nubi alle conifere
    succubi del terreno.

    L’artificio è un lampione, chiedendo
    alla tramontana cosa violenti
    i volantini capisce
    la vampa delle ortiche.

    Suono e rime sono due piche
    come Satana delle radici
    picchiano dai lampioni
    e non si vede più la luce.

    ~
    Sopravissuta alla notte
    per coltivare lo stendino
    della pace quasi porta il contagio
    nel logorroico sole.

    O panni appassiti avete in voi
    un presagio di tempesta,
    questa casalinga può vomitare
    tutta la luce che vuole.

    Per buona condivisione.
    Grazie, OMBRA.

  6. Caro Giorgio Linguaglossa, raccolgo l’invito e pubblico qui alcuni frammenti dalle bozze dell’opera cui ho dato il titolo “Tiritanterion” e in cui ‘agisco’ per mezzo di un eteronimo, tale Shlimazl (termine chiaramente scelto non a caso)

    II
    Quante parole proibite o impossibili da pronunciare! Anche nella bestia umana periscono splendide possibilità. Mi si conceda dunque di non proferire alcunché, di non scrivere nulla se non quel libro senza intreccio, senza nemmeno il destino di un uomo alla base della composizione – Rozanov approverebbe, ma poi? – uno scherzo come la Simfonjia di Bely in cui, caduto lo scherzo, appare il metodo. Qui a Macherus sembrava essere un giorno come un altro. Ma Antipa riconosce ciò che non vuol vedere, dal fondo della fossa Iaokanan urla e s’accattiva gli ebrei e la sorella di Agrippa, timorosa anch’essa del flagello dell’Eterno, al Tetrarca rivolge l’odio di Giacobbe contro Ebron (quanto ancora dovrò diminuire affinché lei cresca?). Esiodo, Fedro ed Ecusilao hanno ragione. Verso l’Omega, nemmeno il più antico degli dèi dà di che vivere rettamente per tutto il viaggio. Nemmeno lui!, il più degno di onori, può davvero infondere agli uomini sole virtù e felicità, ché nessuna delle nostre città resisterebbe a lungo sotto i vessilli dell’amore e delle più belle e sincere azioni.

    III
    Non siamo forse comici facendo finta di nulla nel pieno dell’inverosimile? Anche qui, in questa terra d’avorio e d’inchiostro, molto accade senza che a volerlo sia io. L’assoluto controllo – la perfetta padronanza di sé – non è di questo mondo. Comandamenti vanno a perdersi nel vuoto, non tanto vendetta di mano mortale quanto scaramuccia, pretesto, ammirevole perdita di tempo – persino richiesta! Ancora dormiente per i cibi somministratimi con astuzia, dimentico di me stesso e del compito assegnatomi prima ancora di scendere fra voi, io chiedo perdono. Inconsapevole di essere inconsapevole, dimentico della perla e del serpente sibilante (ma già forse non erano entrambi dentro me?) del mio vestito di gloria – dei miei stessi Padri, pure! – forestiero in mezzo a forestieri, a cercare per mari diversi il medesimo porto. Andare andare e andare, pregare pregare e pregare come se nulla o niente di certo alcunché fosse possibile ancora. Non v’è spazio per tirtaiche esuberanze, brachilogismi, antropici istrionismi. C’è forse ancora un posto nella scialuppa di Pegaso? Mi venga insegnato a non credere nella misericordia, e a sparire come fumo.

    IX
    Come’è simile alla morte la vita di certi giorni, obbedienti a bisogni di fare che vanno al di là d’ogni comprensione. Non sentite il vostro passo balbettare per il non sapere dove andare? Per e come il mondo trascorriamo da uno stato all’altro, senza tregua, senza fretta, se non quella di ancorarsi a qualcosa mentre altro ancora preme, preme e ancor più fortemente preme. Ascoltatevi il petto. Sentite? Talvolta il cuore non è che un flauto in cui mesta soffia la mente, e altre volte ancora la mente non è che lo scudo dietro al quale il cuore cerca riparo.

    XI
    Mi sono ricordato stamani, uscendo di casa, di indossare il sorriso? Kutilov disse bene, la vita non è che un alternarsi di pose e inezie. La poesia, autodifesa e vendetta. Che razza di mondo è questo, da cui nemmeno in sogno è concesso fuggire? Scriventi e scrittori, musici e pittori, che scrosci l’estasi creativa! Rompiamo con le convenzioni artistiche, abbandoniamo i simboli comuni, spogliamo la realtà delle sue forme apparenti! Che saltino per aria gli schemi prestabiliti! Che la si smetta di decretarsi capaci di interpretare ogni sguardo, silenzio o invisibile fune recisa con l’indifferente risolutezza di una grandine estiva! Oh, quale meravigliosa e dannata abitudine può essere l’arte di dubitare! In questo arrabbattarsi a vivere, scegliamoci il nostro senso di colpa. L’agilità del pensiero non deve morire nell’immobilità del gesto. Filosofiamo! Complichiamoci la vita per renderla più semplice! Diamo consistenza alla fugacità dell’impressione! Abbracciamo la cultura dello scetticismo, impugniamo un ideale fissandolo con la ragione! Custodiamo l’integrità della nostra mente! Fondiamo nuovi luoghi di culto della parola! Molti fra quelli odierni sono da incendiare o demolire. E scriviamo, scriviamo, scriviamo se possiamo confessioni vere per noi e per tutti, verità universali frutto di fantasia e non di capriccio. In questo, diverremo forse poeti e non scrittori di liriche.

  7. Un dire esplicito, che può trovare consenso o disapprovazione, anche se recitato a memoria, in maniera performante – faccio l’esempio di un Poetry slam – se manca di punte acuminate, quelle che potrebbero restare impresse, passerebbe comunque inosservato: 6, 5 e mezzo, 7 dagli amici, 5 e 4. Non di più. Anche se io, insieme alle mosche, voterei per la pagina bianca più bella, quella mai scritta.
    Non perderei tempo a recriminare: serve un coraggio da leoni, a volte il coraggio che non sappiamo di avere. Ma nello scritto, favoriti dal fatto che si sta al riparo, poesia può iniziare al posto nostro un percorso introspettivo: all’inizio lasciamo fare, involontariamente femminili (perché chissà che ci crediamo di essere) poi sempre di più. Poi di meno. E alla fine saremo fortunati se il cervello non diventerà una frittata…

    • Gentile Lucio, la ringrazio per il suo commento che terrò in attenta considerazione. Come precisato, l’opera è ancora una bozza, ancora priva di un’identità ben definita, che contrassegni questo esperimento. Confermo la volontà di un dire esplicito, ma anche confusionario, “sporco”, un diario per frammenti, scarti e divagazioni, il soliloquio di uno squilibrato il cui cervello è forse già una frittata e che tuttavia, nella sua follia, forse certe cose le nota più di altri. Il Poetry Slam è una forma d’arte per il momento per me lontana, vero però che ultimamente ciò che scrivo ha subito un’influenza performativa, forse per la mia vicinanza al teatro (anche in questo scritto, si annidano alcune sentenze beckettiane) e per un’idea di una poesia fatta anche per essere detta, parlata, pronunciata. Lavorerò sulle punte acuminate. Vero è anche che grande spazio è lasciato al recriminare, ma a sprazzi vi sono anche inviti, in primis a se stesso, al cambiamento. Non ho potuto pubblicare qui tutto lo scritto, ma le assicuro che è così. Ad ogni modo la ringrazio ancora, terrò a mente ciò che ha detto nello sviluppo del mio lavoro.

  8. Giusto il distinguo tra i poeti e gli scrittori di liriche.Lo “scrittore di liriche”ha purtroppo, oggi, infinite occasioni per esibirsi,mentre sempre più rari si fanno gli spazi in cui la poesia trova un palcoscenico giusto.Ma l’oro resta oro e il dorato,prima o poi, si sgretola e cade,”In tutte le epoche-disse il grande Boccaccio-rarissimi furono i poeti”:è una delle sue tante verità.Auguri affettuosi al giovane
    Francesco Destro, che ha il coraggio di avviarsi sull’erta della poesia, con consapevolezza e misura,Anna Ventura

    • è un concetto che ho ripreso da Emerson, poeta che tengo molto in considerazione, forse quasi più per la saggistica che per la sua produzione in versi. Concetto che inoltre, sento molto attuale, e col quale cerco di confrontarmi io stesso quotidianamente, facendo esame di coscienza.
      Grazie ancora per l’augurio, che ricambio augurandole un buon proseguimento su questo ripido cammino

      Francesco Destro

  9. Per il giovanissimo Francesco Destro posto qui una poesia di un altro giovanissimo, Valerio Gaio Pedini, un vero talento benché giovanissimo che fino a due anni fa collaborava con questa rivista ma poi si è ammalato e si è ritirato nell’Ombra. Ecco a voi una poesia del nostro amico datata febbraio 2016

    Valerio Pedini

    Friedriche Holderlin: l’avanguardia è morta

    !
    io sono belligerante dal primo momento in cui nacqui
    malato d’inferno
    io sono matto per davvero
    ma sapete nessuno è matto
    per davvero
    sono stufo di voi
    e delle vostre moine mi avete distrutto
    colla sapienza di nulla.
    !
    Bastardi senza gloria
    gloria al padre al figlio e allo spirito Cristo
    mi avete disintegrato per anni
    dicendo che io sono malato
    poi avete scoperto il poeta
    enorme
    ma sapete voi mi avete ucciso
    mi avete ucciso
    come in guerra.
    !
    portento dell’estetica
    è Hiorg
    portento dell’estetica è Sagrah
    portento sono io
    romano di diletto
    stronzo per davvero + però voi chi siete?
    !
    la magia è nelle mie mani
    la mia mente è malata solo quando dormo nell’aura di dio
    poi mi stupii
    di me
    capii subito fin da bambino l’importanza del mio nome
    Hölderlin
    e poi ammattii
    svitatamente sono come un poeta deluso
    un poeta secondario un poeta morto
    de Palchi ama me.
    Io non amo lui, lo odio poiché è il miglior poeta d’avanguardia al mondo.
    sono arrabbiato perché mi nascondo
    come un ratto sto a masturbarmi sui miei libri
    amo la luna
    come amo il sole
    ma sapete io non amo dormire
    non dormirei mai
    per ora non dormo
    più.
    !
    la pulizia dell’anima è importante
    Kier che è un grande poeta prima di me
    capì il decandentismo dell’anima
    non leggendolo mai
    !
    la filolosofia è illimitata
    l’iperione venne fuori dal nulla
    come un dardo un handicap enorme
    si catapultò in me
    cattivo come le montagne
    che sono innevate ovunque
    perché sono stupide come
    la notte
    orribile dirsi
    sono morto anch’io una volta
    vomitando l’ira
    e gli dei
    mito del nord.
    !
    ci fu un tempo
    in cui gli uomini parlavano
    male di dio
    Era un tempo di merda
    un tempo terrificante
    non so nulla del tempo
    andato…

  10. gino rago

    Gino Rago
    Nel giardino della parola esatta

    ” Inviare poesie a Elio è come recare civette ad Atene
    o come spingere nel bosco rovi, alberi, spine.

    Un tabarro ci vuole. Un mantello a riparo
    di quei grandi freddi del passato

    e rami di quercia o di leccio al focolare.
    Già lo dissero in epigrafe a Montale,

    anche per Elio Pecora
    [radici e foglie i versi d’una stessa pianta]

    il meglio d’una seppia rimane
    ancora l’osso,

    il resto è materia per i cuochi.
    La luna sul muro di pietre, il sole sul melo,

    il giardino della tua parola esatta.

    Che mai scenda sul poeta
    la pioggia delle parole vuote,**

    ma Elio lo sa,
    le nuvole a volte possono essere stanche di cielo”
    —————————————————

    **[versi diretti a Elio Pecora, per la laurea ad honorem in Scienza della Comunicazione, ma il distico “Mai scenda sul poeta/ la pioggia delle parole vuote” è un augurio per tutti i poeti, e per Francesco Destro e per Valerio Pedini, ( riproposto meritoriamente da Giorgio Linguaglossa), ma anche per Francesco Lorusso, per Mauro Pierno, per Alfonso Cataldi, come giovani poeti, in maniera speciale].

    GR

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